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Nel 47 De Gasperi si recò negli USA e al ritorno aprì una crisi di governo; nei mesi successivi le difficoltà economiche

crebbero; si propose l’eliminazione immediata di tutti i prezzi politici (pane, ecc.) ma in questo modo l’inflazione continuò

e raggiunse il 30%. Il governo che si ricostituì fu un monocolore Dc, cui facevano parte uomini di fede liberista.

Nel 47 venne creato il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio con poteri di controllo della situazione

monetaria; vennero prese misure per ridurre la liquidità bancaria e l’erogazione del credito al settore privato.

Una parte dei depositi bancari venne vincolata producendo una drastica riduzione della liquidità e arrestando l’inflazione.

Venne approvata l’imposta sul patrimonio il cui effetto fu tenue perché si consentì la rateizzazione.

L’Italia fu ammessa al Fondo Monetario Internazionale nel 47; il cambio venne lasciato libero e la stretta creditizia

provocò una caduta degli investimenti ritardando la ripresa della produzione.

Venne avanzata l’idea che la grande ondata di inflazione sia stata lasciata libera di gonfiarsi per far apparire inaccettabile

l’azione delle sinistre e renderne impossibile la permanenza al governo; la brusca deflazione avrebbe avuto la funzione di

stroncare l’azione sindacale.

VI. L’intervento nel Mezzogiorno.

Divario Nord-Sud SUD: modesta industria (tessile, meccanica, concentrati attorno a Napoli); agricoltura arretrata;

montagne rovinate dal disboscamento; malaria; residui feudali.

Secondo alcuni il divario sarebbe stato consolidato dall’unificazione politica del paese. Dopo l’abolizione delle barriere

doganali e completata la ferrovia, la concorrenza stroncò le industrie del Sud. La mancata evoluzione delle campagne

dipese dall’alleanza fra i ceti industriali del Nord e la borghesia agraria del Sud, che sanzionò la subordinazione dei

contadini e impedì il progresso tecnico.

Al Sud le poche risorse finanziarie furono usate per costruire infrastrutture viarie, ferrovie, porti.

Nel 1888 svolta protezionista: dazio sui cereali reazione della Francia che non compra più vini del Sud Italia. Il prezzo

del grano aumenta e i salari crollano. Conseguenza: emigrazioni.

Tra le 2 guerre la politica di industrializzazione favorì ancora il triangolo industriale rispetto al Sud.

La battaglia del grano favorì la grande proprietà a discapito dei contadini; sacrificava i pascoli a favore del grano;

interventi di bonifica dal 25 inadeguata perché lo stato pagava le opere base, il resto era lasciato ai privati.

Le campagne del Sud soffrivano di eccessiva pressione demografica, e i salari erano bassi nel 44 ribellioni contadine

contro la grande proprietà e lo stato, con occupazione di latifondi: tutte represse. Soluzione: Decreto Gullo (44) assegna

ai contadini di terre incolte.

La possibilità di creare al Sud un’industria che assorbisse la manodopera in eccesso fu vista in modo scettico per motivi

vari. Anzi, la politica del dopoguerra fu “di smantellamenti”.

Il Nord considerava il Sud come sbocco per i propri prodotti, pertanto faceva comodo che al Sud non ci fosse industria.

Non restava altra soluzione che intervenire con una politica di opere pubbliche nel Sud.

Riforma fondiaria legge Sila e legge stralcio (del 50 e 52), espropri terreni eccedenti al valore di lire 30.000 in cambio

di indennizzi ai proprietari sotto forma di titoli del debito pubblico; terreni espropriati dati ai contadini (sotto forma di

podere o quote) assicurando a ogni famiglia un reddito decente, e questi dovevano versare 30 annualità dopo di che

diventavano padroni della terra. Si vennero così a creare tante piccole aziende contadine che assorbivano manodopera.

Nelle zone pianeggianti l’esproprio fu accompagnato da opere di trasformazione, sistemi di irrigazione; nell’interno

l’agricoltura rimase arida e inefficiente.

Cassa per il Mezzogiorno istituita nel 50, sostenuta dai “nuovi meridionalisti” convinti che l’intervento pubblico fosse

necessario per combattere l’arretratezza; dall’altra parte il Pci faceva leva sulla riforma agraria per riscattare i contadini

dall’emarginazione politica e renderli partecipi dello sviluppo del Sud.

La Cassa i primi anni attuò una politica delle infrastrutture ispirata all’obiettivo di portar condizioni di vita civile al Sud: gli

stanziamenti furono assorbiti dall’agricoltura, poi dalle infrastrutture civili, strade, opere idrauliche, scuole, ospedali.

Gli incentivi per l’industrializzazione furono destinati alle piccole e medie imprese; si ebbero agevolazioni creditizie,

contributi a fondo perduto, con l’obiettivo di ridurre il costo iniziale di impianto (riducendo le imposte), ridurre il costo di

esercizio (esenzione dall’imposta, sgravi di contributi previdenziali), incentivi per aumentare la domanda (pubbliche

amministrazioni tenute a riservare a imprese del sud il 30-40% delle spese).

Tuttavia l’effetto fu debole perché i provvedimenti erano mirati più a ridurre i costi che ad accrescere la domanda.

2 – IL MIRACOLO ECONOMICO (55-63)

I. Sviluppo e squilibri

Nel periodo 55-63 l’Italia economica raggiunge 3 obiettivi simultaneamente:

1) investimenti produttivi più elevati

2) stabilità monetaria

3) equilibrio nella bilancia dei pagamenti

Lo stesso periodo ebbe però anche elementi negativi:

1) emigrazioni

2) dualismo nella struttura industriale

3) povertà del Sud

4) squilibrio nei consumi privati

5) carenze nei servizi pubblici

6) congestione delle grandi città.

