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Riassunto esame Storia del diritto, prof. Chiodi, libro consigliato Storia del diritto in Europa, Padoa Schioppa Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del diritto medievale e moderno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del diritto in Europa di Antonio Padoa Schioppa. Con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: prima esposizione unitaria delle vicende del diritto in Europa dalla fine del mondo antico... Vedi di più

Esame di Storia del diritto medievale e moderno docente Prof. G. Chiodi

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Teoria di Lutero - dichiarò inviolabile l’obbligo di obbedienza dei sudditi nei confronti

del principe.

I poteri del re

Il ventaglio delle competenze dei sovrani era molto elevato. Il re svolge la funzione di

legislatore, concede privilegi, nomina e revoca ministri, segretari di stato, funzionari, ha il

comando dell’esercito, conclude trattati internazionali, determina l’entità e la cadenza dei

prelievi fiscali, decide sui reclami, ha il potere di grazia, designa candidati alle sedi

episcopali vacanti.

Il potere pieno dei sovrani assoluti non si esercitò mai nell’isolamento. La storia

istituzionale dello stato moderno è anche la storia della formaziona ed evoluzione degli

organi collegiali al servizio diretto del re. Troviamo infatti ovunque la presenza di un

Consiglio del re composto da grandi del regno e da altri personaggi di sua fiducia.

Assemblee rappresentative

– c’erano assemblee dette Cortes che comprendevano gli esponenti della nobiltà,

Spagna

del clero e delle città. Alle Cortes spettavano funzioni rilevanti: ricevere il giuramento del

re all’atto dell’ascesa al trono, deliberare sui sussidi straordinari richiesti dal sovrano,

approvare le leggi, proporre risoluzioni. Le Cortes mantennero fino al Settecento un ruolo

rilevante nell’iter legislativo.

– stati di nazione tedesca dell’Impero: Reichstag, assemblea composta dai ceti,

Germania

prelati e città imperiali. Spettava a loro cooperare con il proprio voto all’approvazione e

all’interpretazione delle leggi imperiali. Principati territoriali della Germania: Landtag,

assemblea che comprendeva nobili, prelati e rappresentanti delle città. Esse trattavano su

questioni politiche, economiche e giuridiche.

– Camera dei Lords e Camera dei Comuni. Nel Cinquecento il Parlamento

Inghilterra

acquisì il privilegio di libertà di parola e l’immunità dell’arresto di propri membri,

prerogative contrastate dai sovrani.

La scuola culta

Umanesimo giuridico

Un primo indirizzo innovatore della dottrina giuridica dell’età moderna fu quello che

prese il nome di Scuola culta. Esso derivò direttamente da un filone della cultura

dell’umanesimo, fiorita nel corso del Quattrocento. La riscoperta di molti testi antichi

romani e greci, lo studio della cultura letteraria e studiarne le radici, caratterizzò una

stagione luminosa della cultura italiana ed europea. Alcuni umanisti hanno rivolto la loro

attenzione anche ai testi giuridici antichi con uno spirito nuovo: in loro prevaleva

l’ammirazione per la cultura antica e la preoccupazione di riscoprirne i profili. Scrupolo

filologico e critica delle fonti erano connesse nell’impostazione umanistica.

Il metodo dei Culti e Alciato

Il milanese Andrea Alciato è da considerare il vero fondatore della Scuola in quanto

riuniva in sé le doti di profondo conoscitore delle fonti classiche, di cultore del metodo

filologico e di giurista completo, teorico e pratico, capace di interpretare i passi più

complessi della Compilazione, e di redigere i corposi pareri legali.

La caratteristica del metodo delle opere di Alciato e dei Culti consiste nel duplice criterio

di ricercare la formulazione originaria dei testi studiati (metodo filologico) per poi

analizzarne il significato alla luce delle fonti greche e latine (metodo storico). I Culti

fecero ricorso alle fonti antiche, giuridiche e non giuridiche, con l’intento di incidere

direttamente sull’interpretazione e sull’applicazione delle fonti del diritto.

