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L’ECONOMIA BRITANNICA DALLA METÀ DELL’OTTOCENTO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Nella seconda metà dell’800, la Gran Bretagna visse uno dei periodi più prosperi della sua storia.

Sostanzialmente questo periodo coincise con il lungo regno della regina Vittoria, dal 1837 al 1901.

L’età vittoriana, però si chiuse con un rallentamento della crescita, che ha fatto parlare di DECLINO RELATIVO

della Gran Bretagna, perché comunque essa rimase la principale potenza economica europea.

Un elemento di forza era costituito dalla crescita della popolazione, che continuò ad aumentare nonostante

l’emigrazione.

Industria

L’industria conservava un posto di primo pino. Intorno al 1870, la Gran Bretagna, era ancora la prima nazione

manifatturiera del mondo.

L’impiego del vapore, ancora limitato a metà del XIX secolo, si diffuse rapidamente, mentre la produzione di

carbone fece registrare un fortissimo incremento.

Le industrie traenti della prima rivoluzione industriale, tessile e siderurgica, persero terreno rispetto ai

concorrenti.

- L’industria tessile continuò ad essere la prima del paese però dipendeva quasi completamente

dall’importazione di materia prima

- L’industria siderurgica incrementò la sua produzione ma fu superata da quella Americana e da quella

Tedesca.

Commercio estero

Nel commercio estero, la Gran Bretagna conservava il primato. Il paese doveva importare la maggior parte dei

generi alimentari e delle materie prime, che pagava con l’esportazione dei manufatti.

Il governo britannico rimase fedele al libero scambio.

Furono però stabiliti rapporti commerciali sempre più stretti con le colonie, mediante il sistema delle

PREFERENZE COLONIALI, che consisteva nel fissare dazi doganali più bassi per le merci scambiate fra la

madrepatria e i suoi possedimenti d’oltremare: Australia, Canada, colonie africane, India.

Agricoltura

L’agricoltura conobbe un periodo di crisi. Molti agricoltori abbandonarono le fattorie per cercare occupazione in

altri settori. Le campagne si spopolarono, anche perché la meccanizzazione stava sostituendo il lavoro dei

braccianti e molte terre coltivate a grano vennero sostituite dal pascolo.

CAUSE DEL DECLINO

Il declino dell’economia britannica ebbe molte cause:

1. Svantaggio del first comer

L’Inghilterra era infatti stato il primo paese a industrializzarsi e possedeva ormai un apparato industriale

in parte obsoleto, non più al passo con la nuova realtà. Qualche studioso ha anche notato una sorta di

INERZIA DEGLI IMPRENDITORI. Essi non si mostrarono particolarmente interessati alle nuove industrie,

come quelle chimiche ed elettriche.

2. Dipendenza dall’estero

L’incremento della produzione industriale richiedeva l’importazione di molte altre materie prime e di

prodotti fondamentali del tutto assenti in Gran Bretagna

3. Sistema di istruzione

Esso si rivelò inadeguato di fronte alle nuove esigenze dello sviluppo industriale.

4. Ruolo dello stato

In Gran Bretagna, lo stato, ebbe una funzione meno propulsiva per lo sviluppo di quella svolta in altri

paesi. Esso rinunciò ad assumersi responsabilità dirette verso l’economia e rimase fedele al principio

liberale del LAISSEZ-FAIRE. Impegnò comunque parecchie risorse nell’espansione coloniale.

Il declino iniziato nel 1870, continuò anche dopo la Prima guerra mondiale. La Gran Bretagna non fu più in grado

di riconquistare la prima posizione nell’economia mondiale e, dopo la Seconda guerra mondiale, fu sorpassata

anche da vari paesi. L’ECONOMIA GIAPPONESE NELL’OTTOCENTO

Il Giappone era un paese feudale chiuso ai rapporti con l’estero. Il Giappone seppe però far emergere una classe

imprenditoriale.

A metà 800, la struttura sociale era la seguente:

- Al vertice vi era l’imperatore, tenno, il quale non aveva alcun reale potere

- Il potere era esercitato infatti da una sorta di dittatore militare, shogun, che dal 1603 era sempre stato

un membro della famiglia Tokugawa

- Seguivano 250 signori feudali

- 500 mila samurai, uomini d’arme alla dipendenza dei signori

- Infine il popolo, costituito da contadini, pescatori, artigiani e mercanti

Il Giappone era chiuso alle influenze esterne ed era vietato commerciare con gli occidentali. Esso non era però

un paese arretrato.

- La produzione agricola per il mercato aveva sostituito in parte quella di pura sussistenza

- Era fiorita una vigorosa cultura urbana

- L’istruzione era abbastanza diffusa

- Infine non esistevano gli antagonismi sociali o le contrapposizioni che caratterizzavano i rapporti fra le

classi nella società. Le relazioni fra le diverse categorie erano contraddistinte da un forte senso di

obbedienza nei confronti del capo.

Gli Americani, dopo la costituzione dello stato della California nel 1850, desideravano stabilire rapporti

commerciali con il Giappone.

Nel 1853 il commodoro americano Mattew Perry, al comando di una squadra navale, entrò nella baia di Edo per

consegnare allo shogun una lettera del presidente degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti quindi e successivamente altre nazioni europee, stipularono trattati commerciali con il Giappone,

imponendo dazi doganali molto bassi sulle merci importate. Perciò si parlo di TRATTATI INEGUALI.

In occasione dell’ascesa al trono del giovane imperatore Mutsuhito, alcuni grandi signori feudali si ribellarono

alla famiglia Tokugawa e restaurarono l’autorità imperiale ponendo fine allo shogunato.

Iniziò allora il lungo regno di Mutsuhito. La nuova classe al potere avviò la modernizzazione del Giappone.

Le riforme e la modernizzazione del Giappone

Il problema principale del nuovo governo giapponese era di trovare le risorse finanziarie per avviare il

processo di rinnovamento del paese.

L’unica possibilità era di ricorrere alla tassazione della terra, ma prima bisognava abolire il regime feudale.

Furono varate importante riforme, che stabilirono:

- L’eliminazione delle distinzioni di classe

- Il ritorno delle terre feudali all’imperatore e la loro distribuzione a chi le coltivava

- L’indennizzo ai signori feudali e ai samurai con un sorta di pensione per la perdita dei loro diritti feudali

Fu anche introdotta un’imposta fondiaria del 3% sul valore catastale del terreno.

La popolazione giapponese aumentò notevolmente. Le migliorate condizioni igieniche e sanitarie e la

scomparsa della pratica dell’infanticidio contribuirono all’incremento demografico del paese.

L’agricoltura fu chiamata a sostenere il peso della crescita industriale. La coltivazione più diffusa era quella del

riso che costituiva la base dell’alimentazione del paese.