Opinioni degli studiosi divisi in 3 correnti:

1) attribuisce gli squilibri agli eccessi di combattività sindacale e agli aumenti rapidi del costo del lavoro (tesi di

Confindustria)

2) attribuisce gli squilibri a un inadeguato controllo pubblico del processo di sviluppo

3) attribuisce gli squilibri alle carenze della classe politica

II. Le esportazioni come fattore propulsivo

E’ questione aperta se sia possibile individuare un fattore dominante al quale attribuire l’avvio del processo di rapido

sviluppo degli anni 50. Varie correnti di pensiero:

1) fattore dominante: l’espansione veloce delle esportazioni (condivisa dagli studiosi stranieri)

2) presenza simultanea di condizioni favorevoli: bassi salari, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa

conflittualità operaia, forte arretramento tecnologico

Quali sono state le conseguenze provocate dallo sviluppo delle esportazioni sulla struttura dell’economia italiana?

L’Italia invece di specializzarsi nei prodotti nei quali godeva di un vantaggio comparativo, si trova di fronte all’esigenza di

acquisire un vantaggio nei settori in cui la domanda internazionale era in espansione; poiché la domanda di società ricche

era di beni di lusso e di massa, l’economia italiana era costretta a produrre beni di lusso e massa, piegando l’industria a

una struttura tipica di un’economia opulenta quando invece il livello di reddito modesto avrebbe giustificato una

produzione orientata verso beni di consumo di immediata necessità.

Si formò così una struttura produttiva divisa in 2 gruppi di settori distinti:

1) industrie esportatrici

2) attività produttive orientate verso il mercato interno.

III. La tesi del dualismo economico.

Dibattito su quale sia il fattore principale dello squilibrio dell’industria italiana:

1) azione dei sindacati (tesi di Vera Lutz): i sindacati riescono a imporre il rispetto dei contratti solo nelle grandi

imprese di conseguenza queste, trovandosi svantaggiate sul mercato del lavoro, avrebbero dovuto risparmiare il

più possibile sull’uso del lavoro e introdurre metodi di produzione meccanizzati.

Le piccole imprese invece riescono a sfuggire all’applicazione dei contratti collettivi e a corrispondere salari più

bassi di quelli pagati dalle imprese maggiori, pertanto trovano più conveniente tenere metodi di lavoro primitivi.

2) Discontinuità tecnologiche (tesi di Eckaus): nei paesi ricchi la manodopera è scarsa, il capitale abbondante e la

ricerca tecnologica è diretta a scoprire metodi di produzione sempre più capitalistici. I paesi in via di sviluppo, non

disponendo di un’elaborazione tecnologica propria, non possono che imitare i metodi di produzione dei paesi

ricchi.

3) Diverse forme di mercato (tesi di Spaventa): contrapposizione settore concorrenziale e settore oligopolistico:

quest’ultimo, al riparo dalla concorrenza, conduce una politica di investimenti più cauta, indirizzata non a

espandere il mercato ma a sottrarre quote di mercato ai rivali; gli investimenti sono volti ad aumentare la

produttività e non ad accrescere l’occupazione, contrariamente a quanto avviene nel settore concorrenziale.

4) Distinzione fra grande e piccola impresa (tesi di Fuà) ricollegandola al grado di avanzamento tecnologico: la

grande impresa tecnologicamente avanzata, la piccola con tecnologie più semplici; di qui il fatto che le imprese

minori riescono a sopravvivere solo pagando salari inferiori a quelli contrattuali.

IV. Esportazioni e sviluppo dualistico.

I settori che lavorano per il mercato interno non sono sottoposti ala pressione della competitività pertanto restano

stagnanti: industria tessile e alimentare, costruzioni, commercio al dettaglio.

La possibilità di esportare si presentò di volta in volta solo per certi prodotti e mercati, e questi settori dovevano essere

efficienti e competitivi sul piano internazionale: industria meccanica, chimica, abbigliamento, calzature.

Tali settori presentano tecnologie avanzate e creano poca occupazione rendendo scarsa l’attività sindacale e una caduta

dei salari. L’export facilita l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti.

I settori dinamici sono quelli produttori di beni di consumo tipici di società a reddito elevato come auto, elettrodomestici,

ecc. Lo sviluppo di questi prodotti ne faceva cadere i prezzi mentre aumentavano i prezzi di alimenti.

Si ha così la “distorsione dei consumi” cioè nonostante il basso livello di reddito, si producono beni di lusso a scapito di

quelli di consumo.

V. Debolezza sindacale e distribuzione del reddito.

Nel dualismo tecnologico fra settore avanzato e stagnante:

- settore dinamico: tendeva a finalizzare gli investimenti più agli aumenti di produttività che all’occupazione

 forti guadagni di produttività e bassi aumenti di occupazione;

- settore stagnante: assenza di motivazioni all’efficienza induca le imprese a evitare forti investimenti

tecnologici ma ad aumentare l’occupazione. Settori che hanno assorbito la disoccupazione: costruzioni,

commercio al dettaglio, pubblico impiego, accolgono i disoccupati provenienti dall’agricoltura.

La forza sindacale dei lavoratori viene di conseguenza ridotta e l’aumento dei salari frenato.

All’interno delle fabbriche, il controllo viene esteso anche alla vita privata del lavoratore es. sul partito politico dei singoli

operai provvedendo a licenziarli per motivi politici (es. “schedature Fiat”).

I sindacati avevano imboccato la linea di collaborazione col padronato, per un aumento di produttività nell’industria e solo

successivamente per l’aumento dei salari. I sindacati maggiori erano divisi sia in base ai partiti che alla condotta seguita:

- CGIL: legata al PCi – linea rigorosamente accentratrice

- CISL: legata alla Dc – via della contrattazione aziendale.

La debolezza del sindacato è provata dal fatto che negli anni 50 non ci furono scioperi nazionali ci contenuto economico.

1° ondata di scioperi nel 59, con scarso successo; nel 60 scioperi elettromeccanici “Natale in piazza”.

