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Che un certo numero di persone in possesso di certe cognizioni tecniche migrasse verso una certa

area, poteva essere elemento necessario, ma non fu mai elemento sufficiente perché quella data

innovazione attecchisse e si sviluppasse. Altri fattori entrano in gioco, quali la personalità degli

immigrati, la loro consistenza numerica e soprattutto la qualità dell’ambiente. L’introduzione e

l’applicazione di nuove tecnologie non sono un fatto tecnologico, ma socio-culturale.

Capitolo 4: Imprese, credito e moneta

1) IMPRESE E CREDITO

Nell’Europa dei secoli V-XI non esistevano praticamente meccanismi di mediazione finanziari per

facilitare la trasformazione del risparmio in investimento. Nel mondo comunale, una serie di nuove

tecniche d’affari, rese possibile la raccolta e l’attivazione del risparmio a scopi produttivi. Esempi

tipici furono il prestito marittimo e soprattutto il contratto di commenda. Nella commenda, Tizio

affidava a Caio una comma che Caio impiegava in affari, normalmente connessi al commercio

d’oltremare. Quando Caio tornava dal viaggio d’affari, dava a Tizio dei risultati. Se vi era perdita

era a carico di Tizio. Se vi era profitto, tre quarti aspettavano a Tizio ed un quarto a Caio. Se anche

Caio apportava una parte di capitale, i profitti venivano distribuiti in relazione alle quote di capitale

conferito. Tizio non è responsabile per quanto fatto da Caio. Per ogni viaggio di affari, Caio poteva

raccogliere fondi liquidi anche da Sempronio, intrattenendo rapporti analoghi a quelli che già aveva

con Tizio. Ai primi del Trecento le cose cominciarono a cambiare. L’attività commerciale andava

assumendo sempre più caratteri di routine ed il tradizionale marcante itinerante andava sempre più

scomparendo, sostituito dall’uomo d’affari sedentario che agiva per mezzo di agenti e di fattori. Di

conseguenza la commenda divenne forma di contratto sempre più desueta.

Nel Quattrocento la commenda era ormai solo raramente praticamente, e a suo posto si diffuse

sempre più una forma di associazione molto meno aleatoria, cioè la compagnia. Nelle città

marittime non ebbe successo in quanto il fattore rischio era molto grande: impegnare tutte le

proprie sostanze nel viaggio di una nave che poteva andare facilmente persa per incontro con i

corsari o per naufragio non era cosa allettante…meglio esporsi solamente per un tot in danaro o in

merci affidato ad un negoziator. Le condizioni erano diverse nell’entroterra dove nacque

dall’innesto con un istituto allora solidissimo: la famiglia. La compagnia fu all’inizio costituita di

membri di una sola casata che facevano tutt’uno del patrimonio famigliare e del “corpo di

compagnia”, ossia del capitale sociale. In tale situazione prevalse la responsabilità solidale e

illimitata dei soci dato che il padre rispondeva per il figlio e viceversa, ed i fratelli rispondevano

l’uno per l’altro. I problemi però si complicarono con la divisione degli assi ereditari e con

l’ampliarsi degli affari: in un primo tempo la soluzione fu quella di facilitare l’ingresso di parenti

meno stretti, poi si ampliò tale opportunità anche agli estranei fino a sollecitare anche l’afflusso di

capitali di partecipazione e di deposito.

Ebbe diffusione anche la lettera di cambio: strumento per trasferire denaro da una piazza a

un’altra. In pratica divenne la forma preferita dell’attività creditizia e speculativa che peraltro servì

egregiamente ad aumentare la liquidità internazionale.

Lo sviluppo straordinario del commercio oceanico, e la connessa espansione della richiesta di

capitali, favorirono per esempio soprattutto in Inghilterra ed in Olanda la comparsa di compagnie

commerciali che operavano nella forma moderna di società per azioni sulle base di monopoli

ufficialmente riconosciuti.

2) LA MONETA

Con l’inizio del nuovo millennio, il risparmio venne attivato in misura progressivamente crescente.

Nel contempo si verificò una complessa evoluzione del sistema monetario ed un crescente livello

di monetizzazione dell’economia. L’Europa medievale e rinascimentale conobbe soltanto la

moneta metallica (mentre i Cinesi ebbero moneta cartacea). I parametri della moneta metallica

sono il peso e la lega. Il peso veniva determinato dalle autorità monetarie ad ogni coniazione. La

lega della moneta aurea era fissata in carati, come si fa ancora oggi con l’oro. L’oro puro era a 24

carati. Moltiplicando il peso per la lega si ottiene il fino della moneta metallica (valore intrinseco

della moneta). Esso è il valore nominale della moneta, cioè il valore di scambio attribuitole. Il

valore nominale ed il valore intrinseco solitamente non coincidevano, e la differenza era data dai

costi di produzione e dal “signoraggio”, cioè dell’imposta sulla coniazione.

Tra il 781 e 795 Carlo Magno aveva messo a punto nel suo vasto impero una riforma monetaria.

Nel suo stadio finale, la riforma stabiliva il monometallismo argenteo istituendo una unica moneta

legale: il denaro d’argento (950/1000 di lega d’argento…quasi puro doveva essere). Dalla fine del

X secolo, lo sviluppo demografico, commerciale e manifatturiero che si manifestò nell’Europa

occidentale, alimentò una sempre crescente domanda di moneta. Di conseguenza sorsero in ogni

parte d’Europa nuove zecche.

In Italia ed in Germania dove il potere centrale si dimostrò debolissimo, ciascuna città o ciascun

principe che godesse del diritto di battere moneta, fece le cose per conto proprio, per cui nel

Paese circolavano monete dai moduli più diversi. In Francia prevalse una situazione intermedia. Le

zecche battendo moneta dovevano rispettare i moduli indicati dall’autorità da cui dipendevano, ma

il volume di emissione era determinato dal mercato, cioè dall’ammontare di metallo che i privati

cittadini portavano volontariamente alla zecca per ottenerne moneta. Le cose procedevano così:

un cittadino portava metallo alla zecca, la quale col metallo ricevuto batteva moneta, e

dall’ammontare di moneta battuta, ne detraeva una quota per ricompensarsi delle spese di

coniazione e una quota come signoraggio.

M = P + (C + S) dove M sta per l’intero ammontare di moneta coniata col metallo portato alla

zecca, P sta all’ammontare di moneta consegnata, C sta per i costi di produzione ed S per

signoraggio.

Nel corso del tempo, la moneta venne progressivamente svilita, cioè a dire un dato pezzo

monetale nel corso del tempo tendeva a contenere una sempre minor quantità di metallo nobile

(tranne che per l’oro). La moneta veniva svalutata per due motivi:

a) motivo fiscale, cioè incrementare le entrate dello Stato

b) per ragioni monetarie (adeguamento a un mutato rapporto di mercato tra oro e argento, bisogno

di incrementare il volume della circolazione monetaria interna).

