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Riassunto esame Storia economica, prof. Balletta, libro consigliato Storia economica: Secoli XVIII-XX Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia economica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente del libro Storia economica:. Secoli XVIII-XX, Balletta. sui seguenti argomenti: LA SOCIETA’ PREINDUSTRIALE E LE RIVOLUZIONI INDUSTIALI; LE CARATTERISTICHE DEL SECOLO DEI LUMI; L’ECONOMIA DEGLI STATI EUROPEI; LA CINA, IL GIAPPONE E L’AMERICA; LA... Vedi di più

Esame di Storia economica docente Prof. F. Balletta

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ESTRATTO DOCUMENTO

diedero loro la possibilità di salvarsi quando furono in difficoltà. Infatti il Credito

Mobiliare, nel 1866, fu coinvolto dalla crisi del mercato edilizio,dalla crisi industriale e

finanziaria che si abbatté sulla Francia. La crisi si aggravò perché all’istituto non fu

consentito di emettere obbligazioni. La Banca di Francia non volle aiutarlo e la società fu

sciolta. CAPITOLO QUARTO

L’UNIFICAZIONE DELLA GERMANIA E LA RAPIDA CRESCITA DELLA

SUA ECONOMIA

Il paese era diviso dall’Elba: nella parte orientale vi era la grande proprietà dello Junker, che

veniva coltivata dai servi slavi; nella parte occidentale erano diffusi i piccoli appezzamenti di

terra nelle mani dei contadini. L’emancipazione dei contadini non derivò da un movimento

che partì dal basso , ma fu voluto dai governanti del paese. I primi provvedimenti furono

presi dal barone Von Stein, che abolì la servitù della gleba, consentì ai contadini di

acquistare un appezzamento di terra, favorì la costituzione di poderi continui.

Successivamente il cancelliere di Prussia Handerberg emanò un editto che consentì ai

contadini, possessori di poderi con diritto ereditario, di cedere 1/3 delle terre possedute al

signore e divenire proprietario della parte rimanente. Nella Germania Occidentale

l’abolizione dei diritti feudali e l’emancipazione dei contadini si ebbe durante l’occupazione

francese, oppure durante la Restaurazione. In Austria la servitù della gleba fu abolita da

Giuseppe II nel 1781. Anche in Germania le innovazioni della produzione industriale si

ebbero con notevole ritardo rispetto all’Inghilterra. L’avvio della rivoluzione industriale va

collocato nel periodo compreso fra 1834 e il 1870. la ragione principale del ritardo fu la

divisione politica del paese e la conseguente divisione economica. Il maggiore intralcio

derivava dalle barriere doganali. Lo sviluppo dell’economia prese l’avvio solo dopo la

formazione dell’unione doganale. La maggiore sostenitrice dell’unione fu la Prussia,

desiderosa di conquistare l’egemonia su tutta la Germania. Contrari all’unione doganale

erano l’Austria ed altri stati minori che non sopportavano la supremazia prussiana; così si

formarono tre leghe: la lega del Sud, la lega del Nord(Prussia) e la lega del Centro. La

Prussia riuscì a stipulare un trattato di commercio con la lega del Sud. Intanto continuò la

lotta, tra Prussia e Austria, per la supremazia economica e politica su tutto il territorio della

Germania, la Prussia uscì vittoriosa dal contrasto con l’Austria, vittoria che fu coronata da

un ulteriore successo allorché nel 1871 riuscì a creare un solo stato che comprendeva tutto il

territorio tedesco. Però il protezionismo solidale voluto da Bismarck- ossia quella politica

che proteggeva contemporaneamente l’agricoltura e le industrie- non sempre fu benefica per

l’economia del paese. Nei primi decenni dell’800, la maggior parte delle industrie tedesche

aveva un’organizzazione domestica o artigianale. Negli anni Trenta con la diffusione delle

fabbriche, l’attività della industrie domestiche andò diminuendo. Gli artigiani lavoravano nei

centri urbani organizzati in corporazioni che avevano fissate rigide regole per il lavoro da

effettuare. Per l’unione doganale, per la diffusione delle ferrovie, per la concorrenza dei

prodotti delle fabbriche, l’attività artigianale fu mes s a in cris i.

Quando fu realizzata l’unione doganale, il governo prussiano fondò l’Istituto Industriale

con lo scopo di incoraggiare la sperimentazione e la diffusione dei nuovi metodi di

produzione. I risultati dei mutamenti che si ebbero nel settore industriale e nei trasporti

furono la maggiore diffusione delle macchine, la costituzione delle prime grandi fabbriche.

Tale espansione industriale fu arrestata dalla crisi agricola del 1846-1847 e la rivoluzione

del 1848. Nonostante i progressi industriali, alla metà del secolo, l’economia tedesca era

ancora prevalentemente agricola. La completa industrializzazione della Germania si ebbe

con il raggiungimento nel 1871 dell’unificazione politica. Dopo tale traguardo si attuò la

seconda rivoluzione industriale, che portò la Germania, alla vigilia della prima guerra

mondiale, ad essere il paese più industrializzato d’Europa. Le prime profonde

trasformazioni si ebbero nell’industria mineraria. Nel settore dell’abbigliamento la

lavorazione artigianale fu sostituita dal sistema del mercante-imprenditore. Nei pressi dei

fiumi furono aperti grandi mulini per la trasformazione dei cereali importati. La produzione

di elettricità crebbe rapidamente quando fu impiegata per l’illuminazione. Gli scambi

commerciali migliorarono grazie ad un’efficiente rete di vie e mezzi di comunicazione. Gli

industriali tedeschi per difendersi dalle conseguenze della concorrenza crearono i cartelli per

accordarsi sui prezzi di vendita , sui salari da pagare ecc… Nella prima metà dell’800

circolavano monete metalliche e biglietti emessi dagli stati e dalle banche. Tutti gli stati della

Germania avevano un proprio sistema monetario. Quando si avviò l’unione doganale ci si

rese conto che occorreva dare uniformità al sistema monetario. I primi passi furono

compiuti quando fu stipulata una convenzione fra gli stati della Germania del Sud che

adottarono una moneta comune, il fiorino d’argento. Un ulteriore passo verso

l’ammodernamento del sistema monetario metallico si ebbe con l’unificazione politica della

Germania. Si adottò come nuova unità monetaria il marco d’oro. In tal modo venne

abbandonato il monometallismo argenteo e si introdusse il monometallismo aureo. La banca

più importante della Germania era quella di prussica, che non aveva il monopolio della

emissione dei biglietti, poiché vi erano altre piccole banche di emissione, era sottoposta per

mezzo di un consiglio di vigilanza, al controllo del governo. I tedeschi furono i primi in

Europa a creare la banca mista, poiché unirono , nelle stesse mani, la funzione di banca

commerciale, per le operazioni a breve termine, con la funzione di banca di investimento,

per le operazioni a lungo termine. Una ragione del successo delle banche miste fu la

specializzazione che esse acquisirono in diversi campi di attività. Il deputato Schulze

propagandò l’idea dell’associazionismo e della cooperazione nel settore del credito e fu

l’ideatore delle banche popolari. Queste banche avevano lo scopo di invogliare i soci a

risparmiare, piuttosto che facilitare loro l’accesso ai prestiti. In Italia, ardente apostolo della

diffusione delle banche popolari fu Luzzatti.

CAPITOLO QUINTO

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA

In Italia lo sviluppo industriale fu molto più lento e tardivo. Gli ostacoli che impedivano la

crescita dell’economia erano diversi: la carenza di materie prime e di carbone, la diversità di

clima tra le diverse parti del territorio, la prevalenza di zone montuose e l’esistenza di

diversi sistemi politici. Così l’Italia per allinearsi allo sviluppo economico dei paesi più

progrediti fu costretta ad indirizzarsi sulla produzione di beni di qualità, che richiedeva

particolare cognizioni tecniche. Nelle regioni settentrionali alcuni contadini acquisirono il

diritto di proprietà, altri furono invece costretti a lasciare le terre. Nello Stato Pontificio e nel

Regno delle Due Sicilie i diritti feudali impedivano la commercializzazione delle terre e

l’introduzione di nuove tecniche colturali. Quando la penisola fu occupata dai

francesi(1796-1815) e furono introdotte le riforme della Rivoluzione, i vantaggi delle

innovazioni furono sentiti più nell’Italia Centrale e Meridionale e meno nelle regioni

settentrionali. L’occupazione napoleonica presentò aspetti positivi e aspetti negativi. Tra i

primi quello che ebbe maggiore importanza fu la definitiva abolizione di istituzioni residui

del feudalesimo. Tra i negativi, l’elevata pressione tributaria, l’arruolamento in massa dei

giovani, la crisi della maggior parte delle industrie dovuta principalmente al blocco

continentale. Dalla caduta di Napoleone alla metà dell’800, in quasi tutti gli stati italiani, fu

adottata una politica doganale protezionistica. Il Mezzogiorno compì alcuni progressi grazie

alla politica protezionistica instaurata dai Borboni dopo il 1824, e grazie al contributo di

capitali e tecnici stranieri. Non mancavano industrie per la tessitura della seta, come quelle

di San Leucio, che introdussero nuovi macchinari e adottarono nuove tecniche di

lavorazione. Nel napoletano si svilupparono aziende per la lavorazione del vetro e della

ceramica. Intorno alla metà dell’800 furono compiuti buoni progressi: furono messe a

coltura nuove terre, alcuni agricoltori si recarono in Inghilterra per apprendere nuove

tecniche. Le innovazioni, però, restarono circoscritte a poche zone. Quando, nel 1861, si

realizzò l’unità politica della penisola, il 57% del prodotto interno derivava dall’agricoltura.

Nel 1861 la politica liberistica sarda fu estesa a tutto il regno. Pesanti furono le conseguenze

per le industrie del Mezzogiorno,punto dolente dell’economia italiana, che non erano

preparate a far fronte alla concorrenza straniera. Nel primo ventennio dell’Unità, la politica

doganale liberistica mise in grave difficoltà le aziende industriali del Mezzogiorno, abituate

ad operare nella serra della politica protezionistica dei Borboni. La politica liberistica del

primo decennio dell’Unità non agevolò lo sviluppo economico del paese. Tali difficoltà si

aggravarono allorché iniziò il periodo della grande depressione dei prezzi. Si decise allora di

introdurre una politica protezionistica rafforzata da una nuova tariffa doganale che causò la

guerra dei dazi e della guerra commerciale con la Francia che era la maggiore importatrice

di prodotti agricoli italiani. Italia e Francia entrarono in piena guerra commerciale; la più

danneggiata fu l’Italia che vide dimezzare le esportazioni di molti prodotti agricoli. Tuttavia

bisogna riconoscere che la nuova tariffa doganale aprì la strada al decollo dell’economia

italiana. All’inizio del ‘900 il panorama dell’assetto fondiario del paese era cosi delineato:

1)grandi latifondi;2)grandi proprietà;3)medie e piccole aziende;4)piccole o piccolissime

proprietà con scarso rendimento. Dopo il 1896 la situazione mutò: le esportazioni

superarono le importazioni e la bilancia dei pagamenti, per diversi anni registrò un saldo

positivo. A concedere crediti alle industrie furono le nuove banche miste(Banca

Commerciale Italiana e Credito Italiano) che usufruivano dell’esperienza tedesca. L’esempio

di maggior rilievo di industria che si avvantaggiò dell’appoggio delle banche e del governo,

si ebbe nel settore automobilistico, in particolare la Fiat. Dopo il 1850 la politica doganale

cambiò in base alle condizioni economiche dei singoli stati e alla volontà dei governi. Nel

primo decennio dell’unità italiana tale politica fu rafforzata dai trattati di commercio stipulati

con diversi paesi europei, in particolare con la Francia, l’Inghilterra, l’Austria e la Svizzera.

