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Storia economica

Appunti completi per il corso di storia economica, diviso per argomento basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Bof dell’università degli Studi di Udine - Uniud, facoltà di economia, Corso di laurea in economia e commercio. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia economica docente Prof. F. Bof

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CAPITOLO V

Grande guerra e primo dopoguerra

1) La fase neutralista

Nel 1914, dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia e il conflitto dilagò in quasi tutta

Europa. Molti infatti videro nella guerra lo sbocco di tensioni internazionali, alimentate da politiche

militariste e nazionalismi economici, tra triplice alleanza (Germania, Austria, Italia) e intes a (Francia, Russia,

Gran Bretagna).

L’Italia inizialmente si mise neutrale, sostenuta dallo schieramento neutralista (parlamentari giolittiani,

socialisti, cattolici) e contestati dagli interventisti, più eterogenei tra loro (liberali conservatori, nazionalisti,

sindacalisti rivoluzionari, industriale che nella guerra vedevano la fine della recessione del 1913-14).

Si doveva considerare presto che se il paese non avesse presto compiuto una scelta avrebbe corso il rischio

di ritrovarsi in una situazione economica di impasse e isolamento sui mercati internazionali delle fonti

energetiche e delle risorse alimentari. Con la guerra infatti gli scambi furono pi difficili e costosi, quindi

ù

anche l’esportabilità delle materie prime, e ci furono complicazioni monetarie e creditizie. Nel primo

periodo di neutralità le industrie italiane smaltirono gli stock di merci accumulati, ma i prezzi delle materie

prime si impennarono.

L’Italia si presentò in guerra con un potenziale industriale modesto, parecchi ritardi, dualismo nello

sviluppo tra Nord/Sud. Nell’agosto del 1914 il governo dovette sospendere la convertibilità della lira per

tutelare le riserve auree, abbandonando il gold standard (come tutti gli altri paesi creando difficoltà al

commercio mondiale), segnando così il passaggio ad un sistema monetario internazionale di cambi

fluttuanti. Inoltre fu deciso di elevare il tasso di sconto e, per far fronte al run, si preparò un decreto di

“moratoria”, limitando così i rimborsi dei depositi.

2) Il finanziamento della guerra e il ruolo dello Stato

Il 24 Maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco della Francia e Gran Bretagna in seguito al Patto di Londra,

“il

era già smentito il teorema della guerra breve”, trasformandosi quindi da guerra di movimento in una

guerra di trincea.

Il finanziamento bellico aumentò il debito pubblico e l’offerta di moneta, riducendone le riserve bancarie.

L’economia dei paesi belligeranti venne sottoposta al diretto controllo statale, che trasferì risorse dall’ambito

privato a quello pubblico, riorganizzando il sistema produttivo, fissando i prezzi e i salari e bloccando i

tradizionali meccanismi di mercato. ⅔

La fonte principale di finanziamento della guerra fu quindi l’indebitamento pubblico (che coprì il delle

risorse necessarie a finanziare la guerra), non come la Gran Bretagna che, a differenza di tutti i paesi, impiegò

maggiormente lo strumento fiscale (½ dei finanziamenti) per coprire le spese belliche. 20

Tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915 furono emessi 5 prestiti nazionali ma si rese indispensabile anche

l’indebitamento estero, con Gran Bretagna e Stati Uniti, con cui si finanziarono le importazioni di materie

prime e derrate alimentari.

La circolazione cartacea quadruplicò durante la guerra. Con decreti governativi si alzò il limite delle

anticipazioni bancarie senza l’obbligo di copertura metallica, ma la cresciuta domanda di beni, la diminuzione

di produzione, i costi elevati dei trasporti e l’incremento delle circolazione, fecero salire i prezzi. Le ripetute

emissioni di biglietti non convertibili provocano un disaggio nell’oro, con conseguente perdita di valore

d’acquisto della lira con riflessi negativi sull’andamento dei tassi di cambio.

3) Un’industrializzazione a tappe forzate

Gli effetti dell’economia di guerra si manifestarono in Italia già nei mesi di neutralità. Per dare generi di

consumo alla popolazione e vettovagliamento alle truppe si cercò di aumentare la produzione nazionale e

ridurre il dazio d’importazione sul grano. Nonostante questo la produzione agricola diminuì, sia per lo

spopolamento delle campagne a causa della leva di massa sia per mancanza di fertilizzanti e di forza

motrice animale. La produzione crollò nell’area nord- orientale del Paese, coinvolta negli scontri.

Il ruolo economico statale fu enfatizzato dalla mobilitazione industriale che organizzò, come attivare nuovi

impianti per affiancare imprese private nella produzione bellica (sempre nel triangolo industriale Mi -To-

Ge), fu abolito inoltre il diritto di sciopero per i dipendenti delle industrie ausiliarie. Lo Stato divenne il

principale datore di lavoro. I vantaggi maggiori furono ottenuti dalle imprese gi di notevoli dimensioni

à

prima del conflitto (più che altro nei settori siderurgico, meccanico, chimico ed elettrico). Queste

assorbirono molte altre società e diedero luogo a processi di concentrazione che segnarono il decollo in

Italia della grande industria.

Straordinari progressi fecero registrare anche i comparti siderurgico, meccanico, chimico ed elettrico. Il

colosso siderurgico che si espanse di più fu l’Ansaldo, dando vita a un sistema in tre poli: siderurgico,

meccanico e marittimo. Nel comparto meccanico ci fu l’espansione della Fiat ma anche la Breda assunse

carattere polisettoriale, passando dalla produzione di locomotive a quella bellica. Decollò pure l’industria

chimica, riparata dalla concorrenza tedesca (la capacità produttiva ampliatasi a scopo bellico con la

conversione si passò ai coloranti e ai farmaci), con a capo la Montecatini. Anche quello elettrico fu un

comparto industriale strategico, incrementò soprattutto l’energia idroelettrica. Con imprenditori dinamici

e l’intervento statale, il potenziale produttivo si avvicinò a quello dei principali Paesi belligeranti. Il

rafforzamento delle basi industriali, soprattutto nel triangolo industriale, implicò un ulteriore allargamento

del divario Nord-Sud. ’attivo,

Nel sistema bancario, gli istituti di emissione fecero registrare una crescita dell connessa

all’aumento della circolazione cartacea e un un’espansione degli istituti di credito ordinario, principali

finanziatori della produzione bellica: l’Ansaldo si legò alla Banca italiana di sconto (Bis), che gli forniva

crediti illimitati, e alla Comit, mentre La Fiat tentò di scalare il Credit. 21

4) Le conseguenze economiche della guerra in Europa

L’Europa uscì stremata dalla guerra: vittime militari, civili e epidemia di febbre spagnola. Costi umani ma anche

danni materiali.

Si assunse la logica di far pagare ai vinti i costi della guerra (di fatto la Germania, unica delle potenze centrali

sopravvissuta) e fu proprio questo che, in base al trattato di Versailles(1919), pose il fondamento giuridico

delle riparazioni. Alla repubblica di Weimar (proclamata dopo la fine della guerra) furono imposti pagamenti

in natura e in contanti, per un totale oltre il doppio del reddito nazionale della nazione. Già nel 1922 la

Germania non era più in grado di pagare le rate di riparazione e fu dichiarata la moratoria, mentre si aggravava

l’iperinflazione già in atto.

In risposta, nel 1923 i francesi e i belgi invasero il bacino della Ruhr e la situazione precipitò, il tracollo del

marco diventa inevitabile. Il ritorno alle normali relazioni economiche tra Paesi diventò illusorio e a

determinare tale instabile situazione concorsero l’abbandono dei cambi fissi, deprezzamento delle monete,

difficoltà dei sistemi bancari, abbandono dei rapporti economico/finanziari prebellici e devastazioni alla rete

di trasporti ferroviari/marittimi.

Il primo conflitto mondiale rappresento un vero e proprio spartiacque anche e non solo sotto il profilo

dell’assetto economico internazionale. Infatti l’Europa era indebolita dopo la fine dalla guerra e la dipendenza

economica dagli USA (creditori di ingenti somme) e dal Giappone, spostò il baricentro della supremazia

economica oltre Atlantico e in misura minore verso il Pacifico.

La insoddisfacente soluzione data al problema delle riparazioni e dei debiti di guerra alimentò tensioni e

instabilità nei mercati finanziari internazionali. Gli USA forzarono i debitori a pagare, pena la rinuncia a

intrattenere rapporti finanziari col mercato americano. ’26.

L’Italia sistemò i debiti nei confronti dei paesi creditori, soltanto tra il 1925 e il

Le difficoltà che si frapponevano alla riconversione industriale e al ripristino della produzione di pace, sono:

 L’emergente concorrenza dei paesi neutrali che avevano accelerato il loro sviluppo in seguito alla

crescente domanda di materie prime, derrate alimentari e prodotti finiti durante la guerra;

 Disinvestimento dei capitali all’estero.

Anche dopo la guerra rimase il controllo statale sul Pil e le concentrazioni industriali subirono

un’accelerazione, scardinando le basi dell’individualismo economico e la fiducia nel laisser-faire.

I trattati di pace di Parigi ebbero conseguenze economiche rilevanti soprattutto per quanto riguardano i

mutamenti territoriali che ridisegnarono la mappa dell’Europa centro-orientale. I criteri di omogeneità etnica

“quattordici

e di autodeterminazione dei popoli, ispirazione alla quale avrebbero aderito in base dei punti” di

Wilson, non impedirono che molte minoranze rimasero soggette alla dominazione straniera. In aggiunta a

queste problematiche abbiamo anche l’alterazione a fine guerra nei rapporti di scambio: fin dalla rivoluzione

bolscevica (1917) era stato compromesso il commercio nel Baltico (centro di smistamento delle merci russe)

seguito dall’isolamento russo (creò un sistema economico autarchico, nettamente separato dalle economie

capitalistiche). 22

Si andò generalizzando la tendenza a proteggere, con barriere tariffarie, le industrie nazionali prosperate

durante la guerra e si accentuò l’autosufficienza economica con la sostituzione di prodotti importati con

produzioni proprie, con la perdita d’oro e di riserve svalutate non era più possibile infatti l’accesso ai crediti

esteri; da qui il nazionalismo economico, aumentato anche dalla formazione di nuovi stati. Il nazionalismo

economico ebbe conseguenze negative sul commercio internazionale, si parla anche di politiche

neomercantilistiche: non solo tariffe protezionistiche, ma anche divieti e contingentamenti, ovvero restrizioni

quantitative all’importazioni di un determinato bene.

La smobilitazione delle truppe, immise nel mercato del lavoro una massa di lavoratori, che fino al 1920 si riuscì

a ricollocarla grazie ad una frenetica politica di creazione di posti di lavoro sorretta da una forte domanda

aggregata. A peggiorare la situazione fu l’azione di molti paesi che chiusero le frontiere all’emigrazione.

Il caos monetario continuò fino al 1923: molte monete crollarono, come il rublo, la corona austriaca e il marco,

ma molte altre monete persero potere d’acquisto.

