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Storia della lingua latina: storia ed evoluzione del latino

Il proto-indoeuropeo

Il proto-indoeuropeo, indicato comunemente come indoeuropeo, è la proto-lingua che, secondo la linguistica comparativa, risale al V millennio a.C. e che costituisce l'origine comune delle lingue indoeuropee. L'indoeuropeo, infatti, non esiste come lingua attestata, ma è solo un tentativo di ricostruzione basato su raffronti fra le sue lingue-figlie non-linguistici e linguistici (es. sulla base delle radici dei vocaboli), sebbene sia comunque difficile basarsi su di esse vista la loro appartenenza ai periodi più disparati; al più se ne possono rintracciare le radici.

La famiglia linguistica indoeuropea comprende la maggior parte delle lingue d'Europa vive ed estinte e quindi abbraccia il territorio che va dalla Germania orientale alle zone attorno al Mar Nero e al Mar Caspio fino al subcontinente indiano. Abbiamo così, in ordine alfabetico:

  • Il gruppo anatolico: es. ittito/a, decifrato nel 1915 ma oggi estinto. Le prime attestazioni certe di indoeuropeo risalgono al 1750 a.C. circa proprio con un documento ittita, ovvero l'editto di Anitta: si tratta di un testo antichissimo, in cui vengono descritte le guerre del re ittita Anitta del regno Kussar con i regni ittiti vicini, che alla fine egli vince;
  • Il gruppo armeno;
  • Il gruppo balcanico;
  • Il gruppo baltico;
  • Il gruppo celtico;
  • Il gruppo germanico: es. gotico, conosciuto attraverso una parte di Bibbia tradotta dal sacerdote Ulfila ma oggi estinto;
  • Il gruppo greco: es. greco, attestato per la prima volta con le tavolette di epoca micenea (1500-1300 a.C.) ritrovate a Creta, Festo, Micene e Cnosso e poi, caduta la civiltà micenea, nel VII secolo a.C. coi poemi omerici;
  • Il gruppo indiano o indoario: es. sanscrito classico, tipico dei poemi epici degli Indiani, codificato nel IV secolo a.C. dal grammatico indiano Panini ma oggi estinto;
  • Il gruppo iranico: es. avestico o persiano antico;
  • Il gruppo italico o osco-umbro: es. sabino, italico e venetico, parlato dagli antichi veneti e studiato dal Prosdocimi, allievo padovano del Devoto, entrambe soppiantate dal latino;
  • Il gruppo slavo: es. bulgaro, la cui fase antica è servita a Cirillo e Metodio nella cristianizzazione dei popoli slavi ortodossi e nella realizzazione di un nuovo alfabeto, il cirillico o glagolitico, con base greca;
  • Il gruppo tocario.

Invece, le cinque aree linguistiche non-indoeuropee in cui si divide il bacino del Mediterraneo sono:

  • L'area dell'Africa settentrionale;
  • L'area ispanica e basca;
  • L'area ligure (anche oltre le Alpi);
  • L'area tirrenica (area etrusca "isolata");
  • L'area adriatica.

Gli studi

I primi linguisti, ovvero i neogrammatici ottocenteschi, avevano indicato nella Russia meridionale il centro linguistico da cui partì un'irradiazione a Ovest e a Sud, ma l'incontro con altre scienze fece venir meno tale ipotesi in favore di una dinamicità: nel neolitico (dalla fine del VII millennio al 3500 a.C.), quando i popoli indoeuropei intrapresero l'agricoltura e l'allevamento utilizzando nuovi strumenti (es. asce) e nuove tecniche di sepoltura (es. arredo con strumenti in selce), iniziarono a farsi strada nuove realtà e nuovi filoni indoeuropei e ci furono varie fasi cronologiche:

  • L'età del Rame (3600-2200 a.C. circa), con la comparsa dell'aratro;
  • L'età del Bronzo (2200-1000 a.C.), con le fondazioni su palafitte fino al XIII secolo a.C. (guerra di Troia);
  • L'età del Ferro (X millennio a.C.), con la venuta in Italia della popolazione indoeuropea.

