Il superamento dei vincoli alla crescita
Il concetto di società tradizionale è utile a identificare i meccanismi economici del terzo mondo. La società tradizionale era caratterizzata dalla prevalenza dell’agricoltura come principale settore produttivo; in cui vi erano le isole di autoconsumo nelle quali i contadini producevano per la propria famiglia. La produzione per il mercato era concentrata in poche grandi unità produttive e la commercializzazione dei beni alimentari era limitata all’ambito locale, anche per il basso livello di integrazione tra le economie regionali e locali, dovuto all’arretratezza dei sistemi di trasporto.
Nel corso dell’età medievale e moderna, innovazioni quali la rotazione delle coltivazioni, l’introduzione dell’aratro pesante, la diffusione di mulini ad acqua e a vento, avevano consentito di ampliare la superficie coltivata, incrementando i rendimenti del suolo. I miglioramenti della tecnologia e dei trasporti favorirono lo sviluppo del commercio a lunga distanza dei cereali e di altri beni alimentari e la mercantilizzazione dell’agricoltura, ossia il graduale superamento dell’economia di autoconsumo e l’aumento della produzione agricola destinata al mercato.
Di fronte all’aumento della domanda di terra e di beni alimentari innescato dall’espansione demografica, e in una situazione di stagnazione economica, la produzione agricola poteva tenere il passo con la popolazione solo ampliando la terra coltivata e aumentando l’impiego di manodopera. Poiché uno sviluppo intensivo era reso impossibile dall’assenza di significative innovazioni, la produzione poteva essere aumentata ricorrendo a uno sviluppo estensivo. Quest’ultimo era destinato a incorrere in una situazione di rendimenti decrescenti a causa del sovraffollamento e dell’eccessiva frammentazione dei terreni, del super sfruttamento dei suoli e dell’utilizzo di terre meno fertili.
La pressione della domanda di terra e di beni tendeva a far aumentare le rendite dei proprietari terrieri, spingeva in alto i prezzi agricoli e peggiorava le condizioni contrattuali dei contadini e a far diminuire i salari reali (potere d’acquisto) concorrendo al peggioramento delle condizioni di vita della massa della popolazione rurale e urbana. Il peggioramento delle condizioni economiche era destinato a provocare un arresto della crescita della popolazione o una sua contrazione a causa dell’azione congiunta di tassi di natalità più bassi e tassi di mortalità più elevati, sia in casi normali che in situazioni eccezionali determinate da carestie ed epidemie.
Il conseguente declino demografico innescava un processo di autocorrezione: si allentava la pressione della domanda di terra e beni agricoli, si concentrava la produzione nelle terre più fertili che consentivano un recupero di produttività, miglioravano le condizioni per i contadini, diminuivano i prezzi agricoli e aumentavano i salari reali della popolazione. Questo schema interpretativo a due fasi che lega tra loro i mutamenti demografici e fluttuazioni economiche viene chiamato modello maltusiano (dal nome di Malthus che alla fine del ‘700 teorizzò per primo il legame tra crescita demografica, intensificazione dello sfruttamento della terra e crisi di mortalità dovute a carestie ed epidemie).
L'epoca della prima rivoluzione industriale 1770-1870
Innovazioni e settori trainanti
Le macroinvenzioni fondamentali della prima rivoluzione industriale furono sostanzialmente due: nel campo della produzione di energia, la macchina a vapore e la sua successiva applicazione nei trasporti e nella produzione industriale, nel campo della manifattura tessile, il filatoio meccanico. I mutamenti più significativi nella tecnologia e nell’organizzazione della produzione si concentrarono in due settori: l’industria del cotone e quella del ferro.
Il vapore costituì il primo esempio storico di tecnologia di portata generale. Le macchine a vapore messe a punto da James Watt nel 1775 vennero utilizzate per il pompaggio dell’acqua delle miniere di carbone. Il loro impiego si diffuse successivamente ad altri settori, come la manifattura tessile e l’industria del ferro. In Gran Bretagna l’energia idraulica continuò a rappresentare una fonte fondamentale di energia per vari settori industriali. I costi di introduzione e manutenzione di macchine a vapore erano elevati e l’uso del carbone si affermò nella prima metà del XIX secolo in Belgio e Germania, ma quella idraulica rimase la fonte di energia prevalente per la nascente industria cotoniera in tutti i paesi ricchi di corsi d’acqua e sprovvisti di materie prime quali la Francia, la Svizzera, l’alta Lombardia.
