Appunti di storia sociale del mondo antico
Storia degli studi
La visione "canonica" dell'Ottocento sulla valutazione sociale del lavoro si basava su un disprezzo delle società classiche verso lavoro e ceti lavoratori, mentre il modello del cittadino ideale era l'homo politicus che non lavora, ma gode dei frutti delle conquiste. Questa lettura si fondava su riflessioni di pensatori antichi come Cicerone e Seneca, a lungo ritenute rappresentative del complesso della civiltà antica. Si metteva inoltre in evidenza lo stacco con la cristianizzazione che non disprezzava i lavori umili. Questo modello fu applicato nel 1817 da Augustus Bockh all'Atene classica, poi da Burckhardt nella Storia della cultura greca. Arendt recuperò la stessa visione in senso positivo contro l'etica del lavoro del capitalismo. Una posizione discordante è quella di Heichelheim, che nella sua "Storia economica" del 1938 (in cui condensa 10000 anni in 3 volumi) sottolinea lo sviluppo dell'individualismo economico e respinge la marginalizzazione dei lavoratori.
In Italia, la riflessione comincia con il giurista Solazzi (Il lavoro libero nel mondo romano, 1906), prosegue con Salvioli, pure giurista (Il capitalismo antico, 1926, nell'ambito di una riflessione sulla Sicilia di fine '800 in base alla storia antica), con l'antichista Ciccotti (Il tramonto della schiavitù nel mondo antico, Il commercio e la civiltà nel mondo antico). Tra fine '800 ed inizio '900 si sviluppa il movimento socialista, e diversi autori arrivano alla storia antica dalla situazione contemporanea, dato che lo storico antico è comunque un uomo del presente. Gli studi si inquadrano in riflessioni più ampie ed hanno un forte taglio giuridico.
Il giurista De Robertis si forma negli anni '30, nell'ambito degli studi corporativi del fascismo, anche se manifesta indipendenza dalle posizioni di questo. Nel secondo dopoguerra passa all'ala di sinistra della Democrazia Cristiana, con Aldo Moro, ed alle sue dottrine sociali progressiste. Scrive "Storia sociale di Roma: le classi inferiori", "Sulla considerazione sociale del lavoro nel mondo romano", "Lavoro e lavoratori nel mondo romano". Se gli autori precedenti avevano adottato un unico punto di vista, De Robertis divide due ambienti, quello aulico delle classi dirigenti, espresso dalle fonti letterarie e caratterizzato dal disprezzo contro le occupazioni lavorative, e quello volgare delle classi inferiori e provinciali, espresso dalla documentazione epigrafica, papiracea ed iconografica, in cui il lavoro è fonte di orgoglio personale e prestigio sociale.
Suo grande merito è valorizzare l'apporto delle fonti documentarie, problematiche sono invece il confine tra aulico e volgare (una distinzione che egli riprese da Bianchi Bandinelli), il fatto che non tutta l'epigrafia parli di mestieri, l'eccessivo schematismo che applica un'unica ideologia a decine di migliaia di persone. Mondolfo, ad esempio, individua una linea favorevole al lavoro nell'ideologia aulica. De Robertis liquida inoltre il pensiero di Platone, Aristotele, Cicerone e Seneca come speculazione astratta. I suoi studi hanno scarsa incidenza all'estero.
M. I. Finley creò invece una scuola di pensiero di grande influenza, detta "nuova ortodossia". Statunitense, ebreo e liberal, negli anni '50 emigra in Europa a Cambridge. Propone un modello interpretativo generale dell'economia antica, basato su:
- Economia fondata sull'agricoltura.
- Produzione indirizzata all'autoconsumo, ossia la maggior parte degli abitanti sono contadini che producono per se stessi.
- Attività di scambio commerciale limitate e dominate da logiche extra-economiche, sociali e politiche (ad esempio il meccanismo del dono e contro-dono).
- Logica della redistribuzione, per cui il cittadino-soldato che ha conquistato l'impero ha diritto ai proventi delle conquiste, ad esempio tramite le distribuzioni di grano.
- Politica estera delle conquiste guidata da fattori economici, ossia l'acquisizione di terra fertile, bottino, ricchezze e schiavi, tributi.
- Assenza di investimenti produttivi o spirito imprenditoriale, le ricchezze erano usate per lo status sociale.
- Mancanza di un concetto generale di lavoro, attestata dalla pluralità di termini che lo indicano, e di classe lavoratrice.
