Cos'è la storia del pensiero politico e quando nasce?
Il pensiero politico nasce in Grecia intorno al V secolo a.C. Il termine politica deriva dal greco "politikà", "le cose che riguardano la polis" (no politica al di fuori delle polis, solo entità governate da re). I greci iniziano ad interrogarsi su molti argomenti. La domanda più importante che emerge è quale sia il modo migliore di organizzare una comunità, ovvero la migliore forma di governo, e anche sulla giustizia per elaborare soluzioni ai problemi del momento: le guerre civili.
Solone e le riforme ad Atene
Solone arriva ad Atene all'inizio del VI sec a.C., eletto per risolvere la guerra civile in città e la schiavitù per debiti (debitore insolvente venduto come schiavo). Capisce che è necessaria una riforma politica, la politica è l'opposto della violenza. Abolisce la schiavitù per debiti: nuova immagine del cittadino ateniese che non può essere usato come pegno in una transazione commerciale. La seconda è una riforma costituzionale che divide i cittadini in 4 classi secondo il censo: mentre prima comandavano i nobili per nascita ora comandano i ricchi che lo possono diventare. Crea un’assemblea ipotizzando che una persona ricca possa essere istruita e dare un contributo alla società.
Il contributo dei pensatori politici antichi
Quando facciamo storia del pensiero politico parliamo delle visioni politiche di alcuni uomini di stato che miravano a descrivere e migliorare la realtà che osservavano. Guardando al pensiero politico antico notiamo:
- I pensatori politici reagiscono alle sfide della propria epoca (soluzioni contestualizzate).
- Poiché queste sfide includono quasi sempre violenza e guerra, il pensiero politico è l’opposto di queste.
- Presentano una visione politica che comprende aspetti descrittivi e prescrittivi, normativa ed è quindi fin dalle origini un’attività.
Si differenzia da altre attività come la storia perché il pensatore politico dà anche un giudizio di valore.
Il concetto di giustizia
Viene meno il concetto di giustizia universale e nasce quello per cui la giustizia è la morale della città, frutto di una convenzione (positivismo giuridico, diritto posto). Avviene in concomitanza di quando Atene, diventata la città più importante dell’area, ha attratto persone ed è diventata multiculturale. Storie di abitudini politiche diverse si diffondono, quindi Erodoto e Protagora, decidono che tradizione e costume sono re di tutte le cose (Erodoto) e che l’uomo è la misura di tutte le cose (Protagora): visione della politica relativista.
È nel momento in cui ci si rende conto che la giustizia è relativa che alcuni pensatori propongono una dicotomia tra il concetto di natura e legge, diritto naturale e positivo (posto). Ci sono delle cose che esistono e sono valide per natura mentre ce ne sono altre che sono valide solo per legge.
L'opera di Sofocle e il diritto naturale
Messa in scena di Sofocle nella tragedia “Antigone” nella metà del V sec. Creonte, re della città, fa editto con cui si dice che non possono essere seppelliti traditori della patria come fratello di Antigone. Antigone trasgredisce perché ci sono leggi più alte, un diritto naturale. Se tutti disobbediscono alla legge in nome della natura c’è anarchia. Ma ci sono leggi naturali che hanno una valenza superiore. La giustizia dell’universo non si rispecchia nel diritto della comunità politica, a volte sono addirittura in contrapposizione. I regimi totalitari che avevano un diritto positivo erano contrari alla visione comune della giustizia (anche nel ventesimo secolo stessa opposizione).
Questa nozione di diritto naturale presuppone un diritto condiviso da tutte le comunità politiche, che però non c'è. Riusciamo però a cogliere questa nozione senza il concetto di diritto e riusciamo a criticare una legge del diritto positivo (es. leggi di Norimberga). È da questi dibattiti che nasce la teoria politica.
Erodoto e la teoria delle forme di governo
La teoria delle forme di governo nasce nel V secolo a.C con Erodoto: proveniente dalla Turchia, arriva ad Atene. In "Le storie", libro 3 capitolo 80-82, racconta una storia fittizia in cui in Persia, dopo essersi liberati di un tiranno, tre uomini dibattono sulla miglior forma di governo:
- Otane critica la monarchia: anche se buona si corrompe e si trasforma in tirannia; il potere assoluto corrompe assolutamente. Il potere va dato alla massa con l'isonomia (uguaglianza attraverso la legge che promuove l’uguaglianza, es. poveri che partecipano all’assemblea vengono retribuiti). Difensore della democrazia. Il governo deve rendere conto al popolo, seguire le leggi e presentare le decisioni pubblicamente.
