Estetica di Gadamer
Gadamer, filosofo tedesco, è il padre dell'ermeneutica filosofica. La sua opera capitale è del 1960, Verità e Metodo. Fu allievo di due giganti del Novecento, Edmund Husserl (padre della fenomenologia) e Martin Heidegger (riformulazione della fenomenologia in senso ermeneutico).
Verità e metodo
Verità e Metodo ha anche un secondo volume, che raccoglie molti saggi su approfondimenti di temi trattati nel libro base. Il titolo suggerisce una congiunzione correlativa o una proposta di opposizione tra verità e metodo: il tentativo di pensare la verità non basandola sul modello delle scienze positive ma in connessione con istanze metodologiche, per esempio l'arte.
La prima parte del libro è dedicata alla discussione della verità nelle arti. Nel Novecento si tendeva inizialmente ad escludere questa tematica. Le arti non sono qualitativamente giudicabili sulla loro maggiore vicinanza alla verità, sono estranee alle questioni della verità e quindi alla conoscenza. L'arte non dà la possibilità di conoscere la realtà. Gadamer si occupa di questo tema e della sua legittimità, interrogandosi sulla maniera in cui si sia affermata l’autonomia dell’arte rispetto alla conoscenza.
La cultura estetica
Gadamer ricostruisce il pensiero della cultura estetica, che si afferma verso la fine del Settecento e ha avuto in Kant e in Schiller due figure decisive. I concetti cardine del pensiero di Gadamer sono la cultura estetica, la coscienza estetica e la differenziazione estetica, i quali comportano delle tesi forti su Kant e Schiller.
Nel capitolo precedente "La problematicità della cultura estetica", Gadamer sostiene che i grandi periodi di storia dell’arte sono quelli in cui l’arte è legata alla vita quotidiana e non veniva considerata nella sua funzione estetica. Il termine Erlebnis rappresenta l'esperienza o vissuto di coscienza, inteso come estetica appartenente a una dimensione coscienzialistica. Heidegger invece fa riferimento a un altro tipo di coscienza definita Erfahrung.
Si sta affermando un vissuto estetico con caratteristiche proprie ed autonome rispetto alle altre dimensioni di vissuto (esempio: vissuto morale, vissuto che fornisce informazioni sulla realtà rispetto alla coscienza, vissuto soggettivo). Gadamer si chiede se sia naturale che gli uomini concepiscano il vissuto artistico come vissuto coscienzialistico di matrice soggettiva, ovvero la chiusura della sfera dell’arte rispetto alle altre esperienze sia naturale o problematizzabile.
Grandi periodi della storia dell'arte
I grandi periodi della storia dell’arte sono quelli in cui l’arte non è separata da altre attività umane, è una componente fondamentale all’interno di un tessuto vasto che ha radici forti nella vita dell’uomo. Per esempio, il Partenone è parte di un rituale religioso, civile e ha funzione di aggregazione del DEMOS, non è visto come esempio di perfetto equilibrio. Il massimo fulgore dell’arte è riscontrabile quando questa non è una sfera autonoma ma è connessa con le altre attività umane. Gadamer riprende Hegel in questo contesto.
Cultura estetica: un prodotto storico
Per Gadamer, la cultura estetica non è una costante necessaria del comportamento umano, non è sempre esistita, ma è un prodotto storico che si è andato affermando nella seconda metà del Settecento. Ha trovato in Kant e Schiller sia un consolidamento, sia la delineazione di alcuni concetti decisivi, che daranno poi origine al Romanticismo e al Tardoromanticismo. La concezione dell’artista come genio outsider è figlia di questa cultura estetica affermatasi storicamente. Questa è una critica che Gadamer sostiene.
Esperienza di arte e del bello è a sé stante rispetto ad altre pratiche; è una forma di Erlebnis differenziata e separata rispetto alle altre ed è estranea alla conoscenza (cioè alla differenziazione tra vero e falso), alla morale (differenziazione tra buono e malvagio) e al lavoro (differenziazione tra utile e inutile). L’estetica è dotata di una significatività propria.
Coscienza estetica e differenziazione estetica
La coscienza estetica è importante per avere un criterio di discrimine, per giudicare qualcosa di esteticamente valido o meno. In assenza di riferimenti oggettuali significativi nel mondo, diventa importante e decisiva una coscienza estetica, soggettiva, capace di giudicare autonomamente la validità estetica di qualcosa.
