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Storia economica - Appunti

Appunti e riassunto di Storia economica con particolare attenzione ai seguenti argomenti: espansione economica nell'Europa medievale, innovazioni istituzionali del periodo, crisi del 1300, scoperte geografiche di metà 400, mercantilismo, pauperismo, rivoluzione agronomica inglese.

Esame di Storia Economica docente Prof. P. Scienze economiche

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della Compagnia dei mari del sud che aveva enormi profitti visto la tratta degli

schiavi e i titoli pubblici vengono convertiti in sue azioni determinando un ottimo

momento per la finanza cosi nascono le bubbles (società senza scopi ben

precisi) in quantità enorme; per arginare il fenomeno il parlamento disciplina la

loro istituzione (bubbles acts) cosi gli azionisti di bubbles vendono le azioni e

queste falliscono con conseguente perdita di fiducia nella finanza pubblica e

privata.

RIVOLUZIONE AGRONOMICA IN INGHILTERRA (1700)

Corn act (provvedimento che prevedeva benefici per chi esportava cereali)

Enclousers (recinzioni con obiettivo di creare grandi aziende agricole con

l’impiego di lavoratori salariati)

Meccanizzazione della produzione

Coltivazione a rotazione

CONSEGUENZE: aumento della popolazione, miglioramento del tenore di vita,

aumento della domanda di manufatti, aumento della domanda estera.

Questi fattori determinano lo sviluppo del settore secondario (riv. Industriale):

l’offerta interna non soddisfa la domanda cosi si cercano innovazioni che

aumentino la produzione, innovazioni favorite anche dal calico acts che

limitava le importazioni di cotone dalle colonie stimolando la produzione

interna. I tre settori chiave della rivoluzione industriale:

minerale, siderurgico (altoforno e tecnica del pudellaggio) e tessile.

Nel resto d’Europa la rivoluzione tarda a causa della mancata liberalizzazione

dei fattori di mercato e del lavoro. I fisiocratici cercano di attuare questa

liberalizzazione (laissez faire, tassazione del clero) applicando i criteri

illuministi in campo economico ma a causa delle resistenze sociali falliscono e

cosi si arriva alla rivoluzione francese.

CONSEGUENZE NEL SETTORE ECONOMICO DELLA RIV. FRANCESE

(1789)

Liberalizzazione del mercato della terra

Confisca e nazionalizzazione delle proprietà appartenenti alle corporazioni

religiose e liberalizzazione del prestito ad interesse

Liberalizzazione del mercato del lavoro

Soppressione del monopolio statale sul commercio estero

Adozione sistema metrico decimale

Queste innovazioni si allargarono al resto d’Europa grazie alle conquiste

napoleoniche.

Napoleone inoltre promulgò due codici: il codice napoleonico che riconosceva

la proprietà privata, la validità legale dei contratti, la regolamentazione del

prestito ad interesse e strumenti creditizi come l’assegno e la cambiale, e il

codice di commercio che regolamentava tre 3 forme di società quali la società

semplice, la società in accomandita e la società anonima (di capitali e per

costituirla serviva una autorizzazione del governo).

Nel 1815 Napoleone cade vista l’enorme potenza militare degli avversari e cosi

inizia la restaurazione. Nel 1800 la riv. Indust. Inglese si estende al resto

d’Europa tramite due canali: assunzione di personale inglese specializzato e

imprenditori inglesi che cercano fortune oltre i confini nazionali. In questo

secolo le innovazioni tecnologiche nascono da uno stretto legame tra la

scienza e il problema della produzione.

I PRINCIPALI SETTORI SVILUPPATISI NEL 1800:

Siderurgico (produzione acciaio)

Trasporti e comunicazioni (ferrovie e applicazione del vapore ai trasporti via

mare)

Industria meccanica (motore a combustione)

Chimico (esplosivi, farmaceutici, coloranti e sintesi dei composti organici)

Energia (estrazione e raffinazione del petrolio ed energia elettrica)

INNOVAZIONI ISTITUZIONALI ED ECONOMICHE DEL 1800:

Economie di scala (riduzione del costo medio unitario grazie alle maggiori

dimensioni dell’industria)

Economia di diversificazione (prodotti merceologicamente diversi)

Ricorso degli imprenditori all’utilizzo di banche e dei mercati finanziari per

poter accedere alle economie di scala visto che servivano ingenti quantità di

capitali

Sistema creditizio e bancario (banche d’emissione con funzioni di banca

delle banche, emissione carta moneta, banca dello stato, sorveglianza del

sistema bancario, gestione riserve valutarie e controllo del mercato dei

cambi; alta banca con funzione di consigliere del sovrano e intermediario

del debito pubblico; banca commerciale che aveva come attività principale

quella di investimenti volti all’attività industriale; credito mobiliare che agiva

tramite emissione di azioni e obbligazioni volgendo i suoi interessi in

investimenti pluriennali, banca mista che svolgeva operazioni commerciali

sia a breve che a lungo termine e di fatto univa la banca di deposito con la

banca d’investimento; casse di risparmio e banche popolari volte al

sostegno dei piccoli artigiani)

Sistema monetario (gold standard)

Nel primo ‘800 tutti gli stati adottano politiche protezionistiche per agevolare le

loro neonate aziende proteggendole dai prodotti d’importazione inglese ma in

seguito al trattato anglo-francese del 1860 politiche liberiste prendono piede in

tutta Europa.

