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Storia ed evoluzione dei modelli di giornalismo - la stampa italiana Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia ed evoluzione dei modelli di giornalismo per il corso del professor Tarzia. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'excursus storico sulla stampa italiana, i quotidiani locali in Italia, la Gazzetta Italiana di Firenze fondata nel 1636, il "Giornale de’ letterati" di Roma.

Esame di STORIA ED EVOLUZIONE DEI MODELLI DI GIORNALISMO docente Prof. F. Tarzia

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l’accettazione e insieme l’espunzione degli elementi meno ortodossi della “philosofie”

attraverso un’abile chiosatura.

La seconda metà del Settecento vede, insomma, la crescita impetuosa dei generi. In crisi

ilgiornale dei letterati, che è stato il punto di riferimento dalla fine dei Seicento agli anni

quaranta del diciottesimo secolo, cresce la stampa di opinione. Le gazzette, senza

perdere i profondi legami con il privilegio di Stato, diventano sempre meno elenchi di

notizie, per trasformarsi spesso in strumenti di appoggio alle politiche riformatrici.

In Toscana convivono, abbiamo visto, tre gazzette che appoggiano il governo di Pietro

Leopoldo. A Venezia prevale la cronaca urbana, che è eco dei delicati equilibri fra città-

stato di Venezia e stato di terraferma. In Lombardia, infine, emergono l’informazione

politica e il dibattito letterario militante. I giornali di riferimento europei, abbiamo visto,

sono l’inglese “Spectator” e il “Journal Encyclopédieque”. Non abbiamo potuto, per ragioni

di tempo, approfondire la questione del giornalismo letterario e politico nel Regno di

Napoli e nello Stato della Chiesa.

La Rivoluzione Francese (1789-1999)

I giornali italiani nella seconda metà del Settecento avevano seguito con passione non più

e non solo le contese dinastiche, le rivalità coloniali, i giochi di alleanze per il

mantenimento dell’equilibrio, ma le lotte dei popoli per la libertà e l’indipendenza, i conati

di rinnovamento interno ispirati ai concetti giusnaturalistici e illuministici del patto

sociale e dei rapporti tra sudditi e governanti. È inutile ricordare con quanta

partecipazione il ceto colto europeo e italiano seguisse le vicende della Corsica, della

Polonia, dei Paesi Bassi, la guerra di liberazione americana e la nascita degli Stati Uniti.

Il primo e più autorevole commento agli eventi parigini seguiti al 14 luglio 1789 è di Pietro

Verri sul “Caffè”. Il polemista illuminista milanese coglie subito il nocciolo del problema:

«Le idee francesi – scrive - servono di modello agli altri popoli. Sin tanto che i diritti

dell’uomo erano stabiliti fra le montagne delle Alpi, fra le paludi dei Paesi Bassi e

nell’isola della Gran Bretagna, questi sistemi poca influenza avevano sulla moltitudine

d’altri Regni. Ora la luce sta riposta nel cuore d’Europa».

Ogni bottega, ogni caffè in tutta la Penisola diventano un luogo per il divampare di

appassionate discussioni. I giornalisti letterari lamentano la riduzione degli spazi e

vantaggio della dilagante informazione politica. Il best-seller diventa un opuscolo di

Saverio Scorfani che si intitola “Tutti han torto ossia lettera a mio zio sulla Rivoluzione

di Francia”. A Firenze esce un “Giornale storico-politico dell’assemblea nazionale di

Parigi” e a Genova un “Giornale degli Stati Generali”. Tutti pubblicano la Dichiarazione

Universale dei Diritti dell’Uomo. Il numero di lettori e acquirenti di gazzette e

pubblicazioni varie aumenta a dismisura.

Alcune gazzette manifestano senza veli l’adesione ai principi dell’89. Almeno fino a

quando non si serrano le maglie della censura. La più avanzata politicamente è la

“Gazzetta universale” di Firenze, diretta dall’abate Vincenzo Piombi, che definisce la

Presa della Bastiglia come «un avvenimento che attirerà ai francesi l’ammirazione e le

lacrime dei viventi». In pieno Stato della Chiesa, la “Gazzetta di Bologna” non lesina lodi

al Terzo stato che si è costituito in Assemblea nazionale.

 Ma le voci favorevoli alla Rivoluzione sono minoritarie in Italia. La propaganda

controrivoluzionaria si fa sempre più aggressiva. Si distingue la “Gazzetta enciclopedica” di

Milano che dipinge i parigini «trasformati in cannibali». Il coro è particolarmente forte nello

Stato pontificio, dove le voci della stampa condannano senza appello gli ideali di libertà e

uguaglianza. L’organo più importante di questa campagna è il “Giornale ecclesiastico di

Roma”, fondato nel 1785 da Luigi Cuccagni per rinsaldare il fronte cattolico in vista

«dell’inevitabile scontro tra la concezione cristiana e la concezione laica della vita». La

conclusione è chiara: la Rivoluzione francese mette a repentaglio il potere temporale dei

Papi.

 Tra la fine del 1789 e l’inizio del 1790 nascono i primi giornali cosiddetti “liberi”,

anticipazioni dirette del giornalismo d’opinione rivoluzionario. Ricordiamo l’”Appendice

politica” stampata a Modena dal fiorentino Giovanni Ristori, il “Giornale patriottico di

Corsica” pubblicato a Bastia dal rivoluzionario toscano Filippo Buonarroti, il “Monitore

italiano politico e letterario” edito a Monaco dall’esule vercellese Giovanni Antonio Ranza.

E il “Giornale di Sardegna” che uscì a Cagliari dal luglio 1795 al marzo 1796.

Il dilagare delle armate francesi in Italia dalla primavera 1796 è accompagnato da una vera e

propria esplosione della stampa periodica paragonabile a quella registrata in Francia nel

1788-89. Nella sola Milano nascono nel triennio 1796-1799 quaranta pubblicazioni, a

Bologna diciassette, a Genova una ventina, a Venezia una ventina, altrettante a Roma e a

Napoli. Debuttano nel giornalismo Bergamo, Brescia, Verona, Padova, Morbegno, Lodi,

Crema, Faenza, Ferrara, Ancona, Lucca, Arezzo. E’ una inondazione di libri nuovi, giornali

e nuove idee, descritta da tutti i cronisti contemporanei. Ciò è reso possibile grazie

all’eliminazione delle restrizioni alla libertà di stampa attuata dalle autorità militari francesi,

che si sposa con la libertà di espressione rivendicata da tempo dai circoli riformatori italiani.

Basta ricordare Gaetano Filangieri, autore della “Scienza della legislazione”.

 La costituzione delle Repubblica Cisalpina nel nord d’Italia e Cispadana nel centro è

accompagnata dalla nascita di fogli rivoluzionari, presto chiusi con la forza quando

Napoleone, conclusa vittoriosamente la campagna contro l’Austria, si volge sempre più

chiaramente verso le forze moderate e, ad esempio, impone al Direttorio Cisalpino di

«reprimere gli abusi della stampa». Con la pace di Compoformio del 6 novembre 1796,

Napoleone fa emanare una legge sulla polizia tipografica. A fare le spese sono giornali come

“Il Censore” di Melchiorre Gioia a Milano e il “Giornale repubblicano di pubblica

istruzione” a Modena.

La Repubblica Cisalpina, il Veneto, la Repubblica ligure, il Piemonte, Roma, Napoli e la

Toscana hanno ciascuna le proprie gazzette, i propri diari, le proprie antologie, i propri

monitori che esaltano i principi dell’Ottantanove salvo poi fare i conti con la frenata

napoleonica, la repressione delle tendenze repubblicane.

