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I quotidiani locali in Italia

Excursus storico sulla stampa italiana

Questo è il nostro viaggio nei quotidiani locali in Italia con un excursus storico sulla stampa italiana. Il punto d’inizio è nell’Italia del quindicesimo secolo, esattamente nel 1468.

Il contesto

Mancano 24 anni alla scoperta dell’America. Quattordici anni fa, nel 1454, gli Stati italiani hanno messo una pietra sopra alle loro decennali rivalità e hanno firmato la Pace di Lodi, con cui hanno accettato di vivere in equilibrio. Quali sono gli Stati italiani dell’epoca? Partendo da nord-ovest, il Ducato di Savoia, la Repubblica marinara di Genova, il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia che è una grande potenza europea, i domini degli Estensi di Ferrara, le Repubbliche di Firenze e di Siena, lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli. A Milano c’è la Signoria degli Sforza, con Galeazzo Maria Sforza.

In Italia la pace tra i principi favorisce il fiorire del Rinascimento, che investe tutti i campi del sapere, della cultura, dell’arte. L’espressione chiave è Il Principio di Equilibrio. Padova è stata la più pronta ad accogliere e sviluppare il nuovo verbo. Poi esplode Mantova con i Gonzaga. E che dire di Firenze.

Anche in Europa il clima è favorevole. Quindici anni fa, nel 1453, è finita la Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra. Quattro anni fa, nel 1464, il principe di Mosca Ivan III si è proclamato zar di tutte le Russie. Nella penisola iberica, Isabella di Castiglia ha sposato Ferdinando d’Aragona e ha posto le basi della fondazione del primo grande Stato nazionale dell’età moderna, la Spagna. Al centro del continente c’è l’Impero Romano Germanico. L’unica minaccia all’Europa giunge da est, con l’impero ottomano. Il sultano Mehmed II nel 1453 ha conquistato Costantinopoli.

Eccoci dunque al 1468. È morto il nobile patrizio Johannes Gensfleische zum Gutenberg, di Magonza, in Germania, che un paio di decenni prima ha inventato la stampa. La sua morte è avvolta nel mistero. Le sue spoglie sono andate disperse. La sua dimora, il palazzo dei Gutenberg, è stato distrutto. In realtà egli, che conosciamo più attraverso le cronache e le leggende delle liti giudiziarie con soci imprenditori e donne, ha fuso tecniche già conosciute e perfezionato la sintesi tecnica consistente nella composizione di una pagina con caratteri mobili indipendenti.

L’officina Fust e Schoffer nel 1456 ha stampato il primo libro, “La Bibbia di 42 righe”. Passerà alla storia come la Bibbia di Gutenberg. Prima ancora della morte dell’inventore, la stampa si diffonde rapidissimamente in tutta Europa. L’Italia, culla dell’Umanesimo e della Rinascenza, è il primo paese straniero che ospita il piccolo esercito di avventurosi stampatori venuto dalla Germania. Le ricche città sono notevolmente aperte alle novità e pullulano di imprenditori e officine dotate delle strutture adatte per consentire lo sviluppo su scala industriale della stampa.

Due artigiani tedeschi, Sweynheym e Pannartz, che forse avevano imparato l’arte proprio nelle stamperie di Magonza, scelgono Subiaco, località laziale a 70 chilometri da Roma, per introdurre la stampa in Italia. A Subiaco ci sono due fiorentissimi monasteri benedettini, che da qualche anno – vi ricordo che siamo nel 1468 – per arginare la decadenza morale e fisica delle due istituzioni reclutano monaci dal resto d’Europa. I tedeschi sono diventati i più numerosi, e i monaci di Magonza, Francoforte, Norimberga e Monaco sono i più colti, i più cosmopoliti, i più assetati di nuovo.

Il mondo del giornalismo, soprattutto quello locale, provinciale, regionale italiano è ancora in una larga misura prima di tutto emozione, mito, trasporto. Non sopravvalutate il ruolo della tecnologia. Dagli Stati Uniti ci separano non soltanto un oceano, ma una cultura. Non saremo mai americani. Siamo fratelli degli americani, ma siamo noi. Lo spirito di Gutenberg. Gutenberg. Non Negroponte, non Bill Gates, non i guru dei nuovi media della East o West Coast. Il giornalismo di casa nostra si nutre di storie, di sentimenti, di passione, di volti. È lo sguardo sulla porta accanto. Un po’ bon ton e un po’ voyeurismo.