1 ondata industriale (1830-1870): Francia, Germania, U.S.A.

2 ondata industriale (1870-1910): Svizzera, Russia, Italia, Giappone.

CARATTERI DELLA PRIMA ONDATA INDUSRIALE:

Larga disponibilità di materie prime

Sviluppo di una rete ferroviaria a livello nazionale

Banche commerciali sotto forma di spa che rendevano disponibili grandi

capitali alle industrie.

Dal 1865 (fine guerra di secessione) anche gli Stati Uniti si avviano

all’industrializzazione dove, vista la larga disponibilità di materie prime,

nascono grandi imprese siderurgiche, meccaniche e automobilistiche protette

dalla politica protezionistica del Congresso.

In Russia e in Giappone lo stato svolge una parte molto importante.

1873-1896: LA GRANDE DEPRESSIONE (CRISI DEFLATIVA) I CARATTERI:

Cadono i prezzi agricoli a causa della diminuzione dei costi di produzione e

di trasporto, c’è un problema di sovrapproduzione a causa dell’immissione

sui mercati europei di cereali russi e americani che causano emigrazione e

riconversioni colturali

Cadono i prezzi industriali a causa delle economie di scala, della

concorrenza tra le imprese e del mercato interno ridotto. Gli stati cosi

adottano politiche protezionistiche, politiche sociali e politiche

imperialistiche e nascono nuove forme di organizzazione dell’impresa.

Lo stato inizia ad affiancare le classi sociali più disagiate con le prime forme di

previdenza sociale, iniziano a ritornare nelle vecchie colonie o ne cercano

delle nuove (Africa) con lo scopo di allargare i propri mercati e di collocare la

popolazione in esubero. Nelle imprese compaiono le catene di montaggio e la

retribuzione a cottimo, nascono le intese di cartello e le trusts, si verifica una

scissione tra la proprietà e la gestione dell’impresa e la finanza d’impresa

subisce grandi cambiamenti: ricorso alla borsa, si diffondo l’azionariato,

nascono le holdings (sistemi orientati al mercato), ricorso al credito e stretti

rapporti tra imprese (sistemi orientati agli intermediari).

Dal 1897 i prezzi incominciano a risalire grazie soprattutto all’adozione da

parte di Inghilterra, USA e Giappone del Gold standard.

CARATTERI DELLA GRANDE GUERRA:

Guerra di logoramento

Economie di guerra degli stati belligeranti (tutte le risorse sono volte alla

produzione bellica, sospensione dei meccanismi di mercato, lo stato

aumenta la spesa pubblica, fissa i prezzi, fissa orari di lavoro e salari e

distribuisce i beni di prima necessità. Gli stati per far fronte ai deficit si

indebitano verso l’estero e verso l’interno inoltre stampano carta moneta

con la conseguente sospensione del gold standard.

Nel 1917 la guerra termina grazie alle rivolte popolari, ed n modo particolare in

Russia dove il partito bolscevico va al potere con Lenin ed in seguito ad un

colpo di stato instaura una dittatura di partito unico nel quale il mercato e la

moneta vengono soppressi visto che l’economia è totalmente in mano allo

stato.

CONSEGUENZE DEL CONFLITTO:

L’ Europa perde il suo potere in favore degli Stati Uniti

Le colonie delle potenze europee iniziano ad emanciparsi

Scomparsa dell’impero turco e dell’impero austro-ungarico

Crisi demografica

Crisi agricola

Crisi industriale (difficoltà nel convertire le produzioni)

Crisi del commercio (la rete di scambi era stata distrutta)

Crisi finanziaria (aumento del debito pubblico)

Crisi monetaria (crollo della moneta e dei paesi sconfitti)

Alla Germania (sconfitta) vengono imposti gravi pagamenti e per poterli

effettuare la banca centrale stampa grandi quantità di carta moneta (iper

inflazione) e la crisi sociale che ne scaturisce sfocia nella nascita di partiti

nazionalsocialisti.

1923= produzione del marco oro e nuovo sistema monetario (gold exchance

standard)

1924= piano Dawes che precedeva un prestito internazionale alla Germania

per favorirne la ripresa economica. Il piano Dawes, le politiche economiche

degli USA e il corporatismo (sistema economico che mirava al coinvolgimento

delle grandi associazioni di lavoratori e imprenditori) sono i principali artefici

della stabilità degli anni 20.

1929 = GRANDE CRISI DEFLATTIVA

Glia anni 20 in america furono di grande sviluppo grazie al protezionismo del

congresso contrapposto ad un liberismo del mercato interno, una dinamica

salariale contenuta contribuì ad una forte sperequazione del reddito favorendo

lo sviluppo azionario e quindi la speculazione e cosi i possessori di azioni

crebbero anche perchè le banche concedevano prestiti per investimenti

azionari invece che per scopi produttivi. L’eccesso di produzione agricola

determinò la caduta dei prodotti agricoli che si estese al resto della produzione

cosi i contadini non avevano soldi per rimborsare i prestiti ottenuti dalle banche

e il diffondersi di queste notizie portò i risparmiatori a ritirare i propri depositi

causando una crisi bancaria, inoltre i risparmiatori disinvestirono in borsa

vendendo le azioni causando un panico azionario. In pochi mesi fallirono

migliaia di imprese e gli effetti negativi si trasmisero all’Europa attraverso le

esportazioni e al completo disordine monetario che ci fu con la sospensione del

gold exchanche standard.

