Lo sviluppo dell'economia italiana
Il dopoguerra e la ricostruzione (1945-1955)
I. Aspetti generali
Gli anni subito dopo la 2a guerra mondiale formano il periodo della ricostruzione ma è un’espressione impropria perché gli eventi andarono oltre il mero restauro materiale, in quanto vennero prese decisioni determinanti per lo sviluppo economico successivo. Nella Resistenza era confluito un vasto movimento operaio sotto la protezione del Pci: la resistenza armata era accompagnata da una resistenza in fabbrica tramite scioperi nelle industrie del Nord tra fine '43 e inizio '44. A fine guerra, l’Italia era caduta nel blocco occidentale senza dissensi da parte delle grandi potenze. C’era differenza tra Nord e Sud Italia sul piano delle linee di politica economica:
- Al Nord viene rafforzato l’apparato produttivo in continuità con il passato.
- Al Sud disoccupazione, decade l’agricoltura estensiva, si ha la riforma fondiaria pertanto i vecchi ceti della proprietà terriera persero peso politico e sociale mentre emerse una classe di burocrati con potere (borghesia di stato); elementi d’innovazione prevalgono sulla continuità.
I tentativi delle sinistre di imporre un indirizzo diverso alla politica economica del paese naufragarono a causa di:
- Carenza di idee e azione della sinistra.
- Lunga assenza delle sinistre dalla politica attiva.
- Scarso sostegno del Pci.
Pertanto le forze del padronato imposero il “ricatto della congiuntura” e le riforme strutturali di lungo periodo vennero abbandonate.
II. I problemi immediati e quelli di fondo
Problemi immediati del dopoguerra:
- Danni alle attrezzature produttive: case, strade, ferrovie distrutte; i danni all’apparato produttivo erano meno del previsto: settori più colpiti sono siderurgia, industria meccanica, marina mercantile. Più danni al Sud che al Nord.
- Inflazione: negli anni di guerra le autorità economiche avevano emesso titoli di stato collocati forzosamente presso banche e privati e sottraendo alla circolazione la liquidità in eccesso. L’inflazione esplose invece nell’Italia liberata: prima al Sud poi anche al Nord. Nel '47 divenne galoppante.
- Strozzatura bilancia pagamenti: per pagare le importazioni si doveva aumentare l’export ma per fare questo bisognava ricostruire la capacità produttiva importando macchinari e materie prime. Il problema poteva essere affrontato con finanziamenti esterni da ripagare una volta ottenuti guadagni. Invece il problema delle importazioni fu riconosciuto prioritario rispetto alla ricostruzione e gli aiuti esteri furono destinati a rafforzare le riserve valutarie.
- Agricoltura arretrata: politica autarchica fascista aveva esasperato la coltivazione di cereali a danno dell’allevamento zootecnico e delle altre colture; l’agricoltura era in crisi.
- Problemi alla struttura produttiva: l’industria che col fascismo aveva sviluppato i settori moderni (auto, prodotti petroliferi, fibre sintetiche), restava basata su settori poco dinamici e tecnologicamente arretrati. Quanto a manodopera occupata, erano importanti l’industria alimentare, tessile, costruzioni, energia elettrica, siderurgia (impianto di Cornigliano); il resto aveva impianti modesti. Il settore chimico e automobilistico era avanzato quanto a tecnologie (catena di montaggio) ma non contribuiva al reddito nazionale.
- Disoccupazione: circa 2 milioni di disoccupati. La Cgil nel congresso di Genova ('49) propone un insieme di misure dette “Piano del Lavoro”: interventi coordinati in 3 settori chiave: energia elettrica, edilizia, trasformazione fondiaria, e procedeva a un primo calcolo della spesa necessaria. Il Piano proponeva la nazionalizzazione delle industrie produttrici di energia elettrica, una politica agraria basata su investimenti produttivi per l’irrigazione e la trasformazione di colture e sull’espropriazione oltre alla politica della casa.
- Squilibri territoriali.
III. Il dibattito sui grandi temi
Economia fascista = esperimento di economia controllata. Francia: Piano Monnet, programmazione, nazionalizzazione ferrovie, energia elettrica, gas, Renault. Questioni importanti di politica economica:
- Razionamento dei generi alimentari:
- Sì = far fronte alla scarsità di generi distribuendoli egualmente fra tutti.
- No = affidare la distribuzione alle forze del mercato, favorendo i più abbienti.
- Controllo assegnazioni di valuta estera:
- Sì = concentrare le importazioni nei settori di interesse più importanti per la ricostruzione.
