Storia dell'estetica occidentale
Il bello come armonia
L'estetica come trattazione dei problemi connessi alla percezione del bello naturale e artistico, è certamente una disciplina che si definisce nella cultura filosofica europea. La sua stessa genesi implica il suo significato ("estetica" deriva dal termine greco àisthesis cioè "sensazione", "percezione"). Il termine "bello" nell'ambito del pensiero antico il suo equivalente semantico era tò kalòn ovvero aveva un carattere cosmologico. Per i Greci il bello è principalmente harmonìa ossia "ciò che è ben congiunto", il bello manifesta soprattutto l'ordine dell'universo, cioè un tutto ordinato e quindi armonico. Da qui il legame tra bello e natura, che è costitutivamente bella.
Il bello è anche identificato con luce o splendore che permette di conoscere al di là dei sensi, la trama intelligibile del mondo quindi legame tra bellezza e verità. Il bello è al tempo stesso legato al bene. I Greci pensavano che conquistare il bene significasse per l’uomo conformare il proprio carattere e la propria condotta all’ordine armonico della natura. Il bello è strettamente connesso con la giustizia: il giusto ordine della città non è altro una traduzione in termini sociali del perfetto ordine del cosmo. Il bello veniva considerato come accadimento divino. Secondo il mito il bello prima di essere una proprietà dell’arte è una caratteristica della natura, tutti questi aspetti sono ben espressi nella Teogonia di Esiodo.
La bellezza è dunque un attributo divino ad (Afrodite) nell’effondere gioia e incanto, è propriamente quella riconciliazione delle forze della natura che non solo permette di riconciliare l’intero universo di una forma, ma conferisce a ogni cosa la sua stessa forma. Come tale, essa è ciò che illumina e dà luce alle cose. Il bello è propriamente “grazia” riconciliatrice che suscita piacere e incanto.
Sapere relativo alla trama intelligibile dell’essere che risiede al di là dell’apparente disordine dei fenomeni e che coincide con la verità e il bene.
La nozione greca del bello
La nozione greca del bello come armonia costituisce anche il principio dell’arte la quale, pertanto, non è semplice produzione della bellezza esteticamente intesa. In riferimento all’arte il termine è sinonimo di “utile” cioè “adatto a uno scopo”, poiché i greci non scindono l’arte dalla tecnica (l’arte è appunto tecnica). Il termine téchne indica ogni attività umana che, connessa all’uso delle mani e alla trasformazione fisica di materiali, abbia carattere poietico, cioè produttivo e risulti fondata, da un lato, sulla coscienza delle regole e dei procedimenti atti a produrre determinati manufatti e, dall’altro, sulla capacità, migliorabile con l’esercizio, di mettere efficacemente in pratica tali regole e procedimenti.
Rientrano in questa tecnica: l’architettura, la scultura e la pittura. Si differiscono dalla poesia, dalla musica e dalla danza, considerate insieme alla storia e all’astronomia, rientrano nell’ambito della mousike. Queste ultime sono le arti musive ovvero ispirate dalle Muse. Le arti musiche sono quindi un dono divino e, come tali, sono mosse da entusiasmo, termine che significa “essere in Dio”, uno stato di esaltazione spirituale dovuta all’ispirazione divina. Il poeta, il musicista e il danzatore nascono nel segno di un’unica persona: il musico, capace di consegnare a eterna memoria ciò che altrimenti sarebbe soggetto alla morsa fatale del tempo e di vedere ciò che accadrà.
La concezione presocratica del bello
La concezione presocratica del bello viene messa in crisi nel V secolo a.C. dai sofisti. Nella loro riflessione la bellezza smarrisce la sua valenza di legge cosmica valida per tutti e, trasformata in qualcosa di essenzialmente relativo alla percezione sensibile di ognuno, perde il proprio carattere di assoluta oggettività. Protagora (486 a.C.-411 a.C.) individua nel sentimento di piacere il principio del bello. I sentimenti, essendo legati alla propria percezione sensibile, dipendono dalla conformazione psicofisica propria di ciascun uomo, la quale varia sia da individuo a individuo sia dalle situazioni in cui un determinato individuo può trovarsi.