Il Seicento

È opinione comune che la prima gazzetta italiana sia uscita a Firenze nel 1636 con il marchio della stamperia Amadore Massi e Lorenzo Landi. Ma non se n’è trovata traccia. I primi fogli documentati compaiono a Genova, nel 1639, poi tra il 1640 e il 1681 Roma, Bologna, Milano, Torino, Modena, Napoli. Fino al 1645 semplici raccolte di notizie senza un titolo preciso, a differenza dei periodici sorti un trentennio prima ad Anversa, Amsterdam, Vienna e Londra.

Il primo giornale periodico italiano stampato con carattere di maggior continuità compare a Genova nel maggio 1642, con ragguagli da ogni parte d’Europa e annunci sull’attività marittima e mercantile. Un personaggio genovese spicca in quegli anni. È Luca Assarino, con la sua gazzetta “Il Sincero” che esce per un trentennio e ha già un’intonazione giornalistica moderna, in linea con gli umori del Senato genovese ma anche attenta alle manovre diplomatiche dei Savoia di Torino e del cardinale Mazzarino alla corte francese.

Dalla metà del Seicento giornali e gazzette finiscono col diventare uno dei mezzi della politica culturale del principe, di organizzazione di un clima di consenso al governo assoluto e personale. In tal senso emblematica è la vicenda del giornale “I Successi del Mondo”, comparso a Torino nel febbraio 1645, diretta da Pietro Socini, un ecclesiastico di secondo piano. Nel quadro dei diversi mutamenti d’umore della corte sabauda, la gazzetta torinese occupa fin dall’inizio un posto ben preciso, per l’opera di stretto fiancheggiamento ai disegni di egemonia francese in Italia.

Il lavoro di un cronista del Seicento è complesso e difficile. Di norma lavora senza l’aiuto di altri redattori: deve da solo, o con l’assistenza di un semplice aiutante, star dietro ai corrieri che arrivano e ripartono in gran fretta, raccogliere le notizie, cercare di controllarle attraverso persone di fiducia, redigerle, dare il lavoro alla tipografia, correggere le bozze, passarle ai censori, sovrintendere all’impaginazione. Nei suoi compiti rientrano anche l’amministrazione e la vendita del giornale.

L’Ancien Regime (1688-1788)

Nell’età dell’Ancien Regime, dal 1668 al 1789, l’anno d’inizio della Rivoluzione Francese, l’esperienza giornalistica principale è quella del “Giornale de’ letterati” di Roma, creato da de Sallo con lo pseudonimo di Hédouville. L’oggetto dell’interesse è il libro, la recensione. Siamo nell’Italia della controriforma, con lo Stato della Chiesa. Ci sono gli Stati regionali, come il Piemonte e la Toscana, che tendono a riprendere gli schemi politici degli Stati assoluti europei, Francia e Spagna. C’è la presenza della Spagna in Lombardia e a Napoli. E ci sono gli Stati cittadini, Venezia e Lucca.

Le gazzette rispondono allo stesso pubblico di quelle francesi ed europee, cioè funzionari, diplomatici, uomini di corte e in seconda istanza mercanti e uomini d’affari in genere. Il modello, il faro, è Parigi: la Francia assolutistica di Luigi XIV, il Re Sole, al cui servizio c’è un corredo di gazzette, che organizzano la cultura delle grandi accademie. Il “Giornale dei letterati” è una libera traduzione dal francese, non è il frutto di un solo redattore, ma si presenta come il prodotto di una redazione già abbastanza articolata. Tra i primi redattori compare l’abate Francesco Nazari (nato a Bergamo nel 1634).

Il “Giornale dei letterati” romano produce una serie di imitazioni in tutta Italia. Per esempio a Parma il monaco benedettino Benedetto Bacchini nel 1686 comincia a stendere il “Giornale dei letterati” di Parma, organo di un genere letterario in piena espansione e fondamentale per l’organizzazione di una cultura più moderna, che punta al rinnovamento della storia civile, alla scoperta erudita del Medioevo politico e cristiano e di una religiosità nuova. L’ultimo numero esce nel 1693.

Una nuova fase si apre nel 1710 con la nascita del “Giornale dei letterati d’Italia” a Venezia. L’antica repubblica veneta aveva mostrato un precoce interesse per il nuovo genere insieme letterario ed imprenditoriale. La repubblica raccoglie una popolazione di poco meno di due milioni di abitanti che si concentra a Brescia, Bergamo, Crema e nelle città venete, del Friuli e dell’Istria. Poi c’è Venezia che nel 1696 ha circa 138 mila abitanti. Si tratta di un notevole mercato per un giornale. Tutti i poteri sono concentrati in seimila patrizi, che costituiscono un’aristocrazia chiusa, che ha spostato i propri investimenti dal commercio alla terra, vive di rendita e usa l’egemonia culturale per difendere i propri privilegi.

