La rivoluzione urbana
Il sorgere o il risorgere delle città nell’Europa dei secoli XI-XIII segnò una svolta nella storia della civiltà europea. Le città avevano prosperato ed erano proliferate nel mondo greco-romano, ma la decadenza dell’impero segnò anche la loro decadenza e le invasioni germaniche ne decretarono la morte. L’Europa dei secoli tra il V e il VII fu un mondo primitivo dominato dalla campagna e dalla solitudine.
Ai tempi di Roma vi erano stati due mondi separati: il mondo mediterraneo e il mondo nordico. Con la caduta dell’impero il Nord migliorò lentamente e il violento contrasto che aveva diviso il Nord e il Sud ai tempi di Roma si attenuò. Col secolo VII la parte europea si legò più strettamente con la parte settentrionale del subcontinente. Era un’Europa povera e primitiva. Un’Europa fatta di tanti microcosmi rurali, le Curtis, largamente autosufficienti, la cui autarchia era in parte conseguenza della decadenza del commercio e in buona parte anche causa. La società era dominata da uno spirito di rinuncia, di sospetto e di paura verso il mondo esteriore.
Lo stato delle arti, l’istruzione, il commercio e la divisione del lavoro erano ridotti ai minimi livelli. L’uso della moneta era quasi interamente scomparso. La popolazione era scarsa, ma la produzione ancora più scarsa e la povertà massima. Le strutture sociali erano primitive. Chi lavorava era considerato servo. Il bosco prevaleva, abitato da animali selvaggi e, secondo l’immaginazione della gente, anche da gnomi e da fate, da streghe e da folletti.
Tutte le città mostravano i segni delle violenze ricevute: assedi, spoliazioni, saccheggi, incendi. Ovunque erano passati i barbari le loro tracce rimanevano vistose. La gente abbandonava progressivamente le città in rovina e i più potenti o più prepotenti tesero a isolarsi nelle campagne.
La ripresa con i Carolingi
Con l’avvento dei Carolingi (747 a.C.) si verificò una certa ripresa, incentrata soprattutto sull’agricoltura dove il sistema curtense era divenuto più dominante ed efficiente. Tuttavia furono progressi modesti e limitati all’Europa del Nord; l’Europa meridionale rimase soffocata dalla pressione musulmana. Al Nord, nel territorio tra la Loira e il Reno, si videro i fiumi animarsi di barche che trasportavano soprattutto olio, vino e grano. Questa ripresa fu interrotta drasticamente dalla seconda ondata di invasioni barbariche, che attaccarono l’Europa da Sud (Arabi), da Oriente (Ungari) e da Nord (Normanni).
Gli Ungari tra la fine del IX secolo e l’inizio del X secolo devastarono mezza Europa bruciando e radendo al suolo tutto quanto si trovava sul loro cammino. Eppure proprio quando allora tutto sembrava perduto, improvvisamente le cose cambiarono. I Normanni, non si sa come né perché, allentarono la morsa. E nel 955, il re di Germania Ottone riuscì a distruggere l’esercito nella battaglia di Lechfeld. Liberata da questi attacchi l’Europa si riprese, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente.
Lo sviluppo urbano
Questa volta la ripresa ebbe un carattere del tutto nuovo: fu essenzialmente basata sulle città. La crescita e lo sviluppo delle nuove città sarebbe inspiegabile e incomprensibile se non si ammettesse un contemporaneo sviluppo dell’agricoltura che permise di alimentare la cresciuta e crescente popolazione cittadina. Gli scambi ripresero. Quel che accadde fu la crisi lenta del sistema curtense, cioè del sistema economico basato sulle Curtis, l’autarchia, il lavoro servile. Il sistema che lo sostituì fu il sistema economico basato sulle città, gli scambi e il lavoro libero. Il sistema curtense era nato e s’era sviluppato perché il mercato non aveva cessato di esistere. Il sistema che sorse e si sviluppò nel corso dei secoli X-XIII fu l’economia di mercato.
Nel mondo curtense i pochi scambi avvenivano nei poveri rari mercati che si tenevano una volta la settimana. Nelle città invece lo scambio è continuo: il mercato non soffre di interruzioni. La città era il mercato per antonomasia.