Non esiste dunque la possibilità di stabilire un criterio oggettivo per definire la bellezza che, non avendo alcun valore conoscitivo o morale, ha solo una valenza edonistica. Un mondo artificiale, fatto ad arte, e questo significa per Protagora operare in modo diverso da come opera il mondo naturale. Alcune arti come la scultura, la pittura, la poesia e la musica hanno come scopo la realizzazione di oggetti inutili, volti unicamente a suscitare piacere. L’arte è valutata solo attraverso gli effetti che essa produce e non in base al suo contenuto morale o di verità. Tutto ciò lo identifica in particolare nella poesia, non dipende dalla mimesis ma dalla sua interna coerenza tecnico-formale, non deve più commisurarsi col mondo.
Svincolata dalla mimesis inizia ad identificare il proprio valore unicamente nel potere seduttivo di ciò che genera e fa apparire, diventando in tal modo il luogo di una consapevole finzione, di una cosciente messa in scena dell’illusione e dell’inganno.
Nemmeno per Democrito (460 a.C.-370 a.C.) il bello ha un valore soggettivo, poiché è legato alla percezione e alla sensibilità di un soggetto, che cambia da persona a persona, nel momento che i suoi atomi entrano in contatto con quelli di un’altra cosa o persona. Condivide con i sofisti l’idea che l’arte si è sviluppata all’uomo per soddisfare i propri bisogni quindi sia essenzialmente tecnica, Democrito però ne ribadisce il vincolo mimetico rispetto alla natura (uomini primitivi hanno imparato imitando dagli animali). Ma se l’arte, in quanto mimesis, mantiene la propria dipendenza dalla natura, si distanzia da essa in quanto tecnica produttiva volta a costruire oggetti non immediatamente esistenti nella realtà.
Arte si divide in necessaria e superflua (sempre per Democrito). La musica, la poesia sono nate da una sovrabbondanza, quando l’uomo aveva raggiunto un certo agio mentale ha sentito il bisogno di svagarsi. Questa sfera quindi è nata per divertire e valutata solo in base al semplice effetto di piacere che esse suscitano, indipendentemente dal contenuto che possono veicolare.
Socrate e la bellezza
Socrate (469-399 a.C.): confuta le teorie dei sofisti, constata che esistono cose belle ma non uguali tra loro, oppure una cosa può essere bella ora e non dopo. Afferma che una cosa è bella quando è conforme alla funzione o finalità che è propria (un corpo di un lottatore può essere bello mentre lotta ma non mentre corre). Il bello quindi non è qualcosa di relativo o soggettivo. Per quanto riguarda le arti figurative Socrate afferma che esse non producono qualcosa di non esistente in natura bensì immagini di cose già esistenti. Il pittore non può però trovare immagini perfette in natura (ritorna bello > armonia) quindi procede ad eliminare i difetti, dando un ideale di bellezza che sta esattamente nella loro assenza.
Platone e l'idea di bello
Platone (428-348 a.C.): Platone identifica il bello come idea, un’idea che sta al di là del mondo naturale proprio per la sua perfezione e risiede in un mondo trascendente. Il mondo delle idee ci permette di esplorare il mondo e orientarci. L’idea di bello è un’idea innata. L’anima immortale prima di incarnarsi in un corpo risiede nell’iperuranio dove esplora il mondo delle idee, e l’idea di bello si presenta luminosa e splendente, come luce che rivela all’anima il mondo ideale. Una volta reincarnata la mente si dimentica di questo viaggio ma ci sono occasioni che possono far tornare alla memoria, e proprio perché l’idea di bello ha come caratteristica l’essere splendente è immediatamente riconosciuta dalla vista! La bellezza sensibile è dunque la scintilla che ridesta l’anima, il ricordo del mondo ideale e il desiderio di ritornarvi.
Tale desiderio si configura come Eros ovvero l’amore per un bel corpo. Nel desiderare un bel corpo, il bello si rivela come l’altro che ci manca, una mancanza che, anche quando riusciamo a possedere ciò che ci ha attratto, non viene tolta. Eros è pronto a ridestarsi sempre alla vista di un altro corpo bello. Nel dire le cose belle riconosciamo la capacità del nostro intelletto di nominarle e quindi di conferire loro senso. L’idea di bello si presenta noi sotto forma di proporzione, ritorna l’armonico. Platone manifesta la propria opposizione al relativismo estetico dei sofisti. Ciò che muove il poeta è l’entusiasmo cioè quell’amore per il Bene e il Vero quindi che impedisce di ingannare e corrompere come pensavano i sofisti.
