Storia economica
Capitolo 1
Principali caratteristiche delle economie preindustriali
Solo da non più di 10mila anni alcune comunità umane hanno cominciato ad abbinare all’attività predatoria la produzione di alimenti e l’addomesticamento di animali: cioè l’uomo è stato un produttore soltanto negli ultimi millesimi della sua esistenza. Tutte le economie agrarie hanno 3 caratteristiche comuni:
- Scarsità
- Eterogeneità
- Economie non statiche, ma presenza di vincoli sociali, culturali, istituzionali, tecnologici
La scarsità è il risultato della crescita della popolazione; la crescita demografica costringe l’uomo a trasformarsi in produttore. A partire dalla rivoluzione agraria della Preistoria le innovazioni e il progresso delle società agrarie continuarono a intensificarsi nei secoli successivi. Le nuove tecniche agricole e dell’allevamento permettevano di mantenere una maggiore popolazione, ma non sempre di migliorare le sue condizioni. La scarsità non era dovuta soltanto alla incapacità di produrre di più; le società agrarie richiedono la sedentarizzazione, che ha una lunga serie di effetti economici e culturali. Si formò una classe dirigente che non solo viveva del lavoro degli altri, ma spesso si appropriava di una parte importante della produzione. Queste società si possono dividere in:
- Società tributarie
- Società schiavistiche
- Società feudali
Nelle società tributarie la maggior parte della popolazione è tenuta a pagare determinate quantità (in moneta o in beni) ai dirigenti e ai templi. Nelle società schiavistiche la disuguaglianza arriva al possesso di alcuni uomini, gli schiavi, da parte di altri uomini, i padroni. Gli schiavi sono stati definiti come animali con voce. Le società schiavistiche non poterono mantenersi dopo la caduta dell’Impero Romano; la produzione dipendeva da una nuova forma di organizzazione sociale e di sfruttamento di alcuni uomini da parte di altri uomini: le società feudali.
Nelle società feudali la disuguaglianza e lo sfruttamento si producono per il dominio che i signori esercitano contemporaneamente sia sulle terre che sugli uomini. La loro egemonia genera la cosiddetta rendita feudale.
L'evoluzione della popolazione nelle società agrarie
L’uomo ha delle norme di comportamento demografico stabili, per cui tutta la storia dell’umanità si può inquadrare in due modelli demografici: l’antico e il moderno, con un periodo di transizione tra l’uno e l’altro. Il modello demografico antico corrisponde all’insieme delle società preindustriali. Le sue caratteristiche sono:
- Tassi di mortalità molto irregolari, con frequenti punte di mortalità straordinaria (fino a 20-30%) dovuti a epidemie, ma anche a fame e guerre
- Tendenza generale all'incremento della popolazione, ma a tassi molto bassi
- Crescita a denti di sega (reversibilità)
La limitazione che la carenza di alimenti impone alla crescita della popolazione fu vista molto chiaramente da Thomas R. Malthus nel Saggio sulla popolazione (1798). La sua idea fondamentale è che la popolazione di una determinata area è limitata dalla quantità di alimenti di cui può disporre: il limite è il cosiddetto tetto malthusiano. Il tetto malthusiano si allontana sia se la distribuzione del reddito è meno disuguale sia se la capacità di produzione di cibo aumenta, per cui si può anche perdere di vista temporaneamente, ma avendo sempre presente che continua ad esistere.
Il vincolo malthusiano:
- Fase positiva: congiuntura favorevole → aumento risorse disponibili e reddito pro-capite → risposta demografica positiva (riduzione mortalità ed età del matrimonio)
- Tetto malthusiano: crescita della popolazione e della domanda si scontrano con la bassa efficienza tecnologica e sociale del sistema agricolo, incapace di incrementare il surplus
- Fase negativa: aumenta il livello dei prezzi e calano i redditi pro-capite → il trend demografico si inverte (aumento mortalità, matrimoni ritardati, riduzione natalità)
Dalla metà del '600 inizia un ciclo di crescita demografica più rapido dei precedenti. Esso mostra segni di esaurimento verso la fine del '700, ma non viene interrotto da una nuova crisi. Le trasformazioni economiche portate dalla rivoluzione industriale, i miglioramenti nella disponibilità di alimenti, nell'igiene e nella prevenzione delle epidemie segnano un salto qualitativo. È l'inizio del regime demografico moderno.
