Storia economica delle nazioni
Nascevano così le prime analisi del modo in cui la società europea stava trasformandosi da una società dominata dalla sussistenza ad una società capace di creare un surplus di ricchezza che avrebbe garantito uno standard di vita superiore.
Introduzione alla disciplina
Cos’è la storia economica? In via generalissima, la storia economica è una scienza sociale, ovvero un ambito del sapere che ha per oggetto le dinamiche che attengono all’agire sociale degli uomini. In particolare, essa analizza l’economia, intesa in una accezione ampia, come il modo attraverso il quale le società umane organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza. Essa studia i modi attraverso i quali, nel tempo, le organizzazioni e i sistemi economici si sono evoluti, tanto nelle forme quanto nelle finalità. L’analisi strutturale delle economie richiede normalmente una dimensione temporale estesa, ed è per questo che la storia economica utilizza periodizzazioni molto ampie, talvolta plurisecolari, a differenza della storia politica, ad esempio, che ha un tempo breve, scandito da eventi chiaramente percepiti e cronologicamente collocabili.
Quando nasce la storia economica? In quanto disciplina a se stante, e con dignità accademica, la storia economica nasce in Gran Bretagna alla fine dell’Ottocento. Ciò avviene non a caso. Alla fine del XIX secolo la Gran Bretagna, avviata verso una evidente perdita di un primato industriale fino allora detenuto, si interroga sulle ragioni della sua ascesa e del suo declino. È negli anni Ottanta dell’Ottocento che l’espressione “rivoluzione industriale” viene coniata per la prima volta, divenendo uno dei temi più battuti dalla storia economica europea.
Non era tuttavia la prima volta che degli studiosi si interrogavano sui processi economici nel tempo. I fondatori dell’economia politica settecentesca, da Adam Smith a Thomas Malthus, si erano già interrogati sulle “cause della ricchezza delle nazioni”. Tuttavia, dopo i fondatori, l’economia diventerà una disciplina fortemente schiacciata in una dimensione atemporale, matematica, astratta, e si allontanerà decisamente dalla storia. Nel corso del Novecento la storia economica subisce un forte impulso negli anni ‘30 da due fenomeni paralleli:
- L’abbandono dell’impostazione marginalista che poneva in primo piano l’analisi astratta dell’equilibrio economico e l’emergere della nuova impostazione keynesiana, più attenta all’aspetto dinamico e alla complessità dei fenomeni reali;
- L’emergere in seno alla storia, di una impostazione più analitica contro quella esclusivamente descrittiva; la storia di apre così alle scienze sociali, attenta ai fenomeni di massa, e dunque anche all’economia, e non solo ai fatti politici e alla storia dei grandi personaggi.
Dagli anni ‘30 in poi la storia economica ha subito numerose evoluzioni:
- Dal punto di vista tematico ha conosciuto un notevole impulso nel secondo dopoguerra, quando si moltiplica l’interesse e lo studio dello sviluppo economico, in vista del suo raggiungimento in numerose realtà, prime fra tutte quelle dei Paesi decolonizzati, che ne erano fino allora rimaste escluse;
- Dal punto di vista metodologico si è assistito alla massiccia applicazione delle metodologie quantitative e della statistica, che ha reso più esatto e meno impressionistica la valutazione dei fenomeni.
La storia economica rimane una disciplina di confine, tra storia ed economia:
- Della storia usa il metodo, ovvero la ricostruzione del passato attraverso le fonti, il loro vaglio attento e scientifico, l’impegno a considerare i fenomeni nel loro contesto e nella complessità del reale;
- Dell’economia conserva lo statuto analitico, ma a differenza di essa non lavora su modelli astratti fondati sull’uso di poche variabili, bensì ha il dovere di tenere conto di tutte le variabili, non solo economiche, che influiscono sul funzionamento e il mutamento delle economie.
