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propri capitali, ma anche parte dei depositi dei loro clienti (vennero chiamate banche

miste). Esse spesso possedevano qualche pacchetto azionario di imprese, soprattutto

allo scopo di piazzare qualche loro uomo nei consigli di amministrazione di tali imprese

per poterne seguire l’andamento da vicino. Poiché ogni singolo banca sedeva in più

consigli di amministrazione, si trovava a possedere informazioni di prima mano su

complessi industriali, a volte su interi settori. Per far fronte a crisi temporanee

necessitavano di una banca centrale molto più interventista della Bank of England o

della Banque de France, e così infatti si comportò la REICHSBANK. L’importanza della

banca mista venne per primo segnalata da Gerschenkron, che ne fece il suo esempio

preferito di fattore sostitutivo.

La Germani a si dotò di un efficiente sistema pubblico di scuole tecniche secondarie e

di politecnici a livello superiore, producendo un notevole numero di ingegneri, che

acquisirono un’importante posizione sociale. Gran parte delle imprese industriali

stavano nell’ovest della Germania mentre l’est restava più agricolo, con un agricoltura

di tipo estensivo non troppo avanzata (a conferma della validità dell’approccio

regionale di Pollard: come nazione ospitava aree molto avanzate, ma anche altre

molto arretrato). La Germania fu la prima nazione europea a introdurre un sistema di

previdenza sociale gestita dallo stato e generalizzata a tutti i lavoratori già con

Bismarck negli anni Ottanta dell’Ottocento.

CAPITOLO 4 – LA PARZIALE MODERNIZZAZIONE DELLA PERIFERIA

1) IMPERO ASBURGICO

Innanzitutto, va detto che l’impero ritardò molto l’abolizione della servitù della gleba,

che avvenne solo dopo la rivoluzione del 1848, e anche l’abolizione dei dazi interni si

fece attendere fino al 1850. Un altro elemento negativo fu la sua politica

protezionistica che la tagliò fuori dal commercio internazionale. Dal punto di vista

settoriale, lo sviluppo industriale che si realizzò, privilegiò l’industria leggera

(alimentare, tessile, vetro e carta), ma si svilupparono anche l’industria

metalmeccanica, le ferrovie e l’industria elettrica. Il sistema finanziario imitò quello

tedesco, con la creazione di numerose banche miste.

Il problema principale però dell’impero agli inizi dell’Ottocento, era quello di ospitare

aree con diversissime dotazioni di prerequisiti per lo sviluppo e di non essere riuscito a

far fare alle più arretrate un salto di qualità. Osservando le differenze per area, si nota

che vi erano due aree a buon livello di sviluppo (Austria e regione ceca), delle altre il

linea con lo sviluppo dell’Italia e Spagna (Slovacchia, Ungheria e Slovenia), e altre fra

le più arretrate d’Europa.

2) RUSSIA

Va subito detto che la Russia, trovandosi all’stremo lembo orientale dell’Europa, aveva

subito notevoli influenze dall’assolutismo orientale, e solo per iniziativa dall’alto da

parte degli zar si aprì a qualche maggiore influenza europea. La perdita della guerra di

Crimea (1855) fece toccare con mano l’arretratezza del paese, e lo zar Alessandro II si

decise ad abolire nel 1861 la servitù della gleba che ormai era rimasta in vigore

solamente in Russia. Fu solo nel 1907 che il ministro Stolypin abolì i pagamenti residui

del riscatto e permise l’effettiva privatizzazione del terre. Alessandro II incoraggiò

anche la costruzione di ferrovie e la riorganizzazione delle banche. A partire dagli anni

Ottanta dell’Ottocento, l’industrializzazione in Russia fece un grande balzo in avanti,

crescendo a ritmi rapidissimi particolarmente negli anni Novanta. La crescita

provocata dal decollo dell’industria pesante legata alle ferrovie si interruppe all’inizio

del XX secolo con la guerra russo-giapponese persa dalla Russia, e la rivoluzione del

1905-06.

