Prefazione
Gianni Toniolo
L’Europa, pur con lentezza e difficoltà, sta incominciando a riconoscere, e a mostrare all’esterno, la propria identità come “unicum”. Questo libro rende questa unità raccontando la storia del continente in maniera equilibrata, soprattutto per quanto riguarda la divisione tra Est e Ovest, anche per sfidare gli scetticismi diffusi sull’unificazione europea. Berend ha una posizione privilegiata nel farlo, dato che ha vissuto gran parte della sua vita in Ungheria (rettore dell’Università di Budapest) prima di trasferirsi all’Università della California. Il susseguirsi dei capitoli segue le ideologie e istituzioni prevalenti, più che le consuete cronologie, e mostra luci e ombre di ciascun periodo.
Introduzione
Il XX secolo è stato definito da molti come “il secolo più orribile dell’intera storia dell’Occidente” (Isaiah Berlin), ma esso ha anche cambiato radicalmente la vita degli europei in senso positivo. Salari e accessibilità dei beni si moltiplicarono tra l’inizio e la fine del secolo, e in più si aggiunsero le garanzie del welfare state (sanità e istruzione: aumentò enormemente anche la scolarizzazione). La mortalità calò drasticamente e la speranza di vita alla nascita giunse quasi a raddoppiare (da 46 a 78 nelle regioni avanzate, da 32 a 67 in quelle più povere).
Nel XX secolo, i popoli europei continuarono a maturare la convinzione, nata con l’Illuminismo, di avere una missione nel promuovere il progresso umano verso un fine ideale: il pensiero e la prassi economici, con la serie di esperimenti messi in pratica nel corso del secolo, lo testimoniano al meglio. Il Novecento, infatti, dimostrò che gli uomini imparano qualcosa dalla storia: le tragedie, anche economiche (depressione, iperinflazione) dell’“età dei cataclismi” mobilitarono le masse, i pensatori economici e i governi a partire dal secondo dopoguerra.
Lo sviluppo economico divenne lo Zeitgeist dell’epoca: per raggiungerlo, gli Stati iniziarono a pianificare le proprie economie, anziché lasciarle totalmente in balia del mercato come all’inizio del secolo, per una finalità esplicitamente sociale. Potevano contare, in questo, sull’esperienza del periodo interbellico, quando i regimi autoritari imboccarono la via del dirigismo (pianificazione, settori a proprietà pubblica), o addirittura abolirono il mercato e la proprietà privata, il tutto in un regime di isolazionismo totale, mitigato (per necessità) soltanto da alcune forme di cooperazione imposte (il Grossraumwirtschaft nazista, il Comecon).
I governi dell’Europa occidentale adottarono quindi politiche anticicliche per evitare fluttuazioni troppo ampie e, soprattutto, introdussero un sistema di redistribuzione e di sicurezza sociale basato su un’elevata tassazione, che garantiva una serie di servizi (sanità, istruzione, pensione, maternità, ferie) come diritti del cittadino, pur senza aspirare a un utopistico annullamento delle disparità sociali. Queste misure ebbero un effetto positivo anche per le economie, perché rafforzarono i mercati interni e stimolarono i consumi. In questi Paesi, poi, si introdusse una collaborazione corporativa tra lavoratori (sindacati) e datori di lavoro.
Tutti questi cambiamenti, però, si realizzarono in un ambiente di mercato (le imprese di Stato erano sul mercato, la pianificazione si basava su incentivi…) e all’insegna del libero scambio (integrazione europea). L’Europa si trasformò quindi da struttura industriale-agraria a economica delle comunicazioni e dei servizi, coinvolgendo in questo anche aree tradizionalmente periferiche (Europa mediterranea, Irlanda, Finlandia), fatta eccezione per i Paesi dell’Est socialisti, con cui il divario si ampliò a livelli mai visti nella storia moderna (e oggi solo in parte mitigato dall’ammissione di alcuni di questi Stati all’Ue).
La maggior parte di questi cambiamenti avvenne grosso modo tra il 1914 e il 1973, mentre negli ultimi decenni del secolo la globalizzazione rese le regolazioni e la spesa sociale controproducenti (furono le multinazionali a prendere le redini del cambiamento, e introdussero un modello economico ben diverso), e i tragici cambiamenti che avvennero in molte parti del mondo spensero l’ottimismo verso la possibilità di cambiare la storia, spingendo al laissez-faire. L’Europa ha già iniziato ad adattarsi a questi cambiamenti, diventando una superpotenza economica alla pari o quasi con gli Stati Uniti. Riuscirà a mantenere anche lo stato sociale?