- Lavoro come condanna, necessario ma se possibile da evitare, e svalutazione del ceto dei lavoratori così come i loro culti, come quello ad Efesto/Vulcano.
- Ammirazione dell'abilità degli artigiani nettamente separata da una valutazione sociale del loro lavoro.
- Irrilevanza politica delle associazioni professionali.
Il difetto di Finley è che non valuta tutti i dati delle fonti: ad esempio, non solo Efesto/Vulcano, ma anche Atena/Minerva è dea degli artigiani, e Mercurio è dio del commercio. Le associazioni professionali sono talvolta assai rilevanti in ambito politico ed economico.
Studi recenti e fonti
La rivista "Dialoghi di archeologia" di Ranuccio Bianchi Bandinelli e della sua scuola (Carandini, Coarelli, Torelli, Zevi…) vede l'oggetto artistico/artigianale anche come fonte per la storia sociale. "Ostraka", diretta da Torelli, è un'altra rivista interdisciplinare. Lo studio delle associazioni di mestiere a fine '800 si era incentrato sulla definizione, sui rapporti con lo Stato, sull'organizzazione interna che imita quella cittadina, secondo un taglio istituzionale e giuridico. Negli anni '70 ci si concentra invece sugli aspetti sociali, politici ed economici, con più importanza al periodo tardoantico ed alle regioni orientali su cui le fonti sono più esplicite (ad esempio Lellia Cracco Ruggini, "Le associazioni professionali nel mondo romano-bizantino").
Il Seminario antichistico dell'Istituto Gramsci, nato nel 1974 nell'ambito del PCI, sotto l'influenza dei Colloques sur l'esclavage, ha un forte indirizzo teorico basato sulla marxiana forma di produzione schiavistica, anche se si riconosce che lo schiavismo non è l'unica forma, ad esempio è minoritaria in Egitto (Giardina-Schiavone, Società romana e produzione schiavistica), e ne tratta poi la disgregazione (Giardina, Società romana e impero tardoantico). L'Istituto decade poi per riflesso degli eventi politici.
La rivista "Opus" adotta un approccio interdisciplinare ed è attiva dal 1982 (Ampolo e Pucci) al 1992. Negli anni successivi si incontrano meno lavori su questo argomento, forse un riflesso della perdita di centralità del mondo del lavoro. Altri lavori importanti sono quello di Natalie Kampen (Image and status: Roman working women at Ostia) o di Sandra Joshel (Work, identity and legal status at Rome: a study of the occupational inscriptions). In quest'ultimo si descrive come la categoria dei liberti usi il lavoro per definire se stessi, mentre l'impatto è diverso su altri gruppi. Critiche mosse al lavoro sono la casualità del campione e l'analisi poco dettagliata delle singole iscrizioni.
Nei decenni più recenti lo schematismo aulico/volgare di De Robertis è stato superato, e si è riconosciuta una varietà di opinioni anche nella classe dirigente. Esempi di questo sono: Lis, Perceptions of work in Classical antiquity; Giannarelli, Il tema del lavoro nella letteratura cristiana antica; Giardina, Il tramonto dei valori ciceroniani; MacCormack, The virtue of work: Augustinian transformation. Una grande pluralità di voci è riconosciuta anche nell'ambiente volgare, a seconda di status, mestiere, momento storico e luogo (Tran, Les gens de métier romains).
Le tendenze di ricerca attuali sono:
- La connessione tra storia del lavoro e di genere.
- Un taglio antropologico legato al "linguistic turn", ossia l'analisi di documenti come costruzione culturale.
- Ricerche su professioni riguardanti tappe salienti della vita, come la nascita o l'infanzia.
- L'ideologia del lavoro nei testi letterari, più proficua quella sui generi meno noti.
- La documentazione epigrafica e papiracea con accento sull'aspetto sociale, che permette indagini su un singolo mestiere, su un'area specifica, su un singolo documento, o l'epigrafia dell'instrumentum domesticum.
- La documentazione archeologica.
- Le professioni intellettuali, la loro posizione nella società e giuridica (il compenso era merces o honorarium?).
- I collegia/associazioni di mestiere come cellule nella vita sociale.