Nell’ultimo periodo contribuirono a mantenere in attivo la bilancia, gli emigrati, che

facevano grandi sacrifici per inviare in patria i loro risparmi.

In ciascuno degli stati regionali vi era un diverso sistema monetario. Dopo l’unità d’Italia,

allorché si procedette all’unificazione del sistema tributario si unificò anche il sistema

monetario. Fu adottato il bimetallismo; la nuova moneta con corso legale era la lira d’oro,

mentre le monete di piccolo tagli erano di argento. L’Italia con altri 4 stati europei aderirono

alla Unione Monetaria Latina che successivamente si avviò verso il monometallismo aureo.

In Piemonte vi erano la Banca di Sconto , Depositi e Conti Correnti e la Banca di Torino

che, nel 1849,si fusero e diedero vita alla Banca Nazionale Sarda che dopo l’Unità d’Italia

prese il nome di Banca d’Italia. Nello Stato Pontificio, nel 1834, fu aperta la

Banca .

Romana che fu assorbita successivamente dalla Banca dello Stato Pontificio. Nel

Mezzogiorno non vi erano veri e propri istituti di emissione, ma operava il Banco delle Due

Sicilie. In generale, gli istituti elencati, oltre ad emettere moneta, svolgevano anche

operazioni bancarie.subito dopo l’Unità d’Italia, come si era unificata la moneta metallica, si

pensò di unificare la circolazione cartacea, suoi sostenitori furono Cavour e i suoi seguaci e

Carlo Bombrini. Nel primo decennio dopo l’Unità nazionale le entrate non coprivano le

uscite così fu indispensabile ricorrere al debito pubblico. Il ministro delle finanze Antonio

Scialoja, decretò il corso forzoso, ossia l’inconvertibilità in oro dei biglietti della Banca

Nazionale. L’introduzione del corso forzoso, in Italia, fu oggetto di un lungo dibattito. Fu

proprio il corso forzoso che diede una spinta al risanamento delle finanze. Un primo passo

verso l’abolizione del corso forzoso fu fatto con la legge bancaria del 1874 che regolò e

pose dei limiti al potere e all’emissione dei biglietti della Banca Nazionale; tale legge

bancaria distinse i biglietti emessi dalle banche per conto dello stato dai biglietti emessi dalle

banche per le proprie operazioni. Nel 1881 fu approvata la legge che abolì il corso forzoso;

ma di fatto gli istituti di emissione continuarono ad utilizzare il corso forzoso. Fu allora

aperta un’inchiesta sull’attività delle banche, che portò alla luce gravi irregolarità. La

divulgazione di esse portò al collasso l’intero sistema bancario. Fu necessario quindi

riordinare l’attività degli istituti di emissione. Visto che gli istituti di emissione si rifiutavano

di cambiare i biglietti in moneta metallica, nel 1894, fu introdotto di nuovo il corso forzoso

che rimarrà fino ai giorni nostri. Alla Banca d’Italia fu affidato il servizio di tesoreria dello

stato su tutto il territorio nazionale.

Il sistema creditizio, nel periodo compreso tra la Restaurazione e l’Unità d’Italia, era

marcatamente arretrato. I banchieri privati, svolgevano un’attività limitata alla concessione

di crediti di esercizio. Erano molto diffusi: i monti di pietà che concedevano piccoli prestiti

alle famiglie bisognose dietro garanzia di oggetti preziosi; i monti frumentari, che

prestavano semi di grano ai contadini poveri. L’unica novità di rilievo fu la diffusione delle

casse di risparmio nell’Italia Centro-settentrionale. La costituzione delle casse si ebbe per

iniziativa di privati e di enti privati. Nel primo ventennio dell’unità nazionale, nel sistema

bancario, si ebbe un ampliamento dell’attività e la costituzione di nuovi tipi banche: credito

mobiliare, casse di risparmio postale, banche popolari, casse rurali. Per iniziativa del

ministro delle finanze Sella furono costituite le casse di risparmio postali. I depositi

raccolti , venivano trasferiti ad un ente dello stato chiamato Cassa Depositi e Prestiti che li

investiva in titoli pubblici. La diffusione delle banche popolari fu merito di Luigi Luzzatti,

per la cui volontà la responsabilità dei soci non fu illimitata, come per le banche tedesche,

bensì limitate alle quote sociali. Il credito fondiario costituì una speciale sezione dell’attività

di alcuni istituti: Cassa di Risparmio di Milano, Banco di Napoli, Monte dei Paschi di

Siena. I crediti agrari venivano distinti in crediti di esercizio a breve termine e crediti di

miglioramento a lungo termine. Nei primi 40 anni di vita del nuovo regno il sistema

bancario italiano fu colpito da due crisi, che provocarono il calo delle operazioni e il

fallimento di numerosi istituti di credito. La crisi portò l’affermazione di 4 banche di credito

mobiliare: Banco di Roma - Società Bancaria Italiana – Credito Italiano – Banca

Commerciale Italiana che si sostituirono alle banche fallite nella politica creditizia. Il Banco

di Roma riuscì a sopravvivere alla crisi perché limitò la sua attività al Lazio. La S.B.I. fu

salvata dalla Banca d’Italia. Il C.I. e la B.C.I. assunsero la funzione di banche miste del tipo

tedesco. Quando la crisi si aggravò fu necessario un consorzio tra queste 4 banche insieme

alla Banca d’Italia che riuscì a mettere insieme circa 100 milioni da prestare alle aziende

siderurgiche. CAPITOLO SESTO

L’ECONOMIA DELLA RUSSIA E DEL GIAPPONE

Le innovazioni che furono introdotte nelle tecniche di coltivazione delle terre nei paesi

europei, nell’800, non arrivarono in Russia. I rendimenti erano migliori nella parte

meridionale del paese, dove vi erano le fertili terre lavorate dai servi della gleba; erano

peggiori nella parte settentrionale. La quasi totalità dei poderi era nelle mani dei nobili e

della corona. I lavori agricoli venivano fatti dai coloni vincolati alla terra come servi.

Dell’emancipazione dei coloni si cominciò a discutere fin dai primi anni dell’800; la nobiltà

era favorevole all’emancipazione, a condizione che i coloni restituissero una parte delle terre

in loro possesso. A tale cessione non erano disposti a sottostare i coloni. Nel 1861 lo zar

Alessandro II emanò una serie di provvedimenti che abolivano la schiavitù personale. I

contadini avrebbero dovuto pagare un indennizzo al signore per mezzo di un prestito che lo

stato gli concedeva. Lo stato ritenendo che i contadini non fossero capaci di restituire i

debiti contratti, pensò di non assegnare le terre ai singoli ma al mir. Il mir divenne

responsabile del pagamento delle annualità per tutte le terre del villaggio. Il provvedimento

scontentò i nobili che si videro sottratti di manodopera, e non accontentò i contadini perchè

il reddito che ricavano dalle terre non era sufficiente per far fronte ai pagamenti. Il

malcontento dei contadini degenerò in una vera e propria rivoluzione che fu subito repressa.

Il ministro Stolypin emanò dei provvedimenti di riforma agraria che stabilivano il

passaggio graduale della proprietà collettiva in proprietà individuale. Tale movimento di

privatizzazione fu interrotto dalla rivoluzione bolscevica del 1917. L’industrializzazione

della Russia si ebbe solo alla fi9ne dell’800, grazie all’aiuto dello stato ed al contributo di

capitali stranieri. Pietro il Grande e Caterina II non erano riusciti a fare della Russia una

grande potenza economicxa,. La loro opera fu distrutta dall’invasione napoleonica. Gli

slavofili erano contrari al progresso della borghesia e temevano lo sconvolgimento che

avrebbe arrecato alla cultura russa il lavoro disumanizzante del proletariato nelle fabbriche.

Essi non respingevano l’industrializzazione ma volevano che fosse realizzata sotto il

controllo dei contadini. Fino agli anni Settanta l’economia russa fu basata sull’esportazione

dei prodotti agricoli. Le cose cominciarono a mutare dopo l’emancipazione dei contadini

poichè si colpì maggiormante l’inerzia dei dirigenti e dei governanti. Tale colpo si aggravò

allorchè caddero i prezzi agricoli per la concorrenza dei cereali degli Stati Uniti. Lo Stato

sostituendo l’iniziativa privata assente o incapace, divenendo proprietario, imprenditore e

finanziere sostenne lo sviluppo industriale. Lo stato aumentò notevolmente le imposte. Per

difendersi dalle crisi, gli industriali si riunirono in sindacati o cartelli per controllare il

mercato. Un altro notevole contributo alla ripresa fu dovuto ai finanziamenti concessi alle

industrie dalle banche miste che attinsero a piene mani ai capitali stranieri. Alla vigilia della

prima guerra mondiale l, la Russia non era ancora in grado di soddisfare la domanda interna

e necessitava di capitali e tecnici stranieri.

Abbiamo visto come il governo dello shagunato non fu in grado di attuare una politica di

sviluppo economico. Il malcontento sfociò in gravi tumulti contro gli shonin, che si

arricchivano sempre più a spese dei più poveri. I Tokugawa governavano il paese

el’imperatore aveva perso ogno potere politico ed amministrativo. Così il gruppo dei

daimyo, che aveva consolidato il proprio potere economico si alleò per abbattere lo

shagunato e ridare il potere all’imperatore. Fecero emanare un decreto imperiale che abolì lo

shagunato. Il provvedimento provocò una guerra civile tra la famigli dei tokugawa e i ricchi

daimyo, che si risolse a favore dei secondi, sostenitori dell’imperatore. Il nuovo regno, che

prese il nome di governo illuminato, fu aperto allo sviluppo economico e all’intensificazione

delle relazioni internazionali. I nuovi governanti si schierarono a favore dei commercianti,

degli industriali e dei feudatari aperti alle innovazioni economiche. Indice dei successi

realizzati in campo politico, militare ed economico fu la vittoria del Giappone contro la Cina

nella guerra del 1894-1895 scoppiata per l’espansione nipponica in Corea. Il Giappone si

interessò poi alla penisola di Liatung; tale interessamento portò il Giappone ad essere rivale

della Russia. Tali rivalità sfociarono nel grande conflitto russo-giapponese del 1904 che fu

vinto dal Giappone grazie all’appoggio della Gran Bretagna. Per dare un nuovo impulso

all’attività agricola il governo illuminato dovette eliminare la struttura feudale, che impediva

le innovazioni tecniche. Quindi fu attuata la riforma agraria e la revisione dell’imposta

fondiaria. Le banche nazionali furono autorizzate ad emettere biglietti gatantiti dai titoli

acquistati dagli ex-feudatari. Il potere economico, detenuto per mezzo delle terre, dei

feudatari si tramutò in potere monetario. Il governo Meiji si preoccupò del miglioramento

della produttività agricola: inviò all’estero gli esperti per studiare le nuove tecniche colturali,

fondò scuole agrarie, si preoccupò della concimazione dei campi. Fin dal 1868 l’industria

giapponese ebbe carattere artigianale. Dopo il 1868, con il governo Meiji, la politica

economica fu diretta a sviluppare le industrie: istituì scuole professionali, richiamò all’estero

insegnanti e tecnici esperti, importò nuove macchine. L’industria privata si mosse con

lentezza. Con una legge del 1880 lo stato vendette una parte delle sue imprese ai privati, ad

un prezzo molto basso per stimolare l’iniziativa privata. Lo sviluppo industriale fu anche

favorito dalla grande disponibilità di manodopera a buon mercato. Richieste di stabilire

rapporti commerciali con il Giappone furono inviate allo shogun dai governi di Francia,

USA, Olanda ecc..Quando il governo nipponico rifiutò una missione commerciale

americana gli Stati Uniti inviarono l’ammiraglio Perry per consegnare un messaggio allo

shogun. L’ammiraglio nel ripartire sparo qualche cannonata, in segno di saluto, che suonò

ai nipponici come una minaccia. Quando l’ammiraglio ritornò ottenne la firma di un trattato

commerciale. Nel giro di pochi decenni le relazioni economiche internazionali divennero il

supporto essenziale allo sviluppo capitalistico del paese. Nel primo decennio del governo

Meiji si riuscì a riordinare la circolazione monetaria. Successivamente si ebbe una crescita

delle disponibilità monetarie con lieve tendenza inflazionistica. Il primo provvedimento

governativo per il riordino del sistema monetario fu la riconiazione delle monete metalliche.