Il ciclo demografico moderno:
- Bassi tassi di natalità e di mortalità
- Elevata speranza di vita alla nascita
- Rapida crescita iniziale della popolazione
Durante la transizione demografica la mortalità cade rapidamente (scomparsa punte di mortalità epidemiche, calo mortalità infantile, in seguito anche di quella adulta). Il tasso di natalità cala in un secondo momento.
Caratteristiche dell’agricoltura tradizionale
Come qualsiasi processo produttivo, l’agricoltura dipende dalla dotazione dei fattori di produzione (terra, lavoro, capitale) e dalle tecniche disponibili. La terra, intesa come spazio adatto per lo sfruttamento e la coltivazione, è una creazione del lavoro dell’uomo, ma è limitata e non omogenea: il suo valore cambia a seconda della qualità e dell’ubicazione. Il fattore capitale, anche se non era del tutto assente, era relativamente poco importante nelle economie agrarie preindustriali. La principale differenza tra l’agricoltura tradizionale e l’agricoltura moderna è l’utilizzazione massiccia di capitale.
La caratteristica fondamentale delle economie tradizionali è che si tratta di economie organiche, dove tutto procede dalla terra. La terra pertanto deve soddisfare domande alternative che rendono difficile la crescita economica. L’ampliamento della superficie coltivata, risposta normale all’aumento della popolazione, significa diminuire i pascoli e/o i boschi.
Dalla rivoluzione agraria della preistoria fin quasi all’ottavo e nono secolo in Europa l’agricoltura si concentrava intorno al Mediterraneo, dove le terre sono facili da lavorare con un aratro semplice, ma sono poco produttive e spesso vengono colpite dalla siccità. Più a nord predominava il bosco e l’allevamento. L’aumento della popolazione provocò un doppio effetto: da un lato l’emigrazione verso sud, dall’altro il passaggio dall’agricoltura itinerante alla coltivazione in campi permanenti.
Al di fuori del mondo mediterraneo la creazione di campi permanenti fu possibile solo con l’applicazione di una innovazione tecnica semplice, ma di grande importanza: l’aratro a ruote, capace di lavorare i terreni dell’Europa del nord. La vecchia agricoltura mediterranea e la nuova agricoltura del nord hanno alcune caratteristiche comuni ed altre specifiche. La caratteristica comune più importante è l’isolamento. Si trattava di economie chiuse, che dovevano produrre praticamente tutto quello di cui potessero avere bisogno per la sussistenza.
La principale differenza tra il mondo mediterraneo e quello nordico radicava nell’organizzazione della produzione: nell’Europa mediterranea la terra coltivata era sfruttata in forma individuale da ciascun contadino, nell’Europa del nord l’organizzazione del lavoro agricolo era comunitaria. L’agricoltura tradizionale del nord Europa:
- Terra divisa in grandi campi (multipli di due o di tre a seconda del tipo di rotazione colturale utilizzata)
- Ogni contadino del villaggio dispone di almeno una particella in ogni campo
- Sistema per ridurre i rischi: obiettivo è la sopravvivenza della comunità (ma con rendimenti bassi e irregolari)
- Il pascolo avviene sui campi a maggese e negli open fields dopo il raccolto
La maggior parte dei contadini era molto povera, per le rese basse e irregolari che otteneva dal lavoro, ma soprattutto per le esazioni a cui era sottoposta. La caduta dell’impero romano alla lunga rese impossibile mantenere il sistema schiavistico che era stato alla base della sua economia: un sistema schiavistico è possibile solo se si garantiscono apporti relativamente costanti di schiavi mediante la guerra o la pirateria e se esiste uno Stato abbastanza forte da impedirne la fuga.
