Diritto medievale e moderno
Con la salita al potere di Diocleziano nel 284 d.C., viene modificata la struttura del diritto e l’impero romano subisce le influenze dei popoli dell’Oriente conquistate dalle campagne militari, soprattutto dalla cultura greca dalla quale ha tratto usi e costumi. Diocleziano conferì allo stato romano una nuova base ideologica in cui l’imperatore non si faceva più chiamare princeps (primo cittadino) ma ci si riferiva a lui come signore (dominus).
Venne predisposto uno sfarzoso cerimoniale che rendeva difficoltoso incontrare l’imperatore che appariva solo dopo un complesso rituale. Lo sfarzo voleva ispirare una concezione soprannaturale dell’imperatore, vicinissimo alla divinità. Infatti, con Diocleziano cambiano alcuni usi, comportamenti ed atteggiamenti dei romani; ad esempio, viene introdotto l’uso da parte dell’imperatore del mantello rosso.
Si introdusse il principio, ripreso anche dalla chiesa, in cui si conservano le reliquie. Il Santa Santorum era la parte più riservata ed inaccessibile della residenza dove vi dimorava l’imperatore. Con Diocleziano, il principe non è più colui che sta in mezzo al popolo ed è ben visibile e riconoscibile, ma si sottrae alla visione del popolo e diventa come una sorta di Dio che si rinchiude nel suo palazzo. La sua carica diventa così astratta poiché non riconducibile ad una persona fisica ben definita, egli si tiene lontano dalla vita quotidiana.
Un altro atteggiamento introdotto in questo periodo è il bacio dell’anello, anche questo ripreso dalla chiesa. Tutti questi oggetti diventano come una divisa che l’imperatore deve indossare e che ha solo lui e che contraddistinguono la sua figura. Altri comportamenti furono la genuflessione e la prostrazione di fronte all’imperatore.
Il crimine di Crimen lese maiestatis, non è un attentato alla persona ma all’autorità dell’impero. Mettere in dubbio le virtù dell’imperatore era un crimine. Il dominato, in quanto struttura politica, prescinde dalla persona in carica ma riguarda l’impero. Inoltre, l’imperatore era sciolto dalle leggi (legibus soluto), significava che l’imperatore non era tenuto a rispettare le leggi perché è egli stesso a farle, ad avere il potere legislativo. Se egli le rispetta è solo per sua volontà e discrezione, infatti era anomalo che non le rispettasse.
Trasformazioni giuridiche
In virtù di queste trasformazioni giuridiche dell’imperatore come totale potere legislativo, i giuristi decidono di risolvere il problema designando il sistema romano come una sorta di binomio. Il binomio o la ripartizione avviene tra le fonti giuridiche: Leges e Iura. Le leges sono le costituzioni imperiali che sono un’importante fonte ma non sufficiente; cioè gli imperatori nel loro esercizio non sono così meticolosi da riuscire a creare dei codici e si limitano a dettare determinate disposizioni.
Ecco perché i giuristi fanno riferimento anche agli iura che non sono altro che le opinioni dei giuristi, degli esperti che esprimevano le loro opinioni nelle loro opere. Però gli imperatori non possono permettere che i giuristi li contraddicano e ricorrono ad un espediente: cioè che un giurista può compiere la sua funzione solo se gode del ius respondendi conferitogli dall’imperatore stesso. Ecco che nel 426 d.C. Valentiniano III dà vita alla legge delle citazioni.
L’imperatore individua tassativamente quali erano i giuristi a cui veniva riconosciuta l’autorità di fonte di iura, in particolare individua 5 giuristi: Papiniano, Ulpiano, Gaio, Paolo e Modestino. Vi era una deroga però: potevano essere citati altri giuristi purché vi si allegasse la loro opera in originale, che doveva essere portata in giudizio.
Nel 426 d.C. l’impero era allo stremo, in piena crisi, e i libri non venivano più ricopiati per essere conservati. Perciò, quando un avvocato citava un giurista molto antico, in realtà non possedeva spesso la sua opera in originale poiché dal giurista all’avvocato vi potevano essere secoli di differenza, e quindi la sua opera ormai era stata persa. Ecco che gli uomini del tempo sono costretti a volgarizzare il diritto romano, mettendo insieme ciò che possono, raccogliendo ciò che è più essenziale. Nascono così piccole operette di diritto romano, che però non sono successive alla caduta dell’impero romano (esempi di questi piccoli testi sono: Pauli Receptae Sententiae, Tituli ex Corpore Ulpiani, Consulatatiop Veteris Cuiusdam Iurisconsulti).
