Storia economica 25/09/2012
Introduzione
La storia economica si divide in due parti:
- Parte generale: analizza i grandi cambiamenti in Italia e nel contesto in cui si trova a partire dall'unità (1861) sino all'età contemporanea.
- Parte monografica: dedicata alla figura di Luigi Luzzati, uno dei politici illuminati, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo.
Sono fondamentali l'utilizzo di un linguaggio economico corretto, ed un approccio multidisciplinare alla materia.
Storia economica - Cos'è?
È una disciplina relativamente giovane. Alla fine della Prima Guerra Mondiale non c'era alcun insegnamento di questa disciplina poiché era assente dalle facoltà umanistiche, mentre era presente, anche se in modo decisamente limitato, solo negli istituti superiori di commercio come quello di Venezia (nucleo di quella che sarebbe diventata Ca'Foscari fondato da Luigi Luzzati), dove venivano insegnati solo alcuni aspetti della storia economica quali il commercio e la navigazione. Come disciplina autonoma acquista rispetto solamente nel periodo fascista, tra il 1922 e il 1923. Questi istituti divennero dunque facoltà di economia e commercio e la storia divenne un insegnamento.
Definizioni di storia economica
- “La storia economica è la storia dei fatti e delle vicende economiche a livello industriale, aziendale e collettivo.” (Carlo Maria Cipolla)
- “La storia economica è l'interpretazione in chiave economica dei fatti della storia.” (Luigi De Rosa)
Esistono dunque due piani: quello storico e quello economico. Bisogna però fare delle precisazioni limitative ed estensive alle due affermazioni. Limitative perché per storia economica si intende la storia economica dell'uomo: dietro agli eventi ci sono persone con la loro formazione socio-politico-culturale. Popper infatti diceva che parlare di società è fuorviante: non c'è la società, bensì gli uomini che con le loro idee hanno effetti intenzionali e non. La capacità di produrre reddito di un'azienda è infatti legata alla capacità delle persone che ci vanno dietro.
Il termine storia è un termine ambiguo
Non tratta solo di eventi lontani nel tempo: ci si occupa del passato nel breve, medio e lungo periodo. Nel breve periodo descrive e interpreta i fatti che non siano conseguenze del mutamento dei dati fondamentali dell'economia (non include il risultato del cambiamento delle tecniche, la conseguenza del cambiamento delle tipologie di produzione o la variazione delle risorse disponibili). Nel lungo periodo esamina invece l'evoluzione dei sistemi economici, le dinamiche dello sviluppo, i movimenti secolari e tutto ciò che si lega al cambiamento delle strutture e dei sistemi economici.
La storia economica si distingue dall'economia fondamentalmente per due aspetti: le diverse problematiche delle discipline e l'uso di strumenti d'analisi. Un lavoro di storia deve trovare riscontro nei tre quesiti fondamentali dell'economia (cosa, come produrre e come distribuire il prodotto), mentre gli strumenti sono concettuali e logici, e sono simili a quelli dell'economia ad eccezione del fatto che l'economia è orientata nel futuro.
A cosa serve la storia dell'economia?
Marc Bloch, ne “L'apologia della storia o mestiere di storico”, 1949 (pubblicata postuma), quando il figlio chiede al padre a cosa serve la storia, questi risponde che l'incomprensione del presente nasce dall'ignoranza della storia e viceversa. “Il primo dovere di uno storico è di interessarsi di vita!”
17/03/1861 - Unità d'Italia
Il 17 marzo 1861 nasce formalmente il Regno d'Italia, ma il processo di unificazione non è ancora concluso perché mancano delle parti della penisola: il Friuli e il Veneto (1866), Roma (1870) e Trento e Trieste (1918-1919). Il nuovo regno è frutto dell'unione di realtà differenti tra loro sul piano economico, istituzionale e organizzativo. Bisogna dunque fare in modo che tutti i territori diventino omogenei.
Bisogna innanzitutto dare un'organizzazione amministrativa, tenendo presente che non esiste un unico modello o un'unica via: si poteva infatti dare vita ad un modello accentrato, federale, ad un'assemblea costituente, o ancora mutare una costituzione già esistente in uno stato preunitario. La scelta che fu fatta fu quella di mutare l'organizzazione degli stati sardi (modello gerarchico accentrato), oltre che a parti della sua legislazione. Si ha così la piemontizzazione dello stato.