In particolare:

  • Mallory (1889) corresse il quadro statico e unitario di Schrader (1883): secondo lo studioso inglese, gli indoeuropei migrarono dall'Asia centrale verso sud-ovest; perciò la culla della civiltà neolitica può porsi nei Balcani e nel bacino del Danubio nella seconda parte del VII millennio a.C.
  • Meillet (1933) studiò le società arcaiche in relazione alla lingua e scrisse un buonissimo dizionario etimologico della lingua latina, seppur vecchissimo; esso contiene una definizione ormai oltrepassata delle origini del latino e del gruppo osco-umbro. In particolare, egli credeva che in una fase antica le lingue italiche e celtiche fossero fuse nell'italo-celtico, per poi separarsi in lingue celtiche e italico comune, differenziato a sua volta in latino e osco-umbro; superata questa teoria, oggi invece si crede che lingue celtiche, latino e osco-umbro derivino autonomamente dall'indoeuropeo;
  • Martinet analizzò la periodizzazione e la cronologia degli indoeuropei tenendo conto delle migrazioni e dei contatti tra i popoli;
  • Il linguista e glottologo Devoto (1944) parlò di "polverizzazione di nuclei" che, coagulati, darebbero vita in Italia a delle lingue storiche. Nello specifico, egli prestò particolare attenzione all'italico, definendo proto-italiche tutte quelle parlate di tipo indoeuropeo presenti nella penisola italiana e facendolo corrispondere all'osco-umbro, che ha linguisticamente molte differenze rispetto al latino, sebbene entrambi indoeuropei; egli analizzò se queste convergenze e divergenze erano antiche o recenti: se le convergenze fossero antiche e le divergenze recenti ci sarebbe stata un'unitarietà in origine; invece egli propende più per l'ipotesi che le convergenze siano nate per una sorta di contiguità areale;
  • Prosdocimi (1991): dall'asse centrale alla Sicilia ci sono filoni che si sono diversificati a partire da elementi comuni con evoluzioni indipendenti e autonome.

La civiltà del Ferro nella fase finale dell'età del Bronzo si notano culture differenziate a livello organizzativo e linguistico; nella fase proto-villanoviana (XII-X secolo a.C.) tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro la civiltà proto-urbana diviene urbana.

Riguardo al lessico religioso esistono anche termini senza corrispettivo latino; per esempio Ennio riprende: meddis (consul circa) Maro è termine umbro, dove il maru era un funzionario di rango elevato. Gli elementi comuni risalgono ai secoli VII-V a.C., ma probabilmente sono sorti molto prima: gli studiosi della fascia centro-appenninica ipotizzano come periodo il XVI-XI secolo a.C. I tratti comuni salienti della koinè nella redazione dei testi si ritrovano:

  • Nella testualità costante: oggetti parlanti che si rivolgono in prima persona al destinatario con espressioni del tipo "io sono fatto da…", "io appartengo a…", nonostante cambi il codice di comunicazione;
  • Nell'uso di strutture simili e prestiti lessicali;
  • Nell'adeguamento del sistema onomastico;
  • Nell'interazione a livello compositivo, linguistico e lessicale;
  • Nell'intenzione del committente o del redattore del testo di esprimersi in un linguaggio alto, sorvegliato, curato formalmente e destinato alla diffusione.

Lo studioso tedesco Rix ha ipotizzato che gli spostamenti della popolazione indoeuropea nella preistoria hanno dato origine a fenomeni di adstrato, per cui elementi linguistici differenti si affiancavano all'elemento linguistico principale. La sua ipotesi vede tre ondate:

  • La prima copre l'area del nord-Italia: ha come protagonisti i veneti e si colloca nel III millennio a.C., sebbene la teoria tradizionale faccia riferimento a un'epoca più tarda, ovvero al II millennio a.C. → origine del venetico;
  • La seconda copre l'area tirrenica: è imprecisa dal punto di vista cronologico e ha come protagoniste le popolazioni umbro-sabelliche, che si stanziarono lungo il Tevere e la costa tirrenica, per poi espandersi verso l'appennino centro-meridionale → origine del proto-sabellico;
  • La terza copre l'area adriatica: si colloca nel V secolo a.C. e ha come protagonista il cosiddetto versacrum, ovvero la "primavera sacra", che prevede i movimenti dei giovani sud-Piceni verso est, i Sabini del sud Piceno verso sud, i Volsi ed Equi verso il Lazio, e i Sanniti verso la Lucania e la Campania → rivolgimenti e conseguente cambiamento dell'assetto strutturale precedente.

Le iscrizioni e la dialettologia

Lo studioso tedesco Meiser considera le iscrizioni -soprattutto etrusche- come delle testimonianze della tradizione indiretta; per lui importante è la dialettologia: es. a Piove di Sacco "forbice" si dice forfe', vocabolo di struttura non latina in cui la fricativa "f" in seconda sede indica la provenienza italica; il suffisso finale scempio o geminato in -na (es. Verona, Ravenna, Tortona) è di tipo etrusco, così come quello in -ello/-allo (es. Rapallo) denota la provenienza ligure.

