Storia economica: l'estate di San Martino
All'inizio del Seicento l'Italia centro-settentrionale, nelle sue varie articolazioni politiche, deteneva ancora un primato nella vita economica dell'Europa. La vivacità delle attività produttive e d'interscambio aveva un riscontro nell'alto tasso di urbanizzazione di questa parte della penisola.
Certo Londra e Parigi si avviavano a diventare centri urbani con centinaia di migliaia di abitanti, anche grazie al loro ruolo di capitali di forti stati nazionali, ma in nessun altro contesto europeo, salvo le Fiandre, si aveva una così alta percentuale di persone stabilmente residenti in agglomerati superiori ai diecimila abitanti.
Anche se l'agricoltura restava l'attività fondamentale, fatto tipico di tutte le realtà di antico regime, i sistemi economici locali dell'Italia centro-settentrionale erano caratterizzati da una forte vivacità delle attività manifatturiere e commerciali. Essi potevano contare sulla presenza di numerosi centri urbani, grandi e medi, attivi come sede di importanti attività di intermediazione e di trasformazione. Soprattutto erano numerose le botteghe artigiane di tessitori di panni di lana e di prodotti in seta, questi ultimi finemente lavorati con l'utilizzo di fili in metallo prezioso.
Le maggiori città
Le maggiori città (Genova, Milano, Firenze e Venezia) ospitavano inoltre importanti attività di scambio commerciale, anche su vasto raggio, e case bancarie private dedite al commercio del denaro, che concedevano prestiti a operatori economici non solo locali e fornivano liquidità ai governi dell'Europa (i genovesi in particolare erano ancora i banchieri dei re di Spagna). L'Italia in questo presentava un tasso di urbanizzazione addirittura più alto di Francia e Inghilterra.
Debolezze del sistema economico-sociale
L'assetto economico-sociale del Centro-Nord dell'Italia non era certo privo di elementi di debolezza all'inizio del XVII secolo. I due maggiori punti di debolezza erano: il sistema economico maturo e lo squilibrio tra popolazione e risorse. L'area economicamente matura era dotata di sistemi agricoli che a fatica producevano quanto era necessario per garantire il sostentamento di una popolazione che superava i 7,8 milioni di abitanti. La tenuta dell'economia locale si legava così alla vivacità delle attività commerciali e manifatturiere, capaci di generare le risorse necessarie per importare i prodotti agricoli indispensabili per mantenere la popolazione urbana e per alimentare le botteghe artigiane.
La crisi secentesca
Gli anni successivi al 1620 furono indubbiamente caratterizzati da una crisi generalizzata della vita economica della penisola italiana. I nodi irrisolti degli assetti demografici e produttivi nella parte più avanzata del paese vennero al pettine in una situazione caratterizzato, a livello europeo, da peculiari difficoltà. Va infatti osservato che, in tutta l'Europa, si dovette fare i conti in quegli anni con una repentina caduta delle produzioni agricole, dovuta a un mutamento molto profondo delle condizioni climatiche (piccola glaciazione).
La carenza di cereali e il loro alto prezzo segnarono profondamente realtà come quella dell'Italia centro-settentrionale, già obbligate a dipendere dalle importazioni dall'estero. Furono anni di carestia, resi ancor più drammatici dal manifestarsi, prima nel Centro-Nord e poi nel Sud della penisola, di epidemie di peste che falcidiarono la popolazione, disarticolando il tessuto economico di molti centri urbani, alcuni dei quali conobbero una caduta della popolazione pari o superiore al 30%.
Nello stesso tempo la concorrenza dei paesi del Mare del Nord rese ancor più drammatica la crisi dei lanifici urbani e ridusse in modo drastico la presenza dei mercanti italiani su tutte le piazze del Mediterraneo. In campo serico il primato dei tessitori del Centro-Nord fu spezzato dai lionesi, che potevano contare sul sostegno politico ed economico della corte di Parigi.
Conseguenze della crisi
Il risultato di tale situazione di difficoltà fu una caduta generalizzata delle attività commerciali e manifatturiere, accompagnata da un forte declino sul piano demografico delle maggiori realtà urbane. La crisi del Seicento è stata ed è oggetto di continue rivisitazioni; non mancano neppure letture che ne hanno messo in discussione l'importanza, avendo nel contempo ridimensionato la crescita economica del Quattrocento e del Cinquecento.