La legge Cavour (marzo 1853) sul modello gerarchico ed accentrato recava norme sul riordinamento di amministrazione e contabilità dello stato: impose allo stato piemontese un modello organizzativo nel quale il ministero è la spina dorsale dell'amministrazione centrale. L'amministrazione periferica è invece in mano alle prefetture presenti in ogni provincia e le sue funzioni sono di dislocare le decisioni del governo centrale. Ogni prefettura si divide in circondari ed ogni circondario ha una sottoprefettura. La figura del prefetto è fondamentale in quanto rappresenta il governo, provvede alla pubblicazione ed esecuzione delle leggi, vigila sulla pubblica amministrazione e interviene in situazioni di crisi. Questa figura di prefetto è alle dirette dipendenze del ministero dell'interno e presiede la deputazione provinciale (attuale giunta provinciale). Questa legge stabilisce il ruolo di ministeri e prefetture.
Il problema resta il rapporto che si deve instaurare tra il centro e la periferia e far sì che questo rapporto non si disgreghi. Un importante quadramento giuridico di questo rapporto si ha nel '65 quando viene emanata la legge “Comunale Provinciale”, che suddivide il regno in diversi modelli amministrativi. I comuni sono le cellule dell'ordinamento amministrativo e sono organizzati con Sindaco, consiglio comunale elettivo, giunta municipale e segretario comunale. La giunta era eletta dal popolo, mentre il sindaco era nominato dal prefetto su Regno Decreto (congiungimento tra province e comuni).
Si ha così un modello gerarchico, che va contro l'ideale di libertà che aveva caratterizzato il risorgimento. Bisognava infatti controllare, trovando un giusto compromesso tra l'intervento pubblico e la libertà dei singoli, e questa chiave di volta per la gestione della situazione è dunque la connessione tra parlamento, governo e pubblica amministrazione. Ma l'Italia è ancora un paese che si deve confrontare con gravi problemi: bisogna rimuovere le dogane e ci vogliono infrastrutture adeguate, oltre che ad unificare moneta e caratteristiche delle banche: l'obiettivo primario è il consolidare l'unità politica ed economica del paese.
Una prima questione di fondo è l'assetto amministrativo
La classe della dirigenza amministrativa è espressione di un élite (nel 1861 con le prime elezioni, la popolazione era di 2 milioni di abitanti, mentre gli elettori, per eleggere 443 deputati, erano solo 418 mila, l'1,9% della popolazione totale), e l'alta amministrazione era tutta piemontese. Ad oggi gli impiegati sono oltre 3 milioni, mentre allora ve ne erano soltanto 109 mila, ed i ministeri contavano 2800 dipendenti. Unificazione politica non coincide però con unificazione economica, che seguirà solo dopo un lungo processo. Neppure la moneta unica è in grado di completare questo processo, e la politica economica diventa una grande questione post-unità: si chiedevano infatti che politica economica portare avanti e due erano gli indirizzi prevalenti: protezionismo (aveva caratterizzato molti stati preunitari), o liberismo (praticato solo dal granducato di Toscana e, da dopo il 1850 dal Piemonte).
Protezionismo e liberismo
- Protezionismo: La politica economica di tipo protezionista è volta a difendere la produzione agricola ed industriale nazionale da quella estera attraverso vari espedienti quali tariffe doganali sull'import.
- Liberismo: La politica economica di tipo liberista fa sì che non ci siano dazi doganali, rendendo dunque libero il mercato.
All'indomani dell'unità d'Italia si scelse di procedere con una politica di stampo liberista che si traduce con l'abolizione delle dogane interne e nell'applicazione della tariffa che era già in vigore nell'ex regno di Sardegna (dazi doganali tenui).
Perché si approda al liberismo?
Diverse ragioni interne ed esterne allo stato han portato a questa conclusione:
- Una ragione di tipo endogeno che si lega al problema della strozzatura della bilancia dei pagamenti legato al volume degli import (830 milioni) ed export (577 milioni). Il valore della merce in entrata era di gran lunga superiore al valore della merce che usciva! Inoltre, con l'unificazione diventa fondamentale il problema delle infrastrutture e delle materie prime, che nel neonato paese erano quasi assenti, e che andavano dunque importate dall'estero: si prospetta il rischio di un collasso della bilancia dei pagamenti. La soluzione a ciò si ha solo con l'aumento dell'export. A ciò è volta la politica liberista, poiché se avessero deciso di applicare dei dazi doganali sulle merci in entrata nel nostro paese, allora anche gli altri avrebbero fatto lo stesso con la merce Italiana, sfavorendo dunque l'export.