Platone sottolinea il conflitto tra poesia e filosofia: la poesia viene aspramente criticata per la sua pretesa di mostrare direttamente la verità attraverso quanto produce. Il poeta viene qui assimilato al pittore, la cui arte è paragonata alla capacità di uno specchio di riflettere in immagine ogni cosa che noi crediamo essere reale. Il pittore è dunque un volgare imitatore. Incapace di andare al di là della mera manifestazione sensibile della realtà, egli imita semplicemente in fenomeni, che sono a loro volta imitazione delle idee. La pittura è pertanto imitazione di una imitazione. Ma il pittore non è solo un volgare imitatore: è pure presuntuoso. Egli non solo confonde la verità con l’apparenza ma, pretende anche di possedere un sapere intorno a ogni cosa.
Il pittore, infatti, attraverso l’uso del chiaroscuro e della prospettiva, produce un effetto ottico tale da metterci nella condizione di non riuscire a distinguere ciò che imita dalla sua immagine fittizia, mettendo così in atto un consapevole esercizio di inganno. E così fanno i poeti. I poeti non solo trasformano la loro parola in un specchio del mondo, ma pretendono di identificare il loro saper cantare ogni cosa con un sapere a tal punto universale da poter surrogare qualsiasi altro sapere, compreso quello divino di dar vita alle cose. Essi sono meri imitatori incapaci di andare al di là dell’apparenza. Esiste anche una poesia buona nell’umile consapevolezza dell’incolmabile distanza tra il carattere divino di ciò che la ispira e il carattere comunque umano della sua parola, non nega il fatto di essere una semplice apparenza riflessa, cioè una mimesis di ciò che la anima. Abbiamo anche una suddivisione delle arti in generale.
Aristotele e il bello formale
Aristotele (384-322 a.C.): Il bello viene identificato con quella bellezza formale che diventa riconoscibile in una cosa quando questa raggiunge la sua interna perfezione. Le idee o forme non sono entità che trascendono, ma sono immanenti ad essa, costituendo il fine. La forma o idea del cane, ad esempio, non esiste separatamente dal concreto e materiale individuo cane. Ciascun individuo è dunque un’unità inscindibile di materia e forma. Aristotele sostiene che essa sarà bella nella misura in cui realizzerà perfettamente tale forma o finalità. Questa implica la presenza di un ordine come la prima proprietà che deve avere un oggetto per essere bello.
Realizzare pienamente il proprio fine interno significa per un oggetto non solo possedere tutte le componenti che definiscono la sua forma, ma anche possederle secondo la giusta proporzione. Dalla perfetta corrispondenza tra la forma esterna della cosa e la forma interna che la definisce e la costituisce come tale, consegue quella connessione di piacere e conoscenza che, secondo Aristotele contraddistingue l’esperienza del bello. Non è possibile disgiungere il piacere provato dalla percezione della forma armonica di una cosa dal riconoscimento intellettuale della forma interna che risponde alla natura di quella cosa.
Da questa intrinseca connessione di piacere e conoscenza deriva la seconda proprietà che contraddistingue una cosa bella. Tale cosa deve possedere anche una grandezza adeguata che permette alle nostre facoltà sensibili di percepirla nel suo insieme. Un oggetto dotato di ordine ma privo di una grandezza proporzionale alle nostre capacità percettive non potrà mai essere riconosciuto come bello, in quanto sarà impossibile coglierlo. Pertanto, per concludere, perché un oggetto sia bello deve essere non solo ordinato ma anche definito o limitato in modo da essere facilmente afferrabile con la vista. La mimesis della natura, nel senso di un agire nello stesso modo in cui opera la natura, cioè ordinatamente in vista di un fine.
Tanto la natura tanto l’arte sono produzione. Un tavolo o una pianta non sarebbero mai potuti venire al mondo se non fossero stati disposti interiormente per essere una pianta o un tavolo. Il tavolo per quanto artificiale (non contiene in sé il principio della sua riproduzione, una pianta genera altre piante ma un tavolo non genera altri tavoli) non può essere estrinseco alla materia di cui è fatto. L’artefice deve comunque obbedire alle regole della materia, l’arte è quindi accompagnata dalla ragione rientrando quindi nelle virtù riguardanti l’intelletto.