Teorie e fenomeni urbani
Lo storico belga Henri Pirenne cercò di formulare una teoria generale che servisse a spiegare il sorgere delle città nelle varie parti d’Europa. La teoria del portus vale per i Paesi Bassi e per la Francia settentrionale, ma non trova rispondenza nella realtà dei fatti in altre parti dell’Europa occidentale. Secondo Edith Ennen, si possono distinguere nell’Europa occidentale tre zone in cui il processo di urbanizzazione assunse forme diverse, e cioè:
- L’Italia, la Spagna e la Francia meridionale, dove le città, per quanto decadute, continuarono ad esistere nei secoli dell’Alto Medioevo.
- L’Inghilterra, la Francia settentrionale, i Paesi Bassi, la Svizzera, la Renania, la Germania meridionale e l’Austria, dove Roma aveva creato delle città, ma ogni forma di vita cittadina praticamente scomparve nei secoli dell’Alto Medioevo.
- La Germania settentrionale e la Scandinavia dove l’influenza di Roma non penetrò mai.
Alla base del fenomeno cittadino vi fu un massiccio movimento migratorio. Le città si formarono e crebbero perché crebbe la loro popolazione. Se la popolazione delle città crebbe la ragione fu che la gente vi migrò dalla campagna. La gente emigra per due ragioni: per ragioni di repulsione e per ragioni di attrazione.
Attrazione delle città
La città era un mondo dinamico e nuovo in cui la gente riteneva di poter rompere con i vincoli del passato, dove la gente avvertiva o immaginava nuove possibilità di riuscita economica e sociale, dove le fortune si venivano creando e plasmando premiando l’iniziativa. Era un’atmosfera di opportunità aperte a chi volesse e sapesse osare e operare. Il servo fuggiva dalla campagna per trovare la libertà nella città. La città era fatta di gente che aveva lasciato dietro di sé il mondo rurale e feudale senza rimpianti, e cercava un mondo nuovo.
Le mura cittadine acquisivano un significato simbolico: segnavano il confine fra due culture in conflitto. La città medievale è un organismo a sé stante, fieramente autonomo, e in netta opposizione al mondo circostante.
Differenze nell'evoluzione urbana
Differenze sostanziali manifestatesi fra l’evoluzione delle città europee:
- In Italia: la nobiltà rurale fiutò la direzione in cui spiravano i venti, per cui numerosi nobili vennero a impiantarsi in città, dove costruirono dimore che ricordavano i loro castelli rurali e che diedero alla città un aspetto feudale. L’amministrazione cittadina era di solito nelle mani dei vescovi. Con il tempo però i borghesi acquisirono ricchezze e potere tali che in una città dopo l’altra riuscirono a mettere fuori gioco i nobili e a togliere al vescovo l’amministrazione cittadina. Nell’Italia centrale e settentrionale un comune cittadino dopo l’altro si sentì tanto forte da partire decisamente all’attacco e alla conquista del territorio circostante, con l’intento preciso di abbattere la circostante potenza feudale radendo al suolo castelli e manieri della nobiltà.
- In Francia: la nobiltà abitava in campagna, nei loro possedimenti (castelli), mentre gente di altri ceti abitava in città (secondo l’uso francese possono di conseguenza definirsi borghesi).
- In Germania: l’imperatore in lotta con la grande feudalità attribuì a certe città indipendenza giurisdizionale accompagnata dai diritti di battere moneta, di conferire cittadinanza e libero stato agli immigrati, di autogovernarsi e avere una propria politica.
- In Inghilterra: la città ebbe uno sviluppo più lento, meno drammatico, con caratteristiche punto o poco rivoluzionarie.
- In Europa orientale: le città sorsero nella maggioranza dei casi non per forza propria, ma per iniziativa dei signori feudali che attuavano il Drang nach Osten ("Spinta verso l’Est").
Se nel mondo feudale prevalse un’organizzazione tipicamente verticale della società dove il rapporto tra uomini era dettato dai binomi fedeltà-protezione e omaggio-investitura, nelle città trionfò:
- L’organizzazione orizzontale
- La cooperazione tra uguali
- La corporazione
- La confraternita
- L’università
- Il Comune.