Il problema di rendere convertibile la cartamoneta fu risolto solo nel 1886, quando furono

emesse banconote della Banca del Giappone. Nel 1897 il Giappone adottò il gold standard,

ossia agganciò la moneta all’oro e il valore dello yen fu ridotto alla metà. L’operazione fu

favorita dall’indennità ricevuta dalla Cina dopo la guerra 1894-1895. Con la restaurazione

Meiji il sistema bancario fu costituito dalle banche nazionali, dalla Banca del Giappone,

dalle banche private di credito commerciale( i cui fondatori erano banchieri, mercanti,

proprietari terrieri, ecc..), dalle quasi banche(concedevano crediti e facevano operazioni

commerciali- nel 1890 una legge stabilì che tutte le banche private e le quasi banche

dovevano trasformarsi in banche ordinarie), dalle banche speciali(il primo istituto di credito

speciale fu la Banca di Yokohama, con lo scopo di finanziare il commercio estero e creare

un mercato di cambi), dalle casse di risparmio(le casse di risparmio ebbero un rapido

sviluppo, questa era la dimostrazione della diffusa abitudine dei giapponesi al risparmio).

Le banche nazionali potevano avere il 60% del capitale in titoli di stato e la parte rimanente

in moneta metallica, avevano il diritto di emettere biglietti. Le banche nazionali non ebbero

successo, perché i giapponesi ancora diffidavano delle banconote. Le banche nazionali

troppo avvantaggiate dalla facilità di emettere cartamoneta inconvertibile spesso crearono

confusione nella circolazione. Il compito di mettere ordine nell’emissione dei biglietti fu

affidato a Matsukata. Il suo programma prevedeva di togliere il diritto di emissione alle

banche nazionali e affidarlo ad una banca unica centrale di tipo europeo. Nel 1882 fu creata

la Banca del Giappone sotto forma di società anonima; essa ebbe il monopolio

dell’emissione dei biglietti convertibili.

CAPITOLO SETTIMO

IL NUOVO CONTINENTE NELL’OTTOCENTO

In America e in Australia ,mancava il sistema feudale che costituiva un grosso ostacolo

all’introduzione di qualsiasi innovazione tecnica. Lo spirito dei pionieri, quelli che per primi

arrivavano nelle nuove terre, caratterizzò tutta la storia dei successi realizzati dagli Stati

Uniti nell’800 e nel ‘900. alla conquista dell’Ovest partecipò in modo attivo il governo con

4 forme di intervento: 1)acquistando o conquistando le terre che appartenevano ad altre

nazioni;2) cacciando con la forza gli indiani; 3) vendendo le terre a coloro che desideravano

dissodarle;4)organizzando i territori in stati e comuni. Dall’ultimo decennio del Settecento

allo scoppio della prima guerra mondiale gli Stati Uniti realizzarono grandi progressi. Il

lento sviluppo del primo periodo derivava da varie cause. Dalla politica inglese che aveva

impedito la costituzione di industrie; dalla mancanza di manodopera specializzata; dalle

guerre napoleoniche. Nel primo ventennio dell’800, gli Stati Uniti beneficiarono delle

innovazioni tecniche inglesi che gli intraprendenti americani introducevano nel paese

adattandole alle esigenze interne. Tra le tante innovazioni di quel periodo bisogna ricordare

la fresa universale e il tornio a torretta. Lowell fu l’imprenditore che diede la maggiore

spinta all’industria tessile perché riuscì ad impadronirsi del progetto per la costruzione del

telaio meccanico inglese. Fu introdotto il sistema americano, che consisteva nella creazione

di un oggetto con il montaggio a catena. Altro mutamento radicale nell’organizzazione delle

imprese si ebbe con la concentrazione; si formarono pools, trusts, holding companies che

miravano a dare al gruppo più ricco il controllo di un intero settore produttivo. Nei primi 25

anni dell’800 fu costruito il canale Erie e si collegarono i laghi a Nord della Federazione. In

tal modo fu dimezzato il tempo e il costo del trasporto. Questi successi invogliarono la

costruzione di altri canali. Il primo battello a vapore, impiegato per la navigazione sull’

Hudson , fu costruito nel 1807. Relativamente alla politica doganale attuata dagli Stati Uniti,

il periodo che precedette la guerra di Secessione si può dividere in tre parti: il primo fu

prevalentemente fiscale; nel secondo periodo, furono approvate tre tariffe che rafforzarono

il protezionismo; nel terzo periodo fu attuata una politica liberistica. La guerra di Secessione

fu vinta dagli stati del Nord, che si affrettarono a rafforzare la politica protezionistica. Le

imprese degli Stati Uniti trassero grandi vantaggi dal protezionismo applicato nei confronti

dei prodotti stranieri. La rivoluzione per l’indipendenza delle colonie inglesi dell’America

Settentrionale fu finanziata dai prestiti e dall’emissione di banconote. Nel 1792 il governo

federale adottò il sistema bimetallico con la moneta base costituita dal dollaro di oro e di

argento. Le maggiori banche di emissione erano tre: la Banca dell’America del Nord, la

Banca di New York e la Banca del Massachusetts. Nel 1791 fu costituita la Bank of the

United States; essa effettuava il servizio di tesoreria del governo federale, emetteva

banconote garantite, faceva le operazioni di una banca commerciale. Nel 1840 il servizio di

tesoreria fu affidato alla Cassa Nazionale Indipendente e scomparve la Banca degli Stati

Uniti che era precedentemente fallita. Con lo scoppio della secessione il segretario del

Tesoro emise nuove banconote, le greenbacks. Durante la Secessione il congresso approvò

due leggi che introdussero il sistema delle banche nazionali con il quale si cominciò a

mettere ordine al sistema bancario e nel sistema monetario; le due leggi prevedevano la

creazione delle banche nazionali. Terminata la guerra di Secessione il governo federale

dispose il ritiro dalla circolazione dei greenbacks. Le leggi bancarie approvate durante la

guerra di secessione avevano dato vantaggi e svantaggi al sistema bancario. Tra i primi

bisogna annoverare la mobilità di capitale fra le banche nazionali, la scomparsa delle banche

di stato, la creazione di biglietti piuttosto solidi. Le difficoltà create da quelle leggi

derivavano dalle barriere poste per entrare nel sistema bancario , dalla scarsa elasticità per

l’emissione delle monete. Queste difficoltà si avvertirono bene allorché scoppiò una crisi

economica provocata dalle speculazioni effettuate sul mercato del rame, nella quale fu

coinvolto il sistema bancario. La legge di riforma, che abolì le pecche del sistema bancario,

fu approvata nel 1913 e prese il nome di Federal Reserve Act che creò il Sistema della

Riserva Federale cioè furono istituite una dozzina di banche centrali. Al vertice si trovava il

Federal Reserve Board e poi venivano le dodici Federal Reserve Banks e infine le banche

affiliate, ossia le Member Banks. Le banche nazionali non potevano più emettere biglietti.

PARTE TERZA

CAPITOLO PRIMO

L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA, IL PENSIERO ECONOMICO E I CICLI

DEL XX SEC.

Nell’800 e nel primo decennio del 900 il flusso migratorio europeo, diretto nei paesi

extraeuropei e all’interno del continente, prese proporzioni senza precedenti perché favorito

dall’eccedenza di disponibilità di mano d’opera in Europa rispetto all’offerta di lavoro. Dal

1914 in poi il movimento continuò, ma il flusso mutò direzione, nel senso che riguardò più

il trasferimento fra gli stati europei e meno i paesi extra-continentali. Anche la portata

diminuì, perché ostacolato dalle due guerre mondiali, dalla grande depressione. Con la fine

del liberismo economico, che si ebbe dopo la prima guerra mondiale, terminò anche l’epoca

della libera circolazione della manodopera fra gli stati. Limitazioni all’espatrio furono

imposte anche in Italia e in Germania, nell’ambito della politica autarchica del fascismo e del

nazismo. Come conseguenze si ebbero un aumento delle difficoltà economiche in Europa e

un aggravamento della disoccupazione. Nel primo quinquennio successivo alla seconda

guerra mondiale, diversi paesi dell’Europa Centrale e Meridionale non erano in condizioni

economiche tali da poter assicurare lavoro a tutta la manodopera disponibile. Così riprese il

movimento di espatrio verso altri continenti, ma in misura piuttosto contenuta grazie anche

ad una legge del governo americano con cui si limitava il numero degli immigrati. Ma il

movimento intracontinentale subì un rapido tracollo dal 1973 al 1983 poiché l’aumento del

prezzo del petrolio mise in crisi l’economia dei paesi occidentali e fece diminuire l’offerta di

lavoro. Molti emigrati furono costretti a tornare in patria. Successivamente con la ripresa

dell’economia mondiale dal 1983 al 1990 riprese il movimento di emigrati verso l’Europa.

Una delle cause politiche può essere ricercata nella caduta del regime comunista in molti

paesi dell’Est che favorì l’espatrio verso paesi più ricchi. Un primo frano al movimento di

immigrazione verso l’Europa fu posto dai singoli stati attraverso leggi repressive. Nel

Medio Oriente l’evento di maggiore rilievo politico, sociale ed economico fu il

riconoscimento da parte dell’ONU dello stato d’Israele, dove, nel 1950, fu emanata una

legge del ritorno in base alla quale qualsiasi ebreo aveva il diritto di immigrare nel paese. Si

trattò di un unione che incontrò ed incontra grandi difficoltà di integrazione.

