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Storia economica: periodizzazioni

L’economia italiana del ‘900 si può dividere in otto grandi periodi:

  • I° 1914-1918: L’economia di guerra. In questo periodo il sistema industriale italiano ha carattere un po’ distorto, infatti insieme alle industrie moderne ve ne sono alcune che riescono a resistere alla concorrenza estera solo grazie alla presenza di un sistema molto tutelato.
  • II° 1919-1926: Riconversione post-bellica e risanamento economico. Il 1926 è un anno importante perché è da qui che si inizia a notare un cambiamento all’apparato industriale rappresentato dalla nascita di una struttura pubblica “istituto di liquidazioni” che rappresenta le imprese pubbliche, e che poi si evolverà in IRI.
  • III° 1927-1929: Stabilizzazione della lira e crisi deflazionistica in Italia. Sono anni di difficoltà ma diversi dai precedenti, infatti la ripresa dell’occupazione pesa molto sulla ripresa dell’Italia.
  • IV° 1929-1933: La “grande depressione”. In questo periodo c’è una grande crisi dell’economia che parte dagli Usa e si espande su scala mondiale. In questi anni la ricchezza prodotta diminuisce del 40%.
  • V° 1933-1939: La ripresa. A partire da questo periodo c’è una ripresa economica che durerà fino alla II° guerra mondiale. Questa è una ripresa condizionata dalla politica economica. Da una parte questa politica è corretta ma dall’altra è una politica economica espansiva ma che tuttavia garantisce all’industria interna la tutela dalla concorrenza estera, e che quindi limita un po’ il confronto con altre economie.
  • VI° 1940-1945: Il conflitto. In questo periodo di tempo notiamo due reazioni dell’economia: una prima positiva in quanto la domanda pubblica cresce, la seconda reazione che è negativa, è causata dalla guerra che è combattuta sul territorio e lo sviluppo industriale è più circoscritto rispetto alla prima guerra mondiale, un esempio è l’inferiore disponibilità di fonti energetiche come i combustibili fossili.
  • VII° 1945-1949: La ricostruzione. In questo periodo avviene la ricostruzione fisica del paese, distrutto da anni di guerra. Con lo sbarco nel 1943 degli Americani in Sicilia inizia una fase di liberazione del paese che durerà due anni. Una novità di questo periodo è la cooperazione che si crea principalmente grazie agli Stati Uniti tra stati vinti e vincitori.
  • VIII° 1950-1962: La fase di intenso sviluppo. La fase postbellica che inizia nel 1950 è una fase di intenso sviluppo, in quanto la ripresa avviene in un libero mercato che favorisce gli scambi. Questa fase durerà 20 anni e vede al suo interno momenti molto importanti a livello mondiale come la creazione del piano Marshall e la nascita della Cee nel 1957.

L'economia italiana nella seconda metà dell'800

La situazione economica politica italiana in questo periodo è piuttosto grave in quanto l’economia italiana presenta un grave ritardo rispetto agli altri paesi europei. Le ragioni di un tardo sviluppo dell’economia italiana si possono dividere in due gruppi:

Perché di ordine economico-politico

  • Innanzitutto la penisola aveva ereditato un assetto economico prevalentemente agricolo-commerciale che doveva essere conservato e nello stesso tempo rafforzato.
  • Inoltre bisognava cercare di rafforzare l’integrazione fra tutti gli stati pre-unitari, integrazione che non doveva essere solo politica ma anche economica.
  • È molto importante tener presente che in Italia non ci fu quello sviluppo delle ferrovie che visse il resto d’Europa nella seconda metà dell’800.
  • Vi era un basso livello della domanda di prodotti dell’industria a causa di cattive condizioni di vita.
  • Molto importante è il cattivo ruolo giocato dalla finanza pubblica italiana.

Perché di ordine culturale

  • Limite all’idea di sviluppo industriale imposto dai progressisti come Cattaneo e Cavour.
  • Disomogeneità tra i vari stati unitari.

Come detto in precedenza la finanza pubblica italiana che è strettamente legata alla spesa pubblica e all’andamento dell’economia ha giocato un ruolo molto negativo in quanto aumenta il già precario problema dell’unificazione pratica del paese, ovvero la creazione di una rete di comunicazione che collegasse i vari stati pre-unitari. In questo periodo ad esempio la ferrovia in Italia ha solo un significato simbolico in quanto c’è una rete molto disorganizzata e inorganica, e quindi invece che portare benessere e conseguentemente ricchezza è solo uno spreco che aumenta il debito pubblico italiano.

