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Capitolo 1: La domanda

1) LA POPOLAZIONE

Guardando le cose dal punto di vista della domanda, il primo elemento da prendere in

considerazione è la popolazione. I primi censimenti a carattere nazionale furono effettuati tra la

fine del VIII secolo e i primi anni di quello successivo; la Spagna, anche se si trovava in un lungo

periodo di decadenza, diede il buon esempio, e nel 1787 portò a termine con scopi puramente

demografici e senza intenti fiscali il censimento generale della sua popolazione.

Se una popolazione non aumenta, o aumenta di poco, in mancanza di notevoli movimenti

migratori, la cosa può dipendere o da una bassa fertilità o da un’altra mortalità, e se nel periodo

1000-1750 i totali di popolazione europea restarono bassi, ciò fu dovuto non tanto a una bassa

fertilità quanto al prevalere di un’altra mortalità. Definiamo la mortalità ordinaria quella prevalente

in anni normali, pivi cioè di eventi calamitosi quali guerre, carestie, epidemie ecc. (che viene

definita mortalità catastrofica). Negli anni di mortalità catastrofica, il bilancio naturale era

costantemente e largamente in negativo, e un susseguirsi di questi eventi provocavano drastiche

fluttuazione dei totali delle popolazioni europee dell’epoca pre-industriale che furono fonte di

instabilità per il sistema economico incidendo fortemente sia sulla domanda che sull’offerta.

2) BISOGNI E DESIDERI

In genere si può dire che la quantità e la qualità dei bisogni di una società dipendono:

a) dal totale della popolazione

b) dalla struttura di tale popolazione (età, sesso e professione)

c) da fattori geo-fisici

d) da fattori socio-culturali

Il termine “bisogno” però sembra implicare un qualcosa di obiettivamente indispensabile cui si

affianca poi la domanda di cose più o meno superflue; ma la linea di demarcazione tra il

necessario ed il superfluo è difficilmente definibile, tant’è che fintantoché una persona è livera di

domandare ciò che desidera, quel che conta sul mercato non sono tanto i veri “bisogni” quanto

piuttosto i “desideri”. I bisogni sono illimitati e si dispone di risorse limitate per soddisfarli, per tanto

dobbiamo di continuo operare scelte dando quindi un ordine di priorità ai nostri desideri

3) DOMANDA EFFETTIVA

I bisogni e la domanda effettiva sono due cose molto diverse, tant’è che se non si ha potere

d’acquisto con cui esprimere il bisogno, esso non esiste. Poiché il potere di acquisto è fornito dal

reddito corrente e dal reddito cumulato (patrimonio), ne deriva che data una certa massa di bisogni

e data una certa scala di priorità, il livello e la struttura della domanda effettiva sono determinati da:

a) livello del reddito corrente e cumulato;

b) sua distribuzione;

c) livello e struttura dei prezzi;

Ci si procura il reddito solo partecipando alla produzione, ed in relazione ai diversi modi di

partecipare al processo produttivo, si ricevono redditi sotto forme diverse:

a) salari

b) profitti ed interessi

c) rendite

Il salariato al tempo del Medioevo non era conosciuto in quanto, ad esempio, nel campo agricolo,

invece del salario il contadino riceveva per lo più una quota del raccolto. Attraverso questi il

reddito, il soggetto può esprimere sul mercato sotto forma di domanda effettiva i propri “bisogni” e

influenzare la struttura della produzione futura. Il reddito della popolazione attiva in termini macro-

economici serve a tradurre in domanda effettiva i bisogni della popolazione totale (l’attiva + la

passiva). Dire che il salario medio poteva acquistare scarse quantità di beni, può dare la falsa

impressione che sarebbe bastato elevare i salari per trasformare l’Europa in una sorta di Paradiso

terrestre, quando invece erano i prezzi del tempo che erano troppo elevati per il livello corrente dei

salari; il problema essenziale quindi era quello della scarsità, che a sua volta è legato al problema

di una bassa produttività e di un non sempre felice uso delle risorse disponibili.