Per quasi tutto il Medioevo però, l’Europa occidentale soffrì di una insufficiente disponibilità di

metalli preziosi per usi monetari. Il fatto che tutte le monete medievali siano sempre striminziti

dischi di metallo di limitatissimo spessore offre una prova visiva della relativa scarsità. Per

aumentare il volume del circolante, le autorità monetarie dovevano cercare di indurre i privati a

portare metallo alla propria zecca. La manovra era quella di aumentare P, cioè aumentare il prezzo

pagato per il metallo. Se nel contempo non si riduceva proporzionalmente S (e poiché i costi C

erano sostanzialmente incomprimibili), il risultato dell’aumento di P era un aumento di M, cioè

ancora svalutazione. Oltre alla svalutazione fiscale e monetaria, vi è anche quella involontaria: la

moneta metallica circolando si usurava, e la soluzione adottata fu quella di adeguare le nuove

emissioni al circolante usurato emettendo moneta salutata cioè contenente una minor quantità di

fino.

Dopo il Mille, un sistema monetario consistente in una sola denominazione era destinato a

dimostrarsi sempre più inadeguato. L'inconvenienza di poter disporre di una sola denominazione

era aggravato notevolmente dal fatto che l'unità monetaria in questione era stata soggetta a un

processo di progressiva svalutazione. A Genova per esempio, verso il 1200 il denaro era ridotto a

un dischetto sottile, e quando i Crociati affluiti nell'Italia settentrionale per partecipare alla quarta

crociata portarono con sè notevoli quantità d'argento per l'acquisto di navi e vettovaglie, nella città

(proprio come a Venezia) si batterono multipli del denaro: monete d'argento chiamati grossi. Il

momento magico si ebbe nel 1252 quando Firenze e Genova emisero una moneta d'oro puro; fu

un colpo magistrale, e il monometallismo argenteo impiantato secoli prima dai Carolingi, fu rutto e

sostituito con sistemi bimetallici.

Durante la seconda metà del XV secolo, occorsero novità nelle regioni germaniche. Ricchi depositi

d'argento vennero scoperti nel Tirolo e nella Sassonia, e buona parte di questo argento affluì ai

due mercati di Venezia e di Milano con i quali la Germania meridionale intratteneva scambi

commerciali particolarmente intensi. Sta di fatto che nel 1472 la zecca di Venezia, e due anni dopo

quella di Milano, emisero monete d'argento sostanzialmente diverse dai sottili dischetti medievale

(sia per peso che per contenuto di argento). Per via del ritratto a busto che compariva sulla parte

posteriore di queste monete, esse presero il nome di testoni (furono battute successivamente

anche in Francia, Inghilterra e Paesi Bassi).

Molto importante fu sicuramente anche la scoperta del Portogallo di terre ricche di oro sulla costa

occidentale dell'Africa, dove il metallo poteva essere facilmente barattato con prodotti di scarso

valore. Nel 1444 i Portoghesi stabilirono una base nell'arcipelago di Arguin sulla costa africana,

grazie alla quale riuscirono a stornare notevoli quantità d'oro dal commercio carovaniero e a

importarlo direttamente in Portogallo. L'oro venne utilizzato per emettere una nuova moneta: il

Cruzado.

Nei centri e nelle aree di maggior sviluppo però, a partire dal secolo XII il sistema di moneta

metallica fu integrato in misura crescente da moneta creata dall'attività bancaria, cioè da quel tipo

di moneta che nelle statistiche economiche odierne viene definito col termine di depositi. La

moneta definita col termine di "depositi", si basa su moneta effettiva depositata presso le banche

ma solo per una frazione. Il grosso dei "depositi" è moneta intangibile, immateriale, che esiste solo

in quanto appare sui libri contabili delle banche (moneta SCRITTURALE). Questa moneta è creata

letteralmente dai banchieri sulla base della moneta effettiva depositata presso di loro nella misura

in cui i banchieri stessi reputano di poter "rischiare".

Data l’estrema molteplicità di pezzi monetali delle varie città e stati esistenti a quel tempo, l’attività

del cambio era un’attività di notevole importanza nelle maggiori piazze mercantili. Con la fine del

XIII secolo, però, i cambiavalute non si limitarono più alla sola attività di cambio manuale delle

specie metalliche, o all’attività di intermediazione tra le zecche ed il pubblico, ma cominciarono a

raccogliere depositi e a effettuare pagamenti per conto dei depositanti. I depositi venivano così

girati da un operatore ad un altro ed i pagamenti relativi venivano effettuati mediante una semplice

scritturazione sui libri dei banchieri evitando il trasporto e l’uso della moneta metallica.

L’operazione della girata era condotta non su ordine scritto ma in presenza delle parti. Poteva però

capitare che il depositante richiedesse al banchiere la restituzione in contanti delle somme

depositate. Per queste evenienze era necessario che il banchiere tenesse sempre a disposizione

una certa massa di contante che serviva da riserva. Nel corso del tempo tuttavia i banchieri

sperimentarono che non era necessario tenere a disposizione in contanti tanta moneta, ma

bastava che ne tenessero una frazione; nasceva così la moneta bancaria. I rischi però erano

elevati, e dai mercanti si riflettevano sui banchieri che presentavano loro dei capitali. Se il panico si

diffondeva su una data piazza, i depositanti correvano alle banche a ritirare i loro depositi, ma i

banchieri tenevano a disposizione in moneta contante soltanto una frazione dei depositi ricevuti.

Capitolo 5: La politica economica

Porteremmo definire al giorno d’oggi la politica economica una politica pubblica relativa alla vita

economica di un paese, ma sarebbe difficile da adattare alla realtà pre-industriale, poiché la

compresenza di numerosi centri di potere (laici ed ecclesiastici) non poteva che rendere piuttosto

vaga la distinzione fra pubblico e privato. La politica economica pre-industriale può essere

articolata in questo modo:

1) Promozione di un’economia equilibrata:

a) Approvvigionamento dei beni di prima necessità;

b) Stabilizzazione dei prezzi;

c) Controllo dell’offerta di metalli preziosi

2) Incremento della produzione:

a) Agricoltura;

b) Manifattura e commercio

3) Miglioramento dei meccanismi di regolazione del mercato:

a) Controllo del consumo;

b) Controllo qualitativo della produzione

c) Politica antimonopolistica

1) PROMOZIONE DI UN’ECONOMIA EQUILIBRATA

a) Approvvigionamento dei beni di prima necessità

Per tutto il periodo dell’età pre-industriale, il principale assillo dei governi fu “il ciclo dei raccolti” e lo

spauracchio più grande “la carestia”. Era impossibile garantire l’approvvigionamento di aree

densamente popolate e la perdita di un raccolto significava in genere carestia che portava

agitazioni sociali ed epidemie. Alla costante preoccupazione per il rifornimento di grano, si

aggiungeva poi quella per l’approvvigionamento degli altri generi ritenuti necessari a soddisfare le

esigenze quotidiane: vino, olio, carne, candele per l’illuminazione, certa per candele…e al pari del

grano queste merci erano soggette a severi controlli che ne regolavano la vendita ed il commercio.

La maggior parte dei provvedimenti di questo tipo possono essere divisi in: misure in caso di

emergenza, misure permanenti. Del primo gruppo ricordiamo gli acquisti di grano all’estero

effettuati dai governi o i prestiti forzosi imposti ai cittadini più ricchi per permettere allo Stato di

acquistare grano e rivenderlo sotto costo ai poveri. Tra quelle permanenti invece in primo piano vi

era soprattutto l’aspirazione a realizzare il massimo grado possibile di autosufficienza.