Inoltre, per Meiser importante è la ricostruzione interna, nonché un quadro comparativo tra le lingue di una determinata area attraverso 4 elementi:

  • La monottongazione, per cui i dittonghi si chiudono in un'unica vocale lunga; quindi: ae > ī, au > ū, ou (< eu) > ū;
  • Il rotacismo, per cui la spirante sorda "s" in posizione intervocalica prima si è sonorizzata e poi è passata a "r". Si ricordi che la "s" intervocalica presente nelle parole del latino classico o è il risultato della semplificazione del nesso -ss (es. caussa > causa) o si trova in termini di origine non latina (es. rosa, parola non-indoeuropea ma mediterranea, presa in prestito e poi divenuta d'uso comune; di fronte a lingue non-indoeuropee, l'indoeuropeo cercava di segnare le differenze in modo approssimativo, e quindi la "s" intervocalica di rosa non è uguale alle "s" intervocaliche di altre parole);
  • La palatalizzazione, per cui le consonanti velari [k] e [g] si trasformano in consonanti palatali davanti a [i] e [e] in tutte le lingue neo-latine, dando luogo a esiti vari (es. lat. cervum = it. cervo, romeno, cerb);
  • I fonemi finali sono morfemi, in quanto portatori di un significato proprio e ben preciso; essi si flettono, dando origine ai diversi casi.

Mette in discussione queste teorie lo studioso italiano Peroni, secondo il quale i progenitori di ceppo etrusco, latino e umbro-sabellico sarebbero vissuti a contatto gli uni con gli altri già a partire dall'Età del Bronzo, ovvero già dal XVI-XV secolo a.C. Inoltre, in quel periodo e anche nell'Età del Ferro il panorama era omogeneo da Nord a Sud: assimilate erano le culture del Nord Italia e dell'Italia adriatica e uniformi erano le tecniche materiali dell'area etrusco-laziale e dell'area che va dalla Puglia alla Basilicata e all'attuale Calabria (es. tombe a fossa).

Lingue a corpus integro e frammentario

Ma vi sono realtà differenti tra lingue a corpus integro, per le quale si ha ovviamente un quadro più completo, e quelle a corpus frammentario, il che può dipendere dall'uso della scrittura, dai materiali, dall'incidenza delle popolazione, ecc. Ma anche una lingua a corpus integro può presentare momenti in cui sono rare le incidenze, assumendo paradossalmente caratteristiche vicine alle lingua a corpus frammentario.

