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Gli anni del “liberismo economico”

• Sempre a vantaggio delle imprese: agevolazioni

fiscali ed incentivi alle esportazioni

• Ritorno ai privati dei servizi telefonici e delle

assicurazioni sulla vita ed abbandono del progetto

di statalizzazione della gestione del settore

elettrico

• Sistemazione dell’Ansaldo

• Salvataggio del Banco di Roma e di altri istituti

bancari cattolici

• Finanziamento del CSVI ad alcune imprese del

settore meccanico e cantieristico

Gli anni del “liberismo economico”

• Principali risultati della politica economica tra il

1922 ed il 1925: raggiungimento del pareggio di

bilancio, sviluppo del potenziale produttivo

dell’industria aumento del reddito nazionale e del

risparmio

• Negli anni del liberismo economico (1922-1925):

trasformazione del regime liberal-democratico in

regime autoritario

• Clima di violenze ed intimidazioni contro gli

oppositori, nonostante le pressioni dei circoli

economici per convogliare il fascismo sui binari

della legalità

Gli anni del “liberismo economico”

• Dopo l’assassinio Matteotti (1924), nuovo invito

degli industriali al ripristino della legalità, ma

successiva loro assunzione di un atteggiamento

di “riservato conformismo” (indotto dal tanto

agognato buon andamento dell’economia)

• Patto di Palazzo Vidoni del 1925: intesa tra la

Confindustria e il sindacato fascista (creato dopo

la messa al bando delle organizzazioni sindacali

libere) per il reciproco riconoscimento delle

rispettive rappresentanze

• Tra la fine del 1925 ed il 1926: rafforzamento del

potere esecutivo, abolizione delle nomine elettive

nelle amministrazioni locali, emanazione di una

legislazione repressiva e creazione dell’OVRA

La rivalutazione della lira a “quota novanta”

• Questione dei debiti di guerra e del risanamento

finanziario: nel 1925, ancora in attesa di

soluzione per tutte le nazioni

• In Italia: gravi problemi monetari (per la forte

riduzione delle riserve valutarie e per le ripetute

bordate speculative sulla lira)

• Sostituzione di De Stefani con Giuseppe Volpi

conte di Misurata, ex-diplomatico nelle colonie

d’Africa e magnate del trust elettrico

• Rigorosa politica di bilancio (per il mantenimento

del pareggio del bilancio statale, raggiunto nel

1925)

La rivalutazione della lira a “quota novanta”

• Stipula di accordi per la definitiva sistemazione

dei debiti di guerra con gli USA e la GB (fine

1925 - inizi 1926)

• Conseguente immediata concessione del primo

prestito USA all’Italia

• Riforma bancaria del 1926 (conferimento, alla

Banca d’Italia, del monopolio dell’emissione e

del compito di vigilanza sulla liquidità bancaria,

sui saggi di sconto e sui traffici in valuta)

• Restrizione del credito, riduzione della

circolazione monetaria e conversione dei buoni

del tesoro in titoli del debito pubblico consolidato

La rivalutazione della lira a “quota novanta”

• “Discorso di Pesaro” (Mussolini, agosto 1926):

dichiarazione dell’intenzione di voler difendere

ad oltranza la lira contro le bordate speculative

• Nel 1927, fissazione del cambio della lira a

“quota novanta” (92,46£ per 1£s e 19£ per 1$) e

reazioni critiche da parte dei circoli bancari e

finanziari e da parte delle imprese meccaniche,

tessili e delle fibre artificiali

• Motivi politici ed economici alla base della

consistente rivalutazione della lira: conquista di

credibilità e di prestigio internazionale anche al

fine di attrarre capitali esteri (soprattutto dagli

USA); esigenza di assicurarsi una vasta base di

consenso tra la piccola e media borghesia

La rivalutazione della lira a “quota novanta”

