Cap. 1 Gli assolutisti
Primi pensatori a proporre l'idea di Stato
I pensatori che per primi proposero l'idea di Stato si possono dividere in due grandi famiglie: da una parte la scuola degli assolutisti e dall'altra quella dei costituzionalisti. Sul piano storico-cronologico, gli assolutisti vengono prima.
- Macchiavelli
- J. Bodin assolutismo
- Thomas Hobbes
- J. Locke
- De Montesquieu
- E. Kant costituzionalismo
- J.J. Rousseau
- Federalisti americani
Niccolò Machiavelli
Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 e muore nel 1527. Le sue opere più famose sono Il Principe (1513-16) e Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (1513-18), entrambe pubblicate postume nel 1531. Visse durante la crisi della Repubblica di Firenze e del sistema degli Stati italiani tra '400 e '500.
Nella sua opera più importante, Il Principe, egli analizza le condizioni che spiegano la conquista e il mantenimento del potere. Da Machiavelli in poi, diventa centrale nel pensiero politico moderno il ruolo del potere esecutivo, ovvero il governo dello Stato, sia nelle relazioni interne che in quelle internazionali. Una seconda ragione per cui Machiavelli è considerato il fondatore della scienza politica moderna è dovuta al fatto che egli offre i primi strumenti per studiare la politica in modo autonomo da altre discipline, secondo il principio di efficienza e non a partire da giudizi morali o da principi teologici. A questo proposito, egli distingue due tipi di fattori: i fattori soggettivi (chiamati virtù), ovvero la capacità politica degli uomini e le loro qualità come il coraggio, l'audacia ecc., e i fattori oggettivi (chiamati una), legati al caso, all'ambiente e alle circostanze.
Come dirigente politico, Machiavelli avrebbe voluto che in Italia nascesse uno Stato politico già del suo tempo. Ma per riuscire a unificare tutti gli stati d'Italia era necessario un grande sforzo politico-militare. Machiavelli è fondatore della scienza della politica, nel senso che è il primo che dice che bisogna studiare la politica in modo oggettivo, per quello che è, anche se non piace, quindi come un'attività scientifica. Per Machiavelli i regimi politici possono essere repubbliche o monarchie, chiamate da Machiavelli principati. Un obiettivo del regime politico è conquistare e mantenere il potere. La frase "il fine giustifica i mezzi" significa spiegare se i mezzi di un politico per un determinato obiettivo siano efficaci o meno.
Machiavelli è a favore di una Repubblica italiana indipendente e unita ma, con la ragione, si rende conto che questo obiettivo era impossibile all'epoca. Lo Stato deve essere unitario, cioè disporre del monopolio della forza legittima. Monopolio della forza legittima significa che solo la forza dell'autorità centrale dello Stato è legittima, forza che viene usata dallo Stato per combattere chi andava contro la legge e contro chi invadeva lo Stato. Lo Stato controlla il territorio, ovvero è l'impero che sovrintende la frammentarietà del popolo feudatario. In Machiavelli non c'è ancora l'idea di democrazia. Machiavelli è inoltre il primo a concepire lo Stato liberale.
Il pessimismo storico
Nel Principe emerge il pessimismo storico e la visione ciclica della storia umana di Machiavelli, secondo cui la democrazia repubblicana degenera in corruzione e anarchia, il che provoca una reazione monarchica fino a che, a sua volta, il principe non si trasforma in tiranno: il tiranno viene combattuto dall'aristocrazia, che però, una volta preso il potere, tende a trasformarsi in oligarchia, che viene prima o poi rovesciata dal popolo mosso da ideali repubblicani.
Il suo pessimismo storico si estende anche ai mezzi utilizzati nella lotta politica, e da qui trae origine la banalizzazione della frase "il fine giustifica i mezzi". Quest'espressione, in realtà, è abusiva e ha poco a che vedere con il pensiero di Machiavelli, in quanto egli non intendeva scrivere un testo di morale, ma spiegare successi e insuccessi politici attraverso lo studio dei rapporti di forza e della coerenza tra mezzi e fini.
I sostenitori di Machiavelli sono stati, tra gli altri, Rousseau, il quale gli riconosce il merito di aver tolto il velo del segreto al potere dei tiranni, offrendo un contributo alla libertà politica, e il filosofo Hegel, il quale riconosce in Machiavelli l'impegno a innalzare l'Italia ad uno Stato. Secondo Antonio Gramsci, invece, l'idea che del potere che armi cittadini per la difesa della patria risponderebbe alla questione cruciale dello Stato moderno: la costituzione di una base sociale e del rapporto di fiducia con un blocco sociale che garantisca il consenso ad una politica moderna.