La questione del debito pubblico italiano è una questione molto dibattuta, ciò che è vero è il fatto che dal 1867 il debito pubblico è stato sempre in deficit. In quegli anni infatti per diminuire il debito lo stato obbliga la chiesa a vendere i suoi beni che sono per lo più immobili e terreni. Questo provvedimento come tutti quelli che lo seguiranno servono ad alimentare la finanza pubblica che per i primi 20 anni dalla nascita del paese non viene alimentata dall’industria.

Un altro problema è la politica doganale, infatti in Italia non si vuole creare una lega doganale come quella tedesca, ma d’altro canto si impedisce il libero mercato in quanto gli stati preunitari avevano delle economie di tipo protezionistico ad eccezione della Toscana. Esistono tuttavia due modi per affrontare il problema della politica doganale:

  • Col primo modo il governo decide come trattare le merci che entrano ed escono.
  • Col secondo modo il governo stipula un trattato dove enuncia le merci che possono entrare ed uscire.

Come si nota facilmente il primo modo di affrontare il problema è più autonomo, il secondo più convenzionale. La scelta tra i due modi viene fatta a seconda degli interessi del paese: se si ha interesse nell’esistenza di accordi commerciali, gli scambi verranno regolati col secondo metodo.

Come detto al punto due un problema di ordine culturale dell’arretratezza italiana era proprio il tipo di industrializzazione da scegliere in quanto l’idea dei progressisti come Cavour e Cattaneo era ottima per delle regioni con degli standard di industrializzazione simile a quello degli altri paesi d’Europa e non per tutti gli altri stati pre-unitari che compongono l’Italia.

I difficili anni della fine del secolo XIX

Verso la fine del XIX secolo vi sono tre grandi problemi:

  • Crisi agraria ed economica.
  • Fallimenti delle banche.
  • Conflitti sociali e emigrazione.

La crisi economica riscontrata in questo periodo è uno dei fattori cardine del cambiamento del potere legislativo e del passaggio dalla sinistra alla destra storica. La crisi agraria si verifica a causa dei trasporti che migliorano e quindi fanno diminuire i prezzi dei prodotti agricoli. Questa crisi di conseguenza induce una crisi economica in quanto i contadini vedono peggiorare le loro condizioni di vita e quindi chiedono aiuti alle banche. Nel 1882 ad esempio scoppia una rivolta nelle campagne cremonesi, nel 1889 ci furono numerosi moti in Sicilia sedati con l’intervento della polizia. Un altro segnale di crisi è la forte emigrazione in Argentina, in Usa e in Europa (Francia e Germania). L’emigrazione da un lato è una compensazione dell’aumento demografico, dall’altro testimonia la difficile situazione economica italiana. In questo periodo entrano anche in crisi gli istituti bancari, primo fra tutti la Banca di Roma.

Fattori di sostegno della prima industrializzazione

Difficoltà e crisi degli anni '90

Negli anni '90 c’era stata una grave crisi (i moti siciliani sono una testimonianza). C’è il tramonto in questo periodo dell’idea che un’economia basata sull’agricoltura sia tutelata da oscillazioni che caratterizzano invece economie dove l’industrializzazione. Il settore agricolo si sta rivelando un settore meno stabile di quanto si pensasse (scioperi e manifestazioni da parte dei lavoratori del mondo agricolo ne sono la testimonianza). Matura anche l’idea che l’agricoltura non riesca più a garantire la pace sociale e sufficienti livelli di reddito.

Congiuntura internazionale

Per l’Italia questo è un periodo di assestamento politico. Gli anni migliori dal punto di vista economico e politico sono gli anni del governo Giolitti. La fase giolittiana è una fase di crescita che vede un’accelerazione dell’industrializzazione, muta la composizione dell’economia italiana. Nonostante la crisi agraria abbia toccato tutte le economie europee, il processo di industrializzazione continua. Inoltre, la guerra franco-prussiana porta all’unificazione della Germania e comincia una fase di crescita economica di questo nuovo paese, il mercato tedesco consuma in questo periodo moltissimi prodotti italiani e assorbe molta manodopera (emigrazione dall’Italia). Un altro paese molto forte dal punto di vista economico sono gli Usa, che nell’800 ottengono la leadership economica. L’economia americana comincia a sviluppare al suo interno capitali per i propri finanziamenti, che verranno poi esportati. Il mercato americano diventa anche consumatore di prodotti italiani in particolare (semilavorati agricoli) a causa della forte presenza di italiani in America.

