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Storia e critica del cinema

Cinema muto

Si intende il cinema compreso tra 18951927. La cesura istituita dal passaggio del muto al sonoro è rilevante ma di minor peso tra cinema delle origini, classico e moderno (periodizzazioni della storia del cinema). Nel 1985 brevetto del Cinèmatographe Lumière.

Nel 1927 "The Jazz Singer", di Alan Crosland, presenta le prime scene parlate e cantate. Le fotografie mostrate in rapida successione per il movimento già erano mostrate nel '94. Ampie fasce di pubblico conoscevano il fenomeno della fotografia animata. Le basi tecnologiche dell’apparecchio di Lumière risalgono a molti anni prima, quindi è problematica la data d’ingresso quanto la data d’uscita.

Il lungo crepuscolo del cinema muto, con studi sulla riproduzione del suono su pellicola, si chiude molto oltre il 1927. Molte esitazioni e molti ritardi: il primo film sonoro italiano è del 1930, l'URSS produce film muti fino al 1935. Sono quindi date convenzionali. Non è la presenza o l’assenza della colonna sonora su una pellicola che designa l’appartenenza di un film al periodo del muto; non basta la presenza della colonna sonora.

Visione di un tratto di film, Il Vento. Non centra il fatto che non parlino; ci sono film sonori in cui i personaggi non si scambiano parole. Anche film degli anni '60 potrebbero essere muti perché non ci sono dialoghi, ma c’è una colonna sonora. Il film muto si differenzia per estetica e linguaggio.

La colonna sonora de Il Vento è stata applicata già pronta, c’era già la possibilità di applicare la striscia del sonoro, ma appartiene all’estetica del cinema muto. È uno degli apici dell’estetica del cinema muto. "Il Vento", 1928, segna il declino del cinema muto, già si vogliono distribuire i film con una colonna sonora. È il declino ma allo stesso tempo l’apogeo del cinema muto. Simbolismo complesso, presenza di effetti visivi di grande efficacia.

Nemmeno il cinema del periodo muto era muto (nell’accezione letterale del termine). Spesso la proiezione del film muto era accompagnata dal rumore dei dispositivi meccanici e dalle musiche fornite dai musicisti presenti in sala. Anche laddove il film non presenta la pista sonora, è sempre da pensare animato da una musica prodotta direttamente in sala e anche dalle parole pronunciate da persone che davano la voce (nei film senza didascalie), l'imbonitore, che racconta la storia, dà la voce ai personaggi.

È quindi chiamato MUTO, con la consapevolezza che non era muto. Il cinema del primo novecento si definiva da solo muto nella convinzione che in essa risiedesse la forma iniziale di una nuova arte. Si chiama muto per differenziarsi dal teatro e dalla letteratura. Nell’assenza delle parole aveva individuato una via di autonomia, un percorso autonomo rispetto alle altre arti fondate sulla parola. Quando si inizia a riflettere sulle forme e sulle potenzialità di questa forma d’arte, si mette l’accento su questa caratteristica.

1901 primi studi sulla possibilità di inserire colonna sonora sulla pellicola. L’assenza del sonoro non era percepita come un limite; era un dato costitutivo di quella forma d’arte benché ci fosse già qualcuno che studiasse il sonoro.

Caratteristiche del cinema muto

  • Supporto: La pellicola cinematografica è composta da sostanze organiche altamente instabili: base di nitrato di cellulosa infiammabile, coperta da un substrato adesivo in gelatina e da un'emulsione sensibile. La gelatina fa da collante tra base ed emulsione.
  • Colore: La pellicola usata fino alla metà degli anni '20 è ortocromatica, spettro luminoso ristretto, per evitare che gli oggetti apparissero come macchie scure, serve un controllo costante dei meccanismi cromatici. La pellicola pancromatica legge una gamma di grigi intermedi più vasta e meno sensibile alla luce.

Il film muto riconosce sin dalle origini una vasta gamma cromatica. Vengono colorati a mano fotogramma per fotogramma con pennelli. Area irregolare all’interno dell’immagine. A volte le macchie di colore avvolgono i personaggi come nuvole in movimento. Esempio: "The Great Train Robbery": il colore è applicato al fumo prodotto dallo sparo. Accentua la dimensione spettacolare dell’immagine o anche l’intero fotogramma (es Mellies, "The Voyage" ecc.).

