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Lezioni di storia della lingua latina (corso avanzato), Prof. Nosarti

Il documento contiene gli appunti personali presi durante TUTTE le lezioni del corso avanzato di Storia della lingua latina tenuto dal Prof. Nosarti; esso si prefigge di descrivere la storia e l'evoluzione del latino a partire dai primissimi documenti di origine epigrafica sino alle testimonianze di VI secolo d.C.

Esame di Storia della lingua latina docente Prof. L. Nosarti

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ESTRATTO DOCUMENTO

dall'incidenza delle popolazione, ecc. Ma anche una lingua a corpus integro può presentare momenti in

cui sono rare le incidenze, assumendo paradossalmente caratteristiche vicine alle lingua a corpus

frammentario.

Il testo

1. interpretazione. Un testo può essere interpretato con metodi diversi:

combinatorio o di ricostruzione interna: si applica quando un testo non si riconduce a una

famiglia linguistica determinata a prescindere, ma solo osservandone la forma e quindi i dati

interni. Per esempio, nel cinese la funzione grammaticale è espressa dalle radici delle parole

senza suffissi; lingue come l'etrusco e il turco affiancano suffissi e desinenze (per questo

dette "agglutinanti"); le lingue flessive come il greco e il latino hanno i morfemi che si

flettono dando origine ai casi, ecc. L'ittita venne decifrato dal semitista Hrozny nel 1917

proprio con il metodo combinatorio;

comparativo: si applica quando l'appartenenza a un gruppo linguistico è abbastanza sicuro;

bilinguistico: si applica quando si è in presenza di testi di vario contenuto ma scritti

formalmente in maniera analoga.

2. strategia comunicativa. Nel caso delle iscrizioni, l'intento era solitamente quello di tramandare la

memoria di un evento storico, di un personaggio o di un atto, di comunicare quindi un

messaggio o un qualche semplice elemento informativo a un pubblico il più vasto possibile e

per il maggior tempo possibile. Esse potevano essere incise sulle lapidi; o sui frammenti di

terracotta usati per annotare conti o altri appunti di natura privata; o sulle facciate interne delle

tavolette cerate di legno o d'avorio contenenti documenti privati e utilizzate come blocchetto di

appunti o di atti privati quali vendite, prestiti e affitti; o su lamine di metallo usate per i diplomi

militari di congedo e di concessione della cittadinanza romana; o su lamine di piombo utilizzate

per le cosiddette tabellae defixiones o tabellae defixionum, ovvero testi di contenuto magico

contenenti maledizioni agonistiche o amorose o politiche o giudiziarie, infilate nella tomba del

defunto come malocchio, affinché potessero giungere agli dei degli Inferi dai quali ci si

aspettava la realizzazione delle richieste formulate (il termine defixio, infatti, deriva dal latino

defigĕre, "conficcare, immobilizzare", con allusione alla volontà di immobilizzare le capacità

fisiche e mentali della persona oggetto della maledizione).

3. esame degli errori. Serve per capire l'estraneità della lingua, prendendo in considerazione però

anche la competenza di chi lo rappresenta (es. poeta, artigiano, incisore). Spesso si è

condizionati dell'area di provenienza, per cui vi può essere:

il raddoppiamento delle vocali, estraneo all'etrusco ma tipico dell'osco (es. Accio sostituisce

la ā con due "a" appartenenti allo stesso grafema su influsso dell'osco);

uso di pequnia per pecunia;

uso di Marses per Martes con anticipazione del morfema finale;

uso di latinnas per latinas su influsso dell'osco abituato al raddoppiamento fonetico;

uso del nesso -nn- < -nd- su influsso dell'osco per assimilazione progressiva, per cui la

seconda consonante "d" si assimila alla prima (es. operannam < operandam).

4. tecniche di scrittura. Possono essere a impressione, a sopradipintura e a incisione su pietra.

L'andamento della scrittura, soprattutto di quella delle iscrizioni, è bustrofedico: si tratta, cioè, di

una scrittura che non ha una direzione "fissa" ma procede in un senso fino al margine scrittorio

e prosegue poi a ritroso nel senso opposto, con un andamento che ricorda quello dei solchi

tracciati dall'aratro in un campo (l'etimologia della parola ricorda, infatti, l'andamento di un bue

durante l'aratura, gr. , "bue", e , "girare, invertire"); una sua caratteristica è quella di

βοῦς στρέφειν

ruotare anche la forma delle lettere, che hanno quindi forme speculari a seconda che il senso

proceda da destra (destrorso) verso sinistra o viceversa (sinistrorso). Col tempo ogni scrittura ha

avuto la tendenza a fissare un unico senso della scrittura ed un'unica forma delle lettere.

