Storia delle relazioni internazionali
I trattati di pace del 1919-1920 e il sistema di Versailles
Dopo la fine della 1° guerra mondiale, il sistema delle relazioni internazionali venne completamente stravolto. La Conferenza di pace si aprì a Versailles nel 1919 ed ebbe come organi decisori prima il Consiglio dei 10 (capi di Stato, di governo e ministri degli Esteri di USA, Francia, GB, Italia e Giappone) e poi il Consiglio dei 4 (Wilson, Lloyd George, Clemenceau, Orlando). Da questa Conferenza vennero stipulati numerosi trattati, ma la loro peculiarità fu quella di essere redatti dalle potenze vincitrici, mentre i vinti furono solo invitati ad esporre alcune osservazioni. I negoziatori di Versailles furono spettatori di numerosi conflitti e tensioni locali legati al problema della creazione di nuovi confini, nati dal disfacimento degli imperi russo, tedesco e austro-ungarico.
Impero tedesco
La Germania fu considerata la responsabile morale dello scoppio della guerra, per questo le venne inflitta una punizione particolarmente dura. Fu costretta a cedere Alsazia e Lorena alla Francia, ma vide cmq attribuirsi alcune zone del Belgio e della Danimarca. Fu costretta anche a cedere molti territori orientali alla rinata Polonia, ma questo nuovo confine non venne mai accettato da Berlino, soprattutto per il corridoio di Danzica, che separava la Germania dalla Prussia orientale. La tensione tra Germania e Polonia salì e, dopo un plebiscito poi dichiarato nullo, la regione venne spartita su decisione della Società delle Nazioni.
Impero russo
Dal sistema di Versailles venne esclusa la nuova Russia bolscevica. In un primo momento questo nuovo soggetto politico internazionale, intenzionato ad introdurre elementi rivoluzionari anche all’interno delle potenze occidentali, venne isolato. Successivamente, però, si iniziò a trattare con questo Stato per poter riavviare una politica economica e commerciale. Ai confini dell’ex impero russo restavano numerosi problemi. Lituania, Lettonia ed Estonia riuscirono a dichiararsi indipendenti dopo aver combattuto sia contro le forze tedesche che contro quelle bolsceviche. Anche la Finlandia riuscì a difendere la propria indipendenza. Particolarmente cruenta fu la guerra tra Russia e Polonia per la determinazione dei confini orientali di quest’ultimo. L’esercito polacco invase, infatti, l’Ucraina, dichiaratasi indipendente. L’Armata Rossa sovietica riuscì ad avanzare fino a Varsavia ma poi venne improvvisamente sconfitta. Si arrivò, così, alla pace di Riga con la quale la Polonia acquisì alcuni territori bielorussi e ucraini. Ma la Polonia vide svilupparsi un contrasto anche nella frontiera meridionale con la nuova Cecoslovacchia per il possesso delle risorse minerarie di questa regione, nonché ad est con la Lituania per il possesso della città di Vilnius. Quest’ultimo conflitto si risolse con l’occupazione della città da parte della Polonia.
Impero turco
Furono molte le perdite subite in seguito al trattato di Sèvres, a vantaggio di Grecia, Francia, GB e Italia. Il sultanato si indebolì, notevolmente, fino ad arrivare ad una crisi finale. In Anatolia prese forza il movimento di riscossa nazionale guidato da Ataturk, che fece della Turchia uno Stato moderno e laico, dopo il conflitto con la Grecia, vinto grazie anche all’appoggio britannico. Le potenze alleate furono costrette a rinunciare alle loro sfere di influenza e sfruttamento economico e a negoziare con Ataturk una nuova pace, in base alla quale la Turchia recuperò la sovranità sull’Armenia e sul Curdistan. Fu questo il periodo in cui la Società delle Nazioni istituì i cosiddetti Mandati, in base ai quali alcuni popoli sarebbero stati guidati fino al loro autogoverno. Essi furono di 3 tipi, secondo il livello di maturità raggiunto dalle popolazioni per potersi amministrare da sole.