• Ingresso della lira nel Gold exchange standard ed

immediato afflusso di una serie di prestiti USA al

governo, ai comuni di Roma e Milano, oltre che a

numerose imprese private

• Politica di governo a difesa dagli effetti recessivi

• Ricorso a processi di concentrazione e di

ristrutturazione aziendale

• Ricorso a politiche di dumping

• Costi sociali della politica deflativa: aumento della

disoccupazione; inasprimento dei patti agrari;

intensificazione dello sfruttamento operaio

(metodo Bedaux); decurtazioni salariali

La battaglia del grano e la bonifica integrale

• Avvio della “battaglia del grano” nel 1925, per

ridurre drasticamente le importazioni cerealicole

e quindi i deficit della bilancia commerciale e di

quella dei pagamenti, lasciando, altresì, spazio

crescente alle importazioni funzionali allo

sviluppo industriale

• “Battaglia del grano”: tesa anche a ridurre il

dualismo produttivo Nord-Sud in agricoltura

• Altri obiettivi non ufficiali della “battaglia del

grano”: finalizzata a compensare il sostegno

politico dei proprietari terrieri e a ridurre la

disoccupazione

La battaglia del grano e la bonifica integrale

• Piano della “bonifica integrale” (varo definitivo nel

1928): programma coordinato di interventi per la

valorizzazione dei terreni improduttivi (su circa

1/10 della superficie agraria-forestale) e per il

sostegno dell’occupazione contadina

• Stanziamenti governativi in agricoltura: cospicui

ma, tuttavia, insufficienti in rapporto agli obiettivi

programmati

• Polverizzazione dei fondi ed ampliamento della

produzione destinata all’autoconsumo

La battaglia del grano e la bonifica integrale

• Superprofitti a vantaggio delle grandi proprietà

terriere più efficienti e guadagni comunque

elevati per i più grossi proprietari terrieri ed

affittuari: per l’alta remuneratività della coltura

granaria, per le facilitazioni creditizie e per la

progressività alla rovescia dell’incidenza fiscale

• Aumento della produzione e della produttività, ma

mantenimento del dualismo Nord-Sud

• Risultati della battaglia del grano e della bonifica

integrale : successi più apparenti che reali, ma,

comunque, premessa per successivi sviluppi

Progressi economici tra il 1922 ed il 1929

• Riduzione dell’apporto al PIL del settore primario

• Crescita dell’apporto al PIL del settore secondario

• Tra il 1922 ed il 1926: notevole crescita del PIL

totale e del PIL pro capite, dei risparmi e degli

investimenti privati

• Nei tre anni successivi: mantenimento dei livelli

raggiunti

Le conseguenze della crisi del ’29

• Completamento della “normalizzazione” del

regime autoritario: con l’inquadramento di bambini

e giovani nell’Opera nazionale balilla, nei Gruppi

universitari fascisti e nella Gioventù italiana del

Littorio; con l’assoggettamento della stampa e

della radio alla censura più rigorosa; con il varo di

una nuova legge elettorale e lo scioglimento della

Camera dei Deputati

• Appoggio della Chiesa: ottenuto dopo la

riconciliazione, attraverso la firma dei Patti

Lateranensi (1929)

• Primi segni di ripresa economica, dopo due anni di

stagnazione

Le conseguenze della crisi del ’29

• A partire dal 1930: interruzione della ripresa ed

avvio di una pesante fase depressiva per le

ripercussioni internazionali della “grande crisi”

• Ripercussioni della crisi del ’29 in Italia: meno

gravi che in Germania e in USA

• Anche in Italia, come negli altri paesi ad

economia capitalistica: crollo del commercio

estero, caduta del valore dei titoli azionari e dei

prezzi, forte contrazione degli investimenti,

flessione della produzione ed aumento della

disoccupazione e della sottoccupazione

• Caduta più accentuata dei prezzi e riduzione

maggiore dei salari reali nel settore agricolo

Le conseguenze della crisi del ’29

• Minore ribasso dei prezzi dei prodotti industriali

grazie all’ancora contenuta produzione di beni di

consumo durevoli, ai processi di concentrazione

verificatisi dopo il 1926, alle nuove ordinazioni

dello Stato (materiale ferroviario, in particolare) e

ad alcune misure a vantaggio dell’industria

automobilistica (innalzamento dei dazi di entrata

sulle automobili estere e divieto di installazione di

officine di montaggio della Ford in Italia)