Un altro elemento è la presenza di punti (uno, due o tre), che indica o la divisione delle parole o

le sillabe fuori dalla norma sillabica canonica (si ricordi che il V secolo elimina la punteggiatura

sillabica in favore della puntazione verbale).

fot. 4 - La situazione etnico-linguistica nell'Italia antica

Gli Etruschi

La principale lingua non-indoeuropea presente nella penisola è l'etrusco, che tipologicamente è una

lingua agglutinante (come il turco), nonché una lingua in cui le parole sono costituite dall'unione di più

morfemi (es. radice sempre identica, a cui vengono aggiunti prefissi o suffissi per esprimere categorie

grammaticali diverse, come genere, numero, caso o tempo verbale).

Attestata tra il IX secolo a.C. e il I secolo d.C., la lingua etrusca inizialmente si diffuse nell'Etruria

propriamente detta, quindi nell'Alto Lazio e in Toscana, e successivamente si affermò in un'area più

vasta comprendente parte della Pianura Padana e della Campania. Essa varia in base alle diverse realtà

areali e quindi vi sono differenze tra quella del Nord e quello del Sud.

Le iscrizioni etrusche si possono dividere in due periodi: quello arcaico di VII-V secolo a.C. e quello

recente di IV-I secolo a.C. Due, infatti, sono le fasi dell'etrusco:

1. fascia cronologica alta: fa considerare gli Etruschi provenienti dal Lazio e ciò è comprovato

dagli ultimi tre re di Roma di origine appunto etrusca, ovvero Tarquinio Prisco, Servio

Tullio e Tarquinio il Superbo;

2. fascia cronologica bassa con caduta dei Tarquini nel 509 a.C.: reazione antietrusca con il

sopravvento dell'elemento sabino (Aventino), dialetto orale del gruppo osco-umbro, e della

componente nord-italica, di oscura e difficile identificazione (il Devoto faceva riferimento al

Venetico, nonché alla lingua del Paleoveneti). Dopo l'età regia la sorda etrusca "p" viene

sonorizzata nella corrispettiva "b" (es. Puplius > Publius, poplicos > publicus) e i termini in -issa

e -na (es. taberna) hanno ancora ovviamente ascendenza etrusca (si ricordi che l'etrusco ha

solo sorde).

Testimonianze:

fot. 3

Iscrizione sulla una stele funeraria in pietra

stele di Lemno,

arenaria dedicata a un guerriero foggese del VI secolo,

scoperta nel 1885 nel muro di una chiesa nei pressi di

Kaminia, un villaggio dell'isola di Lemno nell'Egeo del Nord, e

ora esposta al Museo archeologico di Atene. Il suo

ritrovamento dimostra inequivocabilmente l'origine orientale

degli Etruschi, concordemente affermata dagli antichi scrittori.

Essa riporta un approssimativo bassorilievo del busto di un

uomo con scudo e lancia (il dedicatario della stele appunto), a

cui è accostata l'iscrizione vera e propria in un carattere

assimilabili all'alfabeto greco calcidico; essa si sviluppa con

andamento bustrofedico intorno alla testa e lungo un lato della

figura del defunto. Questo etrusco è di tipo meridionale.

La provenienza orientaleggiante dell'etrusco è antica:

1. Erodoto (Storie) parla di provenienza dalla Lidia;

2. Strabone (Geografia) riprende la tesi erodotea;

3. Licofrone (Alexandra) si rifà a Timeo di Tauromenio (Storie) che -secondo un topos comune,

racconta di due fratelli che vengono in Italia (ripreso da Servio Onorato per il suo

commento all'Eneide);

4. Tacito (Annales) parla della venuta di Tirreno col compito di trovare nuove sedi per le genti;

5. Tertulliano (De Spectaculis) -secondo un topos comune- parla della contesa tra fratelli per la

venuta di Tirreno in Occidente (ripreso da Servio Onorato per il suo commento all'Eneide);

6. Ma Dionigi d'Alicarnasso (Antiquitates humanae) a cavallo tra il I secolo a.C. e il I d.C.

confuta gli argomenti dei suoi predecessori a favore dell'allogenesi, ovvero della

provenienza esterna degli etruschi. Per lo studioso italiano Peroni, se la provenienza degli

etruschi è esterna, ciò significa che essa è molto antica (sicuramente precedente all'età del

Bronzo, 2300-1000 a.C., caratterizzata da omogeneità e così alta da non essere facilmente

controllabile). Le tesi a favore dell'autoctonia e dell'allogenesi sono equivalenti e quindi la

questione è ancora aperta.

Placchetta d'avorio a forma di leoncino accucciato

ritrovata nell'area della chiesa di Sant'Omobono a Roma e

datata all'inizio del VI secolo a.C. Sul retro, piatto e liscio,

reca l'iscrizione etrusca araz silqetenas spurianas, che ricorda il

nome di un aristocratico tirreno. La placchetta è un

antichissimo esempio di tessera ospitale, secondo l'usanza

per cui due individui, due famiglie o due città spezzavano

una tessera e ne conservavano ognuno una delle due parti a

conclusione di un accordo o di un'alleanza. Il perfetto

combaciare delle due parti della tessera provava l'esistenza

dell'accordo.