Indirizzo storico – filologico

Ad un filone di ricerche e di opere più strettamente filologiche si affiancarono una

tendenza alla storicizzazione del diritto, un indirizzo metodologico diretto a ripensare la

teoria e la sistematica del diritto comune e un indirizzo critico nei confronti del sistema

giuridico coevo. Ma su soprattutto l’indirizzo filologico a conoscere nel Cinquecento uno

sviluppo mirabile. Si curarono le prime edizioni critiche del Corpus iuris, fondate

sull’esame di più manoscritti e pubblicate senza il corredo della Glossa accursiana per

meglio concentrare lo studio sul puro testo antico.

L’indirizzo critico

Strettamente connesso con l’indirizzo filologico fu nei Culti un atteggiamento nuovo nei

confronti della storia giuridica e nella storicità del diritto. I Culti si affrancarono dal

principio di autorità nei confronti dei commentari, delle interpretazioni tradizioni e degli

autori antichi, ammirati ma non per questo ritenuti indiscutibili nelle loro posizioni. Si

spiega il fatto che alcuni degli esponenti della Scuola abbiano dichiarato inaccettabile il

criterio di adottare senza discussione la normativa giustrinianea.

L’indirizzo sistematico

L’indirizzo sistematico adottato da alcuni esponenti della Scuola culta intendeva

rispondere a finalità di chiarezza analitica ed espositiva. Si voleva rendere più preciso,

sicuro ed agevole l’apprendimento della complessa normativa del Corpus iuris.

L’indirizzo teorico

L’indirizzo teorico si collega con una impostazione metodologica nuova, che riordina la

materia del diritto e del Corpus iuris secondo schemi sistematici fondati sulla logica, non

più sulle tecniche tradizionali del medioevo, costruite su una specifica arte della memoria

tale da agevolare l’apprendimento di una enorme mole di testi e di parole. Il filone

teorizzante della Scuola culta partiva dalla classificazione classica di persone, cose e

azioni, ma si fondava su premesse teoriche diverse da quelle dei giuristi classici.

Pratici e professori

I giuristi del “mos italicus”

Il metodo introdotto dai giuristi della Scuola culta fu ben lontano dal raccogliere un

consenso generale nel mondo dei giuristi. I tradizionalisti non erano certo privi di

argomenti di peso a sostegno della ripulsa del metodo umanistico. Il piemontese Matteo

Gribaldi Mofa, senza negare il fondamento di molte rettifiche testuali e interpretative

proposte dai Culti, difese il metodo didattico tradizionale dei Commentatori, che

suddivideva in tante fasi distinte l’esame di ogni frammento della Compilazione. Il

giurista del tardo Cinquecento Alberico Gentili argomentò le ragioni della tradizione con

osservazioni acute e recise. L’autore contestava l’utilità del metodo umanistico nella

concreta vita del diritto. Se il compito primo del giurista consiste nell’impostazione

corretta del ragionamento, tale da consentire l’inquadramento di un caso civile o penale

entro il tessuto normativo, allora l’approccio filologico e storico ai testi romani è

superfluo se non addirittura dannoso. Questo profondo contrasto di metodo si tradusse

nella formula che contrapponeva il mos italicus docendi al mos gallicus, ove quest’ultimo

indicava il metodo didattico della Scuola dei Culti, mentre il modo italico di insegnare il

diritto era rimasto il vanto delle maggiori università della Penisola. Se osserviamo la

produzione didattica, scientifica e pratica del Cinquecento e del Seicento, ci avvediamo

che la grande maggioranza delle pubblicazioni giuridiche si colloca su versanti distinti da

quelli coltivati dai Culti. Enorme sviluppo ebbero invece nell’età moderna i trattati cioè le

monografie giuridiche dedicate a singole sezioni del diritto o a singoli istituti. La

trattatistica tocca tutti i temi del diritto pubblico e privato con un taglio che spesso è

molto puntuale e che a seconda dei casi è più orientato alla prassi negoziale o giudiziale,

ovvero alla teoria dei dottori. Tra le opere più importanti vi sono il trattato

processualistico De ordine iudiciorum di Roberto Maranta e le opere del giurista

spagnolo Diego Covarrubias, opere che godettero di noto prestigio non sono in Spagna.