Nel 1906 in Francia si brevetta un sistema complesso che ritaglia le aree da colorare costruendo delle matrici da applicare alle copie (es. "Cirano Italia"). Attraverso la matrice il colore non esce dai bordi. Il sistema più diffuso è quello della tintura: pellicola immersa in un bagno di tintura o tiraggio (es. 1921 "El Dorado" fr). La tintura copre sia i chiari che gli scuri. Il tiraggio tinge solo le parti della pellicola impressionate, il bianco rimane bianco (es. "Napoleon" '27).

Non va bene la tintura con il montaggio perché le sequenze sono da considerare separate. Le sequenze sono divise in base al colore che le caratterizza, venivano immerse nei bagni col colore e in un secondo tempo ricollocate all’interno del film, redistribuite nel loro ordine. Questo uso del colore necessita la possibilità di smontare il film e rimontarlo, alle origini si faceva con colla e forbici. Accade di rado di vedere un film muto colorato in bianco e nero, nonostante come la presenza del colore possa fare differenza, non sempre il colore si limita a svolgere la funzione spettacolare; di solito ha funzione di segno, veicolo di significati, indicando il luogo e il tempo in cui è ambientata l’azione. Secondo uno schema convenzionale si usava il blu per la notte, ambra il giorno, viola l'intero giorno, verde esterni nei boschi. La colorazione contribuisce al senso del film, distribuire oggi un film muto in bianco e nero significa privarlo dei suoi simboli.

Esempio: "The Lord Operator" 1911; la protagonista impugna un calibro come fosse una pistola. Guardando il film in bianco e nero ci si chiede come è possibile che una ragazza tenga a bada malviventi con una chiave inglese, nella copia originale la sequenza era blu, quindi era notte, i malviventi cascano nel tranello perché non la vedono.

Nel 1922 "Nosferatu", nelle copie in bianco e nero circolate per anni sembrava che Nosferatu vagasse di giorno contrariamente alla tradizione che vuole che i vampiri escano di notte, ma le colorazioni originarie ci dicono che escono di notte. L’unica sequenza di giorno è quella in cui muore. L’uso della colorazione si dirada col passaggio da ortocromatica (colori) a pancromatica (bianco e nero).

  • Suono: Prime proiezioni accompagnate da imbonitori e musica. 5 settembre 1916 "Intolerance" (Griffith), proiezione accompagnata da orchestra di 46 elementi e coro di 16 voci. Le indicazioni musicali stavano su semplici fogli contenenti titoli di brani classici di pubblico dominio, era musica che il pubblico era in grado di riconoscere e di apprezzare. Esempio: "The Birth of a Nation" (Griffith), salvataggio all’ultimo minuto del KKK, non è una colonna sonora originale, musica non inscritta su pellicola, è un restauro filologico e con tutta probabilità è la stessa ascoltata dagli spettatori. Le valchirie come colonna sonora. Musiche note che riproducono brani celebri.
  • Distribuzione: Impronta internazionale, le principali case di produzione possiedono basi in diversi continenti, didascalie già scritte in più lingue. Capitava anche che di un film venissero girati due negativi, uno per il mercato europeo e uno per l’americano (negativo è matrice) per poi trarre numerose copie. Capitava anche che dello stesso film ci fossero più versioni per diversi mercati. Esempio: "Stromboli", Rossellini 1950, tre versioni: europeo, italiano e americano; differenze sostanziali, diverso finale, diversi dialoghi ecc. Anni '10 uno stesso film era disponibile in versione colorata e b/n. C’era anche la cesura delle nazioni.

Il film muto oggi

L’80% della produzione muta mondiale è persa. Abbiamo del cinema muto una percezione sulla base di solo il 20%, passato oltre una lunga storia che lo ha modificato profondamente prima di entrare in archivio. Ogni volta che ci si accosta a un film muto bisogna chiedersi se ciò che si sta guardando è la stessa cosa vista alle sue origini. Quasi tutta la rimanenza ci è giunta in forma lontana soprattutto perché la pellicola in nitrato è deperibile oltre che infiammabile. Ogni suo utilizzo la rovina. Perde una parte della sua breve vita invecchiano. Si consuma anche a temperature molto basse.

Nel corso di processi di decomposizione la pellicola produce gas che a contatto con l’aria si inacidiscono rendendo impossibile la riproduzione. La pellicola si restringe e il proiettore non può proiettarla. L’emulsione diventa appiccicosa rendendo difficile svolgere la pizza; è un blocco unico, compaiono sulla superficie dei rulli, delle pizze una materia molle scura che diventa un blocco di crosta. È il destino di ogni film in nitrato di cellulosa. Più la decomposizione è avanzata minore è la temperatura, la pellicola a contatto con l’ossigeno prende fuoco.

