Dottrine politiche
Alla base dell'itinerario burkiano c'è una personale rimeditazione delle linee portanti del classico costituzionalismo britannico. Egli riprende la concezione "tradizionalistica" dell'ordine politico, per la quale alla base dell'edificio politico istituzionale c'è un complesso di norme consuetudinarie, la cui principale caratteristica è di essere espressione delle insondabili profondità della dinamica storica. Il significato di prescrizione inteso come principio di legittimazione giuridica fondato sull'immediata autorità dell'antico. Le istituzioni sono il prodotto della storia come processo evolutivo fondato sulla catena delle generazioni.
Burke arriva a descrivere con toni veneratori la saggezza incarnata nella storia costituzionale del paese, presentandola come il riflesso di un ordine voluto da Dio al quale gli uomini devono accostarsi con il rispetto dovuto. Su questa base Burke si oppose a ogni proposta di riforma del sistema britannico fondata sul gius-naturalismo di Locke e su questa base egli ritiene necessario combattere gli ideali della Rivoluzione Francese, in cui vede la negazione dei fondamenti storici di ogni ordine politico e sociale. È errato considerare Burke come un custode della tradizione: la Gloriosa Rivoluzione è infatti la più efficace dimostrazione storica del fatto che un ordinamento costituzionale può essere salvaguardato solo attraverso modifiche alle sue singole componenti istituzionali.
Egli quindi è artefice della "conservazione attraverso il cambiamento", che dal punto di vista costituzionale significa il perfezionamento dell'equilibrio dei poteri. La classica dottrina della costituzione mista si arricchisce con Burke di nuovi elementi. Nei pensieri sulla causa dell'attuale scontento la difesa del parlamento contro i tentativi della Corte di ridurlo all'impotenza può essere considerata come la teorizzazione della moderna forma partito. Per Burke l'indipendenza della Camera dei Comuni consiste nel trasformare la maggioranza uscita dalle elezioni in una maggioranza governativa, in grado di indirizzare la politica nazionale su obiettivi precisi approvati dal popolo.
Burke invoca quindi l'ideale di un sistema di governo fondato sul riconoscimento di una legittima dialettica tra diverse posizioni, dove il ruolo di cinghia di trasmissione della volontà popolare sia attribuito ai partiti. In questo modo anche l'elettorato entra in gioco insieme a Re, Commons e Lords. La libertà è ben tutelata solo quando il governo è sottoposto al controllo del Parlamento e quest'ultimo è sottoposto a quello degli elettori. Nella visione burkiana tutto sembra muoversi in una visione aristocratica della rappresentanza: i deputati, riuniti sulla base delle loro convinzioni politiche, svolgono le funzioni parlamentari in modo indipendente dalla volontà degli elettori consentendo al Parlamento di dare forma all'interesse superiore della nazione, mettendo ai ripari il rischio di frammentazione implicito in una concezione privatistica della rappresentanza.
Ciascun membro del Parlamento agisce come un rappresentante della nazione e non di un distretto elettorale. Egli teorizza un modello di rappresentanza fondata su un elettorato a base censitaria e portatore di interessi oggettivi e impersonali, indipendenti dai singoli individui. Nella concezione burkeana il popolo è l'insieme di tutti coloro che hanno una proprietà sufficiente a costruire un effettivo contrappeso alla corte e tra costoro spiccano quelli che hanno una naturale disposizione al comando. Nell'alleanza tra aristocrazia e moderna economia commerciale Burke vede l'unità organica come base per l'articolazione della costituzione inglese.
Il saggio sulla rivoluzione francese
Il saggio nasce come risposta polemica a tutti coloro che in Inghilterra hanno accolto con entusiasmo gli eventi francesi. In particolare Burke nega che il processo rivoluzionario in atto in Francia possa essere assimilato agli eventi della Gloriosa Rivoluzione inglese. A distinguere i due eventi è l'approccio rifondativo francese, che si nota nella nozione di diritti dell'uomo come pietra angolare del nuovo ordine costituzionale. Secondo Burke si tratta di principi astratti, inadatti a regolamentare un ambito complesso.