Per stabilire il come e il perché, la storia economica deve sempre essere in grado di collocare i fenomeni analizzati nel loro contesto, tenendo conto delle variabili:
- Ambiente che determina molte delle caratteristiche di una economia, come ad esempio il tipo e la quantità di risorse disponibili, i vincoli al loro sviluppo;
- Struttura e dinamiche demografiche: l’entità della popolazione e la sua struttura per età determinano la quantità di fattori della produzione utilizzabili nonché l’entità della domanda di beni;
- Istituzioni politiche e giuridiche: il modo in cui il potere è organizzato e distribuito, le norme che regolano l’agire collettivo influiscono profondamente sulle forme di produzione ma anche di distribuzione della ricchezza;
- Gerarchie sociali: l’articolazione delle società in caste, ceti o classi, il livello di mobilità dall’una all’altra determina ed è determinata anche dalla distribuzione della ricchezza;
- Cultura/e: il modo in cui una certa società si rappresenta, la concezione dei fini dell’esistenza sociale, il complesso dei valori di cui è fatta una cultura influisce sulla sua struttura economica.
L’economia di Ancien Regime: caratteri e periodizzazione
L’espressione “Ancien Regime” deriva dalla storia politica, per la quale il termine indica l’insieme delle istituzioni politiche e giuridiche prima della nascita dello stato di diritto e del costituzionalismo (cioè prima della Rivoluzione Francese). La storia economica la utilizza per indicare l’insieme delle istituzioni e delle strutture che caratterizzano l’economia europea prima dell’affermazione piena della libertà economica e del mercato (età preindustriale).
Caratteristiche peculiari dell’ Ancien Regime sono:
Netta prevalenza dell’agricoltura sugli altri settori produttivi:
Nell’agricoltura è impegnato più dell’80% della popolazione e fornisce la gran parte della ricchezza complessivamente prodotta (Pil). Soprattutto, l’agricoltura condiziona l’economia nel suo complesso; ad esempio, la scarsità di un raccolto (per siccità, malattie delle piante, eccessivo sfruttamento dei suoli) provoca il rialzo dei prezzi delle derrate, e la contrazione conseguente della domanda di beni non agrari. La crisi agraria si trasmette così al settore secondario, alle manifatture.
Mercato limitato dalla persistenza di ampie aree di autoconsumo e di autoproduzione, nonché di scambi “naturali” (baratto) o di forme di circolazione dei beni esterne al mercato. L’economia europea di Ancien Regime è una economia largamente dominata da una dimensione non mercantile: la stragrande maggioranza delle unità produttive (la famiglia contadina) produce per consumare e soddisfare le esigenze fondamentali del vestirsi e dell’abitare (tessuti e manutenzione domestica).
Esistenza di numerosi ostacoli istituzionali all’affermazione del mercato dei fattori della produzione.
I fattori della produzione, terra, lavoro e capitale, che nelle economie contemporanee sono essenzialmente oggetto di scambi di mercato, al contrario nell’economia di Ancien Regime non lo sono. Per quanto riguarda la terra, in regime feudale essa non è alienabile e di conseguenza non è una proprietà in senso proprio; si pensi ad esempio al “maggiorasco”, che impediva l’alienazione della terra e la sua divisione allo scopo di garantire la continuità della ricchezza e del titolo della famiglia del feudatario. Quanto al capitale, valori religiosi vietavano, ritenendolo immorale, il prestito ad interesse.
Tuttavia l’economia di Ancien Regime non è così statica e immobile come si potrebbe pensare. Secondo Fernand Braudel, l’economia europea del tempo può essere considerata una struttura a strati:
- Al primo livello vi è la civiltà materiale, ovvero tutto quanto riguarda la quotidianità degli uomini, ampiamente dominata dall’autoconsumo e dalla sussistenza; a questo livello il mercato è scarsamente presente;
- Ad un secondo livello si collocano gli scambi tra regioni differenti, con differenti capacità e caratteristiche produttive. A questo livello si sviluppano scambi di mercato, mediati da strumenti di pagamento monetari e non, finalizzati all’ottenimento di beni necessari di cui non si dispone in loco;
- Ad un terzo livello si collocano i mercati a distanza, ovvero gli scambi tra regioni lontane che si differenziano dai precedenti perché finalizzati non ad un necessario approvvigionamento di beni, bensì alla realizzazione di un profitto, derivante dalla speculazione mercantile sulla differenza di prezzo tra una piazza e l’altra. Questo mercato a distanza si fonda sullo scambio di beni di lusso, finalizzati ad un consumo delle elites europee, e sul massiccio impiego di mezzi monetari.
