Introduzione
In Europa, in età medievale, dominava la religione cristiana guidata dalla Chiesa romana. Una prima crisi ci fu dal periodo umanistico, accompagnato da scoperte geografiche e scientifiche, arrivando alla riforma luterana e con le sanguinose guerre religiose che ne seguirono. A seguito di quest'ultime si sviluppò (siamo circa tra XVII/XVIII sec.) un'area di intellettuali che cercò di svincolarsi dagli elementi riconducibili a Dio, cioè evitando di soffiare sull'aspetto religioso nel contesto di questi conflitti: ciò portò alla concezione generica secondo la quale tutte le civiltà hanno una divinità che si manifesta nella religione e tutte hanno sia una crosta di positività, di verità, che di errore, di negatività (rituali macabri). Tra questi studiosi, pur provenienti da confessioni diverse, c'era concordanza su questo concetto (ad esempio un incisore cattolico che incideva scene religiose per famiglie ebree, a dimostrazione della volontà di tirarsi fuori dalla conflittualità religiosa).
Viene anche creata una sorta di “enciclopedia” delle religioni che puntava sulle immagini, con illustrazioni che erano spesso di uno stesso autore ma con scritte, didascalie o citazioni riprese da altri o fatte ex novo.
Concetti universale e culturale
Introduzione di due concetti, cioè se un fattore può essere:
- Universale naturale (ad esempio la respirazione che è un fattore che accomuna tutti gli uomini indipendentemente da origini e cultura).
- Culturale particolare (ad esempio il mangiare gli spaghetti con la forchetta: alcuni popoli mangiano spaghetti, altri no, altri sì ma non con la forchetta).
La domanda è: la religione è una cosa universale, naturale, che accomuna tutti gli esseri umani oppure è un qualcosa di particolare legato a specifiche culture? Secondo questi studiosi la religione aveva un radicamento universale, presente in ogni cultura.
Joseph-Francois Lafitau
Joseph-Francois Lafitau, missionario gesuita e scrittore francese durante il XVIII secolo, portò oltre questo ragionamento. Nella sua attività missionaria in America si confrontò con la cultura indiana e riportò le sue idee nel libro Usi e costumi dei selvaggi americani comparati con quelli antichi (per antichi si intendono i greci e i romani). Il contesto nel quale si muoveva era quello di un mondo europeo che considerava questi popoli come animali o addirittura all'altro opposto come angeli; la volontà di Lafitau era quella di persuadere gli occidentali che gli indiani erano esseri umani, paragonandoli agli antichi pagani ai tempi di Roma che dovevano ancora ricevere la predicazione cristiana dagli apostoli.
Nel suo libro fa inoltre notare che molti comportamenti osservati erano riscontrabili nelle usanze europee (per esempio ai funerali di un re questi popoli usavano colpirsi con degli strumenti, facendosi anche male, ma ciò ricordava molto l'usanza romana di celebrare importanti funerali organizzando giochi tra gladiatori che prevedevano feriti e anche morti). Quindi se era giusto predicare ai romani lo era anche per i selvaggi. Tramite questa operazione di comparazione Lafitau scrive di come sia riuscito a comprendere il nuovo conoscendo l'antico e comprendere l'antico conoscendo il nuovo. Nella sua comparazione non inserisce il cattolicesimo (la sua religione), che rimane sempre e comunque su di un piedistallo, cioè superiore alle altre.
Charles De Brosses
Simile l'esperienza di Charles De Brosses, politico, magistrato e filosofo francese del XVIII secolo (quello che si definirebbe un proto-illuminista). Nel suo Saggio sul feticismo (Nome compl. “Sul culto degli dei feticci...”), incentrato sui viaggi in Africa occidentale, dove era attivo il traffico di schiavi, e in zone del Medio-Oriente, afferma che il fondamento all'origine di tutte le religioni era il diffondersi dell'errore di attribuire a porzioni di mondo inanimate volontà proprie, cioè un feticismo che assegnava poteri e divinità a cose inanimate. Secondo lui anche e soprattutto il cristianesimo era basato su questo; è questa la differenza con Lafitau (che invece escludeva il cattolicesimo): per De Brosses tutte le religioni si fondano su questo errore e dovevano tutte essere abbattute dalla ragione. Ovviamente tutto ciò al suo tempo non poteva dirlo direttamente (il suo libro riuscì infatti ad essere pubblicato solo dopo la rivoluzione francese), ma lo fece con dei lunghi giri di parole.