Caratteristica è, nel suo modo di ragionare sul diritto, la cura che egli pone nel rapportare

sia le questioni concrete sia le regole legali a criteri etico – deontologici coerenti con i

precetti della religione e della teologia. Altri nomi da ricordare sono Jean Bodin, Pierre

Rebuffi, Andrè Tiraqueau, Jcopo Menochio e Francesco Mantica.

Il diritto penale

Di particolare importanza fu nel Cinquecento lo sviluppo della dottrina sul diritto penale.

Con riferimento alla Lombardia si può rammentare l’opera di Egidio Bossi, il trattato di

Giulio Claro e il trattato di Tiberio Decani.

Il diritto commerciale

Non meno rilevante fu in questi secoli lo sviluppo della dottrina del diritto commerciale,

quel diritto nuovo che, nato nelle città medievali italiane in forma di consuetudini, alla

fine del Trecento aveva attirato l’attenzione di alcuni esponenti del Commento a

cominciare dal grande Baldo degli Ubaldi. L’avvocato Bartolomeo Stracca raccolse in un

trattato un vasto insieme di questioni relativi ai mercanti, al loro status, alle obbligazioni

e alle procedure delle corti mercantili; mentre altri temi restarono fuori dalla sua

trattazione, che non presenta particolari caratteri di originalità se non per il fatto di aver

dato configurazione autonoma a questa nuova branca del diritto. All’inizio del Seicento il

romano Sigismondo Scaccia pubblicò a sua volta un trattato ove le questioni cambiarie

trovavano ampio spazio. Più sensibile alle istanze dell’economia si mostra Raffaele Della

Torre, che alla materia del cambio e della cambiale dedicò un intero trattato in cui l’utilità

dei contratti di cambio veniva difesa distinguendoli dalla figura del mutuo non

commerciale.

Una spetto significativo di questo filone dottrinale consiste nella stretta integrazione tra le

consuetudini del diritto commerciale e le categorie della dottrina del diritto comune. Nel

frattempo la Francia si era dotata di una salda impalcatura legislativa sulla materia

commerciale con le due ordonances di Luigi XVI sul commercio e sulla marina.

La scuola di Salamanca

La storia del moderno pensiero giuridico deve molto ad un piccolo gruppo di professori

dell’università spagnola di Salamanca, vissuti nel Cinquecento e nella prima parte del

Seicento. Ciò che caratterizza la Scuola spagnola è la comune estrazione teologica. Si

tratta di professori non di diritto ma di teologia morale. I maestri di Salamanca

affrontarono i temi della giustizia, della legge, del diritto naturale, del diritto divino, degli

status personali, dei poteri del principe e dei suoi limiti e presero in esame analiticamente

molti specifici istituti dell’ordinamento normativo, ad esempio la proprietà, il testamento,

ecc. il primo esponente di questo indirizzo fu Francisco Vitoria, che commentò nei suoi

corsi la Summa di Tommaso D’Aquino e si occupò di profili giuridici e teologici della

recente conquista delle Indie occidentali.

La scuola elegante olandese

Fondata nel 1575, l’università di Leida crebbe nei decenni successivi sino a divenire nel

corso del Seicento un punto di riferimento della cultura giuridica per i Paesi Bassi e

l’Europa.