Costantino e l'editto di Milano
Nel 305 salì al trono, acclamato dalle truppe, Costantino che venne nominato Augusto e divenne imperatore dopo aver sconfitto Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio alle porte di Roma. Rimase unico padrone di Occidente insieme a Galerio Augusto in Oriente. I due si incontrarono a Milano e lì si misero d’accordo per attuare una politica più tollerante verso i cristiani nel 313 d.C. ed emanarono un editto, il cosiddetto Editto di Milano, in cui venne legalizzato il culto cristiano, mentre fino a poco tempo prima le riunioni cristiane erano considerate illegali.
Egli conferisce con l’editto la libertà di culto ai cristiani. Il cristianesimo diventa e viene considerato da allora in poi come un culto alla stessa stregua degli altri, infatti egli non proibisce neanche gli altri culti, ma legittima il cristianesimo. Molto probabilmente Costantino non fu animato da sincera adesione al culto cristiano, forse ancora legato al paganesimo, ma comunque egli seguiva la concezione che la divinità influisse sul corso degli avvenimenti e manifestasse la sua predilezione o la sua avversità per il sovrano concedendogli la vittoria o umiliandolo con una sconfitta, e tale concezione si conciliava con la concezione sacrale del potere. Secondo la tradizione, alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio, Costantino si era affidato al dio cristiano e quindi non sarebbe più stato possibile perseguitare una divinità che lo aveva aiutato a vincere.
Egli diede una svolta importante alla storia. Nasce l’idea di una chiesa cristiana cattolica estesa a tutto l’impero. Con la libertà di culto nascono le prime eresie perché non vi erano regole, ossia fondamenti dottrinali a cui far riferimento. Ognuno poteva dare la sua opinione su quella che doveva essere la dottrina, e quindi nascono diverse correnti di pensiero.
L’imperatore si rende conto della portata politica della fede cristiana e quindi egli interviene nella definizione dei problemi teologici ed ecco che vengono fatte le prime riunioni di vescovi (concili) per capire che cosa era giusto fare.
Concilio di Nicea e dogmi
Nel 325 viene convocato un concilio a Nicea in Oriente, di 300 vescovi, vi partecipò anche Costantino che si proclamò esterno (in quel momento l’Oriente è la parte più sicura dell’impero, l’Occidente è ormai ingestibile). Le conclusioni del concilio portarono a Nicea si fissano le prime regole della Chiesa: i dogmi, distinguere tra coloro che interpretavano bene la dottrina e vennero chiamati ortodossi e gli altri che si trovavano in contraddizione con la verità rivelata che furono considerati eretici e quindi privati dei benefici della Chiesa.
L'editto di Tessalonica
Nel 337, alla morte di Costantino, salì al trono Teodosio che si rese conto che la Chiesa aveva un ruolo molto importante e nel 380 decide che il cristianesimo era l’unica e sola religione ufficiale dell’impero. Venne emanato nel 380 d.C. con il quale venne imposto il cristianesimo come unica religione e tutti gli abitanti e decretò una violente persecuzione contro gli eretici.
In questo periodo nasce il paganesimo (pagus: villaggio) fortemente radicato ai confini dell’impero. L’editto ha valore solo lì dove c’era ancora il controllo romano dove ancora vi erano magistrati, e cioè nelle città, mentre nei villaggi ai confini, lontani, questo editto non era seguito né rispettato, il pagano era colui che non seguiva quanto prescritto nell’editto.
La grave causa che portò alla caduta dell’Impero Romano fu quella delle invasioni barbariche. I romani nel corso della loro storia hanno costruito delle forme di fortificazioni per evitare che all’interno penetrassero pericoli esterni. Ma la situazione decade proprio con l’arrivo dei barbari.
Invasioni barbariche
I barbari venivano da poco lontano; ossia il problema è che questi barbari, che venivano in area europea, a loro volta erano messi a repentaglio da forze ancora più pericolose provenienti da nord, le orde dei mongoli. Come sappiamo l’impero romano ha conosciuto molte ondate di barbari, ma i primi furono i visigoti guidati da Alarico; entrano in Italia, arrivano a Roma, la saccheggiano. Ma siccome la loro non è un’azione di conquista ma solo di sopravvivenza, non si rendono conto della posizione geografica e si spingono fino in Calabria. A questo punto si accorgono che l’Italia è finita e siccome non sono guerrieri di mare, risalgono la penisola e si fermano in Gallia (Francia) dove vengono cacciati dai Franchi. Dopo i visigoti ci fu un vasto panorama di popolazioni barbare per esempio gli Eruli e gli Sciiti guidati da Odoacre; gli ostrogoti guidati da Teodorico.