• Contrazione del volume di affari dell’industria

chimica e del comparto tessile, soprattutto per la

marcata flessione delle esportazioni

Le conseguenze della crisi del ’29

• Pesante fase recessiva anche nel settore serico,

per la sempre più temibile concorrenza nipponica

e la crescente inefficacia dell’inasprimento delle

tariffe daziarie e di altre misure di controllo

• Crisi agraria, ribasso delle retribuzioni della

manodopera agricola ed alienazione di molti

piccoli poderi da parte dei proprietari ridotti in

stato di miseria

• In altri paesi europei: superamento della fase

critica nel settore agricolo, mediante la

concessione di forti prestiti alle categorie rurali, il

sostegno della domanda e appositi incentivi alla

trasformazione delle colture

Le conseguenze della crisi del ’29

• Propagazione sempre più severa delle

ripercussioni della “grande depressione” anche

in Italia (fine 1931 – inizi 1932)

• Rifiuto di Mussolini di ritoccare “quota novanta”

(svalutando la lira in coincidenza con la

svalutazione della sterlina e del dollaro)

• Contraccolpi più gravi della crisi: in Italia, subiti

dalle classi lavoratrici, industriali ed agricole;

nelle altre nazioni europee: subiti dai ceti medi

• Ritorno del reddito nazionale ai livelli del 1929:

soltanto alla fine degli anni ’30

Le conseguenze della crisi del ’29

• Nei primissimi anni ’30: trasformazione del

rapporto tra banca ed industria da “simbiotico” a

“perverso”, con crescente coinvolgimento della

Banca d’Italia per il sostegno degli istituti di

credito più esposti

• Rischio di crollo delle principali banche miste

(Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma),

per gli elevati immobilizzi in industrie in crisi e

per l’inesigibilità di gran parte dei loro crediti

• Trasferimento delle partecipazioni industriali

delle principali banche miste a holding di

smobilizzo (Sofindit e Sfi)

• Aggravamento della situazione già critica

Lo Stato imprenditore

• Ruolo dell’IMI (creato nel 1931): necessariamente

limitato ad un numero ristretto di interventi

• Contributo di Beneduce e Menichella (due abili

burocrati con credenziali più tecniche che

politiche) all’analisi approfondita dei problemi del

sistema finanziario ed all’avvio del progetto per la

costituzione dell’IRI

• Varo dell’IRI (nel 1933): soprattutto per la

salvaguardia dei risparmiatori minacciati dal

possibile crollo delle banche

• Istituzione dell’IRI come ente provvisorio, per

risolvere problemi contingenti (dissesto delle

banche e spirale perversa della crisi)

Lo Stato imprenditore

• “Sezione finanziamenti”: concessione di prestiti

ad aziende meritevoli

• “Sezione smobilizzi”: salvataggio di banche

acquisendone titoli e partecipazioni industriali,

corrispondendo titoli di Stato (tasso 5%)

facilmente convertibili in liquidità, quando

necessario

• Smobilizzo della Banca Commerciale, del Credito

Italiano, del Banco di Roma e della Banca d’Italia

• Tramite l’IRI: gestione di un gran numero di

imprese in settori portanti dell’economia

nazionale, ma con criteri essenzialmente

privatistici

Riforma bancaria del 1936

• Specializzazione del credito

• Istituzione dell’Ispettorato per la difesa del

risparmio e per l’esercizio del credito (guidato dal

Governatore della Banca d’Italia, ma dipendente,

in quanto a direttive generali, da un Comitato di

ministri presieduto dal capo del governo)

• Banche di interesse nazionale: Comit, Credit e

Banco di Roma

• Istituti di diritto pubblico: Banco di Napoli, Banco di

Sicilia, Banca Nazionale del Lavoro, Istituto

bancario S. Paolo di Torino, Monte dei Paschi di

Siena

La svolta autarchica

• In USA, Francia, Inghilterra e Belgio, dopo una

breve fase di economia controllata: ritorno alla

normalità

• In Italia, come in Germania: adozione della

politica imperialistica e svolta autarchica

• Instaurazione di legami sempre più fitti ed

impegnativi con la Germania di Hitler

• Invasione dell’Etiopia nel 1935 e ripresa

economica (1935-36), grazie alle eccezionali

commesse statali

• Sanzioni della Società delle Nazioni: pretesto

per la svolta autarchica

• Autarchia e riforma bancaria del 1936

La svolta autarchica

• Trasformazione dell’IRI in ente permanente (nel

1937), ancor più che per fini autarchici, per

l’impossibilità di riprivatizzare una gran parte

delle imprese controllate (a causa del protrarsi

della crisi economica, dell’improponibilità del

passaggio a privati di attività non appetibili, della

cronica insufficienza di capitali)

