Storia d'impresa, appunti lezioni online
Introduzione alla storia d'impresa
Gli aspetti più importanti della storia di impresa sono due: il primo riguarda il nuovo metodo di combinazione di fattori di produzione, ovvero l’impresa moderna. A partire dalla prima rivoluzione industriale infatti, l’elemento determinante dello sviluppo e della crescita economica, è un nuovo metodo di combinare i fattori di produzione per soddisfare segmenti di un mercato sempre più ampio e dinamico: l’impresa moderna. Parallela rilevanza ha acquisito lo studio dei meccanismi organizzativi e dei soggetti che a tale combinazione di fattori sovrintendono, ovvero gli imprenditori.
Impresa sociale
Anche le organizzazioni che hanno scopi sociali e non economici siano in realtà delle imprese, ad esempio le opere delle congregazioni religiose. Le suore spesso sviluppano un’imprenditorialità diversa dalle classiche imprese. Dietro questo tipo di imprenditorialità si sviluppa un modo di vivere l’esperienza religiosa verso gli inizi dell’800. È un’organizzazione no profit, che offre aiuto e carità. In ogni caso realizzano e producono prodotti. Nell’800, 183 aggregazioni vengono fondate, e altre 109 nella prima metà del 900. Si tratta di “piccole imprese”: asili, ospedali, cucine economiche, scuole, servizi presso le parrocchie, convitti, ma comunque efficaci.
Dietro c’erano spesso intese, accordi tra le istituzioni religiose ed enti, che magari volevano aprire un convitto per operaie per lavorare in un cotonificio. Durante il passare del tempo, queste aggregazioni si diffondono in tutto il mondo. Si trattava di un Welfare che doveva gestire comunque dei patrimoni, andando a investire nei titoli del tempo. Era un sistema “asimmetrico”, davano senza aspettarsi un corrispettivo in cambio. Questi enti impegnano uomini e donne applicavano al mercato la logica del dono, dell’aiuto e dei legami. Si tratta di tempi lontani, ma comunque ancora presenti.
Concetti chiave nella storia d'impresa
Ci sono dei concetti chiave che ricorrono costantemente. Il primo di questi è la distinzione tra micro e macro, cioè la piccola e la grande impresa. Il punto di partenza per l’impresa in generale è la prima rivoluzione industriale, che getta le basi per gli sviluppi successivi. In generale, le rivoluzioni industriali rappresentano le fasi della transizione da un paradigma tecnologico all’altro, e sono determinate da variabili quali le competenze tecniche, la conoscenza scientifica, le fonti di energia e l’intensità di capitale.
Un ulteriore punto è dato dalla distinzione tra imprenditore e manager. Nel primo caso si prendono in considerazione i soggetto che assumono dei rischi e scelgono, prendono decisioni molto importanti dal punto di vista aziendale. Il manager invece è una figura portatrice di competenze pratiche e teoriche, e ha sviluppato un preciso sapere funzionale, specifico della singola impresa. All’inizio entrambi i soggetti coincidono, poi prendono due strade differenti. Altrettanto importante è il mercato, il luogo dove l’impresa opera. Sono elementi fondamentali dal punto di vista della domanda, in aumento se aumenta il reddito e la popolazione.
Infine, la cultura è un atteggiamento con il quale ci si riferisce all’atteggiamento di una nazione nei confronti dell’attività e del cambiamento economico. Un altro fattore è lo Stato, fornitore di infrastrutture, garante giuridico e partecipante alla competizione economica. Esistono poi diverse forme di impresa, in base alla dimensione, alle relazioni. L’impresa, nel corso del tempo entra in contatto con l’instabilità dei mercati e dei contesti internazionali. Vi è poi la varietà dei sistemi capitalistici, ossia l’intersezione tra l’economia e le istituzioni.
L’ultimo punto è il post Chandlerismo, a partire dal quale ha origine un intenso studio della business history. Per Chandler il compito essenziale dell’imprenditore è quello di creare una estesa rete manageriale. Tuttavia la nostra prospettiva sarà post-chandleriana, in quanto vengono poco sviluppati i concetti della politica, la globalizzazione, la cultura, la grande impresa integrata, e i problemi sociali. Questo ci porterà verso una dimensione neo-chandleriana.