Machiavelli ha anche contribuito allo studio delle relazioni internazionali dell'identità politica europea. Inoltre, secondo Federico Chabod, Machiavelli può essere considerato anche come l'iniziatore della coscienza moderna dell'Europa e di una identità è europea che ha origine nella politica.
Partendo da Machiavelli col suo libro più importante, Il Principe, e dal suo parallelo sul mondo romano, sono due i pensatori che vanno nella stessa direzione di Machiavelli, quindi verso la maturità del concetto di Stato: in Francia Jean Bodin e in Inghilterra Thomas Hobbes. Entrambi considerano la costruzione dello Stato come una cosa positiva.
Jean Bodin
Jean Bodin nasce ad Angers, in Francia, nel 1529 e muore nel 1596. La sua opera più importante è I sei libri della Repubblica (1576), mentre nel 1566 pubblica Methodus ad facilem historiarum cognitionem.
Bodin è il secondo artefice dell'idea di Stato liberale. Bodin elabora la sua teoria dello Stato durante il periodo delle guerre civili e religiose della Francia del '500, tra cattolici e ugonotti-protestanti. Egli appartiene alla corrente dei Politiques, cioè di coloro che tentavano di costituire una tendenza intermedia tra le due fazioni in lotta: questo ci aiuta a capire le radici della sua concezione della sovranità assoluta del monarca come potere superiore alle parti in lotta, e la sua idea di uno Stato laico, agnostico, che non si identifica in nessuna delle dottrine religiose. Egli difende il principio di tolleranza, sulla base del riconoscimento del dato storico della divisione della comunità cristiana: "meglio una pace senza Dio che una guerra con Dio".
Bodin considera l'autorità suprema del monarca una garanzia per tutti i cittadini. Come Machiavelli, egli adotta un metodo razionale, quindi separa scienza politica e metafisica e rifiuta di fondare la scienza politica sul diritto divino. Inoltre, come in un Machiavelli, lo Stato è indipendente dal potere religioso. Per Bodin, l'elemento distintivo dello Stato rispetto a tutte le altre autorità è la sovranità. Per Bodin, la sovranità è il potere illimitato e perpetuo di fare la legge e di farla applicare. Bodin intende lo Stato come Res Publica, nel senso latino del termine, ovvero il bene comune. E proprio in questo sta la differenza che separa il potere sovrano monarchico dalla tirannia, che ha come fine l'interesse privato del monarca.
Come Machiavelli, Bodin concepisse l'unità dei poteri, mentre lo contraddistingue rispetto all'altro autore fiorentino l'accento sulla legislazione, sul potere di fare, abrogare o applicare la legge.
Teoria della sovranità dello Stato
La sovranità è l'essenza stessa dello Stato, il potere di controllare il territorio, di fare e far rispettare la legge entro quel territorio. Ciò significa che la legge fuori da quel territorio non vale più, perché tutto dipende dal potere sovrano, ovvero il potere all'interno di un territorio che si esprime nel fare la legge. Per Bodin, la sovranità non è solo suprema e unitaria, ma è anche assoluta e perpetua (cioè non prevede interruzione nei limiti temporali).
Il carattere assoluto del potere sovrano è l’aspetto più controverso e per certi aspetti contraddittorio della teoria dello stato di Bodin: per Bodin conta la concentrazione del potere secondo tre modalità: monarchia, aristocrazia e democrazia. Bodin è tendenzialmente a favore della monarchia perché essa assomiglia alla famiglia, con un pater familias che ha il potere. Per Bodin, invece, l'aristocrazia rischia di creare un potere di privilegiati, mentre la democrazia rischia di finire nel caos.
Inoltre, anche la forma del governo misto che intreccia i tre principi, secondo Bodin, finirebbe col negare la sovranità. Pertanto, la monarchia assoluta è la forma più praticabile, perché permette una scelta migliore delle competenze necessarie a gestire lo Stato e permette di mantenere l’unità del potere. Lo Stato moderno, per Bodin, è uno Stato dotato di frontiere entro le quali, mentre fuori delle quali è nulla. La sovranità ha una dimensione interna e una esterna. Riguardo la sovranità interna, il sovrano impone tasse, organizza l’amministrazione centrale, forma un esercito e può delegare poteri inferiori al Parlamento. Riguardo la sovranità esterna, essa consiste nel diritto esclusivo dello Stato di dichiarare la guerra.