- Una seconda ragione è invece di tipo esogeno: non si possono infatti non considerare i mercati esteri! A metà del 1800 si rafforza infatti un orientamento di tipo liberista tra gli stati europei: nel 1860 infatti, Francia e Inghilterra siglano un accordo commerciale (Cobden-Chavalien) improntato sul libero scambio di merci tra i due paesi. Questo trattato costituirà l'esempio di altri trattati commerciali, dei quali il più importante è quello tra Italia e Francia del 1863, dato che la Francia era uno dei nostri più grandi partner commerciali.
Quali effetti ha la politica economica liberista?
Da una parte essa favorisce gli scambi esteri e rafforza i rapporti politici e diplomatici tra i paesi, mentre dall'altra ha pesanti ripercussioni sul mezzogiorno, laddove l'industria era cresciuta e si era sviluppata sotto l'ombra del protezionismo e non era dunque in grado di reggere la concorrenza. C'è inoltre da dire che l'Italia sarà, fino alla fine della Prima Guerra Mondiale un paese prevalentemente agricolo (63,3% della popolazione totale vi è impegnata).
Fino a quando si continua a seguire una politica economica di tipo liberista?
Il passaggio al protezionismo è graduale: due sono le tappe fondamentali: 1878 (applicazione di una tariffa doganale semi protezionistica) e 1887 (applicazione di una tariffa doganale protezionistica che dà vita ad uno scontro diplomatico con la Francia).
Finanza pubblica
Il nuovo regno nasce fortemente indebitato perché eredita i debiti pubblici di tutti gli stati preunitari (2,5 miliardi di lire), che vengono convertiti in titoli di rendite, remunerati ad un tasso fisso del 3 o del 5%. Ma perché decide di farsi carico dei debiti che fondamentalmente non ha? Se il neonato stato fosse venuto meno, nessuno gli avrebbe dato più fiducia e le aste del debito sarebbero andate deserte. Si decide dunque di assumere i debiti ed emettere dei titoli di rendita. È il ministro Bastaggi, che nel 1861 istituisce il “Gran libro del debito pubblico”, dove vengono annotate tutte le emissioni ed i rimborsi per ogni singolo titolo. Deciso che i debiti vanno onorati, c’è la questione della distribuzione di questi debiti. Il problema fondamentale è che oltre il 65% del debito apparteneva al regno di Sardegna, per cui si decide di ripartirlo equamente per tutto lo stato. E siamo solo all’inizio delle spese pubbliche, dato che le spese per “fare l’Italia” (strutture ed infrastrutture) devono ancora essere effettuate.
Il rapporto debito/PIL in questi anni è del 45% ed in 10 anni giunge al 90% a causa della necessità di spese significative. C’è da dire infatti che le entrate sono solo il 60% delle uscite dello stato, ed il restante 40% non fa altro che aumentare l’indebitamento complessivo dello stato.
L’obiettivo primario è il pareggio di bilancio (destra storica), che si raggiunge solo nel 1875-1876, attraverso l’aumento delle entrate ed una riduzione delle spese. Si agisce dunque continuando ad emettere titoli. L’imposta fondiaria (sui terreni) all’epoca era la fonte principale di entrate, ed era calcolata secondo le rendite catastali. Il problema è che nell’intero territorio nazionale esistevano 22 catasti, ognuno con parametri diversi (spesso soltanto di carattere puramente descrittivo). Un’altra imposta importante era il dazio-consumo (attuale IVA), che colpisce i consumi, o anche l’imposta di ricchezza mobile (1874), che colpisce i redditi da capitale. Altre tasse erano imposte di bollo, lotto, successione e sul macinato.