Le fonti per lo studio
Fonte è tutto ciò che viene dal passato. Possono essere scritte o non scritte, volontarie come la storiografia o involontarie come le ceramiche, non rielaborate come i decreti o rielaborate come le citazioni di decreti in Tucidide. Ci sono fonti letterarie, epigrafiche, papiracee, numismatiche, archeologiche. Tratti comuni di queste fonti sono la loro scarsità, l'impossibilità di un uso immediato, devono essere decifrate, tradotte, interpretate, datate, l'assenza di trattazioni organiche, la difficoltà di un uso statistico dei dati vista la casualità del campione.
Fonti letterarie
La storia sociale non è oggetto di un genere di per sé, dobbiamo quindi attingere informazioni da altri generi: trattatistica filosofica classica e cristiana, manuali pratici, storiografia, oratoria, geografia, teatro, poesia e romanzo, generi della letteratura popolare, letteratura giuridica. Nella filosofia, riflessioni sulla natura delle attività lavorative sono presenti in Platone (Repubblica e Leggi), Senofonte (Economico), Aristotele (Politica e Metafisica), nel Trattato sull'economia pseudo-aristotelico di età ellenistica, primo e terzo volume. Nel mondo romano ci sono Cicerone (Repubblica, Doveri e Natura degli dei), Seneca (Epistole a Lucilio, L'ozio). Platone, Leggi, IV, 705a, dice che una città posta vicina al mare è piena di traffici e commerci che generano un clima di sfiducia. Per gli antichi kapeleia, il commercio al minuto, è basato sull'inganno. I commercianti stranieri rischiano inoltre di introdurre idee estranee.
La trattatistica cristiana è simile a quella di età classica, ma ci sono anche apporti originali, come I Doveri di Ambrogio e Le opere dei monaci di Agostino. Quest'ultimo, basandosi su Paolo (Chi non vuol lavorare non deve nemmeno mangiare) condanna la licentia, l'oziosità di alcuni monaci. Tra i manuali pratici dedicati alle finanze ci sono Le entrate di Senofonte ed il secondo volume del Trattato sull'economia citato sopra. Trattati di agricoltura sono il De Agricultura di Catone (160 a.C.), De re rustica di Varrone (37 a. C.), De re rustica di Columella (I sec. d. C.), Opus agri culturae di Palladio (IV sec. d. C.). Catone, 143, 1-3 parla ad esempio dei doveri della massaia, la moglie del fattore (in genere schiavi): pulizia, preparazione e conservazione degli alimenti, non perdere tempo. In architettura Vitruvio, nel De architectura, esalta la figura dell'architetto.
Le fonti storiografiche riportano provvedimenti riguardanti attività lavorative, come il plebiscitum claudianum de nave senatoribus riportato da Livio. Frequenti sono anche le accuse a politici di legami con occupazioni indegne. Cassio Dione, LXXIX, 7, esprime un giudizio sprezzante sul legato di legione Gellio Massimo, figlio di un medico, che osa proclamarsi imperatore: ogni cosa era andata sottosopra.
Nell'oratoria troviamo Demostene ed altri oratori attici di V-IV sec. a. C., Cicerone, Dione di Prusa detto Crisostomo. In particolare nella settima orazione di questo (tra I e II sec. d. C.), Euboico, si parla di quali siano le professioni degne per chi è di modesta condizione economica, e si dice di non prestare attenzione a chi critica l'occupazione di uno o dei suoi genitori.
La geografia antica era basata sulle popolazioni e sulle loro attività. Strabone, Geografia, VI, 1, 1 parla degli abitanti di Elea, nel Cilento, che praticavano attività marittime (thalattourgein), impianti di salagione del pesce e simili, perché la piccola pianura sassosa consentiva scarsa agricoltura.
Per la commedia ci sono Aristofane, Plauto e Terenzio, per la poesia Le opere e i giorni di Esiodo o le Georgiche di Virgilio, ma anche la poesia satirica di Marziale e Giovenale, o il Satyricon di Petronio, che parla dell'ascesa economica del liberto Trimalchione. Marziale, Epigrammi, XI, 71, "arrivano i dottori e vanno via le dottoresse", implica che esistessero donne medico ad occuparsi di malattie femminili, oggetto anche delle cure però di dottori maschi.
Nella letteratura popolare l'Oneirocritica di Artemidoro di Daldi, nel II sec. d. C., interpreta sogni di artigiani e commercianti. Il sogno di Luciano, in cui egli è conteso tra cultura e statuaria, vede quest'ultima "brutta e lavoratrice", anche in un ambiente sociale modesto poteva esserci disprezzo verso il lavoro manuale e possibilità di lavoro intellettuale. Firmico Materno, In difesa dell'astrologia, IV sec. d. C., descrive come le congiunzioni astrali influenzino la professione.
