Museologia: storia del museo, dal Quattrocento ai giorni nostri
Dallo studiolo alle grandi collezioni principesche
Tre-Quattrocento → Umanesimo ↓ lo studiolo non è più solo luogo di studio, ma anche per conservare opere d’arte. Le testimonianze di antichità raccolte in esso favoriscono il dialogo col passato, sono oggetti “semiofori” (portatori di significato) che collegano il visibile all’invisibile (Pomian). Gli studioli delle grandi dinastie nobiliari (o studioli di corte) raccoglievano opere preziose di varia natura ed erano decorati per esaltare la personalità del committente.
Quattrocento
Studiolo di Leonello d’Este (Palazzo di Belfiore a Ferrara) → distrutto, ma le Muse che ne decoravano le pareti non erano solo protettrici delle arti, ma qualificavano le virtù e il buon governo del marchese.
Studiolo di Federico da Montefeltro (Palazzo Ducale di Urbino) → contiene la serie degli Uomini illustri antichi e contemporanei, a cui F. appartiene, in più la raffigurazione di libri, armature, strumenti scientifici e musicali completa la sua immagine di uomo di studi e valoroso condottiero.
Studiolo di Lorenzo il Magnifico (Palazzo di via Larga, Firenze) → decorato coi tondi di Luca della Robbia raffiguranti i Mesi, conteneva oggetti disparati. Dipinti religiosi, oggetti sacri, si mescolavano con svariati preziosi materiali profani (fra cui spiccava la raccolta di gemme, cammei e pietre incise provenienti dalla raccolta di Paolo II), ma anche carte geografiche, bronzetti, monete, codici miniati. La collezione non finiva nello studio, ma si distribuiva anche all’esterno, nei cortili dove si creava un legame arte-natura e le sculture antiche si confrontavano con quelle moderne. Vasari sostiene che Lorenzo si occupò di creare una scuola di giovani artisti, per i quali le sculture dovevano essere materiale di formazione (→ ruolo didattico della collezione).
Studiolo di Isabella d’Este (Palazzo Ducale di Mantova) → unica donna rinascimentale a possederne uno, lei aveva un desiderio insaziabile di possedere oggetti antichi. Fa decorare lo studiolo da Mantegna, Perugino (e poi anche da Correggio) in senso allusivo al sapere letterario, alle virtù e al buon governo dei Gonzaga. Oggi le tele sono al Louvre, private del fascino del contesto originario. Lo studio in realtà nasce alla fine del Quattrocento nella Torretta di S. Niccolò, ma l’incrementarsi delle raccolte rese necessaria il trasferimento, a inizio Cinquecento, nella “corte vecchia” di Palazzo Ducale. Si originano nuovi ambienti, oltre allo studiolo, ognuno con una funzione specifica: la grotta, i camerini, il giardino segreto e la loggia. Lo studiolo di Isabella precorre il museo moderno, per la volontà, inedita, della marchesa di disporre in modo armonico e razionale gli oggetti d’arte e adattarli ai vari ambienti, caratterizzando ogni ambiente in base al suo contenuto. Inoltre (come a Firenze) la collezione usciva dalla zona privata della residenza per conquistare spazi nuovi, all’aperto.
Roma
Nel Quattrocento, di fronte all’aggressione subita dai monumenti antichi, spogliati per costruire nuovi edifici o per la vendita a terzi, e dal pullulare di scavi non autorizzati, si fece strada la necessità di tutelare il patrimonio archeologico ↓ Martino V Colonna nel 1425 emana le prime leggi per la salvaguardia dei resti classici e del loro restauro e istituisce la commissione dei magistri viarum incaricati di tutelare gli edifici classici e provvedere al decoro della città. Il suo esempio è seguito anche da papa Pio II Piccolomini, che aggiunge il divieto di manomettere i resti antichi, e da papa Gregorio XIII, che istituisce (1574) un vincolo sui beni privati di interesse storico-artistico. (Queste leggi spesso non furono rispettate, ma diedero inizio alla lunga storia che portò alla formulazione, nel 1820 dell’Editto Pacca, la più moderna legge di tutela dell’Italia preunitaria).
Sisto IV → nel 1471, restituisce al popolo romano quattro celeberrime sculture in bronzo (Lupa, Spinario, Camillo, Testa di Costantino), prima collocate in S. Giovanni in Laterano. Gesto di alto valore simbolico e politico, riconosce il popolo come legittimo custode delle opere, afferma l’egemonia anche civica del potere papale, afferma il principio di pubblica fruizione delle opere d’arte, è l’atto di nascita delle collezioni capitoline.