Ci fu una certa ripresa successivamente, ma alla vigilia della prima guerra mondiale,

l’economia russa era ben lontana dall’avere trovato un suo equilibrato sentiero di

crescita autosostenuta, e gli imprenditori russi erano ancora pochi, male organizzati e

relativamente emarginati dal punto di vista sociale. Lo stato finanziò le ferrovie,

introdusse il gold standard per attirare investimenti stranieri, impose dazi sulle

industrie strategiche per incentivare la costruzione di impianti sul territorio. Ma per

fare questo, lo stato tassò redditi già bassi, contribuendo alla ristrettezza della

domanda privata

3) ITALIA

Un po’ la frammentazione politica, e un po’ l’esagerata insistenza su manifatture di

lusso ad alto prezzo, insieme allo spostamento dell’asse dei traffici dal Mediterraneo

all’Atlantico, produssero un vistoso declino dell’Italia nel Seicento e una sua

persistente arretratezza nel Settecento. L’Italia con il congresso di Vienna venne

ristrutturato in 7 stati, e fra questi solo il Regno di Sardegna si rivelò dinamico

istituzionalmente. Con l’ascesa al potere di Cavour, trovò anche l’uomo politico di

larghe vedute che seppe tessere alleanze internazionali tali da condurlo a sostenere

l’irredentismo degli italiani. Le trame abilmente tessute da Cavour, accoppiate alla

focosità di Garibaldi il quale concepì l’idea di “liberare” il Regno delle Due Sicilie dai

Borboni, portarono all’unificazione politica del paese. I nuovi governi dell’Italia

unificata modernizzarono il paese dal punto di vista istituzionale, introducendo una

legislazione commerciale liberista ed un fisco allineato ai sistemi più avanzati europei.

Quello che non si riuscì a fare fu un’unica banca centrale, perché le banche di

emissione di alcuni degli stati preunitari riuscirono a mantenersi in esistenza. Quello

che non si vedeva era invece l’introduzione di nuovi settori industriali. Va detto che

l’Italia era completamente priva di carbone e aveva poco ferro; il debito pubblico era

elevato per via anche delle molte guerre. Gli affari si riavviarono un po’ all’inizio degli

anni Ottanta dell’Ottocento, anche per iniziativa dello stato, che si occupò di

rimodernare la Marina italiana, finanziò nel 1884 la creazione della prima importante

acciaieria italiana, la “Terni”. Ma una vasta speculazione edilizia, fece precipitare verso

la fine del decennio il sistema bancario in una pesante crisi, che vide il fallimento del

Credito Mobiliare e della Banca Generale. La ricostruzione del sistema finanziario

italiano continuò con la fondazione di banche miste alla tedesca: COMIT e CREDIT.

Dopo il 1895 iniziò la fase di decollo industriale dell’Italia, proseguita fino alla prima

guerra mondiale (Fiat e Pirelli vengono fondate in questo periodo). Gerschenkron

ritenne che le politiche economiche dei governi italiani (particolarmente il

protezionismo mal concepito e la fretta nella costruzione delle ferrovie) avessero

impedito di sfruttare appieno i “vantaggi dell’arretratezza” e che né lo stato né il

sistema bancario furono in grado di offrire potenti fattori sostitutivi (soltanto tre erano

le regioni dove il decollo industriale era pienamente avvenuto: Lombardia, Piemonte e

Liguria, il triangolo industriale).

4) SPAGNA

Anche la Spagna aveva goduto di un periodo di splendore nel Cinquecento, ma un

insieme di politiche mal concepite, non le permise di consolidare né il suo primato

politico, né la sua struttura economica. In questo panorama non certo esaltante, si

fecero strada due regioni dinamiche: la Catalogna ed i Paesi Baschi (oltre che

naturalmente Madrid). La prima sviluppò a partire già dalla fine del Settecento

l’industria del cotone e più tardi quella meccanica, dei mezzi di trasporto, elettrica e

dei servizi pubblici. La seconda a partire dalla fine dell’Ottocento impiantò un’industria

siderurgica. Tra fine Ottocento e prima guerra mondiale, la Spagna non ebbe una

buona performance dovuto al protezionismo troppo elevato e al fatto di non aver

aderito al gold standard. In seguito, la crescita spagnola continuò negli anni Venti a un

buon ritmo e non fu disturbata gravemente dalla Grande Crisi.

CAPITOLO 5 – IL DECLINO E L’EMERGERE DI TEMIBILI COMPETITORI

FUORI DELL’EUROPA: STATI UNITI E GIAPPONE

1) IL DECLINO DELLA GRAN BRETAGNA

Il declino della potenza Inglese ha motivazioni economico-sociali-culturali e non

politico-militari. Si tratta del declino della leadership inglese, non della scomparsa del

suo destino industriale. La G.B. è stata il primo paese in cui l’agricoltura si è

fortemente ridotta a favore dell’industria già nella seconda metà dell’Ottocento, ed è

stato il primo paese in cui l’industria si è fortemente ridotta a favore dei servizi.