1933= new deal = piano per risollevare l’economia del presidente Roosevelt

che prevedeva un aiuto statale per la giusta allocazione delle risorse e voleva

aumentare la domanda tramite la dilatazione della spesa pubblica. I

provvedimenti del New Deal:

AAA ( Agricultural Adjustment Act)= riduzione produzione e sussidi ai contadini

NIRA (National Industrial Ricovery Act) = lavori pubblici e riforma del sistema

delle relazioni industriali

Energy Bancking Act e legge Glass-Steagall = rafforza i poteri della Federal

Reserve e divide le banche commerciali da quelle d’investimento.

Il New Deal ebbe effetti positivi ma trovò resistenze da parte degli imprenditori e

da parte del Congresso che vedeva aumentare il deficit di bilancio cosi viene

sospeso con conseguente disoccupazione; Roosevelt lo reintroduce ma non

servirà, infatti l’economia Usa ripartirà solo grazie allo sforzo bellico della

seconda guerra mondiale.

1939 = scoppia la seconda guerra mondiale che determina una crescita

economica generale e alla fine del conflitto la ripresa economica non trova

ostacoli grazie alla stabilità monetaria, agli effetti economici dello stato

assistenziale (il welfar state delineato da Beveridge prende piede in

Inghilterra tramite la riforma sanitaria, le pensioni di vecchiaia, le assicurazioni

e l’istruzione che dilatarono la domanda) e alla cooperazione internazionale

(Bretton Woods: dollar standard, fondo monetario internazionale, banca

mondiale BIRS, piano Marshall che prevedeva aiuti ai paesi europei, sistema di

cambi relativamente fissi). Inoltre l’Europa attuò proprie politiche di

integrazione :

1947 = accordi generali sulle tariffe e sui commerci (GATT)

1948 = OECE (organizzazione europea per la cooperazione economica)

1952 = CECA

1956 = trattato di Roma (Europa dei 6) e banca europea degli investimenti (BEI)

1962 = PAC (politica agraria comune)

CRISI DEGLI ANNI 70:

i fattori che avevano sostenuto il dopo guerra vengono meno infatti viene

sospeso il regime di cambi fissi introdotto a Bretton Woods (Nixon annuncia la

sospensione della convertibilità del dollaro in oro a causa dello sforzo

economico sostenuto per la guerra del Vietnam) e avviene un aumento dei

fattori produttivi, in modo particolare cresce il prezzo del petrolio a causa della

guerra arabo-israeliana prima e della rivoluzione iraniana poi e visto il regime

di piena occupazione raggiunto si verifica un aumento del costo del lavoro.

Questa crisi ha come conseguenza la crescita dei prezzi e una stagnazione

produttiva che determina disoccupazione (stagflazione). Grazie al welfare state

gli effetti vengono ammortizzati e si arriva a una deregolamentazione dei

mercati, prende piede nuovamente i liberismo.

Riprendono anche le politiche di cooperazione:

anni 70-80 = allargamento della CEE a 12 stati

1979 = SME (sistema monetario europeo)

1992 = trattato di Maastricht (mercato unico europeo)

A metà anni 80 c’è un piccolo arresto economico dovuto alle ormai inadeguate

politiche liberistiche di Inghilterra e USA e allo scioglimento dell’unione

sovietica. Nel 1985 Gorbaciov prova a formare un meccanismo di mercato fino

ad allora assente visto il regime comunista tramite la glasnost e la perestroika

ma fallisce portando alla disgregazione dell’unione sovietica (1989) e alla fine

della guerra fredda.

Negli anni 40 e 60 l’Asia visse insieme all’Africa e al Medio Oriente un

processo di decolonizzazione cosi questi paesi indipendenti in virtù di

innovazioni mediche ebbero una esplosione demografica che causò gravi

difficoltà per il loro sviluppo economico con conseguente emigrazione verso i

paesi sviluppati.

ISTITUZIONI E SVILUPPO ECONOMICO DELL’ITALIA UNITA (2° parziale)

CONTINUITA’/DISCONTINUITA DELLA STORIA D’ITALIA

Secondo Benedetto Croce non si può parlare di storia d’Italia se non a

partire dal 1861 con la costituzione di uno Stato nazionale unitario. Si

poteva al massimo parlare nel ‘700/’800 di un processo di preparazione

all’unione durante gli anni risorgimentali.

L’interpretazione nazionalista di Gioacchino Volpe invece intende la

formazione di una comunità nazionale italiana in epoca precedente

all’organizzazione dello Stato unitario del 1861.

Nel lunghissimo periodo di formazione della nazione, si era affermata

un’economia della penisola che era basata sulla divisione del lavoro, infatti al

centro-nord si era sviluppata la manifattura (e i suoi prodotti finiti) e i servizi

finanziari e al sud si era sviluppata prevalentemente la produzione agricola.