Descrive l'episodio biblico del serpente di Mosè sull'asse di bronzo che dava salvezza agli israeliti che lo guardavano e lo associa alla croce di Gesù che dona salvezza a chi la adora: con questo parallelo vuole dimostrare che anche il cristianesimo nasce con un feticcio. Ovviamente il pensiero di De Brosses è figlio di quella influenza illuministica che a lui, così come a molti altri intellettuali del suo tempo, faceva credere che eliminando tutti questi aspetti speculativi delle religioni esse sarebbero cadute.
Edward Burnett Taylor
A distanza di circa un secolo, un autore che riprende il pensiero di De Brosses è l'antropologo britannico (quindi uno scienziato, ateo, che credeva nella scienza) Edward Burnett Taylor che inserisce un passo dello stesso De Brosses nel suo Cultura primitiva, nel quale fa un discorso simile a quello di De Brosses ma guardando alle religioni non come errori gravissimi piuttosto come processi evolutivi (influenzato dalle teorie darwiniane).
Religioni come evoluzioni della cultura umana: cioè errori positivi, necessari per il percorso umano. (Viveva nell'epoca del positivismo nella quale si credeva che la scienza, la tecnologia, avrebbero risolto tutti i problemi; si chiede infatti a inizio opera se l'umanità stia andando verso il peggio o verso il meglio e la sua risposta è positiva, sia riguardo la tecnologia che riguardo le religioni, hanno avuto entrambe evoluzioni).
Nell'ambito della religione per Taylor tutto aveva origine dall'animismo: un fatto intrinseco dell'essere umano, cioè quella sfera onirica, pensante dell'uomo (la capacità per esempio di trovarsi in un luogo e pensare a una persona lontana) che ha portato i nostri avi a credere nell'esistenza di una sorta di doppione interiore, di un'altra parte viva dentro di noi, l'anima. Non si riferiva all'anima nell'accezione cristiana, ma alla sensazione che tutti gli esseri umani hanno di avere questa doppia identità e che è sfociata nel credere che tutta la natura avesse questa duplicità, anche oggetti inanimati. Dall'animismo si sarebbero sviluppate in questo percorso evolutivo i vari politeismi, seguiti dai monoteismi, i monoteismi riformati, per poi arrivare alla scienza. Tutto ciò si sviluppa nelle varie culture in modo diverso.
C'è un legame tra primitivo e preistorico. In situazioni tecnologiche molto evolute ci sono ancora comportamenti primitivi a causa di “sopravvivenze”, studiando le quali si può capire cose del passato. Cosa negativa di Taylor è la totale e radicale negazione della storia paragonare e mettere in stretta relazione periodi molto lontani tra loro. La cosa positiva di Taylor è considerare le religioni come evoluzioni, prendendo come riferimento le tecnologie e le idee che vanno sempre progredendo. Tratti recessivi: sopravvivenze di cose primitive.
26/09/2018
L'animismo e Taylor
L'animismo è nato con Taylor. Dopo si è iniziato ad usare questo termine fino ad essere identificato come una specie di religione. L'ombra su Taylor è appunto l'aver azzerato millenni di storia: ancora per tutto il Novecento comparvero studi storici con la pretesa di spiegare fenomeni religiosi (es. riti di passaggio della classe di età) cercandone l'origine nei popoli primitivi. La nostra cultura ha infatti la tendenza a comparare.
In realtà due sistemi si possono comparare ma non si può pensare che l'uno sia necessariamente l'antecedente dell'altro. Negli stessi anni di Taylor il britannico James Fraser, che nel suo libro Ramo d'oro mette insieme molte tradizioni indiane, africane e orientali ma anche europee. Facendo suo il concetto dello stesso Taylor, divide gli approcci dell'uomo verso il mondo in tre:
- Magico: quello primordiale e che ancora sopravviveva (come nel folklore inglese) consistente nell'avere un atteggiamento ingenuamente presuntuoso nel dominare la natura, con un approccio quasi “poetico”: cioè gli uomini si relazionavano con la natura in un modo simile a quello dei poeti, tramite meccanismi metonimici (una parte per il tutto: credere ad esempio in un collegamento tra un oggetto o un qualcosa come un ciuffo di capelli e una persona) o metaforici (come i riti per la pioggia). Per Fraser erano, nonostante tutto, approcci iniziali necessari e utili.
- Religioso: realizzato che l'approccio magico non funziona perché non si riesce a controllare la natura, l'uomo cade in una crisi e così si passa alla personificazione, cioè si attribuiscono a quegli elementi che prima si volevano controllare una esistenza, considerandole vive e dotate di volontà propria e alle quali chiedere grazie, favori, in cambio di doni e offerte.