Il filatoio meccanico rappresentò l’innovazione fondamentale per lo sviluppo di una produzione tessile di massa. In risposta a una domanda in rapida crescita, fra i tessitori inglesi si diffuse una nuova macchina per la tessitura (spola volante), che consentiva una produzione maggiore e costi minori rispetto ai tradizionali telai manuali. L’espansione della produzione incontrava limiti nell’incapacità del settore della filatura di fornire un volume di filati adeguato alla domanda del comparto della tessitura. Solo l’introduzione di vari tipi di filatoi meccanici tra il 1765 e il 1780 permise il superamento di questa strozzatura.
Dal 1780, l’introduzione di grandi laminatoi e grazie alla sostituzione del carbone di legno con carbon coke in speciali altiforni di fusione, mossi dall’energia di macchine a vapore, consentirono miglioramenti della produttività e una rapida diminuzione dei prezzi del ferro.
Negli anni tra il 1820 e il 1850, la diffusione di battelli a vapore rivoluzionò il sistema dei trasporti fluviali, sia in Inghilterra che nei paesi dotati di estesi sistemi di canali. Più lenta fu l’affermazione della propulsione a vapore nella navigazione. I tradizionali velieri continuarono a dominare i trasporti commerciali via mare ben oltre il 1870. Dove invece la macchina a vapore ebbe un impatto davvero rivoluzionario fu nella diffusione delle ferrovie.
Dal 1830 lo sviluppo delle reti ferroviarie promosso da investimenti e sovvenzioni pubbliche anche nei paesi nei quali l’autonomia fu lasciata all’iniziativa privata, fu travolgente in Gran Bretagna, nelle regioni nord degli Stati Uniti e in alcuni paesi europei come Belgio, Francia e Germania. Entro il 1870 la rete ferroviaria aveva superato gli 80.000 km in Europa e gli 85.000 km in USA. Cotone, ferro e ferrovie furono i settori trainanti della prima rivoluzione industriale. I risultati suggeriscono che in assenza dello sviluppo delle ferrovie, il reddito nazionale avrebbe potuto essere del 3-5% inferiore a quello effettivamente raggiunto. Le ferrovie furono meno determinanti di quanto si credeva tradizionalmente.
In effetti, tanto in Gran Bretagna che negli Stati Uniti lo sviluppo di un’estesa ed efficiente rete di canali artificiali aveva avviato una profonda trasformazione nei costi di trasporto, che le ferrovie erano destinate ad accelerare. Al contrario, per l’Europa continentale è ragionevole ipotizzare che l’importanza della ferrovia per paesi come Francia, Germania, Svizzera, Italia e Russia, privi di vie d’acqua paragonabili a quelle inglesi e americane, sia stata superiore.
Organizzazione della produzione
Le innovazioni tecnologiche ebbero un impatto profondo dal punto di vista del mutamento nei sistemi di organizzazione della produzione manifatturiera: esse consentirono l’avvio del primo processo di industrializzazione, basato sulla concentrazione di macchinari e lavoratori in un’unica produttiva. Le forme organizzative prevalenti nell’Europa del ‘600-‘700 erano quelle dell’artigianato urbano e dell’industria rurale a domicilio. Nel primo la produzione di manufatti era svolta su piccola scala da artigiani, coadiuvati da altri lavoratori, in botteghe urbane di carattere familiare. L’industria a domicilio era tipica del settore tessile. In tale sistema mercanti-imprenditori decentravano parti della produzione a gruppi di lavoratori organizzati in piccoli laboratori familiari, localizzati sia in città che nelle campagne. In questo sistema di compenetrazione tra città e campagne mediata dal funzionamento di mercati, gli storici concordano nel vedere una forma di “protoindustrializzazione” intesa come una fase di transizione e preparazione della successiva industrializzazione.
Per spiegare l’affermazione del modello di fabbrica, gli storici enfatizzano tre fattori: vincoli tecnologici, incrementi di efficienza e strategie di controllo sui lavoratori. La centralizzazione della produzione in fabbrica consentì agli imprenditori di controllare e disciplinare più efficacemente i lavoratori, sia riducendo le appropriazioni di materie prime, che sorvegliando l’intensità e la regolarità del lavoro prestato, e la qualità dei manufatti prodotti. La centralizzazione non costituì un’innovazione assoluta. Nell’epoca precedente ci furono casi di manifattura accentrata nei settori che richiedevano immobilizzazioni in macchinari o l’uso di procedimenti complessi (miniere, fonderie, arsenali navali).
