Storia dell'estetica occidentale
Estetica antica
Armonia e techne nel pensiero mitico dell'antica Grecia
Estetica deriva dal greco aisthesis che significa sensazione, ed è legata ai concetti elaborati dall'antica Grecia. Nell'antichità, il "Bello" aveva valenze di carattere cosmologico, religioso e etico-sociale. Per i Greci, il bello era sinonimo di armonia, rappresentando l'ordine dell'universo e un equilibrio. Esisteva un legame tra il bello e la natura, poiché la natura era considerata bella e identificata con la luce. Conoscere significava cogliere i principi a livello intellettuale che sottendono l'ordine cosmico e quindi la bellezza, indissociata dal Bene. Era connesso con la giustizia e aveva un carattere divino. Il bello come armonia aveva radici nel pensiero mitico, espresso nella teogonia di Esiodo. La bellezza raccoglie l'intero universo nell'unità di una forma. Il bello è grazia e dominio dell'ordine sul caos. Sul piano etico, la bellezza è il rifulgere di una virtù.
Il principio dell'arte non è la semplice produzione di bellezza. L'arte, detta techne, ha un carattere poietico. Architettura, pittura e scultura si distinguono da poesia, musica e danza, che rientrano nell'ambito della mousike. Sono arti musive e un dono divino, mosse da entusiasmo, ovvero esaltazione spirituale, che avviene nel musicista. L'arte divinatoria, pari all'astrologia, mira a ricondurre tutto quanto avviene nel mondo e a rivelare l'ordine. La poesia agisce sull'anima con un potere psicagogico, accordandola alla legge di Zeus. La musike ha una funzione politico-sociale, instaurando nell'animo l'armonia necessaria alla pace sociale, con un valore purificatore. Musica e danza erano usate nei riti orfici. Per i Greci, l'arte era mimesis, ovvero imitazione. La dimensione tecnica imponeva il principio della mimesis, agendo conformemente a un canone formulato da Policleto e Vitruvio in De Architectura. Utilizzavano la proportio, un sistema numerico alla base dell'ordine. L'imitazione della natura non era una semplice copia, ma un rispecchiamento dell'ordine divino insito nel cosmo, facendo apparire belli quegli elementi perché inscritti nell'ordine divino della natura.
Edonismo e convenzionalismo estetico nei sofisti
I sofisti misero in crisi la concezione presocratica del bello. La bellezza perse il carattere di oggettività. Protagora individuò nel sentimento di piacere il principio del bello, negando l'esistenza di un criterio oggettivo. I sentimenti, secondo lui, dipendevano dalla conformazione psicofisica e dall'educazione dell'individuo. Il bello assumeva quindi una valenza solo edonistica. L'arte era vista come un puro artificio tecnico-formale, slegato dalla mimesis, come testimonia il dialogo platonico "Protagora". Alcune arti erano finalizzate alla produzione di cose utili, mentre altre si dedicavano alla creazione di oggetti inutili volti a suscitare piacere, esaltando il potere edonistico della forma, indipendentemente dal contenuto vero o falso. L'arte era considerata unicamente per il suo potere seduttivo, in particolare la poesia.
Gorgia valorizzava la poesia, considerandola un linguaggio che produce realtà artificiale. Il linguaggio non rispecchiava l'essere ma produceva un significato, con una capacità produttiva del linguaggio che istituiva una nuova realtà. Aveva la capacità di agire sull'anima. La poesia era poiesis, un potere seduttivo capace di trasferire l'uomo in un mondo incantato, definito errore per l'anima. Le era attribuito un potere psicagogico, svuotato però del carattere etico, con lo scopo di eccitare le passioni, come nell’"Encomio di Elena". Democrito sviluppò una teoria relativistica del bello, secondo cui i principi ultimi della realtà erano gli atomi. Le sensazioni prodotte per contatto fisico dipendevano dalla forma dell'oggetto percepito e dagli organi di senso, risultando da un'interazione tra soggetto e oggetto. Il bello era dunque un valore puramente relativo al soggetto percipiente. Secondo Democrito, avevamo imparato dagli animali tutte le attività più importanti. L'arte conservava un legame con la mimesis, mantenendo una dipendenza dalla natura, ma se ne distanziava in quanto tecnica produttiva capace di creare oggetti inesistenti nella realtà. L'arte sopperiva alle mancanze naturali dell'uomo, risultando necessaria e superflua, con una natura ingannevole e un potere magico.