L’età napoleonica

Il ritiro degli eserciti francesi dalla Penisola e il crollo delle “repubbliche sorelle” sotto i

della seconda coalizione antinapoleonica e dell’insorgenza sanfedista determinano,

colpi

inevitabilmente un’ecatombe di giornali. Si salvano quelle gazzette che non si erano troppo

compromesse con i regimi del Triennio rivoluzionario 1796-1799. È il caso, ad esempio,

della “Gazzetta di Bologna” e del “Giornale ecclesiastico universale”, del camaldolese

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Clemente Biagi, che ripropone nel 1799 il programma di difesa del primato papale e di

alleanza di trono e altare.

La vittoria di Napoleone nella battaglia di Marengo non risuscita gli antichi entusiasmi.

Troppe illusioni erano cadute, nell’animo dei patrioti, dall’ingenua fede nel disinteresse dei

“liberatori” e all’altrettanto ingenua speranza di una rapida conversione delle masse ai

principi repubblicani. Nello stato di precarietà e confusione che caratterizza la vita pubblica

nella seconda Repubblica Cisalpina, la stampa vive alla giornata. Il “Regolamento di polizia

militare per la città di Milano” emanato il 21 dicembre 2000 prescrive a ogni giornalista di

comunicare al comandante della piazza gli articoli che vorrà pubblicare, « per non

compromettere le operazioni dell’Armata».

Non meno di quattordici giornali vedono la luce a Torino nei dieci mesi dalla battaglia di

Marengo (giugno 1800) alla trasformazione del Piemonte in 27ª divisione militare francese.

Vengono soppressi “Il Repubblicano sacro-politico”, “Il Patriota subalpino” e “Il Giornale

ecclesiastico”. Ogni dibattito politico viene a spegnersi per lo sfaldarsi delle correnti

democratiche.

Con dell’Impero, la stampa viene sottoposta a uno stretto regime di

la proclamazione

sorveglianza. Il decreto del 1° gennaio 1800 lascia in vita solo 13 giornali nel dipartimento

della Senna a Parigi. In Italia la cinghia di trasmissione della volontà di Napoleone sono i

prefetti che a volte trovano una concorrenza nelle autorità di polizia, e di queste frizioni si

trova un’eco sulla stampa.

Quasi tutti i giornali piemontesi, liguri, toscani e romani, dopo l’annessione dei vari

dipartimenti all’Impero, sono bilingui o scritti in francese. La “Gazzetta del Piemonte”,

chiusa nel 1804, risorge nel giugno 1805 come “Courrier de Turin” ed è bilingue affinché,

come spiega il prefetto, «esprima la riunione delle due nazioni». La “Gazzetta di Genova”

nella lingua dei dominatori e dal 1809 si chiama “Journal de

pubblica gli atti ufficiali

Genes”.

E l’opposizione antinapoleonica? Esiste? Come si suol dire, batte un colpo? Uno dei

principali centri è l’isola di Malta, dove trova riparo Vittorio Barzoni, che fonda giornali

come “L’Argo” e “Il Cartaginese”. Essi denigrano Napoleone, esaltano

antifrancesi

l’Inghilterra e polemizzano con la stampa francese. Barzoni pubblica poi “Il Giornale di

Malta” (1812-1813), infine “La Gazzetta del governo di Malta”. Altri fogli antifrancesi

escono in Sicilia

La Restaurazione (1815-1847)

L’età della Restaurazione, che comincia con il Congresso di Vienna del 1815 il quale

segna

la cancellazione dell’eredità napoleonica e il ripristino del vecchio principio di legalità

è rappresentata in Italia soprattutto da una rivista: “La Biblioteca

monastica in tutta Europa,

Italiana”. Viene fondata da Giuseppe Acerbi, uomo di cultura piuttosto vasta e poliglotta

(parla francese, inglese e tedesco), ferocemente antinapoleonico, nato nel Mantovano nel

1773. Acerbi corre a Vienna nel 1814 e segue il Congresso. Il governo austriaco del

gli affida il compito di fondare “La Biblioteca Italiana”.

Lombardo-Veneto

Lo scopo del mensile era di fungere da organo di propaganda, un dissimulato ma accorto

organizzatore del consenso, specialmente fra i ceti intellettuali della Penisola, senza però

apparire come un’espressione ufficiale del nuovo regime. Bisognava «rettificare le opinioni

erronee sparse intutte le forme dal cessato governo», cioè quello napoleonico. Il giornale

aveva l’imprimatur del Principe di Metternich, il trionfatore al Congresso di Vienna. Il

governo austriaco stanzia nell’impresa editoriale 6.000 lire annue, una fortuna. Tra i

redattori figurano il poeta Vincenzo Monti e Pietro Giordani. Più di quattrocento sono i

letterati ingaggiati. Alessandro Manzoni e il giurista Giandomenico Romagnosi, invitati, si

schermiscono con parole cortesi.

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“La Biblioteca Italiana” esce fino al 1841, quando confluisce nel “Giornale dell’Istituto

Regio Lombardo”. Ha raggiunto una diffusione ragguardevole nell’intelligentsia (nel 1835

tirava 750 copie). Ha osservato Alessandro Galante Garrone: «Il suo finale estinguersi

riflette in modo significativo il fallimento politico e culturale della Restaurazione in Italia.

L’ambizioso programma iniziale di attrarre a sé l’opinione illuminata della penisola, o

sfruttando la stanchezza e l’avversione accumulata contro il

almeno del Lombardo-Veneto,

pesante dominio napoleonico, e di raccogliere fiduciosi consensi attorno alle vecchie

non riesce a mettere radici. Se un effetto “La

monarchie legittime e al mondo austro-tedesco,

Biblioteca Italiana” ottiene, semmai, è quello di suscitare per reazione, la precisa volontà di

opporre giornale a giornale, di dare voce a un latente spirito di opposizione».

L’opposizione di stampa al regime austriaco, nascosta sotto il velame delle dottrine e

tenzoni letterarie, trova nel 1818 il suo organo nel “Conciliatore”, cui dà vita la nuova

generazione romantica sospinta dalla magnetica parola di Madame de Stael. I nomi? Silvio

Pellico, Ludovico di Breme, Pietro Corsieri, Giovanni Berchet, Federico Gonfalonieri, Luigi

Porro Lambertenghi, Ermes Visconti, Giovanni Rasori, Giandomenico Romagnosi. Il

programma della pubblicazione così lo delinea Silvio Pellico: «Lo scopo principale

apparente sarà la drammatica, profondi commenti sull’Alfieri, paragone d’esso con Schiller,

Shakespeare, Calderon della Barca. Quindi i poemi e le storie come fonti del tragico, i

Il “foglio azzurro”, così

romanzi, le novelle, gli aneddoti, come attinenti al comico.

chiamato dal colore azzurrino comincia ad uscire il 3 settembre 1818. Muore nell’ottobre

1919, in seguito alle perentorie intimidazioni fatte a Pellico, che finirà nel carcere dello

il libro “Le mie prigioni”.

Spielberg e diventerà noto in tutta Europa per

Sono palese nel “Conciliatore” l’impegno combattivo e l’ampiezza di respiro culturale con

cui i giovani intellettuali concepiscono l’iniziativa. Basti ricordare l’impegno di Breme per

l’Italia madrigalesca, la sua chiusura provinciale, la «pettegola repubblica letteraria

italiana», la «letteratura canagliesca». «L’Italia – –

scrive Breme ha bisogno per risorgere,

per intimidire i suoi carnefici, di conoscere l’immenso che viaggia in Europa». Madame de

a Ginevra, è il mito idolatrato dai giovani del “Conciliatore”.

