Capitolo 4: Prima dell'industriale
Caratteristiche generali dell’economia preindustriale in Europa
Anche se non era un’area economica omogenea, c’erano alcune tendenze comuni tra i Paesi, come la preponderanza del settore primario sia nel PIL (80-90%) che nell’occupazione della popolazione attiva (70%). Il livello di urbanizzazione era modesto ed, eccetto pochi centri come Parigi, Londra e Napoli, la popolazione era sparsa nelle campagne. Il potere d’acquisto era concentrato quasi esclusivamente nelle mani di coloro che controllavano le attività economiche, agricole ed industriali.
Si trattava ugualmente di economie in crescita:
- Popolazione da 57 a 132 milioni tra 1500 e 1700
- PIL +0,3/0,4 nel 1500 e +1% nel 1800
Essendo un’economia basata sull’agricoltura, subiva duri contraccolpi in caso di guerre, epidemie e carestie, le quali si ripercuotevano negativamente sulla dinamica demografica. Le innovazioni della rivoluzione agraria nel settore primario portarono una maggiore dinamicità dell’economia e questo avviò una crescita europea fino al momento in cui si giunse allo sviluppo del commercio a lunga distanza, grazie anche a migliori tecniche di navigazione e di costruzione navale, e alla modernizzazione istituzionale (compagnie per investimenti rischiosi). Tuttavia tali fenomeni rimasero circoscritti nell’area britannica, nell’Europa nord-occidentale e nel nord Italia, mentre le altre zone rimasero esposte al rischio di crisi economiche.
Le tipologie della produzione manifatturiera
Solitamente si trattava di imprese individuali o a conduzione familiare, poco specializzate e con un modesto volume di affari e di relazioni, anzi più incentrate sull’autoconsumo. In queste, il capitale d’esercizio prevaleva su quello fisso, il quale proveniva esclusivamente dall’autofinanziamento; si agiva in sistemi economici chiusi e a concorrenza limitata. La manodopera poco costosa e l’elevata flessibilità del sistema spingevano molti imprenditori a trasferire nelle campagne varie fasi produttive della manifattura, attraverso l’architettura organizzativa del putting-out-system (POS).
Le imprese manifatturiere
1. L’artigianato urbano e rurale
Caratterizzato da maggiore livello di complessità organizzativa, tecniche sofisticate, lavoratori specializzati; la localizzazione dipendeva dalla vicinanza a materie prime e fonti di energia (acqua, vento, legna, carbone). Queste attività erano limitate alla produzione di articoli ad alto valore aggiunto (oggetti d’oro, pellami, calzature). Tutto si svolgeva nelle botteghe, dove il lavoro specializzato e le decisioni commerciali erano di sola competenza dei maestri, proprietari del capitale e della bottega, i quali venivano aiutati da apprendisti e garzoni. Al di sopra delle botteghe, le corporazioni riunivano le attività dello stesso tipo e le regolavano (qualità/quantità/prezzo del prodotto). Pur essendo molto limitative, queste regolavano l’accesso al mercato del lavoro attraverso delle selezioni e proteggevano gli artigiani dall’instabilità. Tale sistema venne abolito entro la fine del XVIII secolo sotto la pressione della trasformazione economica.
Il maestro esercitava maggiore controllo su qualità e tipologia di prodotto rispetto a quello del mercante nella pratica del POS, ma nelle botteghe non vi era una vera e propria divisione sistematica del lavoro e le unità erano comunque destinate a rimanere di piccole dimensioni; inoltre le corporazioni mostravano una maggiore rigidità dal lato dell’offerta: si trattò di un sistema sopravvissuto al riparo dalle fluttuazioni della domanda tipiche dell’evoluzione della società europea.
2. L’industria rurale (domestic system, putting-out system, protoindustria)
Nacquero le prime forme di produzione su larga scala di filati e tessuti, chiodi, coltellerie, ecc: lavoratori rurali. Il mercante-imprenditore era il proprietario e coordinatore di una rete di lavoratori a domicilio, e controllava direttamente solo le fasi di lavorazione ad alta intensità di capitale (tipico di lavorazioni tessili dove il processo era facilmente scomponibile e poteva essere velocemente riorganizzato in base alle fluttuazioni di domanda).