Platone: bello come splendore del vero e ambiguità della mimesis
Il bello ideale fu ripreso da Platone per svilupparlo in forma di idea, una perfezione assoluta che risiedeva nel mondo trascendente dell'iperuranio. L'idea del bello era una conoscenza innata, poiché l'anima, prima di incarnarsi, viveva nell'iperuranio e aveva contemplato il mondo delle idee. L'idea del bello era definita come luce, splendore del vero e del bene. La bellezza era il modo di apparire del bene e del vero, introducendo alla loro conoscenza. Unica tra le idee, era immediatamente accessibile a uno dei nostri sensi, ovvero la vista. La bellezza sensibile ridestava nell'anima il ricordo del mondo ideale e il desiderio di ritornarvi, definito eros, una mancanza. Eros era un demone creato da povertà e espediente. L'esistenza umana si collocava tra il fluire delle belle forme sensibili e la ricerca del bello intelligibile. Il bello derivava dal verbo kalein, che significa "nominare", e aveva la capacità di chiamarci a sé.
Nel "Simposio", la ricerca erotica del bello era vista come un movimento ascendente che, dall'amore per un singolo corpo bello, passava all'amore per la pluralità dei corpi, per l'anima, per la politica e per la scienza, conducendo a un'ascesa dal sensibile all'intelligibile. L'indeterminatezza del bello era pura intelligenza. Si riconosceva il molteplice manifestarsi del bello, anche dall'alto al basso. Il bello si manifestava come proporzione, un principio che informava la realtà e permetteva di realizzare un'armonia tra le parti. Il poeta, mosso da entusiasmo ovvero amore per il bene e il vero, era un medium tra il mondo umano e divino. Esisteva un parallelismo tra entusiasmo poetico e eccitamento erotico. La poesia era resa bella dall'amore per il bene e il vero, che le impediva di ingannare. Aveva una funzione pedagogica, educando i guerrieri che difendevano lo stato ideale. Non tutte le forme di musica e poesia erano ammesse; solo la poesia tragica o omerica e solo armonie dorica e frigia. Era un'opera di cesura, poiché la musike educava i guerrieri ad amare il bello, predisponendoli al bene e alla conoscenza.
Nella "Repubblica", Platone criticava tuttavia la poesia per la pretesa di mostrare direttamente la verità, che in realtà produceva. Il pittore era visto come un volgare imitatore, che imitava le idee. La pittura era un'imitazione di imitazione. Il pittore presuntuoso confondeva la verità con l'apparenza, un effetto ottico. I poeti imitavano le passioni umane. Nel "Sofista", le arti erano divise in arti ctetiche, volte ad acquisire qualcosa già presente in natura, e arti poietiche, finalizzate alla produzione di cose inesistenti. Esistevano due forme di mimesis: icastica e fantastica, che modifica i rapporti.
Aristotele: arte come mimesis tra piacere e conoscenza
In Aristotele, il bello perdeva l'idea platonica di idealità trascendente e si identificava con la bellezza formale, riconoscibile solo quando una cosa raggiungeva la sua interna perfezione. Le idee erano immanenti alla realtà e costituivano il fine stesso delle cose di cui erano la forma. L'individuo era sempre un sinolo tra materia e forma. Una cosa era bella quando realizzava perfettamente la sua finalità. Connessione di piacere e conoscenza, percepire come bello significava riconoscere che aveva raggiunto pienamente il suo fine interno. Una cosa bella doveva possedere anche meghetos, ovvero una grandezza adeguata alle nostre facoltà sensibili. Doveva essere limitata.