I Giapponesi riuscivano ad esportare parecchi prodotti come seta, tè, filati del cotone, carbone e anche rame.

L’OCCIDENTALIZZAZIONE fu certamente favorita dalla cultura giapponese, fondata sui valore collettivi del

dovere, della lealtà e delle rettitudine.

L’INDUSTRIALIZZAZIONE fu il principale obiettivo del governo che voleva acquistare forza economica e

potenza militare. Fu proprio il governo a prendere l’iniziativa economica e a finanziare la costituzione di

imprese.

Si formarono capaci imprenditori provenienti sia dal ceto mercantile sia dalla classe dei samurai rimasti senza

lavoro.

Dagli anni 80, il governo cominciò a cedere parte delle imprese ai nuovi imprenditori vendendole a prezzi

relativamente bassi per attirare compratori.

Si formò un’oligarchia di uomini d’affari che diede vita a grandi concentrazioni industriali: gli ZAIBATSU. Essi

erano di proprietà di importanti famiglie.

Le industrie giapponesi prosperarono grazie al protezionismo, reintrodotto alla scadenza dei TRATTATI

INEGUALI, e alle commesse statali per la conduzione delle guerre contro Cina e Russia.

Il Giappone si dotò di un sistema bancario di tipo occidentale.

Nel 1882 fu costituita la Banca del Giappone, alla quale fu affidato il monopolio dell’emissione, con il compito di

stabilizzare la moneta nazionale, lo YEN.

L’indennità ottenuta dalla Cina sconfitta, permise al Giappone di aderire al gold standard nel 1897.

Numerosi fattori quindi avevano contribuito allo sviluppo del Giappone:

- Disponibilità di manodopera

- Disponibilità di capitali

- Diponibilità sul mercato mondiale di una moderna tecnologia

- Livello di istruzione abbastanza elevato

- Esistenza di sbocchi esteri per le proprie materie prime ed anche per alcuni manufatti. Il Giappone

praticò anche il dumping sui propri prodotti.

- Ruolo dello stato, il cui intervento servì a guidare lo sviluppo del Giappone

L’ECONOMIA ITALIANA DALL’UNITÀ NAZIONALE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

La storia economica dell’Italia fino alla Grande Guerra può essere divisa in tre periodi:

1. Il primo riguarda il ventennio successivo all’Unita, dal 1861 al 1880, durante il quale il Paese gettò le

basi della sua crescita e puntò sull’espansione dell’agricoltura.

2. Il secondo va dal 1881 al 1896 è caratterizzato dalla crisi agraria e della scelta a favore

dell’industrializzazione

3. Il terzo va dal 1897 al 1914 dove si realizzò il primo consistente sviluppo economico.

L’Italia al momento dell’Unità e il divario Nord-Sud

All’avvio della seconda rivoluzione industriale, l’Italia si presentava con:

- Agricoltura arretrata

- Industria inesistente

- Rete ferroviaria limitata

- Marina costituita prevalentemente di velieri

- Sistema bancario inadeguato

Oltre a questo stato di arretratezza complessiva nei confronti degli altri paesi progrediti, aggravato

dall’insufficienza di capitali, l’Italia si rese conto che esisteva un DIVARIO REGIONALE.

Le due macroaree Nord e Sud non erano omogenee e esistevano differenze al loro interno.

Se si prendono in considerazione elementi come la dotazione di infrastrutture, il credito, l’istruzione o la vita

media, il ritardo del Mezzogiorno risulta del tutto evidente.

- Agricoltura

 L’agricoltura delle regioni settentrionali aveva un punto di forza nelle grandi aziende della bassa

Pianura padana. Esse praticavano la cerealicoltura integrata da colture foraggere con un

consistente patrimonio zootecnico.

 L’agricoltura meridionale registrava una scarsa presenza di vere aziende e vedeva la prevalenza

della cerealicoltura estensiva e della pastorizia transumante.

Esistevano inoltre latifondi mal coltivati, fondi insufficienti alle esigenze delle famiglie.

Le regioni del Nord e del Sud, inoltre, non erano complementari dal punto di vista economico, poiché entrambe

erano dedite a un’agricoltura che dava più o meno gli stessi prodotti.

- Industria

 Le manifatture delle regioni settentrionali erano ancora basate sull’artigianato e sul lavoro a

domicilio.

 Le industrie meridionali erano favorite dal protezionismo accordato dal governo borbonico. Ciò

rendeva la struttura industriale maggiormente esposta alla concorrenza appena si fosse

adottata una politica di libero scambio.

La POPOLAZIONE dell’Italia aumentò nonostante la forte emigrazione di quegli anni.

L’ISTRUZIONE era scarsamente diffusa. Fu successivamente potenziata ma quella obbligatoria era limitata ai

primi due anni delle scuole elementari. Diminuì comunque il numero di analfabeti.

- Al Nord, la propensione era verso gli studi scientifici, tecnici ed economici

- Al Sud, ci si indirizzava prevalentemente agli studi classici, all’avvocatura o alla medicina.

Si disponeva di una sola università, quella di Napoli.

L’unificazione

Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861.

L’unificazione amministrativa e legislativa vennero realizzate nel 1865.

È opportuno poi concentrarsi sull’unificazione monetaria e bancaria, del debito pubblico, e quella doganale.

- Unificazione monetaria e bancaria

La lira piemontese divenne la moneta ufficiale con il nome di LIRA ITALIANA, introdotta ufficialmente

nel 1862. L’Italia adottò così il sistema bimetallico. La moneta cartacea era poco diffusa e il compito di

metterla in circolazione spettava a tre banche:

1. La Banca Nazionale Sarda

2. La Banca Nazionale Toscana

3. La piccola Banca Toscana di Credito

Ad esse si aggiunsero il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia e, dopo l’annessione di Roma nel 1870,

anche la Banca Romana.

- Unificazione del debito pubblico

Il nuovo Stato assunse su di sé, iscrivendoli nel Gran libro del debito pubblico, tutti i debiti degli Stati

precedenti. Il più consistente risultò quello del Regno di Sardegna.

- Unificazione doganale

L’unificazione doganale fu attuata rapidamente perché rispondeva all’esigenza di dare vita a un vasto

mercato nazionale. Anche in questo caso si adottò la tariffa piemontese.

La scelta liberoscambista e i suoi effetti

Il primo ventennio successivo all’unità, fu caratterizzato dalla scelta del libero scambio.

Infatti l’unificazione doganale significò anche l’apertura del mercato nazionale ai prodotti dei paesi europei più

progrediti.

Questa scelta diede origine a un ampio dibattito fra:

- Coloro che volevano conservare la protezione alle industrie nazionali.

Essi fecero osservare che l’Inghilterra aveva realizzato la sua industrializzazione grazie ad una politica

protezionistica.

- Coloro che si battevano per il libero scambio.