È a questo livello degli scambi, che ha origine il capitalismo, inteso come un sistema in cui la motivazione degli attori non è più quella di soddisfare dei bisogni, bensì quella di realizzare un surplus.
Dal primo ‘400, in cui si chiude l’economia feudale ed il XVIII secolo, nel quale si verifica la prima Rivoluzione Industriale in Inghilterra, si succedono tre grandi fasi legate alla dinamica demografica:
- La prima va dal ‘400 agli inizi del ‘600 e vede la popolazione europea ricominciare a crescere dopo la falcidie della peste nera (1347);
- La seconda occupa il ‘600, e si caratterizza per una stagnazione demografica ed una generale epoca di crisi;
- La terza, dalla fine del ‘600 alla fine del ‘700, vede riprendere la crescita demografica e si configura come una grande età di trasformazione.
La demografia. La dinamica di lungo periodo
Nell’economia agraria preindustriale, l’uomo – insieme agli animali - è la “macchina” principale che alimenta i processi produttivi, una macchina a basso rendimento, che si alimenta di ciò che produce. L’incremento della popolazione determina così l’incremento della produzione a livello aggregato ma costituisce anche un limite alla sua espansione, nella misura in cui la macchina uomo, per riprodursi, ha bisogno di una quantità di mezzi crescente che la terra non può fornire in maniera illimitata.
Tra il 1000 e il 1700 la popolazione europea conosce un generale processo di crescita, che si interrompe in maniera significativa soltanto due volte, nel ‘300 e nel ‘600, in corrispondenza con due pandemie di peste ed eventi catastrofici di tipo bellico. Dai 40 milioni dell’anno 1000 la popolazione europea alla fine del ‘700 ammonterà a circa 125 milioni di abitanti.
Le variabili che la demografia analizza ai fini dello studio dell’andamento della popolazione sono:
- Il tasso di natalità: la percentuale di nati sulla popolazione nel suo complesso
- Il tasso di mortalità: la percentuale di morti sulla popolazione
- Il saldo demografico: l’incremento della popolazione (tasso di natalità meno tasso di mortalità).
A determinare l’incremento demografico può essere dunque tanto un incremento del tasso di natalità, quanto una diminuzione del tasso di mortalità. Il tasso di natalità è determinato dal potenziale biotico di una popolazione, ovvero dalla sua capacità di riprodursi, funzione della quantità di individui in età fertile, nonché di quanto altro alimenta o limita le pratiche riproduttive (celibato, età media in cui si contrae matrimonio, pratiche contraccettive, etc.).
Ma, nel periodo storico qui preso in esame, ciò che principalmente limita l’incremento della popolazione europea è piuttosto un alto tasso di mortalità, particolarmente elevato nell’età infantile. C’è una mortalità periodica, legata alle crisi agrarie e strettamente legata a questa, c’è una mortalità indotta da epidemie, che colpiscono generalmente una popolazione già indebolita dalla sottonutrizione. Esiste infine una mortalità legata alle guerre. Guerre, epidemie e carestie sono i cosiddetti fattori repressivi dell’incremento demografico. Le istituzioni che invece limitano la riproduzione, come l’età al matrimonio, il celibato, ecc… sono i fattori preventivi dell’incremento demografico.
L’incremento demografico che si verifica dal 1000 in poi si caratterizza anche per un fenomeno rilevante di urbanizzazione. Laddove maggiore è il tasso di crescita, maggiore è anche il tasso di concentrazione urbana. Questo processo si verifica in particolare in una area che attraversa trasversalmente l’Europa dal Nord Ovest (Fiandre e Brabante) all’Italia centro-settentrionale. Nel corso dell’età moderna l’Italia, che ha il primato demografico ed urbano nel ‘400, lo perde a favore del nordovest europeo e dell’Inghilterra tra Sei e Settecento. Le città presentano una mortalità maggiore, compensata dall’apporto di uomini derivante dalle migrazioni dalla campagna.