Per capire meglio come si comportavano e che facevano i barbari, bisogna leggere ciò che testimoniano i romani. La testimonianza più significativa è quella di Tacito. Egli dice che i germani eleggono re i più valevoli e che il potere del re non è assoluto come quello dell’imperatore romano, deve dimostrare di meritare il titolo di re; altra differenza sta nel fatto che le decisioni vengono prese tutti insieme perché sono tutti uomini liberi, al contrario dei romani per i quali è l’imperatore a decidere. I germani non sopportano vivere in ambienti urbani, ciò che invece distingueva i romani era proprio la presenza di città.
Il problema sta nel fatto che queste popolazioni non erano popolazioni colte, non riuscivano ad articolare un discorso e in particolare avevano un grande problema e cioè non osservavano leggi. Questo derivò dal fatto che non conoscevano la scrittura, erano delle popolazioni nomadi che vivevano di pastorizia, avevano una tradizione tipica, le uniche testimonianze dei barbari sono state lasciate dai romani che sono venuti a contatto con loro. I barbari della loro storia non sapevano nulla poiché era tramandata oralmente. Non avevano un diritto scritto, ma solo un diritto orale. I romani invece tramandavano il loro diritto alle popolazioni che conquistavano.
La personalità del diritto
Dal punto di vista giuridico nasce un problema che sta nello scontro tra il diritto scritto dei romani e il diritto orale dei barbari che non vogliono acquisire il diritto romano. I romani non possono imporre il loro diritto ed i barbari non vogliono imporre il loro. Nasce così la fase della personalità del diritto.
La personalità del diritto è legata non più al territorio come prima ma al fatto che ogni gruppo etnico conserva il suo diritto; in ogni regno romano-barbarico ci saranno due diritti, quello dei vinti e quello dei vincitori. Questo fenomeno della personalità del diritto va bene fin quando le differenze fra romani e barbari sono evidenti, ma poi con il passare del tempo le caratteristiche peculiari di ogni popolo si stemperano e con ciò si viene a creare un problema giuridico, cioè che ognuno si obbligherà secondo il proprio diritto, quindi si ricorre alla professio iuris, cioè l’applicazione della dichiarazione del proprio diritto. I clan si disgregano e si stanziano ognuno in un proprio territorio, nasce così il problema della trasmissione orale delle tradizioni tramandate.
I romani non possono aderire né al diritto né alle tradizioni dei barbari, non solo non hanno neanche diritto romano perché non vi sono più fonti, le opere da cui attingere. Il re si accorge del problema, e si rivolge agli unici che sapevano scrivere e cioè ai romani, anche se loro non hanno più le scuole. Gli unici che hanno ancora a che fare con i testi scritti e con la cultura in generale erano i chierici, che però non hanno nessuna dimestichezza con il diritto barbaro e possono solo comprendere con difficoltà ciò che gli racconta il re dei barbari. Infatti, quando il re cerca di spiegare loro ciò che significa una determinata consuetudine, il latino non può far altro che trovare l’istituto di diritto romano più affine a ciò che il re gli racconta. Ecco che nasce così la Lex Visigotorum.
Per ciò che riguarda i romani, invece, usavano un diritto scritto che non possedevano più, quindi decidono di rivolgersi ai re barbari visto che sono anche loro sottomessi dagli stessi re. A questo punto il re si rivolge agli esperti di diritto della sua corte e li incarica di raccogliere tutto ciò che è rimasto del diritto romano e di redigerlo per iscritto e conferirlo alla popolazione vinta. Nasce così la Lex Romana Visigotorum.
Giustiniano e il Corpus Iuris Civilis
Nel 527 salì al trono dell’impero romano d’Oriente Giustiniano. Egli non accettava che la romanità fosse ormai così affranta, quindi si prefigge tre punti:
- Programma religioso: Guidare i cristiani verso la salvezza dell’anima eliminando ogni tipo di eresia.
- Programma militare: Strappare ai barbari i territori che appartenevano all’Occidente; questo è un programma ambizioso. In una prima fase i militari di Giustiniano riescono ad ottenere qualche vittoria sulle coste settentrionali dell’Africa dove vi erano i Vandali. Poi però la situazione si complica con lo scontro con gli Ostrogoti che danno filo da torcere ai militari di Bisanzio; solo nel 553 i bizantini riescono ad avere la meglio.