Questa divisione del lavoro e l’integrazione tra nord e sud consentì all’Italia di

detenere il primato economico europeo nel Medioevo. A fine ‘500 questa unità

economica iniziò a frantumarsi anche per effetto del cambiamento dei transiti

commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico. L’Italia del centro-nord perde quel

carattere avanzato di specializzazione e convertì la produzione verso prodotti

agricoli e semplici manufatti iniziando un processo di deindustrializzazione e

contemporaneamente l’Italia del sud riduce la quantità di prodotti agricoli

esportati: questi due fattori sono le cause che porteranno l’economia italiana,

dal centro alla periferia della scena economica europea. Il successivo percorso

che riporterà l’Italia al centro dell’economia europea e mondiale è un percorso

lungo e faticoso che inizierà solo dopo la sua unificazione politica,

amministrativa e territoriale del 1861.

ELEMENTI CARATTERIZZANTI LO SVILUPPO ECONOMICO ITALIANO NEL

LUNGO PERIODO

Andamento contrastato (alti e bassi ) che lasciò testimonianza a due livelli:

tenuta delle tradizioni produttive locali

collegamento delle elite culturali italiane con i ceti dirigenti europei

b) presenza di forti divari regionali (centro-nord contro sud) precedenti

l’unificazione politica

Nei primi anni dell’800 si diffonde tra i ceti dirigenti l’idea dell’unificazione

nazionale passando sopra alle varie divisioni tra gli stati regionali. La

coincidenza tra indipendenza/libertà dagli altri stati e integrazione fu la via

per il movimento risorgimentale mazziniano il quale mirava a convincere i

ceti bassi all’unificazione. Oltre a questi motivi culturali/politici erano presenti

dei motivi economici avvertiti dai liberal-moderati (destra di Cavour, Balbo e

Gioberti ) che sentiva l’esigenza di un processo di unificazione sotto vari

aspetti: economico, legislazione civile e commerciale, dei pesi e delle

misure. Inoltre si voleva un sistema monetario unificato e una rete ferroviaria

estesa a tutto il paese per la creazione di un mercato nazionale. Ciò doveva

servire da impulso per l’economia italiana e farla tornare in competizione con le

grandi potenze europee. L’unico stato nazionale che aveva mantenuto una

Costituzione era il Piemonte Sabaudo, Stato più forte militarmente in cui la

casa regnante (Savoia) aveva ambizioni espansionistiche verso la pianura

padana. Emerge così la figura di Camillo Benso Cavour come capo della linea

liberal-moderata con le idee di unificazione. Tale processo doveva essere

simile al modello di sviluppo inglese, un modello che prevedeva uno sviluppo

costante e graduale, che doveva partire dal basso e con la convinzione che lo

Stato doveva porre le condizioni in alcuni settori economici. Dal 1850 al 1860

(decennio di preparazione) Il Regno Di Sardegna inizia questo processo infatti

stringe accordi con gli altri stati europei con il fine di diminuire i dazi

doganali e così favorire le esportazioni, nel campo del credito nel 1851 si ha

la nascita del Banco Nazionale Di Sardegna sotto forma di spa il quale aveva

stretti rapporti con lo Stato il quale interviene anche nel settore delle

infrastrutture: il canale Cavour che favoriva una migliore irrigazione della

pianura padana, il traforo del Frejus che collegava Francia e Piemonte e una

rete ferroviaria. Gli esponenti della futura destra storica pensavano che

l’unificazione dovesse riguardare solo il centro-nord ma grazie ai democratici,

ed in particolare a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille, il 17 marzo 1861

viene proclamata l’unità nazionale e la prima capitale del neonato regno

stabilita a Torino. Il nuovo Stato era sotto forma di Monarchia Costituzionale

( forma di Stato del Regno Di Sardegna) e aveva davanti a se molti problemi da

risolvere in seguito alle diverse esperienze politico-economiche e del diverso

sviluppo economico della penisola. Inoltre ci fu il problema del brigantaggio

meridionale che voleva ritornare alla separazione che però venne represso

duramente dall’esercito fino al 1865. Dal 1861 al 1876 assistiamo a governi

della destra storica, uomini che facevano parte delle elite, rappresentati dalla

grande proprietà terriera e dai grandi banchieri; a questi si contrapponeva la

sinistra storica (eredi di Mazzini) che invece interpretavano le esigenze della

piccola e media borghesia. Il nuovo regno era uno Stato povero, la sua

ricchezza proveniva in maggior parte dal settore primario (46%) a discapito del

settore industriale (solo il 20%) e versava in condizioni sociali gravi (bassi tassi

di natalità e una speranza di vita che raggiungeva a fatica i 30 anni). Dal punto

di vista amministrativo la destra storica adotta un modello francese con un

forte centralismo decisionale che prevedeva le figure dei prefetti, organi

dotati di enormi poteri nel controllo del territorio che erano fortemente collegati

con il Governo.