All’indirizzo culto e insieme orientato alla pratica di un folto gruppo di maestri olandesi

si suole dare il nome di giurisprudenza elegante, che ne indica appunto lo stile preciso e

conciso, immune dalle grevi articolazioni proprie di una parte della tarda dottrina del

diritto comune. Tra i quasi cinquanta nomi di professori diversi autori hanno avuto

rinomanza europea. A parte Ugo Grozio alcuni devono essere menzionati:

– coniuga nei suoi scritti una forte capacità critica e filologica

Noodt

•Gerard

nell’interpretazione dei testi del diritto romano classico, con una impostazione ideale

ispirata a principi di tolleranza e di apertura;

Huber – fu esperto umanista nella critica delle fonti e fautore di una didattica che

•Ulrik

non lasciasse troppo spazio alla filologia erudita.

“Usus modernus Pandectarum”

Si tratta di un nuovo metodo didattico in cui l’analisi testuale di ascendenza culta,

l’intento sistematico e l’attenzione per la giurisprudenza locale si intrecciano, anche se in

modo vario e non uniforme nei diversi autori. L’usus modernus mira a coniugare le fonti

giustinianee con le necessità della pratica e rifugge perciò dalle ricostruzioni testuali

erudite per privilegiare invece l’enunciazione di una serie di regole coerenti e precise,

ancorate al testo legale antico. Un aspetto essenziale dell’usu modernus fu quello della

valorizzazione della tradizione germanica, considerata non solo nella sua dimensione

attuale ma nelle sue radici medievali e consuetudinarie. Nonostante alcuni elementi

comuni, la distanza di impostazione tra i giuristi della giurisprudenza elegante olandese e

i maestri dell’usus modernus è notevole. I primi ritengono che senza gli strumenti della

filologia e della storia non sia possibile comprendere neppure i profili strettamente

giuridici delle norme dei testi romani. I secondi limitano il ricorso allo studio filologico

dei testi antichi perché mirano a conservare nella sua integrità il Corpus, che però

integrano con gli elementi della tradizione germanica e con la giurisprudenza delle Corti.

Giovanni Battista De luca

Giovanni Battista De Luca è da considerare il più significativo giurista italiano del

Seicento. La sua fama si deve ad una vasta opera che raccoglieva in 15 volumi le

allegazioni da lui svolte nella pratica di molti decenni, un complesso di migliaia di casi,

prevalentemente vertenti su questioni legate ai contratti, alle usure, ai feudi, ai testamenti

e ai fedecommessi, alle decime: cioè ai temi frequenti nelle prassi giuridiche dello Stato

pontificio. Colpisce la limpidezza delle argomentazioni, che erano state pensate e scritte

per singole cause giudiziarie sia in veste di avvocato che in veste di consulente. Molto

importante su la sua iniziativa di pubblicare una redazione abbreviata in lingua italiana

dell’opera principale, nell’intento di rendere famigliare il linguaggio e il contenuto del

diritto anche al di fuori dell’ambiente forense, al servizio di chi non fosse giurista

professionale.

Dottrina giuridica e professori legali

Ruolo della dottrina e stampa giuridica

Il diritto romano – comune doveva la sua straordinaria forza espansiva alla qualità delle

sue regole, alla sua completezza, alla sua polivalenza e alla sua autorità. L’autorità

dipendeva dal collegamento con la carica imperiale che ebbe un peso politico ed

istituzionale considerevole. La polivalenza è un carattere essenziale del diritto consegnato

nel Corpus iuris giustinianeo: vi sono in esso norme di taglio espressamente assolutistico,

ma vi sono anche nuclei normativi e regole a tutela dell’individuo come tale, purché

libero e non di stato servile. Erano le contraddizioni presenti nella Compilazione ad

offrire ai pratici argomenti infiniti per far valere le loro ragioni, inoltre l’elaborazione di

interpretazioni, teorie e metodi offriva un ampio ventaglio di strumenti più efficaci di

quelli a disposizione dei giuristi rimasti fermi all’applicazione delle consuetudini

tradizionali. Di qui il successo dei giuristi professionali formati sui testi del diritto

comune. Si innesta qui il ruolo svolto dalla dottrina dei giuristi. Un magistrato nella sua

sentenza, un avvocato nella sua difesa, un consulente nel suo parere legale potevano

ancorare l’impostazione delle questioni di diritto affrontate in un caso concreto alle tesi

espresse dai dottori del diritto comune nei loro commentari, nei loro trattati o nei loro

consilia.