I fattori del declino furono:

1 – Inizio precoce: diede sicuramente vantaggi dal punto di vista competitivo, ma si

può vedere questa questione come l’altra faccia della medaglia dei vantaggi

dell’arretratezza; i modelli adottati di macchine ed infrastrutture erano i primi, meno

perfezionati, che raggiunsero presto un elevato grado di obsolescenza economica

mentre erano ancora perfettamente funzionanti. La tentazione di lasciarli funzionare

fino ad esaurimento fisico era grande, e così la G.B. perse di competitività.

2 – Rigidità istituzionali: non seppe vedere nelle innovazioni istituzionali che si

realizzavano nell’Ottocento nei paesi che cercavano di imitarla, qualcosa cui ispirarsi.

2.1. – la finanza: La G.B. non riuscì né a rendere efficiente la sua borsa né a introdurre

banche più legate al finanziamento industriale, lasciando le sue industrie prive di un

efficace sostegno finanziario.

2.2. – istruzione: la G.B. introdusse solo molto tardi un sistema pubblico di istruzione

come gli altri paesi del continente e particolarmente non si interessò specificamente

dell’istruzione tecnica, impedendo così il paese di far bene nella seconda rivoluzione

industriale, che necessitava di un’istruzione tecnica media e superiore diffusa.

2.3. – la grande impresa: l’evoluzione verso forme di organizzazione manageriale delle

imprese in G.B. fu molto più lenta degli Stati Uniti e della Germania

3.1. – Le colonie: costi militari e amministrativi

3.2. – Sostengo gold standard: la Bank of England amministrava le sue politiche

monetarie più con l’obbiettivo di mantenere la stabilità internazionale che con quello

di sostenere la congiuntura interna.

3.3. – il predominio della City: gli interessi della City, la più grande piazza finanziaria

dell’epoca, erano ritenuti più importanti di quelli delle industrie inglesi.

3.4. – il ruolo di poliziotto del mondo: la G.B. venne coinvolta in molte guerre, allo

scopo di mantenere un bilanciamento dei poteri in Europa

2) LA PREPOTENTE ASCESA DEGLI USA

Il modello americano di industrializzazione discende direttamente da quello europeo, e

non presenta alcuna differenza per quanto riguarda ispirazione, ideali e valori…bensì,

le differenza erano nel contesto in cui si inserisce e nelle sue modalità di realizzazione.

Distaccatosi dalla G.B. con la DICHIARAZIONE DEI DIRITTI nel 1776 e poi con la vittorie

delle guerre di indipendenza, si diede un governo confederale nel 1789 che eliminò i

conflitti tra gli stati (ad secessione della guerra di secessione nel 1861 che oppose gli

stati del nord a quelli sud, e vide la vittoria dei primi e l’abolizione della schiavitù). Alla

fine del Settecento, le prime industrie vennero già fondate, e continuarono ad

espandersi nella prima metà dell’Ottocento; furono le ferrovie dopo la metà del secolo

e la fine della guerra civile a segnare il vero e proprio decollo del paese. La crescita

continuò fino alla Grande Crisi del 1929, e si caratterizzò per l’affermazione della

grande impresa. Per capire come mai la grande impresa ebbe tanto successo negli

USA rispetto all’Europa, il primo elemento da considerare è il rapporto

risorse-popolazione. Quello che divenne territorio degli USA in un lungo processo di

colonizzazione era un’area immensa e scarsamente popolata. Il secondo elemento

significativo deriva dalle implicazioni dell’essere una popolazione di emigranti.

Innanzitutto, l’emigrante è per definizione mobile, e quindi la nazione americana è

fatta di gente che non si contenta di quello che ha, ma che cerca di migliorare la sua

condizione con un atteggiamento disponibile allo spostamento. C’è un terzo

importante elemento, senza il quale i primi due non avrebbero potuto agire con la

medesima efficacia: per introdurre una nuova legge, non si doveva lottare contro gli

interessi di chi appoggiava quella già esistente. Le nuovi leggi venivano introdotte per

consenso in un ambiente politico che da subito si organizzò democraticamente. Lo

sviluppo si sviluppò anche nei settori dei telegrafi, dei telefoni (Western Union), il

petrolio (Rockfeller), l’automobile (Ford) ecc.