Stael, la scrittrice rifugiatasi

Tra i caratteri di fondo dell’impresa giornalistica emerge innanzitutto l’incontro fra alcuni

elementi dell’aristocrazia lombarda e un gruppo di intellettuali piccolo-borghesi., uniti da

una visione europea, moderna dei problemi di civiltà, con una coloritura di liberalismo.

Durante i moti carbonari del 1820-21 emergono una stampa clandestina e una pubblicata

alla luce del sole. Eccoli. A Forlì nel 1819 esce il “Quadragesimale Italiano” di Casotti e

Farini di Russi, espressione della Carboneria romagnolam violentemente ostile allo Stato

pontificio. Le idee politiche sono: un vago costituzionalismo e un vago aspirare a una

confederazione fra gli Stati della penisola. Un altro organo è “Il Raccoglitore Romagnolo”,

che si presenta come “giornale semipubblico-critico-politico-piacevole-letterario per l’anno

1820”. C’è poi “L’Illuminatore”, che fa aperta professione di liberalismo costituzionale.

L’ultimo di questi giornali è “Notizie dal Mondo. Gazzetta Italiana Straordinaria”.

Di I nomi? “Il

maggiore rilievo sono i giornali apparsi a Napoli durante i moti del 1820-21.

Giornale degli Amici della Patria”, “La Luce”, “L’Amico della Costituzione”, “Gli Annali

del Patriottismo”, “L’Imparziale”, “Il Liceo Costituzionale”, la “Minerva Napolitana”, “LA

Voce del Popolo”. E così via. Il più interessante è la “Minerva Napoletana”, compilata da

Carlo Troya, Giuseppe Ferrigni e Raffaele Liberatore. Il giornale non è né l’organo della

classe insediata al potere né della Carboneria.

Essi non vedono mai intaccata la loro libertà di stampa, dicono sempre senza impacci quello

che vogliono dire. I limiti sono connaturati in loro, non imposti dal di fuori. E questa è la

grande novità della stampa italiana dell’epoca. Chi si duole di questa libertà conquistata sul

campo è il clero controrivoluzionario napoletano. L’apice lo tocca l’arcivescovo Luigi

Russo in una violentissima requisitoria contro la libertà di stampa.

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I moti carbonari del 1820-1821 non rovesciano i governi assolutisti, ma per la prima volta il

sistema della Santa Alleanza scricchiola e l’ondata delle insurrezioni e delle repressioni

militari e poliziesche sconvolge un mondo che ancora nel 1819 sembrava consolidarsi in una

assoluta quiete. L’influenza sul piano della stampa periodica è duplice: in campo

legittimista, con i giornali della reazione cattolica e in campo liberale. Il cattolicesimo più

intransigente e retrivo risponde attraverso i propri giornali alla crisi cospirativa e

rivoluzionaria che aveva squassato la Penisola. Di qui il carattere scopertamente o

larvatamente politico di questa stampa, che pur si presenta con preminenti aspetti

devozionali e apologetici.

Padre Gioacchino Ventura nel 1821 fonda a Napoli il giornale ”Enciclopedia

Ecclesiastica”,

che si scaglia contro il governo costituzionale. A Torino nasce “L’Amicizia cattolica”.

Nell’Italia meridionale compare l’”Amico d’Italia”, paladino del principio di legittimità

dinastica. Sono riviste spesso dipinte come totalmente conformiste, ma la Santa Sede non

sempre gradì quel loro atteggiamento di gladiatoria intransigenza. E anche i sovrani non

furono sempre pronti a riconoscere la gladiatoria intransigenza. Erano riviste soporifere e di

scarsa risonanza.

Oltre alla risposta reazionaria cattolica, i moti del 1820-21 provocarono una risposta della

stampa liberale. Dalla riflessione per il fallimento dei moti rivoluzionari delle Due Sicilie e

del Piemonte a Firenze nasce l’”Antologia, giornale di scienze, lettere e arti”, fondato da

Gian Pietro Viesseux, nato nel 1779 a Oneglia da una famiglia di origine ginevrina. Nel

1819 Viesseux fonda a Firenze un gabinetto di lettura. Si incontra il fior fiore della cultura

toscana e italiana, vi si leggono le principali riviste europee come l’”Edinburgh Review”, il

“Journal des Savants”, il “Mercure de France”, la “Revue Encyclopédique”. Sul giornale

viene pubblicato un progetto di unione federale della Penisola. La censura del Granducato

impedisce a Viesseux di pubblicare la poesia “Il Cinque Maggio” di Manzoni.

Altri giornali liberali sono “Gli Annali di Commercio” a Milano, “Gli Annali Universali di

Statistica”, che dal 1827 ha come direttore Giandomenico Romagnoli, giurista, filosofo,

economista e, oggi si direbbe, politologo. Tra i collaboratori compare Carlo Cattaneo,. A

Genova esce “L’Indicatore Genovese”, foglio commerciale di avvisi, industria e di varietà,

che è un soffio di aria nuova nel giornalismo italiano della Restaurazione. Vi appaiono le

prime recensioni di libri scritte da Giuseppe Mazzini. Sui giornali si manifesta la funzione

rivoluzionaria del democratismo e del mazzinianesimo, premessa della rivolta contro

l’Austria.

I moti del 1831, la cui figura principale è quella di Ciro Menotti, hanno un programma che

mira a realizzare libertà costituzionali, riforme amministrative ed economiche e alla

laicizzazione dello Stato e determinano il sorgere di una serie di giornali che escono a

Bologna, Modena, Ravenna, Forlì e altre città dell’Italia centrale. Titoli come “Il Monitore

Bolognese”, “Il Moderno Quotidiano Bolognese”, il “Precursore”, “La Pallade Italiana”, “La

Sentinella della Libertà”. Ma il giornale di gran lunga più importante di tutti è la rivista “La

Giovine Italia” lanciata a Marsiglia da Giuseppe Mazzini nel 1832. Dai giornali del 1831 la

separa un abisso. L’originalità di Mazzini è di attingere copiosamente al mareggiare di

sdegni, ripensamenti critici, invettivi, propositi di rivincita degli emigrati sconfitti e di

ricavare da tutto questo un programma immediato per il futuro. I suoi articoli da tutto ciò

traevano un inconfondibile accento, del tutto nuovo nella storia del nostro giornalismo;

erano «opera di apostolato» e, prima ancora, di azione.

Negli anni che seguono, fino al moto delle riforme e ai primi editti di liberalizzazione della

stampa, si assiste al graduale rafforzarsi dell’offensiva liberale., sollecitata da una sempre

più diffusa aspirazione al progresso economico-sociale, con una netta prevalenza delle

correnti moderate su quelle democratiche. A muovere all’attacco dell’”Antologia” filoaustriaca

sono testate come il “Nuovo Giornale Ligustico” di Genova, le modenesi “La voce

della Verità” e “L’Amico della Gioventù”, la “Voce della Ragione” di Pesaro. L’Austria

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preme sul Granducato di Toscana invocando misure di repressione e censura nei confronti

dei fogli più arditi. A Torino Giuseppe Pomba, tipografo-editore (fonda quella che oggi è la

casa editrice Utet) interpreta l’accresciuta sete di cultura della classe media.