Erano principalmente rappresentanti dei proprietari terrieri, interessati all’esportazione dei loro

prodotti

Prevalse l’idea che l’Italia non potesse essere una nazione manifatturiera, perché non poteva competere con le

nazioni industrializzate, non disponendo di materie prime e di capitali.

Perciò le tariffe doganali dello Stato furono ulteriormente ridotte con la stipulazione del trattato commerciale

con la Francia nel 1863. Questa scelta diede i suoi frutti rapidamente.

- L’AGRICOLTURA fu stimolata a proseguire nella specializzazione e le coltivazioni furono ampliate in

funzione della possibilità di esportarne i prodotti.

L’incremento produttivo fu ottenuto più con la crescente applicazione di forza lavoro alla terra e con

l’allargamento delle zone coltivate che non con investimenti di capitali. Chi possedeva capitali preferiva

infatti impiegarli nel debito pubblico.

- L’INDUSTRIA intorno al 1880, continuava ad avere un peso inferiore rispetto all’agricoltura. L’industria

si andava concentrando in alcune regioni del Nord senza comunque prevalere sull’agricoltura.

Scomparvero però molte industrie a domicilio, specialmente nel settore tessile, e impianti

tecnologicamente non in grado di competere con la concorrenza estera. A farne le spese fu la fragile

industria meridionale che non fu in grado di reggere l’urto con la concorrenza estera.

Il ruolo dello stato e le sue fonti di finanziamento

Lo stato fece grandi sforzi nel tentativo di modernizzare il paese. Cercò di stimolare e sostenere le attività

economiche tramite grossi investimenti in opere pubbliche. Fu necessario:

- Aprire strade

- Scavare e proteggere con nuove opere i porti

- Estendere e fortificare le difese contro i fiumi

- Provvedere alla costruzione della rete ferroviaria

- Creare una marina a vapore

- Ampliare il servizio telegrafico e postale

Le vicende delle costruzioni ferroviarie furono travagliate. Le prime linee furono costruite da alcune società

private che avevano ottenuto la concessione statale oppure direttamente dallo Stato.

Nel 1885 l’intera rete ferroviaria passò allo Stato, che l’affidò in gestione a tre società private.

Alla scadenza della concessione, lo Stato non la rinnovò e le ferrovie vennero definitivamente nazionalizzate.

Per sostenere le proprie spese, lo Stati fece ricorso a diverse FONTI DI FINANZIAMENTO:

- Inasprimento dell’imposizione fiscale

Le entrate tributarie crebbero notevolmente. Quelle principali derivavano dai dazi di consumo, ma

siccome non risultarono sufficienti, venne introdotta l’IMPOSTA SUL MACINATO. Essa, introdotta dal

1869 al 1884, colpiva la macinazione dei cereali ed era riscossa con l’applicazione di un contatore alle

macine dei mulini.

- Indebitamento pubblico

Il governo emise titoli sotto la pari (prezzo di vendita inferiore al valore nominale) per facilitarne la

vendita

- Vendita dei beni demaniali

Vennero venduti terreni e fabbricati appartenenti allo Stato e beni dell’asse ecclesiastico confiscati agli

enti religiosi soppressi. Le vendite si svolsero in modo affrettato e poco corretto.

- Prestiti da parte degli istituti di emissione

Infine, in seguito all’introduzione del CORSO FORZOSO dei biglietti di banca, lo stato ricorse

all’indebitamento verso le banche di emissione.

La crisi agraria e il ritorno al protezionismo

L’Europa fu colpita dalla crisi agraria, che l’Italia avvertì con ritardo. Nella prima metà degli anni 80:

- Alcuni prezzi si ridussero in misura consistente, frumento e seta grezza

- Altri prezzi calarono in misura più contenuta, granoturco, risone e patate

- Pochissimi prezzi fecero registrare un aumento, vino

Le conseguenze furono una diminuzione della produzione e una riduzione della superficie coltivata.

L’attività industriale conobbe invece, nella prima metà degli anni 80, un notevole impulso. La disponibilità di

capitali derivò sia dalla crisi agraria, sia dall’abolizione del corso forzoso. La riduzione dei prezzi agricoli

indusse i proprietari terrieri a rivolgere i capitali disponibili verso gli investimenti industriali.

La crisi agraria e la crescita industriale portarono industriali e proprietari terrieri a coalizzarsi per chiedere il

ritorno al protezionismo. La tariffa del 1887, fortemente protezionistica, significò una chiara scelta a favore

dell’industrializzazione.

L’adozione della nuova tariffa protezionistica portò alla rottura commerciale con la Francia.

La crisi bancaria

Fra il 1888 e il 1894, il Paese fu scosso da una profonda crisi economica e bancaria.

Lo Stato era intervenuto con cospicui finanziamenti per abitazioni private e edifici pubblici specialmente a

Roma e a Napoli. Numerose società erano sorte per l’occasione, sostenute dalle banche.

Quando il boom delle costruzioni cessò, parecchie società si trovarono in difficoltà e trascinarono con loro le

banche. La Banca Romana aveva in particolare ecceduto nell’emissione di banconote creando un grosso

scandalo.

Lo stato ridusse a tre gli istituti di emissione:

- Banca d’Italia

- Banco di Napoli

- Banco di Sicilia

Venne costruita la Banca commerciale italiana nel 1894 grazie all’intervento di capitali tedeschi e del Credito

italiano. Queste banche assunsero il carattere di BANCHE MISTE.

Il decollo

Dopo il 1896, l’economia italiana riprese a crescere rapidamente, almeno fino alla crisi ciclica del 1907.

È il periodo della Belle époque che coincide con l’età giolittiana, caratterizzata dalla figura politica di Giovanni

Giolitti.

Per quando riguarda L’AGRICOLTURA:

- Giovò del periodo di prezzi elevati

- Si formarono buoni mercati di consumo per i prodotti agricoli che si potevano trasportare a distanza

grazie alla ferrovia

- Il progresso agricolo fu stimolato dal ricorso ai concimi chimici e dall’utilizzazione delle prime

macchine agricole

- Infine i lavori di bonifica avviati dallo Stato, contribuirono all’incremento della produzione e della

produttività in agricoltura

L’età giolittiana fu caratterizzata principalmente dallo sviluppo dell’INDUSTRIA.

Essa si concentrò in tre regioni, i cui capoluoghi costituirono i vertici del TRIANGOLO INDUSTRIALE.

1. Piemonte, Torino

2. Liguria, Genova

3. Lombardia, Lombardia

- Industria tessile

 L’industria cotoniera divenne la maggiore industria italiana.

 L’industria della lana conobbe un progresso più lento ma continuo.

 L’industria della seta risultò molto importante in Italia per diverse ragioni.