Nessuno tuttavia credeva che queste disposizioni potessero bastare, di conseguenza si ricorreva

ad altre misure: accumulo di scorte pubbliche attraverso i granai pubblici ad esempio, messa a

punto di sistemi di vigilanza sul commercio proibendo esportazioni dei generi di prima necessità e

incoraggiando le importazioni.

b) Stabilizzazione dei prezzi

Per regolamentare prezzi, salati e tassi d’interesse, le pubbliche autorità fecero generalmente

ricordo ai calmieri (fissavano i prezzi): tariffe fisse stabilite dagli organi di governo (erano di solito

soggettati ai prodotti alimentari). Anche per i salari venne regolarmente fissato per legge un tetto

massimo: il calmiere venne applicato direttamente ai salati che più influivano sul costo della vita

della popolazione come ad esempio i salati di coloro che macinavano il grano, cuocevano il pane

ecc.

Per quanto riguarda i tassi d’interesse, si stabilì limiti legali massimi al di sopra dei quali l’interesse

veniva chiamato usura e per tanto illegale. Oltre ai calmieri si cercò molte volte di rimuovere gli

elementi che potevano provocare o facilitare il prodursi di una spirale ascendente dei prezzi e dei

salati: prevenire e sciogliere monopoli e associazioni e migliorare la distribuzione e la

commercializzazione dei beni di prima necessità (era proibito acquistare beni di prima necessità

per rivenderli)

c) Controllo dell’offerta di metalli preziosi

Ci si limitò per lo più a proibire o a contenere l’esportazione dei metalli preziosi e ad incoraggiarne

l’importazione per il semplice motivo che vi era l’obbligo di fornire tutto il metallo (o parte di esso)

alla zecca per coniare una moneta; per tutto l’arco di tempo che va dal XI e XV secolo, l’offerta dei

metalli preziosi però non tenne il passo con l’accresciuta domanda di moneta (lo sviluppo del

credito non era sufficiente a equilibrare questo gap) provocando così pressioni deflazionistiche

causate dalla scarsità di moneta.

2) INCREMENTO DELLA PRODUZIONE

a) Agricoltura

Un dato inconfutabile della realtà economica pre-industriale è la generale predominanza delle

attività agricole sugli altri settori produttivi. Una delle ordinanze più ricorrenti volte ad aumentare la

produzione, fu sicuramente quella che rendeva obbligatoria la coltivazione del suolo (se un

appezzamento di terra veniva lasciato incolto dal proprietario, la comunità del villaggio aveva

l’obbligo di coltivarlo). Sempre allo stesso scopo, la pubblica autorità si impegnava a promuovere

una più razionale distribuzione della terra (sapevano bene quanto fosse pericolosa un’eccessiva

concentrazione della proprietà terriera) introducendo la figura dell’INGROSSATORE il cui compito

era di incoraggiare, propagandare e imporre l’aggiustamento dei confini, disponendo scambi e

vendite finalizzati ad una ripartizione fondiari più razionale. Altri filoni della politica agraria:

conservazione foreste e rapporto tra seminativo e pascolo (vi erano adibiti terreni esclusivamente

al pascolo ed altri alla coltivazione…problema che si risolse in Olanda e Inghilterra adottando su

larga scala il sistema di rotazione continua dei terreni).

b) Manifattura e commercio

Nei paesi meno sviluppati la politica commerciale era dominata dal principe o re e spesso si

limitava all’istituzione di fiere e a alla concessione di specifici privilegi (fiscali e monopolistici) a

porti, mercati e mercanti, oppure all’adottazione di politiche ostili agli stranieri. Nei paesi più evoluti,

la politica commerciale era più complessa ed evoluta: stipulazione di tratti commerciali, istituzione

di consolati all’estero, riduzioni o esenzioni da dazi doganali ecc.

La produzione manifatturiere che fino a quel momento non rivestì un ruolo di primo piano, all’inizio

del XIV secolo subì una rapida espansione in molte zone che in precedenza erano rimaste poco

sviluppate; questo per via dell’immigrazione in questi paesi di tecniche e artigiani e lavoranti con

esperienza provenienti da aree precocemente industrializzate attratti da ampi privilegi e benefici.

La nascita di nuovi centri di produzione però causò la crisi di quelli vecchi e spesso combaciò con

la loro chiusura. Per evitare questo e favorire le produzioni locali, molti istanti intervennero in

questo modo: introduzione di barriere doganali e miglioramento dell’offerta dei fattori produttivi

(esportazione limitata o fortemente impedita di manodopera, capitale e materie prima e molto

favorita l’importazione. L’età mercantilistica segnò in tutta Europa l’inizio di un forte coinvolgimento

degli organi governativi in campo economico.

3) MIGLIORAMENTO DEI MECCANISMI DI REGOLAZIONE DEL MERCATO

a) Controllo del consumo

Tralasciando i casi eccezionali di misure adottate in tempi di guerra, assedio e pestilenza, una vera

e propria politica di controllo dei consumi fece la sua comparsa sul finire del XIII secolo

(acquistando ulteriore importanza nel tardo Medioevo) a causa della notevole espanzione che

ebbe a quell’epoca il reddito di larghi settori della popolazione causando una crescita notevole

della spesa privata. Particolare riguardo in queste promulgazioni venne dato all’abbigliamento

femminile, alle feste, matrimoni, battesimi , funerali e doti. A giustificare tali politiche di controllo era

la situazione economica dell’epoca, caratterizzata da una fondamentale scarsità di capitali, da

un’insufficienza di risparmio e dalla prevalenza di alti tassi d’interesse

b) Controllo qualitativo della produzione

Tutti i mestieri e le attività manifatturiere tra il XIII e XVI secolo di una certa importanza furono

sottoposti a normative e regolamenti dettagliati volti a garantire al consumatore la buona qualità

dei prodotti: il vino per esempio doveva essere venduto puro e non mescolato con l’acqua ed il

pane doveva essere fatto di buona farina setacciata. Questi esempio provengono da statuti urbani,

mentre quelli rurali erano orientati soprattutto a disciplinare il lavoro agricolo: ad esempio erano

precisazioni su quante volte il terreno doveva essere arato e come dovevano essere tracciati i

solchi. Le raccolte statutarie non si accontentavano però di definire la qualità dei materiali

impiegati, bensì fissavano anche pesi e misure. Per garantire l’osservanza di queste regole e per

proteggere il consumatore, esistevano un gran numero di ordinanze sulla vendita dei prodotti: per

esempio (oltre alla sorveglianza di pesi e misure) alcuni prodotti dovevano essere venduti con

sigilli o contrassegni o dovevano essere ispezionati da pubblici funzionari prima di essere messi in

vendita.

c) Politica antimonopolistica

La politica antimonopolistica si sviluppò principalmente contro le corporazioni che detenevano il

controllo della produzione, in quanto, qualsiasi fosse il loro scopo, limitavano senza dubbio la

concorrenza e facilitavano gli accordi tra membri della medesima associazione.