- spur-: radice derivata dal gentilizio romano spurus;

- q < c/k.

tre documenti incisi su

Lamine di Pyrgi,

lamine d'oro, rinvenute nel 1964 nel sito

archeologico etrusco di Pyrgi (Toscana

meridionale). Risalgono al 500 a.C. circa e

testimoniano la consacrazione del tempio alla

dea fenicia Uni/Astarte da parte di Thefarie

Velianas, il supremo magistrato della città di

Cere (Uni si collega al latino yūno, da cui iunix /iuvenix, "giovenca, giovane donna"). La prima e

terza lamina contengono un testo in lingua etrusca, mentre la seconda un testo in lingua fenicia;

quest'ultima fornisce le motivazioni della consacrazione, mentre la prima dà più risalto al

cerimoniale del culto; la terza, invece, riassume brevemente la dedica.

I testi in due lingue testimoniano un'importante alleanza politico-militare tra etruschi e fenici in

ambito tirrenico contro i Focci di Marniglia, scomodi pirati litoranei che ostacolavano i

commerci e gli equilibri strategici.

, più comunemente conosciuto

Liber Linteus

come Mummia di Zagabria, il più lungo testo

in lingua etrusca di cui disponiamo: conta,

infatti, 1390 parole con 400 unità lessicali

riconosciute. Si tratta di un drappo di lino

suddiviso in dodici riquadri rettangolari

scritti in inchiostro rosso cupo, che era stato

utilizzato per bendare la mummia di una

donna ritrovata in Egitto a

metà del XIX secolo. Oggi sono conservati soltanto alcuni riquadri che ci suggeriscono una

sorta di calendario rituale volto a prescrivere cerimonie per divinità particolari.

parallelepipedo in roccia travertina

Cippo di Perugia,

ritrovato nel 1822, che presenta su due facciate

un'iscrizione in lingua etrusca risalente al III-II secolo

a.C. Il testo contiene una sentenza relativa alle dispute di

proprietà tra le ricche famiglie dei Velthina e degli Afuna

(ha quindi carattere privato).

scoperto nel 1878 a Tarquinia

Laris Pulena,

e risalente alla seconda metà del II secolo

a.C. Anche questo sarcofago ha carattere

privato: Laris, un uomo di età matura,

dischiude con le mani un grande rotolo,

come per mostrare a chi entra nel sepolcro la

lunga iscrizione incisa; si può leggere

all'inizio la genealogia del defunto e poi si

accenna alla sua probabile attività di scrittore

di libri e alle cariche svolte da Laris nel governo di Tarquinia.

Tabula Cortonensis , manufatto in bronzo ritenuto dell'inizio

del II secolo a.C. e ritrovato a Cortona (Emilia-Romagna) nel

1992. Vi è incisa un'iscrizione in lingua etrusca, la terza più

lunga conosciuta dopo quella del Liber linteus, ma di contenuto

nebuloso (sembra facesse parte di un archivio notarile

privato). Fu più tardi rotta in 8 pezzi, di cui solo 7 sono stati

ritrovati. La perdita dell'ottavo non è tuttavia considerata seria

visto che era situato nell'estremità inferiore destra della tavola

e si ritiene contenesse solo nomi di persona. La faccia A della

tavola contiene 32 righe di testo, mentre la faccia B ne

contiene solo 8.

I Latini

Nella nostra penisola l'etrusco rimase la lingua internazionale e la lingua della scienza fino al 1700; allo

stesso modo anche il latino continuò a esistere come lingua ufficiale anche nella cultura medievale e in

quella umanistico-rinascimentale, lasciando il posto alle lingue romanze solo con il decollo

dell'Illuminismo in età post-umanistica.

Vi sono vari tipi di latino a seconda dei generi letterari trattati:

il latino come lingua popolare o lingua d'uso: è il latino di età arcaica (III-I secolo a.C.) più

• vicino al parlato, meno artificioso e più colloquiale, con regole grammaticali e stilistiche non

così ferree.

Esso si trova nella commedia con Plauto e Terenzio, sebbene fra i due vi sia una netta

differenza (Plauto usa parecchio il latino popolare ma alternandolo con neologismi che

rimandano al genere tragico, mentre Terenzio usa un latino letterariamente più elevato con

meno elementi popolari visto il suo teatro riflessivo e pacato); nell'epistolografia con Cicerone,

sebbene il suo sia uno stile sorvegliato visto che si tratta di lettere di un certo calibro destinate

alla pubblicazione; e nei graffiti di Pompei, in cui il latino è proprio quello parlato, spesso

volgare;

il latino letterario di alto livello: è il latino di età classica e di inizio principato (I secolo a.C.-

• d.C.), più costruito e formale del precedente, che si impone come lingua dotta e come un

modello da seguire.