Di fatto il risultato dei drammatici avvenimenti che segnarono la prima metà del Seicento fu un netto declino delle attività manifatturiere nei principali centri urbani del Centro-Nord (dalle botteghe veneziane uscivano a inizio Seicento 28.000 panni lana ogni anno, ridotti a 2000 all'aprirsi del XVIII secolo) e il concentrarsi delle attività commerciali nel Mediterraneo nelle mani di operatori inglesi, olandesi e francesi.
Le attività agricole divennero così l'elemento portante dei sistemi economici locali e i detentori delle maggiori fortune indirizzarono i loro capitali all'acquisto e alla gestione di terre, individuate ormai come la fonte più sicura d'investimento. Non vennero meno l'interesse per i pubblici appalti e la disponibilità a fornire denaro ai governi centrali e locali, mentre in campo commerciale i maggiori operatori si dedicavano ora all'intermediazione su vasta scala dei prodotti del suolo (cereali, vini, olio, bestiame, latticini, bozzoli, legname) e delle sete.
Riconversione del settore serico
Per quanto riguarda l'allevamento del baco da seta e la lavorazione delle sete, una precisazione è indispensabile. La crisi delle attività di tessitura nei maggiori centri urbani nel corso del Seicento fu, infatti, accompagnata da una riconversione del settore serico nel Nord della penisola. Le regioni settentrionali, infatti, videro crescere, proprio in questi anni, la coltivazione dei gelsi nei seminativi, conobbero uno sviluppo importante dell'allevamento del baco da seta e delle attività di prima lavorazione (trattura) e di seconda lavorazione (torcitura).
Lombardia, Piemonte e Veneto divennero così grandi produttori di semilavorato serico in larga misura destinato all'esportazione. Un assetto peculiare assunse l'attività di torcitura, spesso esercitata in grandi filatoi, dove apparati complessi, che davano lavoro anche a un centinaio di persone, erano mossi dall'energia dell'acqua.
Separazione economica tra le regioni italiane
Per l'evoluzione economica in precedenza descritta si spezzarono i legami economici tra le varie parti della Penisola. Il Sud, in particolare, cessò di essere il fornitore di prodotti agricoli e di filati serici alle altre regioni, perché in queste ultime aree l'agricoltura e le attività seriche erano ora il cuore del sistema produttivo.
Il settore secondario non scomparve completamente nella vita produttiva della penisola, sia per la capacità di tenuta del settore serico, ora impegnato soprattutto nella produzione di semilavorato, sia per la vivacità di imprenditori attivi in aree rurali, che si affermarono come zone protoindustriali.
Specie al Nord, quasi sempre in territori di bassa montagna, di collina o di pianura non irrigata, come il Biellese, il Vicentino, le valli lecchesi, bergamasche e bresciane, l'alto Milanese e la Brianza, crebbero d'importanza attività di trasformazione, dalla tessitura della lana, alla lavorazione del cotone, alla produzione di attrezzi e oggetti in ferro, svolte in piccole unità produttive, di solito coincidenti con le case di contadini e collegate ai mercati, almeno regionali, da mercanti imprenditori.
D'altro canto, tali iniziative compensarono solo in parte la caduta della manifattura urbana; soprattutto gli operatori italiani scomparvero dai grandi mercati internazionali, mentre crescevano le importazioni di prodotti del secondario nella penisola.
Cambiamenti nel ruolo dell'Italia centro-settentrionale
Con il Seicento cambiò così il ruolo dell'Italia centro-settentrionale nel contesto europeo. Da centro della vita economica continentale, queste regioni divennero aree marginali e i loro sistemi economici si caratterizzarono per un nuovo assetto, che è stato definito come equilibrio agricolo-commerciale.
Con tale espressione si è voluta indicare la connotazione economico-sociale assunta da aree ora prevalentemente dedite all'agricoltura, legate all'ambiente internazionale in quanto fornitrici di beni agricoli, prodotti in eccedenza rispetto al consumo interno, e di semilavorati, sete in particolare. Va peraltro ricordato che l'equilibrio agricolo-commerciale, che avrebbe caratterizzato la vita economica della penisola italiana sino al secondo Ottocento inoltrato, non fu semplicemente un peculiare assetto economico, ma anche un intreccio di interessi, di convenienze, di consuetudini, di convincimenti culturali, destinati a condizionare per molto tempo le scelte dei ceti egemoni, assunte dagli stessi sia come operatori economici, sia come principali attori della vita politica.