Le più comuni misure furono:

1) Proibizioni di natura generica contro ogni sorta di monopolio

2) Proibizioni per gli imprenditori e lavoratori di determinati settori dell’economia di riunirsi in

associazioni

3) Affermazione del principio della libertà del lavoro e quindi:

a) Le corporazioni erano tenute ad ammettere chiunque intendesse entrare

b) Chiunque poteva esercitare il proprio mestiere anche se non apparteneva a

corporazione

4) Proibizioni per i membri di una data corporazione di stipulare accordi per fissare i prezzi o

controllare l’offerta di veni e servizi sul mercato

5) Singole misure contro specifici monopoli o cartelli

Gli statuti urbani però spesso ricalcavano le norme delle corporazioni, secondo le quali un

imprenditore non doveva tentare di sottrarre manodopera ad un altro con la promessa di salari più

alti e non misero mai in discussione la validità degli statuti corporativi che fissavano tetti salariali

per i lavoratori sulla base di accordi raggiunti dai datori di lavoro

Capitolo 6: Redditi, produzione e consumi 1000/1500

1) L’ESPANSIONE NEL PERIODO 1000 – 1300

Lo sviluppo dell’Europa restò condizionato dalla disponibilità della terra che a quel tempo era

abbondantemente disponibile. Normalmente man mano che si mettono a coltura nuove terre sia va

necessariamente incontro a rendimenti decrescenti perché si suppone che le prime messe a

coltura siano le migliore. Questa legge però non resse in Europa in quanto, durante il periodo

feudale, la gente si era arroccata dove la posizione era più facilmente difendibile e non dove le

terre erano migliori; man mano che la popolazione aumentò quindi, si misero a coltura nuove terre

che erano addirittura migliori delle precedenti. La colonizzazione interna si accompagnò ad un

complesso movimento di espansione su più direttrici: ad occidente si sviluppò la “Reconquista”

della penisola iberica dei Cristiani ai danni dei Musulmani, sul fronte meridionale i Normanni

posero fine alla dominazione araba in Sicilia, sul fronte orientale si sviluppò l’espansione tedesca

nei territori slavi. Prendendo il caso tedesco, il “Drang nach Osten” cominciò agli inizi del X secolo,

e per capire meglio il suo significato economico bisogna tener presente che nei territori slavi

prevaleva un tipo primitivo di agricoltura: le terre venivano coltivate poco e male, con attrezzi

inadeguati, e poi abbandonate ancora vergini ed in ottima qualità. I cavalieri teutonici a questo

punto mossero nei nuovi territori importandovi l’aratro pesante riuscendo a penetrare nelle folte

foreste e a coltivare i suoli duri dell’Europa orientale. Furono fondate città e gruppi di villaggi, e

furono importate tecniche minerarie e metallurgiche ignote alle popolazioni locali.

Tutto ciò creò i presupposti per:

a) Formazione di surplus agricolo nell’Europa orientale

b) Sviluppo del commercio nel Baltico

c) Sviluppo della lega anseatica

d) Sviluppo di attività minerarie e metallurgiche nell’Europa orientale.

Tra il 1000 ed il 1300 però furono le città a dare tono alla grande ripresa. Nuove città sorsero in

ogni angolo d’Europa e le città esistenti crebbero al tal punto di dover ampliare le proprie cinte

murarie. I settori di guida dello sviluppo che si verificò dopo il XI secolo furono soprattutto:

a) Il commercio internazionale:

- Prodotti alimentari

- Prodotti tessili

- Spezie

b) Le manifatture tessili

c) Il settore delle costruzioni edili

d) Il settore finanziario

Le regioni d’Europa all’avanguardia furono l’Italia centro-settentrionale ed i Paesi Bassi meridionali,

in quanto entrambi trassero vantaggio dalle rispettive posizioni geografiche: l’Italia come ponte tra

l’Europa, il Nord Africa ed l’Oriente, mentre i Paesi Bassi meridionali erano al centro di strade e

rotto tra il Mare del Nord e le coste atlantiche della Francia e della Spagna.

Nei paesi bassi si sviluppò un’importante attività manifatturiera di pannilana che si avvantaggiava

della vicinanza del mercato inglese dove si produceva la lana più pregiata d’Europa. Nell’Italia

settentrionale lo sviluppo fu meno marcatamente incentrato sull’attività manifatturiera a vantaggio

di una più equilibrata distribuzione tra attività commerciali, manifatturiere e finanziarie. Punte di

forza: Pisa, Venezia e Genoa (repubbliche marinare) e altre città situate su nodi stradali importanti.

Le attività dei veneziani furono: pesca, raccolta e macinazione del sale e attività di trasporto e

commerciale di cui l’asse principale era il fiume Po. Dal X secolo l’attività si ampliò sottomettendo

città come Zara, imponendo così la sua supremazia sulla costa dalmata. L’altro asse molto

importante fu quello Nord-Sud lungo il quale Venezia riforniva rispettivamente i paesi a Nord delle

Alpi di prodotti orientali, e il vicino Oriente di prodotti del nord.

Nel frattempo la politica illuminata dei Conti di Champagne fece si che il luogo eletto dai mercanti

per incontrarsi ed effettuare scambi fossero le fieri di Champagne tenute aperte tutto l’anno. Non vi

è dubbio che l’asse Paesi Bassi meridionali ed Italia centro-settentrionale convogliava la maggior

parte dei flussi commerciali nei secoli XII e XIII; nei Paesi Bassi le città di Fiandra esportarono

pannilana verso l’Ovest e commerciava con Colonia verso Est dove però si scontrarono con la

politica di Colonia che obbligò ai fiamminghi di limitarsi a portare loro i pannilana, i quali poi

venivano prelevati da mercanti tedeschi e austriaci. I tessuti dell’industria laniera fiamminga

vennero sempre più sostituendosi ai prodotti che provenivano dall’Oriente bizzantino e musulmano

conquistando le piazze di tutta Europa; contemporaneamente si verificò nelle campagne e nei

villaggi di tutta Europa un aumento della produzione di tessuti di lana più grossolani (e quindi meno

costosi) ottenuti da due processi tecnici innovativi: l’adozione del mulino ad acqua e della filatura a

ruota. I progressi dell’industria laniera in Italia durante il XIII secolo furono più notevoli che altrove,

la cui attività si concentrò principalmente a Firenze (era la seconda ondata in cui l’Italia assunse un

ruolo dominante). Ad un certo punto i fiorentini cominciarono a importare anche panni grezzi i quali

venivano completati a Firenze togliendo così ai Fiamminghi parte del valore aggiunto del prodotto

finito. Intanto si erano sviluppati il commercio e la produzione della seta e del cotone, tant’è che

risultò che la lana aveva perduto la posizione di predominio sul mercato a vantaggio del cotone ma

soprattutto della seta che ai primi del 500 aveva assunto un ruolo dominante. Le maggiori

produzioni in Italia si ebbero a Genova e Lucca la quale detenne il primato per tutto il XIII secolo;

agli inizi però del XIV secolo la situazione politica interna di Lucca si fece infuocata, e molti

artigiani decisero di abbandonare la città a favore di Venezia, Firenze, Genova e Bologna dove

vennero accolti a braccia aperte; questa migrazione fu la causa principale della diffusione

dell’industria della seta in Italia che divenne una delle principali fonti di ricchezza per il paese fino a

che l’attività si sviluppò anche in Francia (specialmente a Lione) e Inghilterra. Oltre all’Italia anche

la Germania visse il suo sviluppo (la cui punta di diamante fu la città di Lubecca), e nel corso del

XII secolo non ci fu angolo d’Europa che non si verificassero avvenimenti favorevoli all’espansione

economica.