Esso si trova nella poesia con Virgilio e Orazio, in storiografia con Cesare, Sallustio e Livio e

nell'oratoria con Cicerone. In particolare, è proprio nelle due opere intitolate Rethorica ad

Herennium e De inventione che Cicerone fa emergere la distinzione fra sermo urbanus e sermo rusticus,

rispettivamente la "lingua della città" e la "lingua della campagna": se all'inizio non vi erano

differenze, col passare del tempo il sermo urbanus finì per indicare un latino più elevato, parlato

nelle zone più ricche e colte della città e dalle persone perbene; da parte sua, il sermo rusticus finì

per indicare la lingua parlata da persone di cattivi mores, dappoco e rozze. Fra i parlanti dei due

sermones vi erano ovviamente delle differenze di pronuncia e accento, e quindi quello che rimase

inalterato fu il latino letterario di età classica insegnato nelle scuole.

I testimoni di queste differenze sono anche Giovenale (II secolo d.C.), per il quale la lingua

scritta era diversa da quella orale e la latinitas romana era diversa dagli altri extraurbani e dai

peregrini, "stranieri"; Girolamo (IV secolo d.C.), che viene ricordato per l'epistola ai Galati, in cui

il latino muta quotidianamente nei luoghi e nel tempo; e Isidoro di Siviglia (VI secolo d.C.), che

nelle sue Origines parla di quattro tipi di latino, ovvero il prisco (precedente alla letteratura), il

latino, il romano, nonché il latino di Roma, e il latino misto.

L'etrusco e il latino subiranno molte influenze provenienti dal suolo italico e dal bacino Mediterraneo,

ma sopravvivranno comunque le loro tracce nella branca dell'onomastica e della toponomastica:

frequentissima è la radice vel- in gran parte d'Italia (es. Velleia, Vellia, Velletri); i suffissi -ello/-allo e -

asco/-asca in area ligure; il suffisso -ti in area adriatica (es. Tergesti); il suffisso -etio in area centro-

meridionale (es. Aretio, *Dukètios); le particelle deittiche (es. hunc < *hom-ce), ecc.

I Reti

Secondo lo storico Tito Livio, i Reti erano un'antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali e

riconducibile a un'unica entità etnico-culturale di origine etrusca: lo storico Plinio il Vecchio, infatti, fa

derivare il loro nome dal re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate

nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini all'arrivo dei Galli. Proprio qui i Reti

sarebbero venuti in contatto con gli Etruschi, impossessandosi della loro cultura.

Il retico è una lingua non-indoeuropea estinta, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C. nei

documenti di voto e di possesso; studi recenti, come quelli dei tedeschi Kyctschmer e Rix, hanno

dimostrato alcune forti similarità con l'etrusco, se non una vera e propria derivazione (es. etr. clan →

ret. klan), e che esso, insieme all'etrusco stesso e alla lingua lemnia, appartiene alla famiglia delle lingue

tirseniche o tirreniche (dal nome Tyrrhenoi o Tyrsenoi con cui i Greci antichi chiamavano genericamente

gli Etruschi. Rix aggiunse poi che il proto-tirsenico abbia potuto esistere intorno al 1000 a.C.

I Camuni

La lingua camuna è una variante dell'alfabeto etrusco settentrionale; si tratta di una lingua estinta,

parlata nel I millennio a.C. in alcune valli delle Alpi centrali (es. Val Camonica, Valtellina) e non

decifrata. È possibile che la lingua camuna fosse correlata alla lingua retica.

I Celtici

I Celtici erano un'etnia spintasi in Italia tra il VII e il VI secolo a.C., che parlava il gallico italico, lingua

attestata in Piemonte e Lombardia in alcuni documenti del VII secolo a.C. contemporaneamente alle

prime testimonianze latine.

La tipologia delle loro iscrizioni è essenzialmente funeraria e dedicatoria (in particolare, il dedicatario è

espresso al nominativo, raramente al dativo o al genitivo in -osio, morfema presente anche nel falisco

antico).

I Veneti

Il venetico, parlato fino all'Istria compresa, è attestato in duplice alfabeto: uno di derivazione etrusca (si

tratta dell'etrusco settentrionale di Chiusi del V secolo a.C.) e l'altro di origine falsinca (da Felsini) e

quindi proveniente dall'area di Bologna. Le 750 iscrizioni risalenti al VI secolo a.C. pervenuteci hanno

come centri Padova, Este, Lagole di Calalzo nel vicentino e Adria.

Caratteri interessanti ricollegano il venetico all'etrusco per quanto riguarda la puntuazione sillabica, nel

tempo svalutatasi a favore di quella verbale, ma anche a filoni indoeuropei, come il latino, le affinità con

il quale, secondo il Prosdocimi, si possono collocare molto indietro nel tempo (a livello di proto-italico)

per la morfologia nominale e verbale: es. lat. vivus/vivos > ven. vivoi;

es. pf lat. donavisti > pf. ven. donasti (con sincope)

I Piceni

I Piceni erano un popolo italico stanziato nel I millennio a.C. nel territorio piceno, che comprendeva

grosso modo tutte le odierne Marche e la parte più settentrionale dell'Abruzzo. La loro lingua

presentava due varianti geografiche:

1. piceno meridionale o sud piceno o piceno vero e proprio con carattere umbro (Marche del Sud

e Abruzzo).