- Megabizo sostiene l’aristocrazia, da aristos, "i migliori” e critica la democrazia perché il popolo è ignorante.
- Dario sostiene la monarchia perché è la più efficiente. La democrazia non funziona perché è ignorante e l’aristocrazia nemmeno perché sempre in competizione, poi il vincitore diventa monarca.
Raffinata esposizione delle tre principali forme di governo (di uno, di pochi, della massa).
Gorgia di Leontini e la relatività della giustizia
Il sofista Gorgia di Leontini, dall’osservazione dei processi che avvenivano ad Atene, nota che la sentenza è la verità su quel caso. Ma la verità è ciò che persuade, e quindi fa un elogio del potere persuasivo della parola, la verità è il risultato di un percorso argomentativo. Noi non potremo mai sapere la verità vera, quindi Gorgia mette in discussione la verità delle istituzioni politiche.
Questi pensatori hanno posto almeno tre problemi:
- Relatività della giustizia, relativismo: la giustizia è relativa ad uno spazio e ad un tempo.
- Distinzione tra natura e legge: esistono leggi più alte di quelle poste dalle società, il diritto naturale.
- Non esiste una verità assoluta, è il risultato di un processo argomentativo e della nostra capacità di persuasione.
Platone: l'inventore della filosofia politica occidentale
Platone (427-347 Atene) è il primo che raccoglie questi problemi e che definiamo come inventore della filosofia politica occidentale (e non Solone) perché:
- Dà una definizione di filosofia: la filosofia è la ricerca della verità.
- Dà un metodo alla filosofia: il metodo dialettico, verità attraverso il dialogo. L’unico argomento che resiste a tutte le confutazioni è la verità (quindi esiste una verità oggettiva, al contrario di quanto sostiene Gorgia). Il fine della filosofia è la verità ultima.
La differenza tra Socrate e Platone
Qual è la differenza tra Socrate e Platone? A Socrate attribuiamo il merito di aver inventato il concetto. Sostiene che la virtù risiede nella conoscenza e che nessuno faceva il male volontariamente ma per ignoranza del bene. La sapienza quindi dà la virtù (intellettualismo etico). Platone per lungo tempo ha dato ragione a Socrate, ma poi si rende conto che quest’ultimo non ha considerato due aspetti importanti:
- Differenza tra ciò che appare bene e ciò che è bene.
- Non sempre facciamo il bene perché travolti da qualche sentimento (conflitto interiore).
La Repubblica e le teorie di Platone
L’opera "La Repubblica" (385 a.C) è stata ritoccata fino alla fine dei suoi giorni. Decide di non scrivere trattati ma dialoghi perché il trattato riassume il ragionamento mentre il dialogo mostra come si arriva alla verità. Chi parla per Platone? Tutti, perché tutti sono sue invenzioni. Personaggi principali:
- Socrate
- Cefalo: padrone di casa meteco (ospite ad Atene ma non cittadino)
- Polemarco: figlio di Cefalo e fratello
- Trasimaco: sofista effettivamente esistito
- Glaucone e Adimanto: fratelli di Platone
In questi dieci libri Platone espone due teorie principali:
- Teoria della giustizia e forma di governo migliore
- Conflitto interiore (se facciamo il male è per passione interiore)
La metafora della discesa-salita è importante per tre momenti chiave: libro 1 si apre con “discesi al Pireo”; libro 7 allegoria della caverna; libro 10 mito di Er. Alfred Whitehead definisce la storia del pensiero politico occidentale come una serie di note a Platone.
Il pensiero politico di Trasimaco
Processione per introdurre nuova divinità in città. A fine festa Socrate si imbatte in Polemarco che gli dice di andare dal suo padre; vanno a casa di Cefalo, nobile arricchito vendendo scudi e quando arriva ha una ghirlanda di fiori in testa perché ha fatto un’offerta agli dei (Cefalo uomo pio). Dice a Socrate che invecchiando si vede meglio l’aldilà e ci si avvicina senza paura per chi si comporta in maniera giusta. Socrate vorrebbe sapere cos’è la giustizia:
- Per Cefalo è rendere a ciascuno quello che gli si deve. Socrate obietta che Cefalo fabbrica armi, quindi se gli avesse prestato un coltello e poi lo rivolesse ma nel frattempo fosse impazzito, dovrebbe ridarglielo per uccidere qualcuno?