La differenziazione estetica è un'operazione fondamentale operata dalla coscienza estetica, unica detentrice della possibilità di distinguere. È un’operazione di astrazione del significato esclusivamente estetico dell’opera d’arte rispetto alla rete di riferimenti significativi del mondo reale dove l’opera è nata. Si incentra solo sul concetto estetico, l’astrazione dell’opera d’arte rispetto ad altri contesti (esempio: religione), tagliando riferimenti e astrarre dal contesto vitale, dal luogo in cui l’estetico è ridotto alla simultaneità. Le opere hanno significato solo l’una rispetto all’altra, tutto è livellato sullo stesso piano, e successivamente si individua un significato estetico.
Kant e l'autonomia dell'arte
Secondo Gadamer, nella Critica del giudizio Kant (e successivamente anche il kantismo, cioè la lettura romantica dei testi del filosofo) risulta essere il padre di questa autonomia dell’arte. Determina una cesura decisiva, aprendo la strada verso una radicale soggettivazione dell’estetica e di una estraneazione di estetico ed artistico rispetto a verità e conoscenza. Sostiene questo perché il problema di Kant è un giudizio di gusto, vuole testare la legittimità dei giudizi di gusto.
Kant sostiene che i giudizi di gusto puri possano essere universali ed oggettivi: qualcosa che non è piacevole, ma bello ha valenza universale ed intersoggettiva, a scapito però della capacità di contribuire alla conoscenza. Il giudizio di gusto non dice nulla sull’oggetto, ma non concernendo l’oggetto, il piacere che ne deriva è un accordo tra le facoltà mentali dell’uomo [libero gioco tra immaginazione ed intelletto]; il giudizio di gusto può aspirare all’universalità.
Schiller e l'arte
Schiller cerca di ricomporre la dicotomia tra conoscenza e moralità/libertà, tra mondo fenomenico e noumenico, e trova un punto di mediazione nell’arte e nell’educazione all’arte. Questo è possibile però solamente al prezzo di diventare mera apparenza rispetto alla realtà, un gioco estetico sottratto al mondo conoscitivo e alla libertà.
Conclusioni sulle tesi di Gadamer
Le tesi di Gadamer possono essere considerate legittime se non le si limita solo alle critiche a Kant e Schiller, ma nello spingere verso l’affermazione di una cultura della quale siamo eredi. Due grossi processi che danno almeno in parte ragione a Gadamer sono: l’autonomizzazione dell’arte (non più arti ma Arte, diventa un sistema unitario) e l’autonomizzazione dell’estetica (riflessione sull’arte in maniera filosofica).
Affermazione del sistema delle arti
Molti studiosi sostengono che la concezione di arte come sistema unitario, cioè Arte con la A maiuscola, è un prodotto storico e culturale che si è affermato solo in Occidente dal Quattrocento con un momento decisivo individuabile nel Settecento. È un’idea che non implica la negazione dell’istanza antropologica, non si nega l’impulso estetico di fondo, ma ciò che si indica come Arte è il risultato di un processo storico con un inizio e una fine; non è un’ovvietà naturale.
In greco non c’è una parola che equivalga ad arte, c’è il termine téchne, che diventa poi ars in latino e infine arte. In realtà, téchne significa tecnica ed è più vicino al termine abilità, perizia, cioè conoscenza pratica volta a un certo scopo, per produrre qualcosa. Téchne non è arte separata dalla conoscenza, ma è abilità in vista di una certa produzione, non è opposta ad artigianato e scienza, ma implica una forma di sapere.
Evoluzione della concezione dell'arte
Nel V secolo si va affermando nelle varie téchnai un raggruppamento più ristretto, téchne mimetiké, cioè abilità mimetiche, ovvero tecniche scientifiche o professionali che consentono di produrre immagini. Per esempio, Platone nel decimo libro della Res Publica condanna arti mimetiche, in particolare è contrario alla figura di Omero, condanna i poeti e i pittori perché questo tipo di tecniche allontanano dalla verità, in quanto producono copie di copie e traviano i fanciulli, spingendoli ad essere dominati dalla parte più passionale e irrazionale dell’animo umano. Nonostante la critica, queste abilità vengono riconosciute (poesia, pittura, scultura, architettura, musica, danza).
È qualcosa che si avvicina all’attuale concetto d’arte, anche se non è ancora possibile riscontrare un sistema unitario che inglobi tutte le forme artistiche (sono raggruppamenti per famiglie d’arte, per arti simili o compenetranti tra loro).