L’ipotesi di fondo di questo libro è che la tendenza del XX secolo fu la sintesi graduale di sistemi economici diametralmente opposti e duramente contrapposti: economia di mercato democratica e dirigismo economico dittatoriale seppero anche influenzarsi a vicenda, promuovendo in alcuni casi lo sviluppo e una riduzione dei divari all’interno dell’Europa.
Capitolo 1. Il sistema europeo del laissez-faire e il suo impatto fino alla prima guerra mondiale
L’ascesa della Gran Bretagna e il sistema del laissez-faire
Nel “lungo Ottocento” (anni Settanta-Ottanta del Settecento-1914) l’Europa ha visto le più spettacolari trasformazioni economiche, iniziate tutte con la rivoluzione industriale avvenuta in Gran Bretagna a metà Settecento: un sistema di vie d’acqua, una profonda trasformazione nell’agricoltura e, soprattutto, le macchine a vapore di Newcomen aumentarono la produttività e la Gran Bretagna iniziò ad orientarsi sempre più alle esportazioni, a partire dal settore tessile (nel 1870 l’economia britannica copriva il 40% delle esportazioni totali di tutta l’Europa).
La Gran Bretagna comprese che per favorire questo cambiamento doveva abbandonare il tradizionale approccio mercantilista (es. Calico Law contro l’importazione dei prodotti di cotone indiani) e iniziò a favorire invece il liberoscambismo: nel 1842 Robert Peel ridusse i dazi sia all’importazione che all’esportazione, nel 1846 e nel 1849 (dopo le terribili carestie irlandesi) furono abolite le Corn Laws e sempre nel 1849 la Navigation Law (approdo di navi straniere). Ci volle però un altro quarto di secolo per abolire tutti i dazi.
Nel 1860 Gran Bretagna e Francia firmarono il Trattato Cobden-Chevalier, primo passo per l’estensione del liberoscambismo a tutta Europa: i britannici introdussero infatti la clausola della nazione più favorita (riduzioni tariffarie) in ogni negoziato con altri Paesi europei. Il fatto che un 20-25% delle transazioni commerciali divenne multilaterale e non più bilaterale, poi, permise ai Paesi di bilanciare il deficit commerciale verso un partner con un surplus verso un altro, necessitando di meno oro e valuta forte, la cui carenza aveva fino a quel momento avuto un’azione limitante sui commerci.
Il passo decisivo fu l’adozione del sistema aureo (gold standard) al posto di quello bimetallico (Francia), quello basato sull’argento (Olanda) o sulla circolazione cartacea non convertibile (Italia, Russia). Ponendo alla base di ogni unità monetaria una quantità fissa di oro, il nuovo sistema rese le valute europee facilmente convertibili tra di loro. Pioniera fu ancora una volta la Gran Bretagna, lavorandoci sin dalla fine del Settecento e introducendo ufficialmente il gold standard nel 1821. Gli altri Paesi europei la seguirono nei decenni successivi: l’Olanda e i Paesi scandinavi nel 1867, la Germania al momento dell’unificazione (1871), l’Unione monetaria latina nel 1878 e a fine secolo anche Russia e Austria-Ungheria. La sterlina, il cui valore rimase stabile dal 1821 al 1914, divenne la valuta internazionale.
Si abbandonò gradualmente il mercantilismo affermato nei secoli precedenti, che mirava ad incrementare le esportazioni per accumulare oro e argento, con un ruolo cruciale dello Stato nel porre dazi sulle importazioni. Il passaggio dal capitalismo commerciale al capitalismo industriale spinse molti pensatori politici (a partire dai fisiocrati come François Quesnay, il quale affermava che la terra e le industrie estrattive sono fonti di ricchezza come il commercio e il denaro) a mettere in discussione questo ruolo dello Stato e a promuovere la libertà economica, secondo l’idea che per governare meglio occorra governare meno (lo diceva René Louis d’Argenson, colui che coniò il termine “laissez faire” a metà Settecento).
Anche se queste idee si basavano sull’individualismo di pensatori settecenteschi come John Locke e David Hume, i primi veri teorici di un’ideologia dell’era industriale furono gli economisti britannici Adam Smith, David Ricardo e John Stuart Mill. Il loro pensiero si fondava sull’idea newtoniana che esistano delle leggi naturali che mantengono in armonia l’universo, e che ogni tentativo di modificarle sia quindi dannoso, ma anche sul successo della Gran Bretagna, il cui nuovo sistema liberista fu adottato a modello universale.