Così la città, sia che sorga dal portus o da un fortilizio feudale o risorga sulle fondamenta di una città romana, è il nucleo di una nuova società e di una nuova cultura, che riscopre lo Stato, che elabora nuovi valori, nuove aspirazioni e una nuova economia. Là dove il mondo feudale circostante è troppo potente, come in Germania, la città resta sulla difensiva, nella sicurezza garantitale dalle sue mura e dalla sua ricchezza. Là dove la città si sviluppa economicamente al punto di poter travolgere gli equilibri con il mondo feudale circostante, come in Italia, la città si espande alla conquista della regione che la circonda.
La rivoluzione urbana dei secoli XI-XIII fu la premessa e creò i presupposti della rivoluzione industriale del secolo XIX.
La storia della tecnologia
Lo sviluppo tecnologico: 1000 – 1700
Dopo una serie di innovazioni rivoluzionarie a partire circa dal 2500 a.C. fino al 500 d.C., vi è stata nel mondo occidentale una fase di lungo, secolare ristagno. Si possono citare la metallurgia del ferro sviluppatasi attorno al 1400 a.C., l’innovazione apportata dai Greci nell’applicazione dell’energia animale e qualche altro meccanismo, come ingranaggi, viti e camme datano dall’età classica.
Il mondo greco e soprattutto quello romano pur altamente creativi in altri campi dell’umana attività, restarono inerti nel campo tecnologico. Il mulino ad acqua era noto ai Romani ma essi ne costruirono relativamente pochi e continuarono a far largo uso di mulini mossi mediante energia umana o animale. Col Medioevo nell’Europa occidentale le cose cambiarono drasticamente. A partire dai secoli dell’Alto medioevo si iniziò un periodo in cui le innovazioni tecnologiche si succedettero a un ritmo progressivamente sempre più intenso.
- Dal secolo VI: diffusione del mulino ad acqua
- Dal secolo VII: diffusione nell’Europa settentrionale dell’aratro pesante
- Dal secolo VIII: diffusione della rotazione triennale
- Dal secolo IX: diffusione dell’uso del ferro di cavallo, del basto per cavalli, dell’attracco a tandem degli animali da traino.
Osservazioni
a) Le innovazioni di cui sopra non furono invenzioni vere e proprie. Il mulino ad acqua era già noto ai Romani, l’aratro pesante sembra sia di derivazione slava, l’uso di ferrare i cavalli pare fosse noto ai Celti prima delle conquiste di Roma, il basto per cavalli originò nella lontana Cina. Quello che gli europei dimostrarono non fu una capacità inventiva, ma una notevole capacità di assimilazione.
b) Tutte le innovazioni di cui sopra si riferivano sostanzialmente all’attività agricola, poiché l’economia era quasi esclusivamente agricola.
c) Talune delle innovazioni di cui sopra permisero un più efficiente sfruttamento energetico del cavallo. In tutta Europa si incrementò notevolmente l’allevamento dei cavalli e si cercò anche di migliorarne le razze, importando cavalli dai Paesi musulmani. Il cavallo sostituì sempre più di frequente il bue. Il cavallo è più robusto e veloce del bue e riesce perciò a compiere un maggiore lavoro e in tempo più breve. La sostituzione del cavallo al bue significò il ricorso a un tipo di capitale più costoso, ma più efficiente.
Prima del Mille, la quantità di ferro presente negli attrezzi agricoli era estremamente limitata, però col secolo XII l’aratro venne perfezionato nelle zone di più fiorente agricoltura. Vennero aggiunte parti in ferro alla struttura in legno per appesantirlo e permettere di arare in profondità maggiori. Cavalli e aratri pesanti resero possibile sostanziali incrementi della produttività.
Il mulino ad acqua
Uno dei fatti più importanti del Medioevo europeo fu la diffusione del mulino ad acqua (fra il VI e il VII secolo). I signori feudali, laici o ecclesiastici che fossero, uno dopo l’altro fecero costruire sui propri possedimenti un mulino ad acqua, obbligando i loro servi a far uso del mulino signorile per la macinazione del grano e proibendogli di macinare il grano in casa come avevano sempre fatto, in modo che i signori avessero il monopolio della macinazione del grano per aumentare il loro reddito, mentre contemporaneamente aumentava il carico fiscale dei servi. L’operazione si dimostrò molto redditizia e i mulini ad acqua spuntarono come funghi in ogni angolo di Europa.