Mantenne l’Italia sui mercati internazionali mediante l’esportazione della seta

 Consentì l’integrazione dei redditi delle famiglie contadine che allevavano i bozzoli

 Permise l’accumulazione di capitali per l’addestramento della manodopera che poté

 essere utilizzata in altre industrie tessili

- Industria pesante

 Industria siderurgica

Appoggiata dallo Stato e sostenuta finanziariamente dalla Banca commerciale e dal Credito

italiano, conobbe una notevole espansione. Per la deficienza di carbone e minerali ferrosi,

utilizzava i rottami di ferro.

 Industria meccanica

Crebbe poco. Godeva infatti di una minore protezione doganale e perciò le macchine dovevano

essere importate per la maggior parte dall’estero. Acquistò particolare importanza l’Ansaldo,

società sorta a Genova.

 Industria chimica

Si limitò alla produzione di concimi chimici, e un certo rilievo venne assunto dall’industria della

gomma.

- Industria elettrica

Essa puntò all’utilizzazione delle risorse idriche. L’iniziatore fu Giuseppe Colombo, fondatore della

società Edison.

Il COMMERCIO ESTERO aumentò in misura considerevole.

Fattori di sviluppo e punti oscuri dell’economia italiana

Lo sviluppo economico italiano fu la conseguenza di numerosi fattori:

- Ruolo dello Stato

Si parlò di capitalismo di stato per sottolineare la sua presenza nella vita economica.

- Funzione delle banche

Si crearono stretti legami fra banche e imprese.

- Protezionismo

Chiesto dagli industriali e dai proprietari terrieri, agevolò la crescita industriale del periodo giolittiano e

allineò l’Italia agli altri paesi europei.

- Investimenti esteri

Risultarono particolarmente utili in un Paese che non riusciva a creare accumulazione. Ma va ricordato

che i capitali provenienti dall’estero erano sempre pronti a ritirarsi nei momenti di difficoltà.

- Bassi salari reali

Aumentarono comunque i salari nominali che i lavoratori riuscirono ad ottenere grazie all’azione dei

sindacati.

Ci furono comunque dei punti oscuri, quali:

- Emigrazione

Le condizioni della popolazione continuavano infatti ad essere più difficili di quelle dei paesi

maggiormente industrializzati

- Questione meridionale

Ovvero divario fra Nord e Sud che continuava a crescere dalla metà degli anni 80. Nel momento del

decollo infatti una parte del paese cominciò a crescere con una certa vivacità, mentre l’altra rimaneva

indietro.

All’interno inoltre delle due macroaree si andavano divaricando le differenze che già esistevano.

SISTEMI BANCARI

Dopo la seconda rivoluzione industriale, lo sviluppo economico fu reso possibile anche dalla formazione dei

sistemi bancari nazionali e dalla generale e progressiva adozione del gold standard.

Nella seconda metà dell’800 infatti, furono introdotte altre forme di credito oltre ai tradizionali banchieri e

banche di emissione, e si costituirono veri e propri sistemi bancari in grado di soddisfare le esigenze di una più

vasta gamma di clienti.

Le più importanti categorie di nuove banche erano:

- Le casse di risparmio

Si trattava di istituzioni che si proponevano di raccogliere piccoli risparmi dalle persone di modesta

condizione come contadini, artigiani, operai o domestici, ai quali corrispondevano un interesse. Lo

scopo era di consentire quasi a tutti di raccogliere i propri risparmi da usare in caso di necessità.

Alle casse di risparmio ordinarie si affiancarono poi le Casse di risparmio postali, incaricate di

raccogliere il risparmio presso gli uffici postali.

- Gli istituti di credito fondiario

Avevano lo scopo di concedere mutui di lunga durata, rimborsabili a rate, secondo un piano di

ammortamento, e garantiti da ipoteca su immobili.

- Banche cooperative

Si dividevano in banche popolari e casse rurali. Avevano il compito di accettare depositi e concedere

prestiti ai soci che erano in genere persone di media condizione

- Banche commerciali o di deposito

Disponevano di una rete di sportelli, raccoglievano depositi dal grande pubblico, che remuneravano con

un interesse, e investivano i fondi disponibili prestandoli in varie forme a operatori economici grandi e

piccoli.

Al vertice dei sistemi bancari vi erano gli istituti di emissione, che cominciavano ad agire come prestatori di

ultima istanza o banche delle banche.

Ad essi si rivolgevano altre banche per ottenere anticipazioni in caso di necessità.

L’interesse sulle anticipazioni era calcolato in base al tasso ufficiale di sconto, così chiamato perché i loro

prestiti erano concessi scontando le cambiali detenute dalle banche.

Con il tempo, questi istituti ottennero la funzione di controllare il sistema bancario di un paese, e perciò si

dissero BANCHE CENTRALI.

I biglietti emessi dagli istituti di emissione venivano riconosciuti come MONETA A CORSO LEGALE. In questo

modo si ridussero le monete metalliche in circolazione.

MODELLI BANCARI

I sistemi bancari ebbero caratteristiche diverse perché ognuno si formò in base alle esigenze e richieste che

venivano dal mondo economico della nazione in cui operavano.

In Europa si possono distinguere due MODELLI:

1. Modello anglosassone

Era caratterizzato dalla specializzazione bancaria e dalla prevalenza della BANCA PURA.

Si tratta di una banca che raccoglieva depositi a vista e concedeva impieghi a breve termine alle

imprese. Le operazioni di lunga durata venivano svolte dalle merchant banks.

Questo tipo di banca rese possibile il lento sviluppo economico della prima rivoluzione industriale in

Inghilterra, senza troppi investimenti.

2. Modello continentale o tedesco

Consisteva nella prevalenza della BANCA MISTA.

Si tratta di un tipo di banca che raccoglieva depositi a vista e li impiegava a breve, medio o lungo

termine, soddisfacendo ogni richiesta delle imprese.

Questo modo di operare era molto rischioso perché si metteva a rischio l’equilibrio economico della

banca.

Infatti, se le banche concedevano molti prestiti a lunga scadenza, non sarebbero state in grado di far

fronte a un’eventuale consistente richiesta di rimborso da parte dei depositanti.

All’epoca le banche miste non si trovarono in difficoltà, come avvenne invece in seguito, perché

operavano in un periodo di crescita economica.

Questo modello si mostrò adatto a quei paesi che giunsero in ritardo all’industrializzazione, come la

Germania appunto. Infatti, quando l’impianto di un’industria era diventato molto costoso, c’era il

bisogno di un forte sostegno da parte delle banche.

Dalla Germania, le banche miste si diffusero in altri paesi che si stavano industrializzando come l’Italia, la

Russia, l’Austria e il Giappone.

La Francia, invece, adottò un sistema simile a quello britannico, distinguendo le BANCHE DI DEPOSITO, che si

occupavano di operazioni a breve termine, dalle BANCHE D’AFFARI, rivolte agli investimenti.