Anche nelle sue migliori condizioni il film muto è un film invecchiato, impossibile da vedere nelle sue condizioni originarie (manca il colore, pellicola consumata). Gli archivi hanno deciso di riprodurre il b/n perché non esistono macchinari in grado di riprodurre i colori dell’epoca. Meglio salvarlo in bianco e nero che conservarne uno in colori originali. L’immagine potrebbe essere stata in parte tagliata con lo scopo di inserirvi la colonna sonora. Potrebbe presentare immagini fisse corrispondenti a inquadrature danneggiate e ristampate più volte al posto di inquadrature. Potrebbe aver subito il processo di Stretching con 24 fotogrammi al secondo (all’inizio erano 16/18 fotogrammi al secondo).

La corretta proiezione di un film muto in sala richiede un proiettore adatto che lo adatti alla pellicola dell’epoca. Lo Stretching riproduce due o più volte lo stesso fotogramma per riportarlo alla velocità iniziale. È importante dunque sapere che non era così che un film muto si presentava agli spettatori del suo tempo. Un buon restauro filologico dovrebbe restituire il film in una forma il più possibile simile a quella originale. Anche il miglior restauro filologico non è in grado di restituirci l’opera come fu.

Schema su distribuzione di un film muto. È possibile che i positivi vengano utilizzati per creare un nuovo negativo. Già la qualità viene meno. La qualità dei 65 positivi varia a seconda della zona alta o bassa. Print generation: ogni passaggio di generazione comporta la perdita del 15% delle informazioni visive. Duplice prospettiva: bisogna tener conto della distanza storica, psicologica, culturale e dei diversi gradi di riproduzione.

La macchina alla base del cinema

La macchina alla base del cinema fu inventata alla fine dell’800. Inizialmente non era intesa come uno strumento artistico ma uno strumento scientifico, per studiare il movimento nelle fasi percettibili all’occhio umano. I primi esperimenti sono compiuti da Muybridge che lavora sulla capacità della foto istantanea di catturare il singolo istante impercettibile all’occhio umano. Fissa il movimento nel suo divenire. Nel 1879 fotografie di un cavallo al galoppo, stupore perché l’uomo pensa che il cavallo galoppi diversamente.

Colloca 24 macchine equidistanti attivate dalla corsa del cavallo il cui passaggio strappa il filo che chiude l’otturatore della macchina. Commento di Gombrich, riferimento a Géricault. Il problema era lanciato dal fotogramma in cui il cavallo aveva tutte le gambe sollevate, critiche alle sue fotografie. Il suo lavoro ispirò quello di un fotografo francese Marey che mise a punto un fucile fotografico per immortalare gli uccelli. Il vantaggio era quello di ottenere una serie di foto dello stesso movimento catturate dallo stesso punto di vista.

L’occhio umano percepisce il movimento solo a una velocità determinata dei fotogrammi (16 al secondo). Ma da un lato occorre fissare il movimento nella sua continuità, dall’altro occorre riprodurlo sullo schermo, non basta la lastra fotografica. Contributo di Reynaud col prassinoscopio, inizia a fare proiezioni pubbliche di piccole storie dipinte a mano. La fonte di questo movimento non è fotografica ma pittorica. Evoluzione di un cilindro aperto che consentiva di osservare all’interno una banda dipinta con una successione di immagini che nel movimento circolare si fondevano l’una con le altre. Aggiunge un sistema di specchi e luci.

Mentre l’occhio deve osservare dal foro, luci e specchi riflettono le immagini sullo schermo. La luce è fornita dalla lanterna magica del 1676, uno strumento importato dalla Cina con cui erano proiettati gli spettacoli, proiezioni di immagini dipinte sui vetri traslucidi. Inizialmente proiettava solo immagini fisse, poi con altri accessori venivano prodotti anche i movimenti, es una lastra sull’altra in movimento. Spettacoli ottici nelle corti elaborati con la lanterna magica.

Edison progetta un apparecchio che riprende immagini da un unico punto di vista come Marey (francese del fucile). Riprende le immagini su pellicola flessibile. La sperimentazione viene però svolta da Dickson nel 1892, suo collaboratore. Dickson taglia la pellicola di Eastman in nastri larghi 35 mm e pratica 4 perforazioni su entrambi i lati di ogni fotogramma di modo che possa essere trascinata sulle ruote dentate della macchina da presa.