3) PERCHE’ IL GIAPPONE FU L’UNICO PAESE DI CULTURA NON EUROPEA A DECOLLARE

NELL’OTTOCENTO?

Il Giappone si era chiuso all’affluenza occidentale, proibendo ai suoi cittadini di

viaggiare all’estero e limitando il commercio a una nave olandese l’anno. Tra il 1853 e

1854, l’ammiraglio Matthew Perry arrivò con le sue navi nel porto di Tokyo e minacciò

di bombardare la capitale se la politica estera del Giappone non fosse cambiata.

L’imperatore dovette cedere, il Giappone si dovette aprire e non potè introdurre dazi

superiori al 5%. Mutsuhito diede una svolta al destino del Giappone iniziando una serie

di riforme istituzionali con le quali vennero abolite le caste, i samurai non ricevettero

più uno stipendio, e vennero mandati in occidente giovani preparati, per studiare le

istituzioni e consigliare i governo giapponese sul da farsi. Non fu facile per il Giappone

trovare il modo di decollare, in quanto necessitava di molte importazioni che si

dovevano ripagare con le esportazioni. Ma cosa esportare? Lo staple (prodotto-base)

fu la seta grezza: il Giappone rafforzò e modernizzò il suo ciclo produttivo, e divenne

un grande esportatore di seta grezza, soppiantando l’Italia agli inizi del Novecento.

Decollò l’industria tessile e anche quella pesante, vennero costruite le ferrovie e si

diffuse l’elettricità. Attorno al 1910 nacquero costellazioni di imprese che agiscono

sinergicamente chiamate zaibatsu, al cui centro vi era una banca che agiva da

polmone finanziario.

CAPITOLO 6 – TECNOLOGIA E CAMBIAMENTI SOCIOECONOMICI

1) TECNOLOGIA E CICLI LUNGHI DI PERIODO

Schumpeter affermò che le invenzioni che vengono man mano prodotte tendono a

raggrupparsi attorno ad alcune tecnologie di base, e l’andamento del sistema

economico internazionale è quindi segnato da cicli di lungo periodo caratterizzati da

regimi tecnologici diversi. E’ questo il motivo per cui si parla di più rivoluzioni

industriali: la prima, ebbe inizio nel Settecento e durò fino ad oltre la metà

dell’Ottocento, fu caratterizzata dalla caldaia a vapore, e non necessitò di livelli alti di

istruzione, basandosi su una scienza semplice e largamente già nota; la seconda,

iniziò nella seconda metà dell’Ottocento e continuò fino a verso la metà del

Novecento, è basata sull’elettricità, sulla radio e sul motore a scoppio, richiese un

livello di cultura ed istruzione molto più elevati della prima, e la più importante

conseguenza che portò fu la necessità di grandi capitali per le imprese che

mediamente nascevano già di più grande dimensione di quella della prima rivoluzione;

la terza, iniziata più o meno attorno alle metà del Novecento, è tuttora in corsa, è

basta sull’energia nucleare e sull’elettronica, e le relazioni tra nuova scienza e

tecnologia sono diventate strettissime, alzando i livelli di istruzione necessari in

maniera esponenziale; infine, la rivoluzione dei computer e delle telecomunicazioni ha

fatto fare un salto all’economia internazionale che, da economia inter-nazionale

appunto, sta diventando sempre più globale.

2) UNA VITA SEMPRE PIU’ LUNGA E UNA FAMIGLIA SEMPRE PIU’ PICCOLA

I cambiamenti nella popolazione sono fra gli effetti più mirabolanti della rivoluzione

industriale. Lo sviluppo della popolazione mondiale è iniziato solo con la rivoluzione

industriale, che ha permesso anche un innalzamento nella speranza di vita oltre che

ad una ulteriore conferma della stretta connessione tra demografia e sviluppo

economico. Vi fu anche un fondamentale abbassamento del tasso di mortalità dovuto

ai miglioramenti della scienza medica, alla migliore nutrizione e alla migliore igiene.