L’aumento dei salari fu modesto nel settore industria: ci fu, ma restò sempre al di sotto dell’aumento della produttività.

VI. Stabilità monetaria e bilancia dei pagamenti.

La propensione media al consumo diminuiva.

La lira nel 58 era riconosciuta la valuta più stabile del mondo occidentale.

La stabilità dei prezzi all’ingrosso non poteva che rendere sempre più competitive le nostre esportazioni.

I prezzi al consumo risultarono lievemente crescenti .

Nel dualismo fra settori esportatori e settori orientati al mercato interno:

- 

settori stagnanti: salari crescevano più della produttività inflazione;

- 

settori dinamici: salari crescevano meno della produttività prezzi stabili.

VII. I movimenti migratori.

La decisione di puntare su settori produttivi forti sul piano internazionale portò a concentrare gli sforzi per lo sviluppo

industriale al Nord tralasciando il Sud corrente migratoria.

Nel dopoguerra, le scelte economiche avevano spinto i governi italiani a farsi fautori dell’emigrazione verso l’estero per

uscire dalla miseria; con il miracolo economico le emigrazioni avevano cambiato volto:

- le emigrazioni transoceaniche avevano perso importanza a favore dell’Europa

- corrente crescente di migrazioni interne verso il triangolo dal Sud e dal Veneto

Le emigrazioni meridionali venivano dalle zone più povere, mentre le zone più ricche ricevevano popolazione: intensi

spostamenti avvennero anche nell’ambito delle regioni meridionali.

VIII. Terziarizzazione e urbanizzazione.

L’esodo agricolo e le emigrazioni dal Sud accrescevano il n° di senza lavoro che si riversavano al Nord: unica soluzione:

l’espansione del pubblico impiego (settore terziario) politica di “espansione degli addetti ai servizi”.

Le amministrazioni locali specie al Sud hanno gonfiato i quadri ponendo le basi per l’inefficienza crescente della p.a.

IX. Il Mezzogiorno nel miracolo economico

Con l’emigrazione, la struttura degli insediamenti al Sud cambia: le zone interne vengono abbandonate per prime; le

opere pubbliche create dalla Cassa per il Mezzogiorno rimasero inutilizzate, cosi come la riforma fondiaria.

La popolazione emigrava al Nord o si spostava nelle zone costiere (uniche ad aver visto sorgere attività commerciali e

industriali). La politica di interventi era diventata una forma di spreco.

Si inaugurò quindi una politica nuova più aderente alla realtà:

a) svolta a favore dell’industrializzazione, che doveva accrescere l’efficienza del sistema produttivo meridionale

aumentando il livello del reddito e della produttività del lavoro

b) creazione di aree e nuclei di sviluppo industriale, costituzione di consorzi di enti locali che avrebbero individuato

queste aree da destinare a sviluppo industriale e realizzato le opere necessarie (strade, ecc.). la legge

concedeva alle industrie ubicate in queste aree alcune agevolazioni. Il n° di queste aree fu ristretto, si limitò a 4:

1. Na-Cs-Sa; 2. Ba-Ta-Br; 3. Ct-Sr; 4;Porto Torres.

Il numero di consorzi aumentò a circa 50 su pressioni locali.

Legge nel 57 apportò innovazioni:

- contributi a fondo perduto concessi dalla Cassa per il Mezzogiorno per iniziative industriali nella misura del

20% del costo di costruzione;

- ampliamento riserve a favore delle regioni del Sud: oltre all’obbligo per lo Stato di riservare il 30% delle

forniture e lavori a imprese del Sud, si aggiunge l’obbligo di riservare il 40% degli investimenti statali al

Sud. Inoltre il 60% delle imprese industriali a partecipazione statale doveva essere insediato al Sud.

- Istituzione di un Comitato di ministri per il Mezzogiorno: operò fin o al 71 con funzione di coordinamento

generale degli interventi: a) predispone piano quinquennale di coordinamento interventi al Sud

b) fissa i criteri di assegnazione incentivi e graduatorie agevolazioni

c) presenta al Parlamento una relazione annuale sull’attività di coordinamento .

La 1° ondata cospicua di investimenti industriali al Sud fu tra 58 e 63; venne toccata la quota del 25% degli investimenti

industriali nazionali. I primi impianti con tecnologie avanzate diedero luogo ai primi nuclei di classe operaia organizzata.

3 – LOTTE SINDACALI (63-73)

I. Premessa.

Il decennio 63-73 è segnato dai conflitti. Il tasso di accumulazione rallenta, il padronato cerca di garantirsi aumenti di

produzione anche con tassi di investimento minori, l’inflazione aumenta. Al tempo stesso, si cerca di attenuare i conflitti

sociali. Sono anni di dibattito sulla programmazione economica, in cui si tracciano le linee di intervento delle autorità

economiche e di sviluppo del paese. Al governo formazioni di centro-sinistra, basata sull’alleanza Pci-Dc.

Gli aspetti che dominano il periodo sono:

1) forza crescente delle organizzazioni sindacali: ottengono aumenti salariali, miglioramento condizioni di vita dei

lavoratori, Statuto dei Lavoratori (70).

2) avvicendarsi delle strategie padronali per combatterle

Declino progressivo delle migrazioni non corrisposto da aumento posti di lavoro. Il padronato si trova a fronteggiare

un’avanzata sindacale in 2 fasi:

1 – fino al 63 emigrazioni elevate, alto livello occupazione

2 – dopo il 69 disoccupazione crescente, emigrazioni in declino.

1962: apertura a sx;

1972: il Pci offre collaborazione al Governo per superare le difficoltà economiche (definito da Agnelli “periodo

dell’emergenza”)

Fra 62 e 63: 1) nazionalizzazione dell’industria di energia elettrica e creazione ENEL nel 63

2) introduzione imposta cedolare sui dividendi azionari

3) Commissione nazionale per la programmazione economica.