Nel corso del Medioevo si assiste a una frammentazione ancora più forte, sussiste un altro tipo di divisione delle varie arti (in cui rientra anche l’artigianato) su base sociale ed economica, arti divise in servili o intellettuali, si basa sull’utilità (per esempio, la musica è vicino alla matematica o nelle arti intellettuali, pittura e scultura sono tra le ultime arti servili).
Nel Quattrocento ci sono cambiamenti sociali, politici, economici di grande rilevanza; movimento promosso da scultori e pittori come Leonardo, Alberti e Ficino, che rivendicano la vicinanza della poesia e della pittura, la quale necessita di essere riconosciuta come arte intellettuale (l’artista vuole essere riconosciuto, non è più semplice artigiano), si richiamano ai classici, soprattutto a Simonide Diceo (attraverso Plutarco), che sostiene: “La pittura è una forma di poesia silenziosa e la poesia è una forma di pittura parlante.” Un altro richiamo è il riferimento a Orazio: “Ut pictura poesis” ovvero fai poesia come imitando la pittura.
Affermazione dell'estetica come disciplina
Nel 1746 l’abate Batteaux scrive Le belle arti ricondotte ad un unico principio, culmine del processo storico, tentativo di unificare tutte le arti in un sistema unitario, solo però le arti belle, che hanno come scopo il bello, non l’utile (non artigianato). Il principio per Batteaux è l’imitazione, tutte le arti belle sono imitatrici della natura. Altri sostengono che il principio sia la bellezza.
L’affermazione delle arti come parte di un sistema unitario distinto dall’artigianato e da questo separato ed autonomo. La prima volta che compare il termine estetica è nel 1735 in un’opera di Baumgarten, è neologismo creato sulla base di un richiamo alla grecità. In greco aesthesis significa sensazione, episteme aesthesis è la conoscenza basata sulla sensazione. Dal 1736 si delinea come disciplina autonoma, Baumgarten è erede di Leibniz e Wolff (prevedeva più articolazione tra conoscenza superiore intellettuale e conoscenza inferiore sensibile).
Baumgarten separa i due ambiti, cioè separa la conoscenza estetica e le attribuisce un carattere proprio, riferito alla sensibilità [ripresa duplice di Kant come estetica trascendentale ed estetico come aggettivo associato al giudizio del bello o del non bello].
Critica di Gadamer
È necessario distinguere due piani della critica di Gadamer:
- Piano stretto che concerne i testi degli autori, confronto serrato nel quale le tesi del filosofo incontrano degli ostacoli
- Legittimità di fondo della critica perché è ravvisabile una certa tradizione che è diventata luogo comune
In realtà, il discorso di Gadamer può essere ricondotto a processi di autonomizzazione delle arti in un sistema unitario e autonomizzazione della disciplina estetica in senso proprio.
Molti studiosi di estetica sostengono che tale disciplina sia sempre esistita, non solo dal Settecento; è indubbio che molti poeti e artisti si siano occupati della problematizzazione teorica della sfera che concerneva la dimensione artistica, del mondo in cui operavano. La disciplina autonoma però nasce nel Settecento, disciplina che riguarda la sensazione.
Nel 1735 Baumgarten scrive Le valutazioni filosofiche, Wolff distingue dimensione superiore e inferiore. Baumgarten invece propone una divisione netta tra forma di conoscenza estetica legata a sensazione e alle tracce che la sensazione lascia nell’immaginazione umana; capace di essere riproduttiva e operando creativamente, capacità di creare immagini. Questa sfera della conoscenza è autonoma rispetto alla conoscenza intellettuale, rivolta e riguardante i pensieri, i concetti, l’ambito intellettuale. Conoscenza estetica è creativa, sensibile, mentre la conoscenza intellettuale è attiva.
Kant e l'estetica
È con Kant che c’è una duplice comparsa del termine estetica. Kant (1724-1804), filosofo di Könisberg, scrive le tre critiche: Critica della ragion pura (1781 prima edizione, 1787 seconda edizione), Critica della ragion pratica (1788), Critica del giudizio (1790). Kant usa il termine estetica come estetica trascendentale nella prima critica (della ragion pura), che indaga i limiti della ragione per testare i limiti della conoscenza, giudicare le capacità e i limiti dell’estetica trascendentale, studio della condizione e della possibilità della sensibilità, intesa come ricezione di dati sensibili, le cui condizioni a priori sono riconosciute nelle forme a priori di spazio e tempo (forme soggettive di ordinamento). La conoscenza sensibile si può basare su queste forme di ordinamento che operano secondo un ordine di successione (tempo) e di compresenza spaziale (spazio); poi lavorano le categorie intellettuali che organizzano in maniera decisiva il materiale recettivo.