Un ruolo importante lo ebbero le banche costituite sotto forma di società anonime o per azioni. Esse erano in

grado di raccogliere depositi da moltissimi clienti e di concedere prestiti a chi ne aveva bisogno, sfruttando la

grande dimensione e un’estesa rete di filiali.

LE CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Le principali conseguenze della Prima guerra mondiale si possono raggruppare in tre categorie:

1- Dirette

2- Indirette

3- Strutturali

Le conseguenze dirette della Prima guerra mondiale

Le conseguenze dirette furono quelle immediatamente riconducibili al conflitto:

- Le vittime

Numerose furono le vittime, considerando anche i decessi in seguito alle carestie e alle epidemie

provocate dal conflitto. La più famosa epidemia fu quella influenzale detta Spagnola.

- Danni materiali

Riguardarono i territori dove si era combattuto, ovvero Francia settentrionale, Belgio, Veneto e Polonia.

- Sostituzione del lavoro maschile con quello femminile

La presenza delle donne nel mondo del lavoro si fece infatti più numerosa. Dopo il conflitto ripresero

vigore i movimenti femministi, come quello delle suffragette inglesi.

La guerra determinò anche:

- Pesante intervento dello Stato nell’economia

- Fine del Gold Standard e riduzione del commercio internazionale

- Si diffusero maggiormente i sistemi produttivi che consentivano di risparmiare manodopera

- Fu stimolata la ricerca scientifica per la produzione di nuove armi o per il perfezionamento di strumenti

e macchine da guerra.

- Favorì facili arricchimenti da parte di coloro che producevano e distribuivano tutto ciò che serviva agli

eserciti oppure che si diedero al contrabbando o al mercato nero.

Le conseguenze indirette della Prima guerra mondiale

Le conseguenze indirette furono più durature e incisero per parecchio tempo sulla società e sull’economia.

Sono da ricordare:

- La crisi di riconversione del 1920-1921

I paesi che avevano preso parte al conflitto dovettero provvedere alla ricostruzione delle zone

devastate dalla guerra e contemporaneamente procedere alla conversione dell’economia di guerra in

economia di pace.

Soprattutto le industrie che si erano dedicate alla produzione di materiale bellico si trovarono in

difficoltà. Molte furono costrette a chiudere o a ristrutturarsi profondamente, trascinando con loro le

banche che le avevano finanziate.

È il caso dell’ANSALDO, una società meccanica che si era ingrandita notevolmente durante il conflitto ed

era stata finanziata dalla Banca Italiana di Sconto, una banca mista. Nel dopoguerra, l’Ansaldo dovette

essere ristrutturata, mentre la Banca fu essa in liquidazione.

Appena finita la guerra esplose la domanda di beni, ma, esaurita la domanda insoddisfatta in tempo di

guerra, si determinò una CRISI DI SOVRAPPRODUZIONE, che provocò una consistente riduzione dei

prezzi, l’accumulo di merci invendute e la chiusura di numerose fabbriche.

- L’inflazione e i problemi monetari

L’inflazione si sviluppò in tutti i paesi negli ultimi anni di guerra e nell’immediato dopoguerra.

Essa fu causata:

 Dall’innalzamento dei costi di produzione

Fu causato dalla crescita dei salari, dovuta alla scarsità di manodopera per il richiamo alle armi

degli uomini più validi, e dalla lievitazione del prezzo delle materie prime causata dalla difficoltà

di approvvigionamento

 Dalla diminuzione dell’offerta di beni

Diminuì l’offerta dei manufatti perché le industrie erano impegnate nella produzione di

materiale bellico. Si ridusse anche la disponibilità di generi alimentari.

 Dal forte incremento dei biglietti di banca e di Stato messi in circolazione, per consentire il

pagamento delle spese militari.

Si trattava di aumenti contenuti se confrontati con quelli del dopoguerra dove si verificò una

completa perdita di valore della cartamoneta.

L’inflazione si era trasformata in IPERINFLAZIONE, dalla qual si poteva uscire solo ritirando la moneta

in circolazione e sostituendola con una nuova.

L’inflazione provocò una violenta ridistribuzione della ricchezza a vantaggio delle categorie sociali più

forti e a danno di quelle più deboli.

La Conferenza monetaria internazionale di Genova, nel 1922, propose l’adozione di una sorta di gold

standard depotenziato, che si disse GOLD EXCHANGE STANDARD.

- La questione delle riparazioni e dei debiti di guerra

I debiti INTERALLEATI, ossia quelli stipulati fra i paesi alleati durante la Guerra, videro alla fine del

conflitto:

 Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna creditori

 Gli altri paesi debitori

L’economista Keynes propose di annullare tutti i debiti generati dal comune sforzo di vincere la guerra, perché

riteneva che non si sarebbero mai potuti pagare.

Gli Americani, invece, pretesero che fossero saldati. Gli Europei accettarono di pagarli visto che contavano di

poterlo fare grazie alle riparazioni di guerra imposte alla Germania.

A guerra finita, infatti, gli Alleati fissarono il pagamento di un’indennità a carico della Germania perché

considerata responsabile del conflitto.

Keynes ritenne però esorbitante l’ammontare delle riparazioni e previde che non sarebbero state pagate. In

particolare i francesi, furono molto duri nel pretenderle, ricordando che avevano versato senza obiezioni e in

breve tempo, l’indennità di guerra alla Germania dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana.

Il pagamento dell’indennità accelerò l’inflazione tedesca.

Siccome la Germania rallentò i pagamenti, Francia e Belgio occuparono temporaneamente la Ruhr.

Nel 1924 fu predisposto il PIANO DAWES, dal nome del generale americano che lo preparò, in virtù del quale fu

ridotto l’importo delle rate dovute dalla Germania, senza però toccare l’ammontare complessivo.

Nel 1929, il PIANO YOUNG ridusse sia il debito che le annualità, ma ebbe breve vita.

Infatti, in seguito alla crisi del 1929, il presidente degli Stati Uniti, dichiarò la moratoria dei debiti tedeschi, cioè

la temporanea sospensione dei pagamenti

Come aveva previsto Keynes, solo una parte delle riparazioni riuscì ad essere corrisposta.

- La questione sociale

Le condizioni di vita non miglioravano e alcune promesse fatte ai soldati durante il conflitto, non furono

mantenute.

L’inflazione aveva falcidiato i salari e gli stipendi e la crisi del dopoguerra non aveva consentito di

reinserire nel mondo del lavoro gli ex combattenti.

Anche i contadini erano scontenti, perché le promesse di riforme agrarie a guerra finita, non furono

rispettate.

Mutamenti strutturali dell’economia

Furono i più gravi e i più duraturi:

- Intervento dello Stato nell’economia

Durante il conflitto, lo Stato aveva dovuto assicurare l’approvvigionamento e la distribuzione delle

materie prime e dei generi alimentari. A guerra terminata, si riteneva che si dovesse porre fine

all’intervento statale in economia per ripristinare le regole del mercato e tornare al libero scambio. Ma

non fu così.