All'astratta forma di metafisica politica della rivoluzione francese, Burke contrappone un modello di politica empirica, fondata sulla rimeditazione di quei fattori che la ragione illuministica ha sembrato voler cancellare. Il nuovo ordinamento costituzionale della Francia va condannato per aver dissipato da un giorno all'altro un enorme patrimonio di consuetudini e forme istituzionali. Burke sostiene che quanto fatto in Francia sia inadeguato a costruire uno stabile ordine istituzionale.
Dal punto di vista economico il declino è anche evidenziato dalla crisi della proprietà terriera, che fino ad allora aveva rappresentato il punto di ancoraggio della nuova società commerciale e nella crisi della religione e della cavalleria. Con questo Burke si trasformava in cantore della Finis Europae, offrendo alla cultura del suo tempo il punto di partenza per l'elaborazione di un nuovo modello di conservatorismo, quello del controrivoluzionario.
Sieyes (1748-1830)
La fama di Sieyes si ha con la pubblicazione del saggio Che cos'è il Terzo Stato con il quale diede un contributo importante all'accelerazione della dinamica della Rivoluzione Francese. Il modello di rappresentanza cetuale di Sieyes trova confutazione grazie ad una forma di discorso politico che sfocerà nel discorso della Rivoluzione. Egli sostiene il passaggio ad una forma unitaria di rappresentanza politica. Le rivendicazioni del terzo Stato vengono abbandonate in favore di un più ben radicale programma politico che rivendica per questo ceto il diritto a rappresentare la nazione.
Nel 1789 la direttrice più attuale di Che cosa è il Terzo si trasformò nel programma politico dell'autoproclamatasi Assemblea Nazionale. Uno dei tratti più interessanti di questo è la scelta di affrontare la problematica politica sul terreno dei principi della ragione, rifiutando di assoggettarsi al presente storico. Secondo la prospettiva di Sieyes la nazione è il prodotto di un atto di associazione con cui individui isolati danno vita ad unione sociale e la dotano di volontà comune: tale unione è fondata su basi egualitarie e la volontà al suo interno è sovrana.
Affinché possa raggiungere i fini che si è posta la nazione deve dotarsi di un corpo politico capace di agire e di una costituzione. Entrando nel dettaglio la costituzione comprende leggi che hanno una duplice funzione: regolano l'organizzazione e il funzionamento del Corpo legislativo e determinano l'organizzazione e il funzionamento dei diversi corpi attivi. In entrambi i casi si parla di leggi fondamentali. Sarebbe quindi ridicolo concepire la nazione come un corpo soggetto a una costituzione, senza l'insieme dei pubblici poteri a cui è affidato il compito di fare ciò che è necessario alla stabilità.
Egli definisce governo una forma di organizzazione politica che non cessa di ribadire la sua natura condizionata e derivata. La nazione si costituisce solo in virtù di un diritto naturale e non può cambiare nulla delle condizioni della propria esistenza. Occorre pertanto distinguere tra potere costituente e potere costituito: la costituzione non è opera del potere costituito, ma del potere costituente della nazione. I francesi dunque formano una nazione perché godono di diritti e hanno un comune volontà sovrana.
Con Sieyes si giunge al concetto di rappresentanza: il sistema rappresentativo è l'unica formula politica adeguata alle esigenze delle nazioni moderne. Il governo per procura, quindi eseguito da una comune volontà rappresentativa è per Sieyes un passaggio necessario. Il sistema rappresentativo è l'espressione politica di un principio organizzativo che domina l'intera dinamica delle società moderne cioè la divisione del lavoro. La politica va considerata come un'attività specializzata che richiede persone istruite e competenti. In uno stato sociale tutto è rappresentanza e siano lontani da quel modello repubblicano di libertà/partecipazione che è uscito dalla Rivoluzione Francese.
È il corpo rappresentativo che forma la volontà generale. Al momento della costituzione di un'associazione politica gli uomini mettono in comune solo ciò che è necessario a mantenere ogni individuo nell'ambito dei proprio diritti e dei propri doveri. Il fine ultimo è portare a conciliazione polarità oppositive come sovranità nazionale e libertà individuale in un'intelaiatura istituzionale caratterizzata da una dispersione delle funzioni politiche nella pluralità dei corpi rappresentativi. Sieyes appare convinto che esistano dei soggetti in grado di rappresentare la totalità della nazione, a prescindere dalla volontà dei suoi componenti.