Nel immediato dopoguerra il principale problema europeo era quello di ottenere sovvenzioni sufficienti a far

fronte al generale impoverimento delle popolazioni e alla scarsa disponibilità di mezzi di sussistenza; infatti

l’assistenza finanziaria ebbe termine quasi immediatamente dopo la fine della guerra. Pessime erano

soprattutto le condizioni nei paesi centro-orientale, con sistemi economico/sociali sull’orlo del collasso,

assenza di mezzi per pagare le importazioni di derrate alimentari e aiuti esteri ridotti (anche a causa della

debolezza della Società delle nazioni).

Dal 1919 si verificò una ripresa produttiva negli USA, in Giappone e nei paesi neutrali, si trattava però di un

Boom economico di breve durata, circa un anno, e seguito da un’acuta depressione: l’aumento della domanda

causo un rapido aumento dei prezzi in una situazione di bassa produzione con materie prime esigue e trasporti

non efficienti. La crisi di assestamento del 1920-21 si capovolse la situazione tra domanda-offerta: la domanda

calava mentre la produzione risaliva, provocando una crisi di sovrapproduzione con conseguente caduta dei

prezzi, fallimento di banche e industrie e un aumento della disoccupazione.

5) Politiche fiscali e problemi di finanza pubblica

In Italia l’indebitamento statale aveva superato il reddito nazionale, la circolazione cartacea era triplicata e le

importazioni dagli USA erano aumentate.

Il sistema economico italiano appariva più debole degli altri paesi che potevano contare su riserve auree,

materie prime, fonti energetiche e flotta mercantile (Francia, Gran Bretagna), e era assai pi dipendente

ù

dall’estero visto il deficit della bilancia commerciale. Questo squilibrio non poteva più essere colmato come in

passato dalle rimesse degli immigrati sia per il blocco dell’immigrazione di alcuni Paesi sia per i rimpatri

avvenuti all’inizio della guerra. Il rientro di braccianti reduci di guerra generò un esubero di forza lavoro,

mentre intanto le industrie, alle prese con la riconversione, licenziavano parte dei lavoratori assunti durante

la guerra, generando così disoccupazione, sottoccupazione e tensioni sociali.

L’inflazione non si fermò e il rialzo dei prezzi era ora legato all’eccessiva massa monetaria in circolazione (ne

risentirono di più i ceti medi) provocando continue richieste di aumenti salariali e continui scioperi per

23

ottenerli. Sulla spesa pubblica gravava molto il livello elevato delle spese straordinarie di guerra, le pensioni

erogate, la ricostruzione delle terre liberate e influì di molto anche il mantenimento del prezzo fisso del pane,

altrimenti venduto a prezzi elevati.

Il dopoguerra vide anche un inasprimento del cambio della lira verso le altre valute e il rapporto con gli ex

alleati si erano raffreddati per via delle rivendicazioni adriatiche avanzate alla conferenza di Parigi. Nel

frattempo si aspettava di vedere l’ammontare delle riparazioni spettanti all’Italia, la quale chiese di ridurre i

debiti e di sospendere gli interessi, il cui carico avrebbe schiacciato il paese.

Per affrontare le emergenze finanziarie ci fu il prelievo fiscale (anche con imposte straordinarie, come quella

sul patrimonio del governo Nitti), ma si rese necessario anche un prestito nazionale (canali internazionali

chiusi). Il disavanzo di bilancio miglioro, pur lentamente, e questo anche per l’abolizione del prezzo politico

del pane (del governo Giolitti) che poté giovarsi di un buon raccolto e per il rientro dell’indebitamento bellico.

Solamente alla chiusura dell’esercizio finanziario 1924-25 sarebbe stato finalmente raggiunto il pareggio di

bilancio.

6) Riconversione postbellica, scalata alle banche e salvataggi

L’accelerato processo di industrializzazione durante la guerra era stato squilibrato, privilegiavano infatti alcuni

comparti produttivi piuttosto che altri e sempre nel triangolo industriale. Serviva un riassetto e un rinnovo

degli impianti per consentire la ripresa della produzione di pace, ma risultava difficile per le produzione

belliche specializzate.

Esplose dunque nella seconda metà del 1920, una crisi da riconversione industriale che coinvolse più che altro

i grandi gruppi siderurgici e meccanici (Ansaldo, Ilva, Terni), i quali dilatarono le richieste di sovvenzioni. Tra i

’Ansaldo

loro tentativi di scalare le banche miste per garantirsi fonti illimitate di finanziamento va ricordata l

che già controllava la Bis ma tentò di rimpatriarsi anche della Comit e la Fiat che tentò la scalata del Credit. Le

due banche miste riuscirono a salvaguardarsi la propria autonomia mentre la Bis, eccessivamente esposta nel

finanziamento dell’Ansaldo, subì un continuo immobilizzo per arrivare poi alla fine del 1921 quando fu messa

in liquidazione, dopo un tentativo non troppo convinto di salvataggio da parte di un consorzio composto dalle

atre banche miste e dalla Banca d’Italia; segno di incertezza al governo e di timore da parte delle altre banche.

Nel 1921 Comit e Credit imposero all’Ilva un cambio di gestione e un drastico ridimensionamento con forte

riduzione del capitale sociale e liquidazione di tutte le attività non siderurgiche. L’Ansaldo fu invece sottoposta

a globale risistemazione, fu smembrata e la si ricostruì conservando solamente le officine meccaniche, mentre

gli altri comparti formarono società separate controllate dallo Stato con partecipazioni.

Questo riassetto fu possibile grazie al Consorzio per sovvenzioni su valori industriali (Csvi,1914) con capitale

conferito dalle banche d’emissione e da una seziona autonoma del Csvi (1922), il consorzio per le opere

pubbliche (Crediop, crediti a lungo termine), sorto con capitale pubblico. Rappresentano le prime avvisaglie di

una riforma del sistema bancario e di un ridimensionamento del ruolo delle banche miste. Il Crediop, un

istituto Beneduce come Ina, si procurava fondi necessari per erogare finanziamenti a lungo termine tramite

l’emissione di obbligazioni esentasse. 24

Tra il 1921-22 il Banco di Roma risultò gravato da immobilizzi per perdite di attività all’estero e investimenti

eccessivi in bonifiche. Ma non si poteva permettere la caduta di un’altra banca mista in quanto si sarebbe

generata sfiducia nel sistema bancario, quindi il governo Mussolini (appena insediato nel 1922) impose alla

Banca d’Italia il salvataggio della banca mista. Chiare erano le intenzioni politiche del leader, ossia di ottenere

consensi nel mondo cattolico.

L’equilibrio di potere tra le banche miste e le industrie fu travagliato in quanto durante la guerra in l’equilibrio

si era squilibrato a favore delle industrie mentre nel dopoguerra a favore delle banche sopravvissute come la

Comit e Credit. Con riferimento ai primi anni venti, R. Mattoli (a.d. Comit), definisce il rapporto tra le indus trie

“mostruosa

e le banche come una fratellanza siamese”.

Per le riconversioni comunque il governo intervenne solo nelle situazioni più drammatiche, e non ideò una

politica complessiva di sostegno per le rimanenti società. Fu poi introdotta nel 1921 la tariffa doganale

protezionistica che protesse i comparti siderurgico, meccanico e chimico.

7) Crisi dello Stato liberale, lotte sociali e ascesa del fascismo

Il panorama politico del dopoguerra fu caratterizzato dall’affermazione di due partiti di massa, il partito

socialista (Psi) e partito popolare (Ppi). Con il Ppi fondato da un prete siciliano Don Luigi Sturzo, che si

configurava come espressione delle istanze del movimento cattolico sociale, i cattolici poterono rientrare

nella vita politica nazionale. Ppi era comunque un partito laico, autonomo dalla gerarchia ecclesiastica,

democratico e interclassista. I due partiti erano fiancheggiati da organizzazioni cooperativistiche e

“rosse” “bianche”,

sindacali, e con adesioni tra operai d’industria e tra lavoratori della terra: Cgil

(Confederazione generale del lavoro) di ispirazione socialista e la Confederazione italiana dei lavoratori,

di ispirazione cristiana. Nel partito socialista c’era la corrente massimalista, suggestionata dalla

rivoluzione bolscevica, che proponeva la lotta alla borghesia capitalistica e la presa violenta del potere. La

classe dirigente liberale era in difficoltà: erano precarie le maggioranze parlamentari prima del fascismo.

Nel 1919 Mussolini fondò a Milano i Fasci italiani di combattimento, comprendenti ex combattenti,

“vittoria

nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, dannunziani, che alimentavano il mito della mutilata” e il

risentimento contro il socialismo neutralista. Il fascismo era inizialmente anticapitalista e solo dopo

l’occupazione delle fabbriche registrò un’ascesa di consensi. Con le elezioni del 1921, inclusi nei blocchi

nazionali di Giolitti, ottennero 35 seggi in Parlamento.

Il fascismo si trasformò in partito nazionale fascista (Pnf), senza però rinunciare alle squadre armate,

legalizzate come squadre d’azione per la sicurezza nazionale, Milizia volontaria.

“biennio

Nel 1919-20 ci fu il rosso”, con scioperi e agitazioni, determinati dalla maggiore consapevolezza

dei propri diritti da parte dei lavoratori il cui livello di sindacalizzazione era cresciuto, dalla disoccupazione

’19

e dall’inflazione. Nel ci fu l’assalto di negozi e magazzini, con conseguente imposizione di calmieri e

repressione del bagarinaggio, inoltre nelle campagne ci fu l’occupazione delle terre. Nonostante i

provvedimenti secondo i quali era possibile sottrarre i terreni suscettibili di bonifica e di trasformazione

fondiaria oppure il decreto Visocchi che concedeva la facoltà di autorizzare la requisizione temporanea

dei terreni incolti o mal coltivati, legalizzando in certi caso l’occupazione, non si risolve in modo

25

soddisfacente l’aspirazione del possesso della terra. Nelle lotte agrarie si distinsero le leghe rosse

(combattevano la disoccupazione bracciantile, l’imponibile di manodopera) ma anche le leghe sindacali

d’ispirazione cattolica, il bolscevismo bianco (miravano a migliorare i patti agrari e rendere il conduttore

più indipendente dal proprietario). ’20 ’19,

Le lotte operaie invece toccarono l’apice nel (adeguamenti salariali già nel riduzione orario di

lavoro, in funzione del contenimento della disoccupazione), maggiormente idealizzate e sindacalizzate, le

potenze operaie nel triangolo industriale spinsero il rivendicazionismo verso la rivoluzione, sostenuta

dall'"Ordine nuovo" di Antonio Gramsci, che propugnava consigli di fabbrica e autogestione. Gli industriali

risposero con la serrata, e gli operai occuparono gli stabilimenti, soprattutto a Torino e Milano. Giolitti

assunse un atteggiamento neutrale, scontentando gli industriali. L’occupazione delle fabbriche comunque

si esaurì da sé, segnando un fallimento della classe operaia (incapacità delle organizzazioni sindacali di

agire con unità d’intenti).