- Perdita dell’egemonia politica ed economica dell’Europa

Infatti i paesi non riuscirono più a riacquistare il ruolo che avevano rivestito precedentemente.

Paesi come Stati Uniti e Giappone, seppero acquistare una posizione di rilievo sullo scenario economico e

politico mondiale.

L’Europa invece non riuscì a riconquistare le posizione perdute e arretrò nella quota di produzione mondiale di

manufatti e nella partecipazione al commercio internazionale.

Il vecchio continente era in difficoltà:

- I trattati di pace smembrarono i vecchi imperi e crearono Stati indipendenti.

- I mercati si frammentarono, quello tedesco si restrinse e quello austro-ungarico di frantumò.

Dall’ex impero degli Asburgo scaturirono tre entità statali:

 Austria

 Ungheria

 Cecoslovacchia

I mercati non erano così sufficientemente grandi per assorbire i prodotti standardizzati delle industrie

moderne.

Si sviluppò così una sorta di NEOMERCANTILISMO, ogni Stato impiantò proprie industrie e favorì la loro

espansone con tariffe doganali per assicurare ai loro prodotti almeno il mercato interno.

Per limitare gli effetti negativi di questa politica, si diffuse il meccanismo dei RAPPORTI BILATERALI, ossia di

accordi diretti tra due paesi, che fissavano i quantitativi di merci da scambiare.

LE POLITICHE CONTRO LA GRANDE DEPRESSIONE

Il deficit spending

Per uscire dalla depressione, i paesi colpiti adottarono quasi tutti le stesse politiche.

I governanti tardarono però a intervenire con decisione perché legati alle CONCEZIONI ECONOMICHE

LIBERALI, secondo le quali un intervento dello stato in economia era ritenuto dannoso.

Tuttavia, per contrastare la diminuzione dei prezzi si cercarono di ostacolare le importazioni di merci estere,

ricorrendo a un inasprimento della POLITICA PROTEZIONISTICA.

- Negli Stati Uniti, la legge Hawley-Smoot del 1930, aumentò i dazi di importazione.

- La Gran Bretagna aumentò le tariffe doganali nel 1931 ma firmò con i paesi del Commonwealth, nel

1932, gli accordi di Ottawa, che introdussero la preferenza imperiale, ossia dazi ridotti sugli scambi

reciproci.

- Francia e Giappone aumentarono gli scambi con i loro possedimenti.

I risultati delle politiche liberiste non furono soddisfacenti e negli Stati Uniti, la presidenza del repubblicano

Herbert Hoover passò a Franklin Delano Roosevelt nel 1933.

I governi si resero conto che era necessario sostenere la domanda globale dei prodotti, sia interna che

internazionale.

La domanda interna fu sostenuta dai governi in vario modo, in particolare con la politica del deficit spending,

spesa in disavanzo, che si rifaceva alle teorie di Keynes.

Lo stato era invitato ad abbandonare l’idea dell’economia che imponeva un bilancio in pareggio, ma veniva

stimolato a spendere comunque, anche se non vi erano entrate sufficienti, ricorrendo all’indebitamento, in

modo da sostituire l’insufficiente domanda privata con la domanda pubblica.

Furono avviati grandi lavori pubblici, che assicuravano un salario ai lavoratori.

Chi lavorava e percepiva una retribuzione, aveva denaro da spendere per sostenere i consumi.

Svalutazioni competitive

Il sostegno della domanda globale interna poteva non bastare. Era quindi necessario stimolare la domanda

estera. Essa poteva essere sostenuta in un solo modo: con le svalutazioni competitive.

Uno stato per vendere i suoi prodotti in altri paesi doveva ribassare i prezzi espressi in valuta estera, il che

significava SVALUTARE LA PROPRIA MONETA.

La prima nazione industrializzata costretta a svalutare fu la Gran Bretagna.

La Banca d’Inghilterra vide diminuire le proprie riserve auree e non era più in grado di garantire biglietti in

circolazione.

Nel 1931, il governo britannico decise di dichiarare l’INCOVERTIBILITÀ DELLA STERLINA. Da quel momento, la

Banca lasciò che il valore della sterlina fosse liberamente determinato dal mercato sulla base della domanda e

dell’offerta di sterline. Con questo provvedimento, la sterlina uscì dal gold exchange standard.

Il dollaro invece fu svalutato nel 1934, a causa della spinta dei ceti agricoli che non riuscivano a esportare i loro

prodotti.

Di fronte alla decisione di Gran Bretagna e Stati Uniti, anche altri governi dovettero decidere la svalutazione.

Fra il 1935 e il 1936 svalutarono la loro moneta anche Francia, Italia, Belgio e Svizzera.

Solo la Germania, che aveva da poco risanato il marco, non svalutò la sua moneta.

Quando tutte le monete furono però svalutate si era sostanzialmente ritornati alla situazione di partenza e

nessuno godeva più dei vantaggi competitivi.

Le svalutazioni decretarono tuttavia la fine del gold exchange standard.

L’intervento statale negli Stati Uniti: il New Deal

Furono adottate altre misure sempre con lo scopo di sostenere la domanda globale e accordare sussidi a chi

riduceva la produzione in eccedenza.

Negli Stati Uniti l’intervento fu attuato con il New Deal, nuovo corso, del presidente Roosevelt. Si trattò di un

insieme di misure in diversi campi che rafforzarono l’intervento dello stato federale in materia economica e

sociale.

- Nel SETTORE INDUSTRIALE fu approvata, nel 1933, una legge, il NIRA, National Industrial Recovery

Act, per rilanciare l’attività produttiva ed evitare la sovrapproduzione, obbligando le imprese ad

accettare alcune regole del gioco.

 Si favorì la concentrazione delle imprese, in modo da consentire la riduzione dei costi di

produzione dei manufatti

 Si fissarono dei codici che determinavano prezzi, salari e orario di lavoro.

Il provvedimento fu dichiarato incostituzionale due anni più tardi.

- Nel SETTORE AGRICOLO, il governo americano ritirò le eccedenze dal mercato e concesse sussidi a chi

riduceva le terre coltivate. Quando anche questo provvedimento fu dichiarato incostituzionale, venne

accordata un’indennità a chi lasciava i propri campi a maggese o vi coltivava leguminose per

migliorarne la fertilità.

- In CAMPO BANCARIO, una legge pose fine alle banche miste e stabilì una netta distinzione tra banche

commerciali e banche d’investimento.