Il successo del colpo di stato di brumaio e l'avvento di Napoleone gli avrebbe offerto la possibilità di sperimentare una nuova forma di rappresentanza politica, ma il generale ben presto dissentì dei suoi piani e trasformò la Francia in un dominio personale.
Kant (1724-1804)
L'opera di Kant costituì una rottura con le filosofie precedenti. In Sul detto comune egli traccia una precisa separazione tra morale e diritto, individuando nella prima la scienza che insegna "come dobbiamo diventare degni della felicità". In questo modo può distinguere il fine della felicità, che è oggetto della morale; dallo scopo del diritto, che è libertà nei rapporti esterni tra gli uomini. La finalità del diritto consiste nel limitare la libertà di ognuno alla convivenza della libertà dell'altro. Kant traccia i principi di una società regolata dal diritto e quindi da leggi coattive, dalle quali dipende la condizione di libertà dei cittadini.
Lo Stato giuridico o Stato civile è una condizione regolata dal diritto nella quale viene riconosciuta la forma dello Stato di diritto che si basa su tre principi: la libertà degli uomini, l'uguaglianza dei sudditi e l'indipendenza dei cittadini. È una forma di Stato retta dal sovrano insieme ad un corpo rappresentativo di base censitaria.
Riguardo alla dottrina gius-naturalista Kant afferma che il contratto originario non deve essere concepito come un fatto, ma come un'idea della ragione: ponendo in questo modo il contratto non mira a spiegare l'origine dello Stato, ma a definire il criterio di giustizia delle leggi. Inoltre aggiunge anche il criterio di legittimità, secondo cui il legislatore deve fare le leggi come se fossero fatte dal popolo. Non è lecito opporre un diritto di resistenza alle leggi in quanto sarebbe come porre il fine individuale davanti a quello pubblico e andrebbe a minare le fondamenta dello Stato.
Un altro problema affrontato è quello della garanzia dei diritti: "Ogni essere è titolare di diritti inalienabili" e pertanto ogni cittadino può esprimere pubblicamente ciò che ritiene ingiusto nelle leggi dello Stato. È l'uso pubblico della ragione che è un elemento fondamentale del pensiero liberale.
Il diritto innato è uno solo ed è la libertà. Kant fa riferimento ad una libertà naturale a cui si deve rinunciare per ottenere un diritto di libertà in forza di una legge universale che faco esistere la nostra libertà con quella degli altri. Il fondamento della democrazia in Kant è che la legge è giusta solo se garantisce i diritti di libertà e ciò può avvenire solo se è formulata come se fosse volontà del popolo.
Dopo la morale e il diritto dello Stato Kant parla di diritto delle genti. La natura farà in modo che l'umanità segua un cammino che abbandoni la condizione di guerra tra gli Stati e giunga ad una costituzione cosmopolita. Kant spera che ciò possa realizzarsi, ma viene deriso.
Nella Critica alla ragion pura, Kant discute la concezione della repubblica platonica come dottrina basata sul mondo delle idee e sviluppa la prospettiva di una costituzione che faccia coesistere la libertà di ciascuno con quella degli altri, ponendola come idea necessaria di una costituzione politica che miri alla maggiore libertà umana. Nella Critica del giudizio Kant sviluppa una prospettiva in cui l'uomo è concepito come scopo ultimo della natura, che ora la natura può raggiungere con la creazione di uno Stato cosmopolita.
- Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784), Kant elabora in nove tesi la sua concezione del diritto, della società e del futuro del genere umano.
- Le azioni umane sono determinate da leggi universali, che non sono riconoscibili nel singolo individuo, ma nell'intero genere.
- Le disposizioni naturali dell'uomo, finalizzate all'uso della ragione, si dispiegano nel genere e non nel singolo.
- Il mezzo con cui si portano a compimento le disposizioni è l'antagonismo con cui esse si manifestano nella società, dando vita ad un ordine legittimo. In questo modo Kant mette in luce il faticoso cammino del genere umano e l'insocievole socievolezza degli uomini che li porta ad unirsi in società e li spinge a resistere a questa tendenza per far valere i propri interessi.