- Programma di salvataggio del diritto romano: Anche questa era un’impresa difficile perché, come sappiamo, le fonti romane erano molteplici. La prima operazione che fa Giustiniano è quella di individuare tre personaggi di spicco: Triboniano, Teofilo, Doroteo per guidare le commissioni.
Individuati i giuristi, Giustiniano dà loro il compito di raccogliere le leges; i giuristi si rivolgono alla cancelleria imperiale che ha conservato negli anni tutti gli atti normativi promulgati dagli imperatori nel corso della storia. La commissione così realizza la raccolta delle leges a cui si dà il nome di Codex. Giustiniano dà poi il compito alla commissione di raccogliere gli iura; era impensabile copiare tutto, quindi Giustiniano suggerisce di leggere tutto e di trarne il meglio; l’opera finale fu chiamata Digesto, formato da 50 libri; oltre al nome di Digesto si chiamarono anche Pandette (panoramica sulle fonti del diritto romano); era ordinato per argomenti.
Poco prima che si completasse il Digesto, Giustiniano pensò ad un manuale di diritto per le scuole; per ciò che riguarda le nozioni principali del primo anno le volle racchiudere in un manuale che prese il nome di Istitutiones. Dopo la pubblicazione del Digesto vennero fuori disarmonie con il vecchio Codex il quale ormai appariva incompleto visto che non teneva conto delle Qinquaginta Decisiones (le 50 decisioni), si decise così di farne un’edizione aggiornata, il Codex Repetitae Praelectionis (codice di scelta rifatta). In sostanza, Giustiniano salva il diritto romano; dopo di lui le opere della giurisprudenza classica morirono del tutto. Giustiniano produceva in continuazione nuove norme, e siccome non si poteva riscrivere ogni volta tutto il testo si decise di fare una raccolta di sole nuove norme chiamata Novelle.
Per chiarezza, dopo la morte di Giustiniano le Novelle vengono divise in due raccolte: Autenticum, che era la raccolta fedele delle novelle di Giustiniano, e Epitome Iuliani, che era il sunto delle novelle fatto per uso della pratica. Nel Medioevo, tutta la sistemazione di Giustiniano prende il nome di Corpus Iuris Civilis.
I longobardi e l'arrivo in Italia
Siamo nel 569, i longobardi si muovono dai loro territori di origine, arrivano in Italia nei primi mesi del 569, li guida re Alboino. A differenza degli altri barbari, sono popolazioni che hanno avuto scarsissimi contatti con l’antichità romana, non avendo avuto contatti di vicinanza con le terre colonizzate sono rimasti ad uno stadio di evoluzione culturale molto più arretrato. È un popolo feroce, crudele, che non conosce quella civiltà che i romani avevano diffuso nelle regioni che avevano conquistato. Popolo dalle lunghe barbe; i longobardi arrivano in Italia probabilmente secondo alcuni storici perché Narsete, un generale dell’impero di Bisanzio, scontento dell’atteggiamento tenuto nei loro confronti dopo le vittorie militari riportate in Occidente, è desideroso di vendicarsi contro l’impero ed allora chiama i vecchi soldati di cui conosce la ferocia, per sbaragliare le armi bizantine in Italia.
Questo popolo non conosce la scrittura, non può conservare memoria di sé e delle generazioni precedenti. Quando arriva Alboino non è una spedizione militare, non è una dichiarazione di guerra, parte con tutta la sua gente, varca le Alpi e comincia a conquistare senza ostilità tutta la penisola. Questo popolo che è stato sempre nomade e quindi aveva conosciuto un movimento di massa, un popolo dove non c’era alcuna frattura fra le stirpi, comincia a radicarsi sul territorio.
Arrivano in Italia, terra fertile a differenza delle brulle regioni settentrionali da cui questo popolo proveniva, ciascuna si stabilisce. La storiografia, dopo lunghe ricostruzioni, ritiene che la fara fosse un contingente militare, cioè un gruppo di uomini armati che portavano con sé tutte le famiglie, quindi un insieme di tribù.
Questa tendenza alla disgregazione mette a repentaglio la sopravvivenza culturale perché la tradizione barbarica è orale e si perde. I re longobardi devono cercare di salvare il salvabile all’interno delle popolazioni longobarde, chi per primo percorre questa strada è il re Rotari. Passa alla storia il suo editto, siamo nel 643...
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