Facevano parte del New Deal anche:

- Il piano di sviluppo della valle del Tennessee

L’intervento statale tramite un ente federale, il Tva, Tennessee Valley Authority, permise di costruire

dighe e laghi artificiali, bonificare e irrigare terreni, di portare la corrente elettrica nelle fattorie, di

attuare un rimboschimento e di creare industrie di trasformazione.

- Un vasto piano di lavori pubblici IL PIANO MARSHALL

Durante la guerra, gli Stati Uniti avevano rifornito i loro alleati di materiale bellico e di altri beni di prima

necessità. Alla fine del conflitto erano creditori, credito che aumentò per la vendita di beni indispensabili alla

ricostruzione. Nelle condizioni drammatiche in cui si trovava l’Europa, era impensabile che potesse pagare i

suoi debiti entro breve tempo.

Intanto, molti paesi come gli Stati Uniti, avevano bisogno di esportare la loro eccedente produzione. I paesi

europei non disponevano però dei dollari necessari per acquistare i beni di cui avevano bisogno. Soffriva di una

PENURIA DI DOLLARI.

Gli Americani maturarono allora la convinzione che fosse nel loro interesse, favorire la ricostruzione di tutti i

paesi, alleati e sconfitti, destinati a diventare i loro partner commerciali e alleati politici.

Nel mese di giugno 1947, il generale George Marshall, segretario di Stato americano, propose un piano di aiuti

ai paesi europei che ne avessero fatto richiesta.

L’anno successivo, il Congresso, approvò l’ERP, European Recovery Program, meglio noto come PIANO

MARSHALL, la cui gestione fu affidata all’ECA, Economic Cooperation Administration.

I paesi europei si associarono nell’OECE, organizzazione europea per la cooperazione economica.

I governi dei paesi che avevano bisogno di aiuti, formulavano un piano di interventi con le loro richieste e lo

inviavano all’OECE, che lo esaminava e lo trasferiva all’ECA.

Il Piano Marshall riuscì ad aiutare l’Europa nella sua ricostruzione.

I 18 paesi che facevano parte dell’OECE, costituirono l’UEP, Unione europea dei pagamenti. Esso fu uno

strumento molto efficace per consentire lo sviluppo del commercio internazionale perché permise di superare

il meccanismo degli scambi bilaterali.

Gli scambi fra i paesi aderenti all’UEP non venivano pagati in contanti ma davano luogo a registrazioni contabili,

compensate mensilmente.

L’UEP fu sciolta nel 1958, mentre l’OECE si trasformò nel 1961 in OCSE, organizzazione per la cooperazione e lo

sviluppo economico.

L’ECONOMIA STATUNITENSE DALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLA FINE DEL

NOVECENTO

L’egemonia degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti uscirono rafforzati dalla Seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, il GAP tecnologico dell’Europa

nei loro confronti risultò evidente. La tecnologia americana fu esportata ovunque e si assistette allora a una

sorta di americanizzazione e l’American way of life divenne l’esempio da imitare in tutti i campi.

Gli Stati Uniti erano definitivamente diventati la maggiore potenza politica, militare ed economica del pianeta.

Il dollaro americano era stato posto a base del sistema monetario internazionale e aveva assunto la funzione di

moneta nei pagamenti internazionali.

La crescita degli Stati Uniti riguardò tutti i settori:

- Agricoltura

- Industria

- Commercio estero e commercio interno

- Banche

- Turismo

L’agricoltura fece registrare un incremento della produttività e della produzione. I FARMERS, oltre a godere di

un grande prestigio in una società che ancora ricordava il loro ruolo nella colonizzazione dell’Ovest, avevano un

notevole peso elettorale, specialmente nell’elezione del Senato.

Le imprese continuarono ad ingrandirsi. Le CORPORATIONS divennero più numerose.

Le corporations americane si diffusero in particolare nell’elettronica e nell’informatica, nella chimica e nei

prodotti petroliferi. Molte di esse diedero vita a CONGLOMERATE, imprese che operavano

contemporaneamente in diversi rami produttivi.

Si affermò l’impresa multidivisionale, organizzata in divisioni o settori, ognuno con una sua autonomia

funzionale e gestionale. Si realizzò inoltre la separazione fra le proprietà e il management aziendale.

L’economia americana mostrava però qualche criticità, in particolare nell’approvvigionamento di fonti

energetiche. A partire dal dopoguerra, oltre al petrolio, dovette importare anche molte altre materie prime.

La reaganomics

Gli Stati Uniti realizzarono buoni risultati anche dopo il 1973. Ma negli anni 70 conobbero tuttavia una fase di

stagnazione e aumento dell’inflazione, che portò alla vittoria di Ronald Reagan alle elezioni del 1980 e

all’adozione della politica economica neoliberista della reaganomics.

La lotta all’inflazione fu attuata con provvedimenti monetari e creditizi. Il rilancio della crescita si fondò su:

- Riduzione dell’imposizione fiscale

- Taglio della spesa assistenziale

- Forte aumento della spesa militare

- Decisa liberalizzazione dei mercati finanziari, industriali e del lavoro

- Si cercò di rilanciare la domanda con la diminuzione delle imposte

- Si sostenne l’offerta mediante misure di deregolamentazione per dare maggiore libertà alle imprese.

La DEREGOLAMENTAZIONE riguardò il sistema bancario. Le banche si orientarono verso il tipo di

banca universale e si costituirono gruppi creditizi di notevoli dimensioni.

Con la reaganomics, le disuguaglianze sociali aumentarono.

Le elevate spese per la difesa non consentirono una riduzione del deficit del bilancio federale, il quale aumentò,

come il debito pubblico. Queste spese militari erano necessarie per contrastare l’Unione Sovietica, definita

l’impero del male.

A partire dalla fine degli anni 80, gli Stati Uniti divennero debitori perché importavano capitali, indebitandosi

verso l’estero.

Nella seconda metà degli anni 90, l’economia americana conobbe un lungo ciclo espansivo che fece scomparire

il disavanzo del bilancio statale e ridurre il debito pubblico.

Nel 1987 si verificò la crisi borsistica. Wall Street segnò in pochi giorni un enorme calo delle quotazioni. La fase

espansiva continuò poi anche negli anni successivi, nonostante la breve crisi seguita all’attacco terroristico alle

Torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001.

IL DECENNIO PERDUTO DEL GIAPPONE

Il Giappone, per i successi raggiunti, risentì meno di altri paese delle crisi petrolifere degli anni 70.

La crescita del Pil rallentò, ma conservò livelli superiore a quelli dell’Europa e degli Stati Uniti.

Si procedette a una ristrutturazione produttiva, attraverso l’introduzione di nuovi metodi e l’utilizzazione diffusa

dei robot.

Negli anni 80, quando il Giappone era diventato la seconda potenza economica mondiale, la sua crescita si

intensificò. L’incremento medio annuo del Pil pro capite era di circa il 3,5%.

Negli anni 90 invece l’incremento del Pil pro capite crollò. Che cosa era successo?