II. La nuova situazione nel mercato del lavoro.

Fra 51 e 59 l’industria manifatturiera creò un numero ridotto di nuovi posti di lavoro, e molti emigrarono;

dal 60 la situazione si capovolse: ancora in aumento gli emigranti, ma anche nuovi posti di lavoro nell’industria,

specialmente al Nord. I salari aumentarono, le organizzazioni sindacali si rafforzarono.

Le emigrazioni interne avevano portato a contatto masse rurali e nuclei operai, realizzando una presa di coscienza.

Nelle lotte operaie, aderiscono i lavoratori del Sud.

Dopo una prima ondata di scioperi (62-63) l’Intersind (associaz. Imprese a partecipazione statale) si distacca dalla linea

di Confindustria e stipula un accordo separato, con il quale viene riconosciuta per la 1° volta la contrattazione aziendale.

Uno sciopero del 63 portò la capitolazione di Confindustria che accettò anch’essa la contrattazione.

Dal 62 la quota del prodotto dell’industria che negli anni precedenti era andata diminuendo, ora aumenta.

III. Inflazione e crisi. 

Reazione del padronato alle conquiste operaie: aumento dei prezzi per difendere i profitti inflazione.

Crescono anche gli investimenti e la propensione al consumo che accelerano la domanda globale favorendo l’aumento

dei prezzi. Questo era possibile sul mercato interno ma irrealizzabile sui mercati esteri.

Nei mercati internazionali prevaleva una stabilità monetaria. I mercati internazionali impedivano di aumentare i prezzi di

vendita, pertanto i profitti degli imprenditori venivano compressi “relazioni annuali” della Banca d’Italia denunciano le

difficoltà degli imprenditori.

Venne paventata l’eventualità di una svalutazione, ma le autorità monetarie non erano d’accordo.

In queste circostanze avvenne che l’inflazione interna e l’aumento della domanda globale furono accompagnate dal

disavanzo crescente della bilancia commerciale. Le autorità monetarie internazionali furono pronte a finanziare il

disavanzo della bilancia dei pagamenti mediante concessione di prestiti. Unica via d’uscita era arrestare l’inflazione con

una manovra di compressione della domanda globale.

IV. Depressione e trasformazioni industriali.  

Stretta creditizia del 63 mai vista prima, solo nel 47. Conseguenza: brusca caduta investimenti caduta occupazione

 

caduta domanda beni consumo depressione e crisi dopo 12 anni di espansione Ripresa emigrazioni.

Le autorità economiche incolpavano il disavanzo della bilancia di pagamenti, che presentava un passivo dovuto a

eccessive esportazioni di capitali cominciate nel 63 quando era stata applicata l’imposta cedolare sui redditi azionari e

nazionalizzata l’en. elettrica: da allora capitalisti avevano venduto titoli sulle borse italiane trasferendo i proventi all’estero

e comprando titoli stranieri che fuggivano all’applicazione dell’imposta. Nessun provvedimento amministrativo fu preso

contro le fughe di capitali se non più tardi, nel 70.

V. La ristrutturazione in fabbrica.

La riorganizzazione avvenne fra 64 e 69 sul piano:

- tecnologico: razionalizzazione produttiva consistette in modificazioni organizzative, forti aumenti dei ritmi di

lavoro, uso esteso del lavoro straordinario e degli incentivi individuali; i lavoratori che riuscivano a resistere

ai nuovi ritmi potevano conservare il posto di lavoro, gli altri venivano espulsi.

- finanziario: fusioni ed incorporazioni, ma anche veloce espansione dell’industria pubblica (settore telefonico

passa sotto controllo pubblico).

VI. L’autunno caldo del 69.

69: punto di svolta nella lotta sindacale; trattative per il rinnovo dei contratti collettivi danno luogo a violenti conflitti.

Strage di Piazza Fontana: bomba collocata da ignoti in una banca milanese STRATEGIA DELLA TENSIONE.

I collettivi delle singole fabbriche erano andati elaborando linee di conflittualità indipendenti, introducendo obiettivi nuovi:

non più l’aumento del salario ma rivendicazioni di carattere normativo:

- riduzioni ritmi di lavoro,

- limitazioni alla mobilità,

- restrizioni all’uso dei cottimi e degli straordinari,

- miglioramenti nell’ambiente di lavoro.

I vertici sindacali diedero avvio ad altri cicli di lotte, gli “scioperi per le riforme” cioè per la casa, i servizi sociali, ecc.

Si aveva così una doppia ondata di conflitti: dalla fabbrica e dai vertici sindacali.

Le conquiste normative ottenute furono:

- abolizione gabbie salariali (differenze territoriali nei minimi salariali)

- 150 ore annuali per attività formative

- Statuto dei diritti dei lavoratori

- Aumenti salariali cospicui.

VII. La ristrutturazione fuori dalla fabbrica.

Strategie messe in atto dal padronato: ristrutturazione dell’apparato produttivo non solo all’interno ma soprattutto

all’esterno della fabbrica attraverso il “decentramento produttivo”. La manovra venne affiancata sul piano politico da

un’azione parallela di normalizzazione dei rapporti sindacali. La ristrutturazione avvenne su piani diversi:

a) industria pesante: (siderurgia, chimica, petrolchimica): problema è reperire finanziamenti a basso costo.

- ricorso a fondi pubblici,

- revisione della dislocazione territoriale degli investimenti industriali verso il Sud

- imprese a partecipazione statale.

b) Grande impresa ad alta intensità di lavoro (meccanica, gomma, tessile, apparecchi elettrici): gli obiettivi sono la

lotta alla pressione salariale, riduzione costi di lavoro, clima di efficienza e pace in fabbrica. Le vie seguite sono 2:

ristrutturazione e riforme. La ristrutturazione consistette in una serie di misure volte a ridurre i salari e aumentare

la produttività del lavoro senza fare investimenti: decentramento produttivo, cioè la riduzione del n° operai che

lavorano dentro la fabbrica, per trasferirli fuori per tutti i processi che potevano essere distaccati.

