Capitolo I: Problemi economici nell’età della destra storica
1) L’organizzazione amministrativa
Dopo l’Unità d’Italia (17 marzo 1861) il problema da affrontare era l’organizzazione del nuovo Stato. Si scelse il modello accentrato piemontese, da cui si prese lo statuto e parti fondamentali della struttura legislativa.
Il regno venne diviso in province e comuni. Le cariche pubbliche venivano attribuite:
- Su base censitaria per quanto riguarda: consiglieri comunali e provinciali (21 anni e pagamento delle tasse comunali), l’elettorato politico (25 anni, un patrimonio di 40 lire e la capacità di saper scrivere e leggere);
- Di nomina regia invece, il sindaco e il prefetto.
Dal Regno di Sardegna furono prese anche la normativa sulle opere pubbliche (fissava anche i criteri per la costruzione di ferrovie e dell’esercizio di esse, distinte in pubbliche e private), l’unificazione legislativa (riaffermando il codice civile napoleonico e il principio di laicità dello Stato), codice penale (pena di morte abolita nel 1899) e codice commerciale.
2) Il liberoscambismo ex
Il problema doganale fu risolto abolendo ogni dogana interna e applicando la tariffa in vigore nel Regno di Sardegna. Pochissime deroghe, cioè pochi dazi, come ad esempio il dazio di uscita degli stracci (industria della carta) e il dazio d’importazione del cotone greggio.
Al Sud: la tariffa sarda ebbe contraccolpi devastanti, infatti l’apparato industriale sopravviveva grazie al protezionismo. Superarono la crisi solo pochi nuclei industriali dotati di capitali e competenze tecniche/amministrative elevate. Verso il declino andò l’industria laniera, non offrendo un prodotto competitivo, come anche l’industria siderurgica, metallurgica e meccanica.
Al Nord: la tariffa sarda era minore di quella austriaca (specie in Lombardia). Nonostante questo, l’industria serica (trattura e filatura) ne risentì sfavorevolmente della perdita del mercato viennese; mentre nell’ex zona dello Stato pontificio, l’introduzione della nuova tariffa fu assorbita senza troppa difficoltà vista la bassa consistenza delle sue industrie.
Per il libero scambio fu decisivo inoltre, il trattato di commercio con la Francia (1863), ispirato al trattato Cobden-Chevalier del 1860 tra Francia e Inghilterra. Anche questo ebbe contraccolpi sull’economia del Mezzogiorno, la quale fu subordinata a quella del Nord.
3) Il bilancio dello Stato
L’unificazione della finanza pubblica avvenne per opera del ministro delle finanze, Pietro Bastogi, nel governo Cavour. Promosse l’istituzione del Gran libro del debito pubblico, dove i debiti degli ex Stati preunitari furono riconosciuti, iscritti e convertiti per lo più in rendita consolidata italiana 5 o 3 per cento. Oltre al debito consolidato c’era anche un debito redimibile, e anch’esso fu iscritto nel Gran libro del debito pubblico.
Data la diversa percentuale di concorso nella formazione del debito pubblico tra i vari Stati preunitari, la ripartizione dell’onere sull’intero paese non rispose a criteri di equità.
Dopo il 1861, il debito pubblico in aumento, determinato da deficit strutturali di bilancio e le spese militari è straordinarie.
Tra il 1862 e il 1868, il disavanzo di cassa fu rilevante, per via di un trend di spesa in aumento e del bassissimo livello iniziale di entrate. Le entrate aumentarono negli anni successivi grazie all’introduzione di nuovi oneri fiscali, che gravavano soprattutto sulle masse popolari, e con l’introduzione di cespiti extra-tributari (vendita di beni demaniali, dall’asse ecclesiastico ecc.).
Il primo prestito del Regno d’Italia (1861) fu collocato sul mercato estero (piazza di Parigi) attraverso la mediazione delle banche, si favorì in questo modo l’afflusso di capitali stranieri. Imboccata tale strada, lo Stato continuò a percorrerla anche in seguito, per far fronte a problemi di bilancio.
4) L’unificazione monetaria
Il decreto regio del 1861 conferì valore legale alla lira di Piemonte, denominata lira italiana, e ai suoi multipli e sottomultipli d’argento, mantenendo in corso le valute preunitarie stabilendo un valore di cambio.