Le stime del tempo mettono in evidenza come la distribuzione del reddito e della ricchezza era

sempre fortemente inegualitaria, in quanto il reddito e la ricchezza variavano notevolmente da

luogo a luogo e da tempo a tempo. Accanto alla gran massa di gente che percepiva redditi minimi,

c’era un folto gruppo di persone che, per mancanza di opportunità di impiego e per una seria di

altri fattori diversi (incapacità, ignoranza e cattiva salute), non partecipavano al processo produttivo

e pertanto non usufruivano di reddito alcuno. Il “mendicante” della società pre-industriale non era

altro che l’equivalente del “disoccupato” di oggi, e la massa degli stessi era altamente alta e

fluttuante. Un’annata di cattivo raccolto infatti, o un’epidemia, era la causa principale dello sviluppo

in termini di numeri dei mendicanti. La caratteristica economica fondamentale dei poveri era che

non godevano di reddito autonomo e che riuscivano a vivere soltanto dove del reddito veniva

volontariamente trasferito loro mediante la carità (trasferimento volontario di reddito). Il reddito per

l’appunto non solo può essere formato, ma può anche essere trasferito, e per fare ciò non deve

essere necessariamente collegato con l’attività produttiva, il che significa che anche chi non

partecipa all’attività stessa può ottenere potere d’acquisto. I trasferimenti possono essere di due

tipi:

a) volontario

b) coatto (imposizione fiscale)

Per quanto riguarda trasferimenti volontari, cronache e documenti menzionano di continuo

trasferimenti di ricchezza in forma di carità quando la morte bussava alla porta, in quanto la gente

si ricordava dei poveri in quei momenti, e le calamità servivano quindi ad accentuare il fenomeno

della beneficenza volta a “calmare” la volontà Divina e dei Santi. Non soltanto benestanti però

contribuivano alla carità, ma bensì ogni classe sociale, specialmente in occasioni delle festività. I

monasteri inglesi ad esempio, distribuivano in carità ai poveri in tempi normali dall’1 al 3% dei lori

redditi, e conti di varie famiglie nobiliari tra il 500 e 600 lasciano intravedere una beneficenza

ordinaria dell’ordine dell’1-5% dei consumi…bisogna però tener conto anche di due fattori:

1) normalmente la Chiesa trasferiva sotto forma di carità solo quote del proprio reddito, mentre i

laici oltre a trasferire quote di reddito, trasferivano (soprattutto in punto di morte) tutta o parte del

proprio patrimonio;

2) una buona parte della carità effettuata dai laici era trasferimento di ricchezze a favore della

Chiesa, la quale distribuiva ai poveri solo una quota (sempre ridotta) di quanto riceveva;

Dietro il dono però non sempre stavano necessariamente motivi di generosità: ci poteva essere

per esempio desiderio di ingraziarsi un personaggio importante, oppure sentimenti di ostentazione,

oppure la presunzione di ricevere altri doni in cambio. Donazioni e carità però non esauriscono le

forme possibili di trasferimenti volontari di ricchezza, in quanto ebbero notevole importanza anche:

a) costituzioni di dote;

b) gioco

Per quanto riguarda invece quelli coatti, anche il saccheggio, il bottino di guerra, il riscatto imposto

per la liberazione di prigionieri e il comune latrocinio (oltre che naturalmente all’imposizione fiscale)

rientrano nel gruppo.

I trasferimenti in generale di reddito e ricchezza, volontari o coatti che siano, aiutavano la

redistribuzione degli stessa, e nella misura in cui una donazione veniva trattenuta dalla Chiesa e

non distribuita tra i poveri, essa favoriva la concentrazione della ricchezza e del reddito (in tal caso

nelle mani della Chiesa).

4) TIPI DI DOMANDA

La domanda globale effettiva può essere divisa in:

a) domanda di beni di consumo

b) domanda di servizi

c) domanda di beni capitali

Questa divisione s’incrocia con un’altra in quanto la domanda può essere distinta anche in:

a) domanda interna privata

b) domanda interna pubblica

c) domanda estera

5) DOMANDA PRIVATA

Più è basso il reddito disponibile, più alta è la percentuale di esso che viene assorbita dai consumi

di cosiddetta “prima necessità”; secondo la legge di “Engel” infatti, la percentuale della spesa in

contro alimentazione sul totale della spesa, aumenta quando il reddito diminuisce e diminuisce

quando il reddito aumenta (vale la stessa cosa per certi tipi di alimenti base come pale in relazione

alla spesa globale in conto alimentazione). Il cibo aveva un valore simbolico nella società pre-

industriale e ciò è facilmente spiegabile dal fatto che la massa viveva in uno stato di fame

endemica e sotto l’incubo permanente della carestia (uno dei caratteri che distingueva il ricco dal

povero era proprio il fatto che l’ultimo potesse mangiare a sazietà); lo stesso grado di ospitalità e di

importanza di una festa si misuravano in termini di abbondanza di cibo. In tempi normali,