Cinquecento
Giulio II → nel 1505, affida a Bramante il progetto di collegare i vari palazzi vaticani col Cortile del Belvedere, inglobando la villa omonima. L’architetto fa esporre le sculture più pregiate delle collezioni papali, collocate all’interno di nicchie apposite oppure al centro del cortile. Le statue sono Apollo, Cleopatra, Venus Felix, Torso, l’Ercole e Anteo, e infine il famoso Laocoonte. Al centro le due statue colossali del Tevere e del Nilo fungevano da fontane. Intorno alberi d’arancio si inserivano fra le statue, proponendo il confronto arte-natura, ispirato al giardino fiorentino di S. Marco. A pochi eletti era concesso ammirare lo spettacolo del Belvedere, ma il cortile divenne il modello per coloro che avevano l’ambizione di esibire le proprie antichità. Lo scritto del 1550 di Ulisse Aldrovandi è una fonte preziosa per conoscere le collezioni romane presenti all’epoca.
Andrea Della Valle → cardinale-collezionista romano che per primo si interessa della disposizione ragionata delle opere all’interno di tutto il suo palazzo, collaborando con un architetto (Lorenzo Lotti) per decidere, insieme, quale sia la miglior presentazione delle stesse.
Federico Cesi → il parco della villa del prelato contiene una “passeggiata archeologica” che si snoda lungo viali fiancheggiati da sculture monumentali che scandiscono le sezioni del giardino. Ogni area è come se fosse una sala di un museo all’aperto. Culmine sontuoso era l’Antiquarium, edificio riservato al nucleo più pregiato della statuaria antica. La villa di Cesi segna un’importante anticipazione del museo moderno, perché si crea un percorso espositivo, che procede per raggruppamenti tematici; i capolavori si concentrano in un luogo distinto e sono evidenziati (collocati su basi girevoli per poterli contemplare da ogni punto di vista).
Raffaello Sanzio ↓ nel 1516 è nominato da papa Leone X “ispettore generale delle belle arti”, un incarico che nasceva dalla consapevolezza che l’azione della tutela va esercitata ricorrendo a competenze specifiche, ossia la profonda conoscenza dell’Antico unita ad una grande esperienza tecnica. L’ispettore doveva rilevare gli edifici classici e di eseguire una pianta dell’Urbe antica basata su indagini dirette; nel 1519, con l’aiuto di Baldassarre Castiglione, scrive e indirizza una lettera a Leone X in cui denuncia le spoliazioni e i danni perpetrati a danno del patrimonio archeologico di Roma, sollecitando il papa a impegnarsi con leggi apposite contro la distruzione della città.
Ferdinando de’ Medici → aveva messo insieme, a Villa Medici a Roma, un ingente raccolta di dipinti di valore, marmi antichi, bronzetti, porcellane e strumenti scientifici, ma la grande novità della villa era la galleria (finita nel 1584), un largo corridoio non utilizzato per abitare ma per esporre statue antiche. La galleria (che coincide all’inizio con la loggia) nasce in Francia e viene introdotta in Italia con specifica funzione espositiva. La galleria accentua gli aspetti scenografici della loggia e accoglie la statuaria scandendo le pareti in nicchie e rivestendosi di superbe decorazioni (come avviene nelle sontuose gallerie tardocinquecentesche di Palazzo Spada e Palazzo Farnese).
Francesco I de’ Medici → a Firenze si verifica un passaggio fondamentale per la storia dei musei. Il duca trasferisce negli ampi e luminosi spazi della vasariana Galleria degli Uffizi le collezioni di Palazzo Vecchio del padre Cosimo. Veniva così sancita la vocazione museale del nuovo edificio, che si trasformava in un organismo espositivo delle collezioni dinastiche e improntato al fine politico della celebrazione dei Medici. Culmine nel progetto era la Tribuna ottagonale (1584) aperta da Bernardo Buontalenti nella galleria vasariana di levante, in cui si dispiegava il meglio della collezione (per la prima volta dettagliatamente descritta da Francesco Bocchi). Mentre le gallerie erano riservate alle statue e le sale adiacenti ospitavano nuclei collezionistici omogenei, nella Tribuna statue, dipinti, oggetti d’arte e naturalistici erano armonicamente e spettacolarmente distribuiti su piedistalli d’ebano. Tutte le meraviglie erano accessibili al pubblico, per il godimento estetico e intellettuale, e l’architettura degli Uffizi (con gallerie e sala a pianta centrale) divenne per qualche secolo modello museografico di riferimento. Nel 1602 il duca, per mantenere l’ornamento di Firenze, proibiva che le opere dei pittori celebri venissero commerciate o esportate fuori dalla città.