L'arte era mimesis della natura, agendo nello stesso modo in cui opera la natura, ordinatamente in vista di un fine. Un prodotto artificiale non aveva in sé il principio della propria produzione, richiedendo una causa esterna, ma l'artefice doveva comunque obbedire alle istanze della materia che lavorava. L'arte era propriamente techne. Nella "Poetica", Aristotele definiva la poesia come una rappresentazione mimetica delle azioni umane, da cui trarre insegnamenti esemplari. La tragedia metteva in scena azioni di uomini migliori di noi. L'opera tragica aveva come aspetto centrale il mithos, ovvero l'intreccio del racconto, e acquisiva carattere di opera d'arte poiché condivideva le stesse proprietà del bello. Accordava alla mimesis poetica un equilibrio tra verità e finzione, finzione verosimile. La partecipazione emotiva creava un'operazione cognitiva. La tragedia suscitava pietà e terrore, toglieva l'apparente irrazionalità del destino, mostrando che l'eroe soccombette perché non aveva chiare le conseguenze del proprio agire. La sua unica colpa era l'ignoranza. La tragedia faceva riflettere su se stessi e purificava in senso conoscitivo attraverso il piacere dell'imitazione. Il piacere estetico suscitato dalla mimesis aveva una natura intellettuale. L'imitazione artistica permetteva di rendere intelligibile la cosa.
Plotino: l'esperienza estetica come conoscenza mistico-metafisica
Plotino riprese l'idea platonica del bello come splendore dell'idea intelligibile, trasformando l'estetica in un'esperienza di carattere mistico che faceva dell'anima un'unità col divino e sottraeva il bello alla dimensione di ordine e misura. La bellezza esprimeva la ragione divina del mondo. Ricondurre la bellezza al principio divino da cui proveniva, ovvero l'Uno. Da esso procedeva l'intelletto e poi l'anima. Il bello consisteva nella visibilità di una forma ed era il tralucere dell'eidos intelligibile nella materia. Il bello era un segno di forma unificante e non poteva essere identificato in simmetria o proporzione. La bellezza permetteva all'animo umano di scoprire la radice spirituale e ultrasensibile di sé e di tutte le cose. Colpito dal bello, l'animo umano si allontanava dal corpo e si rivolgeva al bello intelligibile fino a trasformarsi in pura contemplazione dell'eidos. L'eidos era come una luce da luce. Era un cammino che andava oltre le pure forme, fino all'Uno, definito come luce, che è il principio di ogni forma. L'Uno non ha forma e l'anima deve diventare una cosa sola con lui. Il bello si trasformava nella traccia del senza forma. Il bello trovava specificità nell'arte. L'arte era mimesis di un'idea presente nella mente dell'artista. L'artista partecipava dell'Uno, potenza di tutte le cose, conferendo forma e unità alla materia attraverso l'intelletto da cui procedeva. Era un'ispirazione divina, non solo tecnico-produttiva. La forma messa in opera rimandava all'Uno. In quanto imitazione delle idee intelligibili, l'arte assumeva una dimensione gnoseologica metafisica, spogliando il mondo della sua apparente molteplicità e riuscendo a esprimere la presenza dell'Uno. Il bello artistico era comunque inferiore al bello ideale, poiché la bellezza dell'opera non dipendeva dalla materia ma dalla forma e dalle concrete disposizioni su come doveva essere rappresentato un oggetto.
Estetica medievale
Caratteri generali dell'estetica medievale
Il Medioevo era permeato dalla religione cristiana e introduceva il concetto di creazione, non più demiurgo. L'universo aveva valore solo in rapporto a Dio e doveva riempire di devozione. Ci si basava sulle sacre scritture. Il mondo aveva un significato che andava oltre l'apparenza delle cose sensibili. Ogni cosa percepita con i sensi era un'allegoria o simbolo di Dio. La realtà era piena di sovrasensi. La legge dell'analogia serviva per la lettura del mondo. Il mondo, in quanto opera divina, recava segni del proprio artefice; Dio aveva riflesso nelle cose le proprietà del suo essere, evidenziando la somiglianza tra sé e la sua opera. La concezione medievale del bello considerava la bellezza come appartenente a un mondo creato da Dio, inclusa tra i "trascendentali". Il bello non era soggettivo ma oggettivo. Il mondo era bello in quanto opera divina, e la bellezza ci parlava continuamente di Dio, invitandoci a cogliere il fondamento immateriale da cui proveniva il creato. Ammirare l'inesauribile potenza creatrice di Dio. Dalla bellezza sensibile si risaliva a Dio stesso.