L’azione in Piemonte prende la forma della stampa liberale, che comincia a incalzare re

Carlo Alberto chiedendo più voci, sempre più ricche di varietà di ogni genere. Il sovrano

risponde nel 1834 trasformando l’ufficiosa e smorta “Gazzetta Piemontese” da trisettimanale

in quotidiana, dando più spazio alle rubriche di scienze, lettere e arti e affidando la direzione

a Felice Romani, più brioso e colto del suo predecessore.

La trasformazione della “Gazzetta” viene a coincidere con un rapido espandersi della

stampa “Il Folletto” (1837), “Furetto” (1838),

periodica in Piemonte. Ricordiamo titoli come

l’insipido “Annotatore Piemontese”, il “Poligrafo Torinese” (1839), il “Museo scientifico,

letterario e artistico” (1839) diretto da Luigi Cicconi, e soprattutto il “Messaggiere

Torinese” (1835) di Angelo Brofferio. Questi polemizza con Romani e la “Gazzetta” ed

esalta il “Politecnico” di Carlo Cattaneo. A Genova assistiamo al rafforzamento del

“Corriere mercantile”. A Napoli, dopo il 1830, in coincidenza con l’avvento al trono di

fioritura di giornali. Citiamo “La Farfalla”. “L’Omnibus”,

Ferdinando II, si ha una dilagante

“L’Industriale”, “Il Nuovo Diogene”, “Il Vesuvio”, “Il Folletto”, ma ce ne sarebbero tanti

altri.

 Torniamo in Lombardia. Il sempre più evidente affiorare di un impegno politico in senso

nella trattazione di argomenti tecnici, l’emergere di un impegno sempre più aperto e

liberale

combattivo, l’elusione della censura del governo del Lombardo-Veneto si caratterizzano

come un mare in piena. Certi temi per lo meno scabrosi riescono a penetrare perfino

nell’ufficiale “Gazzetta di Milano” e nell’”Appendice”. Il “Giornale di giurisprudenza

pratica” ospita il primo grande lavoro di Cattaneo sulle “Interdizioni israelitiche”. La rapida

evoluzione del giornalismo lombardo si rispecchia nella “Rivista europea” di Carlo Tenca,

che si abbevera tanto a Cattaneo quanto a Mazzini.

In quegli anni, la vetta del giornalismo lombardo è toccata dal “Politecnico” di Carlo

Indimenticabile una sua definizione di giornalismo “Io sono

Cattaneo (1839-1844).

giornalista; il che vuol dire uomo che sta lì al giorno al giorno. Le cose della settimana

scorsa per me sono cose morte, stramorte, antiche come le mummie». Per lui il giornalismo

significa impegno civile, sdegno delle vanità letterarie e di vacue metafisicherie. Lo scopo

“Politecnico” è tutto pratico: «Sussidio al fare piuttosto che all’astratto sapere». Cattaneo

del

punta tutte le sue speranze sulla nuova classe borghese, che doveva «trasformare la natura

con l’industria e unificare il mondo diviso con il commercio».

Uno periodici più importanti diventa dal 1837 a Torino “Letture Popolari” di Lorenzo

dei

Valerio, che viaggia molto nell’Europa centrale e orientale e diventa un apostolo della

nazionalità, dell’indipendenza dei popoli, un propagandista del mondo slavo e

dell’arretratezza delle masse contadine. Lo vediamo all’”Eridano”, al “Telegrafo”, alla

“Gazzetta Piemontese”, dove comincia a scrivere anche Camillo Cavour, rientrato a Torino

nel 1843 dai suoi viaggi all’estero. Nel 1846 rivediamo in azione Giuseppe Pomba con due

periodi figli del nuovo clima: “L’Antologia Italiana” e il “Mondo illustrato”. Il 15 marzo

1847, l’effervescente spirito pubblico strappa l’editto sulla stampa a Papa Pio IX. Nel

Granducato di Toscana la legge sulla libertà di stampa è promulgata il 7 maggio 1847.

Il biennio rivoluzionario 1848-1849

I giornali più importanti del periodo a Torino sono tre “Concordia”, “Messaggiere

Torinese”

di Angelo Brofferio e “Risorgimento”, il cui principale articolista è Camillo Cavour. Il tema

principale è la riforma elettorale del Parlamento del Regno di Sardegna. Tutti salutano con

entusiasmo la decisione di Carlo Alberto di dichiarare la guerra all’Austria il 23 marzo 1848

d’indipendenza). I giornali moderati liberali sostengono la tesi di un’Italia del

(Prima guerra

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Nord riunificata sotto lo Stato sabaudo. Nella prima parte del 1848 prende corpo in

Piemonte una stampa periodica provinciale bisettimanale e trisettimanale (la cui tradizione

si è mantenuta fino ai giorni nostri), rappresentata da riviste come la “Gazzetta di Cuneo”.

Mentre gli eserciti combattevano, i giornalisti contendono sui temi politici del momento:

l’ampiezza dei poteri della Costituente, la questione della capitale del Regno, il problema

del regime transitorio della Lombardia. A Torino l’acuirsi del confronto tra moderati e

democratici ha il suo riscontro sul piano giornalistico nella netta contrapposizione tra il

liberale “Risorgimento” e il filo-mazziniano “Messaggiere Torinese”, cioè fra Cavour e

Brofferio.

Nella seconda metà del 1848, nella capitale piemontese, due nuovi giornali si distinguono

nel vivacissimo panorama di testate appena sorte. Sono la “Gazzetta del Popolo” (che avrà

battenti soltanto nel 1981) e l’”Armonia della religione con la

una lunga gloria e chiuderà i

civiltà”, che si schierano su due fronti contrapposti.

La “Gazzetta del Popolo” appare il 16 giugno 1848, fondata da Giovanni Battista Bottero,

medico di Nizza, concittadino di Garibaldi, e dal compositore Felice Govean. Bottero mira

da subito alla conquista di un mercato popolare, puntando sul basso prezzo e la vivacità.

Scrive Bottero: «Partito non abbiam nessuno, opinioni quelle dei galantuomini».

Politicamente la “Gazzetta” si segnala per il suo avanzato liberalismo e si colloca a metà

strada tra il “Risorgimento” e “Concordia”.

Organo dei cattolici conservatori è invece l’”Armonia”m che comincia le pubblicazioni il 4

luglio 1848 (diventerà quotidiana nel 1856), per iniziativa del teologo Guglielmo Audisio,

del vescovo di Ivrea Luigi Moreno, del marchese Carlo Emanuele Birago di Vische, di

Gaetano Alimonia e di Gustavo Benso di Cavour, fratello di Camillo. Il programma è di

stretta obbedienza al pontefice e afferma che qualsiasi ordinamento deve porsi sotto

l’autorità della Chiesa.

A Genova, i gruppi democratici hanno un orientamento più radicale di quelli piemontesi.

Compaiono fogli come il “Balilla” e il “Diario del Popolo”. Il “Balilla” adotta i motti

mazziniani “Unità Dio-popolo”.

A con il ministero dell’abate Vincenzo Gioberti, costituitosi il 15 dicembre

Torino,intanto,

1848 in seguito alle dimissioni del gabinetto Pinelli, si ha la confluenza Giobertidemocratici

e questo fatto ha rilevanti implicazioni sulla stampa periodica. Gioberti tende a

realizzare un accordo dei vari sovrani in una confederazione egemonizzata dal Piemonte e

richiede quindi il rovesciamento dei governi democratici andati al potere a Firenze e a

Roma.