All’estetica, segue l’analitica trascendentale; riguarda la condizione a priori dell’uso intellettuale della conoscenza, analisi delle categorie (concetti a priori per l’intelletto). Kant arriva a sostenere nella Critica della ragion pura (in cui la conoscenza è possibile solo a livello fenomenico) che la conoscenza di tipo scientifico, con paradigmi quali matematica e geometria, sono legittimamente applicabili al mondo fenomenico, mentre resta precluso il mondo del noumeno, attraverso cui la morale permette di accedere.
Nella Critica della ragion pratica le condizioni di legittimità dell’azione libera umana, della possibilità di agire nel mondo, si rifà al mondo noumenico (il mondo in sé). La Critica del giudizio è per molti il tentativo di superare il dualismo tra conoscenza e libertà, tra mondo regolato da leggi meccaniche e l’azione finalistica dell’uomo.
Nella Critica del giudizio c’è la seconda comparsa del termine estetica: estetico compare come aggettivo che caratterizza il giudizio con peculiarità molto diverse rispetto all’estetica trascendentale. Il giudizio estetico è quello che verte sul sentimento di piacere o di dispiacere soggettivo rispetto a una rappresentazione, caratterizza una delle due tipologie di giudizio diverso rispetto a quelli proposti nelle due Critiche precedenti (giudizio determinante); qui viene proposto un giudizio riflettente (estetico e teologico).
La terza comparsa decisiva del termine estetica è con Hegel, nel secondo decennio dell’Ottocento: estetica deve occuparsi solo ed esclusivamente delle arti, diventa sinonimo della filosofia dell’arte. Il bello naturale di Kant è sviante ed inferiore rispetto al bello artistico di Hegel, non ha più a che fare con la sensibilità e il sentimento.
Conclusioni sulle tesi di Gadamer
L'affermarsi di una cultura estetica con caratteri di autonomia del proprio campo di indagine supporta le tesi di Gadamer, che possono così trovare legittimità.
Critica del giudizio di Kant
Secondo molti interpreti, quest’opera di Kant cerca di colmare la frattura tra mondo fenomenico (Critica della ragion pura) e mondo noumenico (Critica della ragion pratica), tra la conoscenza di ciò che viene dato e appare e l’azione secondo libertà assoluta. Non si occupa di ciò che è possibile conoscere o di come agire liberamente, ma del giudicare, della portata e possibilità del giudizio e di quale legittimità possano rivendicare i giudizi di gusto dell’uomo. Il giudizio è universale o soggettivo?
L’estetica dell’epoca, in particolare inglese, concerne gusto o sentimento, cioè la percezione soggettiva del bello e della sua espressione, nonché delle pretese di tale giudizio. Esamina anche il giudizio che riguarda il conformarsi degli organismi naturali ad un fine, sfera dei giudizi per cui la natura non è codificabile attraverso leggi di causa-effetto, ma le scienze che non possono legiferare attraverso forme a priori, devono comunque trovare una compattezza riscontrabile nella finalità. Non produce leggi meccanicistiche ma ha comunque una propria legittimità (esempio: ho bisogno di pensare che un fiore sia fatto in una determinata maniera per consentire la riproduzione del fiore stesso). Kant si chiede se questi siano giudizi puramente soggettivi o possano avere una valenza universale, se fanno conoscere il mondo o non danno alcun contributo conoscitivo; questi sono i quesiti che guidano il percorso kantiano.
Il termine soggettivo viene utilizzato in modo diverso rispetto a quello attuale (soggettivo è privato, riguarda esperienza individuale, non può avere valenza universale, è difficilmente comunicabile). Kant sposta l’attenzione sulla dimensione soggettiva, ciò che riguarda le forme conoscitive dei soggetti, cioè di tutti i soggetti. Non significa privato, ma vuol dire analizzare il versante soggettivo di una relazione perché concerne facoltà, strutture, modalità soggettive che riguardano ogni individuo. C’è già un’idea di intenzionalità, cioè del modo di intendere le cose, desiderarle, conoscerle.
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