Testimonianze:

(Macerata): stele funeraria in pietra arenaria a sommità

fot. 5, stele di Loro Piceno

arrotondata dal contenuto elogiativo e dal testo molto elaborato e poco compreso;

statua monumentale in calcare, frutto di un rinvenimento

fot. 6, statua di Capestrano:

occasionale del 1934, datata tra la seconda metà del VII e la prima metà del VI secolo

a.C. E' una statua virile a grandezza naturale, funeraria e onoraria, poggiata su un

basamento e sorretta ai lati fino alle spalle da due pilastri. La figura è in piedi con le

braccia sono incrociate sul petto e sull'addome, e indossa un elmo e un cimiero ornato

di penne. L'iscrizione è sul pilastrino di destra e dice che ANINIS la fece per un certo

RAKINEVE POMP (pomp- è radice che torna in italico): essa identifica il personaggio

come Nevio Pompuledio, che aveva rango di Re e rivestiva i ruoli di capo guerriero,

sommo sacerdote e amministratore della giustizia (non a caso il ricco armamento e il

costume evidenziano l'alto rango del personaggio: l'elmo da parata, i dischi corazza sul

petto e sulla schiena, la ventriera, il cinturone, la spada lunga e il pugnale, la coppia di

lance, l'ascia e il collare);

(Teramo): stele a obelisco in

Stele di penna Sant'Andrea

calcare rinvenuta nel 1974 e datata nella prima metà del V

secolo a.C.: la parte inferiore da infiggere nel terreno è

grezza, la parte centrale è occupata dall'iscrizione e la parte

superiore presenta un bassorilievo di un volto maschile.

Sembrerebbe un'iscrizione pubblica contenente una sorta

di elogium smisurato della comunità sabina SAFINAS

TÚTAS al GENIUS, che è forse una divinità o un eroe

defunto divinizzato.

- dh- > sab. f- in posizione mediana e all'inizio di parola

lat. b(h)- in posizione mediana o

(come in questo caso)

f- all'inizio di parola

2. piceno settentrionale o nord piceno o lingua di Novilara: individua convenzionalmente un

idioma non-indoeuropeo estinto, parlato dalle popolazioni stanziate nei dintorni dell'attuale città

di Pesaro (lat. Pisaurum, che dovrebbe divenire Pisàro per il dittongo ma che, per toponomastica,

conserva una pronuncia non latinizzata con accento in prima sede al di là della tradizionale

pronuncia classica), come appunto quelle di Novilara. A dispetto del nome, non appare in

relazione con il piceno diffuso nel Sud della regione: è scritto, infatti, in un alfabeto che deriva

da quello greco arcaico occidentale. Non ci sono comunque dubbi, dal punto di vista

archeologico, che Novilara e le genti del Nord appartenessero alla civiltà picena a tutti gli effetti.

Testimonianze:

fin dal primo contatto con questa stele si ha la sensazione che,

fot. 7, stele di Novilara:

nonostante venga definita "nord picena", di piceno non ha nulla: né la forma globale, né

il tipo di raffigurazioni, né la disposizione e la direzione dell'iscrizione. La presenza dei 4

simboli in alto, spesso erroneamente scambiati per decorazioni geometriche, indica

chiaramente che riguardano una stele per propiziare una guarigione: infatti, la ruota era

l'attributo di tutte le divinità solari, l'emblema di Dionisio e soprattutto il simbolo di

Zeus-Giove; il triangolo simboleggiava la porta della vita, il principio femminile e la

fertilità; i serpenti erano il simbolo di saggezza e di rinnovamento della vita e soprattutto

di guarigione; e la doppia croce era un ulteriore simbolo di guarigione (non a caso

stemma dei moderni ordini sanitari).

L'iscrizione, presente su un solo lato, si svolge su 12 righe, è sinistrorsa, non è

bustrofedica ed è realizzata con 20 caratteri assimilabili a quelli greci, dei quali 14

comuni all'alfabeto etrusco, 3 a quello osco, 1 a quello falisco e 2 ( e ) peculiari di

Novilara.

(dal Lazio meridionale alla Campania), (Campania), (dalla Campania

Gli Ausoni gli Opici gli Enotri

meridionale alla Calabria settentrionale) (Puglia e Sicilia orientale)

e i Siculi

Le lingue di questi popoli presentano due fenomeni costanti:

1. deaspirazione e assordimento, confermati dal sanscrito, per cui la sonora aspirata indoeuropea si

deaspira e si assordisce.