Tale sistema presentava costi crescenti all’espandersi della produzione, inoltre il mercante aveva poco controllo su qualità di prodotto ed efficienza dei lavoratori: nel complesso il POS può aver contribuito a rallentare o ostacolare l’introduzione di tecniche produttive più efficienti.
Vantaggi:
- Prodotti a più buon mercato rispetto all’artigianato
- Organizzazione flessibile
Problemi:
- Il controllo sul prodotto è possibile solo ex post
- Tecnologia stazionaria, produttività bassa
- Scarsa elasticità rispetto all'aumento della domanda
3. Grandi manifatture centralizzate
Manifattura: concentrazione di lavoratori attivi sotto lo stesso tetto. Caratterizzate da capitali elevati, alto numero di lavoratori e forte divisione del lavoro e coordinamento manageriale/burocratico, introduzione di scritture contabili moderne; si continuano però ad utilizzare tecnologie tradizionali con normali livelli di produttività. I grandi impianti erano un'eccezione, perché complementari rispetto all'industria rurale dei lavoratori a domicilio: solo una piccola porzione dei dipendenti lavorava dentro l’impianto.
Lavorazione dei metalli, costruzioni navali, edilizia, attività mineraria, tessile: il concetto di base era un compromesso tra il sistema della lavorazione a domicilio e il vantaggio della produzione centralizzata. Le manifatture accentrate normalmente sono protette da privilegi e monopoli: i governi o le corone garantivano vantaggi e protezioni agli imprenditori privati per assicurare forniture di prodotti strategici in modo tale da diminuirne l’acquisto all’estero.
Inizialmente le imprese commerciali avevano queste prevalenti caratteristiche:
- Imprese individuali o familiari con attività poco specializzata. I mercanti spesso sono anche commercianti coloniali, armatori, produttori e commercianti di vini, banchieri
- Piccoli volumi di traffico (mercati, commercio ambulante, fiere annuali)
- Forti condizionamenti ambientali → attività stagionale
- Necessità di ricorso al credito
- Forte regolazione del commercio per le derrate alimentari
Si notò con una crescente specializzazione nei maggiori centri commerciali: dal mercante “tuttofare” a operatori specializzati in un solo settore (tessuti, pellicce, liquori, legname, ferramenta, cereali …).
Nascono nuove figure professionali attorno alle imprese commerciali:
- Agenti/commissionari: provvigione fissa
- Mediatori: rischio d’impresa; credito ai produttori (es. negozianti di “banca e seta”)
- Corrieri, spedizionieri, magazzinieri
- Armatori, capitani delle navi, assicuratori
Nuove istituzioni e tecniche mercantili:
- Le fiere per mercanti specializzati
- Le borse valori
- Le assicurazioni
- Credito e banca: Primi mercanti-banchieri, Banchi pubblici e Monti di Pietà
Inizialmente le compagnie erano familiari, poi arrivarono anche soci estranei. Nelle città marittime le prime società a responsabilità limitata (es. commenda a Genova, colleganza a Venezia) mentre in quelle interne compagnie a responsabilità illimitata e solidale. Le grandi Società per azioni o di capitale coloniali: la prima nel 1602 fu la Compagnia olandese delle Indie Orientali.
Capitolo 5: Imprese e imprenditori nella prima rivoluzione industriale
La prima rivoluzione industriale
La prima rivoluzione industriale diede inizio a un periodo molto florido per la Gran Bretagna, dove i tassi di crescita della popolazione e del PIL erano di gran lunga superiori alla media dell’Europa occidentale; tali differenze si livellarono nei decenni successivi pur sottolineando una differenza tra la prosperità delle nazioni europee e quella del resto del mondo. In Gran Bretagna non cambiò solo la tecnologia né riguardò solo l'industria, ma fu un processo a più dimensioni:
- “Rivoluzione industriale” in senso stretto
- Rivoluzione agricola
- Rivoluzione commerciale e dei trasporti
- Sviluppo dei sistemi finanziari
- Crescita dell’economia internazionale
L'eccezione britannica
La strepitosa performance economica inglese fu tale grazie alla presa di posizione del settore industriale nella composizione della ricchezza nazionale, soppiantando i primati del settore primario e del commercio dei prodotti agricoli. Le quote percentuali di forza lavoro e di reddito legate al settore primario, alla metà del XIX secolo in GB erano entrambe del 25%, contro le medie europee del 55% e del 40%. Tra il 1770 e il 1831 la produzione inglese risultò essere più che quintuplicata.