2) LA TENDENZA ECONOMICA NEL PERIODO 1300 - 1500

Nel 1250 in diverse aree d’Europa il rapporto medio semente-prodotto cominciò a diminuire, ed il

continuo aumento della popolazione, combinato con il fatto che le terre buone cominciavano a

divenire scarse, fece si che la legge della domanda e dell’offerta spinse al rialzo le rendite e al

ribasso i salari. Firenze visse attorno al 1340 una tremenda crisi economica: a seguito delle guerre

in cui fu coinvolta la città, la situazione sfuggì di mano e nel 1345 il Comune constatò che non era

più in grado nell’immediato futuro di soddisfare i suoi creditori. La crisi colpì soprattutto le grandi

famiglie dell’oligarchia finanziaria fiorentina, titolai delle grosse compagnie mercantil-bancarie che

già in qual momento si trovavano in grosse difficoltà a livello di liquidità; l’evento che sancì la loro

fine fu l’armistizio di Esplechin del 1340: il fallimento della spedizione Inglese nei confronti della

Francia fu un chiaro segnale che il re inglese non sarebbe stato in grado di ripagare quanto

doveva ai banchieri fiorentini che gli avevano sovvenzionato l’impresa (fra cui due tra le maggiori

compagnie fiorentine ovvero i Bardi e Peruzzi). Intanto Firenze si preparava ad un nuovo conflitto

per il possesso di Lucca, e per la città toscana si profilò la possibilità che passasse dalle sue

tradizionali alleanze guelfe al campo ghibellino. La cosa mise in allarme re Roberto di Napoli che,

per timore che i suoi fondi e quelli dei suoi baroni (i quali detenevano grossi capitali in deposito)

fossero congelati, fece una vera e propria corsa al prelievo provocando il crollo delle stesse

compagnie. La bancarotta delle compagnie provocò lo sconquasso anche nel settore secondario,

direttamente (perché le compagnie esercitavano anche attività mercantile e manifatturiera) e

indirettamente (perché i loro fallimenti provocarono sul mercato una drastica contrazione del

credito).

Il resto dell’Europa non godette di condizioni più calme: nella Catalogna (che nel frattempo si era

portata ai livelli delle aree d’Europa più avanzate grazie all’espansione del suo settore

commerciale e bancario) i più importanti banchi andarono in bancarotta, nel 1337 scoppiò un

conflitto fra Francia e Inghilterra che viene ricordato come “guerra dei 100 anni” (anche se durò di

più a causa di numerose interruzioni) combattutasi in territorio francese (con danni irreversibili

all’economia del Paese), ed infine, la pandemia di peste che dal 1348 al 1351 uccise circa 25

milioni di persone su un totale di 80 milioni. A seguito della stessa ci furono poi diversi sollevamenti

popolari (due su tutti la “Jacquerie” in Francia ed il tumulto dei Ciompi a Firenze).

Il periodo però non viene ricordato soltanto per fatti negativi, vi furono tante arre in cui tra il 1300

ed il 1450 si verificò un innegabile sviluppo: la lombardia per esempio, o il Portogallo, che entrò in

una fase di espansione economica / geografica che si concluse con la formazione di uno

straordinario impero di dimensioni mondiali. Un fatto fondamentale poi di questo periodo, è che le

epidemie di peste sgravarono l’Europa della forte pressione demografica, ed il risultato fu un

aumento della produttività del lavoro agricolo e una redistribuzione del reddito. Tra il 1350 ed il

1500 i salari andarono progressivamente aumentando, le condizioni di vita del ceto lavoratore

migliorarono sensibilmente e la rendita dimostrò una tendenza al ribasso. I disastri si esaurirono

verso la metà del 400 e l’Europa si presentava in questo modo: la Francia, dopo che la guerra finì

nel 1453, si lanciava verso la ricostruzione rapida della sua economia, l’Italia era in uno stato di

straordinario benessere culturale ed economica, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona si

univano ponendo le basi della futura potenza spagnola, il Portogallo continuò a spingersi sempre

più a sud (nel 1497 circa doppiò il Capo di Buona Speranza raggiungendo le Indie orientali), e la

Germania, grazie alle scoperte dei ricchi giacimenti di argento e rame del Tirolo, e al successo che

ebbero compagnie come i Fugger che, pur rimanendo indietro rispetto alle compagnie italiane a

livello tecnico, potevano contare su larghe disponibilità d’argento, entrava in uno stato eccezionale

di sviluppo.

Capitolo 7: Il ribaltamento dell’equilibrio mondiale e intra-Europeo 1500/1700

1) EUROPA SOTTOSVILUPPATA O EUROPA SVILUPPATA?

Non c’è dubbio che, dalla caduta dell’Impero Romano sino agli inizi del Duecento, l’Europa fu

un’area sottosviluppata in relazione ai maggiori centri di civiltà del tempo. Agli inizi però del

Cinquecento, la situazione prevalente cinque secoli prima risultava completamente ribaltata:

rispetto ai livelli economici e tecnologici del tempo, l’area dell’Europa occidentale risultava la più

sviluppata dell’epoca (il galeone armato è sicuramente l’immagine di questa superiorità

tecnologica-economica).

2) L’EUROPA ED I SUOI RAPPORTI CON IL RESTO DEL MONDO

Le conseguenze più spettacolari della supremazia acquisita dall’Europa in campo tecnico furono le

esplorazioni geografiche e la successiva espansione economica, militare e politica. Tra il XI ed il

XV secolo infatti, l’Europa aveva mostrato una straordinaria aggressività sul piano economico ma

sul piano militare e politico era rimasta sempre alla mercé di potenziali invasori; ma se circostanze

eccezionali salvarono l’Europa dal disastro completo, la cronica debolezza dell’Europa era marcata

dalla progressiva erosione dei suoi territori orientali: l’avanzata turca continuava inesorabile,

fagocitando uno dopo l’altro gli avamposti europei. Nel 1453 cadde Costantinopoli e le cose dopo

la sua caduta peggiorarono ulteriormente, ma nel momento stesso in cui i Turchi sembravano

prossimi a colpire il cuore dell’Europa, si verificò un cambiamento improvviso: aggirando il blocco

turco infatti, alcuni Paesi europei si lanciarono all’offensiva sugli oceani per una quanto mai rapida

ed inattesa avanzata. In poco più di un secolo, Portoghesi e Spagnoli prima, Olandesi e Inglesi poi,

gettarono le basi della supremazia europea su scala mondiale. Mentre l’Europa atlantica attuava la

sua espansione transoceanica, la Russia europea iniziava la sua espansione trans-steppica verso

Oriente (anche questa espansione fu il risultato della superiorità tecnologica europea).