3) LA NASCITA DELLA GRANDE IMPRESA

Nella seconda metà del XIX secolo, quando i costi di trasporto diminuirono

rapidamente con l’espandersi della ferrovia e della navigazione a vapore, le

informazioni incominciarono a viaggiare rapidamente, prima col telegrafo e poi col

telefono, e la tecnologia produsse impianti che risparmiavano sui costi fissi quanto più

erano (economie di scala). Nacque la grande impresa (CORPORATION), creata

(secondo Chandler) non solo per sfruttare le economie di scala, ma anche per quelli di

diversificazione e di rapidità. A quest’ultimo scopo, occorre procedere a una

organizzazione scientifica del lavoro per evitare le perdite di tempo nei vari passaggi

delle lavorazioni. Questo processo venne studiato da Taylor che costruì una catena di

montaggio (la cui prima applicazione si ebbe nella Ford) dove tutte le lavorazioni da

effettuarsi fossero poste in linea secondo la sequenza migliore.

L’incentivo delle economie di scala e di diversificazione fu tale che la grande impresa

mostrò subito una tendenza sempre più grande attraverso l’integrazione orizzontale

(con altre imprese simili) e verticale (a monte o a valle). Il controllo diretto del

proprietario però non fu più possibile, come non bastavano di certo le finanze familiari

a finanziarla, e così la proprietà di queste grandi imprese divenne frammentata

(separazione tra proprietà e controllo); il manager a capo della grande impresa può

non possedere neppure un’azione della medesima impresa. Secondo Chandler,

l’impresa che nasceva per prima (first mover), conserva un vantaggio competitivo

difficile da colmare da parte dei nuovi entranti, se non per qualche errore degli

azionisti responsabili della nomina dei manager, o per qualche innovazione

tecnologica che spiazza radicalmente il first mover. Per evitare la formazioni di

monopoli, gli USA vararono nel 1890 leggi anti trust chiamate SHERMAN ACT

4) EVOLUZIONE DEI SISTEMI FINANZIARI

Tutti i paesi che si modernizzavano crearono una banca centrale; essa aveva il

monopolio dell’emissione di carta moneta, fissava il tasso di sconto, supervisionava il

tasso di cambio, e aveva la funzione di PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA (PUI). Con

quest’ultima funzione, la banca centrale interveniva offrendo liquidità con larghezza

ad un tasso d’interesse fisso, bloccando la tendenza a vendere titoli, che ne

deprimevano esageratamente le quotazioni, e favorendo il recupero dell’equilibrio.

L’importanza della borsa o della banca nel finanziamento delle grandi imprese, ha

configurato l’esistenza di due sistemi finanziari alternativi: il primo anglosassone

orientato al mercato, dove la borsa ha un primato assoluto e la banca svolge un ruolo

molto secondario e di supporto; il secondo tedesco, orientato alla banca, dove la

banca mista ha invece un ruolo molto importante, e la borsa è di dimensioni più

ristrette e di importanza secondaria.

CAPITOLO 7 – L’ECONOMIA INTERNAZIONALE TRA FINE OTTOCENTO E

PRIMI NOVECENTO: AFFERMAZIONE DEL GOLD STANDARD

1) MOBILITA’ DEI BENI E DEI FATTORI

L’industrializzazione ha prodotto un incredibile aumento del commercio internazionale

che incise sempre di più sul PIL, in misura tanto maggiore quanto più i paesi erano

piccoli e potevano specializzarsi solo in una gamma ristretta di prodotti. Il pensiero

degli economisti è sempre stato quello di lasciare il commercio libero, in modo che

potesse dispiegare tutta la sua forza benefica, e che un protezionismo troppo elevato

ha effetti negativi se non inteso come moderata protezione temporanea

accompagnata da un rafforzamento delle capacità competitive. Anche i fattori di

produzione lavoro e capitale divennero internazionalmente molto più mobili:

l’emigrazione era sempre esistita, ma quello che colpisce è anche in questo caso

l’esplosione che si registra nel corso dell’Ottocento e nel primo decennio del

Novecento. Le mete erano in parte paesi europei già avanzati, ma in larga misura

America e anche Australia. Per quanto riguarda invece i movimenti di capitale,

nemmeno questi erano un novità, in quanto i banchieri anche nell’età preindustriale

avevano effettuato finanziamenti internazionali, ma nell’Ottocento molte economie

diventarono più dinamiche, la borsa si allargò, nacquero le prime multinazionali ed i

flussi di capitale a lungo termine aumentarono sostanzialmente. Nasce così una vera e

propria economia internazionale, e ogni paese doveva prestare attenzione alla sua