Con la transizione economica delle diverse nazioni verso lo sviluppo aumentava anche il grado di specializzazione nelle esportazioni, assieme all’impiego più efficace di risorse grazie alle migliorate tecnologie. Il caso britannico fu particolarmente rilevante grazie all’avanzata specializzazione del settore tessile, della lavorazione dei metalli e nella meccanica. A questo si unirono altri fattori favorevoli come il modesto peso della finanza pubblica dovuto al sistema fiscale stabile, alla tradizione di mercantilismo e all’emergere dal liberalismo economico.
Nel XX secolo molti paesi superarono il primato inglese arrivando a toccare percentuali di esportazioni sul totale della produzione industriale anche del 60-70%. Le basi regionali dell’industrializzazione si concentrano in una decina di aree molto diverse tra loro: Midlands= carbone, Lancashire= carbone, cotone, Galles meridionale= siderurgia, Scozia= siderurgia e cotone, Irlanda= agricoltura. Tra le altre fonti dell’industrializzazione inglese troviamo anche altri processi quali la crescita del commercio, dell’industria rurale, quella demografica e la guerra anglo-francese.
Cambiamento strutturale e vantaggio competitivo britannico
Le principali ragioni del cambiamento europeo furono legate all’innovazione di prodotto, di organizzazione dei processi, di tecnologie. Alla già consolidata energia idraulica si unì la macchina a vapore, la quale portò grandi quantità di energia a basso costo e facilmente trasferibile. Nel tessile molte innovazioni in filatura e tessitura portarono notevoli incrementi di produttività, come accadde anche nell’industria estrattiva e di lavorazione del ferro grazie a nuovi processi di estrazione e fusione. Oltre alla crescita quantitativa, molti prodotti industriali vantavano anche una maggiore qualità.
Grazie ai brevetti si poté proteggere la proprietà intellettuale e il clima divenne sempre più favorevole al cosiddetto “illuminismo industriale”. Gli inglesi esportavano beni industriali e importavano cibo e materie prime poco costosi dall’estero. La voce delle esportazioni diviene sempre più importante e nell’Ottocento gran parte della produzione nazionale di prodotti, come il cotone, veniva venduta all’estero; assunse grande importanza anche il contributo del comparto siderurgico.
Da macro al micro: imprenditori e imprese
Un ruolo importante nella rivoluzione fu quello ricoperto dagli imprenditori: la classe imprenditoriale trovava un contesto di crescita favorevole laddove ci fossero disponibilità di risorse finanziarie e protezione giuridica con i brevetti (come in GB). Tali sistemi favorivano l’iniziativa individuale e lo status di imprenditore venne visto come mezzo di affermazione nazionale. Tra i primi imprenditori inglese troviamo innanzitutto gli artigiani e i maestri che avevano trasformato le botteghe in fabbriche e ampliato i loro mercati. Altre figure imprenditoriali erano invece ex commercianti e mercanti che avevano integrato a monte con lo scopo di controllare l’intero processo produttivo (tipico del tessile).
Parteciparono a queste attività anche esponenti del ceto nobile, disposti a mescolare alle attività tradizionali anche queste nuove fonti di ricchezza come l’attività mineraria e la costruzione di infrastrutture ad alta intensità di capitale, utili per collegamenti con i nuovi mercati. Infine ritroviamo anche tecnici ed inventori spesso stranieri, come James Watt, che grazie alle tutele legali poterono trasformare le proprie invenzioni in importanti innovazioni per l’economia. Con questo tipo di imprenditori fu evidente il problema della successione generazionale, mancando i talenti ereditari tramandati alle generazioni successive.
L’impresa nella prima rivoluzione industriale: proprietà, controllo, gestione
La fabbrica della prima rivoluzione industriale aveva dimensioni contenute e occupava raramente più di qualche decina di dipendenti. Le dimensioni ridotte richiedevano necessità finanziarie contenute: prima delle società per azioni esistevano degli accordi di partnership con i quali dei soci, in buone relazioni con l’imprenditore, potevano apportare capitale aggiuntivo, permettendogli di mantenere proprietà e controllo. Le società per azioni arrivarono più tardi con il Bubble Act del 1720.