Il Giappone era stato investito da una grave crisi. Le cause sono da ricercarsi nella crescita precedente, durante

la quale le esportazioni verso gli Stati Uniti erano aumentate e il governo aveva adottato una politica di

espansione del credito, mediante la riduzione del tasso di interesse.

La disponibilità di moneta risultò elevata e i giapponesi effettuarono investimenti in titoli azionari e in immobili.

Nella seconda metà degli anni 80, il corso delle azioni triplicò e i prezzi degli immobili raddoppiarono, mentre il

livello dei prezzi rimaneva stabile e i consumi aumentavano.

La bolla scoppiò all’inizio del 1990 quando alcuni investitori cominciarono a vendere le loro azioni, mentre la

Banca del Giappone aveva alzato il tasso ufficiale di sconto.

L’indice della Borsa crollò. Le conseguenze furono:

- Gli istituti finanziari e le banche non recuperarono i loro crediti e molti fallirono

- Il credito bancario si ridusse notevolmente

- I consumi ristagnarono

- Parecchie industrie dovettero ridurre la produzione

- La disoccupazione aumentò

Così, tutta l’economia entrò in crisi. Perciò si è parlato, a proposito del difficile periodo attraversato dal Giappone

negli anni 90, di un decennio perduto.

Per contrastare la crisi:

- Fu avviato un piano di grandi lavori pubblici

- Il costo del denaro fu portato a livelli bassissimi

- Si avviò un processo di deregolamentazione

- Furono introdotte forme di protezione per alcune industrie e si fece ricordo al dumping

Solo nei primi anni del nuovo secolo, l’economia Giapponese mostrò segni di ripresa.

- Il Pil pro capite aumentò fra il 2002 e il 2007.

- Poi accusò una forte diminuzione durante la crisi del 2008 e 2009.

- Infine, la forte ripresa del 2010 fu compromessa dal violento terremoto e del conseguente disastro di

Fukushima. MERCATO COMUNE EUROPEO

Nel secondo dopoguerra, fu avviato un processo di integrazione economica che successivamente portò alla

nascita dell’Unione Europea.

All’inizio, gli sforzi principali furono concentrati sull’ampliamento dei mercati. Si riteneva che solo mercati più

ampi e imprese di maggiori dimensioni potessero assicurare un aumento della produttività.

Il primo passo verso l’integrazione europea fu compiuto da tre piccoli stati:

1. Belgio

2. Paesi Bassi

3. Lussemburgo

Essi diedero vita nel 1948 a un’unione doganale, il BENELUX, che decise la libera circolazione delle merci al suo

interno e introdusse un’unica barriera doganale esterna.

Nel 1951, fu fondata, con il Trattato di Parigi, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, CECA, alla quale

parteciparono:

- Francia

- Germania occidentale

- Italia

- Tre paesi del Benelux

La sua durata era prevista per 50 anni, quindi ebbe termine nel 2002. Era un’unione doganale per il carbone, il

coke e l’acciaio ed esercitava il controllo sulla produzione e sulla vendita di essi.

Con i trattati di Roma del 1957, i sei paesi che avevano dato origine alla CECA, costituirono:

- CEE, comunità economica europea, chiamata anche MEC, mercato comune europeo

Si prefiggeva la libera circolazione delle merci, dei lavoratori, dei capitali e dei servizi. Permise

l’eliminazione dei dazi tra gli Stati membri.

- CEEA o EURATOM, comunità europea per l’energia atomica

Si proponeva di promuovere lo sviluppo delle ricerche e la diffusione della conoscenza in materia

nucleare

La Gran Bretagna fu invitata ad entrare nel nuovo organismo, ma non vi aderì perché non voleva rinunciare alla

sua sovranità. Promosse però l’EFTA, associazione europea di libero scambio, entrata in funzione nel 1960,

composta quindi da:

- Gran Bretagna

- Svizzera

- Austria

- Portogallo

Comunque qualche anno dopo, chiese di essere ammessa al Mercato Comune uscendo dall’EFTA.

Tra gli anni 70 e gli anni 80, aderirono poi:

- Francia

- Irlanda

- Danimarca

- Grecia

- Spagna

- Portogallo

Una notevole importanza riveste la PAC, politica agricola comunitaria.

La sua attuazione non fu però facile per le divergenze di interessi fra i paesi dell’Europa settentrionale,

produttori di cereali, latte e derivati, e fra i paesi dell’Europa meridionale, produttori di ortaggi, vino e olio.

Con i paesi del Terzo Mondo, la Comunità europea stipulò diverse convenzioni, a partire da quella di Yaoundé,

nel Camerun. L’UNIONE EUROPEA E L’EURO

Le crisi petrolifere degli anni 70 e il crollo del sistema dei cambi fissi, colpirono in modo particolare i paesi

dell’Europa occidentale.

Rallentava inoltre la crescita demografica e il vecchio continente fu interessato da un imponente flusso di

immigrazione. I principali problemi erano:

- Disoccupazione

Raggiunse livelli altissimi e si riuscì a sopportarla solo grazie al sistema di sicurezza sociale.

- Inflazione

I giovani tralasciarono un’efficace politica di lotta alla disoccupazione per puntare sulla stabilità dei

prezzi. Essendo saltato il sistema dei cambi fissi, si temeva in un’iperinflazione e si adottarono

POLITICHE RESTRITTIVE DEL CREDITO.

La necessità di combattere l’inflazione era dovuto a un obiettivo che i paesi volevano perseguir: realizzare

l’unione monetaria.

Venne costituito, nel 1979, lo SME, sistema monetario europeo. Esso prevedeva la fissazione di una parità fra le

monete aderenti e la possibilità di oscillazioni del 2,25 % in più o in meno.

La lira italiana, più debole, fu autorizzata a fluttuare del 6% fino al 1990.

Le parità furono calcolate in una nuova unità di conto, l’ECU, European currency unit, composta di un paniere di

monete europee.

Lo SME conseguì modesti risultati, fino al 1992, quando entrò in crisi.

Nello stesso anno, 1992, veniva stipulato il Trattato di Maastricht, Olanda, con il quale la Comunità economia

europea si sarebbe trasformata in UNIONE EUROPEA.

Fu introdotta una moneta unica, l’EURO e vennero fissati rigidi criteri di convergenza.

L’euro fu introdotto:

- Nel 1999 come moneta di conto

- Nel 2002 come moneta effettiva

Esso fu adottato da 12 paesi, con l’importante e significativa eccezione della Gran Bretagna, che continuò ad

usare la sterlina.

L’emissione dell’euro è stata affidata alla BCE, Banca centrale europea.

In seguito, l’Unione si è ulteriormente allargata fino a comprendere 27 stati.


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GioQueen

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e finanza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GioQueen di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Rinaldi Alberto.

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