Impero austro-ungarico
Il nuovo Stato della Cecoslovacchia nacque da un’intesa tra i rappresentanti nazionali cechi e quelli slovacchi. L’Ungheria fu, invece, lo Stato che subì le più forti mutilazioni territoriali, così come la Bulgaria, che vide intere regioni andare sotto la sovranità jugoslava e greca. Nacque anche il nuovo Regno jugoslavo dei Serbi, Croati e Sloveni. La multietnicità del nuovo regno si trovò, però, fin dall’inizio costretta a far fronte a numerosi pericoli provenienti sia dall’interno che dall’esterno: l’aspirazione all’autonomia e all’indipendenza nazionale di alcuni esponenti del mondo politico croato, le rivendicazioni ungheresi, il contenzioso con l’Italia per la città di Fiume. Proprio in riferimento alla questione di Fiume va detto che il Patto di Londra del 1915 con Francia e GB garantiva all’Italia, in caso di vittoria, Trentino e Venezia Giulia, con esclusione di Fiume, malgrado la forte presenza italiana. Alla Conferenza di pace, però, Orlando e Sonnino avanzarono questa rivendicazione sulla base del principio etnico, suscitando un forte contrasto con le potenze alleate e soprattutto con gli USA di Wilson. Con il Trattato di Rapallo del 1920 Fiume divenne una città libera sotto la responsabilità della Società delle Nazioni. La Romania vide raddoppiare la propria estensione territoriale rispetto all’anteguerra, ma dovette anch’essa far fronte alla multietnicità.
I 3 nuovi Stati (Cecoslovacchia, Regno jugoslavo dei Serbi, Croati e Sloveni e Romania) conclusero una serie di alleanze difensive bilaterali, note con il nome di Piccola Intesa. Tramite un trattato con la Romania, anche la Polonia venne collegata a questa intesa. L’Albania, occupata durante la guerra nei Balcani da forze francesi e italiane, venne ricostituita nella sua integrità.
Evoluzione del sistema di Versailles negli anni '20. L'epoca della sicurezza collettiva
A cavallo tra il 1921 e il 1922 venne convocata, su iniziativa americana, la Conferenza di Washington, che tentò di risolvere i problemi legati alla riduzione degli armamenti navali. Si arrivò, così, al Trattato delle 5 Potenze (USA, GB, Francia, Italia e Giappone), che fissò per 15 anni delle proporzioni differenziate per la costruzione delle rispettive quote di navi di linea. Tale trattato venne preceduto dal Trattato delle 4 Potenze (USA, GB, Francia e Giappone), che stabiliva una garanzia dei rispettivi possedimenti nel Pacifico, con la consultazione in caso di minaccia. Un altro tema che venne affrontato in questa Conferenza fu quello della Cina, alle prese con un debole potere centrale, con le limitazioni di sovranità imposte dalle grandi potenze nonché con il nuovo espansionismo economico giapponese. Con il Trattato delle 9 Potenze si decise di rispettare la sovranità, l’indipendenza e l’integrità della repubblica cinese.
Per quanto riguardava l’Europa, la Francia fece un primo tentativo di ammorbidire le riparazioni imposte alla Germania. Tale tentativo venne, però, vanificato con l’avvento del governo Poincaré, improntato ad una maggiore fermezza. Questo fu il periodo in cui si misero in evidenza i contrasti tra Francia e GB, contrasti su numerosi temi: quello della sicurezza nazionale, quello delle riparazioni tedesche, quello dei debiti verso i governi stranieri contratti dalla Russia zarista.
In riferimento al tema dei debiti contratti dalla Russia va detto che essa si rifiutò di procedere al rimborso se le potenze occidentali non avessero partecipato con nuovi aiuti alla ricostruzione economica russa e non avessero riconosciuto il nuovo Stato. I ministri degli Esteri tedesco e russo si incontrarono e firmarono il Trattato di Rapallo con cui venivano annullate le reciproche rivendicazioni economiche e venivano ristabilite le relazioni diplomatiche. Grazie ad una cooperazione segreta tra i due Stati, inoltre, alla Germania venne concesso di fabbricare gli armamenti in Russia, nonostante il Trattato di Versailles lo proibisse.
In riferimento, invece, alla questione delle riparazioni tedesche, vennero indette due Conferenze per cercare di arrivare ad una moratoria, ma ogni tentativo di accordo fallì a causa della linea dura francese, in contrasto con quella più flessibile inglese. La Francia, supportata dal Belgio, decise, così, di occupare il bacino della Ruhr per garantire il pagamento delle riparazioni attraverso lo sfruttamento delle fabbriche e delle miniere tedesche, secondo il concetto del pegno produttivo. Col tempo, però, l’atteggiamento francese si ammorbidì e ciò permise di creare un comitato di esperti guidato dal banchiere americano Dawes. Quest’ultimo elaborò un piano, il cosiddetto Piano Dawes, che venne approvato nel 1924 e che fu basato su due pilastri: la ripresa dei pagamenti tedeschi secondo rate crescenti e il cambio della moneta. Il piano Dawes venne, in seguito, sostituito dal Piano Young nel 1929, presentato dallo statunitense Young. Dopo che il piano Dawes divenne operativo, infatti, fu chiaro che la Germania non avrebbe potuto onorare gli esorbitanti pagamenti annuali. Il piano Young divideva, così, il pagamento annuale in due parti: una parte senza condizioni, per un terzo della somma, mentre la restante parte che poteva essere posposta. Il Piano Young ebbe la sfortuna di esser varato a poco tempo di distanza dalla crisi economica che pochi mesi dopo colpì il mondo intero in seguito al crollo dei titoli alla Borsa di New York. Tale crisi portò al crollo della produzione industriale e ad una enorme disoccupazione, nonché alla caduta della domanda e delle esportazioni. Inoltre portò alla fine del sistema delle riparazioni, fine decisa alla Conferenza di Losanna del 1932.