Il fascismo seppe cavalcare gli interessi di molti e il filofascismo di molti organi dello Stato, in maggioranza

borghesi. La borghesia appoggiò per prima il fascismo, e lo stesso fece Giolitti, per usarlo contro i

socialisti. Il fascismo divenne anche strumento della reazione degli agrari, che usarono lo squadrismo per

stroncare le rivendicazioni dei lavoratori agricoli. Lo stesso valeva per gli industriali contro il controllo

operaio sulle fabbriche. Il fascismo salì al potere senza rivoluzione. Alla marcia su Roma (1922) il re Vittorio

Emanuele III non dichiarò lo stato d’assedio e affidò a Mussolini il potere del nuovo esecutivo. Nel 1922

inoltre, per l'Italia si aprì un ciclo economico espansivo, trainato da investimenti ed esportazioni.

CAPITOLO VI

Economia e politica economica in età fascista

1) Il neomanchesterismo di Alberto De’ Stefani

Mussolini nominò ministro delle Finanze l’economista Alberto De’ Stefani, che assunse anche il ministero

del Tesoro.

Il fascismo voleva una ristrutturazione economica di stampo liberistico, e gli obiettivi economico/finanziari

del programma destefaniano erano:

1. Colmare il disavanzo del bilancio pubblico;

2. Perseguire un indirizzo economico produttivistico, con più spazio all’imprenditorialità privata,

esportazioni e cambi favorevoli;

3. Rendere disponibile una quota maggiore del risparmio nazionale per investimenti privati per

accrescere produzione e produttività, creando anche nuova occupazione.

L’azione di De’ Stefani ebbe successo, infatti si raggiunge il pareggio di bilancio nell'esercizio 1924-25: lui

mirò a liquidare il carico fiscale straordinario e a consolidare quello ordinario, furono dunque alleggerite le

26

imprese e i ceti proprietari contrariamente ai ceti popolari dove crebbero le imposte sui consumi. Furono

poi applicati tagli alla spesa pubblica (militare, amministrazioni postali/ferroviarie) ritenuta improduttiva.

Il quadriennio 1922-25 vide un evidente rilancio dell’economia, grazie alla completa riconversione

industriale, ripresa delle esportazioni e ad un lieve alleggerimento della pressione fiscale. La bilancia dei

pagamenti invece peggiorò, per le crescenti importazioni (soprattutto cerealicole). L’aumentata domanda

di beni d’investimento unita alla liquidità immessa nel sistema per le operazioni di salvataggio, determinò

un aumento della circolazione e quindi l’emergere di tensioni inflazionistiche, aumentando la quota di

cambio della lira. La politica monetaria di De’ Stefani fu insufficiente sotto il profilo monetario e, giungendo

ad un crac borsistico e vari fallimenti d’imprese, il ministro fu sostituito con G. Volpi, conte di Misurata, un

finanziere e investitore veneziano. Con il suo ingresso Mussolini ottenne l'appoggio diretto

dell'establishment industriale.

“battaglia “quota

2) La della lira” e 90”

Nel 1925 la priorità della politica economica era bloccare l’inflazione e stabilizzare il cambio della lira. Volpi

reintrodusse i dazi cerealicoli, al fine di limitare gli esborsi di valuta, sui quali su tornerà a proposito della

"battaglia del grano". Era fondamentale per la stabilizzazione del cambio della lira anche la sistemazione

dei debiti di guerra e la normalizzazione delle relazioni finanziarie con i Paesi creditori: gli USA vincolavano

la soluzione a questo problema l'apertura di linee di credito, che costituivano la precondizione per la stessa

stabilizzazione monetaria e per l'ingresso nel Gold exchange standard.

Nelle trattative sul pagamento del debito di guerra con gli USA, la delegazione italiana sottolineo i sacrifici

economici e umani durante la guerra e la modesta quota di riparazione ottenuta. Il rimborso fu dilazionato

e gli interessi quasi nulli. Gli americani rinunciarono circa all’80% del loro credito. Lo stesso con la Gran

Bretagna, che rinunciò a circa l’85% del credito.

Tali accordi contrassero molto il debito estero italiano, che comunque non bastò ad attenuare le tensioni

inflazionistiche e il ribasso della lira. Fu avviata dunque una politica deflazionistica finalizzata alla

“quota

stabilizzazione monetaria. Mussolini stesso si espresse per la rivalutazione della lira a 90” rispetto

alla sterlina (discorso di Pesaro). Per fare ciò serviva un riordino strutturale dell’economia, risanare la

finanza pubblica e riformare il sistema d’emissione. A tal fine fu attribuito il monopolio dell’emissione alla

Banca d’Italia (che assunse il governo della moneta e del credito, 1926), cui vennero trasferite le riserve

del Banco di Napoli e di Sicilia.

Un altro problema era la crescente massa di titoli del debito pubblico (Bot) emessi per fronteggiare squilibri

di cassa. Le richieste di rimborso costrinsero ad anticipazioni, che gonfiarono la circolazione monetaria. Per

arginare la situazione fu decretata la conversione di 10 miliardi di debito fluttuante (buoni del Tesoro) in

“Littorio”.

cartelle di prestito consolidato, denominato del L’effetto fu una riduzione della circolazione

interna e un miglioramento nella struttura del debito pubblico.

L'insieme di tali misure ridusse la velocità di circolazione, ribasso i prezzi e procedette anche

all’adeguamento del cambio, e con esso si fissò il contenuto aureo della lira e quindi il rapporto di cambio

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con le monete esteri convertibili in oro. La Banca d’Italia doveva detenere riserve in oro e in valuta

convertibile per il 40% della circolazione, ma così la lira entrò nel gold exchange standard.

“Quota 90” fu una rivalutazione della lira, quindi il paese dovette affrontare un impatto deflazionistico,

dando inizio ad anni di recessione con ribasso dei prezzi e dei salari non indolore, e quindi disoccupazione.

La produzione industriale diminuì e la disoccupazione triplicò e la domanda si contrasse. I tagli salariali

abbassavano comunque i costi di produzione e la rivalutazione della lira stimolò il risparmio interno, di cui

beneficiarono le grandi industrie che superarono la crisi con prestiti americani. Per arginare i problemi

legati alla disoccupazione e per sostenere le imprese, lo Stato attraverso una politica protezionistica, passo

da una politica di tipo liberistico ad una di tipo interventista e a sostegno delle imprese.

“battaglia “bonifica

3) La del grano” e la integrale”

Un mutamento nell’assetto proprietario delle campagne era stata l’espansione della proprietà diretto-

coltivatrice. La diffusione della piccola proprietà fu possibile grazie ai risparmi accumulati dai contadini

negli anni di guerra e dalla disponibilità (soprattutto al Nord) a vendere di molti proprietari, che non

ritenevano più remunerativo l’investimento in beni fondiari.

La politica economica però privilegiò l’industria, e i prezzi dei prodotti agricoli si alzarono, su cui influirono

anche i costi delle macchine agricole e dei fertilizzanti. L’effetto più evidente fu il rallentamento del

processo di meccanizzazione e della modernizzazione delle campagne. “battaglia

La politica di sostegno dei prezzi fu uno degli strumenti d’attuazione della del grano”, che

prevedeva un aumento massiccio della produzione cerealicola. Con l’apparato propagandistico, il regime

“battaglia”

sostenne questa con la necessità di ridurre gli esborsi finanziari e con motivazioni di

nazionalismo economico, tra queste l’esigenza di autosufficienza alimentare in caso di guerra. Si intensificò

quindoi l’uso di macchine agricole, fertilizzanti, sementi selezionate.

I risultati furono soddisfacenti, ma tale indirizzo colturale andò a discapito di produzioni tradizionali di

pregio (ortofrutticola). Ai costi connessi con le mancate produzioni alternative, si aggiunsero quelli per il

sostegno sul mercato interno del prezzo del grano. Tutto ciò penalizzo i consumatori, rendendo discutibile

la convenienza di tale politica di indipendenza granaria.

‘29

L’aumento dei raccolti fece diminuire dal le importazioni. Durante il regime ci fu anche l’approvazione

“bonifica

del testo unico sulle bonifiche (1923), con cui nasceva la integrale”. In cui si aggiungevano, oltre

alle solite, opere di sistemazione idraulica, acquedotti, strade abitazioni ecc. Le bonifiche furono rilanciati

“legge

con la Mussolini” che varò finanziamenti, ma quando si rese necessario l’investimento privato, le

imprese che avrebbero beneficiato delle bonifiche si ritirarono.

’30

La crisi degli anni segnò un impoverimento dei piccoli mezzadri, e non pochi contadini (proprietari da

poco) dovettero rivendere. In più la popolazione aumentava, l’immigrazione era bloccata e il regime

scoraggiò l’emigrazione. L’effetto fu un movimento migratorio interno, verso le aree urbane. Le campagne

soffrirono di manodopera eccedente e si formò sottoccupazione. 28

4) Il corporativismo

Il fascismo pose fine al pluralismo sindacale e stroncò le ultime forme di resistenza operaia nelle fabbriche.

Con il patto di Palazzo Vidoni, la Confederazione dei sindacati fascisti e la Confindustria si riconoscevano

rappresentanti esclusive dei lavoratori, esautorando sindacati non fascisti.

Lo Stato, che controllava i sindacati, riconobbe a quelli fascisti il monopolio della rappresentanza professionale

di ogni categoria produttiva (legge Rocco). Scioperi, serrate, lotte di classe non erano più ammissibili. La legge

Rocco consentì alle imprese di controllare rigidamente il costo del lavoro e al regime di manovrare il livello dei

salari in funzione della stabilizzazione monetaria.

Fu emanata la Carta del lavoro (1927), il 'manifesto' dello stato corporativo, riguardante il contratto collettivo

di lavoro, l'assistenza, la previdenza, l'educazione e l'istruzione. La vita economica non era più individualismo

liberale, ma dipendeva dallo Stato totalitario. Le corporazioni (istituite solo nel 1934) erano indicate come

rappresentanza integrale degli interessi della produzione nazionale. A differenza dei sindacati, non avevano

“organi

personalità giuridica, ma erano riconosciute come di Stato”, esercitando funzioni di conciliazione,

coordinamento, organizzazione della produzione, ridimensionate comunque dalla loro pesantezza burocratica

e organizzativa. Ognuna era presieduta dal ministro delle Corporazioni. Le corporazioni furono una delle

modalità in cui si attuò l’intervento statale fascista.

Con una legge del 1939 fu riordinato il Consiglio nazionale delle corporazioni, per renderlo idoneo a

partecipare all’attività legislativa, costituendo (con i membri dei 22 consigli corporativi) insieme agli esponenti

del Consiglio nazionale del Pnf, la Camera dei fasci e delle corporazioni, che subentrò alla Camera dei deputati.

La nuova camera era eletta dall’alto e composta da funzionari fascisti.

’30

Dagli anni il regime accentuò la propria azione sul piano della legislazione previdenziale/assistenziale.

Previdenza: 1933 si riorganizzò l’Inpfs (istituto nazionale fascista della previdenza sociale) per riequilibrare il

potere d’acquisto della classi medio-basse e non perdere consensi, oltre alla lotta contro le malattie sociali si

occupava anche della disoccupazione. Sempre nel 1933 si diede vita all'Inail, nel 1943 all'Inam fino ad arrivare

nel 1978 al Servizio sanitario nazionale.

Assistenza: nel 1925 viene fondata l'Onmi, Opera nazionale maternità e infanzia, strumento di sostegno della

politica di espansione demografica del regime, concorrendo al contenimento della mortalità infantile.