Le fasi intermedie del lavoro vennero trasferite a opifici minori o a domicilio; le fasi fondamentali restarono in

fabbrica. In questo modo il costo del lavoro venne ridotto e si ottenne una maggiore flessibilità sull’utilizzazione

della forza-lavoro. Si realizzò infine un allentamento della pressione sindacale in quanto la classe lavoratrice

dispersa e divisa era più difficile da coalizzare.

Lo sviluppo delle piccole imprese e del lavoro a domicilio si realizzarono utilizzando le frange marginali della

popolazione cioè giovani, anziani, donne.

VIII. Il Sud nelle trasformazioni del 64-73.

La Comunità europea aveva optato per una linea che mirava a sostenere i redditi agricoli attraverso il sostegno dei

prezzi: ma risultava selettiva perché e carica di favoritismi, inoltre agiva in maniera diseguale: cereali, prodotti lattiero-

caseari, e altre produzioni tipiche padane ottennero il livello di protezione più alto mentre i prodotti tipici del Sud come

vite, olivo, agrumi, ottennero scarsa protezione.

Memorandum Mansholt: prevedeva per l’agricoltura europea una progressiva concentrazione, meccanizzazione,

produttività, mentre alle aziende contadine riservava solo forme di pensionamento che le avviasse alla scomparsa totale.

Le regioni del Nord e Sud entravano in conflitto per la 1° volta anche sul piano delle opere pubbliche perché le regioni

industrializzate del Nord, congestionate, richiedevano urgenti infrastrutture. Nel 65 venne prorogata la scadenza della

Cassa del Mezzogiorno e nel 66 vennero istituite una serie di provvidenze per le aree depresse del Centro-Nord.

Fra 64 e 66 l’espansione commerciale dell’industria settentrionale si aprì ai mercati meridionali mandando in crisi

l’industria del Sud. (NB. L’industria del Sud non era carente in dimensioni o tecnologie, ma in iniziativa imprenditoriale).

Al Sud, la politica di incentivi alle imprese minori venne applicata anche a quelle più grandi altrimenti non avrebbero mai

realizzato grandi investimenti al Sud: concessione sussidi finanziari, contrattazione programmatica, pieno riconoscimento

legislativo (71). Parte delle competenze della Cassa per il Mezzogiorno vennero trasferite alle Regioni. Le funzioni di

coordinamento vennero trasferite al CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica).

Fu introdotta l’autorizzazione preventiva che le imprese avrebbero dovuto chiedere al cipe prima di installare nuovi

impianti, allo scopo di assicurare un’equilibrata distribuzione territoriale, ma di fatto restò inutilizzato.

Con una 2° ondata di investimenti industriali, il Sud ottenne ben il 37% degli investimenti industriali nazionali!

Quali fattori indussero vari settori dell’industria italiana a investire cosi tanto al Sud? Ipotesi:

- sistema degli incentivi

- pochi conflitti al Sud

- sviluppo imprese a partecipazione statale.

Gli incentivi erano volti alla riduzione costi di produzione ma non offrivano nulla in termini di sbocco sul mercato pertanto

le imprese che presero piede al Sud erano imprese capaci di risolvere da sé il problema del mercato. Tali imprese

potevano essere o grandi imprese nazionali (che avevano già propri canali commerciali, rete pubblicitaria) o piccole

imprese (che non avevano il problema degli sbocchi perché destinate a rifornire il mercato locale).

Infatti l’industria meridionale si polarizzò su 2 gruppi di imprese: stabilimenti maggiori e imprese minori.

IX. La programmazione economica.

Nel 1° dopoguerra i primi tentativi di pianificazione economica.

Nel 43 un membro del movimento cattolico elabora il “codice di Camaldoli”.

Nel 49 la Cgil presenta il Piano del Lavoro.

Il min. Vanoni presenta il Piano Vanoni, “schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 55-64”.

Il Piano Vanoni individuava 3 problemi dell’economia del paese:

1) disoccupazione

2) disavanzo bilancia pagamenti

3) squilibrio Nord-Sud

e proponeva 3 obiettivi:

1) creare 4 milioni di posti di lavoro ( fra 59 e 60)

2) portare al pareggio la bilancia ( realizzato nel 58)

3) eliminare il divario Nord-Sud (mai conseguito)

per raggiungere i quali si sarebbe dovuto realizzare un tasso di sviluppo del reddito reale pari al 5% annuo.

Il Piano non fu seguito da concrete realizzazioni.

Nel 62 il Min. La Malfa creò 3 commissioni per lo studio del settore economico tra cui la Commissione naz.le per la

programmazione economica guidata da Saraceno, che scrisse una Relazione generale sulla situazione economica del

Paese (63) nella quale venivano individuati 3 squilibri nel Paese:

1) di natura settoriale (fra agricoltura e industria)

2) di natura territoriale (fra Nord e Sud)

3) inerente la struttura della produzione (distorsione consumi pubblici-privati e all’interno dei privati)

All’interno della stessa, Napoleoni riteneva che alla classe lavoratrice si sarebbe dovuto offrire la possibilità di partecipare

concretamente alla formulazione della programmazione economica facendoli decidere come utilizzare le risorse che essi

stessi, grazie alle rinunce salariali, avevano reso disponibili per gli investimenti; ciò significava dare al sindacato una

posizione attiva nella politica economica. Napoleoni chiedeva anche di eliminare le sacche di rendita improduttiva come

l’eccesso di addetti al terziario (“parassitismo”). Agnelli e la grande industria erano d’accordo sull’eliminazione del

parassitismo, che secondo loro si annidava nella p.a., facendo ricadere nell’impresa privata oneri impropri.