Lo sfruttamento della maggior parte della popolazione da parte dei gruppi dominanti si realizzò per mezzo di una nuova forma di organizzazione della società e del lavoro, conosciuta come feudalesimo. Il feudalesimo è il sistema politico, sociale ed economico predominante in Europa dall’undicesimo secolo fino alla formazione delle società industriali. Le sue caratteristiche principali sono:
- Dal punto di vista politico, l’appropriazione e privatizzazione del potere pubblico e delle sue entrate da parte dei detentori delle cariche pubbliche, delle istituzioni ecclesiastiche e dei grandi proprietari
- Dal punto di vista giuridico, la norma principale è la disuguaglianza legale: gli uomini non sono uguali davanti alla legge
- Dal punto di vista economico, i signori mantengono diritti sulla terra della signoria
I signori feudali, avvalendosi dell’esercizio del potere e della forza, in aggiunta ai loro diritti sulla terra, imponevano ai contadini una serie di prestazioni di lavoro e di pagamenti in denaro o in natura, l’insieme dei quali costituiva la rendita feudale. La situazione dei contadini rispetto al signore feudale e alla terra era molto diversificata. I servi dipendevano personalmente dal signore e avevano poca libertà individuale. In relazione alla terra che coltivavano i contadini potevano trovarsi in condizione di assoluta precarietà, cioè il signore se ne poteva liberare a piacimento, ma potevano anche arrivare ad esserne praticamente proprietari, sottoposti soltanto al pagamento della rendita feudale.
La rendita feudale permetteva al signore di appropriarsi di una parte della produzione e del lavoro dei contadini: questi dovevano consegnare una quota del raccolto, che normalmente si chiamava censo, come pure altri prodotti e piccole quantità di denaro. Un’altra imposizione feudale era la decima, teoricamente una imposta per mantenere la chiesa, fissato in un decimo di raccolti. In contropartita, il contadino poteva disporre di una parte della terra, organizzarne lo sfruttamento e utilizzare liberamente la quota del raccolto residua dopo aver soddisfatto tutte le imposizioni.
Il sistema feudale sperimentò dei cambiamenti nei suoi due aspetti fondamentali: la dipendenza personale e la proprietà della terra. Nell’Europa occidentale si manifestò la tendenza a sostituire le prestazioni in lavoro e le consegne di una parte del raccolto con pagamenti fissi in moneta accompagnati spesso da nuove imposizioni. Parallelamente, in molti luoghi i contadini andarono conseguendo il pieno dominio delle concessioni, che si trasformavano così in aziende. La forma più evoluta era l’enfiteusi o fondo enfiteutico, contratto di durata indefinita che implicava di fatto la divisione dei diritti sulla terra: il signore conservava il cosiddetto dominio diretto, a sua volta l’enfiteuta doveva pagare un canone e si impegnava ad apportare migliorie al bene; in contropartita riceveva il dominio utile, cioè il possesso della terra e il prodotto della coltivazione, una volta soddisfatte le esazioni del signore feudale.
Questa evoluzione dell’Europa occidentale contrasta con la situazione dell’Europa orientale, dove molti territori sono arrivati al diciannovesimo secolo con un regime feudale che ancora comportava prestazioni in lavoro, cessioni di parte del raccolto e in fin dei conti servitù.
A partire dal momento in cui i contadini poterono disporre di fondi in concessione, cominciò un processo di differenziazione che permise l’arricchimento e persino l’ascesa sociale di alcune famiglie, ma allo stesso tempo condannò molte altre a non poter disporre di terra sufficiente per assicurare la riproduzione familiare. La differenziazione era dovuta in primo luogo ad imprevedibili eventi familiari, una seconda fonte di differenziazione, di carattere economico, era dovuta all’abilità e allo sforzo di ciascun contadino per ottenere più o meno prodotti dalla coltivazione o maggiori o minori guadagni dalla loro commercializzazione.
Il fatto più importante è che una volta creata, la differenziazione è cumulativa, tende ad essere sempre più grande come conseguenza del processo di indebitamento. Questa ruota di debiti finiva quasi sempre con la perdita della terra, per sequestro o vendita, a favore dei proprietari abbienti. Come conseguenza di questo processo la maggior parte dei paesi occidentali mostra ben presto una struttura tipica, rappresentata da uno o pochi contadini ricchi proprietari delle terre e delle mandrie, i quali offrono lavoro a giornata e prestiti e dominano la vita delle comunità. In definitiva c’erano terreni dominati dai signori feudali i cui concessionari ne cedevano la coltivazione ad altri. La cessione si faceva per regola generale con contratti a breve termine (normalmente da 3 a 9 anni) contro pagamento in moneta o di parte dei frutti.