Dalla fine del Quattrocento in poi una vera svolta si ebbe nei modi di operare:

l’invenzione della stampa. Stampare un’opera in alcune centinaia di esemplari

comportava costi e tempi inferiori a quelli richiesti per copiarla a mano. Per il secondo

Quattrocento risultano circa duemila titoli di opere giuridiche edite, e questo numero di

moltiplica nel corso del Cinquecento. Questa accresciuta disponibilità dei testi giuridici

comportò mutamenti significativi nel ruolo della dottrina come fonte del diritto. In un

caso concreto portato avanti ai giudici, di fronte ad una questione controversa l’avvocato

o il consulente di parte potevano attingere a un ventaglio di opinioni talmente variegato

da consentire una latitudine amplissima di argomentazioni in diritto.

“Communis opinio doctorum”

Tutto ciò apriva ai giudici un margine ampio di discrezionalità. Ne faceva le spese la

certezza del diritto, cioè la prevedibilità delle conseguenze giuridiche di un atto o un

comportamento. Ma la certezza è un valore che non può mancare in un ordinamento. Si

può dunque spiegare perché si sono affermati alcuni fondamentali strumenti per ovviare

agli inconvenienti e ai rischi creati dall’eccessiva discrezionalità consentita agli operatori

del diritto. Si tratta di due vie: la communis opinio doctorum e la giurisprudenza delle

grandi magistrature. Analizziamo le caratteristiche del primo criterio: esso consisteva

nell’identificare le questioni di diritto sulle quali una pluralità di giuristi si era

pronunciata in sede scientifica, in un trattato, o in un consilium. Quando si riscontrasse

l’accordo di tutti o della maggior parte dei giuristi, su una determinata soluzione della

questione in esame, si affermava che su di essa esisteva una opinione comune, con la

conseguenza che, ove la questione di presentasse in una causa, i giudici dovessero

adeguarvisi. Questa vincolatività della communis opinio non venne mai imposta per

legge, ma si impose a poco a poco nei datti e nella prassi. Il giudice fedele all’opinio

communis andava esente da ogni rischio. Nacquero allora alcuni trattati sull’argomento in

cui si discutevano le ipotesi di contrasto, tra le opinioni espresse da uno stesso autore,

rispettivamente, dalla cattedra e in un parere legale, per stabilire quale fosse

maggiormente attendibile.

Fiorita nei secoli dal XIV al XVI la dottrina come autonoma fonte del diritto vide

diminuito il suo ruolo allorché le decisioni dei grandi tribunali acquisirono un’autorità

crescente all’interno dei rispettivi Stati.

Professioni legali: formazione e accesso

L’università continuò ad esercitare nei secoli dell’età moderna il suo compito di

formazione superiore per coloro che aspiravano ad ottenere l’accesso alle professioni

legali. La palestra di formazione di gran lunga predominante per importanza e per

impegno richiesto ai giovani avviati alle professioni legali rimase ovunque in Europa

quella dei testi romani, assimilati secondo la partizione ormai secolare che aveva nei

primi nove libri del Codice e nei primi ventiquattro libri del Digesto il suo baricentro. I

modi di insegnamento non erano uniformi, in quanto vi erano facoltà aderenti al metodo

scolastico del tardo commento, altre della Scuola culta. In Italia la formazione

universitaria dei giuristi attraversò una crisi legata alla svolta aristocratica. Ai fini

dell’ammissione ai collegi il requisito della cittadinanza già esisteva in precedenza, ma

ora venne esteso sino a comprendere talora un periodo di cento anni di residenza della

famiglia in città. E per i Collegi più prestigiosi era indispensabile il possesso dello status

di patrizio.