Es. i.e. *aidh- > lat. aedes, "tempio, focolare", mantiene la sonora ma perde l'aspirazione.

vs

i.e. *r(e)udh- > lat. ruber, ra, um, "rosso acceso". In latino il gruppo dh > b sonora se

all'interno di parola oppure > f sorda se all'inizio di

parola.

Da ruber, ra, um il latino deriva l'aggettivo robus, a, um,

"rosso acceso" e il sostantivo robur, oris, "rovere,

quercia rossa", che in senso traslato, essendo la quercia

un albero forte e robustissimo, è passato a indicare la

forza statica (vs vis, "energia, forza vitale").

Es. Giovenale, Satira VIII, robunque iuvencum, "giovenco

rosso";

> sab. rufus, a, um, "rosso" e diminutivo rufulus, a, um, "rossiccio". In sabino il

gruppo dh > f sorda sia all'interno sia all'inizio di parola.

Es. Plauto, Pseudolus e Asinaria, per indicare i capelli dello

schiavo. Inoltre, dal cognomen romano Rufus, i, "Rufo",

proviene la designazione di rufuli, orum di quei tribuni

militari nominati non dal popolo ma dal console secondo

la legge appunto di Rutilio Rufo (Livio, Ub urbe condita

libri);

> nord ital. rutilus, a, um, "rossiccio". In nord-italico il gruppo dh > t sorda sia

all'interno sia all'inizio di parola.

Questo aggettivo ricorda i Rutili, tribù

indoeuropea menzionata spesso

nell'Eneide virgiliana. Plauto, invece,

utilizza questo aggettivo nel senso di

"rosso vivo" e connettendolo al verbo

rutilo, are, "arrossare" o "tingere di

rosso" in senso tecnico.

Spesso viene usato russus, a, um per indicare indistintamente il colore rosso, (es. Petronio,

Apuleio, ecc.).

Parimenti, in greco si ha έρυθρός per indicare qualsiasi sfumatura di rosso. Questo aggettivo

rimanda all'Eritrea, zona che si affaccia non a caso sul Mar Rosso;

2. i.e. eu > ou in territorio italico.

Nello specifico, il siculo presenta radici interessanti note all'indoeuropeo legate all'onomastica e alla

toponomastica, come γέλαν (lat. Gelo), µοίτον (lat. mutum), ουγκία (lat. uncia), κάρκαπον (lat. carcer),

λέπορις (lat. lepus), ecc.

Testimonianze:

blocco in pietra arenaria

Porta di Mendolito:

scoperto nel 1962-3, recante un'importante

iscrizione in caratteri greci ma in lingua sicula; si

tratta di una scriptio continua, graffita da destra a

sinistra sulla faccia esterna del blocco dal

significato ancora indecifrato e, a oggi, unico

reperto accertato relativo a un'iscrizione in lingua

sicula di carattere pubblico.

I Sanniti o Sabelli

I Sanniti furono un antico popolo italico stanziato nel Sannio, corrispondente agli attuali territori della

Campania settentrionale, dell'alta Puglia, del Molise e del basso Abruzzo.

Riuniti nella Lega sannitica, estesero nella prima metà del I millennio a.C. la propria area di influenza,

fino ad arrivare a comprendere i loro vicini meridionali, gli Osci, ai quali erano linguisticamente molto

affini; nel IV secolo a.C. vennero poi in contatto con la Repubblica romana e tra il 343 e il 290 a.C. le

tre guerre sannitiche sancirono la supremazia dei Romani e i Sanniti furono quindi completamente

romanizzati.

Testimonianze:

tavoletta di bronzo con maniglia in lingua osca, risalente al 250

fot. 8-9, Tavola di Agnone:

a.C. circa e ritrovata nel 1948 ad Agnone, in Molise. Le iscrizioni sulle due facce della tavola,

ben leggibili e incise profondamente, sono state scritte da mani diverse in epoche differenti e

recano la serie di divinità agresti venerate dai Sanniti. In particolare, la prima facciata tratta di un

santuario dedicato a KERRES (Cerere) in cui si svolgono cerimonie religiose per quindici

divinità (tale numero è la prova evidente che i Sanniti tendevano alla polilatria, ovvero l'adorare

più dei nello stesso luogo); nell'altra facciata, invece, viene precisato che al santuario

appartengono gli altari delle quindici divinità ed elenca, come un inventario, ciò che è di

proprietà del santuario e le persone che possono frequentarlo e che lo gestiscono.

I Falisci

"Falisci" è il nome con cui i Romani indicavano un antico popolo dell'Italia centrale; la loro città

principale era Falerii, corrispondente all'attuale Civita Castellana, a Nord di Roma. Diverse sono le

ipotesi riguardanti la loro origine: secondo alcuni si trattava di una popolazione autoctona, mentre

secondo altri si trattava di un popolo indoeuropeo affine e contemporaneo ai Latini per costumi e

lingua, a tal punto da far ritenere i loro idiomi discendenti da una stessa matrice risalente all'età del

Bronzo. Si ricordi però che, a differenza del latino, il falisco era assolutamente privo di apofonia,

fenomeno di indebolimento e chiusura progressiva della vocale breve in posizione interna diffuso fino

al III secolo a.C.: se la vocale è contenuta in una sillaba aperta essa generalmente tende a ĭ/ŭ, mentre se

è contenuta in una sillaba chiusa essa solitamente tende a ĕ/ŭ (es. căpio > lat. con|cep|tum / fal.

con|cap|tum).