Venezia
La città ebbe a fine Cinquecento il suo museo pubblico, il cui nucleo fondante è costituito dalla collezione del cardinal Domenico Grimani, donata nel 1523 alla Serenissima con l’intenzione di far nascere un museo pubblico a Palazzo Ducale. La collezione del prelato comprende marmi, bronzi, dipinti moderni, cammei, medaglie, pietre incise e soprattutto una delle maggiori biblioteche del tempo (che includeva l’intera libreria di Pico della Mirandola e il celebre Breviario Grimani, capolavoro di miniatura fiamminga). L’opera di Domenico fu completata dal nipote Giovanni (patriarca di Aquileia), la cui collezione è detta Santuario Pubblico e che doveva essere destinata alla sansoviniana Liberia Marciana, ma passò a Palazzo Ducale e poi, nel Novecento, al Museo Archeologico di Venezia.
Paolo Giovio → nella sua villa di Borgovico sul lago di Como crea una collezione privata. Nel cortile si distribuivano gli oggetti d’arte del Giovio, ma il nucleo più importante era situato nel salone, decorato con le figure di Apollo e delle Muse. Per questo ambiente Giovio usa il termine “museo” (iocundissimo museo) che per la prima volta viene a indicare un luogo deputato all’esposizione di opere d’arte. Dicevamo, il nucleo più rilevante sono alcune centinaia di ritratti di uomini illustri, poeti, condottieri, artisti, papi, imperatori, ciascuno dei quali illustrato da un elogium (quasi una didascalia). Alla base c’è il modello delle Vite di Plutarco, cioè la storia vista come l'insieme delle vite di figure eccezionali. La “serie gioviana” ebbe successo e fu replicata a Firenze e in Austria. Novità della Villa di Borgovico: diversificazione di ogni ambiente in base al contenuto; il museo è un luogo fisico e definito, che ha la funzione di conservare le opere d’arte, che ricevono una cornice unificante.
Seicento
Federico Borromeo → nel 1609 inaugura a Milano la Biblioteca Ambrosiana (una delle prime raccolte librarie aperte al pubblico e non riservate solo a una élite privilegiata), che ha come nucleo fondante la collezione dello stesso cardinale. La fondazione della Biblioteca faceva parte di un disegno più ampio che prevedeva l’istituzione della prima accademia milanese e di una pinacoteca. La Pinacoteca aveva lo scopo di offrirsi come pubblica esposizione e di fornire uno strumento didattico, cioè una raccolta di modelli di maestri del passato, agli allievi dall’Accademia del Disegno, aperta nel 1620.
Musei dell’Illuminismo
‘400 → periodo dello studiolo, ‘500 → periodo della galleria d’antichità. A fine Seicento e nel Settecento si impone la quadreria, spazio specifico destinato ai dipinti, che dev’esser presente nella progettazione dei nuovi palazzi nobiliari. Le pareti dei palazzi si rivestono di quadri, in un’impaginazione fitta in cui le opere interferivano una con l’altra senza intervalli. Le gallerie italiane più illustri sono quelle romane, tra cui, realizzate nel Settecento:
- La Galleria Doria Pamphilj, collocata nella loggia dell’omonimo palazzo;
- La Galleria Colonna (piazza Santi Apostoli), costruita apposta per ospitare la collezione;
- La Galleria Corsini e infine la Valenti-Gonzaga.
Le gallerie europee gareggiano con quelle italiane per magnificenza e ricchezza di apparati. Alcune fra le più note sono la Galleria Schönborn nel castello di Pommersfelden in Germania, quella di Sanssouci a Postdam (voluta da Federico il Grande) e il Belvedere di Vienna (e tante altre). Si trattava di gallerie private, accessibili solo a persone qualificate.
Italia → per proteggere le raccolte dalla dispersione, fatale nel caso di divisione ereditarie, viene introdotto nel Seicento il vincolo del fedecommesso, l’obbligo di trasmettere intatto il patrimonio da una generazione all’altra secondo la linea successoria del maggiorasco (figlio primogenito), soppresso definitivamente dopo l’Unità. Il vincolo consentì la sopravvivenza di molte collezioni che si conservano tuttora, ma non ostacolò il vivace commercio d’antichità che la moda del Grand Tour incoraggiava. Nel Settecento avvengono massicce trasmigrazioni di opere d’arte italiane nelle collezioni di molti principi stranieri e queste costituiranno spesso il nucleo fondante dei maggiori musei europei.