Tale interpretazione sarà usata per giustificare la privatizzazione degli anni 80.

Altri Piani proposti: documento Giolitti, Piano Pieraccini, Progetto 80, che non ebbero risultati.

Il “Documento programmatico preliminare” era destinato a fornire elementi per l’impostazione del Programma economico

71-75 e proponeva:

- sforzo per generalizzare l’ambito della programmazione nazionale

- riconosceva che il paese si trovava in situazione mutata rispetto a 10 anni prima, cioè ora l’economia aveva

perso il suo impulso autonomo e doveva trovare la via dello sviluppo

Piani successivi: Piano annuale 72, Piano annuale 73, Piano triennale del 79 (Piano Pandolfi).

4 – IL QUADRO INTERNAZIONALE DEGLI ANNI 70 E 80

I. Premessa

Eventi principali:

a) crisi del petrolio

b) nuovi paesi industrializzati

c) riforma sistema pagamenti

II. La crisi del petrolio

“Shock del petrolio” inizia nel 73: i paesi produttori di petrolio ne quadruplicano il prezzo: da 2-3 $ a 12 $ per barile.

Nel 79, 2° aumento a 32 $ al barile. Questi aumenti sono connessi:

- alla forte richiesta

- al timore di un esaurimento della risorsa

tra fine 60 e inizio 70, la gestione del petrolio era stata sottratta alle compagnie private internazionali e passata sotto

controllo dei paesi produttori coordinati nell’OPEC.

L’aumento si verificò al termine di un periodo nel corso del quale tutti i prezzi delle materie prime erano andati crescendo,

e anche il petrolio finì per crescere in simultanea.

Lo squilibrio domanda-offerta si tradusse dopo il 1980, in una tendenza al ribasso e nell’87 tornò al livello del 74.

L’aumento del prezzo rappresentava un trasferimento di risorse a carico degli importatori (“tassa petrolifera”).

La reazione non fu uniforme:

- alcuni fecero in modo che i paesi produttori depositassero i maggiori proventi presso il proprio sistema

bancario (es. Inghilterra); questa soluzione dava effetti nell’immediato ma non poteva durare nel tempo.

- Altri aumentarono le export verso i paesi produttori o paesi terzi (es. Giappone).

- Altri ridussero le import di petrolio accettando una caduta della produzione e dell’occupazione (RDF)

 l’Italia seguì la 2° e 3° strada, la 1° era impraticabile perché non aveva una valuta solida e struttura finanziaria

paragonabile a quelle di altri paesi. La 2° venne seguita sforzandosi di aumentare le export verso i paesi petroliferi

mediante azioni volte a tutelare gli esportatori: ma questa via poteva dare risultati solo nel tempo; restava solo la 3° via,

quella della contrazione dell’attività produttiva.

Venne proposta la “strategia delle locomotive”: i paesi forti avrebbero dovuto attuare una politica espansiva e fungere da

forza trainante per le economie più deboli.

III. Aree commerciali e Nuovi paesi industrializzati

Nell’immediato dopoguerra l’economia occidentale era stata dominata dalla potenza economica degli USA; 30 anni dopo,

la situazione era mutata: si sono definite “tre grandi aree economiche”, accentuate dalla crisi petrolifera:

1) USA

2) Germania federale

3) Giappone

I nuovi paesi industrializzati (NIC – New Industrialized Countries) sono paesi che emergono divenendo esportatori di

manufatti: Europa meridionale (Grecia, Portogallo, Spagna, ex Jugoslavia), America Latina (Messico, Brasile), Oriente

(Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong): hanno basato il loro sviluppo sull’industria esportatrice; il fattore che ha

permesso la crescita e modernizzazione di questi paesi è oggetto di dibattito:

- alto livello di formazione professionale della manodopera locale

- bassi salari

- politica governativa che ha protetto l’industria locale tenendola al riparo dalla concorrenza

- strategie della grande industria mondiale sempre alla ricerca di nuovi territori di insediamento

L’ingresso di questi paesi nel mercato mondiale ha messo a dura prova l’industria italiana.

IV. Il sistema dei pagamenti internazionali

Rimase in vigore fino al 71 il sistema dei pagamenti internazionali fissato a Bretton Woods nel 44.

Nella conferenza si scontrarono 2 vedute opposte:

- inglesi guidati da Keynes: sostenevano la possibilità di creare una moneta internazionale (il “bancor”)

emessa da una banca mondiale di nuova istituzione; alcuni paesi sarebbero stati creditori, altri debitori

rispetto a questa Banca;

- americani guidati da White: in disaccordo, perché una ipotetica Banca mondiale abilitata a concedere

crediti avrebbe potuto protrarre all’infinito i finanziamenti ai paesi in disavanzo con conseguenze un

aumento di liquidità mondiale e inflazione. Questa linea prevalse.

Gli accordi di Bretton Woods stabilirono che i pagamenti internazionali del mondo occidentale sarebbero stati regolati con

l’utilizzo di una qualsiasi valuta naz.le.: l’unica valuta convertibile in oro era il dollaro.

Gli accordi prevedevano un sistema di cambi stabili; ogni paesi s’impegnava a preservarne la parità.

Venne istituito il Fondo monetario internazionale con sede a Washington, che interveniva nei casi di disavanzo della

bilancia di pagamenti di alcuni paesi.

Il sistema non poneva tra le sue finalità la creazione di un mercato finanziario strettamente integrato.

Ogni pese poteva dunque manovrare i tassi d’interesse per portare la domanda interna a livello da assicurare un’elevata

occupazione.

Nel tempo, fu sempre più difficile per gli USA difendere la posizione del dollaro come unica valuta; lo sviluppo di

Giappone e Germania rendevano sempre più solide le rispettive monete (yen e marco).

Dal 71 gli USA inaugurarono un apolitica di strenua difesa del $ per paura di svalutazione da minor domanda.

