Storia delle istituzioni militari – Esame prof. Pastori
La fine delle guerre tradizionali
La guerra non esiste più. L’ultima vera battaglia tra carri armati, in cui si affrontavano formazioni corazzate di due eserciti supportate dalle rispettive artiglierie e forze aeree, in cui i carri schierati risultarono il fattore decisivo, si è verificata nel 1973, durante la guerra arabo-israeliana, sulle alture del Golan e nel Sinai (guerra dello Yom Kippur).
L’uso del carro armato come macchina da guerra organizzata in formazioni, progettata per combattere e per conseguire un risultato decisivo non si è più verificato da trent’anni a questa parte. Non è più realistico pensare a guerre dove tali formazioni corazzate possano e debbano essere usate: la guerra industriale non esiste più.
Oggi, gli strateghi militari preferiscono forze rapide e leggere perché l’intero concetto di guerra è cambiato. È evidente che il cambiamento verso il modello attuale sia cominciato con l’introduzione delle armi di distruzione di massa nel 1945. Fu l’introduzione della forza nucleare che rese la guerra industriale praticamente impossibile come evento risolutivo. La Guerra Fredda fu infatti condotta all’interno del concetto di “distruzione reciproca garantita” (MAD = Mutually Assured Destruction).
Il nuovo paradigma bellico
Nonostante ciò, gli esperti di pianificazione strategica svilupparono eserciti modellati secondo il vecchio paradigma della guerra industriale, finendo per combattere altre guerre, come quella in Vietnam o in Algeria (guerre industriali contro avversari non statuali). Indubbiamente oggi si può affermare che dagli eserciti con forze tra loro equivalenti, si è passati a un confronto strategico con una varietà di combattenti, non tutti eserciti, che usano una varietà di tipi di armi, spesso improvvisate.
Il nuovo paradigma di guerra non è più quello della “guerra industriale tra Stati”, ma quello della “guerra tra la gente”. Ma cos’è un “paradigma”? Kuhn lo ha definito come «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca».
L’espressione “guerra tra la gente” è sia una vivida descrizione delle guerre attuali, sia una struttura concettuale. Si riferisce al fatto che non c’è un campo di battaglia a sé stante su cui si confrontano gli eserciti, e neppure ci sono necessariamente eserciti, certamente non da entrambe le parti in conflitto. Non si tratta di “guerra asimmetrica” (situazione in cui gli Stati tradizionali erano minacciati da poteri non convenzionali, ma in cui le forze militari convenzionali sarebbero state capaci di sventare la minaccia), ma di una situazione nella quale le persone nelle strade, nelle case, nei campi sono il terreno di battaglia. In questo tipo di guerra, i civili costituiscono sia i bersagli, sia una forza d’opposizione.
La percezione errata del conflitto moderno
Per Smith, etichettare questo tipo di guerra come “asimmetrica” costituisce una sorta di eufemismo, dal momento che ogni guerra è volta a individuare un’asimmetria con il nemico, per poter vincere.
Gli Stati nazione occidentali, ma anche la Russia, hanno inviato le proprie forze armate strutturate in maniera convenzionale a condurre operazioni su questi campi di battaglia, senza ottenere successi. L’obiettivo di entrambe le parti era l’ottenimento di una vittoria militare definitiva in grado di dare una soluzione al problema originale, di solito di natura politica.
Ciò è derivato probabilmente dalla confusione tra il “dispiegare” e l’“impiegare” una forza. In molti casi, infatti, gli eserciti sono stati dispiegati senza essere impiegati. Il comportamento delle UN nei Balcani ne è un esempio: fino al 1995 c’erano decine di migliaia di militari dell’ONU dislocati soprattutto in Croazia e in Bosnia, ma le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza proibivano loro di usare qualsiasi forza militare effettiva.
La forza militare nel contesto moderno
Insomma, politici e soldati ragionano ancora in termini del vecchio paradigma (guerra industriale tra Stati), e cercano di usare a quello scopo le loro forze armate, organizzate in maniera convenzionale, mentre la tipologia dei nemici e dei combattenti è cambiata. Di conseguenza, la forza può essere preponderante e impressionante, ma non conseguire i risultati attesi.
Ma cos’è la forza militare? L’applicazione della forza militare dà due effetti immediati: uccide le persone e distrugge le cose. Che morte e distruzione servano o meno a raggiungere gli scopi di dominazione o politici che la forza si era prefissata di ottenere, dipende dalla scelta dei bersagli e degli obiettivi, all’interno del contesto più ampio dell’operazione.
Questo vuol dire che, per impiegare la forza in modo utile, bisogna:
- Conoscere molto bene il contesto in cui si agisce;
- Avere una definizione chiara del risultato da raggiungere;
- Individuare il bersaglio sul quale la forza deve essere applicata.