Collegato al Pnf fu Eoa, l'ente opere assistenziali, coordinatore a livello provinciale, distribuiva viveri e

medicine. Un altro istituto fu il Pnas, Patronato nazionale per l'assistenza sociale, aiutava gratuitamente tutti

i lavoratori in ambito tecnico-legale.

5) La crisi del 1929

’29

Nel si interruppe il trend espansivo che aveva contraddistinto le principali economie nazionali. Iniziò la

crisi: caduta dei prezzi, diminuzione scambi internazionali, crac borsistico e collasso del mercato azionario

a Wall Street, che innescò un processo a catena di fallimenti di banche ed imprese. Tutto questo genera

sfiducia nel sistema capitalistico. 29

La recessione del 1929-32 riconducibile alla teoria generale del ciclo economico; nel 1914 la maggior

è

parte dei paesi sta entrando in una fase recessiva, rinviata dallo scoppio della guerra, che ne determinò

una fase ascendente interrotta a sua volta dall'intensa e breve depressione del 1920-21, seguita d un'altra

fase espansiva che raggiunge il culmine a fine decennio. I cicli Juglar, della durata di 7-10 anni proseguirono

dunque anche nel 900 e quindi era prevedibile che nel 1929-30 ci sarebbe stata una nuova crisi.

Le cause erano molte: la sovrapproduzione, il venir meno delle aspettative di remunerazione del capitale

investito e quindi la caduta degli investimenti.

La crisi si originò negli USA, che aveva colpito il sistema economico mondiale (in particolare la Germania)

’28-’29

nel riducendo i prestiti esteri. Un secondo colpo arrivo col rallentamento dell'espansione di alcuni

settori trainanti, come l’edilizia e i beni di consumo durevoli (autoveicoli). Ad aggravare la situazione fu la

severa contrazione monetaria decretata dalla Federal Reserve Board, che aveva aumentato i tassi

d'interesse per comprimere la domanda di credito e moneta. Con il collasso del mercato azionario, il

"giovedì nero”, le banche chiesero il rimborso dei prestiti.

I governi dei paesi colpiti dall’obbligo dei rimborsi dovettero intervenire sul piano fiscale e commerciale,

’unico

se intendevano rimanere nel gold exchange standard. Diminuite le importazioni di capitali, l modo

per pareggiare i conti con l’estero fu il ricorso alle limitate riserve auree. Terminate anch’esse, furono

necessarie restrizioni protezionistiche, che penalizzarono le importazioni di prodotti americani.

Con questi problemi e assenza di soluzioni, si evidenziò la mancanza di volontà collaborativi e di una

leadership economica. s. inglese (propr. compensazione) usato in

CLEARING -

Il perché della gravità e il prolungarsi di questa crisi italiano come sm. Nell'ambito del commercio

si riconduce principalmente alle posizioni prese internazionale, per evitare movimenti valutari tra due

Paesi, si ricorre ad accordi di clearing, cioè alla

dagli USA e Gran Bretagna. Infatti la Gran Bretagna compensazione delle reciproche posizioni debitorie e

non era più in grado di essere il Paese Guida e creditorie derivanti dall'interscambio di merci: in

l'America si dimostra riluttante ad assumere il ruolo, ciascuno dei due Paesi firmatari dell'accordo gli

infatti siamo di fronte ad un drastico provvedimento importatori versano in moneta nazionale il controvalore

protezionistico che non fece che aggravare la crisi, “cassa

dei loro debiti a un'apposita di compensazione” (di

solito la banca centrale o un istituto a essa collegato), la

ostacolando l’esportazione delle merci dai Paesi quale utilizza le somme cos raccolte per pagare, sempre

ì

debitori e l’associata restituzione dei prestiti. Ciò in moneta nazionale, gli esportatori nazionali verso l'altro

segnò la fine del sistema di scambi e della libera Paese. Il regolamento finale dei saldi avviene poi alla

circolazione di merci, capitali e lavoro. Uno dei più scadenza dell'accordo, ma talvolta rinviato a un

è

elevati aumenti di dazi sulle importazioni nella storia successivo accordo o effettuato mediante un incremento

delle esportazioni del Paese debitore. L'accordo fissa di

del commercio internazionale la tariffa Smoot-

è norma anche i tassi di conversione delle monete.

Hawley del 1930. Adottato con una certa ampiezza dopo il 1931 e negli anni

immediatamente seguenti il secondo conflitto mondiale,

Gran Bretagna e Francia ovviarono a tal problema il sistema stato abbandonato con l'avvento della

è

operando in aree economiche privilegiate, costituite liberalizzazione degli scambi e dei pagamenti.

dai paesi del Commonwealth. Si diffusero in questo

contesto gli accordi di clearing, compensazione bilaterale, che prevedevano lo scambio di merci di pari

valore o comunque riducevano al minimo il ricorso a saldi in oro o in valuta estera. 30

La crisi colpì maggiormente i Paesi a prevalente economia agricola, perché i prezzi dei prodotti alimentari

si contrassero più di quelli industriali.

Sul piano sociale si notano elevati livelli di disoccupazione registrati nella maggior parte dei paesi.

’31,

La crisi finanziaria, al culmine nel va imputata principalmente all’incapacità dei paesi creditori di fornire

mezzi finanziari per fronteggiare gli effetti della crisi stessa. Inoltre le politiche espansive erano impedite

dall’indebitamento troppo elevato. Per tutto il 1930 il ritiro dei capitali dall'Europa da parte dei creditori

americani continua, in un periodo dove le banche erano esposte verso industrie in difficoltà. Di qui il

dilagarsi di fallimenti in cui troviamo anche grandi istituti come ad esempio il crac di Credit-Anstalt di

Vienna e Darmstäedter Bank in Germania.

Inoltre, la crisi finanziaria distrusse il sistema dei cambi fissi, ponendo fine al gold exchange standard. Moli

paesi sospesero la convertibilità in oro della loro moneta e questo, insieme alla svalutazione, facilitarono

una politica monetaria di reflazione volta a contrastare la crisi. Molti paesi alla fine del 1931 abbandonano

il gold standard. Con l'abbandono del metro aureo il sistema valutario internazionale vigente fu sostituito

da sistemi regionali che riflettevano legami economico/politici (area della sterlina, area del dollaro, area

dell’oro, in cui era l’Italia, rimasta ancora nel gold standard). I paesi rimasti nell'oro si trovavano

svantaggiati nei rapporti commerciali con le altre aree, mentre i paesi usciti dall'oro incontrarono nuovi

ostacoli come l'instabilità dei cambi, le svalutazioni competitive e il consolidamento dei debiti espressi in

moneta meno svalutate della propria.

Il piano Young, subentrato nel 1930 al precedente piano Dawes, aveva alleggerito di 2/3 l'ammontare delle

riparazioni di guerra e dei debiti di guerra ancora dovute, fu sospeso quasi subito. Inizialmente alla

Germania fu accosta la moratoria di un anno ma viste le condizioni internazionali, si procede alla

cancellazione dei debiti interalleati. ’33. ’30,

L’inizio della ripresa, lenta e disomogenea, fu dal L’unione sovietica invece, negli anni aumentò la

produzione con un’industrializzazione forzata, con costi sociali più drammatici di quelli della Germania

nazista.

6) Le ripercussioni in Italia e i primi interventi pubblici

’29

La crisi del colpì in ritardo il sistema economico italiano a causa della politica deflazionistica, che aveva già

diminuito le esportazioni e aveva aumentato la concentrazione di lavoratori nell'edilizia e nei servizi.

L’agricoltura fu travolta dalla caduta dei prezzi, sebbene la produzione cerealicola continuò ad aumentare (ma

mai da soddisfare il fabbisogno interno, rimanendo carenze strutturali nel primario). Il disavanzo tra valore di

importazioni ed esportazioni si attenuò per la flessione delle importazioni sulle seconde. Non diminuendo la

produzione quindi, la caduta dei redditi agricoli, imputabile alla caduta dei prezzi. Una minima soluzione alle

è

difficoltà fu la compressione della retribuzione della manodopera.

La produzione industriale invece diminuì per la caduta della domanda interna/consumi interni, comunque il

ribasso fu più contenuto. I comparti che si erano concentrati, cartellizzati, limitarono la caduta dei prezzi, a

’32

volte anche grazie all’intervento statale. La legge del per i consorzi obbligatori rappresenta un diretto

31

intervento dello Stato nella politica industriale e accentua la spinta alla concentrazione e alla formazione di

consorzi industriali obbligatori per legge, nei comparti siderurgico, chimico, meccanico.

La fissazione oligopolistica dei prezzi rappresentò anche un freno alla caduta dei profitti e spiega anche le

politiche di dumping praticate da numerosi consorzi italiani per ampliare il volume delle esportazioni. Inoltre

la legge sull’autorizzazione ministeriale per l’impianto e l’ampliamento degli stabilimenti industriali,

finalizzata a regolare l’afflusso di risorse finanziarie in un contesto di ristrutturazione, si tradusse in un

consolidamento delle posizioni oligopolistiche e in una limitazione della concorrenza.

A partire dall’autunno del 1930, in Italia che dovette fare pure essa a meno dei finanziamenti esteri, si

susseguirono insolvenze e fallimenti, e crebbe la disoccupazione. L’adattamento alle condizioni di mercato

avvenne con l’aumento del carico di lavoro individuale (e non migliorando impianti e tecnologie) e con la

riduzione del personale, aumentando ulteriormente la disoccupazione.

A risentire maggiormente della diminuita domanda interna e della marcata diminuzione della vendita

all’estero, fu il comparto tessile (che assorbendo la maggior parte della manodopera, fece lievitare i

disoccupati). La crisi di tale reparto, in quanto principale serbatoio di assorbimento di manodopera, fece

lievitare ulteriormente la disoccupazione. La recessione internazionale ostacolò per giunta la possibilità di

riversare all’estero la manodopera rimasta senza impiego e quindi si venne a ridursi sempre più la voce più

consistente della bilancia dei pagamenti, ossia le rimesse degli immigrati; ma anche il movimento turistico

“riallineamento”

fece registrare una rilevante variazione prima del del 1936 con la creazione della cosiddetta

“lira turistica” (cambio al -25% della ufficiale).

Le esportazioni crollarono, nonostante la concessione di crediti agevolati, premi agli esportatori e l’attivazione

dei meccanismi di drawback (restituzione dei dazi doganali pagati sulle materie prime), e peggiorarono

specialmente i rapporti coi paesi usciti dal cambio con l’oro, che avevano svalutato la propria moneta.

Per contenere la bilancia del pagamenti fu decretato nel 1931 un sovraddazio ad valorem del 15% sulla

’34

generalità delle merci. Tra il 1930 e il sia le importazioni che le esportazioni diminuiscono e in definitiva, la

bilancia commerciale rimase passiva, ma con disavanzi decrescenti e i migliorati conti con l’estero dovettero

alla meno costosa acquisizione di materie prime per la sopravvalutazione della lira e dalle ridotte importazioni

di grano.