Le forme decentrate di produzione rurale e artigianale continuarono a costituire il grosso della produzione manifatturiera, grazie alla specializzazione in produzioni di qualità e alla loro flessibilità di adattamento alle fluttuazioni dei mercati. Il passaggio alla fabbrica e alla produzione su larga scala fu graduale, in alcun modo automatico né nell’industria tessile, né in quella metallurgica, continuarono a essere realizzate da manifatture artigianali di piccole dimensioni, in grado di soddisfare una domanda di qualità. Le imprese della prima rivoluzione industriale erano fondate e gestite da imprenditori-proprietari, attorniati da un piccolo gruppo di collaboratori stipendiati.
L’organizzazione di impresa era semplice. Il proprietario era responsabile delle decisioni strategiche e di quelle operative, nelle quali poteva avvalersi della collaborazione di personale amministrativo specializzato responsabile della tesoreria, delle relazioni con il personale e del magazzino acquisti e vendite. Si tratta spesso di imprese familiari, organizzate nella forma di società per accomandita. Si ritiene che le fonti interne di finanziamento (il ricorso al patrimonio individuale e familiare degli imprenditori e il reinvestimento dei profitti accumulati) furono nella maggior parte dei casi sufficienti a sostenere lo sviluppo delle imprese industriali. Perché in una fase di intenso e rapido mutamento tecnologico e di elevata incertezza sul rischio e sul rendimento di nuovi investimenti, è plausibile ipotizzare che gli istituti di credito fossero riluttanti a finanziare progetti. La principale conseguenza dell’affermazione del sistema di fabbrica fu una trasformazione della struttura del capitale, si invertì il rapporto tra capitale circolante e capitale fisso.
Il secolo britannico
Il primato britannico può essere spiegato dalla favorevole dotazione di risorse naturali disponibili o in elementi diversi di tipo istituzionale, sociale e politico. Carbone, ferro, energia idraulica costituivano in effetti risorse delle quali erano dotati anche altri paesi. Una delle fonti della supremazia della Gran Bretagna sembra essere rintracciata in una superiore creatività tecnologica, riflesso di una società più fluida, disposta a conferire influenza politica e più elevato rango sociale ai nuovi ricchi provenienti dal mondo del commercio e dell’industria. In Francia e Germania più forti apparivano i valori aristocratici che attribuivano alle attività commerciali e manifatturiere un rango inferiore rispetto all’amministrazione della terra.
La Gran Bretagna fu il paese nel quale con maggiore tempestività, fin dal XVII secolo, la tutela dei diritti di proprietà sulle innovazioni venne garantita da una moderna legislazione sui brevetti. La leadership tecnologica inglese fece seguito a un periodo nel quale l’economia internazionale era stata caratterizzata dalla supremazia olandese. I Paesi Bassi sono stati scavalcati, secondo tale teoria il successo tecnologico tenderebbe a creare le basi per il suo stesso declino, così i paesi in possesso di una partnership tecnologica consolidata e dei vantaggi competitivi che hanno minori incentivi a investire risorse nello sviluppo di nuova tecnologia. Sarebbero i paesi arretrati ad avere un maggior interesse per nuovi sistemi tecnologici e organizzativi in grado di scalzare il paese leader.
L’evoluzione delle istituzioni statali tra il XVIII e il XIX secolo costituì un ulteriore elemento di supporto all’industrializzazione britannica. Per lungo tempo si è ritenuto che la rivoluzione industriale fosse espressione dell’azione spontanea delle forze sociali e che in essa il ruolo dello stato fosse quello di interferire il meno possibile con la “mano invisibile” (secondo Adam Smith). Ciò che distinse la Gran Bretagna dal resto d’Europa, non fu l’assenza di intervento da parte dello stato, ma il rapido smantellamento dello stato inefficiente di antico regime e la creazione di una moderna burocrazia di funzionari professionali, più efficienti e con compiti mirati.