Concentriamo ora la nostra attenzione sulla stampa del 1848-1849 in Lombardia,

tralasciando inevitabilmente i paralleli sviluppi nel resto della Penisola. Nei pochi mesi tra le

Cinque Giornate e il ritorno degli Austriaci i giornali sono il principale strumento della vita

politica, che si sviluppa intensa a Milano e nel resto della Lombardia. Organo ufficiale del

Governo provvisorio, che si definisce in senso sempre più moderato, è il “22 Marzo” che

viene pubblicato dal 26 marzo al 3 agosto 1848. Ma la linea è unitaria. La redazione viene

ricordiamo direttore della cessata “Rivista Europea”, in quel

affidata a Carlo Tenca, che lo

momento assai aperto all’influenza delle idee democratiche e mazziniane. Vi scrivono

contemporaneamente sostenitori di Re Carlo Alberto, carbonari e mazziniani.

Una chiave neoguelfa assume il trisettimanale “Pio IX”, diretto

chiara coloritura moderata in

dall’istriano Vincenzo De Castro, che diviene organo del Circolo patriotico e contrasta le

tendenze repubblicane. Al “Pio IX” succede il quotidiano “Avvenire d’Italia”, che pur

mantenendo l’atteggiamento critico verso i repubblicani non risparmia censure al Governo

provvisorio per le sue incertezze e il suo isolamento dalle masse popolari. Sostenitore

dell’unione con il Piemonte e antirepubblicano è il bisettimanale “Il Crociato” di Cristina

che si contrappone a Mazzini quando questi da vita all’”Italia del Popolo”.

Belgioioso,

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La serie dei giornali repubblicani è aperta dal “Lombardo”, quotidiano di brevissima

durata

redato da Romani e Lavelli. Vi è poi “La Voce del Popolo”, quotidiano a 5 centesimi, che

costituisce una delle esperienze più interessanti del giornalismo lombardo. La “Voce”,

espressione di Mazzini, afferma però la sua obbedienza al Governo provvisorio nato dalle

Cinque Giornate poiché Mazzini da Parigi subordina all’obiettivo unitario della guerra

all’Austria le discussioni sul futuro assetto istituzionale. Vi sono poi una serie ricchissima di

testate minori.

 Un’insistente attenzione su tutti gli organi lombardi è dedicata ai temi di natura sociale,

come riflesso alle tensioni manifestatesi nelle città e nelle campagne. Quando le sorti della

guerra precipitano e si fanno più manifesti i segni di malcontento nelle campagne, anche

alcuni giornali democratici danno spazio agli avvenimenti nelle realtà rurali, più sensibili

alle ragioni dell’Austria.

L’Unità d’Italia e il Liberalismo

L’unificazione nazionale porta all’estensione a tutta la Penisola dei principi liberali

contenuti nell’Editto sulla stampa promulgato da Carlo Alberto il 26 marzo 1848. Il nuovo

ordinamento statuale italiano riconosce la libertà di stampa e il diritto di pubblicare periodici

e giornali senza bisogno d’autorizzazione.

Eventuali abusi e illeciti sono colpiti mediante l’applicazione di specifici provvedimenti

contemplati dalla legge sulla stampa e, in caso di reati altrimenti previsti, con il ricorso alle

norme comuni del codice penale. In particolare viene punita qualsiasi offesa o istigazione a

commettere reato contro gli istituti rappresentativi, i capi delle potenze estere, il personale

diplomatico, nonché contro i culti, il buon costume e il diritto di proprietà. Il giudizio è

demandato alla magistratura d’appello, assistita da una giuria di fatto. Le nuove norme

eliminano la prassi in vigore in alcuni Stati fondata sulla concessione governativa.

Il principio non esclude però forzature e manomissioni. Le autorità di polizia e la

magistratura tendono a forzare lo spirito della legge. Il ministero dell’interno si arroga la

pretesa di autorizzare la pubblicazione, e non semplicemente di prendere atto della

dichiarazione degli interessati a farlo.

Il mercato editoriale è debole. L’analfabetismo nel 1861 è di oltre il 74%, con punte

minime

del 42-45% in Piemonte e Lombardia. Il diritto di voti attivo e passivo è limitato al 2% della

popolazione. I bassi redditi e le scarse possibilità di mobilità sociale creano ulteriori

diaframmi tra stampa e pubblica opinione. I giornali vengono venduti dai botteghini e dalle

librerie, prevale l’abbonamento alla vendita diretta e nel 1873 si conta un giornale,

quotidiano o periodico, ogni 24 mila abitanti.

I giornali di Torino e Milano continuano ad essere i più diffusi e influenti. Il passaggio della

capitale a Roma nel 1870 non comporta lo sviluppo colà di iniziative editoriali. Al centro

prevalgono solo i giornali di Firenze. Malgrado il severo controllo esercitato da prefetti e

questori, un giornale aggressivo come la “Gazzetta di Milano” con le denunce di

speculazione riesce a far cadere l’amministrazione comunale di destra del conte Antonio

Beretta.

Particolarmente importante diventa la casa editrice di Raffaele e Edoardo Sonzogno, sorta

nel 1818, che lancia il quotidiano “Il Secolo” nel 1866 a Milano, di tradizione autonomistico

repubblicana, presto divenuto il più diffuso quotidiano italiano. “Il Secolo” soppianta “Il

Pungolo” che fino al 1870 è stato il padrone incontrastato di Milano. Per quanto abbia alle

spalle editori di grandi tradizioni come i fratelli Civelli, proprietari di vari giornali a Firenze

e Verona, il quotidiano liberale “La Lombardia”, nato nel 1859, non sfonda. Né ha più

spazio il quotidiano di estrema sinistra “Il Lombardo”, di Felice Cavallotti, fondato nel

1871.

13

Gli ambienti conservatori e il patriziato agrario milanese riconoscono come loro giornale

“La Perseveranza”, diretta dal 1866 da Ruggero Bonghi, relatore nel 1871 del disegno di

legge delle guarentigie e dal 1847 ministro della pubblica istruzione. “La Perseveranza” si

batte contro la frantumazione della Destra tra partito piemontese e toscano, con lo

spostamento della capitale da Torino a Firenze. E contribuisce a fare dello schieramento

moderato lombardo il gruppo più ortodosso e coerente del partito conservatore.

È comunque la stampa piemontese a esprimere per lungo tempo motivi e istanze

rigidamente regionalistici. Il giornalismo piemontese, che è stato il primo vivaio della

stampa italiana durante il decennio cavourriano, dopo l’Unità progressivamente si isola. A

giornali come la moderata “Gazzetta del Popolo” e “La Discussione” di Pier Carlo Boggio,

in cui l’eredità risorgimentale assume coloriture fortemente cavourriane, si contrappone dal

1861 “La Stampa” (di Ruggero Bonghi, Paulo Fambri, Silvio Spaventa e altri esponenti

moderati, con il deliberato proposito di “neutralizzare l’influenza piemontese nel governo” e

quindi di rottura ai vertici del blocco moderato.

La “Gazzetta del Popolo” di Giovan Battista Bottero soffia sul fuoco ed eccita la piazza

contro “la consorteria tosco-emiliana” all’epoca dello spostamento della capitale da Torino a

Firenze. Bottero rimane fino a oltre l’Ottanta la figura più singolare e rappresentativa

dell’intera stampa italiana. Il giornale raggiunge le 20 mila copie, quotidiano italiano più

diffuso. È anche il giornale della Sinistra, per le simpatie accordate a Garibaldi che si era

opposto alla cessione di Nizza alla Francia e a Francesco Crispi.

