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Eshan Khan li porta tutti alla sede del Fronte, qui i bambini hanno una casa, un

letto, cibo in quantità e possono giocare liberamente. Fatima chiama questo

periodo “la primavera dell’aquilone”: l’aquilone è un motivo corrente per tutto il

libro, è il simbolo della libertà, prima cercata fortemente e poi arrivata. Iqbal

durante i suoi discorsi con Fatima di notte nella fabbrica le prometteva spesso

che l’avrebbe portata a giocare con l’aquilone, una volta liberi. E infatti mantiene

la promessa, non appena sono liberi di giocare alla sede del Fronte.

È qui che Francesco D’Adamo esalta l’istruzione come modo per essere liberi ed

emanciparsi: Iqbal decide, infatti, di voler studiare e di diventare avvocato, vuole

liberare tutti i bambini schiavi come lo era stato lui, vuole diventare un attivista

del Fronte; capisce che lo studio rende liberi perché consapevoli, solo

combattendo l’ignoranza si può combattere la violenza. E, nonostante qualche

titubanza da parte di Eshan Khan nel tenerlo alla sede del Fronte e farlo

partecipare attivamente, la tenacia e il coraggio di Iqbal prevalgono: parla quasi

sfacciatamente con gli adulti di questioni anche più grandi di lui, legge libri,

segue ragionamenti, impara ad usare la macchina fotografica: a poco a poco

diventa uno dei più importanti membri del fronte, s’infiltra in fabbriche di tappeti,

di mattoni, ecc. fotografando altre terribili situazioni, fa chiudere diverse

fabbriche dove si sfrutta il lavoro minorile, liberando circa 200 bambini.

Eshan Khan diventa un padre per Iqbal, è orgoglioso di lui. Insieme vogliono

denunciare gli sfruttatori dei bambini. «Loro si ingrassano nel silenzio e

nell’ignoranza», dice Eshan Khan e per questo Iqbal decide di fare, davanti a tutti,

i nomi degli sfruttatori, per rompere il silenzio. Alla fine Iqbal riceve anche la

borsa di studio a Boston e il premio “Gioventù in azione”: ora inizia a viaggiare e

0tutto il mondo lo conosce e prende atto della situazione drammatica di migliaia

di altri bambini come lui. Iqbal comincia a tenere, infatti, anche una serie di

conferenze internazionali sensibilizzando l'opinione pubblica mondiale sui diritti

negati ai bambini nel suo paese e contribuendo al dibattito sulla schiavitù

mondiale e sui diritti internazionali dell'infanzia. Nessuno nel mondo potrà dire

“non mi riguarda” perché Iqbal comincia a gridare a tutto il mondo, a soli dodici

anni, che non tutti i bambini hanno la fortuna di poter vivere la loro infanzia con

la spensieratezza che caratterizza quest’età.

In una conferenza a Stoccolma afferma:

"Oggi voi siete liberi ed anch’io sono libero. Sfortunatamente i padroni del

business dove lavoravo ci dissero che è l’America che chiedeva di

schiavizzare i bambini. Agli americani piacciono i tappeti, le coperte, gli

asciugamani a poco prezzo che noi facciamo. Quindi loro vogliono che il

lavoro schiavizzato vada avanti. Io mi appello a voi che fermiate le persone

dall’usare i bambini come manodopera perché i bambini hanno bisogno di

una penna piuttosto che strumenti di lavoro. I bambini lavorano con questi

strumenti”.

Inizia quindi un nuovo periodo della vita non solo di Iqbal, ma anche di Fatima

che durante i viaggi dell’amico, ritorna dalla sua famiglia: sente che qualcosa sta

cambiando. Infatti dopo giorni di silenzio le arriva una lettera: la lettera che

Maria

chiude il libro, in cui la piccola le dà la triste notizia della morte di Iqbal,

ucciso dalla mafia dei tappeti forse proprio perché stava cominciando ad essere

un personaggio scomodo per quei padroni che sfruttavano l’innocenza dei

16 aprile 1995,

bambini. Iqbal muore il del il giorno di Pasqua, proprio quando è

pieno di progetti per il futuro quando stava riuscendo nella sua impresa:

un’automobile lo uccide, mentre, nella sua città natale Muridke, nella zona di

Chapa Kana, vicino a Lahore, si stava recando in bicicletta in chiesa. Ma non si

saprà mai chi siano stati i colpevoli, infatti il processo che vede imputati gli

esecutori materiali dell'omicidio, non chiarisce del tutto i dettagli della vicenda,

sebbene appare certo che il suo assassinio è stata opera di sicari della locale

"mafia dei tappeti". La polizia pakistana, molto probabilmente corrotta da tale

mafia, scrive nella sua relazione: «l'assassinio deriva da una discussione tra un

contadino ed Iqbal». Dei testimoni hanno però affermato di aver visto una

macchina dai finestrini oscurati avvicinarsi a lui mentre era in bici e qualcuno al

suo interno aprire il fuoco contro Iqbal.

Ma la lettera di Maria non si conclude con la tristezza della morte bensì con un

messaggio di speranza: ora sono molti i bambini che non hanno più paura di

denunciare i loro padroni, ora migliaia di piccoli Iqbal rompono il silenzio e

lottano per liberare gli schiavi del Pakistan e del Mondo. Solo raccontando e

ricordando la storia di questo bambino coraggioso la memoria non andrà persa.

Iqbal diventa un simbolo e quasi un modello da imitare, l’eco della sua storia

Cinzia Th Torrisi

arriverà in tutto il mondo, tanto che realizza anche un film nel


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DESCRIZIONE APPUNTO

Relazione sul romanzo "Storia di Iqbal Masih" di D'Adamo, in cui vengono analizzati i seguenti argomenti: la biografia, il contesto sociale e familiare in cui è vissuto, la costrizione a lavorare ingiustamente come uno schiavo, i vari tentativi di fuga, le punizioni, la libertà e la serie di conferenze internazionali che sensibilizzarono l'opinione pubblica mondiale sui diritti negati ai bambini e l'assassinio a 13 anni, mentre si stava recando in bicicletta in Chiesa nei pressi della casa di sua nonna.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture del mondo moderno
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniel Bre di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ravenna Anna Rita.

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