- No = liberalizzare il mercato delle valute cioè assegnare la capacità di importare ai settori che ne hanno più possibilità in quel momento.
- Imposta extra sul patrimonio = eliminare i sovrapprofitti extra degli speculatori e attenuare la concentrazione di ricchezza in mano a pochi.
- Sul piano di principi generali, i liberisti erano a favore dell’abolizione dei controlli, e difendevano il mercato libero (esperti di industria, Einaudi, Corbino, Dal Vecchio).
IV. La grande scelta: verso un’economia aperta
Decisione di abbandonare la politica di protezionismo per orientare l’economia italiana all’apertura commerciale e intensificazione di scambi esteri. L’Italia è povera di materie prime pertanto sviluppo industriale significa sviluppo importazioni, e quest’ultimo esige sviluppo parallelo delle esportazioni. L’apertura degli scambi con l’estero non implicava per forza verso l’Europa ma di fatto lo era. Nel '46 le importazioni dai paesi Oece erano il 3,5% del totale, nel '54 erano salite al 99%! Nel '49 in seguito all’accordo di Annecy, venne approvata una nuova tariffa doganale che comportava una revisione delle tariffe in senso liberista; la vecchia tariffa del '21 era ormai vanificata dall’inflazione. Nel '48 l’Italia comincia a stipulare accordi con altri paesi europei. Nel '46 è ammessa al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale; nel '49 aderisce all’Oece; nel '50 all’Unione europea pagamenti, nel '53 alla Ceca e infine nel '57 stipula il Trattato di Roma che dà vita al Mercato comune europeo.
V. La lotta contro l’inflazione
Dibattito destra liberista e sinistra riformatrice sul piano politico ed economico:
Sinistra riformatrice:
- Finanziamento ricostruzione: chiedono l’introduzione dell’imposta sul patrimonio, la tutela dei salari, il razionamento dei generi di consumo e il cambio della moneta (per ridurre la circolazione ma anche per applicare l’imposta sulle liquidità).
- Come usare i fondi disponibili? Propongono la nazionalizzazione dei colossi industriali, il controllo dei cambi, il convoglio di valuta verso settori più bisognosi.
Destra liberista:
- Finanziamento ricostruzione: idea che l’inflazione dipende solo da eccesso di spesa pubblica, si raccomanda massimo rigore nello stanziamento fondi pubblici, propone politica di espansione entrate tramite prestiti pubblici e imposta sul patrimonio (unico punto in comune con la sinistra). Contrarie al cambio moneta che avrebbe ridotto la fiducia del pubblico nella moneta.
- Come usare i fondi disponibili? Smantellare i residui controlli amministrativi sul mercato. Contrarie al controllo dei cambi.
Conflitto vinto dalla linea liberista. Inflazione contenuta durante la guerra, aumenta vorticosamente dopo la guerra a causa di:
- Immissione di moneta cartacea da parte delle autorità militari alleate (sulle quali le autorità italiane non avevano controllo) per pagare stipendi ai militari e comprare beni e servizi nei territori occupati (“amlire”).
- Cambio far lira e dollaro fissato a 19 lire per 1 dollaro, svalutando la lira di 5 volte.
Soluzioni: cambio della moneta decisa da Parri con l’appoggio di esperti anglo-americani, idea che gradualmente perse convinzione delle autorità militari alleate. Il piano per il cambio fu approntato dalla Banca d’Italia nel '46, lentamente per l’avversione di Corbino. L’unico provvedimento del governo Parri fu estendere al Nord liberato il Prestito della Liberazione lanciato dal precedente governo Bonomi. Nel '45 De Gasperi al Governo si dichiarò avverso all’operazione di cambio della moneta. Nel '46 inizia la politica di “liberalizzazione progressiva” e abolizione dei controlli, con iniziative a favore degli esportatori:
- Concesso un “premio di esportazione”.
- Concessa la libera disponibilità del 50% della valuta ricavata dalle esportazioni, così che metà della valuta poteva essere commerciata su un mercato libero (“mercato parallelo”).
Durante il 2o governo De Gasperi l’inflazione si arrestò, ma tuttavia si continuò la politica di limitazione delle opere pubbliche (nonostante l’utilità che avevano per la ricostruzione); si lasciò inoltre crescere il flusso di liquidità a favore del privato, nella convinzione che l’investimento non influisse sull’inflazione. Il carbone e poche altre materie prime rimasero soggette ad assegnazione favorendo il mercato nero e la speculazione. Fu lanciato un prestito pubblico detto “della Ricostruzione”, ma era necessaria la collaborazione delle banche: accadde così che il prestito anziché raccogliere liquidità giacente presso il pubblico, ebbe effetto di immettere liquidità nel circuito monetario, e l’inflazione riprese. Inoltre gli aiuti esteri erano usati per accrescere le riserve valutarie e consolidare la posizione della lira piuttosto che accelerare la ricostruzione.