BILANCIA DEI PAGAMENTI, che mette a confronto tutti i pagamenti da effettuare verso

l’estero, con tutti i pagamenti ricevuti dall’estero (import-export). Se la bilancia è in

pareggio, il paese può continuare indisturbato nei suoi progetti di modernizzazione

economica; se la bilancia è in avanzo, è in una situazione di squilibrio, che tenderà a

produrre aggiustamenti, ma in generale le attività economiche interne non ne sono

influenzate negativamente; i problemi sorgono invece quando la bilancia è in deficit,

perché il paese non riceve dall’estero abbastanza valuta per effettuare i propri

pagamenti all’estero.

2) GOLD STANDARD

Il funzionamento dell’economia internazionale, fu reso possibile (in assenza di

organismi internazionali di supervisione) dalla generalizzazione di un sistema

monetario internazionale noto come GOLD STANDARD (regime aureo).

Convenzionalmente, si fa risalire al 1717 l’inizio del gold standard in G.B. quando

Newton, responsabile della zecca, fissò il prezzo dell’oro a 3,17 sterline; poiché il

paese leader (G.B.) preferì l’oro, quello che entrò in funzione internazionalmente nella

seconda metà dell’Ottocento fu proprio il monometallismo aureo. Prima dell’oro, uno

dei cardini del sistema era il diritto di convertibilità della carta-moneta in metallo

prezioso, che serviva ad impedirne l’eccessiva emissione a parità fissata. Per

aumentare la circolazione cartacea oltre quanto permesso dalla riserva esistente,

occorreva acquisire più metallo prezioso, mentre viceversa, quando il metallo prezioso

diminuiva, occorreva restringere la circolazione cartacea. Come funziona il gold

standard?

Quando in un paese le cose non vanno troppo bene ed emerge un deficit nella bilancia

dei pagamenti, il paese ha difficoltà ad avere sufficienti quantità di moneta straniera,

e tenderà ad offrire più unita di moneta nazionale per acquisirla, svalutandola. Poiché

però vige un regime di convertibilità, chiunque debba essere pagato in quella moneta

(che tende a svalutarsi), preferirà essere pagato direttamente in oro, che mantiene

una parità prefissata, evitando perdite sul cambio. Succede dunque che un paese con

un deficit nella bilancia dei pagamenti vedrà le sue riserve di oro diminuire, e a questo

punto scattano le REGOLE DEL GIOCO: con una riserva diminuita, il paese deve

diminuire la circolazione cartacea con una restrizione del credito ed un innalzamento

del tasso di interesse. A sua volta, queste manovre faranno restringere la domanda

interna (e quindi anche quella di importazioni), abbassare i prezzi (e quindi rendere le

esportazioni più competitive), mentre tassi di interesse più alti attireranno capitali

dall’estero. Tutto questo porta a riequilibrare la bilancia dei pagamenti e a impedire

l’effettiva svalutazione della moneta. Va notato che però i paesi in avanzo alcune volte

amavano aumentare le loro riserve e quindi non osservavano le regole del gioco,

evitando di allargare la circolazione monetaria (sterilizzazione dell’oro), e creando

maggiore difficoltà al paese in deficit. Proprio la gravità di questo peso economico

insostenibile, qualche paese fu costretto ad uscire dal gold standard, lasciando

fluttuare la propria moneta e incappando in rischi molto altri. Perché il mondo allora

non rimase con questo sistema?

Innanzitutto, occorre un’economia internazionale non turbata da eventi troppo

traumatici per permettere il corretto funzionamento del sistema. Non è un caso che

prolungati periodi di guerra hanno sempre visto l’abolizione del gold standard; inoltre,

paesi in difficoltà interne hanno sempre dovuto sottrarsi alla disciplina ferrea del gold

standard. Alla luce di questo, alcuni studiosi hanno finito col concludere che sono stati

periodi di grande stabilità internazionale a permettere il gold standard, e non è stato il

gold standard a generare stabilità. Se e quando si trova un leader in grado di reggere

bene il peso di questa leadership dell’intero sistema monetario internazionale, le cose

funzionano, altrimenti il meccanismo si inceppa. Un episodio di gold standard di

successo, deciso nel 1944 a Bretton Wood, fu sostenuto dal dollaro statunitense, e fu

