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Integrazione e alterità

Prefazione

Nel 1642 un editto di Luigi XIII stabilisce tutti i diritti di nazionalità agli abitanti delle colonie francesi di fede cristiana: la religione dunque si pone allo stesso piano dell’uniformazione in categorie politico-amministrative e culturali (e nel 1945 anche linguistiche). Tale caso è paradigmatico per un confronto col mondo antico sui sistemi ideologici nel rapporto con l’altro.

Nell’Atene classica e in Grecia la cittadinanza era un diritto gelosamente custodito in vincoli di sangue ed origine, i meteci, per quanto validi, non ne disponevano; così genti elleniche ma considerate barbare (Macedoni e Traci), e tutti i popoli con cui i Greci vennero in contatto (eccezione è Erodoto): essi finirono per ignorarli, tanto da venirne infine inglobati. L’“altro” è barbaro fino ad Alessandro, che ribalta questa concezione, anche se ultimamente è stato ridimensionato il rapporto degli epigoni coi barbari: comunque stiano le cose, è con l’ellenismo che i Greci si rendono conto di essere in un rapporto interattivo con gli altri.

L’eredità di Alessandro verrà poi portata avanti in questo senso dall’Impero Romano (i Bizantini si consideravano Romaioi). Paradigmatico è il ruolo dell’Egitto come “laboratorio”, per la mole documentaria e la complessità sociale: nel 305/4, con la fondazione del regno Lagide, molti Elleni emigrano nella valle del Nilo, assumendo un etnico che presto diviene uno status, con agevolazioni; anche non Elleni possono diventarlo. Ciò rende evidente come il senso “etnico” sia diverso dal nostro, sfumando in categorizzazioni gerarchiche: i Macedoni non imposero la loro lingua sul demotico, ma solo nella corte amministrativa; le steli e altri documenti sono prove della vitalità linguistica, anche quando il latino e soprattutto il greco ridurranno negli usi scritti il demotico, che comunque rimarrà oralmente, e anche a livello scritto per i fonemi estranei all’alfabeto greco.

Gli immigrati Elleni si stabiliranno nelle città (divennero poleis Alessandria, Naukratis e Ptolemaide), ma anche nei komai e nella chora: costoro furono più inclini ad “egittizzarsi”; l’Egitto inoltre concesse diritti di cittadinanza anche a coloro che in madrepatria non li avevano, nonostante furono molti i cittadini a spostarsi e a mantenere rapporti. Anche gli Egiziani, specie fuori dall’ambiente alessandrino, ebbero molti diritti e possibilità di cariche: l’ebreo alessandrino Dositheos divenne Grande Archivista a corte, dopo aver abiurato. In generale si nota uno “sdoppiamento” onomastico al fine di ricoprire cariche religiose (nome egizio) e pubbliche (greco), senza che comunque i Tolemei interferiscano troppo nel diritto egizio e senza assolutamente intervenire in ambiente religioso e linguistico, se non in ambito pubblico (emblematico il caso di Dryton, cavaliere cretese con doppio nome insieme alla moglie cirenaica e alle figlie, i cui documenti sono in greco e demotico).

Con la conquista Romana le cose cambiarono molto: Roma sostanzialmente rese impossibile l’ascesa delle élites locali alle massime cariche, al fine di scongiurare spinte centrifughe, data l’allettante ricchezza. Nonostante ciò vennero tollerati gli usi e il diritto egizio (i matrimoni endogamici) e la religione, molto sincretica (e infatti in breve dilagherà nell’Impero); più rigida fu la concessione della cittadinanza e soprattutto il rapporto con gli ebrei.

In generale da ciò deriva un mondo assolutamente non globalizzato, ma strettamente interrelato, dall’India all’Atlantico. Il mondo ellenistico-romano non cercò l’assimilazione culturale, religiosa, linguistica e giuridica, ma favorì la sinergia fra diversità e l’ascesa di nobiltà non di sangue ma meritocratiche (nonostante le pressioni fiscali eterogenee), e le provincie non vennero mai considerate “barbare”: fu con i monoteismi che cominciò il rifiuto dell’“altro”, anziché ignorarlo o combatterlo, vincerlo e inglobarlo.