L’affermazione della Gran Bretagna come primo paese industriale comportò la sua affermazione come paese leader a livello internazionale. Per comprendere le caratteristiche di tale leadership, è opportuno distinguere tra leadership tecnologica e quella economica. La prima fa riferimento alla creatività tecnologica e alla capacità di produrre innovazioni tecniche superiori in termini di efficienza. La seconda è basata sulla capacità di raggiungere livelli di produttività superiori (che dipende non solo dalla tecnologia utilizzata ma anche dall’organizzazione della produzione e dalla combinazione dei fattori di produzione).
La Gran Bretagna fu leader tecnologico della prima rivoluzione industriale. La superiorità della tecnologia britannica nei settori fondamentali era indiscussa. Tecnici e ingegneri stranieri erano inviati oltre manica nel tentativo di carpirne i segreti. Una volta abolito dal governo di Londra il divieto di esportazione per i macchinari inglesi, la tecnologia britannica conquistò i mercati stranieri. Tuttavia il vantaggio goduto dalla Gran Bretagna per quanto riguarda efficienza e produttività nell’agricoltura e nei servizi (finanziari e commerciali) le garantì una salda leadership economica internazionale fino alla metà del XIX secolo.
La formazione di tali divari in termini di produttività è considerata dagli economisti il fattore di accelerazione e recupero. L’idea è che nel momento in cui un’ondata di innovazione apre la strada a una nuova epoca di sviluppo industriale, il paese in grado di produrre la tecnologia di base tende ad accumulare un vantaggio relativo rispetto agli altri, grazie a una superiore capacità di incrementare il flusso di microinvenzioni necessario a migliorare l’efficienza economica. Dopo che questi ultimi si siano rivelati in grado di importare e adattare la tecnologia del paese leader alle proprie specificità economiche e sociali o di elaborare soluzioni alternative, le distanze tra leader e inseguitori sono destinati a ridursi.
Dal 1790 e ancor più dal 1815 le leggi sul grano introdussero elevati dazi sulle importazioni di cereali, con l’intento di proteggere i proprietari terrieri dalle conseguenze della caduta dei prezzi. Questa politica venne abbandonata nel 1846 in seguito alle proteste degli industriali e delle classi urbane. Uno degli aspetti più eclatanti della supremazia internazionale dell’economia inglese fu il dominio assoluto conquistato nei trasporti navali e commerciali e nei servizi a essi collegati, come le assicurazioni marittime e i servizi bancari. Nella prima metà dell’800 le grandi banche inglesi specializzate nel finanziamento del commercio internazionale, estesero la loro presenza nelle Americhe e in Asia, diventando le prime imprese multinazionali. Lo stesso periodo vide l’affermazione di Londra come principale centro finanziario mondiale. Cospicui flussi di capitali inglesi finanziarono una parte rilevante del boom degli investimenti ferroviari negli Stati Uniti e nell’Europa continentale. I movimenti di popolazione furono dominanti nel ‘700 e nei primi dell’800 dal traffico degli schiavi di origine africana, gestita da mercanti inglesi e francesi.
Le caratteristiche della crescita
Le stime hanno rilevato che la crescita del Pil fu più lenta di quanto ipotizzato in passato e che l’accelerazione della produzione industriale si verificò solo successivamente al 1830. Tali risultati hanno rafforzato una nuova visione gradualistica che sottolinea la lentezza con la quale i mutamenti intervenuti nella tecnologia e nell’organizzazione produttiva tendono a riflettersi nelle statistiche economiche. In questa prospettiva l’industrializzazione tende a essere vista come un processo complesso e prolungato di trasformazione generale dell’economia.
Controverse appaiono le valutazioni in merito al ruolo svolto dalla domanda. Alcuni storici si sono spinti fino al punto di teorizzare l’esistenza di una vera rivoluzione dei consumi negli anni successivi al 1760. In realtà è opinione prevalente tra gli storici che l’impatto di elementi come la capacità di consumo e la crescente diversificazione della domanda di beni di consumo non debba essere sopravvalutata. L’accresciuta domanda di beni di consumo fu limitata a poche merci essenziali. Il consumismo fu un fenomeno caratteristico delle classi medie (commercianti e professionisti) indirizzato verso prodotti di importazione.
Negli anni tra il 1840 e il 1870 un gruppo ristretto di paesi, Belgio, Svizzera, Francia...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.