una versione depotenziata del gold standard classico, chiamato GOLD EXCHANGE

STANDARD, perché la gran parte dei paesi non deteneva sufficienti riserve di oro, ma

di dollari, e solo attraverso il cambio con il dollaro poteva accedere all’oro. L’oro ha un

suo mercato, come qualunque altro bene. Quando è scarso, il suo prezzo tende ad

aumentare e viceversa quando è abbondante. Quando c’è poco aumento dell’oro,

anche la moneta in circolazione aumenta poco, e se contemporaneamente invece le

attività economiche aumentano, il livello dei prezzi tende a diminuire (DEFLAZIONE);

quando c’è una forte immissione di oro e quindi la moneta cartacea aumenta più che

proporzionalmente all’aumento delle attività economiche, il livello dei prezzi tende ad

aumentare (INFLAZIONE).

Si giunse col tempo a due conclusioni: a) poiché la deflazione non è favorevole

all’attività economica, la scarsità di oro che il grande aumento delle attività

economiche rendeva inevitabile venne vista come un inutile fattore limitante che,

causando la deflazione, interveniva negativamente con le attività economiche; b) al

contempo, la necessità di una disciplina “esterna” per impedire l’eccessiva inflazione

venne notevolmente ridimensionata dalla maggior consapevolezza e correttezza delle

autorità monetarie dei paesi che contavano, cosicché si capì che era possibile

mantenere condizioni di stabilità dei cambi anche senza l’oro.

3) GLI EFFETTI DEL COLONIALISMO SUI PAESI D’ORIGINE

Il colonialismo è un fenomeno che ha avuto molteplici dimensioni: l’avventura di

nuove scoperte geografiche, la spinta alla conversione religiosa di nuove popolazioni,

il desiderio di avere nuove terre di insediamento, l’orgoglio di espandere la propria

cultura ecc. Sulla base di queste premesse, possiamo ora tentare un’analisi

comparativa basata sul commercio. Poiché le colonie costavano (in spese militari e

amministrative, oltre che in opportunità alternative perduti), per capire se ci furono dei

benefici, questi vanno calcolati al netto. Consideriamo il tasso di produzione delle

imprese inglesi nell’impero nel periodo 1865-1914 come il beneficio ottenuto

dall’essere là insediati. Gli studiosi hanno quindi calcolato i costi diretti (militari e

amministrativi) e li hanno sottratti per ottenere un tasso di profitto al netto dei costi.

Confrontando poi questo tasso di profitto netto con il tasso di profitto ottenuto dalle

imprese inglesi sugli altri mercati non coloniali, hanno concluso che ci furono dei

vantaggi nelle colonie fino agli anni Ottanta dell’Ottocento, soprattutto perché molte

imprese inglesi fino ad allora vi operavano come monopolisti. Questa condizione

cambiò; naturalmente gli investitori guadagnavano il tasso di profitto nominale e

quindi continuarono a ritenere l’investimento profittevole e a spingere i governi inglesi

a rimanere nelle colonie. Chi ci perdeva era la G.B. come paese.

CAPITOLO 8 – LE CONSEGUENZE SOCIALI ED ECONOMICHE DELLA

PRIMA GUERRA MONDIALE E DELLA PACE DI VERSAILLES

Ci furono molte piccole motivazioni che scatenarono la prima guerra mondiale, ma

nessuna di queste sarebbe stata sufficiente da sola a scatenare una guerra, se non

avesse ancora avuto profonde radici in Europa la convinzione che la guerra fosse uno

strumento valido per far prevalere un’egemonia e per acquisire novi territori.

Nell’epoca industriale non solo tale convinzione non aveva più fondamento, ma la

guerra diventava motivo di rallentamento dell’accumulazione. Questa nuova

consapevolezza tuttavia, tardò molto a diffondersi in Europa, particolarmente in certi

paesi come la Germania,. L’inflazione, il raggiustamento dei conti pubblici, il ritorno al

gold standard, la conversione delle industriale di produzioni di guerra a quelle di pace

e la riparazione dei danni materiali furono tutti problemi non facili che vinti e vincitori

dovettero risolvere in assenza di qualunque aiuto internazionale.