La storia d'impresa come oggetto di studio
Fondamentale è la considerazione storica di come l’impresa sia diventata oggetto di studio dell’economia. All’inizio è stata quasi ignorata, poiché le preoccupazioni dell’economia classica erano altre. In realtà poi, col diffondersi e con l’aumentare delle dimensioni e dell’importanza, cresce anche l’interesse da parte degli studiosi. La prima constatazione è che ci si trova davanti a una nuova unità di analisi: l’impresa diventa fondamentale. Già alla fine del '700 ci si accorge che c’erano delle nuove importanti novità: la forza del vapore, le forme di organizzazione del lavoro, e tanti altri aspetti grazie ai primi eventi dello sviluppo tecnologico. Tuttavia, durante il XVIII secolo, la concentrazione di capitale e forza lavoro in un unico luogo fisico non era una novità.
D’altro canto la transizione dalla produzione artigianale (corporazione, putting out system…) alla fabbrica comporta una trasformazione dello status giuridico dell’attività produttiva. Nascono così sistemi sempre più complessi, che hanno stimolato numerose analisi teoriche sulle origini, la struttura e i meccanismi di funzionamento dell’impresa industriale. Company e corporations erano il prodotto delle nuove strutture organizzative, non le classiche fabbriche della fine del '700. Questa realtà complessa è tale non solo per il discorso giuridico, ma anche per la competizione di diversi soggetti, per la distribuzione dei profitti, oppure delle risorse, insomma, le questioni sono molte e per questo, tale realtà nuova diviene sempre più complessa.
Evoluzione delle teorie imprenditoriali
Verso la fine dell’800 l’impresa entra nell’interesse. Si elaborano teorie, con un approccio statico, con diversi presupposti impliciti:
- La tecnologia è esogena;
- Il contributo degli attori economici che agiscono all’interno dell’impresa è irrilevante, cioè l’impresa viene considerata “tutta insieme”;
- Viene poi considerata solo la medio o piccola impresa, con mansioni e funzioni limitate;
- L’impresa neoclassica opera in un contesto priceoriented, caratterizzato da numerose imprese che operano nello stesso settore e dall’assenza di tecnologie esclusive.
Siamo di fronte a un contesto quindi molto semplificato, infatti presto il modello entra in difficoltà. Secondo la prospettiva neoclassica, lo scopo imprenditoriale non è quello della crescita aziendale, bensì fare in modo che ricavi e i costi si incontrino raggiungendo il punto di equilibrio.
La distribuzione del potere, le relazioni esterne erano fattori considerati completamente irrilevanti. Nuovi studiosi capiscono che è errato basarsi su una prospettiva tanto semplificata, basata sul concetto di concorrenza perfetta. Si intende che le imprese sono unità complesse, che si evolvono nel tempo, perciò vi è una dimensione diacronica molto importante, così si ha la critica del modello neoclassico imprenditoriale. Le imprese sono un processo storico reale, non si limitano al punto di pareggio, ma cercano di acquisire maggiori titoli di mercato.
Il contributo di Schumpeter e la critica neoclassica
Le imprese reagiscono diversamente alle innovazioni tecnologiche, sia interne che esterne, si tratta di processi non meccanici, di periodi di continuità e discontinuità. L’impresa va considerata nella sua complessità: data una certa tecnologia, l’espansione dell’impresa può essere determinata da vari fattori. Essi sono:
- Dimensioni e dinamismo nel mercato del consumo;
- Efficienza dei mercati finanziari nel convogliare le risorse necessarie all’impresa;
- Presenza di una cornice giuridica che protegga i suoi asset e favorisca l’attività economica.
La complessità ha a che fare con i sistemi culturali e istituzionali. Davanti ad un atteggiamento culturale negativo corrispondono maggiori difficoltà nella crescita dimensionale. Quando i mercati finanziari sono in un periodo di splendore, invece la situazione è diversa. In entrambi i casi, positivi o non, i due fattori precedentemente indicati incidono sull’impresa. Così si abbandona definitivamente il modello neoclassico, rimpiazzato da Schumpeter, con la considerazione della grande impresa.
Ci troviamo negli anni 30/40 del XX secolo. In contrasto con questo tipo di impostazione teorica, la storia d’impresa ha una specifica dimensione comparativa e dinamica. Si tratta di una teoria completamente contrastante alla prima, e si basa su due principi fondamentali: il primo è la pressione competitiva, il motore principale della crescita aziendale. Senza essa, non ci sarebbe nemmeno il capitalismo. Il secondo fattore è il disequilibrio, che risulta molto più importante della omogeneità tra le imprese. La diversità genera il catching up, lo squilibrio porta alla competizione.