- Scientifico: si comprende che queste entità alle quali si attribuisce forza non sono nulla, ma solo elementi naturali inanimati che piuttosto devono essere studiati e controllati ma in modo scientifico.
Quindi: ad esempio la pioggia → 1) fare la danza della pioggia per controllarla, per far piovere → 2) pregare una divinità affinché possa far piovere → 3) controllare la pioggia prevedendola scientificamente o tramite tecnologie.
Sebbene gli studi appena esaminati siano stati importantissimi, essi davano troppo risalto agli aspetti speculativi della religione, come se la centralità del “problema” fosse solo il pensiero, cioè pensare in un modo piuttosto che in un altro.
Emile Durkheim
Un cambiamento in questo senso ci fu a cavallo tra '800/'900 con Emile Durkheim, considerato uno dei padri della sociologia, nel suo saggio Il suicidio nel quale vuole dimostrare che anche questi comportamenti estremi come il suicidio sono socialmente determinati. Studia statisticamente i suicidi e le variabili collegate ad esse ponendo particolare accento sull'opzione religiosa.
Le religioni coinvolte nelle sue statistiche sono il protestantesimo (in particolare il calvinismo), il cattolicesimo e l'ebraismo e analizza ciò che queste religioni professano riguardo il suicidio. Nel credo protestante, e ancora di più nel calvinismo, il suicidio viene duramente condannato perché va contro il concetto di predestinazione e di successo nel mondo che un cristiano deve dimostrare: togliersi la vita è un peccato gravissimo che nega l'accesso al paradiso.
Nel cattolicesimo il suicidio è sì condannato ma tuttavia il giudizio viene attenuato da un generale pietismo: chi può dire per esempio se il suicida non si sia pentito poco prima di morire? Nella confessione ebraica il suicidio è invece sostanzialmente “accettato”, può infatti avere anche uno scopo positivo (si guardi per esempio a Sansone), non vi è quindi una condanna radicale. Secondo questi credi le statistiche dovrebbero dire che i suicidi sono minori nei protestanti e maggiori nei cattolici e ancor di più negli ebrei, invece viene fuori l'esatto opposto. Per spiegarlo introduce il concetto di anomia (a-non, nomia-regole = assenza di regole).
Nelle comunità ci sono regole condivise a livello sociale più forti delle regole scritte, cioè regole che fanno sentire il singolo legato alla comunità (per l'esempio l'andare ogni anno a cena con i parenti a capodanno che se pur può sembrare pesante in alcune circostanze dà comunque un senso di appartenenza ad una rete sociale). Le comunità ebraiche, non avendo uno Stato, una patria e dovendo continuare quindi da soli le proprie tradizioni, hanno sentito più forte il bisogno di conservarle e quindi si sono mantenute usanze, costumi e tradizioni molto forti e radicate (lo stesso Durkheim era ebreo e sentiva questo senso di appartenenza pur non essendo credente).
Nel cattolicesimo le tradizioni ci sono e si sono mantenute discretamente forti, come il culto dei santi e tutti i riti e le feste ad esso connesse che tengono unite le comunità sotto una stessa appartenenza. Nel mondo protestante sono poche le pratiche e le “regole” di questo genere; è la mancanza di questo collante sociale che fa aumentare i suicidi. Se la spinta suicidaria è infatti presente negli individui di ogni religione allo stesso modo, questo senso di appartenenza contribuisce a combattere questo fenomeno mentre quando è assente o debole favorisce quel senso di alienazione e solitudine tipico di molti suicidi.
In età anziana Durkheim torna sul tema della religione scrivendo Le forme elementari della vita religiosa nel quale riprende la questione dell'anomia ma la sottopone a verifica. Sostanzialmente decide di studiare queste idee formulate sulle culture europee nelle culture primitive: se funzionano anche lì allora sono universali.
Nell'analisi di popolazioni arcaiche rileva la forte diffusione del totemismo: notò che molti popoli usavano distinguersi in vari gruppi totemici in funzione matrimoniale. L'esogamia è infatti universale e se per gli europei e i grandi popoli non è un problema contrarre un matrimonio esogamico, in questi gruppi è più complesso per cui tramite il totemismo si dividevano in sottogruppi per assicurarsi partner esterni al proprio gruppo. Durkheim vuole così dimostrare il forte collegamento che c'è tra la religione e l'utilità sociale: ossia la religione esiste non tanto per il fatto che quel credo sia vero oppure no, ma esiste e si conserva perché risponde ad importanti esigenze sociali, perché favorisce una comunità. A contare è quindi non la religione in sé ma la vita religiosa, cioè le pratiche che una comunità condivide e ritiene utili.