l’alimentazione assorbiva circa l’80% del reddito, e ciò vuol dire che alla massa della gente poco

restava da spendere per il resto, eppure in questo resto bisognava far rientrare le spese per

consumi indispensabili quali vestiario e l’abitazione. Nell’Europa pre-industriale comprarsi un abito

o il panno per farsi un abito rimase a lungo un lusso che la gente comune poteva permettersi

poche volte nel corso di una vita, e di solito si aspettava che uno morisse per impossessarsi dei

suoi abiti (il che voleva serviva a diffondere l’epidemia). Ciò spiega come anche l’abito avesse un

valore simbolico. Una volta soddisfatto il bisogno del cibo e del vestiario, ciò che rimaneva veniva

speso per l’abitazione (affitto e riscaldamento) e molto spesso si finiva quindi per vivere in locali

malsani e affollati, con gravi conseguenze per la salute pubblica.

Per i ricchi invece il vitto rappresentava un 20-35% dei consumi, e dal 35 al 50% per i benestanti;

per la stessa ragione psicologica per cui i ricchi stramangiavano, essi tendevano anche a fare

eccessivo sfoggio di vestiario, e si può ipotizzare che a seconda dei casi, il consumo destinato a

questa categoria andasse dal 10 al 30% sia per i ricchi che per i benestanti. Una conseguenza

della forte concentrazione della ricchezza e del relativo basso livello dei salari, è sicuramente la

domanda di servizio domestico (fortemente elastica rispetto al reddito anche perché il numero dei

servitori veniva assunto, assieme al vestire, come simbolo di potere). Dato il basso livello dei salari

medi, la servitù non rappresentava oltre l’1-2% della spesa dei consumi, ma sarebbe un grosso

errore credere che la domanda dei servizi delle classi agiate si esaurisse nel servizio domestico; la

domanda delle classi agiate includeva anche: servizi legali e notarili, servizi medici, istruzione per i

figli, servizi religiosi, servizi vari per la manutenzione o abbellimento artistico degli edifici

d’abitazione, musici, poeti ecc. Un’altra sostanziale differenza fra il ricco e la massa della

popolazione, era il fatto che il primo, anche quando consumava molto, poteva ancora mettere da

parte qualcosa. Il risparmio è funzione:

a) di un complesso di elementi psicologici e socio-culturali (vi sono individui per natura avari e altri

spendaccioni);

b) del livello del reddito;

c) della distribuzione del reddito

In una società essenzialmente povera dove manchino strumenti correttivi adeguati (imposizione

fiscale e/o razionamento), una forte concentrazione della ricchezza è in effetti la condizione

indispensabile per la formazione del risparmio : facendo un rapporto fra il reddito totale annuo e il

numero di famiglie di una nazione, il reddito annuo uguale per ogni famiglia che ne esce non

sarebbe mai bastato a creare alcun tipo di risparmio. Questa legge va in contrasto con quella della

società industriale: la sostanziale differenza per l’appunto fra società industriale e pre-industriale, è

il fatto che nella prima il risparmio può raggiungere sostanziosi livelli pur consentendo elevati livelli

di consumo alle masse, mentre nella seconda è in grado di risparmiare solo con livelli miserabili di

vita di una larga parte della popolazione.

Il reddito viene speso per l’acquisto di beni e servizi. A sua volta la spesa viene a formare il nuovo

reddito sotto forma di salati, profitti e renditi. Vi è quindi un circolo formato da un flusso “reddito-

spesa-reddito” che deve garantire che il reddito non venga speso per l’acquisto di beni e servizi di

consumo ma per l’acquisto di beni capitali (in altre parole che il risparmio si trasformi in

investimento):

Y = C + S; S = I; C + I = Y dove Y = reddito, C = consumo, S = risparmio e I = investimenti.

La fragilità del sistema consiste nel fatto che:

a) non esiste ragione a priori per cui il risparmio S debba necessariamente trasformarsi in

investimento I

b) la qual cosa è soprattutto aggravata dal fatto che, mentre chi spende C sono le stesse persone

che percepiscono Y, le persone che producono e dispongono del risparmio S (cioè i risparmiatori)

non sono necessariamente le stesse persone che usano del risparmio S per operare gli

investimenti I (cioè imprenditori).