PRINCIPALI ASPETTI DELLA POLITICA ECONOMICA DELLA DESTRA

STORICA

unificazione del sistema monetario, sistema bimetallico fondato sulla lira

d’argento che prevedeva anche la stampa di carta moneta convertibile in

oro e argento

creazione di un sistema tributario che tassava tutto il territorio, in

particolare venne introdotta un’imposta progressiva che colpiva i redditi

industriali e mercantili

elaborazione dei primi codici civili e commerciali con valenza nazionale

uniformazione del sistema doganale con una diminuzione dei dazi

doganali per favorire le esportazioni e una totale soppressione dei dazi

interni (adozione del libero scambismo interno)

sviluppo di un grande piano di costruzione delle infrastrutture che

prevedeva ponti, strade e ferrovie a livello nazionale; in particolare i lavori

per la strada ferrata vengono dati in appalto dallo Stato a 4 grandi società

private con forte partecipazione straniera (Società strade ferrate nazionali,

Società Vittorio Emanuele, Società Alta Italia e Società strade ferrate

romane) alle quali lo Stato dava sovvenzioni per il raggiungimento di un

utile annuale prestabilito cosi da non lavorare in perdita

unificazione delle misure con l’adozione del sistema metrico decimale

Nel settore creditizio la Destra Storica non riuscì nel processo di

unificazione, anche a causa della presenza nel partito stesso di portatori di

interessi nella pluralità del sistema delle banche d’emissione (banchieri); infatti

nonostante Cavour avesse intenzione di affidare la stampa di carta moneta ad

un unico istituto si mantennero 6 banche d’emissione (Banca Nazionale Del

Regno Di Sardegna, Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana Del Credito,

Banco Di Napoli, Banco Di Sicilia e Banca Romana).

CONSEGUENZE DELLA POLITICA ECONOMICA DELLA DESTRA STORICA

L’Italia dell’epoca era principalmente esportatrice, in particolare esportava

cereali, olio, vini pregiati, seta grezza e manufatti tessili garantendo buoni

profitti ai produttori; il liberismo così portò da una parte benefici al settore

primario ma dall’altra espose i primi nuclei industriali già deboli alla

concorrenza dei paesi esteri più industrializzati. La costruzione delle

infrastrutture, ed in particolare della rete ferroviaria, non ebbe gli effetti positivi

auspicati e che aveva avuto nel resto d’Europa, a causa della lenta e scarsa

fornitura di materiale pesante da parte delle troppo poche industrie

siderurgiche presenti in Italia. La nuova formazione economica italiana (basata

sul settore agricolo) causò malcontento nel ceto industriale che accusava la

destra storica di essere anti-industriale e perciò iniziava a chiedere una politica

doganale. In questo periodo ci fu un aumento della spesa pubblica dovuto ai

sussidi riconosciuti alle 4 società incaricate dello sviluppo della rete ferroviaria

e agli interessi passivi che dovevano essere riconosciuti ai titoli del debito

pubblico (il titolo del “consolidato” rendeva il 5%) visto che l’Italia aveva

ereditato i debiti pubblici di tutti gli stati ora unificati. Gran parte dei titoli statali

erano in mano a investitori stranieri e ciò, insieme all’aumento del debito

pubblico culminato nel 1866, mise a rischio la solidità finanziaria dello Stato e

cosi i titoli statali quotati nelle borse europee ebbero un crollo ed i loro

possessori chiedevano di convertirli in oro e in cartamoneta; per fare ciò lo

Stato chiede un prestito alla Banca Del Regno dichiarando così il corso

forzoso della lira. Ora occorreva ripristinare la fiducia nella finanza pubblica e

se ne incaricò il ministro Quintino Sella che voleva eliminare il deficit di

bilancio e ridurre il debito pubblico tramite un piano di imposizione fiscale e

di vendita e soppressione rispettivamente di terre demaniali e di beni

ecclesiastici.

L’imposizione fiscale si manifestò con un sistema tributario così definito:

imposte dirette sui redditi (imposta sulle proprietà immobiliari e imposta di

“ricchezza mobiliare”)

imposte indirette sui consumi (imposte di fabbricazione, dazi locali sui

consumi e dazi doganali)

imposte sugli affari (imposte di successione, di registro e di bollo)

L’introduzione cosi massiccia dell’imposizione indiretta, ed in particolare

dell’imposta sul macinato nel 1868, causò un forte malcontento che sfociò in

dei moti rivoluzionari da parte dei produttori di cereali (molto numerosi visto il

carattere agricolo dell’economia italiana).

LA SINISTRA STORICA

Nel 1875 il deficit di bilancio era stato sanato ma nel 1876 a causa della

questione ferroviaria (la destra storica capisce che le convenzioni con le 4

imprese stipulate 10 anni prima non erano efficaci e paradossalmente voleva

statalizzare le ferrovie) avviene un cambio di governo: la sinistra storica va al

potere con il suo leader Agostino Depretis. Il suo piano governativo

prevedeva:

l’allargamento del diritto di voto a tutti gli uomini alfabetizzati

la riduzione dell’imposizione fiscale (in particolare della tassa sul

macinato)

un maggiore decentramento amministrativo

l’estensione dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita fino ai 9

anni

L’avvio al governo della sinistra storica (che governò fino all’avvento del

fascismo) coincise con l’avvio a livello europeo della grande depressione; in

modo particolare la crisi agraria portò in Italia un grande cambiamento

strutturale. Durante la Grande Depressione caddero proprio i prezzi dei prodotti

fondamentali per l’Italia (prodotti agricoli ed in particolare dei cereali, e delle

materie prime come la seta grezza) e cosi praticamente tutti gli operatori

economici italiani si videro decurtare i loro profitti. Inoltre nel 1883 viene abolito

il corso forzoso della lira che ebbe effetti deflativi, accentuando così la caduta