La crescita agraria
Le economie agrarie preindustriali erano incapaci di generare uno sviluppo autosostenuto. Le basi principali della crescita agraria nel periodo preindustriale sono il miglioramento degli attrezzi e delle conoscenze. La logica di fondo della crescita agraria preindustriale consiste nell’assicurare l’alimentazione della famiglia nel corso dell’anno e destinare la terra e il lavoro in eccesso, quando ci sono, all’ottenimento di uno o più prodotti commercializzabili. L’introduzione di nuove coltivazioni ha due momenti salienti con origini diverse:
- Medioevo: piante provenienti dall’oriente, attraverso la mediazione del mondo mussulmano (frutta, ortaggi)
- Età moderna: piante originarie dell’America (mais, patata)
Non bisogna dimenticare infine che la produzione per il mercato e l’introduzione di nuovi prodotti richiedono condizioni favorevoli sia dal punto di vista produttivo che di quello della distribuzione e spesso comportano grossi investimenti di capitali o riforme istituzionali, circostanze che spiegano come la loro diffusione fosse lenta e limitata.
L’inizio del cambiamento si manifesta lentamente nei Paesi Bassi con l’utilizzo di una parte del maggese per coltivare leguminose o pascoli artificiali: questo consentiva di ottenere alimenti per il bestiame e pertanto di mantenere più animali durante l’inverno. Gli utili che forniva l’agricoltura olandese rendevano possibile i costosi investimenti finalizzati a creare nuove terre mediante il drenaggio e la costruzione di dighe. Le innovazioni olandesi furono ben presto imitate e migliorate in Inghilterra. I cambiamenti più importanti consistettero:
- Nella introduzione di rotazioni delle coltivazioni, con l’inclusione di leguminose e foraggi, che incorporano azoto nella terra, migliorandone la fertilità e permettono la diminuzione del maggese fino alla completa eliminazione
- Nella selezione di sementi e di animali da riproduzione
- Nell’investimento di capitali nelle migliorie dei campi
- Nella preoccupazione per il progresso agrario
Una delle innovazioni principali fu la maggiore flessibilità nell’uso della terra: a seconda dei prezzi relativi dei cereali e dei prodotti dell’allevamento si assegnava più terra alle coltivazioni o ai pascoli: è quello che si chiama agricoltura convertibile (convertible husbandry). Il risultato è la progressiva sostituzione di un’agricoltura di autoconsumo con un’agricoltura per il mercato.
Il processo britannico è molto complesso e combina i cambiamenti tecnici con quelli strutturali rappresentati dal processo di enclosure o chiusura dei campi. Si ha un cambiamento nelle strutture di proprietà della terra → enclosure → rafforzamento dei diritti di proprietà. È un processo lungo e conflittuale, iniziato dopo la peste nera e protratto fino al XIX secolo → implica la distruzione dell'agricoltura tradizionale a base comunitaria (sostituita dall'individualismo agrario e dall'agricoltura di mercato) e un processo di concentrazione delle terre → pregiudica l'economia di gran parte delle famiglie contadine (costi di recinzione e venir meno dell'accesso agli open fields e alle common lands).
La chiusura delle terre permetteva di organizzare liberamente le coltivazioni o di mantenere una mandria più sana; in questo modo si otteneva allo stesso tempo la massima efficienza agraria e il massimo profitto per i proprietari. In contropartita, il processo di enclosure pregiudicava gran parte del mondo contadino: molti piccoli proprietari finirono per vendere o per perdere le loro terre perché non potevano affrontare il costo della chiusura e specialmente perché le loro coltivazioni erano insostenibili senza il ricorso ai beni comuni, dai quali ottenevano pascoli e legna.
Le trasformazioni agrarie provocarono un forte incremento della produzione per l’aumento della superficie coltivata determinato dalla messa a coltura di parte delle terre comuni e dalla diminuzione del maggese, grazie all’introduzione di nuove rotazioni e miglioramento delle rese medie. L’interazione dei due processi portò l’agricoltura inglese a essere la più avanzata dell’epoca. Occorre tener presente che eccedenze agricole ed economia di mercato sono due condizioni fondamentali per l’avvento della rivoluzione industriale.
Capitolo 2
L'economia urbana preindustriale
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