L’urbanizzazione nel ‘900 continuò con ritmi sempre più accelerati e coinvolse non solo i

paesi più sviluppati, ma anche quelli in via di sviluppo. La crescita delle città europee era

dovuta all’incremento naturale della popolazione, all’emigrazione e alla fusione dei centri

abitati. Di fronte alla crescente urbanizzazione in alcune nazioni europee, vi fu l’intervento

del governo diretto a stimolare l’emigrazione della popolazione delle città, costruendo centri

residenziali suburbani. In Unione Sovietica con l’instaurazione del regime collettivista e la

crescita dell’industrializzazione, nel periodo fra le due guerre, si ebbe una notevole

urbanizzazione. In America Meridionale e Centrale si registrò la più forte concentrazione

della popolazione nelle città. Nell’Africa nera il fenomeno dell’urbanizzazione creò un vero

e proprio spopolamento delle campagne. Nel Sud Africa fu particolarmente avvertita la

politica apartheid, ossia della segregazione razziale, attuata dal governo bianco. Tale politica

alla fine degli anni 80 è stata gradualmente abbandonata.

I cicli economici di lungo periodo, conosciuti come cicli di Kondrat’ev, sono due: dal 1896

al 1946 e dal 1946 al 1982. Il primo ciclo è il ciclo della diffusione dell’industria chimica,

dell’affermazione dell’automobile assieme all’elettricità. Dal 1920 alla fine della seconda

guerra mondiale, l’economia dei paesi occidentali attraversò una grave depressione. Era la

conseguenza degli sconvolgimenti prodotti dalla prima guerra mondiale. Il secondo ciclo di

Kondrat’ev fu caratterizzato da una fase di espansione fino al 1971 e da una depressione nel

decennio successivo. Dal 1983 al 1990 è iniziato un nuovo ciclo per il quale possiamo

individuare solo la fase di espansione. In questa fase si parla di rivoluzione tecnologica.

Con la fine della seconda guerra mondiale l’economia dei paesi occidentali entrò in una fase

di spettacolare sviluppo. Dagli anni 50 in poi entrò nell’uso comune l’espressione sviluppo

economico. Era questa la conseguenza delle efficaci politiche economiche adottate dai

governi e delle nuove possibilità di investimento trovate dagli imprenditori. Questo rapido

sviluppo portò a ridurre l’ampiezza delle crisi cicliche, cioè si ebbero solo recessioni con

flessione e non inversione di tendenza. Nel 1990 si sono cominciate a sentire le prime

battute di arresto della crescita economica.

Il pensiero economico contemporaneo fu rivoluzionato dalla pubblicazione, nel 1936, del

libro di John Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Già

durante e dopo la prima guerra mondiale i cardini della teoria liberista erano stati scossi per

l’intervento dello stato nell’economia, necessario per risolvere i problemi della produzione e

della distribuzione. Fu constatato che , in un’economia liberale, gli interessi generali della

nazione e gli interessi individuali dei produttori non coincidevano spontaneamente; di qui

l’intervento dello stato per far equilibrare questi due interessi. Keynes pensava che per

favorire lo sviluppo delle imprese bisognasse ridurre il valore della sterlina, sostenne la

riduzione degli investimenti esteri per aumentare gli investimenti interni. Queste ed altre

idee di Keynes furono raccolte nel volume della Teoria Generale. L’economista russo

Baranowskj sostenne che le fluttuazioni cicliche dell’economia erano dovute al mancato

equilibrio fra il flusso dei risparmi e il flusso degli investimenti. Anche gli studi di

Robertson confermarono la validità della teoria Keynesiana. Egli studiò i cicli economici

mettendo in evidenza l’importanza del rapporto tra risparmi e domanda. Dopo tanti studi si

crearono due correnti di pensiero. L’una che faceva capo ai sostenitori dell’intervento

massiccio dello stato nell’economia; l’altra corrente che sosteneva un moderato intervento

dello stato, al fine di correggere gli squilibri che dovessero sorgere tra gli interessi privati e

quelli collettivi. A questa seconda corrente appartiene il pensiero di Keynes. Egli difese la

proprietà privata e la libera iniziativa e combatté la pianificazione dello stato. Nel corso degli

anni 70 ci fu il declino del paradigma keynesiano e la rapida ascesa della scuola avversaria,

quella dei monetaristi. La causa derivò, negli anni 70 dall’intreccio di inflazione e di

disoccupazione di massa cosa che Keynes non aveva previsto in quanto egli solo aveva

previsto inflazione con piena occupazione e mancanza di inflazione con disoccupazione. La

ricetta dei monetaristi era quella di rinunciare alle politiche di intervento pubblico e lasciar

fare al mercato. Ma alla politica keynesiana non si opposero solo i monetaristi ma anche: la

nuova scuola classica, i nuovi keynesiani, la macroeconomia della “supplyside”, la teoria

del ciclo reale, la strutturalista. La teoria della nuova scuola classica affonda le radici in due

azioni fondamentali:1)le aspettative razionali dei consumatori e degli imprenditori basate

sulla conoscenza dei problemi economici;2) la flessibilità dei prezzi e salari, cioè senza

l’intervento delle manovre dello stato sulla spesa pubblica. La teoria dei nuovi keynesiani è

basata su un nuovo modello dei prezzi-salari per cui sono i primi che influenzano i secondi.

Per la teoria della supplyside l’obbiettivo è la stabilità dell’occupazione e il miglioramento

del reddito reale, per questa teoria le strade da percorrere sono diverse rispetto alle prime

due teorie. Le ultime due teorie tengono conto dell’influenza che hanno sull’andamento

dell’economia i fattori di natura non monetaria.

CAPITOLO SECONDO

LE CAUSE E LE CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

La prima guerra mondiale scoppiò nel 1914 e vide schierate da un lato l’Austria, la

Germania e la Turchia e dall’altro la Francia, la Serbia, la Russia e la Gran Bretagna. Ad

essa parteciparono più tardi altre nazioni, tra cui l’Italia nel 1915, e gli Stati Uniti nel 1917.

L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, avvenuta a Sarajevo nel 1914 per mano di

uno studente, fu solo il motivo occasionale dello scoppio del conflitto. Vi erano ragioni ben

più profonde, politiche ed economiche. Tra le ragioni politiche, al primo posto, bisogna

porre la rivalità franco-tedesco per la sconfitta del 1870. la Francia per isolare la Germania

si alleò prima con la Russia e poi con la Gran Bretagna stabilendo una intesa cordiale

(1904) che tre anni dopo, si trasformò in Triplice Intesa(1907). Ad essa si contrappose la

Triplice Alleanza(1884) costituita dalla Germania , Austria e Italia. In campo economico,

le maggiori rivalità erano quelle anglo-tedesche. La Gran Bretagna, fino al 1870, aveva

avuto il primato indiscusso nel commercio internazionale, grazie alla sua potente marina

mercantile; dopo quella data tale primato fu minacciato dai rapidi progressi compiuti dalla

Germania. La rivalità si aggravò quando la Germania divenne una potenza coloniale. Con

tali contrasti politici economici si capisce come un incidente quale l’assassinio di Sarajevo

costituisse la scintilla per lo scoppio del conflitto. I tedeschi impostarono le operazioni

belliche con l’intento di effettuare una guerra lampo, ma si combatté per più di 4 anni. Le

perdite maggiori si ebbero dopo che la Gran Bretagna stabilì un blocco per le navi nemiche

e quelle neutrali. La Germania, per reazione, bloccò i russi nel Baltico e a Costantinopoli.

Con il blocco marittimo e la guerra dei sottomarini, gli stati europei furono messi in grande

difficoltà con il rifornimento delle merci; tanto che i governi furono costretti ad operare seri

interventi nell’economia al fine di controllare e programmare l’attività dei settori produttivi

più importanti. Si costituì quella che è stata definita l’economia di guerra. Il controllo dello

stato, col prolungarsi del conflitto, fu esteso a tutti gli aspetti della vita economica delle

nazioni in guerra. In Austria furono costituite delle centrali economiche per ogni settore

produttivo, che si occupavano dell’organizzazione della produzione. Uffici di controllo

vennero aperti in Gran Bretagna, in Francia, in Russia, in Italia. Per far fronte alle spese di

guerra, i governi reperirono i mezzi finanziari aumentando i tributi. Nonostante l’aumento

del gettito tributario, i disavanzi dei bilanci statali crebbero di anno in anno. Per cercare di

coprire tali deficit si fece ricorso al debito pubblico interno e ai prestiti esteri. L’economia

bellica fu organizzata anche negli stati extraeuropei che parteciparono alla guerra. Gli Stati

Uniti, quando si cominciò a capire che sarebbero stati coinvolti nel conflitto, crearono un

Consiglio di difesa Nazionale. Le conseguenze economiche e sociali della guerra possono

distinguersi in base alla loro durata( appartengono a questo gruppo tutto ciò che fu travolto

dagli eventi bellici e che fu rapidamente riportato alla situazione precedente) e in base ai loro

effetti di breve, medio e lungo periodo. Appartengono al primo gruppo gli sconvolgimenti

dell’economia di molti paesi che si ebbero appena si diffuse la notizia del conflitto, la

perdita di vite umane, la distribuzione di ingenti quantità di ricchezze. I depositanti corsero a

ritirare i risparmi mettendo le banche in gravi difficoltà; si verificarono gravi difficoltà nei

trasporti; fu distrutta la ricchezza di intere regioni. Le conseguenze a medio termine sono la

crisi economica del 1920-1921 e l’inflazione monetaria che causò il crollo del marco. In

Europa si trattò di crisi di assestamento.La crisi si manifestò anche in Italia:colpì

principalmente le industrie metalmeccaniche. Nei paesi extraeuropei si trattò di crisi di

sovrapproduzione; infatti, appena finita la guerra in Europa, occorrevano ingenti quantità di

materie prime. Per soddisfare il crescente fabbisogno di prodotti gli europei si rivolsero ai

paesi extraeuropei. Gradualmente i paesi europei ricominciarono a produrre e tale ripresa

coincise quindi con la riduzione della domanda di materie prime agli Stati Uniti, al Canada

ecc…, provocando una crisi di sovrapproduzione. La seconda conseguenza fu l’inflazione

monetaria, che interessò quasi tutti gli stati e in particolare la Germania. In Austria fu

decretata la stabilizzazione della corona e successivamente fu sostituita dallo scellino. La

Gran Bretagna rivalutò la sterlina e stabili la convertibilità in verghe d’oro. La Francia

stabilizzò la moneta e fu costretto ad autorizzare l’emissione di altra cartamoneta,

indebolendo così il franco sul mercato internazionale. Con la nomina di Poincaré la moneta

francese riguadagnò in terreno perduto e Poincaré venne dichiarato il salvatore del franco.