01/10/2012
Le tasse però non danno gettito subito, per cui bisogna trovare una soluzione immediata. Una di queste è la vendita dei beni demaniali (sia terreni che edifici) e dei beni che appartenevano allo stato pontificio. Altra fonte immediata è la concessione delle linee ferroviarie, oltre che alle emissioni di titoli di stato (la prima grande emissione si ha nel 1861). La questione è delicata perché per lo più i titoli vengono collocati all’estero (principalmente in Francia), e il fatto che il debito pubblico finisca nelle mani dei Francesi da una parte favorisce l’afflusso di capitali stranieri, mentre dall’altra crea una dipendenza dalla Francia.
Questa cospicua partecipazione straniera ha una serie di implicazioni non trascurabili: il debito pubblico infatti cresce vertiginosamente e in 10 anni arriva a raggiungere il PIL. Se il debito continua a crescere però, gli investitori si guardano dall’investire nei nostri titoli, poiché si chiedono come mai questo continui a crescere. Anche il semplice fatto che vada per la maggior parte all’estero, fa pensare che gli italiani non hanno il capitale per acquistarlo. Non riuscendo a vendere i titoli aumenta dunque il tasso di guadagno per gli investitori: se un buono ha il valore nominale all’acquisto pari a 100, se il tasso deve rimanere fisso, ora il buono, sempre dello stesso valore, viene venduto ad un prezzo minore (svendita).
Le spese dello stato si dividevano allora in: 40% difesa, 40% interessi sul debito, e il restante 20% per altri investimenti. Ad un certo punto però lo stato non è più in grado di far fronte al debito (rischio di fallimento). Un’altra questione legata al debito è il fatto che i titoli vanno all’estero è il fatto che la finanza nazionale non è più sotto il controllo del mercato italiano, esponendo i titoli alle forti oscillazioni dei mercati internazionali. Si apre dunque una dipendenza molto importante dal punto di vista monetario all’indomani dell’unità.
All’epoca circolavano in Italia un totale di 900 milioni e di questi, ben 881 milioni erano costituiti da monete metalliche (90% circa), di cui il 60% era costituito d’argento, mentre il restante era d’oro. Si decise di adottare il modello bimetallico degli stati sardi (oro e argento), ispirato al sistema bimetallico Francese, scaturito nel 1803. Nel maggio 1861 si decide l’impronta da dare alla moneta, e nel luglio si conferisce valore legale alla lira piemontese, che diventa così la lira italiana.
Legge Pepoli - Agosto 1862
Con questa legge, la lira Italiana diventa l’unità monetaria legale per i pagamenti e l’unità di conto per le amministrazioni pubbliche e private (da adesso il bilancio va espresso in lire!). Con questa legge si accede allo standard bimetallico Francese, dove i due metalli sono legati da un rapporto definito “Legale” fisso, che non va confuso con il rapporto di mercato, ed è di 1/15,50. Per quanto riguarda l’argento, il titolo è espresso in 900/1000 (millesimi) tra la quantità di argento presente in una moneta ed il suo peso complessivo (se una moneta ha titolo di 900/1000, ponendo che il suo peso complessivo sia di 1 kg, allora 0,9 kg sono composti del metallo di cui è costituita). Il titolo dell’oro invece è espresso in carati (24/900) e non più in millesimi.
Per l’argento il pieno titolo, altresì detto titolo massimo è di 900/1000, non essendo possibile farle più pure a causa del peso e della facilità che queste avrebbero nel deteriorarsi. Il valore intrinseco di una moneta è la quantità di metallo nobile in essa contenuto (espresso in grammi).
Nel sistema monetario Francese si ha che una moneta di 5 franchi si dice scudo. Uno scudo d’argento pesa 25 grammi e ha titolo di 900/1000. 20 franchi equivalgono dunque a 4 scudi del peso di 100 grammi di cui 90 sono del metallo. La moneta d’oro più piccola era quella da 20 franchi e pesava 6,45 grammi. Dividendo i 100 grammi d’argento e i 6,45 d’oro, si ottiene il valore legale di 1/15,50 (rapporto del valore delle due monete). Ma se il valore delle monete è fisso, il valore dei metalli puri non lo è.
L’accoglimento del sistema bimetallico Francese non è però integrale, poiché il rapporto di mercato tra oro e argento è stabilito a 1/15,36. Ciò vuol dire che l’argento è apprezzato nei confronti dell’oro. Si decide dunque di coniare le monete da una lira con il titolo di 830/1000 per poter ristabilire così il valore.
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