Occorrono dei meccanismi che permettano la raccolta di S e la sua messa a disposizione di colore

che vogliono effettuare I. E occorre pure, una volta che questi meccanismi esistano, che vi sia un

“clima” socio-economico tale da invogliare gli imprenditori ad assumersi il rischio di prendere a

prestito S per tradurlo in I. Se tutto questo non accade, il risparmio rimane sterilizzato in forma

liquida. Bisogna però tener anche conto della mancanza e inadeguatezza di istituzioni per la

raccolta del risparmio e la sua destinazione a scopi produttivi. Il risparmio tesoreggiato, cioè non

investito, può essere paragonato ad una perdita o fuga che, nel flusso del reddito, causa una

contrazione del flusso stesso.

Riassumendo:

a) il capitale è uno degli indispensabili fattori di produzione;

b) quel che si consuma non è più disponibile per l’investimento;

Il buon funzionamento dell’economia richiede che:

a) via sia a livello dei flussi di reddito una sufficiente formazione di risparmio che:

b) non rimanga tesoreggiato ma venga tradotto in beni capitali

6) DOMANDA PUBBLICA

Occorre premettere che fino al XVIII secolo non è facile distinguere tra settore pubblico e settore

privato in quanto, ad esempio, i monarchi europei non facevano alcuna distinzione tra il loro

patrimonio privato ed il tesoro dello Stato. Il livello e la struttura della domanda pubblica

dipendono:

a) dal reddito del potere pubblico;

b) dai bisogni (desideri) del potere stesso e/o della comunità che esso controlla o rappresenta;

c) dalla struttura dei prezzi;

Per quanto riguarda il potere pubblico: fino ad un certo punto il reddito del potere pubblico è anche

funzione dei sui stessi desideri di spesa, questo perché oltre quel punto la pressione fiscale può

inaridire le fonti di reddito (non si puoi mangiare la mucca e pretendere poi che faccia ancora il

latte). C’è da osservare poi che il potere pubblico può derivare il suo reddito oltre che

a) dal trasferimento coatto di reddito dal settore privato mediante l’imposizione fisica e

s) dal trasferimento di reddito e/o ricchezza mediante prestito pubblico (spesso usato anche in

maniera coattiva), anche

3) dall’eventuale sfruttamento economico di un eventuale patrimonio “demaniale” e

4) dal signoraggio, ovverosia dal prelievo fatto sulla monetazione.

I bisogni invece del potere pubblico e/o della comunità da esso controllata o rappresentata erano

determinati da:

a) guerra e difesa;

b) amministrazione civile;

c) la vita di corte;

d) le festività

Come detto in precedenza, una serie di altri desideri, seppur avvertiti, non potevano essere

soddisfatti a causa dei bassi redditi di quell’epoca: i principali erano il desiderio di assistenza

medica e l’istruzione per i figli. Si giunse così a stipendiare (nei Comuni dell’Italia e delle Fiandre)

medici, chirurghi e maestri con il denaro del pubblico. I pochissimi nel Medioevo che ricevano

un’istruzione la ricevevano nei conventi o da maestri privati, ma col sorgere dei Comune si diffuse

la pratica dei maestri salariati. Non tutta però la spesa pubblica si esauriva nella domanda di beni

di consumo e servizi, ma si esprimeva anche in bisogni di beni capitali, cioè investimenti

(maggiormente rappresentanti dalle costruzioni): ad esempio le mura delle città, fortezze, cannoni

e navi da guerra ecc. La dove e quando prevalsero amministrazioni illuminate, si fecero anche

investimenti pubblici di tipo decisamente più “produttivistici” come creazione di nuovi porti e

bonifiche di paludi, ma il grosso della spesa pubblica in qualsiasi stato preso in un qualsiasi

momento (sia esso di pace o di guerra) venne assorbito principalmente da spese militare.

7) DOMANDA DALLA CHIESA

La Chiesa rivestiva un ruolo importantissimo come ente economico nell’Europa pre-industriale; il

reddito della Chiesa derivava in parte dall’amministrazione del suo patrimonio ed in parte da

continui trasferimenti di ricchezza a suo favore (il grosso si formò tra il VIII e XI secolo). Di tanto in

tanto però capitarono momenti bui anche alla Chiesa a causa di cattive amministrazioni, e prima

del 700, quello più nero fu nell’epoca della Riforma; u esempio è sicuramente la secolarizzazione

di monasteri inglesi operata da Enrico VIII nella prima metà del 500: il reddito degli stessi era di

175.000 sterline, e soltanto dieci anni dopo dei monasteri inglesi e del loro immenso patrimonio

non restava più nulla. Non solo le terre furono prima incamerate e poi vendu

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lorenzo.Governatori di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Politecnica delle Marche - Ancona o del prof Chiapparino Francesco.
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