L'impresa moderna e le nuove teorie
La grande impresa sfida il concetto neoclassico dell’impresa rappresentativo. L’impresa è vincente quando è forte, quando influisce sul mercato. Il fattore tecnologico non è un fattore esogeno, bensì fondamentale. Non sottolinea le strutture organizzative, e restano così diverse scatole nere. Ne rileva l’importanza, ma non analizza questo fattore. Ciò verrà eseguito negli anni 50 e 60 del XX secolo. Questo decennio corrisponde al primo momento in cui si intersecano il livello microeconomico e macroeconomico.
Nel 1946 viene pubblicato In Concept Of Corporation di Peter Drucker. Riteneva che la grande impresa poteva essere capita solo prendendo in considerazione le sue basi tecnologiche, lo sforzo necessario al coordinamento efficiente della moltitudine di individui in essa operante, e l’impatto sociale che questa istituzione ha avuto sul capitalismo moderno. Viene così superato Schumpeter. Il nuovo modello offre ulteriori prospettive tra cui ricordiamo:
- La comprensione delle determinanti e delle dinamiche relative alla crescita delle imprese;
- Le strategie imprenditoriali;
- L’architettura organizzativa ottimale delle imprese;
- I ruoli degli operanti all’interno di tali istituzioni.
Arriviamo così alla stagione chandleriana, perché egli istituzionalizza la disciplina. La storia d’impresa diviene un filone di studio, dove si analizza l’importanza della tecnologia all’interno dell’impresa, le diverse strategie. Nella sua prospettiva rimangono i regimi tecnologici fondamentali per l’impresa. Senza le innovazioni tecnologiche non ci sono mutamenti nell’impresa. Sono studiosi convinti della natura endogena, dell’importanza strategica.
Contributi di Penrose, Nelson e Winter
Nuovi studiosi indagano sull’impresa prendendo in considerazione le basi chandleriane. Uno di essi è Penrose, il quale stabilisce che le imprese sono stratificazioni di risorse e competenze. Si trattano di imprese che apprendono, che imparano a fare le cose. L’impresa cresce perché sfrutta al meglio le sue capacità materiali e umane. Ciò diventa la base di successive riflessioni, tra cui ricordiamo Nelson e Winter e il concetto di “routines”. Esse sono modalità con cui le organizzazioni sono in grado di ricordare il comportamento di successo per mantenere le loro posizioni al vertice.
Se un’impresa ogni giorno dimenticasse, ogni giorno ricomincerebbe da capo. Si tende dunque a limitare l’incertezza, ripercorrendo i percorsi e i protocolli noti. Essi cercano di ridurre l’incertezza adottando appunto path dependence, che inducono a ripercorrere i sentieri noti e conosciuti. Le imprese divengono così sempre più complesse, perché le stratificazioni si intensificano sempre di più. Ottiene sempre più successo anche lo studio del management. L’idea dunque che l’impresa agisca come insieme di competenze e vantaggi competitivi genera una serie di riflessioni sulle strategie di internalizzazione delle grandi imprese.
Il vantaggio competitivo e l'internalizzazione
Nel 1960 Hymer propone che il vantaggio competitivo acquisito da un’impresa sul mercato interno potesse essere sfruttato anche all’estero. Ancora una volta, l’analisi di Hymer viene presa come spunto da altri studiosi della storia. Uno di questi è Dunning. Egli propone una spiegazione dell’attività internazionale delle imprese basata su una combinazione di:
- I vantaggi di proprietà, basati sul mercato interno;
- I vantaggi di localizzazione, basati sul paese ospite;
- Incentivi di internalizzazione, derivano dalla necessità di mantenere conoscenze all’interno dei confini dell’impresa.
L'evoluzione del management e la teoria dell'agenzia
Nei primi anni '60 Robin Marris pubblica un saggio, The Economy Theory of Managerial Capitalism, in cui attribuisce una certa importanza al self-interest del management. Si comincia a porre il problema tra proprietà e management, considerando che le scelte del manager potessero essere quasi in contrasto con quelle dell’azionista. Quest’ultimo infatti può dare più priorità alla performance o ai dividendi, mentre il manager si interessa a vantaggi finanziari nell’immediato. È quindi fondamentale che i due individui scendano a patti, che concordino tra loro.