Alla fine del ‘400 la popolazione europea ricomincia a crescere dopo la crisi tardo medievale. La peste della metà del ‘300 aveva ristabilito un equilibrio tra popolazione e risorse che era stato rotto da un eccessivo incremento demografico; in poche parole la popolazione era cresciuta più di quanto la disponibilità alimentare potesse consentire, e la peste l’aveva riportata ad un livello sostenibile. Nel momento in cui, per effetto della peste, nuove terre vengono rese disponibili e le condizioni alimentari migliorano, la popolazione ricomincia a crescere per effetto di una minore mortalità. La popolazione aumenta, grazie anche a una maggiore disponibilità di risorse alimentari dovuta a una moltiplicazione dei traffici commerciali a distanza, che consentono di compensare con le importazioni le carenze alimentari locali (ad esempio, l’Europa mediterranea inizia ad esportare granaglie, mentre dal Nord Europa si importano nel mezzogiorno enormi quantità di pesci secchi e salati, di cui i mari del nord sono ricchi; dal nuovo mondo arrivano nuovi alimenti, come il mais e le patate). L’incremento si arresta nel corso del ‘600 per effetto di un nuovo meccanismo di saturazione del rapporto popolazione/risorse, oltre che per cause esogene come la peste e gli eventi bellici di metà secolo. Il decremento demografico interessa però soltanto il centro ed il Mezzogiorno europeo; viceversa Olanda ed Inghilterra continuano a crescere e conoscono nella seconda metà del secolo degli importanti progressi nella produzione agricola e manifatturiera.
Le trasformazioni intensive dell’agricoltura, che aumentano la produttività del lavoro agricolo, determinano alla fine del secolo una diffusa ripresa demografica, che produrrà nel corso del ‘700 le epocali trasformazioni che segnano l’inizio dell’era contemporanea. L’incremento demografico sarà consolidato peraltro dal generale miglioramento delle condizioni igieniche e dai progressi della medicina scientifica, che produrrà alla fine del secolo alcuni importanti risultati nella lotta contro le malattie endemiche.
La produzione agraria
Nell’economia di Ancien Regime l’agricoltura non solo occupa la maggior parte della forza-lavoro e contribuisce in maniera preponderante alla formazione della ricchezza, ma detta anche i ritmi e i modi della crescita economica complessiva. I cicli agrari, di cadenza pressappoco decennale, condizionano i cicli economici complessivi; la crisi agraria, generalmente una crisi di sottoproduzione, fa lievitare il prezzo degli alimenti, limita la domanda di beni non alimentari e determina, così, una crisi di sovrapproduzione manifatturiera.
L’Europa si presenta divisa in due grandi aree. Ovunque è presente la grande proprietà terriera (aristocrazie terriere), ma ad ovest del Reno i contadini sono essenzialmente liberi, possiedono la terra che coltivano in cambio di prestazioni lavorative, e talvolta ne sono i diretti proprietari; al contrario ad Est del Reno è ancora diffuso l’istituto della servitù della gleba.
In primo luogo la prevalenza di pratiche solidaristiche e comunistiche di uso della risorsa terra, come i campi aperti, terre che, pur appartenendo ad un proprietario, non sono recintate e dunque risultano accessibili a chiunque;
- Le terre comuni, terre demaniali o comunque non appartenenti ad alcuno, utilizzate dalla comunità per le attività di pascolo.
La seconda caratteristica comune è la prevalenza di una agricoltura estensiva, ovvero di forme di coltivazione della terra caratterizzate da una bassa produttività; in questo sistema di coltivazione della terra, normalmente si prevedeva un periodo di messa a riposo della terra (maggese) necessario a ricostituirne la fertilità.
La terza caratteristica comune è la cosiddetta propensione alla “massimizzazione dell’ozio”: l’obiettivo della famiglia contadina è quello di soddisfare dei bisogni, e lo sforzo produttivo si ferma laddove esso sia stato raggiunto. Questa mentalità è caratterizzante dell’economia della corte (proprietà del signore), tendenzialmente autarchica.
La corte risultava divisa in una parte propria del signore, il dominio, e una parte utilizzata dai contadini, il manso; essenzialmente autosufficiente, dove non vi era, se non eccezionalmente, scambio monetario, l’economia curtense è soggetta tra il 1000 ed il 1400 ad un insieme di sollecitazioni che ne causano il superamento. La prima è quell’incremento demografico e quello sviluppo urbano che aumentano la domanda di mercato dei prodotti agrari, determinando l’implosione dell’economia autarchica della corte. Questa trasformazione, che giunge a maturazione nel corso dei secoli.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.