Fino al secolo X i mulini ad acqua europei servirono esclusivamente alla macinazione del grano. Quando nei secoli XI e XII l’economia europea si sviluppò in senso manifatturiero, i mulini ad acqua non solo aumentarono ma furono sempre più adatti alle più diverse produzioni. Attorno all’822 vi erano mulini ad acqua usati per preparare il malto, tra il 960 e il 1060 si usarono per follare il panno, nella seconda metà del secolo XII per la lavorazione del ferro, del legname, nella lavorazione della carta.
Il mulino a vento e altre innovazioni
Il mulino a vento originò in Persia nel secolo VII d.C. In Europa comparve verso la fine del secolo XI. A differenza di quello persiano, il mulino a vento europeo aveva le ali montate su un asse orizzontale. Anche i mulini a vento inizialmente vennero costruiti per macinare il grano, ma con il tempo l’energia meccanica da essi prodotta fu sempre più applicata alle lavorazioni più diverse. Nel XVI ad Amsterdam c’erano mulini a vento per filare la lana, per stampare nastri, per follare il panno, per battere il corame, per pressare le olive, per produrre polvere da sparo, per produrre carta e per lavorazioni metallurgiche.
L’espansione dell’uso dei mulini fu un aspetto di un più ampio fenomeno, dell’adozione cioè di tutta una serie di rilevanti innovazioni in attività non agricole: verso la metà del secolo XI comparve nelle Fiandre il telaio verticale e il secolo XII vide l’adozione della bussola.
Tra la fine del secolo XII e la metà del secolo XIII la navigazione mediterranea fu rivoluzionata da tutta una serie di innovazioni tecnologiche, come:
- Il perfezionamento della bussola magnetica
- L’adozione della clessidra per la misurazione del movimento della nave
- La redazione di carte nautiche
- La compilazione di tavole trigonometriche per la navigazione
- L’adozione del timone di poppa sulla linea centrale della nave.
Queste innovazioni permisero la navigazione strumentale, che a sua volta rese possibile una maggior utilizzazione del capitale navi. Agli inizi del Trecento comparvero i primi orologi (prima macchina di precisione prodotta dall’Occidente) e le prime armi da fuoco. Il secolo XIV vide l’invenzione delle chiuse per canali. Nel corso del Quattrocento fu sviluppata la nave a vela oceanica, ma la grande innovazione consistette nello sviluppo delle velatura su tre alberi con la combinazione della vela quadra nordica con la vela latina (triangolare). Ciò permise un più efficiente uso dell’energia eolica per il movimento della nave. Come conseguenze economiche si ebbero un incremento nella portata media delle navi, una maggiore rapidità dei trasporti e una diminuzione dei costi relativi.
Un’altra innovazione tecnologica di portata incalcolabile fu quella della stampa. Nel secolo XV in Occidente si trovò il modo di comporre testi a stampa mediante l’uso di caratteri mobili. Prima di questa tecnica (inventata da Gutenberg nel 1455), i libri erano una merce molto costosa che pochi potevano permettersi. Ciò causò poca speranza di diffondere l’istruzione e la cultura su larga scala.
Il progresso tecnologico del Medioevo e del Rinascimento non fu fatto di grandi scoperte, ma piuttosto di continui miglioramenti e successivi perfezionamenti. Comunque risultato fondamentale di tutte le innovazioni e perfezionamenti fu un progressivo aumento della produttività. Fondamentale alla base della maggior parte delle innovazioni stava sempre la necessità di sfruttare in maniera più efficiente le scarse disponibilità di energie.
La diffusione delle tecniche
Nel corso dei secoli vi furono aree più innovative e aree meno innovative. Nei secoli dal XII al XV gli italiani furono all’avanguardia non solo del progresso economico ma anche di quello tecnologico. Nei secoli XVI e XVII il primato passò agli inglesi e agli olandesi.
Attraverso i secoli le tecniche non si diffusero praticamente mai mediante l’informazione scritta. Il mezzo prevalente di diffusione fu la migrazione dei tecnici. Gli Ugonotti francesi e i Protestanti fiamminghi, per sfuggire alle persecuzione in patria, emigrarono nel Cinque e Seicento portando in Inghilterra, Svezia, e Svizzera tecnologie avanzate e nuovi tipi di produzione. Governi e amministratori erano perfettamente coscienti di questa situazione ed erano altrettanto convinti che l’emigrazione di lavoratori specializzati e tecnici aveva conseguenze nefaste per una economia. La capacità dello stato pre-industriale di controllare i movimenti delle persone erano però estremamente limitata.
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