In questo contesto il regime continuò la politica deflazionistica, mantenendo la parità aurea della lira,

protezionismo doganale e il sostegno dei prezzi nel mercato interno. Soltanto nel 1934 furono presi

provvedimenti che mutarono i cambi, il commercio e delle modalità di pagamento di merci e servizi. Si

andarono intanto generalizzando gli accordi di clearing, i principali accordi furono conclusi con la Germania e

i Paesi dell’Europa orientale.

7) Lo stato banchiere e imprenditore “quota

Il crac borsistico e le difficoltà finanziarie dopo 90” ebbero ripercussioni negative su molte banche. Gli

importanti rivolgimenti che alterarono la struttura e il funzionamento del sistema bancario, hanno inizio prima

’30: “istituti

degli anni legge bancaria del 1926 e gli Beneduce” (l’istituto di credito per le imprese di pubblica

“istituti

utilità, Icipu, 1924; il Credito navale, 1928; l’Istituto mobiliare italiano, Imi,1931). Gli Beneduce”

(ministro del lavoro) dovevano essere strumenti di intervento statale nell’economia per integrare

32

l’insufficiente ruolo delle banche miste nel finanziamento industriale, attingevano il capitale di fondazione alla

Cassa depositi e prestiti e agli istituti pubblici assicurativi e previdenziali, emettendo infine obbligazioni

garantite dallo stato sul mercato.

“grande ’30

Come conseguenza della depressione” nei primi anni maturò infatti la crisi delle banche miste e

venne accelerato il processo di concentrazione bancaria, già innescato con i provvedimenti del 1926-27. Si

espansero le grandi banche, come Banco di Napoli, Banca nazionale del lavoro e Monte dei Paschi di Siena.

Penalizzate da tale processo di concentrazione furono le banche intermedie, mentre quelle minori si

avvantaggiarono del loro radicamento locale.

La rivalutazione della lira aveva accresciuto la carenza di liquidità delle grandi banche insieme alla caduta di

Wall Street, che mise in ginocchio il sistema creditizio creando una crisi di liquidità con conseguente

diminuzione di riserva, rese necessarie ulteriori erogazioni dal Tesoro.

Per ridare liquidità alle banche miste si procedeva allo smobilizzo delle partecipazioni e dei crediti inesigibili

verso le imprese, così nel 1931 il Credit trasferì i suoi pacchetti azionari delle imprese controllate a due holding

(Società finanziaria italiana e Società elettro finanziaria) mentre la Comit analogamente trasferì alla Società di

“di

finanziamento industriale. Operazione qualificata da A. Cova cosmesi finanziaria” perché si trattava solo di

sistemare i bilanci di queste banche e consentire a quest’ultime una qualche libertà di azione. In seguito alle

convenzioni stipulate con la Banca d’Italia, alla Credit e Comit fu imposto di operare soltanto a breve termine

ma tali operazioni furono tenute segrete al pubblico per evitare il panico dei risparmiatori e il rischio di run.

Occorreva fornire al sistema industriale un ente di finanziamento diverso dagli istituti bancari, in salvataggio

ma ancora immobilizzati, e quindi a fine 1931 nacque l’IMI, istituto Beneduce con mezzi finanziari ottenuti

tramite obbligazioni, il quale erogava credito alle industrie sotto forma di mutui a medio-lungo termine (10

anni) e con garanzia ipotecaria.

Continuarono a sostenere le imprese il Crediop, l’Icipu, il Credito navale e il Csvi (alimentato dalla Banca

d’Italia).

Nel 1932 la situazione delle tre grandi banche miste (tra cui la Comit) era sempre peggiore. Il Banco di Roma

era in condizioni meno peggiori solo per il precedente salvataggio. Le grandi banche si trovarono in situazione

di illiquidità (danneggiando principalmente le piccole/medie imprese) ma bisognava evitare il crollo del

sistema creditizio. Serviva un intervento pubblico per risanare il sistema bancario, sciogliendo il legame tra la

Banca d’Italia con gli istituti maggiori di salvataggio, e salvare la aziende industriali più dissestate. Si approdò

dunque alla costruzione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri). Lo Stato avrebbe messo i capitali

(forniti dalla Banca d’Italia) per coprire le perdite, acquisendo titoli e proprietà delle banche da risanare e

provvedendo alla loro gestione e il loro successi smobilizzo. L’IRI fu poi autorizzato a provvedersi di risorse

emettendo obbligazioni (titoli di credito) sul mercato.

Alla banca mista subentrò dunque lo Stato, non più quindi riparatore delle perdite delle banche ma con il

nuovo compito di garante di una politica di credito. Le banche di deposito tornarono elle loro normali funzioni,

senza più responsabilità di gestioni extra bancarie effettuate col denaro dei depositanti e le autorità monetarie

s’impegnarono a esercitare un’attenta vigilanza sull’attività bancaria così che si limitasse il campo d’impiego

al credito ordinario. 33

L’Iri aveva due sezioni: sezione finanziamenti (prestiti fino a 20 anni e credito industriale alle piccole/medie

imprese, visto che l’Imi si occupava dei grossi mutui) e la sezione smobilizzi (assunse anche le gestioni già

affidati all’Istituto di liquidazioni e acquisì la gestione delle banche miste e delle imprese da esse controllate).

Si diede vita, senza volerlo in quanto si pensava fosse un intervento congiunturale per un piano di risanamento

senza sconvolgere il sistema economico, ad una gravissima crisi dell’imprenditoria privata durante gli anni

1932-33 che assiste al passaggio ad un sistema delle partecipazioni statali, ovvero ad un sistema di gestione

pubblica della produzione.

L’Iri conservò criteri gestionali privatistici e non divenne una corporazione, giungendo a detenere il pacchetto

di maggioranza di molte imprese, gestendo in parte l’industria siderurgica bellica, cantieri navali, siderurgia

civile, industria elettrica e telefonia. Effettuò vasti smobilizzi, nel 1937 fu trasformato in un ente permanente

con un suo fondo di dotazione e quindi, in sostanza, diventò una holding, la più grande concentrazione

industriale italiana. Nel campo siderurgico tentò l’ammodernamento con grandi investimenti.

Negli anni trenta in Italia, l’intervento pubblico acquisì dimensioni molto estese rendendo così lo stato

effettivamente banchiere e imprenditore. Con l’Iri, lo Stato aveva un controllo quasi esclusivo sul credito

d’investimento e sulla gestione di una quota molto ampia del settore industriale come in nessun altro

Paese dell’Europa occidentale. Significativo fu la trasformazione della relazione tra banca e industria, in

quanto l’industria poteva ricorrere al mercato immobiliare e agli istituti di credito di diritto pubblico,

mentre l’economia minore veniva lasciata alle casse rurali e alle banche popolari. L’intervento statale

comunque non incrinò le posizioni oligopolistiche dei maggiori potenti privati (Agnelli, Pirelli, Falck).

La riforma bancaria del 1936 rappresentò il compimento della separazione tra banca e industria, sancendo

la distinzione tra esercizio di credito a breve (banche di deposito) ed esercizio di credito a medio/lungo

’36

termine (istituti speciali). La riforma del completò la legge bancaria e la banca d’Italia diventò banca

delle banche in quanto la Banca d’Italia fu trasformata da società per azioni in istituto di diritto pubblico di

durata illimitata, con capitali posseduti dai maggiori istituti bancari e dagli enti previdenziali e assicurativi

dello Stato. Assunse un netto profilo di banca delle banche e gli fu proibito intraprendere rapporti con

privati, mentre si rafforzavano i suoi poteri di controllo sul sistema bancario di cui poteva determinare la

configurazione e le forme di esercizio di credito. Si poteva intervenire efficacemente in una congiuntura

non più dominata dagli automatismi del gold standard in quanto si era in una logica di moneta manovrata.

’esercizio

Fu riconosciuta inoltre una funzione di interesse pubblico alla raccolta del risparmio e l del

credito, ancorché svolti dalle aziende private, e si rende necessario una regolamentazione esterna del

sistema bancario, per cui fu istituito l’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito che

unificò i poteri di vigilanza e controllo su tutti gli istituti di credito. 34

CAPITOLO VII

Dalla guerra d’Africa alla seconda guerra mondiale

1) Sanzioni e autarchia

’34

Nel c’è la svolta della politica commerciale italiana, con il ripristino del monopolio delle operazioni in

valuta da parte dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero (Istcambi); quest’ultimo assume così la

’30

funzione di stanza di compensazione tra esportatori e importatori. Dalla metà degli anni la gran parte

del commercio estero era effettuata in regime di clearing ed erano presenti divieti di esportazione, si

aggiunse nel 1935 ad un regime di licenze sulle importazioni. La politica di selezione delle importazioni

valorizzò la produzione nazionale, a scapito a volte dell’efficienza. La funzione protettrice della produzione

nazionale si esplicò essenzialmente tramite la contrattazione bilaterale, la politica dei contingenti e

attraverso la prassi delle autorizzazioni. L’isolamento dell’Italia dal mercato internazionale fu dato anche

da altre ragioni, come la difesa della parità aurea della lira.

Le misure prese non bastarono al rilancio economico e furono decisive invece le spese statali per gli

armamenti per la guerra in Abissinia. Il deficit commerciale dovuto alle importazioni (necessarie per le

operazioni belliche) infatti aumentò, provocando un deflusso di oro (le entrare invisibili erano quasi

azzerate) e facendo sospendere al governo il limite del 40% delle riserve rispetto alla circolazione,

segnando l’abbandono del gold standard e una svalutazione della lira del 41% (legge del 1936). La crisi dei

“blocco

paesi ancora legati al dell’oro” (tra cui Francia) fu irreversibile e questi dovettero abbandonare il

gold standard e svalutare la propria moneta.

La guerra d’Etiopia rimise in moto l’economia nazionale, incrementando la spesa pubblica, i cui costi

riversarono in nuovi oneri e rincaro prezzi. Viste le esigenze finanziarie dello Stato, il nuovo ministro delle

finanze P. Thaon di Revel (1935-43) impone la ripresa di emissione dei buoni del tesoro e un nuovo titolo

di rendita al 5%, e per orientare i risparmio verso lo Stato fu imposta una imposta cedolare del 10% sui

titoli al portatore, tranne quelli dei debito pubblico, e fu limitata la distribuzione dei dividendi al 6% con

l’obbligo di investire gli utili in eccesso in titoli di Stato.

Fu creato nel 1935 il Commissariato generale per le fabbricazioni di guerra (Cogefag) finalizzato alla

mobilitazione industriale permanente, che accentrava competenze organizzative e di controllo riguardanti

’assegnazione

gli stabilimenti ausiliari (industrie belliche, chimiche, elettriche), che ottennero privilegi nell

di materie prime e di nuovi investimenti. L’Abissinia non valeva comunque i capitali spesi, e non divenne

una colonia di popolamento agricola ma una per burocrati e militari. Con le colonie però le esportazioni

lievitarono, aggravando però la bilancia commerciale per via delle materie prime da importazione quindi

in pratica il governo italiano esportava beni e servizi per organizzare le colonie stesse.