Bodin si interroga anche sulla questione dei limiti del potere sovrano assoluto. I limiti della sovranità, secondo Bodin, sono le leggi naturali e divine che anche il sovrano deve rispettare per non trasformarsi in tiranno. Riguardo i limiti del potere, quelli principali per Bodin sono i diritti della famiglia come detentrice del patrimonio familiare.
Thomas Hobbes
Thomas Hobbes nasce a Malmesbury, in Inghilterra nel 1588 e muore nel 1679. Le sue opere più importanti sono Il Leviatano (1651) e De cive (1642).
Il terzo pensatore assolutista è Hobbes. Hobbes è un giurisdizionalista, cioè fa riferimento alla scuola del diritto naturale. Il diritto naturale si fonda sulla convinzione che ognuno di noi, nel momento in cui nasce, ha dei diritti personali che lo Stato deve rispettare. Questa rivoluzione della politica naturale non c'è né in Bodin né in Machiavelli. Il giurisdizionalismo è una scuola di pensiero laica che ha avuto un'enorme influenza della nostra cultura attuale. Il giusnaturalismo o scuola di diritto naturale studia la politica secondo un approccio razionale vicino a quello delle scienze naturali.
Per Hobbes il diritto fondamentale dei cittadini è poter vivere in sicurezza; questo diritto nella pratica era regolarmente violato nell'Inghilterra del suo tempo. Per rispondere teoricamente a questo problema, Hobbes ha pensato di proporre uno schema mentale dicotomico, cioè a due tappe: la prima tappa è la condizione naturale (lo Stato di natura) mentre la seconda è la condizione all'interno dello Stato. Per Hobbes passare dallo stato di natura allo Stato significa uscire dal caos e dalla guerra di tutti contro tutti per entrare nel mondo della ragione e per accedere all'ordine sociale.
Per Hobbes, alla nascita, la persona è titolare dei diritti naturali, diversamente da Bodin per il quale centrale era la famiglia, e da Machiavelli, incentrato sulla tradizione repubblicana romana. Per Hobbes i diritti naturali sono il diritto alla vita e il diritto a vivere in sicurezza. Questi diritti naturali sono però costantemente minacciati dal fatto che c'è una competizione accanita tra gli uomini per accaparrarsi i beni dell'altro e da qui la sua massima "Homo homini lupus".
Hobbes ha quindi una visione molto pessimistica della natura umana in quanto per lui tutti gli uomini sono egoisti. Per lui è necessario che la gente rinunci alla violenza per poter garantire la loro sopravvivenza. In questa condizione di totale anarchia, non c'è più nessuna garanzia di sopravvivenza. Hobbes oppone a questa condizione infelice una condizione nuova che l'uomo è interessato a seguire perché gli è utile. L'uomo è disposto ad un contratto sociale a patto che anche gli altri facciano altrettanto. La prima tappa del contratto sociale è il patto di associazione, dove l'uomo rinuncia alle violenze a condizione che anche gli altri vi rinuncino. Tuttavia, questa scelta razionale dell'individuo non basta a garantire la stabilità e la durevolezza del patto, in quanto quest'ultimo rischia di essere messo in discussione dall'instabilità degli individui stessi, che sono sempre tentati da comportamenti istintivi e violenti: quindi il patto d'associazione richiede anche un patto di governo, cioè un trasferimento da parte degli individui ad un'autorità centrale.
A questo punto interviene un secondo elemento: il Leviatano, che è anche il titolo dell'opera principale di Hobbes. Il Leviatano era un mostro biblico che rappresentava una minaccia per il popolo, mentre nell'accezione di Hobbes il Leviatano rappresenta lo Stato che può assumere la forma di un uomo, di un organo collettivo o di tutti e due. Lo Stato, a monarchia assoluta, unifica i poteri e detiene il monopolio della forza legittima, inoltre ha la facoltà di punire chiunque violi il contratto e la legge. Sono in questo modo può garantire la sicurezza e la vita dei cittadini. Hobbes è inoltre contrario alla divisione dei poteri, in quanto provocherebbero debolezza e forme di governo misto.