- Occorre dunque riconoscere e non negare l'antagonismo perché su di esso si forma la possibilità di costruire un ordine. La filosofia kantiana riconosce anche il contrasto delle volontà individuali e mira a definire la concezione di libertà di ogni uomo attraverso la forza della legge. Solo in questo modo si raggiunge una società civile che faccia valere il diritto.
Nello stesso libro Kant affronta anche la questione della relazione che deve sussistere tra la migliore forma della costituzione civile e l'assetto cosmopolitico sul piano delle relazioni internazionali. La migliore organizzazione possibile è condizione necessaria per conseguire una pace durevole e deve consistere in leggi coattive universalmente accettate per garantire la libertà di tutti.
Per la pace perpetua
Il saggio appare importante per la relazione che stabilisce tra il diritto interno e quello internazionale. Kant ritiene che si possono identificare due forme di Stato: la repubblica, caratterizzata da separazione dei poteri e principio di rappresentanza; e il dispotismo. Le forme di Stato possono essere classificate anche in base alle persone che detengono il potere: aristocrazia, democrazia ed autocrazia. La democrazia diretta è una forma di autocrazia in quanto manca dei due principi cardine della repubblica. Kant dunque parla di democrazia rappresentativa: essa è la prima condizione per la pace poiché in questa forma i cittadini sono responsabili delle decisioni sulla guerra e sulla pace.
Viene affrontato anche il problema della forma istituzionale che dovrebbero assumere le relazioni internazionali per realizzare una pace durevole. Il diritto delle genti deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati. Kant sviluppa la sua argomentazione procedendo in modo analogo all'analisi del passaggio dallo stato di natura allo stato civile. Gli Stati hanno la possibilità di sottrarsi ad una condizione dominata dalle guerre solo assoggettandosi a leggi pubbliche coattive e dando vita ad uno Stato dei popoli. La forma di questo Stato sarà quella di una repubblica mondiale dove Kant esprime il suo ideale cosmopolitico: la realizzazione di una repubblica universale che abbracci tutti i popoli esistenti sulla terra.
Lo scopo di questa confederazione pacifica sarà conservare la libertà degli Stati. Al diritto delle genti Kant oppone il diritto cosmopolitico. In questo modo la confederazione pacifica è solo una soluzione provvisoria inadeguata a garantire la pace perpetua. La repubblica mondiale viene ulteriormente approfondita nella terza parte del saggio dove Kant enuncia il diritto di visita: diritto di ingresso in Stati ai quali non si appartiene. Questa visione è un'anticipazione di globalizzazione. Il sistema delle relazioni mondiali tra i popoli e l'universale percezione delle violazioni del diritto imporranno l'affermazione dei diritto cosmopolitico che rappresenta un completamento sia del diritto pubblico sia del diritto delle genti.
Kant è ben consapevole che il governo di uno Stato di popoli sia impossibile e che la pace perpetua si riveli un'idea impraticabile. In Sul detto comune Kant dichiara di confidare nella natura umana e riconosce nell'uomo l'esistenza di una disposizione morale che lo spingerà ad imporsi sul cattivo principio per realizzare il progetto di una pace duratura. È nella natura umana che Kant trova il fondamento del progetto di una pace perpetua attraverso la realizzazione di una società cosmopolitica. La capacità di giudicare negativamente i mali prodotti dalle guerre si fonda su una disposizione dell'uomo, capace di imporsi alla sua inclinazione alla violenza e alla guerra per avvicinarlo alla realizzazione di una società cosmopolitica.
Kant ricerca nella storia qualche conferma di un possibile progresso verso il meglio del genere umano: il punto di osservazione è quello degli uomini considerati nella loro totalità e distribuiti sulla Terra in popoli e società diverse. Kant individua nella Rivoluzione Francese l'avvenimento che può confermare il progresso dell'umanità. Da una parte la rivoluzione francese ha manifestato il potere costituente di un popolo, dall'altro sono state realizzate costituzione repubblicane che rappresentano una condizione necessaria per l'eliminazione.
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