Il “Giornale dei letterati d’Italia” ha una rete di distribuzione non solo nella Repubblica veneta ma in tutta Italia. Una delle firme è Ludovico Antonio Muratori, autore dell’opera “Primi disegni della repubblica letteraria”, che rappresenta un tentativo di riorganizzazione della cultura, di dialogo tra dotti, di progetti collettivi di ricerca che postulano la pace tra i piccoli Stati della penisola. Scipione Maffei, Antonio Vallisnieri e Apostolo Zeno sono gli animatori del “Giornale dei letterati d’Italia”. Si incontrano a Padova, dove opera Marcello Malpighi, professore di medicina pratica, uno dei protagonisti del dibattito sulla generazione dell’uomo e degli animali.

La fase successiva della storia della stampa vede il centro propulsivo spostarsi da Venezia a Firenze. Siamo poco dopo il 1740. La Toscana ha esaurito l’esperienza repubblicana della famiglia Medici e si sposta nell’area gravitazionale degli Asburgo. Qui nascono le “Novelle letterarie”, in un terreno fecondo caratterizzato da istituzioni come l’Accademia della Crusca, che ambiscono a promuovere l’unità nazionale linguistica, ed dall’Università di Pisa. L’ambiente politico è quello del governo fiorentino di Pietro Leopoldo. La figura di maggior prestigio è Giovanni Lami, intellettuale che gira l’Italia e l’Europa, studia dai Gesuiti, poi all’Università di Pisa dove si laurea in legge. Lami porta nelle “Novelle Letterarie” le sue varie competenze: erudizione sacra e profana, storia ecclesiastica, filosofia, antiquaria. È antigesuita, agostiniano, rigorista e nemico della Scolastica.

L’ultimo quarantennio del diciottesimo secolo

L’ultimo quarantennio del diciottesimo secolo è caratterizzato dalle riforme illuministiche a Milano, a Firenze, a Napoli. Il letterato cosmopolita con il libro al centro dei suoi interessi, protagonista in un’età ancora legata alla Controriforma, come quella della prima metà del Settecento, non è più il ceto leader sviluppo sociale. Si afferma un pubblico nuovo, fatto di professionisti e artigiani, che affianca i letterati tradizionali. Per questo ceto medio che si emancipa dalla Chiesa contano più gli spettacoli, le mode, i dibattiti intorno alle arti meno individuali e più capaci di comunicare emozioni, immagini e problemi. Questo pubblico chiede giornali nuovi. Il modello è l’inglese “Spectator”, che si rivolge a una società borghese, che officia i suoi riti nei salotti e nelle coffee house.

Il primo a cogliere queste esigenze in Italia è Gaspare Gozzi, nato nel 1713, che cresce nell’ambiente della Repubblica veneta. Per lo stampatore Marcuzzi redige i 104 numeri della “Gazzetta veneta”, che adatta a un pubblico veneziano il modello dello “Spectator”. Essa riporta avvisi, anche a pagamento, su aste e prestazioni professionali, notizie su truffatori, mercanti disonesti, imbroglioni. Accanto a queste figure, che rivivono con la penna del Gozzi in gallerie di ritratti delicati, c’è la cronaca diretta, ironica, pettegola, innocente. La “Gazzetta” comincia a uscire il 6 febbraio 1670: un bisettimanale che esce il mercoledì e il sabato.

Accanto a Gaspare Gozzi si afferma la figura di Giuseppe Baretti, che dal 10 settembre 1763 pubblica il quindicinale “La Frusta letteraria”. Si tratta del secondo importante tentativo di adattare all’Italia il modello inglese dello “Spectator”. Baretti si rivolge non al letterato professionale ma all’uomo colto della società civile, attento agli stimoli della nuova cultura e letteratura dell’età delle riforme illuministiche. Egli prende le distanze dalle “Novelle letterarie” del Lami, taglia via due interessi essenziali per la rivista fiorentina: l’erudizione sacra e profana e la teologia. Ed è critico nei confronti del montante Illuminismo. Uno dei bersagli critici di Giuseppe Baretti è Pietro Verri, una delle figure fondamentali della storia della stampa, della letteratura e della cultura italiana del Settecento.