Quindi, il processo di crescita di un’impresa finisce per essere il risultato di una sorta di contrattazione tra manager e azionisti. Questa analisi diviene all’ordine del giorno delle imprese statunitensi degli anni '70/'80, e ancora una volta, essa coincide alle basi per un successivo dibattito sulla relazione tra principal ed agent, tra manager e proprietario, sviluppata nella agency theory. In essa il potere del top management viene messo in discussione. La crescente pressione delle imprese europee e giapponese sottolineano l’inadeguatezza dei dirigenti a gestire politiche capaci di generare risorse e profitti sufficienti a finanziare sia processi di crescita dell’impresa, sia la distribuzione delle quote di utili.
Ciò porta a Jensen e Meckling a riflettere: l’impresa è una finzione legale utile per definire un sistema di relazioni contrattuali funzionali allo svolgimento dell’attività di impresa. L’impresa che cerca un reddito positivo deve anche considerare la distribuzione degli utili. L’allineamento degli interessi della proprietà e del controllo forma una cornice di contratti e prassi, legami molto complessi. Infatti, una public company dotata di decine di migliaia di dipendenti, è supportata da più manager.
Teoria dei costi di transazione e il contributo di Ronald Coase
Questo modo di vedere le cose implicava due fattori importanti. Il primo mette in luce un’importante discussione sulla figura manageriale all’interno della grande impresa, il secondo stabilisce che l’idea dell’impresa come artificio legale, destinato a risolvere i problemi tra gli attori economici, è la base di una nuova corrente di studi, che trova la sua base nella teoria dei costi di transazione. L’origine di questo studio risale a Ronald Coase, primo premio Nobel della storia per l’economia, che con il suo saggio The Nature Of The Firm. In tale articolo si pone diverse domande:
- Perché esistono le imprese?
- Perché è necessario svolgere alcune transazioni dentro i confini giuridici dell’impresa?
La risposta è che i mercati sono inefficienti: non si potrebbe affidare tutto ciò ai mercati. Le imprese sono come isole di potere consapevole all’interno di un oceano inconsapevole. Si deve la loro origine nel tentativo di mantenere e contenere i costi che le transazioni di mercato implicano. Oliver Williamson porta avanti le teorie di Coase, stabilendo che le transazioni portano costi di ricerca e di controllo. Per esaminare con maggior correttezza il panorama offerto da Williamson, bisogna considerare innanzitutto la disomogeneità informativa: non tutti sanno tutto allo stesso modo.
Un secondo fattore è la razionalità limitata: non tutti compiono le scelte migliori per la propria azienda. Infine, l’inclinazione a comportamenti opportunistici. Anche la considerazione di questi costi è una ragione per cui l’impresa esiste. La teoria dei costi di transazione ha avuto particolare importanza nella business history in quanto ha permesso una maggior comprensione degli eventi storici, dalla prima forma di fabbrica durante la prima rivoluzione industriale a susseguirsi delle teorie strategiche. Inoltre ha fornito una teoria convincente della persistente efficienza di sistemi alternativi alla produzione di massa, come ad esempio i distretti industriali.
Implicazioni della globalizzazione e delle ICT
All’interno di questa forma infatti, diversi costi vengono condivisi, e quindi abbattuti. Attualmente vi sono molte teorie, considerando anche che l’impresa ha molto più impatto nella ICT. Con tutta l’innovazione tecnologica, era inevitabile che l’organizzazione rimanesse la stessa. Richard Langlois ha sostenuto:
- Che l'espansione dei mercati dovuta alla globalizzazione ha innescato negli ultimi vent’anni un'ulteriore spinta alla specializzazione delle unità produttive;
- Che le nuove tecnologie informatiche hanno facilitato un processo di coordinamento fra aziende, favorendo una riduzione dell’incertezza e dei costi di transazione.
Dopo un secolo all'insegna dei processi di integrazione sembra che il presente stia disegnando la prospettiva della disintegrazione. Si tratta di un cambiamento in atto e largamente incompleto: nell’assetto economico attuale la grande impresa è ancora al centro della vita economica e degli studi storici. Il nuovo discorso è l’imprenditorialità. Questo argomento è affrontato sviluppando i seguenti temi.
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