dei prezzi e gli effetti della crisi i quali colpirono i grandi proprietari terrieri, la

piccola proprietà rurale e scoraggiarono gli investitori. Per reagire si

introducono macchine agricole e fertilizzanti chimici a partire dalle colture

più avanzate del nord nei primi anni ’80. Ci fu una conversione colturale infatti

si ridusse la coltivazione di cereali, aumenta la produzione di foraggio per il

bestiame e si introduce la coltura della barbabietola da zucchero; al sud si

allargano le produzioni specializzate di vini e olio a discapito anche qui dei

cereali. Queste reazioni diminuirono gli effetti della crisi ma non riuscirono ad

arginarla completamente. Per indagare su questa crisi ci fu un’inchiesta

(inchiesta Iacini) che evidenziò come l’agricoltura, escludendo la sola pianura

padana, fosse comunque arretrata, metteva in luce un grande analfabetismo,

un largo ricorso al lavoro minorile e la presenza dell’usura che testimoniavano

l’inefficienza delle reazioni alla crisi. In questi anni iniziò l’emigrazione, prima

temporanea e poi definitiva, verso le potenze europee e successivamente

verso le Americhe. L’unico effetto positivo che produsse l’emigrazione, tra i

tanti auspicati (diminuzione della manodopera, sua maggiore remunerazione e

conseguentemente aumento della produzione e cosi innalzamento dei prezzi),

fu quello delle rimesse degli emigranti.

A fronte della crisi agraria a inizio anni ’80 si ha un timido avvio del settore

industriale che ha le sue cause nei seguenti fattori:

lo spostamento di capitali dal settore primario in crisi verso il nuovo

settore secondario

l’approvvigionamento di materie prime da parte degli industriali sui

mercati europei a bassi prezzi a causa degli effetti della crisi

l’abolizione del corso forzoso della lira con conseguente sua stabilità e

per ciò acquisizione di fiducia da investitori esteri che portarono capitali

nella penisola

la grande espansione del credito e dello sconto cambiario soprattutto da

parte delle piccole banche locali (casse di risparmio e banche popolari con

forte vocazione sociale) che si contrapponevano ai crediti mobiliari e alle

banche generali

il mutato atteggiamento dello Stato verso il settore secondario infatti la

sinistra storica sollecitò fortemente l’industrializzazione.

In questo periodo iniziò a diffondersi una certa critica verso le politiche

economiche dei 2 partiti che avevano governato fino ad ora, soprattutto negli

ambienti intellettuali dove si crearono 2 schieramenti: la società scientifica

Adam Smith guidata da Ferrara di forte ispirazione liberista e la società per il

progresso degli studi economici capeggiata da Luzzatti e appoggiata dal tessile

Alessandro Rossi di ispirazione protezionistica. La seconda corrente di

pensiero prevalse e così lo Stato impose dazi doganali sui settori industriali e

concesse sgravi fiscali verso il settore tessile e soprattutto verso i cantieri

navali; così iniziò l’avvio dell’industria pesante. La sinistra storica mirava al

potenziamento militare e navale (favorendo l’industria pesante) perché aveva

ambizioni espansionistiche e per ciò occorreva essere indipendente, dal punto

di vista della fornitura di minerali grezzi e di prodotti militari, dalle altre potenze

europee. Inoltre grandi imprese siderurgiche come le Acciaierie Terni

inizialmente godettero di forti commissioni statali (legge Boselli del 1885).

Questi sussidi statali, riconosciuti poi a diverse imprese (cantieri Orlando,

Piaggio, Ansaldo…) consolidarono i processi produttivi delle imprese stesse, le

quali, insieme alle imprese meccaniche (Franco Tosi e Stefano Breda su

tutte), alle imprese chimiche (La Montecatini), alle imprese elettriche

(Colombo fonda la Edison), alle industrie alimentari (zuccherificio Eridania) e

alle imprese edilizie si rafforzarono proprio grazie al buon momento

dell’industria pesante dovuto alla dilatazione della domanda pubblica. Così

prende via un buono sviluppo economico (detto “Boom Depretisiano”) che,

come detto prima, riguardò nuovi settori oltre ai tradizionali. Tutte le grandi

imprese si concentravano nel nord-ovest, prendeva piede quello che sarà il

tri a n g o l o i n d u stri a l e co n ve rti ci To ri n o , Mi l a n o , Ge n o va . Qu e sta

industrializzazione così circoscritta aggravò la questione meridionale e

accentuò il divario tra nord e sud: il primo era più dinamico e volto

all’industria, il secondo era statico e stagnante in una economia agricola le

quali coltivazioni specializzate e cerealicole non riuscivano a sopportare

questa grave situazione; così si chiedeva un sussidio allo Stato tramite dazi

sui cereali, anche se lo Stato era già intervenuto tramite le bonifiche delle zone

paludose e tramite l’introduzione di una legge che favoriva la concessione di

prestiti agli agricoltori. Anche una parte degli industriali cominciò a chiedere

dazi doganali per evitare la concorrenza estera, così questa convergenza di

interessi porta alla “svolta protezionistica” del 1887: la sinistra storica inizia

a introdurre il protezionismo agricolo (dazi sui cereali ed in particolare sul

grano) e il protezionismo industriale volto alla protezione di industrie

politicamente forti (industria tessile, zuccheriera, cartaria e siderurgica), tutte