Chi non ha sentito parlare del “Caffè” a Milano? Pietro Verri è figlio primogenito di Gabriele, uno dei senatori e giuristi milanesi. Il figlio Pietro rifiuta però la cultura paterna, cioè il formalismo e tradizionalismo delle discipline legali e prende a frequentare i salotti milanesi degli Imbonati, di Serbelloni, dove incontra l’amore e la cultura cosmopolita di cui è affamato. Verri diventa interlocutore del primo ministro dell’Austria, Firmian, per un progetto di riforma fiscale. È il preludio all’interesse fondamentale della sua vita, l’economia politica. Attorno a Verri ci sono il fratello minore Alessandro, Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Visconti, Rinaldo Carli. Gli incontri a casa Verri sono così tumultuosi che danno origine all’Accademia dei Pugni. L’idea di ricavarne un giornale si impone.

Nasce così, riprendendo ancora una volta il modello dello “Spectator”, “Il Caffè”, che è indubbiamente il più significativo giornale illuministico italiano, opera di un gruppo di giovani che hanno un ruolo significativo della cultura politica ed economica del proprio tempo, emblema della nuova borghesia milanese, “Il Caffè” è uno strumento di lotta, molto più vicino delle precedenti esperienze al periodico moderno. Lotta anche all’interno della redazione, dove Pietro Verri è il più impegnato sui temi politici e delle riforme. Economia e scienze diventano temi di confronto acceso. Dura è la polemica con l’Accademia fiorentina della Crusca e la cultura pedante. Dal gruppo del “Caffè” viene fuori l’opera “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, uno dei capolavori dell’Illuminismo. Le pagine del “Caffè” respirano di Montesquieu, Voltaire, Diderot e dell’“Encyclopédie”.

Un’ultima voce, non meno significativa, conclude la storia del diverso riferimento italiano al modello giornalistico dello “Spectator” inglese, quella di Carlo Denina e del suo “Parlamento ottaviano”, che esce dopo il 1762. Frutto della scuola piemontese rinnovata da Amedeo II, da voce alla tradizione ortodossa dal punto di vista religioso presente a Torino, ma anche ai temi nuovi. Pubblica i testi del filosofo e matematico Leibniz. Dà spazio a Lagrange e ai grandi divulgatori scientifici riuniti attorno alla corte sabauda, che porteranno alla fondazione dell’Accademia delle Scienze.

Un altro filone del giornalismo in Italia viene inaugurato dalla nascita degli emuli del “Journal Encyclopédique” di Pierre Rousseau, che comincia ad uscire dal 1755 ed è una delle bandiere del movimento dei “philosophes” e dell’Illuminismo. La rivista viene tradotta in Italia a Lucca. Lo stampatore Giuntini la pubblica con il titolo “Giornale enciclopedico di Liegi del mese di gennaio 1756 tradotto in lingua italiana con molte aggiunte”. Il Giuntini si assicura 16 corrispondenti in Italia e fin dal primo numero, di 96 pagine, comincia l’operazione tipica della diffusione dell’“Encyclopédie” in Italia, l’accettazione e insieme l’espunzione degli elementi meno ortodossi della “philosofie” attraverso un’abile chiosatura.

La seconda metà del Settecento vede, insomma, la crescita impetuosa dei generi. In crisi il giornale dei letterati, che è stato il punto di riferimento dalla fine dei Seicento agli anni quaranta del diciottesimo secolo, cresce la stampa di opinione. Le gazzette, senza perdere i profondi legami con il privilegio di Stato, diventano sempre meno elenchi di notizie, per trasformarsi spesso in strumenti di appoggio alle politiche riformatrici. In Toscana convivono, abbiamo visto, tre gazzette che appoggiano il governo di Pietro Leopoldo. A Venezia prevale la cronaca urbana, che è eco dei delicati equilibri fra città-stato di Venezia e stato di terraferma. In Lombardia, infine, emergono l’informazione politica e il dibattito letterario militante. I giornali di riferimento europei, abbiamo visto, sono l’inglese “Spectator” e il “Journal Encyclopédique”. Non abbiamo potuto, per ragioni di tempo, approfondire la questione del giornalismo letterario e politico nel Regno di Napoli e nello Stato della Chiesa.

La Rivoluzione Francese (1789-1999)

I giornali italiani nella seconda metà del Settecento avevano seguito con passione non più e non solo le contese dinastiche, le rivalità coloniali, i giochi di alleanze per il mantenimento dell’equilibrio, ma le lotte dei popoli per la libertà e l’indipendenza, i conati di rinnovamento interno.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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