Le culture

1. Greci/barbari/schiavi

La storia appare sempre come un fenomeno di competitività tra individui o gruppi, la guerra un’“antica festa crudele”, L’uomo storico una “scimmia assassina”.

Nelle fasi mitologiche, i Greci e non solo attribuirono grandi apprezzamenti alle culture estranee, ma sul piano storico esse non seducono mai, e spesso vengono disprezzate: gli stranieri sono alieni, inumani, al pari degli schiavi, strumenti senza mente e anima, e infatti gli schiavi di guerra sono tali per natura, incapaci di difendersi (vd. Aristotele contro alcuni suoi contemporanei); tale idea sopravvivrà fino alla modernità, anche in seno al cristianesimo (Paolo, Agostino, Gregorio di Nissa).

Così anche per gli androgini, esseri mostruosi, e in certa parte per donne e bambini. I Persiani sono barbari animaleschi e inassimilabili (Talete, Aristotele, Platone, che però distingue fra barbari e xenoi, creando una sorta di primo umanesimo, Isocrate). La superiorità culturale greca e romana causò una cecità verso l’altro, anche nei più interessati (Erodoto parlava solo il greco): è stupefacente in una società così disposta a rinnovarsi. L’isolazionismo ellenico risale alle origini: in Omero gli altri non erano i Troiani, ma mostri e selvaggi, contrapposti agli eroi purificatori; la prima colonia, Pitecussa, identificava gli indigeni come scimmie; gli altri popoli sono nomadi incivili.

Tuttavia esistettero sempre dei rapporti con l’altro (Cadmo, Cesare e i Celti), specie nei Romani: la loro apertura culturale, mentre i Greci nulla avevano imparato dall’etnografia erodotea, appare come un modello per Filippo V Macedone. La sordità al dialogo culturale percorre intere civiltà: gli Europei non capirono la cultura Americana, oppure in parte, ma solo per devastarla. Scoprire gli altri necessita un percorso mentale complesso, l’interazione culturale è comunque rara nella storia, p.e. in Inghilterra, dove emergono elementi celtici, latini, germanici, danesi e normanni, generando una base culturale mista (al contrario della vicina Irlanda), e soprattutto negli USA.

È sempre difficile parlare di etnia, essa spesso è negata e considerata un’invenzione: il concetto è molto variegato (dai Greci in Sicilia agli Stoici alle differenze linguistiche).

2. Multiculturalità?

I Greci non erano soliti imparare lingue straniere, e i toponimi doppi spesso derivano da iniziative indigene. Al contrario, i Romani fondarono il loro imperialismo su lingue creole ed ibride, a cominciare dalla stessa Italia. La stessa letteratura latina nasce con una tradizione dal greco, o con opere originali sempre in tale lingua; tale tolleranza linguistica, e religiosa, fu alla base, fino al cristianesimo, della lunga durata dell’impero greco-romano, al contrario delle fragili poleis e del monoteismo che combatteva le altre religioni.

Anche i più importanti autori latini non erano originari di Roma, e molte fonti documentarie, pur in territorio latino, sono greche: Roma non impose una lingua. Stesso discorso vale per le arti figurative. Fino al cristianesimo tale ideologia multiculturale sarà più romana che greca, fino insomma alla traduzione dei Settanta; eccezione è Polibio, che conosceva il latino, anche arcaico, mentre Plutarco lo sapeva male; si ha notizia invece di oratori greci che non utilizzarono mai la loro lingua madre in orazioni: i Romani passarono dalla soggezione verso la grecità ad un sentimento di superiorità. Omero piacque molto a Roma, Virgilio era però poco conosciuto in Grecia; diverso era il mondo arabo.

Il vescovo di Lione Ireneo, il primo greco a scrivere in latino, conosceva probabilmente anche il celtico, l’arabo, l’armeno e il siriaco; altri casi particolari esemplificano la multiculturalità poliglotta, p.e. Ammiano Marcellino o Claudiano. Caso opposto al persistere delle tradizioni locali è la conquista della Dacia, che in breve acquisirà lingua e cultura latina. Presto il greco diventa la seconda lingua dei Romani dotti, ma la versatilità è anche degli incolti, e di popolazioni come Arabi e Siriaci: infatti i luoghi dove più appare tale situazione sono il mondo semitico ed indiano.