L’espansione russa però non ebbe la stessa rapidità di quella transoceanica dell’Europa, in quanto

per terra la superiorità tecnologica non era ancora così marcata. Il galeone armato infatti, tra il XV

ed il XVI secolo, fu lo strumento che rese possibile la rapida espansione d’oltre oceano

dell’Europa, e una delle conseguenze più importanti di queste nuove conquiste, fu sicuramente la

scoperta di giacimenti di argento. La produzione ed il trasporto del metallo prodotto dalle Americhe

in Europa però, richiese uno sforzo organizzativo non indifferente, e per garantire la necessaria

manodopera alle miniere, i villaggi degli indios furono “tassati” ciascuno a fornire una data quantità

di lavoratori. Il 25% circa del tesoro fu trasferito in Europa come reddito della Corona, l’altro 75%

invece arrivò in Europa come domanda effettiva di beni di consumo quali vino, olio, armi ecc. Tutto

ciò coincise con un generale aumento della popolazione europea durante tutto il XVI secolo, e

l’aumento della domanda si tradusse in un aumento della produzione. Nella misura però in cui

certe strozzature dell’apparato produttivo, soprattutto nel settore agricolo, frenarono l’espansione

della produzione, l’aumento della domanda si tradusse in aumento dei prezzi (questo periodo fra

1500 e 1620 viene ricordato come la “Rivoluzione dei prezzi”).

L’aumento della disponibilità liquide provocò comunque nei maggiori centri finanziari anche una

tendenziale caduta del tasso d’interesse; oro e argento erano accettati in tutto il mondo come

mezzi di pagamento nelle transazioni internazionali, e l’aumento della disponibilità di metallo

prezioso significò quindi aumento della liquidità internazionale, il che favorì lo sviluppo degli

scambi. Il commercio dell’Europa occidentale con l’area baltica era tradizionalmente passivo in

quanto gli Europei trovarono in Oriente prodotti che ebbero subito largo esito in Europa, mentre

nessun prodotto europeo riuscì a trovare esito analogo in Oriente (soltanto tra 700 e 800 si trovò

un prodotto americano appetibile all’Oriente: l’oppio). Con i galeoni però, gli europei distrussero la

navigazione di altri popoli nell’Oceano Indiano, sostituendosi così ai mercati tradizionali e

monopolizzando le rotte marittime. Tutto questo però non bastò, e per colmare il gap, l’Europa si

servì dell’argento americano sotto forma di pezzi coniati in Spagna, Italia e Olanda. Il commercio

internazionale quindi consistette essenzialmente di una corrente d’argento che partiva

dall’America, passava per l’Europa che poi piazzava in Oriente, e di una corrente opposta di

prodotti orientali diretti in Europa, e di prodotti europei diretti in America. Le esplorazioni

geografiche arricchirono gli europei di conoscenze circa nuovi tecniche e prodotti: la farmacopea e

pratiche terapeutiche, il tabacco, il cacao, il mais e la patata (che risolsero problemi alimentari

eliminando le ricorrenti carestie) ecc. Attraverso intermediari diversi, l’Europa e l’Estremo Oriente

sono sempre rimasti in contatto (specialmente durante il XIII secolo durante la dinastia YUAN in

Cina che ha dato il via all’impero Mongolo), e col passare del tempo le importazioni si sono

arricchite di numerosi altre tipologie di merce come per esempio caffè e thè. Nello stesso periodo,

l’Europa aumentava le richieste di importazioni di cacao che, se pur non apprezzato all’inizio, stava

riscuotendo un enorme successo, caffè, thè e zucchero (che era già conosciuto in Europa ma era

presente sempre in scarse quantità).

L’espansione transoceanica dell’Europa ebbe però conseguenza in:

a) tecnologia

b) economiche

c) demografiche

Per quanto riguarda la tecnologia, bisogna dire che lo sviluppo della navigazione oceanica sollecitò

e allo stesso tempo dipese anche dall’evoluzione di altri nuovi strumenti, i quali a loro volta, ebbero

anche conseguenze economiche rilevanti: l’evoluzione dell’artiglieria navale e del suo uso

favorirono lo sviluppo dell’industria metallurgica, si svilupparono grosse compagnie quali la East

India Company inglese e la VOC olandese, e anche lo sviluppo delle assicurazione marittime (i

Lloyds a Londra). Il commercio transoceanico stesso, che nonostante comportasse numerosi

rischi, face si che città come Londra o Amsterdam, dove questa pratica era molto sviluppata,

cumulassero un capitale notevole (è innegabile che l’Inghilterra potè fare quel che fece nella prima

fase della Rivoluzione Industriale anche per la ricchezza a disposizione cumulata grazie

all’espansione commerciale). Le conseguenze demografiche invece sono trascurabili fino al XIX

secolo in quanto erano pochi coloro che lasciavano l’Europa e non tutti arrivavano a destinazione.

Oltre che però a livello economico, lo sviluppo commerciale portò ad una ricchezza a livello di

capitale umano che portò alla diffusione di una nuova mentalità e di nuova una capacità

imprenditoriale.

3) LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

Fatti quali la scoperta di mondi nuovi e di nuovi prodotti, la prova della sfericità della terra,

l’invenzione della stampa, il perfezionamento delle armi da fuoco, lo sviluppo delle costruzioni

navali e della navigazione furono all’origine di una rivoluzione culturale. Fece parte di questi

sviluppi una decisa tendenza verso la misurazione quantitativistica: in altre parole divenne sempre

più comune il cercar di dare un’espressione quantitativa ai fenomeni che si volevano descrivere.

Fu in quel clima culturale che l’amministrazione statale in Francia come in Inghilterra si preoccupò

sempre più di raccogliere dati e statistiche sulla popolazione, navigazione, commercio estero e sui

movimenti dei metalli preziosi. La Rivoluzione scientifica non consistette soltanto nell’adozione

sistematica del metodo sperimentale ma anche nel rinnovamento radicale della problematica. In

effetti, una volta impostata bene la problematica è fatale che la risposta approssimata o esatta

finisca con l’essere trovata, e la nuova problematica era a sua volta frutto di un nuovo

atteggiamento mentale che faceva più posto al razionale che all’’irrazionale. I “moderni” del XVII

secolo, nella loro reazione contro i valori tradizionali, si batterono accanitamente per rivalutare

l’opera tecnica degli artigiani (Bacon sottolineò a più riprese la necessità della collaborazione tra

scienziati e artigiani). Galilei stesso nel suo famoso “Dialogo” mise in bocca all’immaginario

Sagredo l’affermazione che il conversare con gli artigiani dell’Arsenale di Venezia l’aveva molto

aiutato nello studio di parecchi e difficili problemi.

Lungo i secoli, il legname aveva rappresentato il combustibile per eccellenza ed il materiale di

base per le costruzioni edili, ma a partire dai secoli XII e XIII, soprattutto nell’area mediterranea, il

legname aveva cominciato a scarseggiare. Nel corso del XVI secolo l’aumento della popolazione,

l’espansione della navigazione oceanica e delle costruzioni navali, lo sviluppo della metallurgia e il

conseguente aumento del consumo di carbone di legna per la fusione dei metalli provocarono in

Europa un rapidissimo aumento del consumo di legname.

4) Il RIBALTAMENTO DEGLI EQUILIBRI ECONOMICI ALL’INTERNO DELL’EUROPA (1500 –

1700)

I due secoli del XVI e XVII vengono dipinti in bianco e nero: il primo è il “siglo de oro”, un’età

dell’oro non solo per la Spagna che ne ricevette grandi quantità (anche di argento) dalle Americhe,

ma anche per tutta l’Europa, mentre il secondo è diventato famoso per la “crisi del XVII secolo”.