L’aggressione all’Etiopia frantumò l’intesa italo-franco-inglese, togliendo quella che era la sicurezza

dell’Europa e per questo la Società delle Nazioni impone nel 1935, come ritorsione per la violazione del

’Italia

diritto internazionale, sanzioni economiche che facevano divieto di fornire all armi e munizioni,

prestiti al governo Mussolini, importazione di merci italiane e divieto di esportazione, specialmente se

materiale bellico. Le sanzioni tuttavia finirono per essere applicate in modo molto blando e diedero esca

35

al regime per inscenare una campagna contro le democrazie occidentali, che accusavano l’Italia, e

organizzare manifestazioni antisanzioniste, come quella dell’oro pro patria.

La guerra era finita nel maggio precedente con la proclamazione dell’Impero dell’Africa orientale italiana. Date

le sanzioni, l’Italia legò con la Germania hitleriana (1936= Asse Roma-Berlino, 1939= patto d’acciaio) e

l’economia italiana dipese sempre più dalla seconda. Ma essendoci tra i due importazioni dalla Germania e

poche importazioni dall’Italia, il deficit aumentò. La situazione migliorò con l’emigrazione di lavoratori italiani

in Germania in quanto questi consentirono l’incremento dell’acquisto delle merci tedesche una volta che sono

state inserite le rimesse negli accordi di clearing.

Mussolini intanto impostò la politica dell’autarchia (1936) per garantire l’autosufficienza economica (in

contrasto con difficoltà come la necessità d’importare materie prime, diminuite di poco). Il perno della politica

autarchica era rappresentato dal sistema dei controlli sugli scambi commerciali e finanziari, instaurato nel

contesto del bimetallismo e del protezionismo, che si stavano espandendo nell’economia mondiale. Il capo

dello stato precisò che non era solo un progetto transitorio ma doveva diventare una caratteristica

dell’economia nazionale, quindi si doveva realizzare il massimo possibile di autonomia economica per

affrontare future sfide militari. “piano

Per ottenere quest’obiettivo si doveva procedere alla realizzazione di un regolatore dell’economia

italiana” e di un inventario delle risorse disponibili, ma non si poteva interrompere totalmente il rapporto

commerciale con l’estero soprattutto per un Paese che aveva intenzione di sviluppare a pieno le sue

potenzialità tecniche, produttive e militari, come l’Italia (posizione neomercantilistica mossa da Mussolini).

L’obiettivo dell’autarchia si scontro con difficoltà al compito di surrogare in termini qualitativamente

“tagliate”

accettabili e consistenti le importazioni fuori, successivamente nel 1938 le importazioni di materie

prime si riducono ma di soli 12% mentre quelle dei prodotti semilavorati e finiti del 40 48%. Quindi tale

politica di regolazione del commercio estero non ebbe di mira l’interruzione degli scambi ma l’equilibrio della

bilancia commerciale e dunque dei pagamenti, ritenuto fondamentale per la stabilità dei cambi e dei prezzi.

Si cercò, pena il deprezzamento interno della moneta, di contenere il disavanzo del bilancio statale (il pareggio

era incompatibile con le spese sostenute per il riarmo, le infrastrutture, le bonifiche, sovvenzioni e

agevolazioni all’industria) mantenendo la spesa pubblica, quindi incorretto parlare di politica di deficit

spending keynesiana, ma incrementando il prelievo fiscale con nuovi tributi che colpivano i redditi e

un’imposta generale sull’entrata (Ige), applicata dal 1940 anche ai consumi. Nel triennio 1935-37 l’inflazione

aumentò a causa dell’aumento di domanda di materie prime (corsa al riarmo che fecce aumentare i prezzi) e

del graduale riassorbimento della disoccupazione, alimentata anche dai poteri oligopolistici delle imprese e

dalle restrizioni alle importazioni. Come provvedimenti si tentò il controllo dei prezzi e della circolazione

monetaria, vista la crescente richiesta di sconti e anticipazioni alla Banca d’Italia stimolata dalla ripresa

economica. ’41

I piani autarchici del 1935-37 fissano gli obiettivi di produzione da raggiungere entro il e riguardavano solo

le produzioni più importanti del settore agricolo e parte dell’industria di base senza però misure coercitive

(indicazioni tassative solo per le industrie pubbliche): le industrie produttrici di beni di consumo dovevano

usare materiali nazionali e fabbricare beni di massa, non di lusso. 36

Lo sfruttamento delle risorse minerarie nazionali si spinse oltre i limiti, ma l’ostacolo principale allo sviluppo

produttivo furono i costi energetici, per questi infatti non si poteva rinunciare alla dipendenza estera, specie

per il carbon fossile.

Per la pianificazione autarchica dei prodotti alimentari, alcuni obiettivi non furono raggiunti anche per la

mancata generalizzazione produttiva degli alimenti base compensata in alcuni casi dal contributo delle

esportazioni (vino, frutta). Alcuni prodotti subirono un deciso aumento (barbabietole) quindi si possono

ritenere discrete le performance complessive dell’agricoltura, che ridussero le importazioni e il pareggio della

bilancia alimentare.

L’autarchia dunque fu utile solo alle imprese che producevano per il mercato interno mentre per le altre e

“camicia

quelle con caratteristiche di ricerca di nuovi sostituti rappresentò una troppo stretta”.

2) Il rilancio economico

’35

Tra il 1934 e l’Italia iniziò a uscire dalla crisi per la spinta espansiva della spesa pubblica, sia militare

che coloniale. Con i paesi più progrediti c’era ancora divario, ma principalmente per la debolezza

industriale del Mezzogiorno. Gli stessi salvataggi dello Stato con l’Iri avvantaggiarono le industrie del

Centro-Nord. Il mezzogiorno aveva una vocazione artigianale evidenziata anche dal censimento industriale

del 1937, il quale mostrò inoltre che il tasso di occupazione nel mezzogiorno non supera a il 17%. Anche

l’agricoltura perse terreno. Crebbe solo il terziario. Nel 1938 la quota dell’industria nella formazione del

Pil superò per la prima volta la quota dell’agricoltura.

Dunque il periodo fascista non segnò una battuta d’arresto nel processo d’industrializzazione nazionale,

sebbene le fabbriche rimanessero ancora nel triangolo industriale. Sotto la guida di Mussolini, nel corso

’avanguardia

degli anni Trenta, furono introdotte innovazioni nei comparti tecnologicamente all con

conseguenze strategiche per la ricostruzione del secondo dopoguerra.

Ora la ripresa economica (rotti i legami internazionali, vista l’eliminazione degli stimoli competitivi

dall’industria italiana) era in mano alla domanda interna, ma il reddito pro capite (anche per l’aumento

demografico) non salì e i circuiti della distribuzione commerciale erano inefficienti, quindi i consumi erano

modesti, soprattutto quelli di beni durevoli.

I consumi modesti non impedirono però la crescita dell’industria leggera sul piano tecnologico e

organizzativo, permettendo la sopravvivenza anche di tradizioni artigianali.

La ripresa industriale fu dovuta alla meccanica (riconversione post-bellica, chimica e elettricità). Mentre la

meccanica subì un aumento degli addetti, il comparto metallurgico subì per contro, una sensibile

contrazione.

Il tessile risentì della crisi del setificio (nonostante nuove fibre artificiali) e il cotonificio fu condizionato

dalle importazioni del greggio. 37

3) Le concentrazioni industriali

Con rilancio industriale, sostenuto direttamente e indirettamente dal regime e pagato con il massimo

sfruttamento del lavoro, ci furono progressi in nuovi rami produttivi: seta artificiale, oli pesanti,

aeronautica, gomma.

La Montecatini (di cui l’Iri diventò il principale azionista) era il maggior gruppo italiano con 60.000

dipendenti, assumendo una posizione egemonica nella fabbricazione di fertilizzanti chimici e stringendo

accordi con colossi internazionali, e in Italia con l’Azienda generali italiana petroli (Agip), nata come azienda

pubblica e poi entrata nel mercato petrolifero nazionale, dominato da multinazionali americane e

britanniche, con la quale fondò nel 1936 l’Azienda nazionale idrogenazione carburi (Anic).

Venne sensibilmente aumentata la capacità produttiva di benzina e idrocarburi, grazie ad Anic, ma rimase

però sottoutilizzata quando l’Italia entrò in guerra, per la carenza di materia prima.

Anche altri grandi gruppi industriali si rafforzarono negli anni d’anteguerra: la Pirelli (stabilimenti anche

all’estero), Edison (dopo essersi staccata dal controllo delle banche miste, si configurò con interessi nei

settori metallurgico, meccanico e dei servizi pubblici, con collegamenti internazionali), la Fiat di Agnelli

(buone esportazioni e con una strategia di sviluppo verticale, potenziando sia l’approvvigionamento

d’energia elettrica e di prodotti metallurgici, che la rete commerciale. La scarsa domanda interna non

permise però l’introduzione del modello fordista con le catene di montaggio).

In generale si affermò una concentrazione di mezzi e potere nelle mani di principali gruppi industriali.

Nell’ambito della meccanica una industria di prestigio fu quella aeronautica, ma le imprese restarono

sempre piccole, impedendo un salto di qualità. Intanto le grandi industrie iniziavano un’affermazione

internazionale, come Fiat, Pirelli, Olivetti (macchine da scrivere), dopo il loro assestamento sul mercato

interno.

Indubbi benefici lo sviluppo industriale trasse dall’attività dell’Iri, con la sua politica di non solo

smobilizzo ma anche d’investimento per il rilancio aziendale.

Tra le due guerre mondiali si crearono anche nuove zone industriali agevolate dal regime, nuovi

insediamenti industriali, come nel Nord-Est e nell’Italia centrale. Evidenzia la situazione il Porto Marghera,

presso Venezia, caratterizzata dall’integrazione dei principali cicli produttivi della chimica e

dell’elettrometallurgia. Gli impianti di Marghera, che diedero un grande contributo al sistema autarchico,

nei secondi anni trenta producevano la massima parte dell’alluminio, attenuto dalla bauxite, mediante

“nazionali”,

processo elettrolitico ad altro consumo di energia elettrica, e altri metalli utilizzando

tecnologie tra le più avanzate.

4) L’economia di guerra

Allo scoppio della II guerra mondiale l’Italia era in pieno processo di trasformazione della struttura

industriale, periodo di crescita ma di incompiuta modernizzazione, oltre che di chiusure protezionistiche e

d’instabilità politica europea (conseguenze queste dell’autarchia). Inoltre ci si trovava davanti a una

38

politica di valorizzazione dell’Impero africano per reperire materie prime, nuove colture su terre poco

sfruttate e sbocchi occupazionali.

Molti esponenti del governo, dopo l’aggressione tedesca alla Polonia, suggerirono la neutralità anche

perché in seguito alla guerra coloniale etiopica e alla spedizione in Spagna, la finanza pubblica si era

deteriorata. Anche i grandi colossi dell’industria speravano in una situazione continuativa di non

belligeranza in quanto ci si approfittava della situazione per affari con i paesi in guerra (armi, munizioni

’40,

vendute tra la fine del 1939 e il grazie ad un decreto del 1939 che aveva dato facoltà alle imprese di

esportare materiale bellico verso qualsiasi destinazione).

Anche Mussolini pensava alla neutralità, consapevole dei limitati apparati militare ed industriale.

Nonostante questo nel 1940 l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania, quando Hitler sembrava ormai

avviato alla vittoria, rassicurato Mussolini, proprio dal duce, per quanto riguarda gli approvvigionamenti di

carbone, necessario ad aggirare l’embargo inglese.