In riferimento, infine, al tema della sicurezza e del disarmo va detto che l’Assemblea della Società delle Nazioni approvò il Protocollo di Ginevra, con cui tutti gli Stati si impegnavano a sottoporre ad un arbitrato obbligatorio qualsiasi controversia suscettibile di conflitto. Se uno Stato coinvolto avesse rifiutato l’arbitrato sarebbe stato dichiarato aggressore ed avrebbe subito sanzioni economiche o militari. Il progetto, però, fallì a causa dell’ostruzionismo del governo britannico, guidato dall’appena eletto Mac Donald, più sensibile agli interessi inglesi che a quelli generali. Pur fallendo questo progetto, Francia, GB e Germania cercarono di far coincidere i vari punti di vista e riuscirono a firmare i Patti di Locarno del 1925, con cui si stabiliva l’inviolabilità della frontiera franco-tedesca e belga-tedesca e si smilitarizzava la Renania. Sul fronte orientale si stipularono convenzioni di arbitrato e trattati di alleanza con Cecoslovacchia e Polonia.
Si viveva cmq una stagione positiva per la ricerca della sicurezza collettiva nell’ambito della Società delle Nazioni. Nel 1928 venne concluso il Patto Briand-Kellogg (dal nome dei diplomatici francese e americano che lo elaborarono), cui aderirono progressivamente tutti gli Stati della Società delle Nazioni. Esso prevedeva che gli Stati rinunciassero all’uso della guerra nei loro rapporti reciproci e si impegnassero a risolvere pacificamente le controversie. La pecca di questo Patto fu, però, legata al fatto che non vennero previste sanzioni contro gli Stati inadempienti.
La politica estera italiana negli anni '20
L’Italia era uscita alla guerra non completamente soddisfatta rispetto alle rivendicazioni espresse in sede di Conferenza della Pace. Le difficoltà nell’ottenere i compensi dagli alleati fecero pensare ad una vittoria mutilata e alimentarono anche le divisioni sul piano politico interno, soprattutto da parte del movimento nazionalista. Il capo del governo dell’epoca, Nitti, cercò, così, di adeguare la politica italiana alla nuova realtà internazionale, avviando, ad esempio, contatti economici e commerciali con la Russia sovietica, cercando intese con il Regio jugoslavo dei Serbi, Croati e Sloveni ecc.
Con la salita al potere di Mussolini, la politica estera italiana subì un’impennata in seguito all’uccisione di un generale italiano che faceva parte della commissione tecnica incaricata di tracciare il confine tra Grecia e Albania. In quell’occasione, infatti, Mussolini, dopo un inutile confronto con la Società delle Nazioni, ordinò di bombardare Corfù, dove sbarcarono marinai italiani. La crisi rientrò con l’intervento della Conferenza degli Ambasciatori, ma l’azione italiana irritò inevitabilmente gli altri Stati, in particolare la GB.
Fatta eccezione per questo episodio, però, il 1° periodo sotto Mussolini fu caratterizzato da un’intensa attività negoziale. Egli riuscì, infatti, con gli accordi di Roma del 1924 ad ottenere Fiume, a concludere un trattato di amicizia con la Cecoslovacchia, a riconoscere la Russia sovietica, ad approfondire una politica di collaborazione con GB e Francia. Successivamente, però, l’atteggiamento di Mussolini cambiò: si mise in contrasto con la Francia intensificando la presenza politica ed economica nell’area danubiano-balcanica, nonché con il Regno jugoslavo vista la volontà dell’Italia di mantenere il diritto di intervento in Albania. Contemporaneamente avviò una politica di crescente collaborazione con l’Ungheria per opporsi alla politica franco-jugoslava, con la Romania e con l’Albania. Il trattato di assistenza in caso di aggressione stipulato proprio con l’Albania provocò la reazione del Regno jugoslavo. L’obiettivo di Mussolini era chiaro: creare una sorta di quadruplice intesa nei Balcani tra Romania-Ungheria e Romania-Bulgaria, sotto la guida italiana, da contrapporre all’alleanza tra Francia e Piccola Intesa. Ma l’obiettivo non venne raggiunto a causa delle ostilità tra questi 3 paesi. Un altro progetto a cui Mussolini dovette rinunciare fu quello di creare una triplice intesa tra Italia, Grecia e Turchia, Stati coi quali riuscì solamente a stipulare trattati separati.