Non sempre però queste affermazioni sono completamente vere in quanto, ad esempio, per buona

parte dell’Italia settentrionale e centrale, che era una delle aree più importanti dell’Europa, non fu

l’età dell’oro, bensì del fuoco e del ferro; oppure la Germania nello stesso periodo subì tanti

successi quanti disastri economici. Il secolo XVII viene generalmente definito come un secolo di

crisi per l’economia europea, ed in effetti il secolo fu nefasto per buona parte della Germania (la

guerra dei Trent’anni causò danni e rovine su vasti territori), per la Turchia, per la Spagna e per

l’Italia; ma per l’Olanda, Inghilterra e la Svezia, il Seicento fu un secolo di successi e prosperità

(per la Francia non fu invece proprio un periodo di prosperità, ma alla fine dei Seicento l’economia

francese crebbe in maniera esponenziale). La situazione Europea che si presentava quindi era

questa: alla fine del ‘400 l’arte decisamente più sviluppata d’Europa era l’area mediterranea ed in

particolare l’Italia centro-settentrionale. Nel corso del ‘500, grazie all’flusso dei tesori americani, la

Spagna detenne una posizione di rilievo sull’area mediterranea, mentre alla fine del ‘600 il

baricentro si spostò sul Mare del Nord.

5) IL DECLINO ECONOMICO DELLA SPAGNA

L’afflusso massiccio d’oro e d’argento dalle Americhe e l’espansione della domanda effettiva in cui

tale afflusso si tradusse, avrebbe potuto stimolare un notevole sviluppo economico del Paese, ma

la Spagna del XVI secolo può servire come classico esempio per dimostrare che la domanda è un

elemento necessario ma nient’affatto sufficiente per attuare lo sviluppo. Il suo fallimento infatti fu

dovuto alle strozzature nell’apparato produttivo (mancanza di lavoro specializzato, aumento del

numero delle corporazione e della loro politica restrittiva ecc.) che, nonostante un costante

aumento della domanda, non riuscì a far corrispondere a questo aumento frenetico un aumento

dell’offerta di pari entità. La prevalente mentalità del Paese, considerava le importazioni come

motivo di orgoglio anziché una possibile minaccia del Paese, e non stupisce il fatto che nel 1659 la

Francia ottenne di poter introdurre liberamente in Catalogna ogni sorta di prodotti (nel 1667

avvenne la stessa cosa anche all’Inghilterra). Per di più, l’amministrazione spagnola spendeva

malamente i proventi dell’imposizione fiscali e dei tesori delle Indie, prima ancora di percepirli,

restando quindi in balia di banchieri che anticipavano le somme richieste. Nel corso del ‘600,

l’afflusso di metallo prezioso dalle Americhe diminuì drasticamente a causa di:

1) un possibile (ma imporababile) ristagno nella produzione mineraria delle colonie americane

2) le colonie si resero economicamente più indipendenti producendo direttamente li quanto prima

importavano dalla madre-patria (il fatto fu rafforzato dalla pressione militare olandese che fece si

che le colonie spagnole dovettero approntare “in loco” i mezzi necessari alla difesa)

3) il successo dei contrabbandieri olandesi, francesi ed inglesi, che riuscirono a deviare verso di

loro una sempre crescente quota dei tesori in arrivo dalle Americhe tagliando fuori la Spagna.

Intanto però un secolo di prosperità aveva indotto molti ad abbandonare le campagne e ad

ingrossare le città dove le scuole si erano moltiplicate (servirono però soprattutto a produrre

individui che rifiutavano il lavoro manuale) e dove l’amministrazione governativa si era ingigantita;

la Spagna del XVII secolo quindi mancò di imprenditori e artigiani ed il Paese sprofondò in una

tragica decadenza.

6) IL DECLINO ECONOMICO DELL’ITALIA

A partire dal Trecento la decadenza dell’ordinamento comunale e l’instaurarsi delle Signorie

avevamo comportato un deciso deterioramento della vita sociale: le masse si sentirono sempre più

alienate dall’amministrazione pubblica e furono sempre crescenti le discriminazioni sociali. Tra il

1494 e il 1538, l’Italia divenne il campo di battaglia di un conflitto internazionale che coinvolse

Spagnoli, Francesi e Germanici e che portò carestia, epidemie, distruzione del capitale e

interruzione dei traffici. Con la metà del secolo tornò la pace, e una tradizione plurisecolare di

laboriosità avevano creato nel Paese un capitale umano di ragguardevole potenzialità che fu

fondamentale per la ripresa; la ricostruzione però, fu ricostruzione di vecchie strutture:

l’ordinamento corporativistico ad esempio si rafforzò irrigidendo pericolosamente la struttura

produttiva del Paese. La prosperità dell’Italia, per sua natura povera di materie prime, dipendeva

quindi principalmente dalla capacità di esportare un’alta percentuale di manifatture e servizi, e nel

corso del 500 e del 600, numerosi altri Paesi (fra cui Paesi Bassi settentrionali ed Inghilterra)

svilupparono le loro attività manifatturiere con metodi nuovi; il tutto, in un contesto Europeo che

stava cambiando: nel 1618 nell’Europa centrale scoppiò che la guerra dei Trent’Anni che portò lutti

e miserie nel territorio germanico e nel 1623 e 1638 la guerra turco-persiana venne ad aggravare

ulteriormente una situazione economica già estremamente precaria. Il crollo combinato del

mercato spagnolo, di quello tedesco e di quello turco, combinato alla contrazione della liquidità

internazionale, ebbero ripercussioni immediate sulla scena internazionale: per i produttori marginali

non ci fu posto, e ormai l’Italia, era un produttore marginale. I prodotti italiani non furono però solo

eliminati sui mercati stranieri, ma anche sugli stessi mercati della penisola, e la perdita combinata

di questi due mercati provocò un crollo drastico della produzione. La ragione per cui i prodotti e

servizi italiani vennero soppiantati da quelli stranieri era sempre la stessa: i manufatti e servizi

inglesi, olandesi e francesi erano offerti a prezzi più bassi. L’origine della disparità dei prezzi deriva

dal fatto che il prodotto italiano era di qualità superiore (un po’ per orgoglio, un po’ perché

condizionate dalle regolamentazioni corporative) e perché i costi di produzione, a parità di altre

condizioni, erano più alti in Italia; ciò dipendeva essenzialmente da tre circostanze:

a) l’eccessivo controllo delle corporazioni obbligò i manifatturieri italiani a continuare con metodi di

produzione e di organizzazione aziendali superati da tempo in quanto erano formidabili elementi di

resistenza contro le possibili innovazioni sia tecnologiche che organizzative

b) la pressione fiscale negli Stati italiani era troppo alta e mal congegnata

c) il costo del lavoro era troppo elevato

Se i più alti livello salariali fossero stati compensati da più alta produttività, l’Italia non avrebbe

perduto niente in competitività, ma per la ragione indicata sopra con il punto a), la produttività del

lavoro italiano era addirittura inferiore a quella del lavoro straniero.