Anche in Italia fu necessario stabilizzare la lira; Mussolini disse che la sterlina doveva

cambiarsi con 90 lire. In tal modo la stabilizzazione veniva fissata ad un alto livello. Si partì

con l’intento di stabilizzare ma si arrivò alla rivalutazione. Molto più grave delle altre crisi

fu il crollo del marco tedesco. Esso fu legato alle riparazioni di guerra(33 miliardi di marchi)

che avrebbe dovuto pagare la Germania agli altri vincitori. Il governo tedesco ordinò la

stampa di una grande quantità di biglietti; l’aumento dei prezzi diede una spinta alla

produzione industriale del paese, il governo però continuò l’emissione a ritmo sempre più

vertiginoso. Tutti cercarono di liberarsi rapidamente dei biglietti di banca, perché si

deprezzavano di ora in ora. La soluzione fu trovata con l’emissione del rentenmark, ossia

una moneta agganciata al reddito nazionale e alla ricchezza fondiaria e industriale della

nazione. Per avere un rentenmark occorrevano 1000 miliardi di vecchi marchi. Allo scopo

di frenare le conseguenze deflative rivalutarono i prestiti dello stato, i debiti ipotecari, le

obbligazioni industriali. Risolto il problema monetario, rimase aperta la questione delle

riparazioni di guerra. Fu nominata una commissione presieduta da Dawes per mettere

ordine nel sistema monetario e nelle riparazioni. Dawes promosse il piano Dawes in base

al quale si sostenne la costituzione della Reichsbank, una banca che si rese indipendente dal

governo tedesco, si emise il reichsmark e si lanciò un prestito di 800 milioni di nuovi

marchi. La commissione Dawes non fu, però, autorizzata a ridurre la somma stabilita, fu

così nominata una nuova commissione presieduta da Young, che operò la riduzione della

somma complessiva e un’ulteriore dilazione delle scadenze delle rate annuali. I versamenti

andavano effettuati alla Banca dei Regolamenti Internazionali(BRI). Il piano Young

consentì così ai tedeschi di ridurre il loro debito rispetto al piano Dawes. Le conseguenze

strutturali più significative prodotte dalla guerra furono almeno 5: 1)la perdita dell’egemonia

economica dell’Europa nel mondo; 2)la crisi della politica liberistica, dovuta al maggior

intervento dello stato nell’economia; 3)l’ulteriore frazionamento del mercato europeo e la

politica doganale protezionistica; 4) la crescita del movimento operaio, che culminò nella

rivoluzione russa nel 1917 e nella divisione dell’economia mondiale; 5)il tramonto del gold

standard. Le produzioni agricole e industriali europee, dopo il conflitto furono minori del

livello raggiunto negli anni prebellici. Inoltre, gli stati europei persero il ruolo di creditori

sul mercato finanziario internazionale. La guerra fu fonte di grandi profitti per gli Stati Uniti

e il Giappone. Lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale dall’Europa

agli Stati Uniti e al Giappone non comportò una redistribuzione della ricchezza, l’Europa e

l’America Settentrionale continuarono a possedere la maggior parte della ricchezza

mondiale e a svolgere la parte più consistente degli scambi internazionali. La seconda

innovazione strutturale, che derivò dalla guerra fu il sempre maggiore intervento dello stato

nell’economia e l’abbandono della politica liberistica. L’intervento dello stato fu la

conseguenza dell’organizzazione dell’economia bellica. Con l’esperienza della guerra si

rivelò la necessità per gli stati di provvedere da soli al loro fabbisogno di beni o comunque

di dipendere il meno possibile da altri paesi. Questo desiderio di indipendenza economica

spinse gli stati ad elevare barriere doganali. Il quarto cambiamento strutturale interessò il

movimento operaio che nel 1917 si affermò politicamente in Russia. Con la rivoluzione

socialista in Unione Sovietica e la conseguente esclusione dei prodotti russi dai mercati

occidentali, gli interessi dell’Europa furono diretti sempre più verso gli Stati Uniti,

polarizzando così, l’economia mondiale in due campi ben distinti, quello socialista e quello

capitalistico. Polarizzazione che si accentuerà dopo la seconda guerra mondiale. Dopo la

guerra si ebbe la contrapposizione di due classi sociali: il proletariato e la borghesia. Il

quinto mutamento strutturale provocato dalla guerra fu la caduta del gold standard e la sua

sostituzione con il gold exchange standard, il quale prevedeva che le monete forti,

convertibili in oro, potessero servire, come riserva della cartamoneta. In effetti tale sistema

invece di mettere ordine nel sistema monetario internazionale, contribuì ad aggravare il

disordine. La crisi della democrazia che si ebbe nella maggior parte dei paesi occidentali, in

Itali contribuì a portare al governo la dittatura fascista. Ma vi erano anche altre ragioni. Gli

scioperi degli operai e dei contadini, avevano fatto sorgere fra la borghesia industriale e i

grandi latifondisti; i nazionalisti lamentavano la mancata annessione della Dalmazia. Da ciò

e dal disordine generale del dopoguerra nacque in movimento fascista capeggiato da Benito

Mussolini. Esso conquistò il potere dopo aver messo a tacere, con le spedizioni punitive, le

deboli forze democratiche. Ciò si verificò con la complicità delle autorità che rimasero

indifferenti alle illegalità commesse dai fascisti. Mussolini dopo la marcia su Roma (28

ottobre 1922) fu chiamato dal re a formare il governo. Il movimento fascista ebbe l’avallo di

due personalità come Giolitti e Croce. Il fascismo nel primo triennio di vita, attuò una

politica economica liberista: si abolì il monopolio dell’INA consentendo i privati di operare

nel settore assicurativo, si riuscì a diminuire il disavanzo del bilancio dello stato

aumentando le entrate e riducendo le spese. Questi ed altri provvedimenti servirono a dare

impulso all’attività produttiva. Nelle relazioni con l’estero fu instaurato un moderato

liberismo mediante trattati di commercio con diverse nazioni che ridussero i dazi

protezionistici introdotti dalla tariffa doganale approvata nel 1921. L’Italia riconquistò i

livelli produttivi prebellici. In campo monetario il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia

furono privati del diritto di emettere biglietti, diritto che fu lasciato solo alla banca d’Italia.

Ulteriori interventi dello stato sull’economia si ebbero con la battaglia del grano, la

bonifica integrale, la politica protezionistica, i lavori pubblici, e l’organizzazione dello stato

corporativo. La battaglia del grano aveva l’obiettivo di ridurre le importazioni di grano

dall’estero e aumentare la produzione interna; i risultati non mancarono ma in generale

manco una razionale politica agraria. Con la bonifica integrale furono prosciugate alcune

paludi con l’intento di eliminare la malaria e mettendo a coltura nuove terre. La bonifica

servì a dare lavoro a numerosi operai. A favore delle industrie furono stabiliti dazi doganali

alle importazioni di manufatti, fu anche attuato un programma di lavori pubblici. Un ultimo

intervento si ebbe con l’organizzazione delle corporazioni. Esso si ispirava all’enciclica del

papa Leone XIII, Rerum Novarum, del 1891, che prevedeva la collaborazioni delle classi

sociali. Con la legge Rocco, si costituirono le corporazioni dando l’avvio alla costituzione

dello stato sindacale. Con il Patto di palazzo Vidoni del 1925 decretò la fine di tutte le

organizzazioni operaie libere e la loro sostituzione con i sindacati fascisti, mentre venne

riconosciuta la Confederazione degli industriali. Nel 1927 Rossini preparò la Carta del

lavoro nella quale si condannava il socialismo e si esaltava l’iniziativa privata.

CAPITOLO TERZO

LA GRANDE CRISI DELL’ECONOMIA OCCIDENTALE

Fra il 1929 e il 1933 il mondo capitalistico fu colpito da una crisi di sovrapproduzione. La

crisi partì dagli Stati Uniti. Quando si verificava una contrazione dell’attività industriale i

salari e i prezzi difficilmente diminuivano mettendo in crisi le aziende. Non riuscendo il

mercato interno ad assorbire l’intera produzione industriale, furono concesse a coloro che

facevano acquisti ampie dilazioni nei pagamenti. Nonostante ciò gran parte della produzione

rimaneva invenduta. Un altro elemento che contribuì alla maturazione della crisi fu lo

squilibrio che si venne a creare sui mercati finanziari internazionali per i debiti di guerra e

per le riparazioni. Un altro evento che favorì la crisi fu il boom borsistico che si ebbe negli

Stati Uniti in seguito ad una vasta speculazione effettuata sui titoli azionari. I primi segni

della crisi si ebbero quando cominciarono a scendere le quotazioni dei titoli. Fu ricordato

come il giovedì nero il giorno in cui a Wall Street furono offerti in vendita 13 milioni di

titoli e la domanda fu quasi assente. Dal crollo delle quotazioni di borsa si passò al crollo

dei prezzi dei prodotti di ogni genere, al fallimento delle imprese, al dilagare della

disoccupazione. Con minore o maggiore intensità tutte le economie occidentali furono

coinvolte. La crisi in agricoltura fu meno violenta. I più colpiti furono i paesi esportatori di

grano e fu particolarmente danneggiata l’agricoltura degli Stati Uniti. Nelle relazioni

finanziarie internazionali fallì il gold exchange standard. Le classi sociali colpite erano

pronte ad accettare qualsiasi intervento dello stato purché servisse alla ripresa

dell’economia. Nell’ambito dei paesi occidentali vanno distinti i provvedimenti adottati dai

governi democratici, dai provvedimenti adottati dai governi autoritari. Nei primi lo stato

intervenne senza cambiamenti strutturali, con temporanei aiuti alle imprese private, con

sgravi fiscali. Nei secondi furono posti gli interessi dello stato davanti a quelli degli

individui, le organizzazioni sindacali furono soppresse e sostituite dalle corporazioni o dal

fronte del lavoro(organismi autarchici).

Il presidente Hoover degli Stati Uniti non riuscì a risolvere la crisi e la mancata ripresa

dell’economia portò alla caduta del presidente sostituito nel 1933 dal democratico Franklin.

I provvedimenti adottati da Franklin non furono interventi che si ispirarono ad un

programma generale ma furono dettati di volta in volta dalle necessità del momento.

Gradualmente diedero vita a quella politica di interventi statali definita New Deal. Era la

politica delle grandi spese dello stato diretta a rimettere in moto la pompa dell’economia

americana. Il New Deal mirava a ristabilire l’equilibrio sia fra i prezzi praticati nelle città e

quelli praticati nelle campagne, sia tra costo di produzione e prezzo. La riattivazione del

mercato interno andava realizzata rivalutando i salari e dando potere di acquisto alla

popolazione. Per risollevare le sorti dell’agricoltura fu concessa un’indennità ai contadini.

Questa politica attuata grazie all’Agricultural Adjustment Act, consentì di aumentare la

produttività dell’operaio agricolo. Per le industrie fu emanato il National Industrial

Recovery Act per rilanciare l’attività produttiva, per aumentare i salari, fissare i prezzi

minimi al fine di contenere la concorrenza. La Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò il

NIRA incostituzionale. Nel settore delle opere pubbliche furono aperti grandi cantieri per la

costruzione di autostrade, dighe, strade,ecc.. . Va ricordato come modello la Tennessee

Valley Administration, un consiglio di tre persone incaricato di valorizzare il bacino del

Tennessee. Nel settore monetario, il nuovo presidente Roosevelt a sostegno dell’inflazione

decise la svalutazione della moneta attuata in due tappe: con la prima fu abbandonato il tipo

aureo, cioè si stabilì l’inconvertibilità della cartamoneta in oro; con la seconda tappa fu

emanato il Gold Riserve Act che svalutò il dollaro. Nel settore del credito il congresso

degli Stati Uniti con l’Emergency Bill accordò pieni poteri al presidente Roosevelt che nel

1933 emanò il Banking Act al fine di distinguere le banche commerciali, dalle banche di

investimento. Nello stesso anno il congresso votò il Security Act, che mise le operazioni di

borsa sotto il controllo della Security and Exchange Commission, un organismo diretto dal

Federal Riserve Board. Fu imposto ai datori di lavoro di riconoscere agli operai la libertà di

organizzazione sindacale e l’obbligo di negoziare contratti collettivi di lavoro.