L’atto legislativo del 1862 (legge Pepoli) fece della lira italiana l’unità monetaria legale per pagamenti e l’unità di conto per le contabilità. La legge Pepoli, anche se la situazione internazionale favoriva il monometallismo, optò per lo standard bimetallico francese, con il relativo rapporto oro/argento. Si favorirono così i rapporti commerciali con la Francia (e con altri paesi aderenti al bimetallismo) e inoltre i titoli del debito pubblico erano negoziati su mercati esteri dove era in auge il bimetallismo.
Il 1865 l’Italia, la Francia, la Svizzera, il Belgio e successivamente, la Grecia (1868), sottoscrissero una convenzione con la quale diedero vita all’Unione monetaria latina, al fine di agevolare gli scambi commerciali e di stabilizzare il potere di acquisto delle rispettive monete mediante il ricorso ad un sistema bimetallico e ad un ordinamento monetario identico. Essa quindi regolava l’emissione delle monete d'oro e d'argento per ciò che riguardava il loro peso, il titolo ed il corso, e assicurava la libera circolazione della valuta di ciascun paese negli altri Stati aderenti.
Si decise inoltre alcune caratteristiche per quanto riguarda le monete divisionali, ossia:
- Contingenti al numero di persone del paese;
- Coniatura statale e non privata;
- Su richiesta, il cambio in oro delle divisionali possedute di altri paesi.
5) La pluralità dell’emissione
Con l’unificazione monetaria non ci fu l’unificazione dell’emissione, a causa di conflitti interni all’equilibrio tra le forze bancarie. C’erano prospettive centralistiche, privatistiche e liberistiche.
Nel 1861 gli istituti che potevano emettere cartamoneta erano 6:
-
Banca Nazionale degli Stati Sardi: La Banca Nazionale negli Stati Sardi nasce dalla fusione tra la Banca di Genova e la Banca di Torino, approvata il 14 dicembre 1849.
Alla nascita del Regno, la Banca Nazionale è l’unico istituto autorizzato ad emettere cartamoneta in tutti i territori del Regno, a differenza delle altre banche, la cui circolazione era limitata entro ambiti regionali.
Nel 1866 la Banca Nazionale negli Stati Sardi cambia denominazione, per divenire Banca Nazionale nel Regno d’Italia.
Tra le principali operazioni troviamo: sconto di cambiali, di buoni del tesoro e titoli di Stato generici, anticipazioni su pegno di monete, metalli preziosi e di sete, ricevimento di depositi in c/c, accettazione in custodia di titoli, documenti e oggetti preziosi. Inoltre, l’istituto doveva disporre di un fondo metallico di riserva pari almeno a 1/3 dei biglietti emessi, che fungeva da garanzia.
I rapporti tra la Banca Nazionale nel Regno d’Italia e il Tesoro furono da subito stretti, unendo l’interesse aziendale (finalità di lucro) a finalità dettate dal fatto di svolgere funzioni di pubblico interesse (assunzione appalto delle zecche; monetazione unica, eliminare monete non lire; partecipazione ai prestiti pubblici).
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Banca Nazionale Toscana: La Banca Nazionale Toscana viene fondata l’8 luglio 1857, dall’unione delle due Banche di sconto di Firenze e Livorno, come S.p.A.
Operava in ambito soprattutto regionale, autorizzata ad emettere banconote per un importo pari a tre volte il proprio capitale e anch’essa doveva disporre di un fondo metallico almeno di 1/3 dei biglietti emessi.
Le principali operazioni sono analoghe a quelle della Banca Nazionale degli Stati Sardi.
Tra i maggiori azionisti vi erano esponenti importanti del mondo finanziario e politico.
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Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio: La Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio viene fondata il 12 maggio 1860, come società anonima, mentre l’attività vera e propria della Banca inizia il 15 settembre 1863. Lo scopo per il quale viene fondata la Banca è quello di rappresentare una solida base per il finanziamento di importanti industrie quali, ad esempio, le “Ferrovie Meridionali”. I suoi azionisti erano esponenti del capitale finanziario.
Emetteva buoni con carattere fiduciario senza obbligo di un rapporto minimo tra riserva e ammontare della circolazione, concedeva anticipazioni, faceva prestiti a Stato e comuni, agiva insomma come una “banca di famiglia”.
Banco di Sicilia
Banco di Napoli
Nel 1870 gli istituti d’emissione diventano 6 con l’introduzione della Banca Romana.
Banca Romana: In seguito alla caduta dello Stato Pontificio, in base al Regio Decreto del 2 dicembre 1870, viene predisposta la chiusura della Banca dello Stato Pontificio, la quale assume il nome di Banca Romana (Porta Pia). Essa oltre all’emissione, scontava buoni del tesoro, gestiva c/c, teneva depositi e concedeva anticipazioni.