Nei primi anni dopoguerra l’Italia ricevette aiuti dall’Unrra (United Nations Relief Rehabilitation Administrations) emanazione delle Nazioni Unite, sotto forma di alimenti inizialmente, di mezzi di produzione poi, che venivano ceduti a imprenditori privati mentre il governo tratteneva il ricavato. Nel '48 agli aiuti dell'Unrra si sostituirono quelli del Piano Erp (European Recovery Program) o Piano Marshall che in realtà preservava l’economia USA dalla crisi e legava USA e paesi europei, cosa che determinò un raffreddamento del Pci. Il Piano prevedeva prestiti e contributi ai paesi europei. Agli inizi il fondo lire venne usato per accrescere le riserve valutarie; a questo si opposero gli esperti che volevano usare i fondi per alleviare la disoccupazione per paura di un rafforzamento del Pci.
Approvate la legge Tupini (per finanziare le opere pubbliche eseguite dai Comuni) e la Fanfani (alloggi per lavoratori). Nel '46 il Pci proponeva un “nuovo corso di politica economica” che prevedeva ampia libertà all’iniziativa privata e chiedeva la nazionalizzazione dei colossi monopolistici, lotta all’inflazione, riforma agraria. All’interno del sindacato, 2 orientamenti diversi:
- Più rivendicativo volto a ottenere progressi salariali e migliori condizioni di lavoro.
- Più rivoluzionario volto a mettere in discussione le fondamenta del sistema economico e sociale.
Nel '44 il Patto di Roma aveva sancito l’unità sindacale spoliticizzando l’azione del sindacato. Nel '45 al congresso Cgil di Napoli era prevalsa la linea della centralizzazione delle trattative sindacali.
Nel '46 accordi per sblocco licenziamenti vince la linea della Confindustria tesa ad arrestare le rivendicazioni salariali e restaurare il potere padronale in fabbrica. Vennero reintrodotti il cottimo, la scala mobile, l’indennità di contingenza. L’azione del sindacato si ridusse a una linea di mera difesa del posto di lavoro. Nel '47 De Gasperi si recò negli USA e al ritorno aprì una crisi di governo; nei mesi successivi le difficoltà economiche crebbero; si propose l’eliminazione immediata di tutti i prezzi politici (pane, ecc.) ma in questo modo l’inflazione continuò e raggiunse il 30%. Il governo che si ricostituì fu un monocolore Dc, cui facevano parte uomini di fede liberista.
Nel '47 venne creato il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio con poteri di controllo della situazione monetaria; vennero prese misure per ridurre la liquidità bancaria e l’erogazione del credito al settore privato. Una parte dei depositi bancari venne vincolata producendo una drastica riduzione della liquidità e arrestando l’inflazione. Venne approvata l’imposta sul patrimonio il cui effetto fu tenue perché si consentì la rateizzazione. L’Italia fu ammessa al Fondo Monetario Internazionale nel '47; il cambio venne lasciato libero e la stretta creditizia provocò una caduta degli investimenti ritardando la ripresa della produzione.
Venne avanzata l’idea che la grande ondata di inflazione sia stata lasciata libera di gonfiarsi per far apparire inaccettabile l’azione delle sinistre e renderne impossibile la permanenza al governo; la brusca deflazione avrebbe avuto la funzione di stroncare l’azione sindacale.
VI. L’intervento nel Mezzogiorno
Divario Nord-Sud: Sud: modesta industria (tessile, meccanica, concentrati attorno a Napoli); agricoltura arretrata; montagne rovinate dal disboscamento; malaria; residui feudali. Secondo alcuni il divario sarebbe stato consolidato dall’unificazione politica del paese. Dopo l’abolizione delle barriere doganali e completata la ferrovia, la concorrenza stroncò le industrie del Sud. La mancata evoluzione delle campagne dipese dall’alleanza fra i ceti industriali del Nord e la borghesia agraria del Sud, che sanzionò la subordinazione dei contadini e impedì il progresso tecnico. Al Sud le poche risorse finanziarie furono usate per costruire infrastrutture viarie, ferrovie, porti.