In Gran Bretagna la crisi fu meno grave che in altri paesi. Il governo laburista commise

l’errore di far fronte alla crisi riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e tagliando i

sussidi di disoccupazione. Tali provvedimenti aggravarono la crisi e i laburisti furono

sconfitti e si formò un governo conservatore fedele ai principi liberali di Chamberlain. Il

primo provvedimento del nuovo governo fu l’inconvertibilità in oro dei biglietti di banca; fu

deciso di svalutare al sterlina. Questo provvedimento produsse l’effetto di favorire le

esportazioni. Fu attuata una più rigida politica doganale protezionistica. Le più colpite dai

mutamenti del mercato monetario furono le merchant banks. I risultati di tale politica furono

positivi: portarono alla riduzione della disoccupazione, al miglioramento del livello di vita,

ecc…

In Francia la crisi cominciò ad avvertirsi nel 1931. la Banca di Francia si oppose alla

svalutazione della moneta, pertanto si ebbe un’ulteriore caduta delle esportazioni all’estero.

Ad aggravare la situazione contribuì la politica attuata con i decreti-legge della miseria. Tale

politica ridusse le spese pubbliche, e riportò i prezzi a livelli internazionali, ridando al paese

competitività negli scambi commerciali con l’estero. Il vantaggio fu annullato poiché la

deflazione fece diminuire le entrate e aggravò la già difficile situazione. Il disagio causato

dalla politica di deflazione, favorì la vittoria della sinistra alle elezioni. Il nuovo governo alla

Conferenza della Produzione, stipulò gli accordi di Matignon; tali accordi stabilirono

aumenti salariali, contratti collettivi di lavoro stipulati con le organizzazioni sindacali,

riduzione dell’orario lavorativo. Nel settore agricolo l’innovazione più significativa fu la

costituzione dell’ Office Nazionale Interprofessionnel du Blé (O.N.I.B.)con i compiti di

riorganizzare il mercato agricolo, stabilire il prezzo di vendita del grano, costituire la riserva

di sicurezza. Nel settore monetario essendo il franco sopravvalutato, occorreva allinearlo

alle altre monete. Il ministro delle finanze introdusse il corso forzoso e stabilì un limite

minimo e un limite massimo entro il quale il franco poteva fluttuare. I provvedimenti

adottati non diedero i risultati sperati, perché i provvedimenti erano diretti solo a riattivare il

mercato interno mentre bisognava dare nuovo impulso alle esportazioni. Il governo

successivo(1937), radicale, svalutò il nuovo franco, ma la quotazione del franco era ancora

troppo elevata per ristabilire l’equilibrio degli scambi esteri. L’anno successivo Chautemps

si dimise e il governo radicale fu affidato a Daladier. Il quale decise di sganciare il franco

dall’oro e agganciarlo alla lira sterlina. Il franco divenne un satellite della sterlina. La Russia

e la Cina furono solo sfiorate dalla crisi, poiché avevano limitate relazioni economiche con i

paesi occidentali.

Il gold exchange standard non funzionò mai bene. La grande crisi decretò il suo definitivo

fallimento, poiché mancò qualsiasi collaborazione fra le banche centrali dei paesi che

avevano le monete chiavi. La crisi del sistema cominciò quando i paesi creditori ritirarono la

maggior parte dei capitali investiti all’estero. L’Inghilterra per prima abbandonò il sistema

aureo e svalutò la lira sterlina, il che significò decretare la fine del gold exchange standard.

Abbandonato il gold exchange standard si formarono tre aree monetarie che facevano capo

alle monete più forti: l’area della sterlina, quella del dollaro e quella del blocco dell’oro. Al

primo aderirono molti paesi del Commonwealth i quali stabilirono un cambio fisso con la

sterlina. Facevano parte dell’area del dollaro gli Stati Uniti, e quasi tutti i paesi dell’America

Latina e il Canada. L’area del blocco dell’oro era capeggiata dal franco francese e i paesi

che vi aderivano- Francia, Italia, Olanda, Polonia, Belgio e Svizzera- erano sostenitori del

sistema aureo. Anche questi paesi non poterono fare a meno di svalutare le loro monete.

Nonostante le svalutazioni il blocco dell’oro non riuscì a frenare l’esodo dei capitali

all’estero. CAPITOLO QUARTO

LA POLITICA AUTARCHICA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Con la fine della prima guerra mondiale e la caduta di Guglielmo II nel 1919 fu convocato

la costituente che istituì in Germania una repubblica democratica, parlamentare e federale

che durò fino al 1933. nonostante la forte instabilità politica di quel periodo, nel 1924 fu

superata la crisi provocata dal crollo del marco; il paese si avviò rapidamente verso lo

sviluppo dell’economia. Tale sviluppo fu interrotto dalla crisi mondiale del 1929. il crollo

dei prezzi mondiali fu più disastroso in Germania che in altre nazioni, perché essa aveva

investimenti all’estero e stretti legami fra sistema bancario e industrie. La crisi colpì

particolarmente le banche perché avevano concesso ingenti finanziamenti alle industrie. La

violenza della crisi si fece sentire nel 1931 quando in Austria fallì il Credito Austriaco.In

Germania, intanto, alla crisi economica si sovrappose la crisi politica. Le elezioni non

riuscivano a dare una solida maggioranza parlamentare a nessun partito, così il presidente

della repubblica, Hindenburg, fu costretto a nominare governi privi di autorità. Per

combattere la crisi si attuò un apolitica deflazionistica: ridusse i salari e gli stipendi, rafforzò

la protezione doganale. Tale politica aggravò la crisi. A quella politica si affiancarono però

altri provvedimenti diretti a favorire gli agricoltori e le banche, che certamente aiutarono a

risolvere la crisi. La politica deflazionistica fu abbandonata dai successivi governi che

imboccarono la strada dell’inflazione. I risultati, però, non si ebbero perché, nel frattempo, il

partito nazionalsocialista aveva conquistato il potere. Nel 1933 Hitler divenne cancelliere e

dopo la morte di Hindenburg divenne anche presidente della repubblica. Assunse il titolo di

fuhrer della Germania; il fuhrer accentrò nelle sue mani i poteri amministrativi, legislativi e

giudiziari. In campo economico la politica di Hitler fu diretta ad attuare l’autarchia. Per

l’agricoltura furono emanate leggi dirette a rafforzare la piccola proprietà, proprietà che

poteva essere ereditata dal figlio solo se il proprietario era appartenente alla razza ariana. Il

governo per indirizzare l’attività delle industrie e delle aziende commerciali alle proprie

direttive si servì delle camere economiche che dipendevano dal Ministero dell’Economia

Nazionale. Quindi lo stato si arrogò il diritto di ridurre i dividendi che venivano distribuiti

agli azionisti, fissare gli stipendi degli amministratori e i salari degli operai, rinnovare i

dirigenti delle aziende. Si trattava dell’organizzazione di una vera e propria economia di

guerra. Nel settore bancario il governo nazista stabilì un rigido controllo dell’attività delle

banche; esso fu attuato da un Comitato di sorveglianza. Con il nazismo le condizioni

economiche degli operai non migliorarono e i sindacati furono distrutti. Il maggior

responsabile della politica economica del nazismo fu Schacht che fece in modo che

l’aumento della circolazione venisse assorbita dai risparmi e dai tributi.

In Italia la politica autarchica era stata imboccata dal fascismo, fin dal 1925, con la battaglia

del grano. Quella politica fu attuata per far fronte alla crisi mondiale del 1929 che aveva

coinvolto anche l’Italia. Le prime manifestazioni della crisi furono la caduta dei prezzi,

l’aumento del deficit della bilancia dei pagamenti, l’assottigliamento del commercio estro, il

crollo delle quotazioni di borsa. Le banche non avrebbero potuto da sole superare la crisi; fu

necessario prima l’intervento della Banca d’Italia e poi la completa ristrutturazione del

sistema creditizio. La Banca d’Italia intervenne per sanare il sistema per mezzo dell’Istituto

di liquidazione, che si accollò le attività e le passività delle banche. L’Istituto operò tra il

1929 e il 1930, successivamente , per le grosse immobilizzazioni della Banca Commerciale

e del Credito Italiano, fu necessario creare due società: la Sofindit e la Società Finanziaria

Italiana, che si fecero carico di tutte le partecipazioni industriali delle due banche. Nel 1931

fu istituito l’Istituto Mobiliare Italiano,con la possibilità di raccogliere risparmi privati e

con il compito di integrare l’opera delle banche nella concessione di crediti alle industrie.

Nonostante la creazione del nuovo istituto, le quotazioni dei titoli azionari continuarono a

scendere, così nel 1933 fu creato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, con un

capitale versato dallo stato, che assorbì l’Istituto di liquidazioni. L’IRI non smobilizzò tutte

le azioni che ebbe delle banche anzi conservò le partecipazioni nelle società industriali. In tal

modo arrivò a controllare ampi settori produttivi del paese e per tale controllo si servì di

apposite società finanziarie. Alla fine dell’operazione gran parte del settore industriale era

risanato e lo stato si assunse gli oneri che erano stati scaricati sull’IRI dalle banche e dalle

industrie. Nel 1937 l’IRI da istituto provvisorio divenne ente permanente. L’opera di

risanamento del settore creditizio fu completata con la legge bancaria emanata nel 1936 che

separò le banche non autorizzate ad effettuare investimenti a lungo termine, dalle banche che

potevano effettuare tali operazioni; essa creò anche l’Ispettorato del credito, con il compito

di controllare l’attività delle banche. Per contenere l’esodo di oro dal paese furono aumentati

i dazi doganali. Le importazioni dall’estero furono limitate e controllate con il meccanismo

dei contingentamenti, ossia con l’impegno di non importare merci per un valore maggiore

di quello che si poteva pagare con le esportazioni. Le relazioni internazionali dell’Italia

vennero seriamente compromesse dalla decisione di Mussolini di conquistare l’Etiopia. La

conquista dell’Etiopia fu condannata dalla Società delle Nazioni e ben 50 paesi decisero

severe sanzioni economiche nei confronti dell’Italia, rifiutando di tenere con essa relazioni

commerciali. Non aderirono a tale decisione gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone.

L’aumento delle importazioni, dovuto alle spese di guerra , peggiorò il disavanzo della

bilancia dei pagamenti e si assottigliarono le riserve della banca d’Italia. La lira fu resa

inconvertibile in oro e fu svalutata del 41%. Durante il periodo delle sanzioni furono

intensificati gli scambi commerciali con la Germania, con la conseguenza di rafforzare

anche i rapporti politici fra i due paesi fino alla stipula, nel 1939, del Patto d’Acciaio, che

coinvolse l’Italia nella seconda guerra mondiale. Con lo scoppio della prima guerra

mondiale in Europa, il Giappone colse l’occasione per avanzare rivendicazioni sui territori

cinesi della Manciuria e del Fukien. Nel 1915 ottenne l’annessione della maggior parte di

quei territori. Seguì un periodo di lotta fra i successori al governo del paese. La lotta infuriò

fra i favorevoli alle democrazie occidentali da un lato e i militari dall’altro.nel 1930 il potere

politico fu dominato dai militari che volevano la ripresa dell’espansione territoriale.