Le banche centrali europee autorizzarono le banche a ricevere crediti in $ che così iniziarono a circolare in Europa

costituendo il mercato dell’Eurodollaro. Ciononostante il dollaro si svalutava; Nixon annunciò la sospensione della

convertibilità del dollaro il sistema di Bretton Woods poteva dirsi abbandonato e ogni paesi si sentì libero di fissare la

propria parità a seconda delle esigenze. Nel 72 venne dichiarata fluttuante la sterlina, nel 73 la lira.

Si cercò di istituire un accordo di cambio limitato alle sole valute europee.

Nel 78 fu siglato a Bruxelles l’accordo per l’istituzione del sistema monetario europeo al quale aderì anche l’Italia.

5 – IL PERIODO DEI CAMBI FLESSIBILI (73 – 79)

I. Premessa

Il periodo in esame fu contrassegnato da sconvolgimenti politici: fra 76 e 79 il Pci si accostò al governo con

atteggiamento più moderato, ed il grande padronato industriale reagì con favore.

Nel 77 per la 1° volta dopo 30 anni, il Pci s’incontrò ufficialmente con il Presidente del Consiglio per concordare un

programma di governo in vista della “normalizzazione”. Le banche USA revocavano il “rischio Italia” e riprendevano a

trattare finanziamenti a banche italiane.

Tra i sindacati prevalse la linea della moderazione, come affermato da Luciano Lama (leader sindacale) che condannava

l’aggressività.

Nel 78 il governo Dc (governo dell’emergenza) ebbe la fiducia del Pci; l’Italia fu scossa dal terrorismo (omicidio Aldo

Moro, fautore della convergenza Pci-Dc) anni di piombo, durante i quali la legislazione penale venne inasprita.

Il periodo critico si concluse nel 85. Il 1° problema del nuovo governo fu l’adesione al Sistema Monetario europeo, e qui

venne a rompersi la convergenza politica perché le sinistre erano contrarie al Sistema Monetario, considerato vincolo

dell’economia nel sistema dei paesi industrializzati. Il governo dell’emergenza si dimise nel 79 e l’anno successivo il Dc

approvò la mozione “preambolo” che condannava ogni tentativo di intesa con la sx.

II. Cambi flessibili e inflazione

Nel 73 si passò dai cambi fissi a quelli flessibili e il prezzo del petrolio aumentò.

L’anno si aprì con un’ondata di inflazione causata dall’aumento prezzi delle materie prime nei mercati internazionali.

Tutti i paesi europei tra cui l’Italia dichiararono fluttuante la propria valuta. Ciononostante il cambio della lira venne pilotato

dal governo con attenzione tramite una manovra di svalutazione differenziata svalutando la lira in misura più sensibile nei

confronti del mercato tedesco e tenendola stabile (o svalutandola in misura minora) nei confronti del dollaro.

Questo perché le importazioni provenivano dall’area del dollaro mentre le export erano rivolte per lo più all’europa.

La lira veniva così rivalutata rispetto al dollaro, riducendo il costo delle importazioni, e veniva svalutata rispetto al marco

rendendo più competitive le export. Questo era reso possibile perchè il dollaro si andava svalutando rispetto al marco.

La politica DEI CAMBI DIFFERENZIATI fu attuata tra 75 e 79, abbandonata con l’entrata in vigore del Sistema monetario

europeo e perché il dollaro prese a rivalutarsi rispetto al marco.

III. Il periodo dell’emergenza

Alla fluttuazione della lira seguì un’ondata di inflazione interna. Il cambio fluttuante incoraggiava le imprese ad accrescere

i prezzi interni, sicure che ogni aumento sarebbe stato seguito da un’ulteriore svalutazione esterna della lira; ma in questo

modo, svalutazione esterna ed interna venivano a neutralizzarsi.

L’inflazione interna fu accompagnata da un disavanzo della bilancia dei pagamenti causato dall’aumento del prezzo del

petrolio nel 73: di fronte a questa situazione, i paesi reagirono comprimendo la domanda interna allo scopo di ridurre

l’importazione di energia e contenere il disavanzo dei conti con l’estero. L’economia italiana venne così colpita e le

autorità decisero di attuare una drastica deflazione per ridurre la domanda di importazioni. Per la 1° volta il Parlamento

fissò un tetto massimo al disavanzo del bilancio pubblico. Si aggiunse una stretta creditizia con l’aumento del tasso di

sconto, l’introduzione di massimali all’espansione del credito bancario, nuovi inasprimenti fiscali, aumenti tariffe servizi

pubblici: queste misure accrescevano l’inflazione e sottraevano reddito spendibile ai consumatori.

I sindacati reagirono all’inflazione chiedendo e ottenendo una revisione della scala mobile, con l’introduzione nel 75 del

PUNTO UNICO DI CONTINGENZA. Per la 1° e unica volta la maggior parte dei lavoratori dell’industria godette di

copertura totale contro l’inflazione e l’economia italiana divenne indicizzata al 100%.

L’indicizzazione poteva trasformare in inflazione qualsiasi aumento di prezzi; per gli imprenditori era facile prevedere che

all’aumento dei salari sarebbe seguita un’ulteriore svalutazione della lira quindi divenne insensibile all’aumento salari.

Tutte queste misure nell’insieme produssero una caduta della domanda globale; il 75 fu anno di depressione per l’Italia e

gli altri paesi industrializzati; si ebbe la caduta sia degli investimenti che del livello del reddito.

Gli USA sconsigliarono alle proprie banche di far prestiti all’Italia, considerata rischiosa e sull’orlo del collasso.

6 – IL SISTEMA MONETARIO EUROPEO

I. Premessa

L’accordo per l’istituzione del Sistema Monetario europeo fu siglato a Bruxelles nel 78; fu preceduto da un dibattito tra la

Dc di Andreotti favorevole, il Pci contrario.