L’insuccesso dell’economia bellica italiana fu dovuto, in larga misura, proprio agli insufficienti rifornimenti

energetici, a cui si aggiunse la disorganizzazione produttiva: incapacità di organizzare il rifornimento e la

distribuzione delle materie prime (anche per il blocco navale degli Alleati) necessarie per lo sforzo bellico.

A monte di tutto ciò vi erano le incerte e mutevoli strategie dei vertici militari, ma anche molteplici casi di

scoordinazione dei centri decisionali.

Mentre altri Paesi registrarono una crescita del reddito nazionale nel quadro di un incremento degli

investimenti, in Italia non fu così. Solo con la prospettiva di un prolungamento del conflitto, nella seconda

meta del 1941, la produzione bellica fu intensificata.

Fortunatamente i rifornimenti tedeschi di carbone ebbero un andamento crescente, senza però soddisfare

l’intero fabbisogno italiano e anzi, dal 1942 l’Italia fu costretta a subire qualche decurtazione delle stesse

importazioni. La possibilità di sostituire con mezzi propri la progressiva caduta dei rifornimenti energetici

necessari era limitata e invece di utilizzare le risorse metanifere furono sfruttate oltre ogni limite di

economicità i giacimenti carboniferi nazionali ma anche la lignite, il legname e il carbon vegetale.

Nel settore agricolo ci fu, in seguito all’entrata in guerra, un calo delle produzioni per la diminuzione di

produttività, fertilizzanti e macchinari. I prodotti alimentari tra l’altro non furono razionati

tempestivamente dal regime per evitare il malcontento e l’esasperazione popolare e infatti solo nel 1941

entro in vigore il tesseramento dei generi di prima necessita e il calmiere dei prezzi. Dietro quest’azione,

insieme ad altre come non appesantire gli orari di lavoro, il non ricorso allo strumento fiscale e la rinuncia

a una piena mobilitazione di tutte le energie economiche in funzione dello sforzo bellico, sembra che ci sia

la preoccupazione del regime di non esasperare la popolazione e di limitare il malcontento.

“circuito

Nel 1940 si fece un piano finanziario (ispirato al dei capitali” di Wagemann) per creare potere

d’acquisto aggiuntivo ma con carattere transitorio. Il circuito conteneva l’effetto inflativo dell’eccesso di

domanda con blocco dei prezzi, dei salari e razionamento visto che lo Stato doveva finanziare lo

spostamento di risorse dalla produzione civile a quella bellica, anche con l’immissione di moneta. Quindi,

le eccedenze di liquidità sarebbero poi state riassorbite col prelievo fiscale, che però non fu troppo marcato

e con il collocamento di titoli di Stato. 39

Il circuito dei capitali durò fino al 1942-43, consentì di tenere sotto controllo la situazione monetaria e

finanziaria, malgrado l’aumento della spesa pubblica e la crescita moderata dell’inflazione e della

circolazione. I prezzi al consumo aumentarono nel triennio 1940-42 e tra il 1940-43 furono emessi sei

emissioni di debito pubblico redimibile. ’estate

La capacità del sistema dei prestiti di guerra rimase elevata fino al 1942, per crollare poi nell del

1943. Il prelievo fiscali diminuì nell’esercizio 1942-43, mentre falliva il collocamento del prestito di guerra

e aumentavano i rimborsi dei Bot. Lo Stato entrò in crisi finanziaria, chiedendo anticipazioni alla Banca

d’Italia e la stampa di cartamoneta, aprendo così una fase di iperinflazione con un conseguente aumento

del disavanzo effettivo dello Stato.

“Abyssus

5) vocat abyssum”

Nel 1943 il regime cadde, tra sconfitte militari e perdita di consensi. Mussolini fu sfiduciato dal Gran

Consiglio del fascismo, dopo l’invasione della Sicilia da parte degli anglo-americani, e poi arrestato. Dopo

l’armistizio firmato con gli americani, il paese fu soggetto a una doppia occupazione, anglo-americani e

tedeschi, e diviso politicamente e istituzionalmente, con la Repubblica sociale italiana (Rsi) di Mussolini,

liberato dai nazisti, e con il Regno d’Italia.

I mesi tra l’armistizio e la fine della guerra furono la fase economicamente più distruttiva: inizio del collasso

produttivo con la crisi degli approvvigionamenti e dei trasporti, contrazione dei consumi privati, scioperi a

Torino e Milano, estesi poi a molti parti del Nord. I grandi industriali e banchieri avevano intanto

riallacciato rapporti con gli ambienti d’affari americani e inglesi, con il progetto di ottenere, attraverso una

pace separata, una soluzione di compromesso che ponesse fine alla guerra e che consentiva un ricambio

indolore del regime con un governo liberal-conservatore sostenuto dagli Alleati.

Nel triennio 1943-45 la circolazione monetaria aumentò (causa un aumento incontrollabile dei biglietti),

più al Nord che al Sud, l’aumento di liquidità più la crescente scarsità di beni accelerarono il processo

“mercato

inflazionistico, con proliferazione del nero”. Nel 1943 il cambio lira-dollaro fu fissato ad un livello

punitivo con una devastante svalutazione, per poi arrivare al 1944 con una decisione degli Alleati di istituire

un fondo in dollari a favore dell’Italia come corrispettivo a tale situazione, da utilizzare in importazioni dagli

stati uniti.

Un forte differenziale d’inflazione tra Nord e Mezzogiorno, dove la rimozione del controllo

è

amministrativo dei prezzi (per tornare al mercato libero) provocò una impennata dei prezzi al consumo.

L’inflazione arrivò nel settentrione insieme all’avanzata degli Alleati, mentre nella Rsi un’amministrazione

civile ancora efficiente manteneva il controllo dei prezzi. In questi anni la BdI continua il suo progetto di

salvaguardare la stabilità della lira ed per questo che l’inflazione non ebbe effetti ancor più devastanti.

è

Al Nord il governo dell’economia fu assunto, di fatto, dalle autorità tedesche, che utilizzarono le imprese

belliche rifornendole dalla Germania ma anche smantellamenti e trasferimento degli impianti in

quest’ultima, nonostante il governo neofascista vi si oppose. Durante il regime di occupazione nazista,

questi procedono al reclutamento di lavoratori disoccupati da inviare in Germania ed insieme a quanto

detto sopra, si alimentano forti tensioni sociali e la lotta partigiana. 40

6) Premesse di un nuovo ordine internazionale

Quando la vittoria degli Alleati era vicina, si iniziò a pensare al nuovo ordine economico del dopoguerra,

tenendo a mente l’esperienza negativa di cooperazione internazionale avvenuta negli anni trenta che

“grande

causò la depressione”. Infatti, i paesi colpiti dalla crisi avevano messo in atto, unilateralmente,

politiche di rigidi controlli sulle merci e sui servizi per la difesa del mercato nazionale, procedendo

ripetutamente alla svalutazione della propria moneta. Questa decisione danneggia tutti gli paesi, in quanto

furono resi più difficili gli scambi e i pagamenti e si adottarono tariffe di ritorsione.

Su iniziativa di Roosvelt (pres. Americano) fu convocata a Bretton Il Gold Standard il sistema monetario

è

’44

Woods nel una conferenza internazionale, cui parteciparono i in cui l’oro funge da equivalente

delegati di 44 paesi, per ripristinare la stabilità monetaria, creare generale e viene usato in modo diffuso

un sistema di cambi fissi, porre le premesse per un ritorno al gold come moneta corrente.

exchange standard (sistema in cui la convertibilità dei biglietti era IL Gold Exchange Standard, in questo

in oro ma anche in una valuta pregiata subito convertibile, quindi nuovo Sistema alcune monete furono

in pratica dollari, perché gli USA detenevano l’80% delle riserve dichiarate direttamente convertibili in

auree). Per tale sistema fu istituito il Fondo monetario oro, mentre altre (come la lira italiana)

internazionale (Fmi, con uno stock di riserve valutarie per aiutare non lo erano, ma erano direttamente

convertibili in monete chiamate

i Paesi in deficit transitori della bilancia dei pagamenti) e la Banca pregiate e che potevano essere

internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs, finanziava convertibili.

progetti d’interesse generale in Paesi usciti dalla guerra o faceva

da intermediario tra fornitori e ricevitori di credito), entrambi in

funzione nel 1946. Ogni paese aderente era tenuto a versare al Fondo un deposito, il 25% oro o dollari e il

75% in divisa nazionale, che era rapportato alla forza economica del Paese(reddito nazionale, quota

ricoperta nel scambio internazionale e le riserve possedute). La pre-condizione di accesso ai prestiti

dell’Fmi, oltre al versamento del deposito, era di fissare la parità aurea della propria moneta, accettando

che le eventuali modifiche non sarebbero state superiori al 10%. L’opera di ricostruzione dei rapporti

economici internazionali fu completata nel 1947 con il Gatt (Accordo generale sulle tariffe e sul

commercio), accordo tra 23 Paesi preso a Ginevra, finalizzato a ridurre le barriere commerciali, tramite

l’estensione della clausola della nazione più favorita, sulla base di due principi:

1. Multilateralità e non discriminazione commerciale;

2. Divieto delle restrizioni quantità.

I negoziatici del Gatto hanno svolto un ruolo fondamentale nella progressiva riduzione tariffaria. Nel 1995

Gatti viene sostituito dalla World Trade Organization (WTO). 41

CAPITOLO VIII

“miracolo

Dalla ricostruzione al economico”

1) Problemi di breve e di lungo periodo

Al termine della guerra urgevano problemi di breve e lungo periodo.

A. I problemi di breve periodo erano tre:

a. La ricostruzione delle attrezzature produttive (città, case), reti di trasporti (strade, ferrovie,

marittimi) sebbene, a parte i comparti siderurgico e meccanico, i danni all’apparato

industriale erano contenuti;

b. L’inflazione: durante la guerra lo Stato aveva cercato di fermarla ricorrendo al mercato

finanziario, collocando titoli di Stato presso le banche, ed evitando cos che le anticipazioni

ì

della Banca d’Italia al Tesoro dessero luogo ad eccessiva liquidità. Dal 1943 l’inflazione era

però esplosa;

c. Strozzatura della bilancia dei pagamenti: l’Italia aveva bisogno di importare materie prime

per riconvertire ed riattivare la produzione, ma le avrebbe potute pagare solo accrescendo

le esportazioni di prodotti finiti. Oltre al circolo vizioso, per le esportazioni servivano anche

tecnologie adeguate, acquisibili solo all’estero.

B. I problemi di lungo periodo erano tre:

a. La modernizzazione del primario: il settore agricolo si caratterizzava per meccanismi

produttivi superati, gli addetti erano diminuiti nel Nord ma aumentati nel Sud;

b. Il rilancio dello sviluppo industriale come via d’uscita dalla disoccupazione: il fascismo aveva

sviluppato produzioni moderne, ma oltre ai comparti pilota, gli altri comparti erano arretrati,

con eccessiva manodopera e sopravviveva il lavoro a domicilio. La disoccupazione a inizio

secolo aveva alimentato l’emigrazione, che poi si era interrotta dopo la I guerra mondiale.