• Interventi dello Stato, in nome del “supremo

interesse nazionale” e ruolo dell’IRI negli anni

dell’autarchica

• Difesa ossessiva delle quotazioni della lira,

attraverso la compressione dei salari ed il

contenimento del disavanzo dello Stato

La svolta autarchica

• Intensificazione della produzione agricola e

valorizzazione delle risorse sostitutive di materie

prime importate (soprattutto, potenziamento della

produzione idroelettrica e mineraria)

• Sviluppi dell’industria chimica, di quella

siderurgica (da rottame) e di quella meccanica

• Ricorso ad espedienti per stimolare le

esportazioni (attività promozionale, politica di

dumping, accordi di clearing)

• Drenaggi continui di risorse finanziarie dal Sud al

Centro-Nord, dall’agricoltura all’industria, dalle

masse popolari alla oligarchia dei potentati

industriali

La svolta autarchica

• Tra il 1937 ed il 1938: forte ripresa dell’economia,

crescita dell’occupazione industriale e delle

esportazioni di prodotti tessili ed alimentari, armi,

veicoli stradali, aerei, materiale ferroviario

• Nel 1938: passaggio da un’economia

prevalentemente agricola ad un’economia

industriale

• Produzione industriale pro capite nel 1938:

nettamente inferiore a quella di numerose nazioni

europee (ai primi posti, in Europa, nella

produzione di seta artificiale, di lana e di filati di

cotone, ma posizioni relativamente basse nelle

produzioni siderurgica e metallurgica)

L’economia di guerra

• Dualismi ed accentuata burocratizzazione della

struttura economica alla vigilia della seconda

guerra mondiale

• Iniziale dichiarazione di “non belligeranza” ed

incremento delle esportazioni non soltanto di beni

ad uso pacifico, ma anche di materiale strategico,

profittando sino in fondo dell’eccezionale

domanda dei paesi belligeranti, pur se potenziali

nemici

• Rifiuto delle offerte politiche ed economiche della

G.B. e degli USA, accoglimento dell’offerta

economica tedesca e stipula del Patto d’Acciaio

con la Germania (1939)

L’economia di guerra

• Scelta di campo (a fianco della Germania)

coerente con le scelte politiche dell’ultimo

quinquennio

• Insufficienza qualitativa e quantitativa della

preparazione militare

• Dipendenza dall’estero per l’importazione del

carbone e delle materie prime

• Dopo l’entrata in guerra nel 1940: capacità di

mobilitazione di risorse nettamente inferiore a

quella della I guerra mondiale

• Espansione della spesa pubblica

• Inasprimento fiscale, continue emissioni di

prestiti forzosi, emissioni di carta moneta e

pressioni inflazionistiche

L’economia di guerra

• Progressiva contrazione delle forniture tedesche

di materie prime per la produzione bellica e

conseguente crollo della produzione industriale

• Forte contrazione della produzione agricola per la

scarsa disponibilità di manodopera e fertilizzanti

• Ripristino relazioni tra l’alta borghesia industriale

(Agnelli, Volpi…) e gli ambienti d’affari inglesi e

statunitensi per una soluzione di compromesso,

per porre fine al conflitto e garantire il subentro di

un governo liberal-conservatore

• Defenestrazione di Mussolini (luglio del 1943) e

armistizio (settembre del 1943)