L’Editto del cardinal Annibale Albani del 1733, sostenuto da papa Clemente XII:
- Vieta l’esportazione di opere d’arte italiane (per far fronte all’emorragia di statue antiche a favore di acquirenti stranieri);
- Consiglia al papa di acquistare la preziosa e ingente collezione di sculture che il cardinal Alessandro (fratello di Annibale) voleva alienare.
La collezione viene acquistata dal papa e donata alle collezioni capitoline, aggiungendosi a quanto era già affluito con la donazione di Sisto IV. Nel 1734 sono inaugurati, con sede a Palazzo Nuovo, i Musei Capitolini, il primo museo pubblico al mondo, comprendenti le raccolte d’antichità papali ordinate secondo nuclei tematici (Sala degli Imperatori, Sala dei Filosofi) e secondo scelte estetiche incentrate sul capolavoro (Sala del Fauno, del Gladiatore, Gabinetto della Venere). La disposizione originaria delle opere è ancora pressoché rispettata, facendo dei Musei una preziosa testimonianza del collezionismo dei secoli passati. Cultura che significa anche attenzione agli aspetti scientifici, con la pubblicazione (1741-45) dei cataloghi con le opere conservate. Come avvenuto a Milano, anche a Roma si afferma il nesso museo-accademia: nel 1734 viene istituita l’Accademia Capitolina.
L’Editto Albani (1733) contiene altri due spunti di grande novità:
- Concetto di pubblico decoro (per cui è conseguente e necessaria la protezione dei beni artistici e archeologici della città);
- Concetto di pubblica utilità, che coincide con la presa di coscienza settecentesca del valore sociale e identitario del patrimonio artistico.
L’Illuminismo, come indica Leonhard Christoph Sturm, introdusse il criterio della divisione dei materiali e dell’esposizione specialistica. L’architetto tedesco pubblica la pianta di un museo ideale in cui:
- Ogni ambiente è dedicato a una tipologia di oggetti;
- Oggetti artistici e archeologici devono essere separati da quelli di storia naturale.
Il Museo Lapidario maffeiano (Verona), inaugurato nel 1738, applica fedelmente questi principi. È un museo specialistico, interamente dedicato all’esposizione di epigrafi, perlopiù locali. Novità:
- Rifiuto dell’estetica: è importante la funzionalità dello spazio museale;
- Connessione intima col territorio (precorre i musei civici ottocenteschi).
Francesco Algarotti → letterato veneziano e agente d’arte di Augusto III di Sassonia, elabora per questo un progetto (1742) per un museo a Dresda, mai realizzato. Il progetto è una sorta di summa dei temi architettonici della museografia settecentesca, per cui i musei moderni devono:
- Ispirarsi alla razionalità e semplicità classiche (come ha ben fatto Palladio);
- Avere un salone centrale coperto da cupola (come il Pantheon);
- La galleria deve avere illuminazione laterale e riservata per l’esposizione di sculture.
Dal 1750 ca. → trasformazione, in tutta Europa, delle raccolte principesche in musei rivolti alla pubblica utilità. I nuovi musei si propongono di:
- Istruire artisti e cittadini;
- Classificare scientificamente le raccolte;
- Organizzare un percorso di visita.
British Museum (Londra) → nasce nel 1753 per volontà del Parlamento inglese, è il primo museo pubblico nazionale (cioè non ecclesiastico o del re) e ha un’aspirazione enciclopedica: si rivolge a tutti gli aspetti dello scibile, sia scientifici sia artistici. Nei secoli precedenti e ancora per gran parte del Settecento, i musei nascono e si adattano a edifici preesistenti (i Capitolini si sistemano in un palazzo seicentesco, come accade al British, ma anche agli Uffizi, a Capodimonte, al Belvedere di Vienna, tutti collocati in residenze precedenti all’inaugurazione dei musei).
Anni ’70 del Settecento → inaugurato il Museum Fridericianum a Kassel (Germania), uno dei primi edifici con specifica destinazione museale. Ospita una collezione enciclopedica (opere d’arte, oggetti scientifici, armi e reperti naturalistici), che viene divisa ed esposta per tipologie. Il Frid. introduce il tema del tempio classico come connotazione specifica della progettazione museale, tema che verrà declinato nei principali musei dell’Ottocento e alcuni del Novecento (come la National Gallery di Washington).
1769 → Pietro Leopoldo di Lorena apre la Galleria degli Uffizi al pubblico (prima era accessibile solo a un pubblico selezionato), rinunciando a gestire le collezioni come bene personale demandando invece la gestione...
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