Passando alla letteratura giuridica, le opere del diritto romano sono andate quasi totalmente perdute, l'unica arrivata direttamente a noi, su un palinsesto, sono le Institutiones di Gaio. Esso è noto da compilazioni tardo-antiche: il Codex Theodosianus di Teodosio II, 438; il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, 529. Questo si compone di quattro parti: Institutiones, Codex Iustinianus, Digesto (un'antologia per temi della giurisprudenza romana), Novelle (leggi promulgate dopo l'edizione del codex, spesso in greco). In Digesto, VII, 7, 1, il giurista Paolo precisa ad esempio che la prestazione d'opera consiste nell'atto e viene ad essere solo quando effettuata, come il contratto per la cessione di un nascituro.
I problemi delle fonti letterarie sono che esse dipendono dal punto di vista dell'autore, in genere un membro dell'élite, e che la finzione letteraria vuole intrattenere e quindi ricorre all'esagerazione ed alla caricatura.
Fonti epigrafiche
Sono espressione di classi medio-basse, ma non degli strati infimi, a cui analfabetismo ed assoluta povertà impedivano anche le iscrizioni. Sono di grande aiuto per la storia sociale locale. Si possono distinguere tre grandi gruppi: iscrizioni sepolcrali, in cui è più frequente la registrazione del mestiere, che a volte compare anche in quelle votive; iscrizioni di natura onoraria legate ad un monumento, di solito una statua, che riportano un cursus honorum; statuti, fasti, albi e tabulae patronatus dei collegia.
Nel primo gruppo vediamo ad esempio l'iscrizione CIL XI 5400 dedicata a Publius Decimius Publii Libertus Eros Merula medicus clinicus chirurgus ocularius. Il patronato al posto del patronimico attesta che si tratta di un liberto. Gli ocularii (oculisti) erano assai diffusi nel mondo greco; chirurgus era il medico che curava con le mani; clinicus, termine poco attestato, deriva da kline ed indica il medico che faceva visite a domicilio, visitando i pazienti a letto. L'iscrizione procede ad informarci che fu seviro, sacerdozio al culto imperiale aperto ai liberti. Riporta la somma pagata per la libertà, l'astronomica cifra di 50.000 sesterzi, probabilmente perché già da schiavo era un medico di notevole capacità e quindi valore, e le somme spese per il sevirato, per porre statue nel tempio di Ercole e per lastricare strade pubbliche. Lascia un patrimonio di valore incerto per una lacuna nell'iscrizione. Non c'è data esplicita, ma si ipotizza che risalga al I sec. d. C. per il simbolo del sesterzio HS (II due assi e S=semis=mezzo).
Un'iscrizione onoraria è CIL IX 5839, dal foro di Auximum/Osimo, dove dei lavori pubblici hanno permesso di scoprire basi onorarie che supportavano statue. Questa è dedicata a C(aio) Oppio C(ai)f(ilio) Vel(ina tribu) Basso. La tribù era la circoscrizione elettorale. Si riporta un cursus honorum inverso, partendo dall'ultimo e più importante ruolo, patrono coloniae e prima ancora pretore (massima magistratura, sorta di sindaco, erano in due) di Auximum. Basso iniziò la sua carriera come miles nella XIV e XIII coorte urbana, di stanza rispettivamente a Lione e a Roma (compiti di polizia), posizioni che lo qualificano come un rampollo della nobiltà di provincia italica, anche perché nello stesso periodo il ramo più importante della gens Oppia comprende dei consoli e quindi aveva probabilmente buoni agganci familiari. Passa poi alla II coorte pretoriana (la guardia imperiale) come portainsegne, assistente del centurione e portaordini. Viene staccato dal servizio attivo ai servizi amministrativi dei prefetti del pretorio. In seguito è richiamato dall'imperatore in servizio per la redazione di atti amministrativi. Diventa poi centurione (grado importante equivalente al nostro capitano o maggiore) della IV legione Flavia Felice, di stanza nell'odierna Belgrado. Tornato ad Auximum è fatto praetor della città, ed infine patrono.
Il documento è posto dal collegium dei centonarii di Osimo.
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