Durante il fascismo molti emigrati erano tornati. La confederazione generale italiana del

lavoro (Cgil) tentò di far fronte al problema, seguita poi dalla Confederazione italiana dei

sindacati liberi (Cisl, che raggruppava lavoratori cattolici) e dall’Unione italiana del lavoro

(Uil, che accolse lavoratori laici, repubblicani e liberali). Se si voleva incrementare la

produzione e il reddito, assorbendo la disoccupazione, bisognava risparmiare e accumulare,

non spendere in deficit di bilancio. Nel 1949 la Cgil propose un Piano di lavoro, il primo

tentativo di programmazione dello sviluppo dell’occupazione e del reddito, che prevedeva

tre interventi coordinati:

i. La nazionalizzazione dell’industria elettrica;

ii. Forti investimenti nel settore edilizio;

iii. Riforma fondiaria nl Mezzogiorno, con una politica di trasformazioni colturali e di

irrigazione delle terre coltivate.

c. Superamento del divario Nord/Sud. 42

2) La scelta liberista

La questione di maggiore spicco riguardava il grado di controllo dello Stato sull’economia e su questa si

scontrarono liberisti (destra moderata) e dirigisti (sinistra riformatrice).

A. destra: ritenendo che l’inflazione derivasse dall’eccesso di spesa pubblica, voleva rigore nelle scelte

di stanziamento e nella individuazione delle priorità. Per le entrate voleva più introiti con il ricorso

sia alla finanza ordinaria sia a quella straordinaria. Si opponeva invece al controllo sui cambi, alla

sostituzione della moneta e si voleva eliminare anche controlli amministrativi e operai nella gestione

delle imprese, ritornando ad un imprenditore come coordinatore libero delle risorse a disposizione.

Una volta stabilizzata l’inflazione si doveva indurre la classe lavoratrice ad accettare una politica di

contenimento dei salari.

B. sinistra: favorevole al controllo della moneta, dei cambi e dei salari (tutelati assicurando un reddito

minimo per evitare il favoritismo delle imprese al posto dei lavoratori. Sosteneva una rigorosa

politica fiscale, con una nuova imposta straordinaria sul patrimonio, e il cambio della moneta, per

controllare l’inflazione in quanto diminuiva la circolazione e dava modo per applicare un’imposta

sulle giacenze liquide. Auspicava poi la nazionalizzazione delle grandi industrie strategiche.

La via vincente, che sembrava obbligata (se si voleva uno sviluppo industriale) fu la liberalizzazione. Ma

con chi l’Italia doveva ampliare gli scambi? Con i Paesi dell’Europa occidentale esclusi Mediterraneo

(Balcani erano d’influenza sovietica, Nord Africa d’influenza franco-inglese. Anche America latina no

perché d’influenza degli USA). Con i Paesi rimanenti ritoccò le tariffe doganali, aderì nel 1950 all’Unione

Europea dei pagamenti (Uep), alla Comunità europea per il carbone e acciaio (Ceca), trattati di Roma

con belgio, Francia, Repubblica federale tedesca, Lussenburgo, Paesi Bassi che istituivano la Comunità

economica europea (Cee) e Comunità europea per l’energia atomica (Euratom).

3) Inflazione e moneta

’45

Nel l’inflazione dilagava per due cause:

1) sovrabbondante emissione di cartamoneta da parte degli Alleati (per sostenere le proprie spese avevano

emesso banconote a corso legale, le Am-lire), su cui le autorità italiane non avevano controllo. Comunque

nel 1945 USA e Canada concessero all’Italia aiuti supplementari per compensare queste emissioni;

2) il cambio lira-dollaro, che rispetto a prima della guerra era aumentato di cinque volte. Il governo allora

incluse nel programma il cambio della moneta, operazione che doveva essere organizzata dalla Ba nca

d’Italia, ma il cambio non fu attuato per l’opposizione dei liberisti ma anche del governatore della Banca

d’Italia (Einaudi), vista la scarsa sicurezza dei trasporti per distribuire la moneta sul territorio. 43

Fu avviata allora dal governo successivo, De Gasperi (1945), una MARSHALL, PIANO

“liberalizzazione

politica di e di abolizione graduale dei controlli” (1947-1952). Piano di aiuti economici

“corso

cominciando proprio sul dei cambi”, che scontrava con gli all'Europa (conosciuto anche sotto la

sigla Erp, European Recovery Program)

interessi degli importatori e favoriva quelli degli esportatori che prese il nome del Segretario di

(avvantaggiati con premi d’esportazione). Siamo in presenza però stato americano George C. Marshall il

di un problema del sistema di cambi multipli dove erano presenti quale, in un discorso tenuto

quattro prezzi del dollaro (uno ufficiale, uno commerciale che all'università di Harvard il 5 giugno

teneva conto del premio d’esportazione, uno libero che 1947, invitò i paesi europei a

dipendeva da domanda/offerta e uno scaturente dalla presentare un programma di

stipulazione di singoli accordi commerciali con gli Stati). ricostruzione economica che gli Stati

Uniti si impegnavano a finanziare. La

’46

Dopo il si formò un nuovo governo De Gasperi di coalizione proposta intendeva favorire, con

con democristiani, socialisti, comunisti e repubblicani. La logica reciproco vantaggio, una ripresa dei

collaborativa tra i grandi partiti di massa sembrò avere effetti sistemi economici e quindi degli

positivi sull’inflazione. Intanto si cercò di contenere la spesa scambi commerciali nei paesi colpiti

statale con meno opere pubbliche facendo così crescere il credito dal secondo conflitto mondiale. Altro

bancario e sostenendo che il flusso privato i liquidità non avrebbe obiettivo era quello di porre un freno

prodotto inflazione. La domanda però si dilatò ma, essendo rigido alla minaccia rappresentata

il mercato, l’offerta no, e l’inflazione tornò ad aumentare. dall'espansione sovietica. Nella

conferenza di Parigi del 12 luglio 1947

Queste scelte erano espressione di un modello di politica sedici paesi europei, con l'esclusione

economica temperata, che avrebbe garantito al sistema dei paesi dell'Est, aderirono all'invito.

d’impresa la stabilità della moneta, ripresa del risparmio e degli Nell'aprile 1948 il Congresso

investimenti, e in cambio il sistema d’impresa avrebbe fornito i americano approvò il piano varando

mezzi per combattere la disoccupazione. Coerente con questo un programma di finanziamenti

modello fu l’idea che gli aiuti attraverso il Piano Marshall (1947) quadriennale che operò sino al 1952. Il

fossero impiegati per ridurre il disavanzo del bilancio statale, piano riuscì a realizzare molti dei suoi

obiettivi. In Italia, in particolare, più

accrescere le riserve valutarie e accelerare il processo di che in impieghi direttamente

ricostruzione per poi arrivare con riserve valutarie passate da 70 produttivi, fondi furono utilizzati per

a 440 milioni, e trasformare la destinazione degli aiuti nel 1949 in far fronte al forte disavanzo della

acquisto di macchinari, materie prime e investimenti in strutture bilancia commerciale e di quella dei

produttive. pagamenti

4) La manovra einaudiana del 1947

Nel 1946 la Cgil e la Confindustria sottoscrissero un accordo nazionale per la liberalizzazione dei licenziamenti

’47.

e la riduzione del personale delle industrie iniziò nel I tentativi di ridurre il deficit pubblico non diedero

risultati e l’indice dei prezzi aumentò, inducendo gli esportatori a vendere soprattutto nel mercato interno,

contribuendo al peggioramento del cambio lira-dollaro.

De Gasperi nominò Einaudi (anche vice-presidente del Consiglio) ministro del Bilancio e successivamente

venne creato il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr) con l’obiettivo di limitare la liquidità

del sistema bancario con vincoli sul deposito a riserva. Einaudi restrinse inoltre il credito bancario a industria

44

e al commercio, determinando una caduta della domanda globale, inducendo gli speculatori a immettere sul

mercato le merci accumulate prevedendo un indebolimento della lira. Aumentò così l’offerta, accompagnata

dalla riduzione dei prezzi. Intanto la circolazione diminuiva e il risparmio aumentava. Il bilancio statale, che

aveva toccato il massimo deficit, iniziò a migliorare. La situazione monetaria migliorò, ma la stretta creditizia

fece crollare gli investimenti in quanto il Paese aveva bisogno di risorse per il rilancio economico e ne consegue

uno stato di depressione economica, superata solo nel 1950.

5) L’iniziale riformismo ‘44

Intanto il disagio nel Mezzogiorno si era aggravato dal con rivolte contadine contro Stato e proprietari. Il

ministro dell’agricoltura fece allora un decreto con cui si assegnavano terre incolte ai contadini bisognosi. Era

un intervento limitato ma frenò le tensioni.

Dal 1949 le agitazioni ripresero per migliori condizioni delle classi rurali. Tra le soluzioni vi erano uno sviluppo

basato su un’agricoltura ad alta intensità di capitale (bonifiche, macchinari) o sull’industrializzazione. I governi

repubblicani non fecero mai una scelta, ma portarono avanti tre progetti:

A. La riforma fondiaria del 1950: stabiliva che i terreni posseduti oltre il valore di 30.000 lire fossero

espropriati in quote funzionali al reddito del proprietario, ma erano escluse imprese agricole

altamente efficienti, che in cambio otteneva titoli del debito pubblico. Questi terreni erano poi

attribuiti a famiglie contadine per assicurare ad ogni unità familiare un reddito minimo accettabile.

Queste famiglie beneficiarie potevano divenire proprietarie pagando il prezzo del terreno in 30

annualità;

B. La Cassa per il Mezzogiorno del 1950: ottenuta dall’azione dell’Associazione per lo sviluppo

dell’industria nel Mezzogiorno e dal ministro dell’Industria, che ritenevano l’intervento statale

fondamentale per lo sviluppo economico. La Cassa finanziò la costruzione di strade, strutture per

l’agricoltura, opere idrauliche, scuole e ospedali. Solo dopo il 1960 anche finanziamenti industriali;

C. Incentivi per creare/potenziare le industrie: lo Stato non operò direttamente, ma attivò gli

imprenditori per combattere la disoccupazione. Gli interventi per le imprese furono:

a. Sostegni per ridurre i costi d’impianto;

b. Incentivi per ridurre costi d’esercizio e imposte;

c. Norme per accrescere la domanda.

“miracolo

6) Verso il economico”

Nel 1953 finì l’età di De Gasperi e con essa la politica economica temperata. A livello di governo, il

cambiamento fu espresso dal nuovo presidente del Consiglio G. Pella, della DC, che come Einaudi era

sostenitore del principio della libertà economica e contrario all’interventismo statale o

“statalismo”. “monetarista”,

Era un cioè affermava che controllando l’offerta di moneta, si controllava

l’aumento del livello dei prezzi e si scoraggiava l’inflazione, favorendo insieme risparmio e investimento.

Menichella diventò governatore della Banca d’Italia dopo Einaudi, ed era favorevole alla stabilità

’estero.

monetaria e alla ricostituzione delle riserve ufficiali e della liberalizzazione del commercio con l 45


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emmaXD

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher emmaXD di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Bof Frediano.

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