Intanto nel febbraio 1867 nasce a Torino il quotidiano “Gazzetta piemontese”, di Vittorio

Bersezio. A Firenze si afferma “La Nazione”, fondata nel 1859 dal moderato unitario

Bettino Ricasoli. Roma, invece, pur capitale non riesce a imporre un proprio primato

culturale liberale. Le iniziative principali sono in campo cattolico: il 17 ottobre 1870 risorge

“L’Osservatore Romano”, organo della Santa Sede (che è stato fondato nel 1849). Tra i

il più autorevole è “La Voce della Verità”.

nuovi giornali cattolici intransigenti

Un solco sempre più profondo si stabilisce dal 1866-67 fra la stampa della Sinistra storica,

di opposizione critica costituzionale, e i giornali democratici e repubblicani, come “La

Rivista Repubblicana” di Arcangelo Ghisleri e Alberto Mario dal 1878, che recupera il

federalismo di Carlo Cattaneo. A Milano nasce nel 1867 il “Gazzettino rosa”, garibaldino,

violentemente repubblicano.

L’avvento della Sinistra al potere nel marzo 1876 con Agostino Depretis provoca

importanti

mutamenti nell’organizzazione della stampa. È impossibile seguire tutte le singole

evoluzioni a Torino, Milano, Genova, Venezia e altre città, dove testate moderate e

democratiche si fronteggiano. A Milano si fondono “Gazzetta di Milano” e “Secolo” di

Edoardo Sonzogno. A Roma Depretis crea il proprio foglio “Il Popolo Romano”. A Torino

la “Gazzetta del Popolo” è depretisiana e “Gazzetta piemontese” moderata.

 Intanto a Milano nel 1876 nasce il “Corriere della Sera”, che milita in area moderata. Ma

il

mondo politico-giornalistico è scosso da ben altri eventi, come lo scandalo Oblieght,

scoppiato nel 1882, protagonista il finanziere di origine ungherese Eugenio Oblieght che,

con l’aiuto dell’ex-ministro dell’interno Nicotera cerca di privatizzare l’agenzia “Stefani”.

Si profilano manovre clericali. Alla fine Oblieght rinuncia.

Nel 1893 lo scandalo della Banca Romana fa emergere sovvenzioni illecite a decine di

giornali. Intanto, la “Gazzetta del Popolo” si segnala come il primo giornale italiano a

un inviato speciale, all’inaugurazione del Canale di Suez nel 1869. Roma e Napoli

mandare

sono le piazze dove più attive sono le campagne giornalistiche a sostegno della politica

coloniale in Africa. I giornali si dividono in pro e contro le spedizioni coloniali in Somalia

ed Eritrea. Fra il 1894 e 1896 tra i principali giornali italiani si segnala “La Tribuna” di

Roma, uscita malconcia dallo scandalo della Banca Romana. Collaboratori come Gabriele

D’Annunzio danno lustro al giornale.

14

In coincidenza con le imprese coloniali a Milano si gioca la partita decisiva per la

supremazia tra “Il Secolo” e il “Corriere della Sera” di Eugenio Torelli-Viollier, a partire dal

1880. A colpi di inviati a Massaua, nuove macchine rotative, servizi telegrafici Il “Corriere”

schiera per una politica di influenza dell’Italia nel Mediterraneo e spende 18 mila lire, pari

si

agli stipendi dell’intera redazione per un anno, per mandare l’inviato Vico Mantegazza in

Africa dopo l’eccidio di Dogali.

Nel quotidiani. Bersezio alla “Gazzetta piemontese”

1887 si contano in Italia ben 145

inaugura la formula dell’inserto letterario. A Varese nel dicembre 1891 “La Prealpina”, nata

il 2 dicembre 1888 come bisettimanale, diventa quotidiano. A Milano nel luglio 1892 nasce

l’”Avanti!”, portavoce e tribuna ufficiale del partito socialista, diretto da Camillo

Prampolini. In tutta Italia si diffondono i fogli socialisti e marxisti. L’allargamento del

suffragio elettorale nel 1882 dà il voto a operai e contadini e rende inevitabile profonde

trasformazioni della stampa.

Le cannonate di Bava Beccaris sulla folla a Milano nel 1898 e il ministero reazionario Di

Rudinì provocano la contrapposizione tra i due principali giornali del nord: “La Stampa” di

Alfredo Trassati a Torino e il “Corriere della Sera” di Milano, dove Torelli-Viollier si era

dimesso per le pressioni ed era diventato direttore il superconservatore Domenico Oliva. “La

Stampa” invoca riforme per disinnescare la miccia del malcontento dei ceti più umili. Il

secondo, invece, invoca il superamento della legge elettorale perfermare la marea montante

del popolo. Dopo la sconfitta della reazione, il 17 maggio 1900 Luigi Alberini riesce a

pubblicare un editoriale di critica al direttore Oliva e a capovolgere la tendenza

conservatrice al “Corriere”.

Il Novecento porta la riduzione dell’analfabetismo, l’aumento della popolazione, profonde

innovazioni tecniche ed editoriali nei giornali. Milano, Torino, Genova, Venezia, Firenze,

Bologna, Roma e Napoli sono le piazzeforti della stampa italiana.

È tempo ora di introdurre la figura di Luigi Albertini, uno dei grandissimi del giornalismo

italiano. È Albertini che assume la guida di un “Corriere della Sera” nato nell’estremo

autunno della Destra, cresciuto con alterna fortuna fra le diffidenze al colonialismo di Crispi

e le simpatie iniziali per Pelloux, e ne fa un grande quotidiano attestato su posizioni liberali

e di statura europea.

L’Italia di Giolitti

Albertini è giunto al “Corriere” nel 1896 trovandovi un giornale conservatore moderato,

liberista in economia, fedele alla Triplice Alleanza Italia-Austria Ungheria- Prussia. Alla

fine del secolo, intanto, comincia il lungo periodo di Giovanni Giolitti alla guida dell’Italia.

E nell’Italia giolittiana l’aristocratico, dottrinario e moralista Luigi Alberini, interprete e

continuatore delle idealità etico-politiche e intellettuali della Destra storica. Imbocca

decisamente la via della lotta senza quartiere contro il “sistema Giolitti”. I finanziatori

principali sono tre: il cotoniere Benigno Crespi, l’industriale della gomma Giovan Battista

Pirelli e il fabbricante di tessuti Ernesto De Angeli. Innumerevoli le innovazioni,

emblematica quella della “terza pagina” nel 1905.

Un giornalismo è Alberto Bergamini, direttore de “Il Giornale d’Italia” che

altro gigante del

esce a Roma e nel sud e assume dal 1901 lo stesso ruolo del “Corriere” al nord, quello di

critico feroce del giolittismo, guida spirituale della borghesia moderata e conservatrice

meridionale. Tra i collaboratori figurano nomi altisonanti della politica come Sidney

Sonnino, il futuro ministro degli esteri Di San Giuliano, lo storico meridionalista Giustino

Fortunato. Il “Giornale d’Italia” innova concedendo larghi spazi alla letteratura, alla

mondanità, al divismo, all’indiscrezione galante.