Presso i collegi professionali si attivarono corsi di diritto, semplificati rispetto ai

tradizionali e impegnativi modelli didattici dell’università. Il conseguimento del titolo

dottorale era per questa via alquanto più semplice, anche se i casi difficili e delicati,

richiedenti una padronanza pieno dello strumentario tecnico, continuarono a venire

affidati a giuristi dotati di alta professionalità.

Avvocati, procuratori, causidici

In Italia al vertice della scala vi erano i collegi dei giureconsulti del patriziato cui

spettavano le funzioni più importanti e lucrative. Di minor prestigio erano gli avvocati

forniti del titolo di laurea che li abilitava alla difesa, ma non appartenenti all’élite patrizia.

Al di sotto di questi operava una categoria di operatori di minor rango, spesso denominati

causidici, che svolgevano compiti di rappresentanza processuale con il titolo antico di

procuratori e curavano l’accertamento dei fatti inerenti alla causa, non senza prospettare

anche alcuni elementi della difesa. I causidici formavano spesso una corporazione

professionale a sé, distinta da quella dei giudici e avvocati e talora unita a quella dei

notai. I notai mantennero la struttura risalente al medioevo, con le procedura tradizionali

di cooptazione, con la matricola periodicamente aggiornata degli appartenenti all’arte

notarile, con i propri statuti, con una formazione professionale curata dalle scuole interne

alla corporazione e distinta da quella universitaria. Infine, vi era la vasta turba dei

collaboratori e dei praticanti, ausiliari delle categorie precedenti.

La giurisprudenza

Corti sovrane e Rote

Nei secoli dell’età moderna la giurisprudenza acquistò in ognuno degli ordinamenti

politici europei un ruolo di grande rilievo tra le fonti del diritto. Ci riferiamo alle

pronunce e ai giudicati dei tribunali supremi di ciascuno Stato, cioè dei corpi che presero

spesso l’appellativo di Corti sovrane perché le loro competenze e le loro decisioni erano

di ultima istanza, non potevano cioè venir sovvertite da altre magistrature e neppure dallo

stesso monarca. Ogni Stato ebbe in effetti la sua Corte o le sue Corti supreme. La Rota

romana fungeva da autorevolissimo tribunale ecclesiastico per l’intera cristianità

cattolica, ma anche da corte dello Stato pontificio in materia civile, senza essere corte di

ultima istanza. Furono istituiti in Italia nel corso del Cinquecento diversi nuovi tribunali

superiori, le Rote, i cui giudici erano scelti tra giuristi di prestigio non appartenenti allo

Stato per il quale venivano reclutati.

In Francia il Parlamento di Parigi era stato ristrutturato come corte di giustizia suprema

della monarchia. Nel corso dei secoli si aggiunsero altre Corti supreme, le cui decisioni

erano definitive e normalmente insindacabili.

In Germania, al di sopra delle Corti dei principati territoriali, troviamo due tribunali

supremi. Il Tribunale imperiale di corte aveva competenza su questioni attinenti ai diritti

e alle prerogative dell’Impero, e il Tribunale camerale era competente quale corte di

ultima istanza per gli appelli avverso sentenze civili dei giudici locali, nonché di prima

istanza per cause di particolare rilevanza politica. Riformato nel 1495, il Tribunale

camerale dell’impero venne strutturato con la nomina di giudici dotti, cioè formati nelle

università. In tal modo l’autorevole giurisprudenza del Tribunale camerale operò come

istanza giudiziaria supremo entro l’Impero.

Nei Paesi Bassi l’istituzione del Gran Consiglio di Malines ebbe lo scopo di creare una

istanza giudiziaria superiore che unificasse il diritto locale.

Giudici, competenze e procedure delle Corti

Non vi era uniformità di disciplina né di poteri né di procedure tra le diversi corti

supreme d’Europa. Tuttavia si possono riconoscere elementi comuni a molte tra esse.