Agostino e Dionigi l'Aeropagita rielaborarono in senso cristiano la tradizione neoplatonica. Agostino considerava il bello come armonia fondata sulla consonantia, ripreso dalla Bibbia. Il mondo era visto come un ordine matematico, con una tensione di tutto il creato verso il creatore. Il bello consisteva nella luce o claritas, ripreso dalle sacre scritture, poiché niente era più bello della luce. La cultura medievale negava all'artista umano qualsiasi forma di creazione, prerogativa esclusiva di Dio. Teofilo, nel suo trattato medievale sulle tecniche artistiche, affermava che l'uomo lavorava sotto la guida dello Spirito Santo. Per i medievali, l'arte era un dono di Dio, con un ruolo servile per l'artista, la cui ispirazione era sempre opera di Dio. L'opera di Dio stimolava l'ingegno umano, che non poteva mai eguagliare la divina perfezione. L'arte aveva una funzione di guida spirituale, con un fine pedagogico-contemplativo, rendendo la percezione estetica dei suoi prodotti un tutt'uno con la disciplina religiosa che doveva ispirare la vita di ogni uomo. L'arte era dedicata alla lode di Dio. Lo sviluppo delle cattedrali gotiche esprimeva uno slancio dell'anima diretta a Dio. La pittura doveva illustrare le sacre scritture per svolgere nei fedeli analfabeti una funzione catechetico-didattica. Importanza fondamentale era lo studio delle arti della parola (trivio), che costituivano la filosofia, considerata un sapere preparatorio alla teologia. La poesia era utile per l'apprendimento della Bibbia. La somiglianza tra Dio, artefice della natura, e il poeta, divinamente ispirato come teologo, era sottolineata. Lo studio della poesia preparava all'esegesi della Bibbia, proteggendo le sublimi verità divine del creato da possibili danni di volgarizzazione. La musica rientrava nel quadrivio, una delle più alte discipline filosofiche, considerata scienza dell'armonia cosmica. Unica pratica non servile era il canto gregoriano liturgico. Gli strumenti artificiali e il canto profano erano condannati perché fondavano il loro valore solo sul piacere sensibile, trattenendo l'anima nel terreno. C'era diffidenza nei confronti del suono sensibile.
Le basi filosofico-teologiche dell'estetica medievale
Agostino, padre indiscusso della Chiesa, considerava la bellezza un tema centrale. Distinse la bellezza sensibile da quella intelligibile, riprendendo Platone. Agostino, all'origine del neoplatonismo, concepiva la bellezza come claritas di una species o forma intelligibile che custodiva la verità interiore della cosa. Per riconoscere la verità della bellezza era necessario un atto intellettuale. La classica idea di bello come simmetria e proporzione era vista nel rapporto tra numero e bellezza, poiché il numero era riconosciuto come principio generativo e costitutivo di ogni essere. Niente poteva essere brutto perché rientrava nell'ambito divino. Nel mondo terreno, le cose si presentavano in forma adombrata, mai nel vero splendore. Il diletto provocato dal bello si trasformava in una fuga dalla regio dissimilitudinis, che era il nostro mondo finito e corporeo. La bellezza aveva la propria genesi in Dio e l'aspirazione di tutto il creato era verso l'unità perfetta e indivisa di Dio. L'estetica aveva una struttura teocentrica. La conoscenza intellettuale coincideva con la purificazione spirituale, portando l'anima a ricongiungersi con Dio.