- Adam Smith, ne La ricchezza delle nazioni (fondamento dell’economia moderna), descrive l’armonia naturale come la “mano invisibile” del mercato. Per Smith, in un regime di laissez faire l’interesse privato giova a quello pubblico, grazie alla libera concorrenza. Ritiene poi che per massimizzare la produttività occorra una divisione del lavoro, sia tra le varie fabbriche che a livello internazionale (specializzazione dei Paesi in certi tipi di produzione che riescono a portare avanti con la massima efficienza).
- David Ricardo, pur autodidatta (carriera come mediatore finanziario a Londra), divenne uno dei migliori economisti di tutti i tempi e formulò la teoria dei vantaggi comparati: il libero mercato è vantaggioso per entrambi i partner perché permette a ciascuno di vendere ciò che è in grado di produrre meglio e di comprare ciò che non saprebbe produrre con altrettanta efficienza (es. scambi tra Paesi agricoli e industriali).
- John Stuart Mill definì il libero mercato come l’unico fondamento del diritto e della libertà degli uomini (Saggio sulla libertà, 1859), perché ogni vincolo, compresi quelli al commercio, sono un male. Grazie alla libertà e alla democrazia, sarebbero state le stesse parti sociali (lavoratori e datori di lavoro) a trovare gli accordi migliori, garantendo l’armonia.
Complice anche dello straordinario successo della Gran Bretagna, l’ideologia del laissez-faire divenne lo spirito guida dei Paesi avanzati, pur tra cautele e ripensamenti. Secondo questa ideologia, come si è visto, l’economia europea si internazionalizzò: oltre all’abolizione dei dazi e ai tassi di cambio stabili, una serie di altre novità contribuì a questo processo: la costruzione di una rete di comunicazioni internazionale (Unione telegrafica internazionale, Associazione postale internazionale) e del sistema ferroviario europeo (riduzione dei tempi e dei costi). Furono poi internazionalizzate le vie d’acqua europee (dal 1868), fu introdotto il sistema metrico (1875), accordi sui brevetti… In politica interna, però, molti Paesi tornarono presto al protezionismo e all’intervento, soprattutto dal 1873, quando iniziò a pesare la concorrenza americana.
Nascono i settori moderni
Lo sviluppo economico ottocentesco raggiunse il suo apice nel primo decennio del nuovo secolo grazie ad alcuni cambiamenti tecnologici che portarono alla nascita di nuovi settori (es. industria chimica) o a un rinnovamento di quelli esistenti. In particolare, fu cruciale il ruolo dell’elettricità, che permise di portare avanti lo sviluppo industriale anche a Paesi sprovvisti di carbone, grazie alle centrali idroelettriche (es. Italia, Svizzera, Norvegia). Città come Parigi e Londra si elettrificano molto presto e sia in Francia che in Gran Bretagna la rete elettrica venne estesa a tutte le città di una certa grandezza.
Un cambiamento importante, basato anche sull’elettricità, avviene nel settore delle comunicazioni (in particolare il telefono: nel 1913 5,3 miliardi chiamate a livello mondiale) e in quello dei trasporti.
- Nelle città comparvero i tram elettrici (i primi a Berlino e Praga) e la metropolitana (la prima fu costruita a Londra nel 1863 Londra e a fine secolo iniziò ad essere elettrificata; seguirono nel 1896 Budapest e nel 1900 Parigi).
- L’automobile, nonostante i limiti tecnici, riscosse da subito un grande successo, e il motore a combustione interna che la caratterizzava fu esteso anche al settore dei trasporti pubblici, con i taxi (i primi a Berlino nel 1900) e gli autobus (si diffusero molto a Parigi).
- Lo stesso motore fu usato anche in un’altra notevole innovazione, ossia l’aeroplano, usato fin da subito per scopi militari (primo bombardamento aereo nel 1911, durante la guerra italo-turca), ma con un parallelo sviluppo dell’aviazione civile (la prima compagnia è la DELAG, nata in Germania nel 1909).
- L’elettricità influisce anche su tecnologie già esistenti, ad esempio le ferrovie.
Se pure alcune di queste innovazioni non avevano ancora un forte impatto sulla vita delle persone, ne ebbero però uno notevole sullo sviluppo economico: la produzione industriale europea raddoppiò nel periodo 1890-1913 e il Pil europeo crebbe del +27% tra 1900 e 1913. Accanto all’industria crebbe comunque notevolmente anche il settore dei servizi (commercio, banche, trasporti, servizi alla persona), che copriva il 30-45% del Pil dell’Europa occidentale.