L’espansione cominciò nel 1931 con l’occupazione della Manciuria furono occupate le

coste e il territorio centrale della Cina, l’Indonesia Settentrionale, Pacifico centrale, e l’Asia

sud-orientale. Il Giappone si accingeva a dare un nuovo ordine ai territori occupati attuando

quella che fu chiamata Sfera di co-prosperità della più grande Asia orientale. A contrastare

tale politica furono la Russia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Il governo nipponico fu

costretto alla resa dopo lo sgancio di due bombe atomiche su Hiroshima e su

Nagasaki(1945). Così alla fine della guerra il Giappone era prostrato economicamente e

moralmente. Nel 1947, in Giappone entrò in vigore una nuova costituzione che diede vita

ad una politica democratica basata sulla sovranità popolare e sulla rinunzia alla guerra. Il

Giappone allo scoppio della prima guerra mondiale riuscì a ricavare grandi benefici, poiché

aumentò le esportazioni all’estero. I benefici furono di breve durata, poiché, subito dopo la

guerra, l’agricoltura entrò in crisi per l’abbondanza dei raccolti e la diminuzione dei prezzi.

Nel 1920-1921, anche il Giappone fu colpito dalla crisi di riconversione dall’economia

bellica a quella di pace. La grande depressione statunitense del 1929-1932 coinvolse anche

le industrie nipponiche. Per risolvere la crisi in un primo momento, il governo pensò a un

New deal nipponico, che prevedeva forti investimenti dello stato per la modernizzazione

delle piccole imprese, la creazione di nuovi posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni

di vita della popolazione con aumenti salariali. Questo programma venne combattuto dai

grandi trusts industriali e finanziari, e dai militari. La politica sociale fu sostituita da una

politica imperialistica e di conquiste di nuovi territori. Nel 1931 fu nominato ministro delle

finanze Takahashi, seguace della politica keynesiana, disposto ad assicurare il pieno

impiego con una politica inflazionistica. Con tale politica il ministro Takahashi riuscì a

risolvere la crisi, ma poiché non volle seguire i militari nella politica imperialistica fu

assassinato. Fra il 1936 e il 1941 si passò da una politica keynesiana ad una politica molto

vicina al nazionalismo tedesco. Ciò significò la partecipazione del Giappone alla seconda

guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale le banche giapponesi ricavano grandi

vantaggi dallo sviluppo della produzione industriale. Il loro ruolo nel finanziamento degli

investimenti fu rafforzato. Dal dopoguerra in poi si ebbe un’elevata concentrazione per

fusione degli istituti di credito. Nel 1927 una nuova crisi bancaria coinvolse i piccoli e i

grandi istituti. L’elenco delle cause che portarono allo scoppio della seconda guerra

mondiale è piuttosto lungo: i rancori che la Germania nutriva contro la Francia dopo la

sconfitta della prima guerra mondiale; il desiderio di Mussolini di dominare il

Mediterraneo; ma principalmente l’imperialismo di Hitler. Secondo Hitler vi era una grande

piramide ideale della razza, dove la cima era occupata dai tedeschi di razza ariana, poi

venivano i latini tra cui gli italiani, poi i francesi, gli olandesi, i fiamminghi, poi i popoli

orientali e l’ultimo gradino era occupato dagli ebrei, una razza da sterminare. Sulla base di

questa folle ripartizione dei popoli Hitler iniziò la seconda guerra mondiale con l’intento di

creare un grosso impero. Le conquiste tedesche cominciarono con l’annessione della

repubblica austriaca, l’invasione della Boemia della Moravia e la pretesa di passare con le

truppe sul territorio polacco attraverso il cosiddetto corridoio di Dalmazia. Quest’ultima

pretesa causò la dichiarazione di guerra della Francia e della Gran Bretagna alla Germania.

Nel giro di 1 anno e mezzo, con l’appoggio dell’Italia, l’esercito tedesco riuscì a conquistare

quasi tutta l’Europa continentale. Nel 1941 tentò di conquistare la Gran Bretagna ma senza

risultato. La guerra ebbe una svolta decisiva quando la Germania attaccò la Russia. Intanto

il Giappone, alleato della Germania, attaccano Pearl Harbor aveva trascinato nel conflitto gli

Stati Uniti. La disponibilità di materiale bellico e di uomini della Germania si andava sempre

più riducendo, mentre gli Stati Uniti fornirono ai paesi alleati enormi quantità di uomini e

mezzi da consentire la vittoria finale sulle potenze dell’Asse. Durante la guerra in Germania

si diede vita ad un forte razionamento dei generi di prima necessita . in quasi tutti gli stati

che parteciparono al conflitto crebbe la produzione industriale bellica. Tra gli alleati vi fu

una notevole collaborazione; infatti crearono il Comitato Supremo Congiunto Anglo-

americano che stabilì le azioni militari da compiere il materiale bellico da approntare. Le

maggiori difficoltà che gli alleati furono costretti a superare riguardarono il trasporto per

mare e per terra del materiale bellico, poiché i loro mezzi venivano attaccati dagli aerei e dai

sottomarini dell’Asse. Alla fine però la schiacciante superiorità aerea degli alleati si rivelò

decisiva per la vittoria finale. Le conseguenze della guerra furono gravi non solo per le

perdite delle vite umane e per la distruzione di materiali, ma per il profondo squilibrio

politico ed economico prodotto. Gravi le perdite della popolazione civile, non solo per le

incursioni aeree, ma anche per le deportazioni in massa e per la strage di milioni di ebrei. Le

enormi spese che i belligeranti sostennero per la guerra furono coperte con aggravi tributari,

con l’indebitamento interno ed esterno e con l’emissione di cartamoneta. Anche nelle

relazioni commerciali e nei finanziamenti internazionali la guerra portò notevoli mutamenti.

Gli stati europei furono costretti ad aumentare le importazioni di materie prime e

combustibili da altri continenti e in special modo dagli Stati Uniti. A complicare le relazioni

finanziarie contribuì la legge Johnson introdotta negli Stati Uniti nel 1934 con la quale si

proibì la concessione di crediti ai paesi in ritardo con il pagamento delle rate relative ai debiti

precedenti. A questa legge se ne aggiunse un’altra detta della neutralità che autorizzò il

rifornimento bellico ma non consentì la concessione di prestiti agli stati in guerra. Roosevelt

preoccupato dalla situazione che tali leggi avevano provocato negli stati alleati, temendo la

vittoria dell’Asse, fece approvare dal congresso la legge lend-lease, che consentì la

concessione di lunghe dilazioni dei pagamenti ai paesi che egli riteneva di aiutare per la

difesa degli interessi americani. Altre conseguenze della guerra furono la nuova definizione

dei confini degli stati: il Giappone si ridusse ad un arcipelago, furono aboliti tre

stati(Estonia,Lettonia Lituania), ecc…

CAPITOLO QUINTO

L’ECONOMIA EUROPEA NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO

Dopo il 1945 gli Stati Uniti riuscirono a conquistare la schiacciante superiorità economica

europea rispetto al resto del mondo; ciò significò che le loro decisioni influivano sulla

politica economica dei paesi occidentali e sulle finanze internazionali. La ricostruzione

dell’economia europea si realizzò in tempi più brevi di quelli impiegati dopo la prima guerra

mondiale. Nel 1948 si erano raggiunti i livelli produttivi industriali prebellici. Più lenti i

progressi compiuti nel settore agricolo. L’espansione della produzione industriale ebbe un

ritmo diverso nei vari paesi. Tuttavia l’aiuto maggiore per la ricostruzione dell’economia

arrivò dagli Stati Uniti e dal Canada, dagli accordi che furono presi a Bretton Woods e dal

Piano Marshall predisposto dal governo americano. Tra i prestiti concessi dagli Stati Uniti

all’Europa bisogna ricordare quello di 3,7 miliardi di dollari elargito alla Gran Bretagna nel

1946. Per tale concessione furono stabilite le seguenti concessioni: rendere convertibile la

lira sterlina entro un anno, pagare i debiti esteri inglesi, sopprimere progressivamente l’area

della sterlina che gli americani ritenevano un ostacolo per le loro esportazioni. La

disposizione si rivelò un fallimento perché solo dopo un mese si ritornò all’inconvertibilità

della sterlina. Per mettere ordine nel caos monetario e per favorire la ricostruzione, nel

1944, a Bretton Woods, tennero una conferenza i rappresentanti di 44 paesi. I

rappresentanti del governo degli Stati Uniti volevano il ritorno alla convertibilità della

moneta e l’accettazione del gold exchange standard con il dollaro come moneta chiave.

Dopo ampia discussione fu accettata la tesi americana. Così si crearono due nuove

istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la

Ricostruzione e lo Sviluppo(BIRS). Il Fondo fu costituito con lo scopo di incoraggiare la

cooperazione monetaria internazionale, sostenere l’espansione del commercio mondiale,

realizzare l’equilibri della bilancia dei pagamenti e la stabilità dei cambi. Per questi obiettivi

gli amministratori del Fondo potevano effettuare le seguenti operazioni: eccezionalmente

autorizzare una variazione del cambio di un paese dell’1% in più o in meno; fissare il valore

dell’oro in dollari; fornire ai paesi che aderivano al Fondo la moneta di cui avevano

bisogno. Il FMI fu di scarso aiuto per la ricostruzione dell’economia europea. Per questo

obiettivo fu creata la BIRDS che doveva aiutare la ricostruzione promovendo investimenti

di capitali a scopo produttivo, favorendo il commercio internazionale, sostenendo la

concessione di garanzie. Nonostante questi prestiti l’economia europea non si era ancora

completamente risollevata dalla crisi. Per risollevarsi l’Europa aveva bisogno di altri aiuti.

Furono ancora gli Stati Uniti a soccorrere il vecchio continente, i governanti della

federazione ritennero necessario intervenire in quei paesi che avrebbero potuto adottare una

politica collettivistica e ricevere la protezione dell’Unione Sovietica. Inoltre migliorando

l’economia europea anche gli Stati Uniti ne avrebbero tratto vantaggi, poiché avevano

bisogno si esportare nel vecchio continente l’eccedenza dei loro prodotti agricoli e

industriali. Sulla base di tali considerazioni, nel 1948 fu varato il piano ERP, European

Recovery Program (Programma di Ricostruzione Europea) meglio conosciuto come Piano

Marshall . Gli obiettivi principali del Piano erano tre: aiutare la ricostruzione economica nei

paesi europei, eliminare la disoccupazione e attuare una maggiore solidarietà economica tra

gli stati del vecchio continente. Il punto primo fu realizzato attraverso l’invio di aiuti

finanziari. Anche il secondo obiettivo fu realizzato tranne che in Italia dove all’inizio degli

anni 50 vi erano circa 2 milioni di disoccupati. Per realizzare il terzo obiettivo nel 1948 si

creò l’OECE (Organizzazione Economica per la Cooperazione Europea).il compito

dell’OECE era quello di far funzionare il Piano Marshall effettuando un’equa ripartizione

degli aiuti, e rafforzando i legami tra gli stati beneficiari in vista di una futura unione

politica. Il primo obiettivo fu raggiunto, il secondo nonostante gli sforzi compiuti non si

riuscì a realizzare, poiché forti furono i contrasti. Nel 1961 l’OECE fu sostituita dall’OCSE

(Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico), con lo scopo di promuovere

lo sviluppo economico fra gli stati membri.Ad una maggiore solidarietà politica ed

economica europea avevano cominciato a pensare Schuman per la Francia, De Gasperi per

l’Italia ecc… Questi politici formarono un partito europeo al quale aderivano imprenditori

industriali e finanziari. Lo scopo di questo partito era quello di opporre al blocco sovietico,

un’Europa Occidentale politicamente unita ed economicamente forte, in modo da tener testa

anche allo strapotere degli Stati Uniti. A tale partito si oppose la Gran Bretagna che voleva

rimanere legata agli americani. I sostenitori di tale movimento pensarono di attuare prima

l’integrazione economica e più tardi quella politica. Ma neanche questo obiettivo risultò di

facile realizzazione poiché bisognava creare una vasta unione doganale ; si pensò ad unioni

doganali limitate geograficamente(il Benelux) o limitate a determinati settori produttivi(la