A questo punto bisogna parlare del terzo grande protagonista del giornalismo d’inizio

Novecento: il direttore de “La Stampa” Alfredo Frassati. Il quotidiano torinese sotto la sua

15 editoriale moderna di stampo europeo, ispirata al modello

gestione diventa un’impresa

tedesco (mentre il “Corriere” guardava al “Times” londinese) e, sul piano politico,

strettamente associata al giolittismo. Inizia una fase esaltante della storia del giornalismo, un

caratterizzato da un lunghissimo “derby” tra Alberini e Trassati, l’uno pervicace

periodo

oppositore e l’altro fedelissimo sostenitore. Con Frassati “La Stampa” supera le 100 mila

copie. L’allineamento del giornale a Giolitti data dal quarto ministero del 1906: “La

Stampa” sostiene tutte le svolte dell’”uomo di Dronero”, dall’apertura al partito socialista al

patto con i cattolici.

Nel primo Novecento, intanto, si assiste alla crescita di peso dei giornali d’ispirazione

cattolica, rinnovatisi in parte o in tutto rispetto ai tradizionali motivi della stampa clericale

post-unitaria. Al Congresso Cattolico Italiano di Pavia del 1894 si contano 26 quotidiani, la

maggior parte di osservanza intransigente: quattro nel Veneto, cinque in Lombardia, tre in

quattro a Roma. Una svolta si ha dopo il 1898: l’intellettualità

Piemonte e in Liguria,

cattolica si schiera nettamente contro il tentativo autoritario del capo del governo Pelloux

sfociato nelle cannonate del generale Bava Beccarsi contro la folla a Milano.

 testate cattoliche il ruolo guida spetta al “Corriere d’Italia”, di Roma. Questo

Fra tutte le

giornale, in occasione della guerra di Libia del 1911, si schiera decisamente a favore della

spedizione, realizzando per la prima volta dopo quarant’anni dalla presa di Roma un

connubio d’interessi con la classe dirigente liberale che aveva fatto l’Italia. È un sostegno

critico verso le tendenze nazionalistiche, ma pur sempre sostegno è.

Un altro mondo, oltre a quello cattolico, si affacciava nella storia della stampa: quello

nazionalista, espressione di un’élite culturale, di uno stato d’animo trasformatosi in pochi

anni in un movimento solido e aggressivo, che spezza in due la vecchia classe dirigente

liberale. Il quotidiano che interpreta il movimento nazionalista è “L’Idea Nazionale”,

fondato e diretto da Enrico Corradini nel marzo 1911. Con Papini e Prezzolino, Corradini

avanza la candidatura a alfiere e interprete della rinascita borghese in funzione nettamente

antisocialista e di opposizione altrettanto categorica al disegno giolittiano di allargamento

delle basi dello Stato. La guerra di Libia è il banco di prova dell’”Idea Nazionale”.

Al programma espansivo in politica estera si convertono, tra il 1913 e 1914, anche settori di

stampa come quelli della Destra conservatrice, pur estranei alle matrici ideologiche del

nazionalismo vero e proprio. L’opposizione al sistema giolittiano assume nel “Giornale

d’Italia” espressioni non molto distanti dalle tendenze autoritarie dell’”Idea nazionale”.

In quegli anni i dirigenti dell’Associazione agraria di Bologna e degli zuccherifici

settentrionali scalano “Il Resto del Carlino” di Bologna, dove l’atteggiamento degli agrari e

delle leghe contadine si radicalizza sempre di più.

Con l’introduzione del suffragio universale maschile alle elezioni generali del 1913, che

e l’avanzata dei socialisti,

vedono il fallimento della mobilitazione dei clerico-moderati

questo partito estende la sua area di intervento a tutta la Penisola. Tuttavia, contrariamente a

quanto era avvenuto per i cattolici, alla presenza più massiccia e organizzata dei socialisti in

Parlamento, nelle amministrazioni locali, nei sodalizi di categoria, non corrispond

un’analoga presenza nel settore dei mezzi d’informazione.

L’”Avanti!”, che si proponeva di “formare una cultura popolare di massa”, si rivolge

all’aristocrazia operaia. Di fatto sfugge al quotidiano socialista l’importanza della letteratura

come mezzo di divulgazione dell’ideologia a livello di massa, che rimane così appannaggio

delle correnti d’opposizione democratica. La crescita delle lotte operaie è accompagnata dal

sorgere di un profluvio di fogli di matrice associazionistica. “Il Muratore”, “Il

Metallurgico”, “La sveglia del panettiere”, “Il Fascio ferroviario” e così via sono i nomi di

più prestigiosi del partito socialista sono “La Giustizia” di Reggio

queste testate. I fogli

Emilia, “La Plebe” di Pavia, “La Nuova Terra” di Mantova, “Il Grido del Popolo” di Torino,

“La Lotta” di Imola.

16

L’ultima fase del periodo giolittiano vede il progressivo declino della stampa d’ispirazione

come “Il Gazzettino” di Venezia e “Il Resto del

laica. Quotidiani democratico-radicali

Carlino” di Bologna si affermano presso il pubblico. In definitiva, mai come nel periodo

giolittiano il giornalismo italiano sa unire il massimo di prestigio al massimo della tiratura,

conciliare le sue origini elitarie con l’incipiente formazione di un’opinione pubblica, mentre

l’industrializzazione e l’affacciarsi di nuove forze sociali cambia il quadro del Paese.

La prima guerra mondiale

Il centrale che occupa la stampa quotidiana all’indomani dello scoppio del

problema

conflitto è quello dell’informazione sulle operazioni militari, sull’andamento degli scontri,

sulle caratteristiche nuove di guerra totale che affiorano presto da tutta Europa. I primi a

organizzare una redazione “militare” sono i quotidiani interventisti “Corriere della Sera” e

“Il Secolo”, che fornisce i servizi anche al “Giornale del mattino” di Bologna e al

“Messaggero” di Roma, seguiti da “La Stampa” e “La Tribuna”.

Presto emana tutta una serie di decreti che limitano la libertà d’informare. Il

il governo

decreto reale 23 maggio 1915 vieta di dare qualsiasi informazione sulle operazioni belliche e

dà ai prefetti la facoltà di arrivare fino al sequestro dei giornali che procurano danno agli

interessi nazionali. I corrispondenti di guerra fanno servizi per mantenere alto il morale della

popolazione e nascondono l’impreparazione militare e i contrasti tra i comandi.

Nel l’unica voce dal timbro

grigiore che caratterizza la stampa nei primi due anni di guerra

distinto e autonomo è l’”Avanti!”, che malgrado la presenza di larghi spazi bianchi della

censura conduce con forza la polemica contro gli arbitri dell’autorità politica e militare e

antisocialista. I termini “fascisti” e

contro i fasci interventisti costituitisi in chiave

“fascismo” compaiono per la prima volta in questo periodo per indicare i membri di tali

gruppi, che conducono il controspionaggio privato, e i loro rappresentanti in Parlamento.

Nel l’ex-direttore dell’”Avanti!” Benito Mussolini che, su “Il

fronte interventista si distingue

Popolo d’Italia”, accusa i «queruli zelatori di un pacifismo invertebrato”, cioè i socialisti che

hanno lanciato la parola d’ordine di un

nei convegni di Zimmerwald e Kienthal (1915-1916)

internazionalismo e la rottura dell’ipocrisia burocratica della Seconda Internazionale.

nuovo

Titoli e commenti sulla battaglia per la conquista di Gorizia (agosto 1916) rivelano

l’impreparazione della stampa ad affrontare in maniera moderna i problemi della guerra. Si

va dai toni enfatici de “Il Giornale d’Italia” (“Entrando in Gorizia ancora fumante. A guado,

a nuoto, di corsa tra il turbine della mitraglia. Con l’esercito trionfatore”) al “Corriere della

Sera”, cui interessa esaltare il comandante Luigi Cadorna e attaccare i fautori della

neutralità.