• Tra il 1943 ed il 1945: divisione dell’Italia in due

blocchi

L’economia di guerra

• Inflazione molto elevata nel Nord, a causa delle

emissioni monetarie della Repubblica sociale e

delle ingenti somme versate alle forze tedesche

• Inflazione elevata anche nel Mezzogiorno, per

l’emissione di moneta di occupazione (AM lire),

ad un cambio molto sfavorevole, e per il forte

contributo preteso dagli americani per le spese

di guerra da loro sostenute in territorio italiano

• Cessazione delle forniture tedesche dopo la

stipula dell’armistizio ed ulteriore drastica

riduzione della produzione industriale

• Rarefazione anche dei generi di prima

necessità, loro razionamento, controllo dei

prezzi e mercato nero (anche dei prodotti

alimentari delle truppe di occupazione)

Scenario internazionale del dopoguerra

• Immani distruzioni materiali

• Finanze pubbliche in grave dissesto e pesanti

situazioni debitorie delle bilance dei pagamenti

nelle diverse nazioni belligeranti, ad eccezione

degli USA

• Durante la guerra: notevole rafforzamento

dell’economia degli USA, divenuti l’unica potenza

mondiale

• Accordi di Bretton Woods nel 1944 e ritorno al

Gold Exchange Standard

• Per il superamento del problema della carenza di

riserve valutarie in dollari: nel 1947, prima prestiti

e sussidi, poi varo del Piano Marshall

Scenario internazionale del dopoguerra

• Divisione del mondo in due blocchi: blocco

comunista e blocco capitalista

• Adozione, nei diversi paesi aderenti al blocco

capitalista, di politiche riformatrici ispirate alle

teorie keynesiane (nonostante i vincoli posti dagli

USA)

• Tra i partiti di sinistra e quelli di destra:

condivisione di fondo di alcuni obiettivi, quali la

progressività delle imposte, lo sviluppo dei

consumi sociali, l’attribuzione di maggiori poteri di

controllo allo Stato su settori considerati

d’importanza strategica

L’economia italiana nel II dopoguerra

• I danni della guerra per la caduta del

• Disgregazioni socio-economiche

regime autoritario

• Problema istituzionale

• Nascita della repubblica e ritorno alla democrazia

parlamentare

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Accordo tra USA e URSS per l’inserimento

dell’Italia nella zona di influenza anglo-americana

• Aiuti UNRRA

• Progetti statunitensi sull’Italia (promozione di un

efficace rilancio dell’economia italiana per non

lasciare troppo spazio ai partiti di sinistra)

• Vaticano: principale referente per l’Italia, presso gli

alleati sino agli inizi del 1946, a causa della loro

diffidenza per i primi governi di “solidarietà

nazionale”

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Limiti dell’operato dei partiti di sinistra nei governi

tripartiti degli anni ’45-’47

• Impegno sul fronte del rinnovamento delle

istituzioni

• In campo economico, rinvio delle scelte di fondo

per contrasti programmatici ed attuazione di

provvedimenti soltanto in risposta ai problemi più

impellenti

• Incapacità di proporre un vero e proprio

programma di risanamento economico basato

sulla qualificazione della spesa statale o di

raggiungere un accordo di politica economica

condiviso dalla Democrazia cristiana

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Aggravio dell’eccesso di liquidità, nel 1945, con

l’introduzione generalizzata dell’indennità di

“contingenza” (quale meccanismo permanente di

“perequazione sociale” in tutto il territorio

nazionale) e con la stipula di contratti collettivi

nazionali (per l’eliminazione delle differenze

territoriali

• Insuccesso delle proposte avanzate dalla sinistra

per porre freno all’inflazione (cambio della

moneta, imposta patrimoniale ed altri inasprimenti

fiscali)

• Insediamento del governo De Gasperi, alla fine

del ’45, ed accantonamento della proposta del

cambio della moneta (avversata dai liberali)

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Avvio di una politica temporeggiatrice, in attesa

della costituzione del Parlamento

• “Tregua salariale” concordata tra Confindustria e

Cgil, al fine di garantire le condizioni per una piena

ripresa dell’attività produttiva (ottobre ’46)

• Compensazioni riconosciute agli operai, in cambio

della “tregua salariale”: commissioni interne,

scala mobile e assegni familiari, minimi di paga,

limitazioni nei licenziamenti e blocco degli affitti

• Nuova ondata inflazionistica e fine della “tregua

salariale“

• Svolta dei primi mesi del 1947 (grazie ad un

prestito degli Usa e all’ammissione dell’Italia al

FMI e alla Banca mondiale)