Occorre distinguere l’area di immagine con il formato di proiezione. Area di immagine = superficie emulsionata, 35 mm, il formato è la dimensione dell’immagine sullo schermo, la base e l’altezza. La macchina di Edison era il Kinematoscopio, prima macchina moderna per la fotografia animata, simile ai Lumière e oggi. MA il kinematoscopio non si proietta sullo schermo, la visione è per una persona alla volta. Breve film dalla durata di meno di un minuto, la pellicola partiva, scorreva e lo spettatore al singolare poteva vederla accostandosi al visore, la macchina dei Lumière proietterà le immagini su uno schermo e si sostituirà a quella di Edison.

Fino all’imporsi delle immagini proiettate sullo schermo le salette del Kinematoscopio crescono notevolmente dal 1894. Cosa mostravano i primi film? Edison stipula contratti con artisti di ogni tipo, provenienti dal mondo delle attrazioni. I primi film sono semplici attrazioni. Un’attrazione è qualcosa di sensazionale, straordinario, capace di catturare l’attenzione. È un piano molto diverso da quello del cinema successivo. Le riprese per il Kinematoscopio avvengono in uno spazio all’esterno del laboratorio di Edison, struttura montata su rotaie di modo che si possa seguire la luce del giorno, la figura degli artisti è ripresa sotto un cono di luce, il resto, l’ambiente rimane invisibile, è un luogo di esibizione, un palcoscenico.

Gli studi per la proiezione su schermo nascono in Europa. Già dei tedeschi proiettano le immagini sullo schermo qualche settimana prima della proiezione dei Lumière, che spopolano con il Cinematographe, piccola e leggera, pratica. 28 dicembre 1895, Grand Cafè di Parigi, prima proiezione pubblica a pagamento, recensioni in cui i giornalisti presenti si stupiscono di questa possibilità. Inizia convenzionalmente la storia del cinema. Già si intuisce la possibilità di far scorrere la pellicola al contrario.

Concetti base linguaggio cinematografico

Fotogramma: singola immagine, unità minima proiettata sullo schermo per una frazione di secondo, perché si fondano occorre che vengano proiettate almeno 16 al secondo. Diapositiva che passa con grande velocità sullo schermo e che l’occhio umano non è in grado di percepire come tale perché si fonde con tutti gli altri fotogrammi. Unità minima dal punto di vista tecnico-realizzativo ma non espressivo. Esempio: fermo immagine è la stessa immagine riprodotta un sacco di volte. Il singolo fotogramma si fonde col successivo. Accelerato si ottiene riprendendo le immagini a una velocità inferiore e poi riprodotte alla stessa velocità. Rallenty al contrario. Il fotogramma è il materiale di base con cui il regista costruisce l’inquadratura.

  • Ripresa: Messa in scena (atti volti all’allestimento del profilmico, cioè tutto ciò che è posizionato davanti alla macchina da presa, scenografie, personaggi, illuminazione, disposizione, dialoghi, gestione del profilmico, punto di maggior vicinanza del cinema con il teatro) + messa in quadro (filmico, operazioni della ripresa, distanza macchina da presa, tipo di ottica, inclinazione ecc).
  • Montaggio
  • Inquadratura: comprende ripresa e montaggio, è l’unità minima dal punto di vista espressivo. Porzione di pellicola impressionata dalla macchina da presa compresa tra l’inizio e la fine della ripresa, tra ciak e stop, ma questa definizione non basta perché l’inquadratura si da in due momenti distinti, sul set (definizione precedente) e nel film, dove quella stessa inquadratura viene senza dubbio modificata perché interviene il montaggio e elimina l’attacco e la coda, per cui in ogni caso è diversa, si può anche decidere di spezzarla e attraverso un montaggio alternato dandola da un’altra inquadratura. Nel film finito l’inquadratura è quella porzione di pellicola compresa tra due tagli di montaggio. Un insieme di inquadrature costituisce una sequenza, unità narrativa, contiene lo svolgimento e la fine di una narrazione, parte segnalata da due cesure, non per forza di un’azione. Il numero di inquadrature è un dato oggettivo. Esse sul piano narrativo si raggruppano in insiemi, sequenze, ulteriore suddivisione che permette di capire la struttura narrativa del film. L’operazione non è matematica ma soggettiva.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher favoletta91-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e critica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Subini Tomaso.
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