industrie già aiutate dai dazi del 1878, mentre non vengono protette le industrie

meccaniche e chimiche. Queste tariffe doganali vennero criticate dalla corrente

liberale (Luigi Einaudi) perché in fondo gravavano sui consumatori finali i quali

dovevano sostenere un maggior prezzo per il prodotto finito, sia industriale che

agricolo; in particolare il protezionismo nel settore primario innalzò il prezzo dei

beni di prima necessità come il pane determinando una richiesta di aumento

salariale. Queste critiche sono ben motivate ma molto dottrinali in quanto era

impossibile mantenere il liberismo economico in un momento in cui tutti gli altri

stati europei, e non solo, adottavano politiche protezionistiche. Queste tariffe

inoltre provocarono una “guerra doganale” fra Italia e Francia con la

conseguente rottura degli ottimi rapporti commerciali tra i 2 paesi e il nuovo

partner del Regno divenne dapprima la Germania e poi l’Austria tramite la

stipulazione di un accordo che garantiva aiuto militare reciproco.

Questa guerra doganale ebbe anche altri effetti negativi, infatti aggravò la

situazione del sud Italia in quanto le colture specializzate che produceva non

potevano più essere collocate su quello che prima era il principale mercato di

sbocco, vale a dire il mercato francese. Inoltre il conflitto doganale causò una

forte crisi bancaria.

LA CRISI BANCARIA (CAUSE, EVOLUZIONE E NUOVO SISTEMA

BANCARIO)

Il sistema finanziario italiano era di tipo “bancocentrico” (le banche sono gli

operatori principali nel campo del finanziamento industriale; i mercati borsistici

e immobiliari sono ai margini). In particolare in questo sistema emergevano due

tipi di banche: le banche generali e i crediti mobiliari le quali erano quelle con

maggiore attività di investimento agendo tramite l’emissione di obbligazioni e

azioni. I loro investimenti erano prevalentemente volti ai settori ferroviario,

siderurgico ed edile. Quest’ ultimo ebbe un enorme sviluppo durante gli anni

’80 a causa della crescita demografica e della trasformazione urbanistica (in

modo particolare Napoli e Roma divenuta capitale del Regno nel 1870). Dal

1888 gli effetti della guerra doganale determinarono una crisi del settore

edilizio a causa della caduta di prezzi delle case e dei terreni edificabili; ciò si

ripercuote sui crediti mobiliari che cosi si vengono a trovare in una situazione di

illiquidità.

Per questo il nuovo Presidente del Consiglio, Crispi, decide di aumentare

l’emissione di carta moneta dichiarando il corso forzoso della lira e violando la

legge del 1884 che disciplinava questa materia in termini quantitativi. La Banca

Romana superò ampiamente i limiti stabiliti da questa legge emettendo anche

biglietti falsi; questi fatti erano noti solo agli ambienti politici grazie ad una

indagine conoscitiva del 1889 e vennero resi pubblici nel 1892 quando una

nuova indagine evidenziò il coinvolgimento dello stesso Crispi e di altri

esponenti politici come Giolitti (“scandalo della Banca Romana”). Per questo

motivo la fiducia nella finanza pubblica e la fiducia nelle forze governative

vennero meno, aumentò l’aggio dell’oro, si svalutò la lira e i titoli del debito

pubblico crollarono determinando un enorme problema di finanza pubblica. I 2

principali istituti di credito falliscono per banca rotta e a loro seguirono

numerosi istituti minori come le casse di risparmio e le banche popolari. Ora

l’Italia era in una crisi finanziaria gravissima che ha il suo culmine nel 1893

che è anche l’anno in cui si presero i provvedimenti per rimediare a questa

situazione. Tali provvedimenti erano basati su 2 grandi cardini:

il risanamento della finanza pubblica

il riordinamento bancario

Il risanamento finanziario avvenne tramite un aumento della pressione fiscale

con imposte dirette ed indirette da parte del ministro Luigi Luzzatti. Il

riordinamento bancario doveva riguardare il settore dell’emissione e il settore

mobiliare. Il settore dell’emissione doveva essere unificato, infatti il Governo

autorizzò la fusione di 3 banche (Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di

Credito e Banca Nazionale del Regno) in un unico istituto (Banca d’Italia) il

quale assume il ruolo di banca delle banche (prestatrice di ultima istanza),

assume il servizio di tesoreria dello Stato, controlla la quantità di carta moneta

in circolazione tramite le operazioni di risconto ed emette carta moneta anche

se non in via esclusiva, infatti mantenevano l’attività d’emissione anche il

Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Il settore del credito mobiliare (detto anche

ordinario) venne riordinato tramite l’adozione di un diverso modello: si adottò

un “modello tedesco”, caratterizzato dalla presenza di banche miste che si

sostituirono ai crediti mobiliari, in virtù della cooperazione politico-economica

con la Germania. Il nuovo sistema era basato su 4 grandi banche miste:

la Banca Commerciale Italiana (COMET) con sede a Milano e con un

imponente capitale sociale in mano a grandi banche tedesche ed

austriache

il Credito Italiano, fondato a Genova nel 1895 con un capitale sociale

inferiore alle COMET in mano a banchieri svizzeri, tedeschi ed in minor

parte italiani

la Società Bancaria Italiana

il Banco di Roma il quale era già attivo dal 1880 e in questo periodo si

adegua assumendo le caratteristiche di banca mista

Queste banche svolgevano le seguenti funzioni:

raccoglievano depositi in modo da finanziare la sua attività non solo tramite

obbligazioni e azioni

oltre alla concessione di prestiti a breve termine, concedevano anche

prestiti a medio-lungo termine con l’uso di tecniche differenti (operazioni di

riporto, scoperti di c/c, promozione di sindacati di collocamento delle azioni)

affiancavano il “management” aziendale nelle decisioni più importanti e

assunsero così la qualità di consigliere delle aziende.