Le autorità monetarie italiane ottennero per l’Italia un regime di favore cioè un margine tollerato di oscillazione al 6%

anziché al 2,75% al di sopra e sotto la parità centrale.

II. La struttura dello Sme

Lo Sme fu concepito come un accordo di cambio avente lo scopo di tenere stabili i cambi nell’ambito dei Paesi europei.

Vi aderirono prima i 6 paesi della Cee che nel 95 diventò Ue e con gli allargamenti ha coinvolto 15 paesi (NB Inghilterra fa

parte dell’Ue ma non dello Sme).

Gli aderenti s’impegnavano a tenere stabilmente il rapporto di cambio fra la propria valuta e le altre all’interno della parità

centrale. Ammesse oscillazioni entro margine del 2,5%, portato al 15% nel 93; l’Italia ebbe beneficio fino al 1990.

Il sistema stabiliva che quando il cambio di una valuta stava per passare il limite, il paese interessato doveva intervenire;

lo Sme obbligava i paesi la cui valuta si fosse scostata dalla parità centrale sia in più che in meno, ad intervenire per

riportare la valuta vicina alla parità centrale. Non erano previste sanzioni per i paesi che non intervenissero.

Si calcolò un corso intermedio (media ponderata dei singoli corsi) detto CORSO DELLO SCUDO EUROPEO o dell’ECU,

che servì come termine di paragone.

Quando la valuta naz.le aveva raggiunto la soglia di tolleranza, si doveva intervenire utilizzando valute comunitarie;

quando la valuta naz.le stava all’interno del margine ammesso, la scelta della valuta d’intervento era libera.

III. Le conseguenze dello Sme

Le regole dello Sme erano diverse dagli accordi di Bretton Woods: quest’ultimo non aveva tra i propri fini la creazione di

un mercato finanziario. Fine principale dello Sme era invece creare uno spazio europeo integrato, in senso commerciale

e finanziario. I paesi dello Sme si posero l’obiettivo di liberalizzare movimenti di merci e capitali (G.B. nel 79, Italia nel 90).

La creazione del mercato finanziario unico produsse come conseguenza la necessità per ogni pese di adeguare i propri

tassi di interesse interni ai tassi vigenti nei mercati europei. Si perdeva così la possibilità di condurre una politica

monetaria autonoma. Il primato degli obiettivi finanziari su quelli reali emerse con il fatto che ogni Banca Centrale avrebbe

dovuto godere di un’autonomia e svincolarsi dal controllo delle autorità politiche.

Il fare affidamento sul mercato internazionale per avere capitali consentiva ai paesi di considerare meno rigido di prima il

vincolo della bilancia commerciale.

Per quanto riguarda la politica dei cambi, l’obiettivo principale dello Sme era preservare la stabilità dei cambi senza

ledere la libertà nei movimenti di capitali. Questo accoppiamento di obiettivi può essere raggiunto solo in situazione di

pieno equilibrio.

I tassi di interesse di ogni paese devono adattarsi a quelli del mercato intern.le altrimenti un livello più basso

scatenerebbe fughe di capitali.

L’obiettivo della stabilità dei cambi venne raggiunto completamente fra 87 e 92.

Giudizi contrastanti sullo Sme:

- pro: per paesi come l’Italia, con facile inflazione e disavanzo, un vincolo esterno è salutare, un incentivo a

combattere l’inflazione;

- pro: la libera circolazione di capitali consentirebbe di compensare i disavanzi nella bilancia commerciale

rafforzando il cambio estero;

- pro: cambio stabile scoraggia la speculazione;

- pro: libera circolazione capitali favorisce le imprese perché consente di indebitarsi a tassi più bassi;

- contro: l’unificazione impedisce l’autonomia in politica monetaria e fiscale, sottraendo alle autorità strumenti

preziosi per il controllo della domanda globale e del livello di occupazione; per contrastare quest’effetto,

Mitterrand propose una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali (Tobin tax) per impedire che

piccole divergenze sui tassi mettano in moto speculazioni; i proventi potrebbero essere usati per finanziare

paesi in via di sviluppo;

- contro: un disavanzo nei movimenti di merce di un paese finirebbe per minare la fiducia nella propria

valuta;

- contro: gli alti tassi di interesse (necessari per stimolare le importazioni di capitali e per rafforzare le valute

deboli), finisce per indebolirla ancora di più perché tassi di interesse alti causano inflazione;

- contro: l’obiettivo della stabilità dei tassi nominali dovrebbe esser perseguita non dallo Sme ma dai singoli

Paesi ; lo Sme dovrebbe puntare se mai alla stabilità dei cambi reali;

- contro: il sistema dello Sme poteva sopravvivere solo se o i paesi riuscissero a realizzare un equilibrio

pieno o se i paesi con partite in avanzo fossero disposti a finanziare mediante continue export di capitali, i

disavanzi altrui. Il sistema era destinato al naufragio appena i movimenti di capitali avessero mutato

direzione o risultassero impediti, come avvenne in Germania dopo l’unificazione (89).

IV. La politica economica della Germania. Il corso del dollaro.

La Germania ha perseguito una politica di espansione commerciale e constante avanzo della bilancia commerciale

(strategia NEOMERCANTILISTICA). Per fare ciò ha curato la tecnologia delle proprie industrie (elettronica, nucleare,

aeronautica, militare) ed ha perseguito una politica monetaria volta a evitare ogni apprezzamento del marco, che avrebbe

potuto compromettere le esportazioni.

L’avanzo commerciale fu compensato con l’esportazione di capitali: risultato della manovra furono tassi di inflazione assai

inferiore rispetto agli altri paesi conservando cambi stabili; ciò significa che il marco è stato svalutato progressivamente

rispetto alla altre valute europee mettendo in difficoltà le export degli altri paesi comunitari. La svalutazione del marco

prosegue fino al 92.


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Brescia - Unibs
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Brescia - Unibs o del prof Belfanti Carlo Marco.

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