CECA). Il Benelux- l’unione economica fra Belgio, Lussemburgo e i Paesi Bassi- cominciò

a funzionare nel 1948. sorse come semplice unione doganale con l’obiettivo di arrivare

anche l’integrazione politica. Quest’ultimo obiettivo non si riuscì a realizzare. Un fallimento

si rivelarono l’Uniscan(unione tra Gran Bretagna e paesi scandinavi) e l’Unione doganale

franco-italiana. Maggiore successo , ebbe , invece il Consiglio d’Europa che fu costituito

nel 1949 da 11 paesi tra cui l’Italia e successivamente allargato ad altri paesi. Gli organi del

Consiglio erano il Comitato dei ministri degli esteri, l’Assemblea Consultiva e il Segretario

Generale. Il Consiglio d’Europa aveva compiti prevalentemente politici, sicché per i

problemi economici venne creata la CECA(Comunità Economica del Carbone e

dell’Acciaio). Alla CECA aderirono 6 nazioni tra cui l’Italia(Paesi Bassi, Lussemburgo,

Belgio, Germania, Francia) con l’intento di costituire, per il carbone e l’acciaio, un mercato

comune. La sua realizzazione si ebbe in tre tappe: durante la prima si ebbe l’insediamento

degli organismi amministrativi(l’Alta Autorità,l’Assemblea, il Consiglio dei Ministri,

Consiglio dei sei, Comitato Consultivo e la Corte di Giustizia); la seconda tappa fu

considerata di rodaggio; con la terza iniziò la definitiva attività. I risultati furono ottimi, la

produttività aumentò, i prezzi furono contenuti. Così dopo una conferenza fra i

rappresentanti dei sei paesi della CECA, fu deciso di attuare un accordo più consistente. Si

pensò di costituire la CEE(Comunità Economica Europea). L’atto costitutivo fu firmato a

Roma nel 1957. Con un altro trattato venne fondato l’Euratom o CEEA(Comunità Europea

dell’Energia Atomica)per accordi relativi alla produzione dell’energia nucleare. Con la CEE

i paesi aderenti vollero costituire un mercato comune europeo relativo a tutti prodotti.

Nell’ambito del mercato si doveva stabilire la libera concorrenza negli scambi; i sei paesi

dovevano adottare la stessa tariffa doganale nel commercio con gli altri paesi(Tariffa

Esterna Comune). Il buon funzionamento della Comunità è assicurato da diversi organismi:

il Parlamento, con poteri in materia di bilancio e controllo politico dell’attività della

Commissione; il Consiglio dei ministri degli esteri, che prende decisioni in relazione ad un

programma della Commissione; la Commissione, che è l’organo esecutivo; la Corte di

Giustizia, che assicura il rispetto dei diritti nell’applicazione del trattato; la Corte dei Conti,

che esamina i conti della Comunità; il Comitato Economico e Sociale, che è organo

consultivo. Per la concessione di prestiti e per effettuare investimenti nelle aree

sottosviluppate dei paesi aderenti alla CEE fu creata la Banca Europea per gli Investimenti.

I risultati dei primi 30 anni furono buoni. Tutti gli stati della Comunità, nel 1972, per

unificare la politica tributaria, adottarono l’IVA. Un nuovo passo verso il processo di

integrazione fu compiuto nel 1979, allorché fu eletto il primo Parlamento europeo, con sede

a Strasburgo. Importante è stata l’approvazione, nel 1987, da parte dei governi della

Comunità, dell’Atto Unico che ha maggiormente allargato i poteri consultivi del Parlamento

europeo. Più difficile è risultata la creazione di una moneta unica europea. La Gran

Bretagna, visti i successi realizzati dalla CEE, temendo di vedere indebolite le sue relazioni

commerciali diede origine all’EFTA. Al nuovo organismo aderirono altri 6 stati (Austria,

Danimarca, Norvegia,Portogallo, Svezia,Svizzera). Gli scopi dell’EFTA erano quelli di

sopprimere i dazi doganali relativi ai prodotti industriali degli stati aderenti, di promuovere

l’espansione economica. I risultati dell’EFTA non furono soddisfacenti, tanto che

gradualmente tutti questi stati passarono alla CEE. La politica di pianificazione della CEE

favorirono la notevole crescita economica dei paesi della CEE. Nel 1949 quasi tutti gli stati

europei avevano raggiunto il prodotto nazionale lordo degli anni prebellici. Durante gli anni

’70 in seguito alle spinte inflazionistiche si ebbe un sensibile aumento dell’inflazione e il

rallentamento dei tassi di aumento della produzione. In Gran Bretagna, nel 1979, con la

vittoria del partito conservatore salì al governo il primo ministro Margaret Thatcher la cui

politica fu tesa alla completa demolizione dello statalismo economico per effettuare

l’iniziativa privata e l’efficienza. Numerosi furono i fallimenti che colpirono le aziende più

deboli; eliminate le imprese deboli e indeboliti i sindacati dei lavoratori, iniziò la crescita

dell’economia del paese. La disoccupazione cominciò a diminuire, l’inflazione scese. Due

anni dopo, però la situazione era nuovamente mutata. La popolarità della Thatcher già

oscurata dal generale rallentamento dell’economia britannica, fu minata dall’introduzione

dell’impopolare pool tax. La signora Thatcher si dimise dalla carica di primo ministro nel

1990. in Francia con la nomina , nel 1976, di Barre, si attuò una politica dichiaratamente

liberista. I risultati, però, non furono positivi. La politica di Barre fu completamente invertita

con l’elezione, nel 1981, a presidente della repubblica del socialista Francois Mitterrand

che puntò sull’intervento statale e sui piani di orientamento e sviluppo per stimolare la

crescita produttiva; si ridussero i tassi di interesse, si innalzarono i salari e, di conseguenza,

aumentarono i consumi. Nel 1989 fu approvato il decimo piano nazionale, avente lo scopo

di assicurare alla Francia una forte competitività. Il piano si articolava in 5 punti: crescita

della produttività, sussidi all’istruzione, miglioramento dei servizi, della previdenza sociale e

maggiore vivibilità della città. Dopo il rallentamento subito agli inizi degli anni ‘80,

l’economia tedesca riprese a crescere sotto la guida del cancelliere Helmut Kohl il quale

non attuò una vera politica di privatizzazioni e mantenne alta la spesa pubblica. Il sistema

della congestione che consiste e costitutiva uno dei punti di forza dell’economia tedesca ,

insieme con l’elevata produttività , l’alta qualificazione professionale, lo sviluppo delle

infrastrutture. Con la caduta del muro di Berlino e il rapido processo di riunificazione delle

due Germanie si è innescato un processo di ristrutturazione che ha rallentato la crescita

economica, il tasso di inflazione ha registrato una brusca accelerazione per effetto degli

aumenti salariali e della pressione fiscale.

Nel secondo dopoguerra i maggiori progressi furono compiuti nel settore industriale. I

maggiori aumenti si ebbero in Germania e in Itali, dove, intorno agli anni ’60, si parlò di

miracolo economico. Nonostante il calo degli anni ’70 provocati dall’aumento del prezzo

del petrolio, si può dire che nel secondo dopoguerra vi fu la terza rivoluzione industriale. Le

ragioni della crescita vanno ricercate nell’aumento della domanda dovuto alla crescita

demografica, negli aiuti americani , nei programmi e nella costituzione della CEE. Durante

la prima rivoluzione industriale, si era avuto lo sfruttamento sempre più razionale del

carbone; con la seconda rivoluzione si erano cominciati a sfruttare l’energia elettrica e il

petrolio; con la terza si ebbe la crescita vertiginosa del consumo di energia, cominciò a

diminuire il consumo del carbone, aumentarono quelli dell’energia elettrica e del carbone e

fu avviato lo sfruttamento dell’energia nucleare, fu largamente utilizzato il metano. Dopo

che il fisico Thomson, nel 1897, scoprì l’elettrone, si cominciò lo studio dell’atomo. Tale

studio portò all’utilizzo dell’energia atomica in molti settori della produzione. Intorno agli

anni ’70 le industrie di punta erano divenute quelle chimiche, quelle elettroniche, quelle

automobilistiche e quelle legate alla conquista dello spazio o all’impiego dell’atomo.

Un’altra trasformazione tecnica va attribuita alla corsa che fu fatta per aumentare la

produttività con l’impiego sempre minore del lavoro umano. Con questa corsa si arrivò a

costruire macchine sempre più automatizzate che in alcuni casi sostituiscono completamente

il lavoro umano. Con la costituzione della CEE, gli Stati Uniti aumentarono i loro

investimenti in Europa al fine di sfruttare un mercato più vasto. Dagli anni ’60 in poi

cominciò la concorrenza dei prodotti giapponesi. Per difendersi dallo strapotere delle

multinazionali americane e delle industrie giapponesi i politici accelerarono la costituzione

del Mercato Comune. Si costituirono delle unioni di imprese industriali che presero il nome

di gruppi, i quali al loro interno si scambiavano informazioni, stabilivano accordi,

realizzavano un gioco di partecipazioni incrociate, operavano la fusione di una o più

aziende. In generale questo movimento di raggruppamento delle imprese fu detto

gigantismo. Grazie a tutte queste innovazioni il ritmo di crescita della produzione europea è

salito, ma non si riusciti a toccare i tassi ottenuti dal Giappone. Il maggiore ritardo è nei

settori produttivi ad alta tecnologia. Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da un elevato

tasso di inflazione dovuto a diverse ragioni. I governi, durante gli anni di guerra, si erano

indebitati. I debiti contratti sottoforma di obbligazioni, furono impiegati dalle banche

centrali come riserva per aumentare l’emissione di biglietti. L’inflazione come al solito

mentre favorì i commercianti, danneggiò i possessori di Buoni del tesoro, i percettori di

redditi fissi. In Germania negli ultimi anni di guerra i biglietti in circolazione persero ogni

valore, e nella Germania Occidentale il vecchio Reichsmark fu sostituito con il Deutsche

Mark. In Francia l’inflazione fu particolarmente violenta: i prezzi si moltiplicarono per 20.


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Riassunto per l'esame di Storia economica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente del libro Storia economica:. Secoli XVIII-XX, Balletta. sui seguenti argomenti: LA SOCIETA’ PREINDUSTRIALE E LE RIVOLUZIONI INDUSTIALI; LE CARATTERISTICHE DEL SECOLO DEI LUMI; L’ECONOMIA DEGLI STATI EUROPEI; LA CINA, IL GIAPPONE E L’AMERICA; LA RAPIDA CRESCITA DELL’ECONOMIA INGLESE; IL LENTO SVILUPPO DELL’ECONOMIA FRANCESE; L’UNIFICAZIONE DELLA GERMANIA E LA RAPIDA CRESCITA DELLA SUA ECONOMIA; LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA; L’ECONOMIA EUROPEA NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO; L’EUROPA ORIENTALE NEL XX SECOLO.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Balletta Francesco.

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