Viste le funzioni svolte dagli istituti di credito, ed in particolare l’ultima, si formò

un legame molto stretto tra imprese e banche, le quali furono di

fondamentale importanza per l’industrializzazione italiana che avvenne nei

primi 15 anni del ‘900.

LA CRISI DI FINE SECOLO

A fine secolo l’Italia si trovava in una grande crisi, una crisi di regime tipo

quella che interessò il paese tra le due guerre. La crisi fu causata da 2 fattori : le

sconfitte coloniali e le crescenti tensioni sociali.

All’inizio degli anni ’80 l’Italia attuò una politica coloniale, volta all’Africa

orientale, per collocare la popolazione in esubero che emigrava verso gli

imperi centrali. Nel 1887 ci fu un arresto dell’espansione coloniale dovuto a

sconfitte militari; nel 1890 venne conquistata l’Eritrea e successivamente venne

invasa l’Etiopia, ma nel 1895 l’Italia subisce una grave sconfitta nella città di

Adua e ciò causò un forte malcontento nelle masse popolari e negli industriali

che sentivano l’umiliazione del sentimento nazionale. Da metà anni ’90

crebbero le tensioni sociali che sfociarono in vere rivolte popolari a causa del

malcontento degli agricoltori per la crisi agraria, e a causa del malcontento del

neonato ceto industriale. Cosi si formarono le leghe bracciantili e i lavoratori

iniziarono ad unirsi in organizzazioni di auto-sussidio. Nel 1892 in Sicilia si

diffonde il movimento dei fasci siciliani costituito dai lavoratori di zolfo e da

contadini che chiedevano la riforma del latifondo e la riduzione

dell’imposizione fiscale; a Genova si costituisce il partito socialista ai quali si

univano i cattolici con l’enciclica Rerum Novarum con la quale si autorizzavano

i cattolici a dar vita a proprie organizzazioni autonome. Si formarono tutte

queste organizzazioni perché ormai una crescente parte della popolazione non

si riconosceva più nelle istituzioni liberali causando una serie di manifestazioni

che assunsero il carattere di rivolta nel 1898 quando aumentò il prezzo del

pane; con la rivolta di Milano si tentò praticamente un “colpo di Stato” per

eliminare il regime parlamentare previsto dallo Statuto Albertino. Questa rivolta

venne soppressa con la forza dallo Stato e vennero anche sciolte le

organizzazioni socialiste; dopo questi fatti si doveva scegliere tra un regime

autoritario o una riorganizzazione sociale e a fine ‘800 si decide per una

riorganizzazione interna tralasciando l’ipotesi autoritaria.

Dal 1900 al 1915 la scena politica italiana è dominata dalla sinistra di Giovanni

Giolitti e questo periodo coincide con il definitivo decollo del settore industriale.

LE INTERPRETAZIONI DELLO SVILUPPO ECONOMICO ITALIANO

I modelli monocausali

il modello di Rosario Romeo (liberale), imperniato sull’accumulo di capitali

nel settore agricolo dopo l’unificazione

il modello di Emilio Sereni (marxista), imperniato sulla mancata rivoluzione

agraria e l’elevato grado di povertà nelle campagna, al quale collegava la

scarsa domanda interna e la lentezza dello sviluppo industriale.

Il modello di Alexander Gerschenkron (liberale), critico verso il modello di

Romeo e critico verso il protezionismo che impediva lo sviluppo industriale;

vedeva l’unica causa dello sviluppo nel ruolo svolto dalle banche miste (il

“fattore sostitutivo” principale furono le banche miste).

I modelli plurali

Il modello di Bonelli-Cafagna: un modello più flessibile che collega

l’esperienza economica pre - unitaria con quella post-unitaria, e sostituisce

all’immagine del decollo quella di uno sviluppo a onde, ciclico, basato

principalmente sulla crescita dell’esportazione di prodotti finiti o semi-finiti

(in particolare la seta).

I FATTORI CHIAVE DELLO SVILUPPO GIOLITTIANO (1900-1915)

L’intervento pubblico e il risanamento finanziario:

Tendenziale neutralità nei confronti dei conflitti sociali e di lavoro che

economicamente causò un aumento salariale e di seguito una prima

dilatazione della domanda interna; infatti è proprio in questi anni che nascono

le grandi unioni imprenditoriali (l’attuale CONFINDUSTRIA) e i grandi sindacati

(nasce la CGIL).

Intervento nel campo della legislazione sociale tramite una serie di

provvedimenti volti alla nascita del “Welfare State”, in particolare nel 1898

viene istituita la Cassa Nazionale della previdenza per la vecchiaia e la


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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia: banche, aziende e mercati
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Scienze economiche Prof.

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