Le conseguenze di tutte queste circostanze furono:

a) drastico declino delle esportazioni che si protrasse per decenni

b) prolungato processo di disinvestimenti manifatturieri e bancari

c) tendenza delle manifatture a spostarsi dai grossi centri urbani ai piccoli centri rurali sviluppando

quella che oggi viene chiamata “economia sommersa”

Quest’ultimo fenomeno a sua volta era conseguenza di:

a) il costo del lavoro era meno alto nei centri minori

b) nei centri minori ed in campagna si sperava fosse più facile sfuggire alla vigilanza degli organi

fiscali e ai controlli restrittivi delle corporazioni.

Anche fuori dall’Italia si verificò questa fuga dalla città alla campagna, ma quando in questi paesi,

effettivamente quando si muovevano si liberavano dei controlli delle corporazioni, mentre in Italia,

al contrario, i poteri di controllo delle corporazioni cittadine ne fece fallire i pochi e deboli tentativi.

Un esempio del ritardo tecnologico ed organizzativo italiano lo abbiamo con Genova: nel 1647

veniva creata nella stessa città la “Compagnia Genovese delle Indie Orientali” su modello di quella

Inglese e Olandese; costituita la compagnia, gli imprenditori non trovarono a Genova cantieri che

sapessero costruire navi adatte alla navigazione oceanica, e furono costretti ad ordinare la

costruzione di due navi in Olanda, il tutto in maniera segreta in quanto era proibito in Olanda

costruire navi per potenze straniere. Ottenute le navi, gli imprenditori si resero conto che non

esistevano a Genova marinai capaci di lavorare con queste navi, e quindi dovettero ingaggiare un

equipaggiamento olandese; le navi salparono nel 1648, ma Portoghesi e Olandesi si accordarono

per eliminare sul nascere un possibile concorrente, e le navi vennero catturate un anno dopo.

Il periodo tra il 1550 e 1640 invece viene ricordato come “il secolo dei Genovesi” per via dei grandi

profitti derivanti dalla posizione acquisita in Spagna grazie all’allontanamento dei tedeschi (altri

prestatori degli spagnoli) che erano impauriti dalle insolvenze spagnole. Il caposaldo del sistema

creditizio genovese fu rappresentato dalle “fiere di cambio”, nel corso delle quali i rapporti di debito

e credito esistenti tra diversi operatori venivano sistemati mediante giri di conto.

Tornando all’Italia, il meridione subì un declino fiscale che si manifestò durante il XVII secolo a

causa degli onerosi costi che l’amministrazione sostenne cercando di modernizzare le strutture

dello Stato, oltre che ai crescenti costi per la crescente burocrazia e i contributi da versare a

Madrid. Il divario tra entrate ed uscite si allargò sempre di più determinando un’esplosione del

debito pubblico, e la pressione fiscale eccessiva che premeva maggiormente sulle classi meno

abbienti, schiacciò i settori produttivi sui quali si basava la ricchezza del Paese (in primo luogo

l’agricoltura). Nel 1630 invece, l’Italia centro-settentrionale fu devastata dalla peste, ed un crollo

drastico della popolazione spinse al rialzo i salari mettendo così le esportazioni italiane in una

posizione ancor più difficile. L’Italia aveva iniziato la sua carriera di Paese sottosviluppato

d’Europa.

7) IL MIRACOLO OLANDESE

Tradizionalmente i Paesi Bassi si distinguono in Paesi Bassi meridionali e settentrionali, e nel

corso dei secoli XI e XV quelli meridionali furono protagonisti di uno sviluppo economico e civile

eccezionale, diventando così uno dei maggiori poli di sviluppo dell’Europa. I Paesi Bassi

settentrionali non tennero il passo con le provincie meridionali in quanto il loro sviluppo fu più lento

e molto meno brillante (anche se fu consistente). Esso si fondò principalmente sulle attività

agricole, di allevamento di pesca e di commercio con i territori del mar Baltico. Durante il

Medioevo, diverse città dei territori settentrionali entrarono a far parte della Lega Anseatica, che,

cresciuta di forza e aggressività commerciale, nel XV secolo tentò di escluderle dal Baltico; gli

Olandesi a questo punto si staccarono dalla Lega e ottennero che quel mare restasse aperto alle

loro navi (il commercio col Baltico fu e rimase sempre la più importante branca delle attività

terziarie dei Paesi Bassi settentrionali). Se nel XVI Anversa nei Paesi Bassi meridionali era il

brillante centro internazionale della finanza e del commercio di merci pregiate, Amsterdam in quelli

settentrionali era divenuta il centro principale per il commercio internazionale di granaglie e

legnami. I Paesi settentrionali nella seconda metà del ‘500 provocarono la rovina di quelli

meridionali rivoltandosi contro la Spagna grazie alle loro solide basi economiche e potenzialità. Gli

olandesi in questo modo rimasero padroni del madre e la rovina delle provincie meridionali, offrì

loro il destro per la penetrazione commerciale negli oceani. Poiché poi i Paesi Bassi meridionali

erano caduti sotto il dominio spagnolo e la guerra perdurava, gli Olandesi ne presero spunto per

effettuare il blocco dei porti meridionali e ritardarne il più a lungo possibile la ripresa. Dalla pace del

1609 le Provincie Unite settentrionali emersero con l’indipendenza politica e la libertà religiosa e

l’economia era di gran lunga più vitale che mai.

Il danno maggiore degli spagnoli ai territori meridionali non furono le distruzione di ricchezze e

capitale fisico, bensì fu quello di causare la fuga di capitale umano: involontariamente infatti la

Spagna arricchì il proprio nemico (i Paesi Bassi settentrionali e anche Inghilterra, Germania e

Svezia) del più prezioso di tutti i capitali (i profughi venivano chiamati “valloni”). Le Provincie Unite

settentrionale entrarono così nella loro epoca d’oro, e come la vitalità di un popolo non conosce

confini geografici, così pure non conosce confini professionali: i Paesi Bassi settentrionali del ‘600

furono grandi nell’industriamo come nella navigazione, nel commercio, nella pittura e nel campo

del diritto internazionale Grozio elaborava quella teoria della libertà del mare aperto e delle acqua

territoriali che è alla base del diritto ancora oggi vigente. Il settore più dinamico dell’economia

naturalmente fu il commercio internazionale che può essere diviso in due settori: da un lato c’era il

commercio a grande distanza con le Indie orientali e quelle occidentali, e dall’altro c’era il

commercio nel Mare del Nord e del Mar Baltico. L’agricoltura olandese allo stesso tempo divenne

una delle più avanzate d’Europa grazia a progredite tecniche di canalizzazione, d’irrigazione e

rotazione dei raccolti, e tutto ciò permise agli agricoltori di dedicarsi a produzioni agricole

specializzate e all’allevamento con conseguenti guadagni di produttività. Le manifatture tra il 1560

e 1660 conobbero uno sviluppo straordinario. Ogni tentativo di spiegare il successo olandese nei

vari settori dell’agricoltura, del commercio e dell’industria riuscirebbe incompleto se non tenesse

conto anche del fato che gli Olandesi riuscirono a rompere la strozzatura rappresentata dal vincolo

energetico sfruttando su larga scala due fonti di energia inanimata e cioè la torba e l’energia del

vento; i Paesi Bassi erano poveri di alberi ma erano ricchi di depositi di torba e a partire dal XVI


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