L'equilibrio agricolo-commerciale si consolidò lungo tutto il Settecento e il primo quindicennio dell'Ottocento. In questo periodo, infatti, si registrò una staticità quasi completa del settore manifatturiero. Le novità che si sperimentarono in quei decenni in Inghilterra e, in misura minore, in altri ambienti europei, furono oggetto di attenzione, furono studiate e conosciute, ma scarsamente applicate.
La fabbrica moderna
La fabbrica moderna, con la lavorazione centralizzata e meccanizzata, organizzata da un imprenditore capitalista, fece capolino solo in alcune realtà locali e quasi sempre per opera di stranieri, svizzeri in particolare. L'agricoltura rafforzò ulteriormente il suo ruolo di cardine dei diversi sistemi economici, affiancata da un setificio in ulteriore espansione sul piano produttivo, ma sempre impegnato nelle prime fasi della lavorazione della seta, cioè nella valorizzazione di un prodotto dell'agricoltura locale.
Crebbero in particolare alcune produzioni come quella del mais, del riso e dei latticini. L'incremento delle produzioni, d'altro canto, non fu accompagnato da un superamento di pratiche di coltivazione tradizionali e di forme antiquate di regolazione dei rapporti tra proprietari e contadini.
Certo non mancarono alcune eccezioni, come le zone collinari piemontesi, dove la maggiore produzione di vini si accompagnò anche a una più adeguata cura delle forme di coltivazione della vite e di "confezionamento" del vino, o l'irriguo lombardo, dove peraltro ci si limitò a estendere e a razionalizzare i modi più avanzati di sfruttamento della terra e di gestione delle aziende rurali, utilizzati da qualche secolo.
Il ruolo del settore primario
Si ebbe dunque un ulteriore rafforzamento del ruolo del primario, senza che i diversi ambienti potessero sperimentare quei processi di radicale trasformazione che, nel caso inglese, sono stati individuati con i termini di rivoluzione agricola e di rivoluzione agraria.
La riconversione del secondo Seicento
L'agricoltura è il settore più dinamico dell'economia italiana. Milano è una città che si implementa e che comunica e commercia grazie al sistema di irrigazione costruito negli anni 1000. Il progetto era di costruire un vero e proprio porto nella città lombarda.
Sempre nella zona viene introdotto un nuovo metodo di rotazione dei campi che permette di produrre prodotti di alta qualità che viene esportata in mezza Europa, anche se i contadini rimangono poveri e vivono in miseria. Già nel '600 nella fascia padana nasce un sistema capitalista di affitto agli imprenditori, che di fatto assumono i contadini. L'allevamento è già in stalla e la produzione si concentra in prodotti caseari.
Sempre nel '600 nella pianura padana viene introdotto un nuovo prodotto: il riso, che implica una difficoltà nella coltivazione. L'avvento del riso non riduce la produzione dei cereali perché il riso entra a far parte della rotazione. Incominciano le produzioni di patate e pomodoro. Anche il mais si diffonde sempre nel seicento e lo si può introdurre nelle rotazioni di 7 o 9 anni e diventa la base della sussistenza dei contadini. Dal mais deriva la polenta.
La diffusione nella alimentazione del mais fa diffondere la malattia "pellagra" che consiste in una carenza vitaminica, si secca la pelle e diventa poi neurodegenerativa. La pellagra si diffonde in tutto il nord Italia perché dall'America arriva solo il prodotto e non il modo di trattare il mais; infatti il mais andava trattato con la calce perché tale trattamento rendeva le vitamine assimilabili.
Agricoltura in evoluzione
Agricoltura che si sta evolvendo per rispondere meglio alle esigenze del mercato. La coltivazione a mezzadria si diffonde: consiste nel cedere metà della produzione del contadino al proprietario dei campi.
La seta
La seta arriverà a rappresentare più della metà delle esportazioni italiane e dava lavoro a 100/120 mila italiani, nella fascia prealpina. L'Italia produce la materia prima e i semilavorati perché il prodotto finito viene lavorato all'estero.
Trattura del baco da seta: si mette il baco nel calderone e si prende la seta. Le farfalle fanno le uova, i bachini vengono messi su foglie di gelso cibandosene, fanno 5 mute e si imbozzolano, preparandosi a diventare farfalle. Prima la tessitura della seta si diffonde in tutta Italia per poi concentrarsi nel nord perché più avanzato tecnologicamente. Il lavoro della seta è stagionale e dura 2/3 mesi all'anno.