1) LO SMEMBRAMENTO DELL’IMPERO ASBURGICO E LA RIORGANIZZAZIONE

TERRITORIALE DELL’EUROPA

Alla Germania fu tolto il 13% (Alsazia e Lorena alla Francia su tutte) e dalle ceneri

dell’impero Asburgico vennero formate 10 nuove nazioni più due città libere (Fiume e

Danzica) e le regioni che passarono all’Italia. Le frontiere doganali furono aumentate,

le monete in circolazione si moltiplicarono e con esse le banche. Ma ancora più foriero

di instabilità futura fu il modo in cui le nuove nazioni dovettero iniziare la loro vita

economica, priva di qualunque aiuto internazionale che non fosse di consulenza. Quali

furono questi problemi?

1 – riforma agraria: per motivi politici ed economici insieme, i latifondi di cui erano

ancora largamente popolate queste aree dell’est europeo, andavano ridimensionati, e

questo richiedeva riforme politicamente difficili ed economicamente travagliate.

2 – ridirezionamento del commercio: i legami commerciali di aree che

precedentemente facevano parte di compagini nazionali diverse dovevano essere da

un lato riorganizzati in funzione del mercato interno e dall’altro di mercati esteri più

diversificati.

3 – il ricompattamento ed il ridimensionamento delle infrastrutture: anche le

infrastrutture interne erano o appartenute a diverse nazioni, o costruite in funzione di

direzioni e dimensioni diverse.

4- la promozione dell’industria: poche delle nuove nazioni avevano una base

industriale e quindi tutte si trovarono a dover promuovere l’industrializzazione in un

contesto certamente non favorevole.

La riorganizzazione territoriale dell’est europeo avrebbe avuto bisogno di un lungo

periodo di prosperità internazionale e di pace per consolidarsi, ma si scatenò la grande

crisi e successivamente scoppiò anche la seconda guerra mondiale.

2) LE RIPARAZIONI TEDESCHE

Nei 14 punti del presidente americano Wilson che costituirono la base della pace di

Versailles, ve n’era uno che prevedeva che la Germania, ritenuta responsabile della

guerra, pagasse una somma “riparatrice” per i danni subiti dagli alleati. Keynes aveva

raccomandato alla prudenza e moderazione con le richieste di riparazioni se non si

voleva incentivare la vendetta da parte dei paesi oppressi. Poiché le riparazioni

tedesche erano anche collegate al pagamento dei debiti di guerra da parte degli

alleati, Keynes suggeriva che questi venissero cancellati, anche perché riteneva che

né riparazioni né debiti di guerra sarebbero stati comunque pagati per più di qualche

anno. Nessuno dei suggerimenti di Keynes fu accolto, e la realtà supero le sue più

tragiche previsioni con il secondo grande conflitto mondiale. Questo legame tra debiti

di guerra e riparazioni, determinò un circolo vizioso che finì col provocare molti danni.

La prima proposta fu di 269 miliardi di marchi; per capire l’ordine di grandezza di

questa somma, la si può confrontare al PIL tedesco dell’epoca: si trattava di una

somma pari a circa 6 volte il PIL tedesco. Nella seconda proposta si scese fino a 226

miliardi con l’aggiunta di un prelievo del 12% sulle esportazioni tedesche per 42 anni.

Con l’ultimatum di Londra del 1921, le riparazioni erano fissate a 132 miliardi da

pagarsi a rate con un tasso di interesse al 6 %. Per assicurarsi il flusso dei pagamenti

la commissione aveva individuato una serie di cespiti fiscali che avrebbero dovuto

essere dedicati allo scopo. Questo ammontare era ancora tre volte maggiori di quello

che Keynes aveva ritenuto il massimo possibile.

La situazione monetaria della Germania, già molto precaria, incominciò a peggiorare

drasticamente. L’inflazioni si tramutò in iperinflazione, ed il sistema monetario tedesco

venne distrutto. Nel dicembre 1923, quando si decise di restaurare il sistema

monetario tedesco, venne affidato a una commissione presieduta da un alto

funzionario americano DAWES, il compito di fissare un piano ragionevole di pagamento

delle riparazioni: pagamento di rate annuali che aumentavano con un indice di

prosperità dell’economia tedesca, senza fissare una orizzonte temporale. Inoltre, per

facilitare l’inizio del meccanismo, prevedeva un prestito di carattere commerciale da

piazzare sulla borsa di New York, che ebbe notevole successo. Nel 1928, poiché la


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
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