3. Oracoli/apocalissi/integrazione

Accanto ad atteggiamenti di confronto, spesso si verificano antagonismi radicali: il discorso di Lione di Claudio appare così opposto ai molti oracoli pronosticanti apocalissi; il rapporto degli antichi col futuro è complesso, pochi ne sono a conoscenza. Esempi sono gli Oracoli sibillini, i sogni letterari, l’Apocalisse di Baruch; il III oracolo sibillino in particolare colpisce per la virulenza dell’odio antiromano, e importante è l’egittomania derivata dal culto di Cleopatra; diverso è il tono dell’epigrafe di Machtar.

4. Alfabetizzazione

L’alfabetizzazione è il primo passo per apprendere una cultura, propria o altrui: numerose sono le fonti documentarie che vertono sull’istruzione, come quelle su associazioni di studenti. Tutto il mondo classico è pervaso da un’ansia di cultura, le fonti epigrafiche sono moltissime, ma non tutti erano in grado di leggere; nonostante le varie lingue delle iscrizioni, poco sappiamo sull’effettiva percentuale di analfabeti: la documentazione più ricca, ancora quella egiziana, ci fa ipotizzare che il 40% sapesse il greco. Molte epigrafi inoltre fanno presupporre che la scrittura fosse conosciuta anche nei ceti medio-bassi; nelle campagne l’analfabetismo era più ampio, ma forse solo per quanto riguarda il greco, e non il demotico; l’alfabetizzazione comunque era bassa, anche nell’esercito, e addirittura fra alcuni imperatori.

Del resto le scuole pubbliche non esistevano, e l’istruzione rimase sempre appannaggio di pochi: nelle poche scuole la disciplina era severa, ma anche i maestri avevano vita grama; inoltre il papiro non era comodo da leggere.

5. Un caso esemplare: dalla Spagna all’Italia

L’egemonia romana si realizzò su uno schema vincente: vittoria militare e alleanza con le élites aristocratiche per il controllo dei territori; queste ultime consideravano i costumi romani superiori, garantendo sicurezza. I vinti non si accorgevano così di essere in una schiavitù de facto, ma anzi la apprezzavano (concetto ribadito da molti: i cristiani vedevano l’Impero come l’anticristo, anche se esso gettò le basi del cristianesimo). In realtà il regime non fu così teso all’omologazione, molte parti comunque mantenevano la propria identità culturale, solo in pochissimi casi le minoranze vennero sterminate. Diverse comunque sono le interpretazioni dell’imperialismo durante i secoli.

Al contrario, il colonialismo rinascimentale della Spagna progettò il trapianto di un pezzo di Europa nel Nuovo Mondo, dissolvendo la preesistente cultura; a Roma invece anche alcuni personaggi dell’élite non erano bilingui (anche se la maggior parte sì), e l’apertura alle altre lingue era totale. Nella Spagna romana e in Cirenaica rimane forte la cultura punica, in Gallia si coniano monete con legende greche, in oriente documenti sono redatti anche in persiano e aramaico; la pluralità di lingue inoltre si accetta soprattutto nell’ambiente giuridico.

Non è la repressione a creare un offuscarsi della pluralità, ma la superiorità culturale greco-romana, si vedano p.e. le pratiche aberranti per Roma ma tollerate, matrimoni endogamici e circoncisione. Simmetrico è il diffondersi delle religioni da oriente ad occidente e non viceversa. La crisi dell’Impero comporterà poi sentimenti etnici e la nascita delle Nazioni, con l’emergere di culture sotterranee. Esse precedentemente si erano ridotte, ma sopravvivevano, oggi visibili nei transferts culturels (p.e. il sincretismo romano-celtico) e nei documenti bilingui.