Equilibrio del bilancio dello stato

In questo periodo non ci sono richieste finanziarie da parte della spesa pubblica che distorcono il bilancio. Le entrate sono capaci di sostenere la spesa, ciò implica quindi l’assenza di un debito pubblico in espansione. Manca un settore come quello pubblico che assorba i finanziamenti che si vengono a creare in questo periodo, infatti si può investire solo nel settore economico (industriale e agricolo).

Politica economica

La politica economica di questo periodo favorisce il cambiamento nella composizione qualitativa dell’economia italiana. Il protezionismo fa sì che gli scambi con l’estero siano gestiti con regole che favoriscano lo sviluppo dell’economia italiana come ad esempio alti dazi alle importazioni di prodotti di alcuni settori (come la metallurgia o la siderurgia). Ciò comporta un rafforzamento e un miglioramento dei settori industriali italiani. Avviene poi la nazionalizzazione delle ferrovie; le compagnie ferroviarie private vengono liquidate. Tutto ciò insieme alle commesse dello stato rafforza i settori industriali italiani.

Riorganizzazione del sistema bancario

Il fatto più importante accaduto in questi anni è la fondazione nel 1893 della Banca d’Italia, si emette quindi un nuovo tipo di moneta, la carta moneta, che sostituisce via via la moneta metallica. Ciò che cambia è il valore della moneta: mentre con le monete metalliche il valore intrinseco corrispondeva a quello nominale (il metallo di per sé ha un dato valore), e il cambio da una moneta all’altra dipendeva dalla quantità di metallo; con la cartamoneta questi cambi non sono più così evidenti in quanto non c’è più identità tra valore intrinseco e nominale. Gli scambi avvengono a condizione che una carta moneta possa essere scambiata con un’altra carta moneta allo stesso valore o può ottenere monete di metallo con l’equivalente del valore del biglietto. Deve essere sempre chiara la condizione che la cartamoneta deve essere convertita in metallo. L’organizzazione delle banche che potevano emettere carta moneta era basata su convenzioni approvate con lo stato. Le autorizzazioni venivano emesse dallo stato che si accertava in precedenza che vengano rispettate. Tuttavia, non essendoci particolari contratti e difficoltà nello stampare biglietti in eccedenza, si corre il rischio che vengano stampati biglietti al di fuori delle autorizzazioni: la banca quindi per stampare cartamoneta, deve possedere una quantità d’oro pari a 1/3 del valore della carta moneta stampata. In Italia c’erano più banche di emissione, mentre gli altri stati europei ne avevano una sola. Nel 1861 data dell’unità d’Italia c’erano circa sei banche (che riprendevano una situazione pre-unitaria). C’era quindi una pluralità di emissioni. In questo sistema di pluralismo non furono rispettate le autorizzazioni, ciò porta ad esempio allo scandalo della Banca di Roma. A seguito dello scandalo della Banca di Roma notiamo l’altro grande avvenimento di questi anni di fine secolo: la riorganizzazione delle banche. La Banca d’Italia, affiancata dal Banco di Sicilia e dal Banco di Napoli erano le uniche tre banche di emissione, la Banca d’Italia tuttavia aveva un rapporto esclusivo col governo. Attraverso il comportamento della Banca d’Italia si influenzava il comportamento delle altre banche che non erano solo di emissione. Come conseguenza della crisi bancaria degli anni ’90 nascono infatti le banche miste. Le banche miste che furono imitate sul modello tedesco (infatti in questo periodo l’Italia si avvicina diplomaticamente alla Germania) erano banche che hanno a disposizione dei capitali che dipendono dalla forma societaria che assumono e dai depositi che a loro volta investono. La banca è detta mista perché ha una raccolta di capitale mista e anche perché fa operazioni di prestito non solo a breve ma anche a lungo termine. La banca diventa quindi partecipe alle imprese. Questo tipo di banca rappresentò per l’epoca un valido sostegno all’industrializzazione (ad esempio in Italia l’industria elettrica cresce molto grazie al sostegno di questo tipo di banche) e diventa un fattore positivo nello sviluppo dell’economia italiana. Sempre in questo periodo nascono le banche locali che agiscono in un ambiente circoscritto e al suo interno operano a sostegno dello sviluppo economico (garantendo i capitali necessari). Le cooperative di credito, nate come rurali, agiscono su territori molto limitati e nascono come comune espressione del magistero dei papi.