Nel 1888 svolta protezionista: dazio sui cereali → reazione della Francia che non compra più vini del Sud Italia. Il prezzo del grano aumenta e i salari crollano. Conseguenza: emigrazioni. Tra le 2 guerre la politica di industrializzazione favorì ancora il triangolo industriale rispetto al Sud. La battaglia del grano favorì la grande proprietà a discapito dei contadini; sacrificava i pascoli a favore del grano; interventi di bonifica dal '25 inadeguata perché lo stato pagava le opere base, il resto era lasciato ai privati. Le campagne del Sud soffrivano di eccessiva pressione demografica, e i salari erano bassi nel '44 ribellioni contadine contro la grande proprietà e lo stato, con occupazione di latifondi: tutte represse. Soluzione: Decreto Gullo ('44) assegna ai contadini di terre incolte.
La possibilità di creare al Sud un’industria che assorbisse la manodopera in eccesso fu vista in modo scettico per motivi vari. Anzi, la politica del dopoguerra fu “di smantellamenti”. Il Nord considerava il Sud come sbocco per i propri prodotti, pertanto faceva comodo che al Sud non ci fosse industria. Non restava altra soluzione che intervenire con una politica di opere pubbliche nel Sud.
Riforma fondiaria legge Sila e legge stralcio (del '50 e '52), espropri terreni eccedenti al valore di lire 30.000 in cambio di indennizzi ai proprietari sotto forma di titoli del debito pubblico; terreni espropriati dati ai contadini (sotto forma di podere o quote) assicurando a ogni famiglia un reddito decente, e questi dovevano versare 30 annualità dopo di che diventavano padroni della terra. Si vennero così a creare tante piccole aziende contadine che assorbivano manodopera. Nelle zone pianeggianti l’esproprio fu accompagnato da opere di trasformazione, sistemi di irrigazione; nell’interno l’agricoltura rimase arida e inefficiente.
Cassa per il Mezzogiorno istituita nel '50, sostenuta dai “nuovi meridionalisti” convinti che l’intervento pubblico fosse necessario per combattere l’arretratezza; dall’altra parte il Pci faceva leva sulla riforma agraria per riscattare i contadini dall’emarginazione politica e renderli partecipi dello sviluppo del Sud. La Cassa i primi anni attuò una politica delle infrastrutture ispirata all’obiettivo di portar condizioni di vita civile al Sud: gli stanziamenti furono assorbiti dall’agricoltura, poi dalle infrastrutture civili, strade, opere idrauliche, scuole, ospedali. Gli incentivi per l’industrializzazione furono destinati alle piccole e medie imprese; si ebbero agevolazioni creditizie, contributi a fondo perduto, con l’obiettivo di ridurre il costo iniziale di impianto (riducendo le imposte), ridurre il costo di esercizio (esenzione dall’imposta, sgravi di contributi previdenziali), incentivi per aumentare la domanda (pubbliche amministrazioni tenute a riservare a imprese del sud il 30-40% delle spese). Tuttavia l’effetto fu debole perché i provvedimenti erano mirati più a ridurre i costi che ad accrescere la domanda.
2 – Il miracolo economico (1955-1963)
I. Sviluppo e squilibri
Nel periodo '55-'63 l’Italia economica raggiunge 3 obiettivi simultaneamente:
- Investimenti produttivi più elevati.
- Stabilità monetaria.
- Equilibrio nella bilancia dei pagamenti.
Lo stesso periodo ebbe però anche elementi negativi:
- Emigrazioni.
- Dualismo nella struttura industriale.
- Povertà del Sud.
- Squilibrio nei consumi privati.
- Carenze nei servizi pubblici.
- Congestione delle grandi città.
Opinioni degli studiosi divisi in 3 correnti:
- Attribuisce gli squilibri agli eccessi di combattività sindacale e agli aumenti rapidi del costo del lavoro (tesi di Confindustria).
- Attribuisce gli squilibri a un inadeguato controllo pubblico del processo di sviluppo.
- Attribuisce gli squilibri alle carenze della classe politica.
II. Le esportazioni come fattore propulsivo
È questione aperta se sia possibile individuare un fattore dominante al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni '50. Varie correnti di pensiero:
- Fattore dominante: l’espansione veloce delle esportazioni (condivisa dagli studiosi stranieri).
- Presenza simultanea di condizioni favorevoli: bassi salari, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia, forte arretramento tecnologico.
Quali sono state le conseguenze provocate dallo sviluppo delle esportazioni sulla struttura dell’economia italiana? L’Italia invece...