Hobbes ha precisato la sua teoria sullo Stato moderno non solo sul Leviatano ma anche in un'altra opera: Il cittadino. In parte, la politica di Hobbes è autoritaria perché è assoluta, ma non è un potere dispotico perché deve rispettare i diritti naturali dei cittadini; questi ultimi, da parte loro, hanno il diritto di rivoltarsi e di formare un nuovo contratto sociale. La sua teoria fu criticata sia dai costituzionalisti, sia dagli assolutisti conservatori che difendevano la monarchia assoluta per diritto divino. Egli non piaceva neanche ai repubblicani inglesi, come Cromwell, i quali si opponevano al potere assoluto. Secondo Hobbes, la religione va subordinata allo Stato, in quanto la separazione Chiesa-stato provoca guerre civili.
Nel pensiero di Hobbes possiamo distinguere la sovranità interna e la sovranità esterna. La sovranità interna è l'autorità assoluta che lo Stato ha all'interno di un certo territorio, mentre la sovranità esterna è il ruolo dello Stato sovrano rispetto ad altri Stati sovrani. Per Hobbes, se all'interno dello Stato si realizzano il massimo di concentrazione del potere sovrano, al suo esterno si ha il massimo del disordine e dell'anarchia. Quindi, poiché non ci può essere un patto di governo internazionale, né un Leviatano mondiale, qualunque trattato tra Stati e qualunque patto internazionale non può che essere caratterizzato da instabilità e precarietà.
Tra realismo e diritto internazionale
Il realismo di Hobbes si basa sui duri rapporti di forza tra Stati. Proprio per la sua capacità di instaurare l'ordine interno attraverso il Leviatano, lo Stato di Hobbes diventa inevitabilmente un fattore che costituisce l'anarchia internazionale.
Cap. 2 Le correnti del costituzionalismo
L'emergere del costituzionalismo liberale
Il costituzionalismo liberale nasce in Gran Bretagna ed è un movimento che tenta di decentrare il potere inquadrato nello Stato assoluto. Possiamo individuare varie forme di costituzionalismo: anche nel Medioevo c'era una tendenza costituzionalista di alcuni nobili nel frenare il decentramento del potere assolutista. Il costituzionalismo attuale, invece, è liberale, nel senso che vuole incrementare la libertà politica e sociale. Possiamo individuare due tendenze o principi del costituzionalismo: il primo principio è difendere i diritti dell'uomo rispetto al decentramento del potere, ovvero garantire i diritti dell'individuo rispetto al potere centrale. Un anticipo di questo c'è già in Hobbes. Il secondo principio è relativo al fatto che il costituzionalismo si pone il problema della partecipazione degli stessi cittadini all'edificazione dello Stato. Il primo paese in cui il costituzionalismo diventa per prima una grande forza politica è l'Inghilterra, grazie al contributo di John Locke e anche perché in Inghilterra vi è il primo esempio di monarchia costituzionale.
John Locke
John Locke nasce nel 1632 a Wrington, in Inghilterra e muore nel 1704. Le sue opere più importanti sono Il Saggio sull'intendimento umano, i Due Trattati sul governo civile, la Lettera sulla tolleranza, pubblicati nel 1688-89.
John Locke emerge come consigliere del primo monarca costituzionale inglese, Guglielmo d'Orange. Locke dedica le sue principali opere alla teoria dello Stato costituzionale. John Locke si schiera dalla parte del Parlamento e del partito whight, a sostegno della rivoluzione inglese, e per questo, sarà anche condannato all'esilio. Come Hobbes, Locke si richiama al giusnaturalismo e ritiene che per intendere la nascita di una società bisogna partire razionalmente dallo stato di natura. Egli è d'accordo con Hobbes per quanto riguarda lo schema dicotomico (prima c'è la condizione naturale, ovvero lo stato di natura; poi l'uomo entra in una seconda fase, lo Stato, attraverso il contratto sociale). Diversamente da Hobbes, invece, secondo Locke l'uomo non è così egoista, ma è interessato vivere insieme agli altri, per questo motivo ha una disponibilità naturale a creare una società e che questa disponibilità prevale sulla tendenza negativa. Per Locke è sufficiente il patto di associazione, ovvero l'accordo tra cittadini per rinunciare all'uso della violenza. Per Locke, quindi, è necessario subordinarsi alla legge. Locke chiama lo Stato "società civile". Locke è quindi aperto a una immagine ottimistica del futuro della società,
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