Testimonianze: fodie > hodie: f rafforza graficamente h;

-

fot. 10, Tavole VI: - pipafo/pafo > bibam e carefo > carebo:

FOIED VINO PIPAFO CRA CAREFO

a. futuri con costruzione perifrastica tipica

b. FOIED VINO PAFO CRA CRE...O del latino, in quanto il suffisso b (che per

Hodie vinum bibam cras carebo una regola dell'osco-umbro > f all'inizio

Oggi berrò vino, domani starò senza o all'interno di parola) è considerato una

radice verbale di origine indoeuropea

indicante l'essere e il divenire, da tradursi

appunto con una costruzione perifrastica

del tipo "diventerò uno che berrà" e

"diventerò uno che starà senza";

- pipafo: raddoppiamento, radice *po

come poto, are.

fot. 11, Tavole IV:

• a. EKO KAISIOSIO - ego + nome del proprietario in genitivo -sio.

Io (sono il dono) di Caisio

b. EKO LARTOS - dedica falisca più tarda della precedente;

Io (sono la tazza) di Larte - ego + nome del proprietario in genitivo -os (in oscoumbro

avremmo avuto -ηις in caratteri greci visto che esso usa

l'alfabeto latino o greco a seconda delle zone.

c. SETUMUS MEON NEION FACE - Setumus > Septimus: sincope della p mediana;

Septimus me fecit - face > fēcit: perfetto ad alternanza vocalica sia

Settimo mi fece qualitativa che quantitativa (altro es. ăgo/ēgi).

I Messapi

I Messapi furono un'antica popolazione italica stanziatasi nella Messapia, territorio corrispondente

all'attuale Puglia, che le fonti antiche chiamano spesso "Iapici", "Salentini" e "Calabri".

Le prime attestazioni della civiltà messapica risalgono all'VIII secolo a.C., ma la sua origine è incerta:

probabilmente si deve a flussi migratori mai chiaramente dimostrati di origine illirica (o meno

probabilmente di origine egeo-anatolica), giunti in Puglia intorno all'IX secolo a.C. I più cospicui

ritrovamenti archeologici di periodo messapico sono avvenuti, per esempio, nelle località di Alytia

(Alezio), Ozan (Ugento), Hodrum (Otranto), Kaìlia (Ceglie), Orra (Oria), Lupiae (Lecce), ecc.: si tratta di

monete di argento e di bronzo datate a partire dal V secolo a.C. e di circa 550 iscrizioni di carattere

funerario, votivo e civile collocabili tra il VI e il I secolo a.C.

Il rapporto con la divinità

Le comunità antiche richiedono fortemente un rapporto di comunicazione col divino. Le formule fisse,

inalterate e ripetitive della preghiera sacrificale, seguite ossessivamente dai fedeli per non rendere vano il

rito di purificazione, sono:

1. l'invocazione del dio, esortandolo a essere propizio;

2. l'espiazione con l'offerta dell'animale per ristabilire il rapporto corrotto, l'enumerazione delle

colpe e il richiamo alla legge divina;

la purificazione e conseguente salvezza;

3.

4. la supplica al dio perchè conceda la sua pace.

Queste formule fisse, che permettono la comunicazione tra la comunità e l'orante, si trovano ben

descritte nelle (fot. studiate dalla studiosa Porzio

Tabulae Iguvinae o Tavole Eugubine 12-13)

Gernia. Si tratta di sette Tavole bronzee rinvenute a Gubbio (Umbria) nell'area del

Teatro Romano attorno al 1444 e acquistate nel 1456 dal comune della città.

Le prime cinque sono databili tra il 250 e il 150 a.C. e le ultime due tra il 150

e il 70 a.C., sebbene i testi riportati siano molto più antichi rispetto all'epoca

del loro trasferimento su bronzo (studioso Costa).

Sulle Tavole la preghiera, recitata daccapo per il sacrificio di ciascuno dei tre

buoi, è iscritta in lingua umbra e in alfabeto latino e umbro; esse sembrano

quasi dei "breviari" redatti a uso del collegio dei Fratres Atiedii, un gruppo

sacerdotale composto da dodici sacerdoti devoti a GIOVE GRABOVIO,

padre degli dei.