Nel 1929 Mussolini nominò Ministro degli Esteri Dino Grandi, il quale, per 1° cosa, sostituì molti funzionari della vecchia guardia con personale più giovane, più vicino alle posizioni del partito. Grandi condusse una politica di collaborazione con la Società delle Nazioni per cercare di non far vedere l’Italia, agli occhi degli altri Stati, come una minaccia alla stabilità internazionale.
Evoluzione e crisi del sistema di Versailles nella 1° metà degli anni '30
Un avvenimento che turbò l’equilibrio europeo fu il cosiddetto Anschluss economico, concluso nel 1931 tra Germania e Austria. Esso era una unificazione doganale e delle politiche commerciali tra i due Stati che, però, fallì a causa delle nuove difficoltà finanziarie che incontrarono gli stessi, i quali dovettero, così, rinunciarvi. Un’altra crisi che annullò i risultati raggiunti nell’ambito della sicurezza fu determinata dall’invasione della Manciuria da parte del Giappone. La Società delle Nazioni chiese l’immediato ritiro giapponese, senza, però, considerare l’azione come un atto di forza del Giappone. Questo non impedì, quindi, al Giappone di continuare l’occupazione, arrivando, persino, ad aiutare gli indipendentisti della Manciuria a proclamare un nuovo Stato, il Manciukuò, sottomesso alla politica ed agli interessi giapponesi.
Altra conseguenza della crisi economica internazionale fu il rafforzamento di movimenti e partiti totalitari in tutta Europa. Fu proprio in questo periodo, infatti, che Hitler divenne cancelliere della Germania (30 gennaio 1933). La politica della sicurezza collettiva era, quindi, irrimediabilmente destinata al fallimento. Stessa sorte toccò ai numerosi tentativi di disarmo. Dopo la salita al potere di Hitler si temeva soprattutto un rilancio dell’obiettivo dell’Anschluss. Chi più di tutti voleva l’indipendenza austriaca era proprio l’Italia, che concluse, quindi, dei Protocolli con Austria e Ungheria al fine di sbarrare la strada all’espansione tedesca sul Danubio. Dopo la morte del cancelliere austriaco Dollfuss nel 1934, intervenuta per un colpo di stato dei nazisti austriaci, Mussolini spostò minacciosamente alcune divisioni verso la frontiera del Brennero. Anche la Francia cercò di contrastare la minaccia tedesca, e lo fece cercando di raggiungere un’intesa con l’URSS, con la quale, peraltro, aveva già sottoscritto un patto di non aggressione. Il ministro degli Esteri Barthou, però, venne assassinato insieme al re Alessandro di Jugoslavia da un commando di separatisti croati. Il suo successore Laval mostrò totale disinteresse nei confronti della politica di sicurezza della Società delle Nazioni e pose fine ai contrasti con l’Italia concludendo degli accordi che attribuirono all’Italia piccoli compensi territoriali in Africa, una maggiore presenza economica in Etiopia, nonché un accordo a favore dell’indipendenza austriaca.
Altro avvenimento importante sul piano internazionale degli anni '30 fu la guerra italo-etiopica. Dopo incidenti alla frontiera somalo-etiopica del 1934, venne interessata la Società delle Nazioni affinché potesse risolvere attraverso la conciliazione e l’arbitrato i contrasti tra Italia ed Etiopia. Ma i vari tentativi fallirono. Nel 1935, così, le truppe italiane entrarono in Etiopia. L’azione venne condannata dalla Società delle Nazioni, la quale impose sanzioni economiche proprio all’Italia, sanzioni rivelatesi, però, inefficaci. Il governo britannico tentò nuovamente di raggiungere un accordo con Mussolini per far cessare subito il conflitto, ma ancora una volta egli rifiutò ogni proposta. Solo dopo la proclamazione, nel 1936, della sovranità italiana sull’Etiopia e l’assunzione del titolo di Imperatore d’Etiopia da parte di Vittorio Emanuele III, la guerra ebbe fine.
La politica europea nella 2° metà degli anni '30
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