Focus: Brown Boveri
La Brown Boveri è un caso esemplare di molte aziende dei settori di avanguardia che, nate in piccoli Stati, si orientarono subito a un mercato internazionale. Fu fondata nel 1890 a Baden, una piccola cittadina svizzera dotata di una centrale idroelettrica, da Charles Brown e Walter Boveri. Brown trovò il modo di trasformare la bassa tensione in alta tensione e di trasportarla, così l’azienda iniziò a costruire generatori, centrali elettriche e linee di trasmissione innanzitutto per la Svizzera, ma poi per un numero sempre più grande di clienti internazionali (a fine secolo serviva 100 Paesi), costruendo una rete di aziende consociate, di collaborazioni e di investimenti congiunti.
Focus: La metropolitana di Parigi
Nel 1898 le autorità parigine decisero di collegare la città attraverso linee ferroviarie sotterranee. I lavori per il Métro iniziarono nel 1899 (alla guida c’erano Fulgencie Bienvenue e Edouard Louis Joseph Empain; le linee furono costruite con trincee aperte, e non con lavori sotterranei) e nel luglio 1900 era già attiva la prima linea, seguita presto da numerose altre, fino a un totale di 13 nel 1934 (nel 1998 se ne aggiunse una quattordicesima). La progettazione delle stazioni e degli accessi fu affidata a Hector Guimard, che ne fece dei capolavori dell’Art Nouveau.
La posizione dell’Europa nel mondo
All’inizio del Novecento l’Europa (con alcuni Paesi in particolare: Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, a cui si aggiunsero Germania e Danimarca) dominava il mondo, detenendo il 46% del Pil del pianeta (il Pil europeo era triplicato nel corso dell’800). Questo nonostante il fatto che dal 1870 si fossero affermati altri concorrenti, come Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda: nel 1913 il loro Pil totale era il 79% di quello europeo, ma quello pro capite era superiore del 40%. Anche l’America Latina raddoppiò il proprio Pil pro capite nel corso dell’Ottocento, mentre in Asia, Oceania e Africa crebbe solo del 28-35% nello stesso periodo.
La crescita era strettamente legata allo sviluppo industriale. Infatti, mentre gran parte del mondo continuava ad avere un’economia essenzialmente agricola, in Europa il settore primario occupava solo il 28% della popolazione nel 1913 (in Gran Bretagna il 12%). L’Europa (in particolare Gran Bretagna e Francia) deteneva quindi il 52% della produzione industriale mondiale (1913). Assorbiva poi il 63% delle esportazioni mondiali ed esportava il 90% dei capitali (“banchiere del mondo”).
Nonostante l’internazionalizzazione economica avvenuta in Europa, tra i Paesi industrializzati europei c’era una forte competizione, che si espresse nella corsa alle conquiste coloniali: negli ultimi decenni del XIX secolo, tutti i territori rimasti sul pianeta furono occupati dai Paesi europei (anche da quelli più piccoli come Belgio e Olanda). Tali conquiste, giustificate con le idee di “missione civilizzatrice” (nel 1899 Rudyard Kipling parlava del “fardello dell’uomo bianco”), furono una componente essenziale del successo europeo.
Il capitalismo industriale, infatti, ricercava attraverso il colonialismo quelle possibilità di investimento ormai esaurite in patria. Karl Kautsky (1907) parlò infatti di una nuova fase del capitalismo, fondata sul monopolio dei mercati, sulla costruzione di imperi nelle regioni agricole (quelle periferie rurali che Rosa Luxemburg nel 1913 definì come “terza persona” esterna al capitalismo, che forniva a questo mercati, materie prime e manodopera) e sulla competizione tra Stati accompagnata dalla militarizzazione. Anche Lenin (1917) descrisse l’imperialismo come la “fase suprema” del capitalismo.
Oltre alle cruciali ragioni economiche, in realtà, c’erano anche ragioni di prestigio: conquistare le “terre barbare” era uno status symbol di tutte le “grandi nazioni” (Heinrich von Treitschke, 1887), che miravano a conquistare il proprio “spazio vitale” (Lebensraum: Friedrich Ratzel, 1897).
La crescita delle disparità in Europa
Il tasso di crescita nel corso dell’Ottocento non fu uniforme in tutti i Paesi: alcuni dei Paesi di testa furono meno pronti ad accogliere i cambiamenti tecnologici e strutturali rispetto ad esempio a Usa, Francia, Germania e Scandinavia.
- La Gran Bretagna, in particolare, iniziò un lento declino rispetto agli altri Paesi: dagli anni Settanta dell’Ott...
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