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Storia economica

Breve storia economica della Sicilia

La ripresa economica della Sicilia fra gli anni 1890 ed il 1914

Nella fase di crescita dell'economia internazionale, l'agricoltura rappresentava il 73% di quella internazionale. In questo periodo, la politica giolittiana agevolò l'apertura dei mercati esteri alla produzione agrumicola siciliana, che venne aiutata anche dall'emigrazione che contribuì all'esportazione degli agrumi. Inoltre, anche la cerealicoltura riprese ad espandersi, grazie sia alla crescita di piccole e medie aziende contadine che ai miglioramenti che furono apportati.

Un settore invece che aveva perso il suo monopolio era quello dell’industria zolfifera a causa della concorrenza dello zolfo americano. Nonostante questi miglioramenti, il divario tra nord e sud era ancora immenso, dovuto anche ad una crescita economica nettamente diversa. La Sicilia avviò la sua crescita basata sull'agricoltura e sulla vendita di materie prime, ma essa era priva di quelle attività industriali necessarie per il decollo economico. La sua struttura politica sociale era ancora ferma al dominio dei grandi proprietari latifondisti, ai quali si aggiunse una borghesia commerciale in via di sviluppo. Nonostante l'arretratezza e tutti i problemi che c'erano, si ebbe un miglioramento rispetto ai 50 anni prima. Anche la vita socioeconomica ebbe un notevole miglioramento, ma purtroppo, subirono un forte rallentamento tra le due guerre.

L'economia siciliana fra le due guerre mondiali

Durante la Grande Guerra si verificò una profonda crisi nell'agricoltura italiana a causa del richiamo alle armi. Di conseguenza si ebbe una diminuzione delle braccia lavorative nei campi, a ciò si aggiunse anche l'estrazione di zolfo che peggiorava a causa della concorrenza. La crisi in Sicilia era inevitabile. In Sicilia, l’unica a non subire la crisi fu la produzione agrumicola, che assicurava ricavi fissi.

L'ingresso in guerra dell'Italia, nel 1915, accentuò la crescita dei rami produttivi nel settore secondario. Ad ogni modo, la spinta popolare, attraverso gli scioperi, l'occupazione delle terre e le insurrezioni locali, stimolò la mobilità del mercato fondiario e provocò la quotizzazione di ben 341 ex feudi (120mila ettari), intaccando sia pur marginalmente il latifondo. Di conseguenza, i contadini preferirono assicurarsi la proprietà della terra attraverso un forte impegno finanziario di lungo periodo, e gli stessi proprietari latifondisti preferirono vendere le terre scarsamente produttive.

L'avvento del fascismo, dopo la marcia su Roma, rallentò il suddetto meccanismo clientelare, destando così attenzione ed interesse da parte dell'opinione pubblica siciliana.

L'impatto sociale dell'avvento del fascismo

Il movimento fascista aveva pochi legami con i ceti dominanti in Sicilia. Quest'ultimi non volevano che qualcosa cambiasse nella politica siciliana, poiché l'aristocrazia terriera si era accontentata di una rendita fissa che le consentiva di trasferirsi nelle città politicamente più importanti per difendere i suoi interessi. Tale equilibrio era consentito anche dal potere mafioso, quindi la classe dominante siciliana cercò di far capire al neofascismo di non aver bisogno di cambiamenti se si fossero schierati al suo fianco.

Infatti, fu lo stesso Mussolini che, dopo le elezioni, facendo visita in Sicilia, capì che i consensi ottenuti non rappresentavano un'adesione convinta al suo partito. Il governo Mussolini, inoltre, inviò in Sicilia degli efficienti funzionari per impedire infiltrazioni moralmente condannabili nel partito; la sua battaglia per combattere le infiltrazioni mafiose trovò un grande ostacolo nei palermitani. Questo portò Mussolini ad inviare il prefetto Mori.

Mussolini inoltre aveva tentato di coinvolgere nella politica la classe intellettuale siciliana, inserendo nel suo primo governo ben quattro ministri: Carnazza, Colonna di Cesarò, Gentile e Corbino. Invece, nel 1928, il prefetto Mori venne rimosso da Mussolini allo scopo di mutare la strategia verso la Sicilia che da militare avrebbe dovuto trasformarsi in economica e finanziaria attraverso un programma di bonifica integrale, che favorisse lo sviluppo dell'agricoltura meridionale. Per convincere i vertici finanziari ad investire nell'agricoltura meridionale, si prospettò la costruzione di dighe allo scopo di raccogliere le acque da utilizzare per l'irrigazione e la produzione di energia elettrica.

Per raggiungere il suddetto scopo occorreva una notevole spinta legislativa che puntasse ad una ristrutturazione dell'agricoltura latifondistica. La legge Serpieri sulle trasformazioni fondiarie del maggio 1924 dava la possibilità alle società per azioni di sostituirsi ai proprietari fondiari che non si sarebbero potuti opporre alla bonifica integrale.

Nello stesso periodo, si assegnava ad un grande gruppo finanziario la ricostruzione di Messina, che era sotto il controllo delle clientele municipali, al fine di utilizzare i sostanziosi finanziamenti pubblici. Comunque, il continuo ridimensionamento dell'industria mineraria, a causa della concorrenza dello zolfo americano, e la crisi economica successiva ridussero notevolmente il giro d'affari.

Nel 1927 ci fu l'introduzione della demanialità delle miniere di zolfo per eliminare l'estagio (percentuale di zolfo percepita dai proprietari del terreno) che non avrebbe danneggiato né i proprietari terrieri né le società private che gestivano le zolfare. Nonostante la profonda crisi economica, la struttura clientelare della Sicilia si era via via stabilizzata, mimetizzandosi di fronte all'abolizione della lotta politica decretata e sbandierata da Mussolini.

Per riuscire ad ottenere l'eliminazione di personaggi scomodi venne utilizzata la denuncia anonima. Il regime eliminò anche l'elezione dei sindaci che vennero sostituiti dai podestà nominati dal governo e per limitare l'influenza dei deputati in sede locale, nelle elezioni del '29, venne decretata l'incompatibilità tra la carica di deputato e quella di federale.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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