- Per Polemarco, che si spiega per il padre, è fare del bene agli amici e del male ai nemici. Socrate ribatte che un uomo giusto non dovrebbe fare del male.
- Il sofista Trasimaco dice “pagami e te lo dico io”, pagano gli altri presenti e lui dice che è l’utile del più forte, ovvero il governo costituito (democrazia per il popolo, aristocrazia per nobili e tirannia per tiranno). La sua argomentazione è così potente che viene confutata nel libro 9.
Giustizia come atto di forza secondo Trasimaco. È una posizione forte perché trascende dal tipo di governo e dalla zona geografica. Questa teoria è alla base di tantissimi pensatori che oggi definiamo come realismo politico, o definizione naturale del giusto, la legge del più forte che sottintende una perenne guerra civile (concezione che è rimasta anche oggi). Prende come esempio il tiranno che commette i crimini più orribili ma viene venerato.
Il contrattualismo nello Stato di Platone
Glaucone e Adimanto pongono a Socrate un quesito collegato alla teoria di Trasimaco: perché tutti pensano che tutti gli uomini se potessero sarebbero ingiusti? Come esempio portano la storia di re Gige, anello invisibile e diventa tiranno. Come soluzione portano una teoria contrattualistica dello stato: gli uomini allo stato di natura sono malvagi e la decisione di fare un accordo dà origine alla condizione civile e alla giustizia. Platone così ha già individuato gli elementi del contrattualismo: stato di natura, contratto, società civile e leggi. Chiedono quindi di smentirla, perché presuppone la giustizia come seconda scelta perché sceglieremmo l’ingiustizia.
Socrate inizia ad elaborare la sua teoria della giustizia iniziando da come siamo fatti noi esseri umani: un’anima divisa in tre parti caratterizzate da un desiderio -> tripartizione dell’anima (gerarchicamente):
- Una parte ragionevole caratterizzata dall’amore per la conoscenza -> filosofo
- Una parte animosa caratterizzata dall’amore per l’onore e la gloria -> militari, atleti
- Una parte appetitiva caratterizzata dall’amore per i beni e piaceri materiali -> produttori
Se le città contenessero un solo tipo di persone sarebbe più facile governare, ma si rende conto che nelle città ci sono uomini diversi. La sfida è trovare la città perfetta (kallipolis) in cui tutti possono essere felici, anche se godono da cose differenti. La giustizia quindi consiste nel fatto che ogni uomo faccia ciò per cui è tagliato -> visione organicistica della città, nasce naturalmente perché nessuno è autosufficiente. La mancanza di autosufficienza porta alla divisione del lavoro: i filosofi devono governare, i soldati proteggere la città e i produttori soddisfare le necessità materiali; com’è tripartita l’anima lo è anche la città (anima microcosmo città macrocosmo). Per diventare filosofi è necessario studiare geometria, matematica, astronomia, dialettica.
Conclusioni e scandali della Repubblica
Conclusioni, tre scandali della repubblica:
- I filosofi devono governare perché interessati alla conoscenza quindi sanno cos’è giusto (Socrate). Un tempo non erano ben considerati.
- Comunismo tra i filosofi: i governanti non dovranno avere nulla di privato (famiglia, beni…) per non essere invidiati dagli altri. Ai filosofi interessati alla conoscenza non interessano i beni materiali e quindi sarà facile accettarlo; allo stesso tempo nessun altro vorrà essere loro.
- Anche le donne possono governare perché non possiamo trovare argomenti per affermare che le donne siano inferiori agli uomini. Ad Atene le donne avevano un buon status giuridico ma pessimo visto con gli occhi di oggi.
Gli uomini saranno contenti di restare nella loro posizione perché ad un certo livello di conoscenza corrisponde un livello di felicità (se si è ignoranti si trova piacere nel materiale, poi immateriale come l’onore e infine la conoscenza). Una virtù che tutti possiedono è la ragionevolezza, assennatezza che ci fa capire che stare al nostro posto è la cosa giusta. In questo modo la città sarà sempre in pace, dove ciò che ha detto Trasimaco (guerra civile perenne) non vale. Quindi c’è giustizia universale (organicismo della città) e una verità assoluta (filosofia) per Platone.