Aristotele definisce la poesia come imitazione delle azioni umane e poiché la mimesis deve seguire le regole della ragione dettate dall’intelletto per dare forma a ciò si può dire che la poesia riesce a farci conoscere i nostri comportamenti e le possibili conseguenze che ne possono derivare, ha la capacità, anche se costruisce eventi non reali, di avere un valore esemplare per trarne insegnamenti di carattere etico-morale proprio attraverso il piacere della fruizione. Secondo Aristotele l’agire umano si può rappresentare in modo diretto o in modo indiretto. L’oggetto vero della poesia non è il reale bensì il possibile ma ciò che è possibile può essere anche reale quindi non è escludibile.
Purificare le passioni in senso conoscitivo attraverso il piacere dell’imitazione. È proprio nella mimesis che Aristotele individua l’origine della poesia, nell’impulso di imparare imitando (bambino) e nel piacere del riconoscimento. Ciò che nell’imitazione figurativa reca piacere non è l’oggetto in sé bensì il suo riconoscere, infatti possiamo dire bello il quadro con un cadavere ma nella realtà un cadavere ci farebbe schifo, ma il piacere di vederlo sta proprio nella sua abile rappresentazione.
Plotino e l'estetica
Plotino riprende la nozione platonica del bello come splendore di un’idea intelligibile, trasforma la dimensione estetica in un’esperienza di carattere mistico destinata a condurre l’anima a farsi una sola cosa con il divino e a sottrarre il bello alla dimensione dell’ordine e della misura. La bellezza è ciò che esprime la ragione divina del mondo. Scorgere il mondo come bellezza significa cogliere nel sensibile l’idea che lo sostiene e che permette di spogliare la realtà della sua apparente molteplicità, così da ricondurla al principio divino da cui proviene: l’uno.
L’uno è ciò che al tempo stesso conferisce forma e unità a tutto ciò che da lui discende. Da esso procede l’intelletto che rappresenta la ragione divina del mondo. Dall’intelletto procede l’anima che ordina e vivifica tramite esse la materia. Il bello consiste dunque nella visibilità di una forma e, come tale, è il traluce dell’idea intelligibile nella materia, che in sé stessa, come privazione di ogni forma e principio di ogni morte, non possiede alcuna bellezza, venendo a coincidere con il brutto assoluto. È brutto anche tutto ciò che non dà una forma, poiché la materia non ha accolto affatto in sé l’informazione da parte dell’idea.
In quanto splendore dell’idea nella materia, il bello è segno di una forma unificante che, in virtù del suo carattere intelligibile, si caratterizza per la propria natura immateriale, priva di parti, indivisibile e semplice. Esso non può essere identificato nella simmetria o proporzione che, potendosi dare solo all’interno di una molteplicità di parti che, presuppone sempre qualcosa di materiale. Non riusciremmo a spiegare, sulla base della simmetria, perché un volto ci appaia ora bello ora brutto pur rimanendo identica la proporzione delle sue parti.
Se dunque un volto ci appare brutto è solo perché non ne riusciamo a cogliere quell’unità interiore e indivisibile che non lo costituisce come un composto meccanico, ma come un’unità organica. L’uno è il principio di ogni cosa e quindi di ogni bellezza. L’uno si presenta come ciò che non ha forma e si può raggiungere solo superando la contemplazione intellettuale dell’estasi. Il bello è anche una proprietà dell’arte. Per spiegare che cosa sia il bello artistico pensiamo a un blocco di marmo e lo confrontiamo con quello foggiato da uno scultore, risulta chiaro che la bellezza di una statua non dipende dal marmo da cui è fatta, cioè dalla materia, ma dalla forma che l’artista gli ha dato in base a una sua idea. L’arte è dunque mimesis di un’idea. Un’artista non fonda la sua attività sul lavoro manuale ma partecipa del principio generativo che è alla base della realtà e che trova nell’uno il suo motore. Tali idee, non sono una sua invenzione, bensì il riflesso di quelle stesse forme intelligibili che hanno nell’uno il loro principio.
L'estetica medievale
L’ambito culturale è permeato dalla religione cristiana che introduce il concetto di creazione. Il Dio cristiano non è un demiurgo che ordina ciò che già c’è ma crea la materia ed è l’ideatore del suo ordine. Generando il mondo dal nulla.
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