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Decisivo mutamento di rotta del nuovo governo

costituito da De Gasperi nell’autunno del 1947,

con l’interruzione della collaborazione governativa

con i partiti della Sinistra

• Singolare forza d’urto del partito liberale, dopo una

lunga estromissione dai posti di potere, grazie

all’autorevolezza di alcuni dei suoi rappresentanti,

primo fra tutti, Einaudi, stimato accademico e

governatore della Banca d’Italia

• Tra luglio e novembre 1947, con Einaudi al

Ministero del Bilancio: avvio di una rigida politica

deflazionistica

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Aumento delle riserve bancarie obbligatorie,

aumento del tasso di sconto e fissazione del

cambio con il dollaro a livelli tali da bloccare le

manovre speculative

• Consolidamento dell’iniziativa padronale nelle

fabbriche, sblocco dei licenziamenti, mobilità

della manodopera

• Aumento della disoccupazione (soprattutto nel

Mezzogiorno)

• Processi di concentrazione e riorganizzazione

tecnica

• Sostegno creditizio alla ripresa dell’attività

produttiva

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Incentivazione del credito agevolato a sostegno

delle imprese in difficoltà (creazione del FIM,

aumento del fondo di dotazione dell’IRI, sussidi

all’industria serica e a quella mineraria, fondi per

il finanziamento delle medie e piccole imprese,

agevolazioni creditizie per le industrie da

impiantare nel Mezzogiorno)

• Ulteriore attenuazione degli effetti della politica

deflativa grazie agli aiuti finanziari Usa, quali, in

particolare, quelli del piano Marshall (o ERP),

varato nel 1947

• Ampie ristrutturazioni nelle grandi imprese dei

comparti siderurgico, cantieristico, meccanico,

elettromeccanico ed elettrico

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Buon esito della lotta all’inflazione

• Successo di De Gasperi e rafforzamento della

coalizione della DC

• Esordio di un’alleanza tra DC e partiti laici

protrattasi per oltre quindici anni, con risvolti

positivi per la stabilità politica del Paese

• Rafforzamento delle riserve auree anche

attraverso l’utilizzo improprio di parte degli aiuti del

piano Marshall (in particolare dei fondi di

contropartita)

• Critiche del Country Study sulle scelte del governo

italiano, ritenute incompatibili con lo spirito e le

finalità del piano Marshall

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Principale obiettivo del piano Marshall: sviluppo

delle economie occidentali sulla base di principi

di tipo keynesiano per la lotta alla disoccupazione

• Situazione italiana nel 1949, in controtendenza

rispetto a quella degli altri paesi assistiti dall’ERP

• Su sollecitazione del governo USA e delle lotte

sociali, avvio di una graduale correzione in senso

riformista della politica governativa (riforma

agraria, piano Ina-Case, Cassa per il

Mezzogiorno)

• Riforma agraria (nel 1950): serie di leggi stralcio

per aree comprensoriali volte all’espropriazione

dei terreni scarsamente produttivi da distribuire

alle famiglie contadine

L’economia italiana nel II dopoguerra

• Istituzione della Confederazione dei coltivatori

diretti (delegata al controllo degli Enti di riforma

ed alla difesa dei diritti dei piccoli e medi

proprietari terrieri)

• Risultati della riforma agraria: in genere

largamente inferiori alle aspettative

• Piano Ina- Case: varato nel 1949 su proposta del

ministro Fanfani

• Conseguente costituzione presso L’INA di una

sezione immobiliare (finanziata con contributi

dello Stato, dei datori di lavoro e dei lavoratori)

per la costruzione di alloggi a basso costo

destinati ai lavoratori dipendenti (affitto con

possibilità di riscatto)


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti ddi Storia economica italiana. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: l’Italia nel primo decennio post-unitario, la svolta protezionistica, il decollo economico, l’economia durante la Prima guerra mondiale, l’esordio del fascismo, gli anni del “liberismo economico”.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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