Il governo fino al 1875 esercitò una maggiore vigilanza rispetto agli alti istituti, scegliendone il governatore, il vicegovernatore e altre cariche.
6) I banchi meridionali
Banco di Sicilia e Banco di Napoli, al momento dell’unificazione, rilasciavano fedi nominative di depositi in contanti (carta apodissaria). Quindi erano banchi di deposito più che banchi di emissione.
Il Banco di Napoli scontava cambiali, concedeva anticipazioni su pegno del debito pubblico, di debiti ammortizzabili, di azioni e di oggetti preziosi, metalli grezzi. Riceveva inoltre, senza interessi, depositi restituibili a richiesta, emettendo titoli con nomi diversi: fedi di credito, polizze e polizzini, a seconda della somma del deposito. A richiesta del depositante, ogni fede di credito poteva essere trasformata in madre-fede e servire come base per l’apertura di un c/c senza interessi. Le nuove somme, trasmissibili anche esse, prendevano il nome di notate-fedi.
Allo stesso modo il Banco di Sicilia emetteva le stesse fedi nominative, con un’unica differenza, ossia le somme versate, per le fedi o i c/c, non erano impiegate per altri scopi ma rimanevano nelle casse dell’istituto.
Dal 1893 il Banco di Sicilia resta uno dei tre soli istituti autorizzati dal Regno d’Italia ad emettere banconote (gli altri due sono la neonata Banca d’Italia e il Banco di Napoli).
Nel 1926 viene tolta al Banco di Sicilia (e contemporaneamente al Banco di Napoli) la facoltà di emettere banconote, nell’ottica di una unione monetaria fortemente voluta dal Governatore della Banca d’Italia Bonaldo Stringher.
7) Il settore primario
Nel 1861 il 70% della popolazione attiva era impegnata nel settore primario. L’agricoltura era però una realtà disomogenea: pluralità agricole con diversi tipi di terreno, clima, distribuzione delle proprietà fondiarie, forme di conduzione e colture. Inoltre solo una parte del territorio italiano (Lombardia) era toccato dalla cosiddetta “nuova agricoltura”, ovvero da una imprenditoria agraria direttamente impegnata nella conduzione agraria e di una produzione su larga scala; riguardava principalmente la produzione dei cereali, i prodotti dell’allevamento e la materia prima per il tessile, oltretutto destinata all’esportazione.
Tali differenziazioni creavano squilibri, aggravati dall’arretratezza tecnica, dai scarsi capitali e i rapporti contrattuali, dalle forme di colonia (mezzadria, non offrendo stimoli per un miglioramento). Quindi il grado di mercantilizzazione agricola, anche se elevato, non compensava le importazioni di prodotti industriali, lasciando in deficit la bilancia commerciale. L’insieme generale era quindi rappresentato da un “immobilismo”, relativamente sì alla produzione agraria, ma anche rispetto ai risparmi e agli investimenti.
Questo quadro però, configge con l’evidenza di un incremento di tutte le colture, confermato dal trend demografico, dalla curva dei flessi agricoli e dai flussi di import-export, rappresentato dai dati elaborati ISTAT.
Della maggiore produzione evidenziata, solo una parte sarebbe andata a soddisfare i bisogni (a causa dei bassi salari e consumi), aumentano comunque il profitto agrario e viene reso possibile l’accumulo di capitale, innescando così la modernizzazione delle infrastrutture.
8) Il corso forzoso
A seguito di una politica finanziaria che aveva puntato sul credito, per risanare il disavanzo del bilancio, e ad una crisi economica mondiale, connessa alla guerra di secessione americana che indusse l’USA a chiedere la restituzione dei suoi crediti, a contrarre gli acquisti sul mercato europeo, non solo l’Italia ma anche tutta l’Europa fu danneggiata.
La situazione italiana fu aggravata oltre da una politica finanziaria basata sul credito, anche dal trattato italo-francese del 1863 che rese ancora più tenue la tariffa liberistica piemontese, grazie alla clausola della nazione più favorita, portando il paese ad essere esposta alle fluttuazioni del ciclo economico. Si aggiunge a questo quadro anche la speculazione borsistica, che porta a livelli bassissimi la rendita italiana, soprattutto dopo l’alleanza dell’Italia con la Prussia per la guerra contro l’Austria.
Il punto culminante della crisi depressiva italiana iniziata nel 1863 fu l’adozione del corso forzoso (1866).