Le Tavole sono un preziosissimo documento perchè tramandano la più

antica attestazione della parola pax (PAŚE TUA): pax è l'atto con cui la

divinità concede la sua unione alla comunità soltanto dopo che essa, con la

offerta rituale, ha espiato le sue colpe. In questo senso assume una funzione essenziale FISIO, ovvero

Fiso(vio) Sancio, dio della fides e protettore della comunità, mediatore tra divino e umano nella

concessione della pax. In particolare, nella prima richiesta Giove purifica la comunità: vengono elencati

i capi militari e i messi, non viene tralasciato niente di ciò che riguarda la comunità e infine si supplica

per la pace divina. Nella seconda richiesta, invece, Giove salva la comunità: si richiede la salvezza, non

vi è alcun pericolo per la comunità e si torna puntualmente al cuore della richiesta (le sezioni si

richiamano specularmente).

- totaper > per tota, postposizione della preposizione; tota si riferisce a tutta la comunità (persone, animali

e terra)

- 'futu > esto

- fos > favens, accompagna l'invocazione quasi in maniera superflua

- pacer > propitius, indicante la benevolenza verso l'orante; accompagna l'invocazione quasi in maniera

superflua

- frite > fretus + ablativo

- pihaclu > piaculum, cft. verbo pio, are, "sacrificare" e aggettivo pius, "conforme alla religione"

- perscler > prex, con rimando a un concetto più pieno di preghiera perché essa è istituzionalizzata e la

liturgia non è occasionale

- vas > vitium

- medos > lex

- saluo seritu > cft. preghiera di Catone

- ocar > arcaico ocris > arx

- saluo > salvus, servo, are

La religione della comunità Iguvina è così strutturata:

mondo divino celeste (contrassegnato da una linea tratteggiata):

• - semicerchio rituale superiore, che rappresenta la potenza assoluta del divino:

1. Giove Grabovio, padre degli dei (dx);

2. Marte Grabovio, potenza guerriera (alto);

3. Vofiono Grabovio, forza vitale che anima uomini, animali e piante (sx).

L'unità della triade è segnata dal comune epiteto e dal fatto che non esistono differenze

nelle modalità del rito e nel tipo di vittime (buoi maturi);

- semicerchio rituale superiore, ma inferiore al precedente:

1. Trebo, dio dell'insediamento urbano (trabs, "trave") (dx);

2. Fiso(vio) Sancio, dio della fides e protettore della comunità, mediatore tra divino e umano

nella concessione della pax. A lui è dedicata l'ocar, la rocca sacra (alto);

3. Tefro, dio del calore che mantiene la vita (tepor, "calore") (sx);

mondo divino della terra con lo scopo di alimentare, proteggere e difendere (contrassegnato da

• una linea continua):

1. Torsa, divinità femminile (dx);

2. Prestota, divinità femminile (basso);

3. Serfo, divinità maschile (sx).

Ma non esiste una netta separazione tra Cielo e Terra; le due dimensioni sono unite, unità indicata

dal cerchio finale.

Liber de agri cultura

Catone il Censore,

Il Liber de agri cultura è un'opera di Catone il Censore, composta probabilmente attorno al 160 a.C. Si

tratta della prima opera in prosa della storia della letteratura latina interamente pervenuta.

Nel passo proemiale l'autore afferma la superiorità dell'agricoltura sul piano sociale, morale, educativo e

del profitto economico rispetto alle altre attività che pure procurano guadagni, quali la mercatura e

l'usura. Catone afferma, dunque, il modello del vir bonus colendi peritus, ovvero il prototipo dell'uomo

onesto ed esperto coltivatore, vero civis Romanus e buon soldato dedito alla comunità e alla patria.

Dopo la praefatio, l'opera assume l'aspetto di una guida per il pater familias-proprietario agricolo: essa,

infatti, è costituita da una serie di consigli, prescrizioni e indicazioni giustapposti; Catone, per esempio,

suggerisce come disporre le piantagioni, indica gli obblighi della servitù e dei fattori, illustra le tecniche

agricole e i procedimenti di lavorazione, ecc., inserendo nell'opera anche ricette di cucina e formule

religiose rituali (un esempio di preghiera è proprio nelle fot. 14-15-16-17).

Si tratta di una preghiera caratterizzata da un linguaggio di carattere sia religioso che giuridico,

soprattutto per la sua forte prescrittività (come e cosa fare), per la prevalenza dell'elemento negativo e

per la ricorrenza di sintagmi e forme connotanti come l'uso degli imperativi di comando; il testo, ricco

di arcaismi, è diviso in kola dislocati in base al senso e all'andamento ritmico: vi sono anafore,

allitterazioni, assonanze, omoteleuti, chiasmi, ripetizioni e l'uso di sinonimi.

1. praefatio contenente l'invocatio con il vino a Giano, dio delle porte e dei passaggi che presiedeva a tutti

gli inizi e in particolare a quello dell'anno, e a Giove, divinità più alta in quanto re degli dei e degli

uomini:

- impera: forse con questo imperatore Catone si rivolge a Manio, menzionato poco sotto, o più

probabilmente a un anonimo qualunque in forma quasi impersonale


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26

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2.12 MB

AUTORE

Tonnina

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Nosarti Lorenzo.

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