Dalla guerra alla “grande crisi”

L'economia di guerra (1914-1918)

Il 28 luglio 1914, data di inizio della prima guerra mondiale, nessuno si sarebbe mai aspettato che le vicende belliche sarebbero degenerate così rapidamente da coinvolgere l’intera Europa e non solo. Queste stime errate non riguardarono soltanto la durata della guerra, ma anche il cambiamento dell’economia a livello europeo.

Il XIX secolo infatti aveva portato numerosi mutamenti nell’economia dell’Europa che a causa di un cambiamento nel metodo di produzione aveva causato un notevole aumento demografico. Tali cambiamenti avevano portato enormi trasformazioni anche nella struttura sociale dei singoli stati e avevano causato profonde tensioni tra i paesi europei che sfociarono appunto nella guerra del 1914. Quando scoppiò il conflitto l’economia italiana era ancora una delle meno progredite d’Europa nonostante i notevoli miglioramenti avvenuti nell’epoca della Belle Epoque. Ciò che si notava maggiormente era il carattere dualistico dello sviluppo della penisola: da una parte vi era il Nord che aveva quasi raggiunto dei livelli simili a quelli di Francia e Germania, ben più distaccato vi era il sud che era ancora in condizioni di estrema arretratezza. Negli anni immediatamente precedenti al 1914 l’Italia aveva sì compiuto grandi passi rispetto all’inizio del secolo, infatti notiamo una forte componente agricola all’interno dell’economia, ma la sua struttura economica presentava ancora elementi di debolezza causati principalmente da una scarsa diffusione del settore industriale: il paese infatti si vedeva costretto ad esportare una forte quantità di prodotti agricoli e semilavorati della stessa provenienza (è importante ricordare che poiché la penisola godeva di una buona agricoltura si sarebbe potuta sviluppare anche una buona industria), dall’altra a sperare nel contributo derivante dagli emigrati e dalla valuta turistica. Una condizione fondamentale per rafforzare una tale economia era la pace e numerosi scambi con gli altri paesi. Durante la guerra quindi questa economia entrò in crisi, infatti si nota una politica economica fatta di restrizioni creditizie, diminuzione dei prezzi e un conseguente aumento delle tensioni sociali.

Nel 1914 le tensioni tra i vari stati erano giunte ad un punto di non ritorno ed era inevitabile che si giungesse al conflitto, basta pensare che alcuni stati che avevano rapporti commerciali reciprocamente vantaggiosi si fossero schierati gli uni contro gli altri per raggiungere condizioni favorevoli. Il conflitto poneva al sistema una serie di problemi che non si sarebbero mai verificati in condizioni di pace. In primo luogo si rilevarono particolarmente pesanti le implicazioni finanziarie che la guerra portò con sé, che ebbero ripercussioni anche nel periodo post-bellico. Le metodologie di finanziamento cambiarono da paese a paese:

  • L’Inghilterra tassava i suoi cittadini;
  • La Francia offriva loro rentes;
  • La Germania dava loro denaro.

Il metodo usato dall’Inghilterra era prevalentemente quello di una fortissima pressione fiscale; i Francesi avrebbero utilizzato il debito pubblico, e i tedeschi avrebbero fatto ricorso alla stampa di banconote. Il metodo scelto da Francia e Germania sarebbe stato scelto in quanto non produce inflazione e aveva anche il vantaggio di finanziare la spesa bellica. Tale metodo aveva però degli svantaggi come ad esempio una contrazione della produzione a fronte di una forte pressione fiscale. Un altro problema era di tipo sociale in quanto non si poteva far pesare sulle spalle dei cittadini che già vivevano le difficoltà della guerra anche i costi della spesa bellica. Si decise quindi di dilazionare questi c

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher yuarvi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Fumi Gianpiero.
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