L’accrescimento imponente dei poteri sovrani si realizza attraverso lo strumento della

giurisdizione regia, del quale le Corti sovrane sono al massima espressione. Permane cioè

il modello dello Stato giurisdizionale, nel quale i poteri sovrani si attuano attraverso

controlli e pronunce di natura giudiziale. Quanto alle competenze, troviamo che non

poche corti esercitavano anche funzioni di natura legislativa. Gli ordini emanati

direttamente dalle Corti spesso avevano valore di legge, con efficacia generale e non

limitata al caso singolo, specie in tema di procedura. Altre funzioni esercitate dalle Corti

sovrane avevano natura di poteri esecutivi: controllo sui benefici ecclesiastici, gestione

delle università. A giudici della Corte erano affidati compiti di governo di città o di

comunità locali. Tuttavia il compito primario risiedeva nell’esercizio della giurisdizione.

Spesso la Corte aveva giurisdizione esclusiva su materie di particolare rilevanza politica.

Non di rado alla Corte spettava una funzione istruttoria o decisionale nel procedimento di

concessione delle grazie. Per le cause civili spettava di norma alle Corti il giudizio di

ultima istanza rispetto ai tribunali di primo e di secondo grado. Spesso la Corte aveva il

potere di avocazione, poteva cioè decidere a sua discrezione di prendere direttamente in

carico una causa sottraendola al tribunale competente di primo o di secondo grado. La

composizione del corpo giudicante era prerogativa diretta del sovrano, che sceglieva

magistrati secondo procedure differenziate. A differenza di quanto avveniva per le Rote e

per i Consigli veneziani, i componenti delle Corti sovrane era per lo più nominati a vita.

Ciò consentiva ai membri del collegio un’autonomia sostanziale perfino di fronte al

potere monarchico.

Molti erano i modi di procedere delle Corti. La Rota romana praticò dal Trecento in poi

un metodo che prevedeva la redazione scritta di uno schema di decisione (decisio), con

argomentazioni in fatto e in diritto. Dopo aver sottoposto al collegio il caso averne

raccolto il voto, il testo veniva sottoposto alle parti in causa per possibili controdeduzione

ed eventualmente riformulato. Solo a questo punto veniva emessa la vera e propria

sentenza. A partire dal 1563 fu introdotto l’obbligo della redazione scritta della decisio e

iniziò così la serie delle raccolte ufficiali di decisioni della Rota romana, dotate di

particolare autorità. Una procedura simile, ma non identica, venne adottata anche da altri

grandi tribunali italiano di antico regime.

I giudici erano tenuti a seguire regole probatorie predeterminate, che in parte erano fissate

nelle leggi romane, canoniche e locali, e in parte erano state messe a punto dalla dottrina

del diritto comune. Era un sistema penale opposto a quello moderno: i giudici non erano

liberi di valutare le prove, perché al riguardo c’erano regole stringenti da rispettare, ma

per converso non erano vincolati ai moderni principi di legalità della pena e della

tassatività dei reati ed avevano dunque un largo margine di discrezionalità nella

fissazione delle pene.

Raccolte di decisioni

In Francia la giurisprudenza del Parlamento di Parigi aveva dato origine a raccolte di

decisioni. Jean Le Coq compose un’opera in cui una serie di casi giudiziari decisi dal

Parlamento veniva presentata in forma di questioni, con le argomentazioni delle due parti

in causa seguite dalla decisione. Altre raccolte di decisioni del Parlamento parigino


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Riassunto per l'esame di Storia del diritto medievale e moderno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del diritto in Europa di Antonio Padoa Schioppa. Con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: prima esposizione unitaria delle vicende del diritto in Europa dalla fine del mondo antico alla fine del Ventesimo secolo, analisi delle varie epoche in cui si è sviluppata una storia particolarmente ricca di eventi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Chiodi Giovanni.

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