Il testo

  1. Interpretazione. Un testo può essere interpretato con metodi diversi:
    • Combinatorio o di ricostruzione interna: si applica quando un testo non si riconduce a una famiglia linguistica determinata a prescindere, ma solo osservandone la forma e quindi i dati interni. Per esempio, nel cinese la funzione grammaticale è espressa dalle radici delle parole senza suffissi; lingue come l'etrusco e il turco affiancano suffissi e desinenze (per questo dette "agglutinanti"); le lingue flessive come il greco e il latino hanno i morfemi che si flettono dando origine ai casi, ecc. L'ittita venne decifrato dal semitista Hrozny nel 1917 proprio con il metodo combinatorio;
    • Comparativo: si applica quando l'appartenenza a un gruppo linguistico è abbastanza sicuro;
    • Bilinguistico: si applica quando si è in presenza di testi di vario contenuto ma scritti formalmente in maniera analoga.
  2. Strategia comunicativa. Nel caso delle iscrizioni, l'intento era solitamente quello di tramandare la memoria di un evento storico, di un personaggio o di un atto, di comunicare quindi un messaggio o un qualche semplice elemento informativo a un pubblico il più vasto possibile e per il maggior tempo possibile. Esse potevano essere incise sulle lapidi; o sui frammenti di terracotta usati per annotare conti o altri appunti di natura privata; o sulle facciate interne delle tavolette cerate di legno o d'avorio contenenti documenti privati e utilizzate come blocchetto di appunti o di atti privati quali vendite, prestiti e affitti; o su lamine di metallo usate per i diplomi militari di congedo e di concessione della cittadinanza romana; o su lamine di piombo utilizzate per le cosiddette tabellae defixiones o tabellae defixionum, ovvero testi di contenuto magico contenenti maledizioni agonistiche o amorose o politiche o giudiziarie, infilate nella tomba del defunto come malocchio, affinché potessero giungere agli dei degli Inferi dai quali ci si aspettava la realizzazione delle richieste formulate.
  3. Esame degli errori. Serve per capire l'estraneità della lingua, prendendo in considerazione però anche la competenza di chi lo rappresenta (es. poeta, artigiano, incisore). Spesso si è condizionati dell'area di provenienza, per cui vi può essere:
    • Il raddoppiamento delle vocali, estraneo all'etrusco ma tipico dell'osco (es. Accio sostituisce la ā con due "a" appartenenti allo stesso grafema su influsso dell'osco);
    • Uso di pequnia per pecunia;
    • Uso di Marses per Martes con anticipazione del morfema finale;
    • Uso di latinnas per latinas su influsso dell'osco abituato al raddoppiamento fonetico;
    • Uso del nesso -nn- < -nd- su influsso dell'osco per assimilazione progressiva, per cui la seconda consonante "d" si assimila alla prima (es. operannam < operandam).
  4. Tecniche di scrittura. Possono essere a impressione, a sopradipintura e a incisione su pietra. L'andamento della scrittura, soprattutto di quella delle iscrizioni, è bustrofedico: si tratta, cioè, di una scrittura che non ha una direzione "fissa" ma procede in un senso fino al margine scrittorio e prosegue poi a ritroso nel senso opposto, con un andamento che ricorda quello dei solchi tracciati dall'aratro in un campo (l'etimologia della parola ricorda, infatti, l'andamento di un bue durante l'aratura). Una sua caratteristica è quella di βουστροφηιν ruotare anche la forma delle lettere, che hanno quindi forme speculari a seconda che il senso proceda da destra (destrorso) verso sinistra o viceversa (sinistrorso). Col tempo ogni scrittura ha avuto la tendenza a fissare un unico senso della scrittura ed un'unica forma delle lettere. Un altro elemento è la presenza di punti (uno, due o tre), che indica o la divisione delle parole o le sillabe fuori dalla norma sillabica canonica (si ricordi che il V secolo elimina la punteggiatura sillabica in favore della puntazione verbale).

Gli Etruschi

La principale lingua non-indoeuropea presente nella penisola è l'etrusco, che tipologicamente è una lingua agglutinante (come il turco), nonché una lingua in cui le parole sono costituite dall'unione di più morfemi (es. radice sempre identica, a cui vengono aggiunti prefissi o suffissi per esprimere categorie grammaticali diverse, come genere, numero, caso o tempo verbale). Attestata tra il IX secolo a.C. e il I secolo d.C., la lingua etrusca inizialmente si diffuse nell'Etruria propriamente detta, quindi nell'Alto Lazio e in Toscana, e successivamente si affermò in un'area più vasta comprendente parte della Pianura Padana e della Campania. Essa varia in base alle diverse realtà areali e quindi vi sono differenze tra quella del Nord e quella del Sud.

Le iscrizioni etrusche si possono dividere in due periodi: quello arcaico di VII-V secolo a.C. e quello recente di IV-I secolo a.C. Due, infatti, sono le fasi dell'etrusco:

  1. Fascia cronologica alta: fa considerare gli Etruschi provenienti dal Lazio e ciò è comprovato dagli ultimi tre re di Roma di origine appunto etrusca, ovvero Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo;
  2. Fascia cronologica bassa con caduta dei Tarquini nel 509 a.C.: reazione antietrusca con il sopravvento dell'elemento sabino (Aventino), dialetto orale del gruppo osco-umbro, e della componente nord-italica, di oscura e difficile identificazione (il Devoto faceva riferimento al Venetico, nonché alla lingua dei Paleoveneti). Dopo l'età regia la sorda etrusca "p" viene sonorizzata nella corrispettiva "b" (es. Puplius > Publius, poplicos > publicus) e i termini in -issa e -na (es. taberna) hanno ancora ovviamente ascendenza etrusca (si ricordi che l'etrusco ha solo sorde).

Testimonianze: iscrizione sulla stele funeraria in pietra di Lemno, arenaria dedicata a un guerriero foggese del VI secolo, scoperta nel 1885 nel muro di una chiesa nei pressi di Kaminia, un villaggio dell'isola di Lemno nell'Egeo del Nord, e ora esposta al Museo archeologico di Atene. Il suo ritrovamento dimostra inequivocabilmente l'origine orientale degli Etruschi, concordemente affermata dagli antichi scrittori.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Nosarti Lorenzo.
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