Relazione "Storia di Iqbal" di Francesco D'Adamo
Introduzione
"Storia di Iqbal" è un libro scritto in un linguaggio semplice, per bambini. Ma è una storia toccante, una storia di bambini da cui molti adulti dovrebbero prendere esempio. L'autore del libro è Francesco D'Adamo, che nel 2001 scrisse la storia di questo bambino coraggioso, la vera storia di Iqbal Masih, pakistano ucciso nel 1995, a soli 13 anni, dalla "mafia dei tappeti".
Premessa dell'autore
Nella premessa, Francesco D'Adamo dice che la storia che ha scritto non è una storia triste, come molti la descrivono, ma una storia di come si conquista la libertà. È un libro che racconta una storia bellissima da leggere, anche se dura e a tratti triste, ma è una storia che fa rinascere desideri di libertà, che offre un grande esempio di un bambino davvero fuori dal comune (o forse no?), una storia che spinge a superare le paure e la pigrizia, ad uscire fuori dalle nostre case e dalla monotonia di tutti i giorni per cercare un futuro migliore; è una storia che fa capire che nel mondo il problema della schiavitù non è risolto, ma nascosto sotto altre forme, e molti bambini vivono ancora in condizioni disumane.
Protagonisti e ambientazione
Il protagonista del libro è, appunto, Iqbal, ma la storia è raccontata da una sua coetanea, Fatima, che ricorda la vicenda del suo amico, tornando a pensare al passato dopo vari anni. D'Adamo specifica nella premessa che il personaggio di Fatima è inventato, così come gli altri personaggi amici del piccolo Iqbal (Salman, Maria, Ali…), ma lui crede fermamente che bambini come loro ci saranno sicuramente stati accanto a Iqbal. Anche l'ambientazione, il Pakistan, è inventata: l'autore la immagina e la descrive grazie alla sua fantasia. Per il resto la storia è vera, gli avvenimenti sono realmente accaduti nel Pakistan degli anni novanta.
Capitolo iniziale
Nel primo capitolo Fatima è in Italia, ha 16 anni, o forse 17, lei stessa non lo sa con certezza; dice addirittura di essere troppo vecchia e che alla sua età dovrebbe già essere sposata ed avere dei figli. Già questo è indizio di come la sua cultura consideri i ragazzi alla sua età: invece di essere a scuola, loro dovrebbero lavorare per aiutare la famiglia e nel caso di Fatima, essendo una donna, lei dovrebbe avere già una famiglia sulle spalle. È in Italia e lavora presso una famiglia insieme ai suoi fratelli, ma la frase che colpisce è “là stavo male, qua non sto bene”: in Pakistan era una schiava, era sfruttata e maltrattata, e ora ha una casa, sta bene ma non si sente accettata, è una immigrata, per giunta si capisce dalle sue parole che è clandestina, si sente trasparente agli occhi del popolo italiano. Forse questo è quello che provano gli immigrati che giungono in paesi stranieri, una condizione di isolamento, di estraneità, di diversità sicuramente rispetto agli altri.