RELAZIONE
“STORIA DI IQBAL”
Di Francesco D’Adamo
Corso di laurea in lettere moderne
a.a. 2010-2011
di Iqbal”
“Storia è un libro scritto in un linguaggio semplice, per bambini. Ma è
una storia toccante, una storia di bambini da cui molti adulti dovrebbero
Francesco D’Adamo, 2001
prendere esempio. L’autore del libro è che nel scrisse
Iqbal Masih,
la storia di questo bambino coraggioso, la vera storia di pakistano
ucciso nel 1995, a soli 13 anni, dalla “mafia dei tappeti”.
Nella premessa Francesco D’Adamo dice che la storia che ha scritto non è una
storia triste, come molti la descrivono, ma una storia di come si conquista la
libertà. È un libro che racconta una storia bellissima da leggere, anche se dura e
a tratti triste da leggere, ma è una storia che fa rinascere desideri di libertà, che
offre un grande esempio di un bambino davvero fuori dal comune (o forse no?),
una storia che spinge a superare le paure e la pigrizia, ad uscire fuori dalle nostre
case e dalla monotonia di tutti i giorni per cercare un futuro migliore; è una storia
che fa capire che nel mondo il problema della schiavitù non è risolto, ma nascosto
sotto altre forme, e molti bambini vivono ancora in condizioni disumane.
Il protagonista del libro è, appunto, Iqbal, ma la storia è raccontata da una sua
Fatima,
coetanea, che ricorda la vicenda del suo amico, tornando a pensare al
passato dopo vari anni. D’Adamo specifica nella premessa che il personaggio di
Fatima è inventato, così come gli altri personaggi amici del piccolo Iqbal (Salman,
Maria, Alì…), ma lui crede fermamente che bambini come loro ci saranno
sicuramente stati accanto a Iqbal. Anche l’ambientazione, il Pakistan, è inventata:
l’autore la immagina e la descrive grazie alla sua fantasia. Per il resto la storia è
vera, gli avvenimenti sono realmente accaduti nel Pakistan degli anni novanta.
Nel primo capitolo Fatima è in Italia, ha 16 anni, o forse 17, lei stessa non lo sa
con certezza; dice addirittura di essere troppo vecchia e che alla sua età dovrebbe
già essere sposata ed avere dei figli. Già questo è indizio di come la sua cultura
consideri i ragazzi alla sua età: invece di essere a scuola, loro dovrebbero lavorare
per aiutare la famiglia e nel caso di Fatima, essendo una donna, lei dovrebbe
avere già avere una famiglia sulle spalle. È in Italia e lavora presso una famiglia
insieme ai suoi fratelli, ma la frase che colpisce è “là stavo male, qua non sto
bene”: in Pakistan era una schiava, era sfruttata e maltrattata, e ora ha una casa,
sta bene ma non si sente accettata, è una immigrata, per giunta si capisce dalle
sue parole che è clandestina, si sente trasparente agli occhi del popolo italiano.
Forse questo è quello che provano gli immigrati che giungono in paesi stranieri,
una condizione di isolamento, di estraneità, di diversità sicuramente rispetto agli
altri.
Ed è qui ch