Dionigi l'Aeropagita, altro riferimento nell'estetica medievale, era identificato con l'ateniese Dionigi, convertitosi al cristianesimo dopo le predicazioni di San Paolo. Rafforzava l'autorità di Platone e il trascendentalismo estetico. La trascendenza poneva Dio al di là di ogni configurazione corporea e anche di ogni definizione concettuale. Dio, assoluto, risplendeva di bellezza, come luce perenne. L'universo era un'irradiazione molteplice di luce assoluta. Dio rappresentava il fine di ogni bellezza, una grandiosa teofania, poiché ogni cosa era un riflesso della bellezza sovraceleste. La bellezza assoluta era presente solo in modo figurato, poiché niente rivelava veramente Dio, che era al di là di ogni immagine o nome, conosciuto solo attraverso la negazione di ogni sua immagine o nome, in una teologia negativa. La concezione del mondo come manifestazione divina aveva origine nell'arte bizantina delle icone, che fiorì a Costantinopoli. L'immagine era così sacra da renderla una manifestazione divina. L'icona ci conduceva a Dio, in una teologia per immagini con uno sfondo d'oro.
Estetica scolastica del XIII secolo: tra neoplatonismo e aristotelismo
La natura allegorica era prevalente. In Occidente giunsero studi di ottica greca e araba, che diffusero l'idea della luce in base a leggi geometriche. Robert Grosseteste e Roger Bacon svilupparono una metafisica della luce, che coniugava la prospettiva qualitativa e quantitativa del bello. Alla scuola di Oxford, la luce divenne il principio cardine della filosofia della natura. Grosseteste descrisse un duplice bello come luce e proporzione. Basandosi su studi di ottica, il primo atto della creazione originava da un punto luminoso inesteso. La luce era intesa come sostanza corporea. Attraverso la propagazione della luce si generava l'intera realtà corporea, producendo dimensioni e volumi. L'universo era creato da un unico flusso di luce da cui derivavano i volumi geometrici delle cose, oltre a sfumature e colori. La luce era la ragione dell'essere materiale e del suo ordine, oltre a essere il principio della bellezza. Era la condizione del manifestarsi del bello. La luce era la bellezza nella sua massima espressione fisica, avvicinandosi al bello in sé e quindi a Dio, conducendo a una contemplazione mistico-estatica di Dio. Dio stesso era luce.
Un diverso orientamento era presente nell'ambito francescano a Parigi, dove il carattere allegorico della bellezza del mondo era evidenziato. Bonaventura, francescano, affermava che la luce era una qualità divina, e solo Dio era autentica luce. Attribuiva all'arte la funzione di trasformare ciò che già esisteva, poiché l'opera nasceva comunque nella mente dell'artista, evidenziando l'aspetto ideativo dell'arte. Frutto di immaginazione, l'uomo prolungava l'attività di Dio. I francescani erano in ambito neoplatonico, diverso dai domenicani. Alberto Magno, nell'incontro con il pensiero di Aristotele, sosteneva che le idee di tutte le cose, seppur esistenti nella mente di Dio, dovevano essere pensate anche come esistenti nella realtà materiale, presentandosi come forme connesse alla materia. La luce era concepita come splendore di una forma sostanziale o essenza. La simmetria era la manifestazione di un intimo ordine che trovava nell'essenza il suo principio formale. I corpi erano belli quando la loro essenza traspariva pienamente dalla loro apparenza sensibile. Esteticamente, si privilegiava la forma e non la sua unità con la materia. La claritas definiva il risplendere di una forma in senso platonico.
Tommaso d'Aquino, domenicano, rappresentava la summa del pensiero medievale. Egli distingueva l'essenza dall'esistenza. L'essenza, ovvero "ciò che è una cosa", per realizzarsi aveva bisogno dell'intervento personale di Dio. Dio era essere, e ogni cosa creata aveva l'essere. Nell'esistere di una cosa, l'essenza realizzava a pieno la sua natura. Il bello era il splendore della forma riferita al suo vivente incarnarsi con la materia. Tre erano i caratteri del bello: 1. Proportio, 2. Integritas, 3. Claritas. Il primo era la piena adeguazione di una cosa a se stessa, alla sua funzione. Il secondo riguardava la presenza in un corpo di tutte le parti che concorrevano a definirlo come tale. Il terzo carattere si realizzava nella compiuta realizzazione materiale di proportio e integritas, formando un'unitaria claritas. Il bello come splendore della forma nasceva dall'interno delle cose stesse. Estetica della forma.
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