Analisi iconografica
[Visione immagini-dipinti di Van Kessel il Vecchio, pittore fiammingo XVII secolo]
Africa: al centro ci sono gli idoli, descritta selvaggia. America: tavole che mostrano la presenza di una ritualità. Anche lo stesso cannibalismo non era feroce ma dedicato a feste idolatriche. Quindi idoli, religione idolatrica. Asia-Gerusalemme Europa: mette i quadri, culto dell'arte della bellezza.
Infine abbiamo l'enciclopedia che mostra le varie ritualità e culti con le illustrazioni di Bernard Picart, incisore francese.
Gli Amazza → Sottogruppo dei guerrieri. Le analogie tra culture erano dovute a influenze secondo Franz Boas (antropologo tedesco naturalizzato statunitense), non a livelli di cultura. Lui studia l'iniziazione degli Amazza e la fa rappresentare in un museo negli Stati Uniti (si fa fotografare imitando l'azione). George Hunt, consulente di Boas, descrisse l'ingresso di quakiut **** hunt nel club dei guaritori della popolazione dell'Alaska. Non lo nomina mai con il suo nome ma solo il nome rituale. (?)
1/10/2018
Durkheim e la religione
[Fotocopia di Durkheim] Per Taylor e Durkheim l'aspetto speculativo della religione cozza con la scienza. La scienza non contesta l'esistenza della religione anzi la ritiene anche utile (in chiave evolutiva umana) ma ne contesta la dogmatizzazione, il fatto cioè che non prevedano al loro interno una discussione. Il cristianesimo per esempio ritiene dogma tutte quelle cose non dimostrabili ma alle quali bisogna comunque credere e dare per vere (San Paolo definì infatti la fede come “convinzione delle cose che non si vedono”).
Con Durkheim va ricordato che ci si trova nel 1912, lontani dall'illuminismo e ancora distanti dalle comprensioni e dagli approcci che caratterizzeranno gli anni '50/'60 del Novecento. Egli, in sintesi, sostiene che ciò che mantiene viva la religione sono i comportamenti, i quali però l'essere umano può accettare solo se comprende i motivi e le ragioni dietro quei comportamenti, ed è per questa necessità che si creano le dottrine, le spiegazioni, le speculazioni.
Una sorta di cortocircuito: comportamenti → religione → motivazioni → speculazione ↔ scienza. Durkheim ha cambiato il modo di approcciarsi e studiare le religioni. Prima di proseguire su due studiosi che hanno seguito la sua linea bisogna contestualizzare quel periodo.
Ferdinand De Saussure
Siamo negli anni di Ferdinand De Saussure, linguista svizzero considerato il padre della linguistica moderna, che nella sua teoria linguistica parlava del rapporto tra significante e significato (in Italia fu Tullio De Mauro a portare questi studi). In quel periodo c'erano teorie linguistiche secondo le quali il linguaggio ha origini fisiche, onomatopeiche, sonore, in contrasto alle classiche convinzioni che vedevano nel linguaggio un fondamento sovrumano (Dio che dona la parola all'uomo, ad Adamo).
Ad entrambe queste teorie De Saussure risponde negativamente, per lui il fondamento è sociale: anche le parole considerate naturali, onomatopeiche, sono in realtà frutto di costruzioni pensate, volute. L'atomo della lingua è il segno, che è costituito dall'unione inscindibile tra significante e significato. Il significante (detto anche 'espressione') è la parte o faccia fisicamente percepibile del segno, quella che cade sotto i nostri sensi. Il significato (detto anche 'contenuto') è la parte o faccia non materialmente percepibile, è l'informazione veicolata dal significante; è quindi uno stato concettuale, mentale. Il segno dipende dalla comunità sociale: è la comunità che crea il segno unendo il significante al significato. Alla base della comunicazione c'è quindi un fondamento sociale, perciò a contare è l'efficacia e la condivisione sociale più che la verità scientifica.
Ernesto De Martino
Tornando agli studiosi dopo Durkheim, Ernesto De Martino nel suo Il mondo magico (1948) si occupa dei fenomeni magici, si chiede se siano dovuti a truffe, superstizioni o se ci si possa trovare una spiegazione sociale o antropologica.
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