Il fenomeno non è univoco, ogni zona si modifica in maniera a sé stante, romanizzazione ed ellenizzazione avvengono in alcuni territori meglio che in altri, e non è omologazione, ma reinterpretazione (emblematico è il caso della stele bilingue di Vercelli, dei rapporti fra Romani e Celti, come appare nell’orgoglioso testamento del gallo Lingone). L’Egitto è ancora una volta il luogo migliore per esemplificare il melting pot greco-romano, fra spinte nazionalistiche ed accettazione, in cui Roma mai sviluppò una politica repressiva, ma seguì il già citato schema. Eccezione è Hasta, in Spagna, ove i rapporti gerarchici locali non vengono minimamente intaccati, e dunque non si privilegia l’aristocrazia. Le culture preromane dunque non si estinguono.

6. Mobilità sociale e multiculturalità

D’altra parte il discorso di Claudio è l’esempio dell’illuminata classe dirigente romana, nonostante le accuse senecane. Diverse fonti epigrafiche ci dimostrano la grandissima mobilità sociale, in tutti i settori dell’Impero.

7. La magia e l’irrazionale

L’irrazionale pervade tutte le culture, anche quella greca, così razionale. La magia si accompagna a religione e medicina, anche nelle società più scientificamente avanzate, gli oroscopi erano quotidiani, le interpretazioni dei sogni, le malattie psicosomatiche etc. La magia presuppone la fede che la divinità compenetri ogni cosa, dai nomi ai momenti di vita. Le invocazioni e il linguaggio magico, benché incomprensibile, erano quotidiani, come gli amuleti: in essi si mischiavano elementi linguistici e religiosi disparati. Religione e superstizione andavano di pari passo, ed erano perciò in strumenta regni.

La repressione politica costringeva invece all’occulto i misteri, molto diffusi ma a noi poco noti. Esempi significativi di mentalità magica ci sono stati conservati dai papiri, dove emerge il retaggio sincretistico (p.e. nei giuramenti), specie nelle non rare invocazioni erotiche. A un livello superiore rispetto a tali pratiche magiche si pone la divinazione, strettamente legata al sogno; qui i Romani attinsero a piene mani dalla cultura etrusca, con aruspici ed auguri; il potere di questi ultimi era altissimo. Comunque ancora poco si sa delle pratiche irrazionali dell’antichità.

8. Sincretismi?

Soprattutto con l’ellenismo il mondo antico diventa uno scontro/incontro di civiltà; ma i fenomeni di sincretismo risultarono molto rari, nonostante diversi prestiti: Alessandro Magno fallì, e anche la famosa koinè appare più che altro una commistione di dialetti. Comunque, il progetto di un nuovo orizzonte occidentale-orientale rimase un’idea geniale. In Egitto, poi, lo stratificarsi di civiltà creò una schizofrenia culturale: così in epoca romana i ritratti del Fayum sembrano costituire una rara eccezione sincretistica, con linguaggi artistici romani, egiziani e greci. Tutte le culture interagiscono, ma a volte si verificano rappresentazioni collettivè che sono deliri di identità (la celtomania attuale).

9. Culto dell’imperatore

Tra le eredità ellenistiche e non solo c’è il culto dei sovrani: già Alessandro venne divinizzato (un uomo diviene dio a 33 anni, anticipazione di Cristo?). Il culto imperiale fu un fenomeno diffuso e originario dell’Impero: così Augusto promosse un culto di se stesso a cominciare dall’Egitto, ove era già naturale il culto di faraoni e sovrani ellenistici. Il suo biografo Nicolao di Damasco lo presenta proprio come un superuomo divinizzato: così in oriente il culto si innestò su quelli precedenti, mentre in occidente si diffuse prudentemente. Indubbiamente fu una mossa politica, ma si espresse in forme autentiche, ingenue e di massa; il principe è un padre e un dio, sempre giovane, vicino ad Apollo: così le città orientali gareggiarono nel tributare onori ed edifici ad Augusto e alla sua famiglia. Nuovi trattati appaiono, riportando tutto il simbolismo che Alessandro e gli altri sovrani portavano con sé; ma il culto viene più sentito in oriente anche per un altro motivo: i Greci, ritenendosi culturalmente superiori, si mostreranno, oltre l’adulazione, più fermamente convinti della divinità.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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