La centralità dell'agricoltura
Dopo il 1714 con la pace di Utrecht la Spagna perse il predominio sull'Italia che fino a quel momento vantava un dominio diretto sul Mezzogiorno continentale e insulare, cui si aggiungevano il Ducato di Milano. Anche gli altri stati della penisola finivano col gravitare nell'orbita spagnola. Una maggiore autonomia poteva vantare la Repubblica di Venezia, peraltro impegnata a resistere, nel corso di tutto il Seicento, alle pressioni di due potenti vicini, l'Impero asburgico e quello ottomano.
Mentre tutta l'Europa si industrializza, l'Italia rimane attardata. Nell'economia italiana è ancora forte la centralità dell'agricoltura perché è fonte di stabilità. Anche le politiche pubbliche adottate sono volte a favorire l'agricoltura mentre quelle a favore della manifattura sono poche e incerte.
Questa ossessione per l'agricoltura è giustificata dal fatto che questa garantiva al re un gettito più elevato e sicuro di tasse rispetto a quello proveniente dalla manifattura. Effetto della centralità dell'agricoltura è sicuramente il basso consumo energetico pro capite che comporta un utilizzo minimo del carbone, che in Inghilterra e in Galles nello stesso periodo veniva sfruttato in maniera più intensa.
Crescita economica italiana
Ovviamente la crescita economica italiana derivava dall'agricoltura e non dalla manifattura. Crebbe la produzione di cereali, si diffusero le colture arboree come il gelso e la vite e gli agrumi soprattutto al sud e sono tutte colture potenzialmente ricche. In Puglia aumenta la produzione di vino ma la qualità è così bassa tanto da porre il prodotto fuori dal mercato.
La crescita italiana è una crescita per intensificazione: ciò non significa che aumentano le rese dei campi, ma che aumentano le terre disponibili alla coltivazione grazie anche ad importanti opere di bonifica. Si diffondono anche le colture intercalate che permette di sfruttare più terra possibile. La forte intensificazione provoca un aumento del lavoro, un aumento dei raccolti dato dai più campi a disposizione: ciò significa che non vengono introdotte tecnologie e le innovazioni; l'Italia è ancorata ancora alla teoria dell'antico regime.
Bonifica in pianura Padana
In pianura Padana la bonifica consiste nel controllo delle acque per mantenere il giusto livello di acqua nei campi. In conclusione l'agricoltura è la parte dinamica dell'economia italiana e i settori che crescono sono fortemente legati all'agricoltura: settore tessile, soprattutto la seta, settore caseario e settore vinicolo. Questa condizione dura fino alla fine dell'800. Qualche eccezione riguardante alla manifattura è legata al tessile anche se non è un vero e proprio successo. È ancora molto diffuso il lavoro a domicilio e non in fabbrica come avviene nei Paesi Europei industrializzati.
In Veneto si diffonde il lanificio.
La popolazione
La popolazione italiana ricomincia a crescere; la crescita è continua e sostenuta ma è più bassa degli standard europei. Questo perché in Europa sono nel corso della transazione demografica e quindi la popolazione aumenta di molto: cala mortalità, aumenta la natalità. In Italia è calata leggermente la mortalità ma è ancora alta la mortalità infantile.
Il commercio
I prezzi dei prodotti italiani sono in crescita ma meno rispetto a quelli dei Paesi Europei; questo permette di aumentare le esportazioni perché i prezzi sono più competitivi. Gli scambi tendono ad aumentare grazie al traino dell'Europa, l'Italia esporta prodotti agricoli e semilavorati, dal sud si esportano arance, uva, mandorle, zolfo. L'Italia esporta in GBR, FRA.
La città di Venezia, da avere un ruolo primario nel Mediterraneo, diventa un porto locale mentre Livorno, che diventa base inglese, diventa un porto molto importante e cresce moltissimo. Le vie di comunicazioni aumentano e migliorano, si sviluppano le vie di terra anche se in tutto il sud Italia mancano le strade costiere. Il centro del sud è Napoli che ha anche il maggior numero di strade dato che necessita i cereali pugliesi. Le strade nel fine '700 migliorano di qualità e si inizia a costruire in modo diverso.
Le strade con i francesi non vengono lasciate in gestione alle comunità locali ma la manutenzione viene centralizzata; nascono ingegneri specializzati per lo studio delle strade e questo modello, grazie a Napoleone, si diffonde in Italia.
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