Caratteristiche della città di Platone:
- Se nelle altre classi nasce un bimbo dotato, i filosofi lo esamineranno e gli daranno un’educazione per diventare uno di loro (mobilità sociale).
- Quando necessario, il filosofo può raccontare nobili bugie (come medicine per il medico).
- Possibilità per i filosofi di decidere i matrimoni e presenziare ad essi.
Qual è allora la differenza tra filosofo e tiranno? È che possiede la scienza politica che permette di sapere cos’è meglio per i cittadini.
Il conflitto interiore e il passaggio tra Socrate e Platone
Nel quarto libro scopre il conflitto interiore, segnando il passaggio tra un Platone socratico a Platone. Leonzio salendo verso la città alta di Atene vede due decapitati dal boia. Sa che ciò che sta per vedere è osceno, ma la curiosità lo stimola e sopraffatto girandosi grida agli occhi di godersi lo spettacolo. La seconda grande influenza di Platone sono i sofisti. Al processo di Socrate l’inventore della dialettica non aveva convinto i giudici e viene condannato a morte, quindi aveva ragione Gorgia. Una volta trovata la verità questa dev’essere anche convincente. Infatti, Platone soppesa sempre accuratamente le sue parole. Se vogliamo avere un effetto sui nostri ascoltatori dobbiamo pensare che la nostra verità dev’essere convincente, e da qui nasce la repubblica; poi gli hanno proposto dei temi (giustizia universale?). Platone coglie anche la sfida proposta da Erodoto e parla di dicotomia tra natura e legge.
L'allegoria della caverna
Nel libro settimo allegoria della caverna come allegoria della condizione umana, di come si diventa filosofi. Gli ignoranti sono imprigionati nel fondo della caverna, e scambiano le ombre di chi passa da fuori come realtà. Chi riesce a liberarsi si arrampica, arriva fuori e vede il mondo esterno e il sole (=bene) e arriva alla conoscenza. L’arrampicata per uscire dalla caverna è una metafora per la fatica e la disciplina del filosofo. Dopo essere uscito quest'ultimo sente il bisogno di andare a illuminare chi è rimasto nelle tenebre.
La caduta della kallipolis
Per Platone la kallipolis è una città perfetta costruita da esseri umani imperfetti, e quindi un giorno decadrà. Nei libri 8 e 9 si dispiega il processo: la colpa è dei filosofi che fanno un errore nella scelta degli accoppiamenti, per cui nascerà una generazione amante della conoscenza e del riconoscimento (governano e vogliono l’apprezzamento, errore generazionale). Nascerà quindi una timocrazia, un governo di persone che amano la gloria. È ancora un bene immateriale ma non è più una classe di puri filosofi. Da genitori timocratici nascerà un figlio che ama la ricchezza, e si passerà all’oligarchia. A questo punto la città si divide in due: quella dei pochi (ricchi) e dei molti (poveri) in conflitto. Quando la città è in guerra i poveri vedono quanto i ricchi sono deboli e prenderanno il potere: si arriva alla democrazia. Tutti errori generazionali.
La democrazia secondo Platone non è buona perché è convinto che il popolo non sappia governarsi; l’unico lato positivo è la libertà che potrebbe portare alla nascita di un filosofo. Ma quando i cittadini della democrazia si abituano alla libertà si arriva all’anarchia e poi alla tirannia perché i cittadini cercheranno un demagogo. Non è un processo circolare ma solo discendente, però è possibile redimere il tiranno convertendolo alla filosofia.
La tirannia secondo Platone
Molte persone sono affascinate dalla tirannia perché dà un potere enorme, ma Platone si assume il compito di dimostrare che il tiranno non è l’uomo più felice. Per mantenere il potere deve avere guardie armate, non può girare per la città per timore di essere ucciso, paura di congiure, paura di essere rovesciato… che potere è quello di chi non può godere dei piaceri elementari? Il tiranno vive la sua vita nella paura.
Esempio: Dionisio il giovane di Siracusa si vantava di riuscire ad essere ubriaco per una settimana intera. Ma essere in preda ai desideri più pazzi della propria anima è forse libertà? La libertà è scegliere ciò che ci fa bene, la sua anima è tiranneggiata dai desideri più bassi.
Quindi se per libertà intendiamo fare qualsiasi cosa ci passi per la mente è quella del tiranno, ma per Platone la vera libertà è quella che noi comprendiamo quando siamo razionali e sappiamo cos’è il bene (enfasi sulla razionalità).
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