Queste forme organizzative erano molto flessibili e si adattavano facilmente ai nuovi sistemi industriali: tutto faceva capo al proprietario, il quale tipicamente operava accentrando tutto il potere e delegandone ben poco ai sottoposti (familiari, capi officina, sorveglianti). La centralità dell’imprenditore si manifesta nel controllo unilaterale di salario, della disciplina del lavoro e dell’organizzazione di lavoro e produzione; l’assenza di tutele e di contrattazione portò a scontri e conflittualità con gli operai (luddismo: distruggere macchinari per protesta).
La manodopera nelle industrie era composta da popolazione rurale migrata verso i centri del Nord e del Centro, immigrati da Scozia e Irlanda, donne e minori. Gli imprenditori reclutano lavoratori in base alle fluttuazioni del costo del lavoro: nei primi decenni la scarsità di manodopera stimola la meccanicizzazione. Permangono nel tempo anche il lavoro a domicilio e la piccola impresa grazie al protezionismo che portò incremento della specializzazione e della produttività.
L’impresa nella prima rivoluzione industriale: il processo di produzione
Quando l’innovazione non coinvolgeva l’intero ciclo di trasformazione poteva capitare di avere delle strozzature del flusso di produzione e questo spingeva le imprese a estendere l’innovazione, anche se l’integrazione dei vari stadi non era sempre subito immediata. Molti imprenditori controllavano fabbriche operative in diverse fasi della produzione (integrazione verticale). La mancanza di coordinamento con le fasi successive del processo era anche dovuto alle concentrazioni di unità produttive simili nella stessa area geografica, al fine di concentrare i lavoratori specializzati, abbassare i costi di formazione e condividere le conoscenze.
Alfred Marshall identificò la versione reale dell’impresa inglese in quelle piccole realtà con strutture di costo semplici e raramente capaci di influenzare i livelli dei prezzi. Per questo la concentrazione di queste in distretti industriali conferiva loro una forza collettiva maggiore.
Commercio e mercati
Divenne necessaria una ridefinizione delle relazioni con il mercato attraverso reti efficienti di agenti, rappresentanti e partner che permettessero all’imprenditore di giungere in nuovi mercati. Una funzione commerciale specializzata unita alla creazione di un’adeguata rete di vendita portò nuovi problemi da fronteggiare: spesso gli imprenditori decidevano di integrare verticalmente nel processo della distribuzione per conservare il controllo su un mercato o per affermare il marchio con il proprio nome. Molti industriali non potevano però permettersi questi pesanti investimenti.
Il finanziamento delle imprese
La raccolta di finanziamenti rappresentava una significativa barriera all’ingresso per gli aspiranti imprenditori, di conseguenza era necessario sfruttare in maniera efficiente i canali di finanziamento a breve e lungo termine, sia attingendo da risorse personali o familiari che ricorrendo al credito delle istituzioni locali. La ricchezza fondiaria dell’imprenditore, oltre ad essere la risorsa principale, poteva fungere anche da garanzia per ottenere il credito presso le banche. Erano diffusi anche i circuiti di credito operativi nell’ambiente locale: c’era una conoscenza diretta del richiedente e della consistenza delle sue risorse patrimoniali. Importante anche il canale dell’autofinanziamento e del reinvestimento dei profitti, qualora ci fossero, che consentivano una particolare autonomia. I capitali necessari agli imprenditori in questa fase non furono comunque ai livelli del periodo successivo alla seconda rivoluzione industriale.
Capitolo 6: Tecnologia, società e sistema di fabbrica
La nuova struttura delle fabbriche e l’impatto delle recenti novità sottolineano lo sviluppo rivoluzionario in atto, le cui conseguenze avranno ripercussioni sugli assetti politici e sociali. La fabbrica moderna si impone come un modello completamente nuovo di organizzazione del lavoro, nelle quali si radunavano consistenti numeri di lavoratori come mai accaduto nei cantieri o nelle manifatture. Queste presentavano inoltre una netta separazione tra unità di produzione e di consumo, ed erano caratterizzate dalla specializzazione del lavoro e delle macchine, assegnando a ciascun operaio solo di poche mansioni del processo produttivo (fabbrica di spilli di Smith) definendo l’attività delle unità produttive su singole fasi. I macchinari impiegati erano più sofisticati degli strumenti usati fino a quel momento.
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