La Rivoluzione di Febbraio (17 febbraio 1917) in Russia sorprende la stampa italiana che

non ha dedicato finora soverchio spazio a quanto succedeva nell’impero zarista. La notizia

arriva dall’agenzia “Stefani”. Alcuni giornali spiegano la Rivoluzione e il governo Kerenski

che ne nasce come lo scatto di consapevolezza di un popolo che combattendo scopre di

essere esso stesso lo Stato. Il “Corriere della Sera” esalta l’inizio dell’evoluzione

dell’autocrazia zarista e la coincidenza degli obiettivi del movimento rivoluzionario con

quelli dell’Intesa. “Il Popolo d’Italia”, invece, utilizza gli avvenimenti di Russia per

intensificare la polemica con i socialisti. L’”Avanti!” è il più approfondito nelle analisi e

le biografie dei capi rivoluzionari. L’agenzia Stefani dà notizia l’8 novembre della

pubblica

Rivoluzione bolscevica con undici storiche parole: “I massimalisti sono padroni di

Pietrogrado. Kerenski è stato deposto”. I grandi giornali si attengono alle notizie d’agenzia e

nel primo periodo non fanno commenti.

Il dramma della disfatta di Caporetto è seguito dai giornali in modo lontano e sfocato.

L’attenzione è sulla preoccupazione di tranquillizzare l’opinione pubblica sulla solidità delle

nostre difese e sulle misure che il nuovo governo Orlando attua per attuare la difesa del

17

sacro suolo nazionale. Il 28 ottobre i giornali riconoscono la gravità del rovescio e

sottolineano la necessità della concordia nazionale. Subito dopo Caporetto i cosiddetti

cioè diffusi tra le truppe, conoscono un’impressionante fioritura.

giornali di trincea,

All’indomani della vittoria nel novembre 1918 i grandi giornali si interrogano sul futuro,

sulla necessità di una “politica nuova”.

Dalla Grande Guerra al fascismo

Vediamo di alcune delle principali testate. “Corriere della Sera”: nel 1900,

ora la diffusione

70 mila copie; nel 1906, 150 mila; nel 1920, 600 mila. “Gazzetta del Popolo”: nel 1906 70-

mila. “Il Giornale d’Italia”: 1913, 100 mila;

80 mila; 1915-17, 180 mila; 1918-20, 130-180

1915-22, 200-300 mila.

La logica politica ed economica che presiede ai mutamenti della stampa si inserisce in

alcune linee di tendenza, che emergono nell’ultimo periodo della guerra e subito dopo la

nell’Italia settentrionale e a

Vittoria. La prima è la conquista di testate di ogni dimensione

Roma da parte dell’industria pesante. Ad esempio, all’Ansaldo appartengono direttamente e

indirettamente “Il Secolo XIX” e il “Corriere mercantile” di Genova, e “L’Idea Nazionale”.

quotidiani: oltre ai già citati, “Il Secolo” di

I siderurgici controllano in tutto quattordici

Milano, “Il Popolo d’Italia” e “Il Paese” di Roma, “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” di

Firenze, “Il Piccolo” di Trieste. “Il Corriere della Sera” nel 1920 viene ceduto dai Pirelli ai

Alberini e ai tre fratelli Crespi. “La Stampa”, che ha raggiunto le 200 mila copie,

due fratelli

il 1° dicembre 1920 vede l’ingresso tra gli azionisti di Giovanni Agnelli. “L’Avanti!” si

dibatte in gravi problemi finanziari.

La seconda linea di tendenza è il sorgere tra il 1920 e il 1924 a Milano e a Roma di una serie

di testate espressione diretta di movimenti politici e partiti sorti o cresciuti nel dopoguerra:

“La Voce Repubblicana” nel 1921, “Il Popolo” organo del partito popolare nel 1923,

“L’Unità” del partito comunista d’Italia nel 1924, “La Giustizia” del partito socialista

unitario di Turati e Treves nel 1922. La terza linea di tendenza è l’evoluzione del modo di

fare il giornale quotidiano con le novità della terza pagina, della cronaca cittadina e della

politica estera.

La prima questione che i giornali affrontano dopo l’euforia della vittoria è quella della

mobilitazione e delle conseguenze che ne derivano: l’assistenza ai reduci e il loro

reinserimento nella vita civile, la riconversione dell’industria italiana. Largo spazio ha la

Regia commissione d’inchiesta sul ripiegamento di Caporetto, nel luglio 1919. Altre

questioni sono i moti per il carovita a Forlì e la questione di Fiume. La stampa nazionalista

per mesi rivendica per l’Italia Fiume e tutta la Dalmazia e i giornali si dividono sull’impresa

di Gabriele d’Annunzio.

Il fatto nuovo per i giornali nel 1920 è che la classe dirigente borghese e monarchica del

primo sessantennio dell’Italia Unita deve fare i conti con due potenti formazioni politiche, i

e i socialisti, cresciuti entrambi al di fuori e in contrapposizione all’edificio liberale.

cattolici

“La Stampa” di Alfredo Trassati dedica un’attenzione costante al mondo cattolico. Lo

sciopero del movimento dei Consigli di fabbrica, sostenuti dall’”Ordine Nuovo” nell’aprile

1920 a Torino divide la stampa italiana tra reazionari e moderati che invocano la mano forte,

riformisti che sollecitano un rinnovamento delle strutture del Paese per rispondere ai bisogni

dei ceti più poveri e sostenitori del movimento rivoluzionario.

“Il Popolo d’Italia” di Mussolini e dei fasci di combattimento è il capofila dello schierameto

antisocialista e che sostiene la necessità di reprimere il movimento operaio. Il ritorno di

Giolitti al potere viene accettato dalla stampa liberale come un male da accettare. I temi più

importanti diventano il timore della rivoluzione bolscevica e le insufficienze dello Stato

liberale.

18

Dal 1921 il tema che campeggia sui giornali è il ruolo e il destino del movimento fascista. Il

congresso di Livorno che si apre il 15 gennaio 1921 e porta alla fondazione del partito

comunista costituisce un’occasione di verifica importante degli schieramenti d’opinione. I

grandi giornali dipingono il nuovo partito come l’espressione dell’esasperazione

il cedimento agli ordini di Mosca. Quanto alla “nuove destra” di Mussolini,

massimalista e

vi sono giornali come “La Gazzetta del Popolo” e il cattolico “L’Avvenire d’Italia” che

danno un giudizio complessivamente positivo dell’azione fascista. “Il Corriere della Sera”

parla di «eccessi della coscienza nazionale risorta», ma dà anche atto che i fascisti sono

«l’ala estrema di un grande partito nazionale che ha voluto il sacrificio della guerra per il

bene del Paese”.

Il 28 ottobre 1922 come l’attesa

complesso dei giornali accoglie la Marcia su Roma del

soluzione «pacifica e legalitaria» della crisi italiana. Solo “La Stampa segnala il carattere

dittatoriale del fascismo”, mentre il “Corriere” lamenta nel fallimento dell’accordo tra

liberali e fascisti l’impossibilità di assorbire la sovversione di destra nell’alveo

costituzionale. “La Voce Repubblicana” esce clandestinamente, gli organi della sinistra

restano del tutto isolati.


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flaviael

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in editoria multimediale e nuove professioni dell'informazione
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A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di STORIA ED EVOLUZIONE DEI MODELLI DI GIORNALISMO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tarzia Fabio.

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