Con corso forzoso si intende la non convertibilità tra la moneta e l’equivalente in metallo prezioso. La sospensione della convertibilità indusse il Tesoro a ricorrere al credito bancario mediante somministrazione di biglietti da parte della Nazionale (Banca Nazionale), cui venne attribuito uno status di privilegio rispetto alle altre banche, svincolata dall’obbligo del cambio in monete d’oro/argento (comunque limite del triplo della riserva metallica). Il corso forzoso impone una certa moneta come unico mezzo legale di tutti i pagamenti (i biglietti della Nazionale). I biglietti di altri istituti (in corso legale) potevano essere cambiati in moneta metallica o in biglietti della Nazionale.
9) Reazioni e conseguenze
Per impedire un’espansione dello stock di biglietti, la variazione dei saggi monetari prevedeva l’assenso del ministero. Il Governo dunque riceve potere di controllo e agisce principalmente su due piani: la regolazione della politica creditizia e la vigilanza organica sull’amministrazione delle banche. Tale meccanismo agiva da freno per le banche in quanto non solo queste non potevano conoscere in anticipo il saggio, ma c’era anche una condizione fondamentale per il consenso quale la devoluzione al Governo del profitto derivato dall’eventuale aumento.
Il corso forzoso sollevò molte critiche, specie dagli oppositori della Banca Nazionale. Il giudizio della commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso fu negativa, non trovando alcuna ragione sostanziale (né economica né politica), ma lasciava in ombra la natura stessa della crisi che era non solo congiunturale ma anche strutturale (bilancia commerciale in deficit e una bilancia dei pagamenti mantenuta in equilibrio solo dai crediti esteri).
Il corso forzoso comportò una svalutazione del biglietto cartaceo, in media del 10 per cento, rendendo facili le esportazioni e più difficili le importazioni.
Comparve inoltre l’aggio, cioè l’eccedenza di valore tra monete metalliche e lira cartacea, che spinse le persone a tenere le monete, sottraendole alla circolazione, o a esportarle all’estero. Un’ulteriore tipologia di aggio fu rilevata, ossia l’aggio tra le banconote di grande taglio e quelle di piccolo taglio. Tale tipologia dipese sia da fattori tecnici (sistema in rodaggio) che da fattori psicologici (scarsa abitudine nell’uso di biglietti).
10) Il riordino dell’emissione
Nel 1872-73 a causa delle spese straordinarie per trasferimento capitale e l’assunzione del debito pubblico del Lazio, il deficit delle finanze statali si era aggravato.
Si formulò un piano finanziario, proposto da Quintino Sella, per il quinquennio 1872-76, il quale avrebbe dovuto eliminare il disavanzo e consentire l’ammortamento di una quota dei debiti redimibili. Esso prevedeva:
- Un nuovo prestito dalla Nazionale;
- Una sospensione dell’ammortamento del debito verso la Nazionale;
- La conversione dei debiti redimibili in debito consolidato;
- La cessione del servizio di tesoreria ai quattro maggiori istituti di emissione (Nazionale, Nazionale Toscana, Banco di Napoli e di Sicilia); [respinta successivamente dalla commissione della Camera]
- La rinuncia a nuove economie di spesa e nuovi aggravi fiscali). [Respinta successivamente dalla commissione della Camera, ad esclusione delle tariffe sul caffè e sul petrolio]
Rimaneva in primo piano il problema della circolazione cartacea, oltre ad altri problemi come le revisioni dei trattati commerciali con la Francia, la riforma tributaria, l’assestamento del bilancio e le convenzioni ferroviarie.
Grazie a molte pressioni sociali, Minghetti promuove un progetto di legge bancaria (“Pluralità disciplinata”) mirato a regolare la circolazione e a pareggiare le condizioni degli istituti. Il progetto divenne legge nel 1874 e fu istituito un consorzio formato dalle sei banche di emissione, le quali dovevano emettere biglietti (a cui si attribuì corso legale) per conto dello Stato nel limite di un miliardo. Inoltre nessun altro (privati/società), oltre alle sei banche, poteva emettere biglietti mentre c’era ancora il corso forzoso. Oltretutto, i sei istituti erano obbligati a concedere anticipazioni allo Stato.
La legge sulla “pluralità disciplinata” risultò una soluzione di compromesso e non furono poste premesse per il ritorno alla convertibilità metallica. Parliamo di compromesso in quanto:
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Se da una parte è riuscita a:
- Dare ordine all’emissione;
- Limitare la circolazione;
- Influire positivamente sul mercato dei cambi, sopprimendo la cartamoneta abusiva;
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Risultò inadeguata su altri profili:
- Problema di supremazia del monopolio
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