A tal proposito, Smith fornisce un esempio esaustivo: «Immaginate una strada che deve essere sgomberata da una frana. L’obiettivo è l’ammasso di rocce, il contesto sono le instabili colline circostanti, inclusi i villaggi costruiti su di esse, e le infrastrutture di elettricità, gas e acqua che circondano l’area. La definizione del risultato da raggiungere è una strada pulita, il più velocemente possibile. L’ammasso di rocce è l’obiettivo su cui si deve applicare la forza, ma ciò non risolve la naturale questione della natura della forza da impiegare. Si devono usare escavatrici meccaniche o esplosivi? Entrambi rappresentano una soluzione, ma con velocità e costi diversi: gli esplosivi sono più veloci, ma potrebbero provocare un’altra frana; le escavatrici sono più sicure, ma lente. Entrambe le opzioni fornirebbero una strada pulita, ma la loro utilità sarebbe differente».
La distinzione tra forze regolari e irregolari
La forza militare è messa in atto da eserciti. Il modo in cui questi la esercitano dipende dalla loro organizzazione, che deve tenere conto delle peculiarità dell’avversario, che non è un bersaglio immobile, ma è un essere vivente che reagisce. Per questo motivo, reazione e adattamento sono parte di un piano d’attacco allo stesso modo della pianificazione a tavolino. Il nemico ha una mente libera e creativa, che ragiona come la nostra.
Una forza armata può essere costituita:
- Da forze regolari: vengono adoperate per essere utili ad un obiettivo politico deciso da un Governo legittimo, che incarica l’esercito, inteso come corpo formato e autorizzato legalmente e responsabile verso il Governo stesso, di applicare la forza. Una forza regolare è, dunque, legale, letale e distruttiva. Le forze regolari sono caratterizzate da:
- Un corpo militare organizzato;
- Una struttura gerarchica responsabile nei confronti del vertice dello Stato;
- Uno status giuridico che permette di portare le armi e di avere un codice disciplinare separato;
- Finanziamenti statali per l’acquisto di materiale bellico.
- Da forze irregolari: possono essere solo letali e distruttive. Una forza irregolare opera al di fuori dello Stato, e quindi al di fuori delle sue leggi, anche se la sua irregolarità non la pone al di fuori della protezione della legge internazionale. Esempi di forze irregolari sono le bande della criminalità organizzata, le organizzazioni di resistenza, le organizzazioni terroristiche e le forze di guerriglia.
- Ad esempio, un’organizzazione come l’OLP, quando opera a Gaza e nei territori occupati, è da considerarsi una forza regolare o no? Questo problema si pone per ogni movimento d’indipendenza armato e per la grande maggioranza dei conflitti attuali, ed è un problema che la comunità internazionale deve affrontare in modo coerente. Questo problema riguarda in particolare la legittimità delle parti in gioco e delle loro motivazioni e, in particolare, la percezione che si ha di questi nella comunità internazionale.
Conflitti e loro regolamentazione
Comunque, tornando ad un ragionamento generale, il contrasto fra persone con interessi e priorità diversi è endemico a tutte le società. Quando le Società chiamate Stati si confrontano su qualche problema che non può essere risolto con reciproca soddisfazione, e quando allora le parti cercano di dirimere la questione con la forza delle armi, lo scontro che ne consegue, in cui l’obiettivo di entrambe è di far prevalere la propria idea di pace, viene chiamato guerra.
Nel corso dei secoli gli Stati hanno tentato di trovare delle leggi che regolassero il fenomeno guerra. Queste leggi sono in particolare le Convenzioni di Ginevra. Tuttavia, una volta in guerra, gli avversari, benché ci si aspetti che si conformino alle prescrizioni delle Convenzioni, non giocano mai seguendo le stesse regole. Gran parte dell’abilità militare, in effetti, implica la capacità di giocare in un modo e con regole tali da avvantaggiare la propria parte e danneggiare il nemico. Arrivare secondi in guerra, infatti, significa perdere.
Responsabilità nei conflitti
Le guerre e i conflitti sono condotti in base a quattro livelli di responsabilità:
- Politico: è la fonte del potere e della capacità decisionale. È l’origine del conflitto, perché, come affermava Clausewitz, «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». Nel passato, autorità politiche e vertici militari coincidevano (il Principe, il Re...); nelle democrazie, invece, responsabilità politica e comando militare furono separati. Nel conflitto moderno è la leadership politica che controlla quella militare e decide in base a quale scopo si debba combattere. La decisione politica deve ovviamente valutare il rischio effettivo che una minaccia si possa concretizzare, e poi deve valutarne le possibili conseguenze. Ad esempio, Chamberlain e il suo Governo, avendo visto Hitler prima annettersi i Sudeti e poi invadere la Polonia, erano consapevoli del rischio che si stava materializzando di fronte a loro, e della chiara possibilità che raggiungesse le isole britanniche, dunque sapevano di essere in pericolo. L’unica soluzione era quella di comunicare ad Hitler un ultimatum, e poi di entrare in guerra.
- Strategico: una volta presa a livello politico la decisione di entrare in guerra, l’attività si sposta a livello strategico, dove il fine politico del ricorso alla forza militare si traduce nell’organizzazione di formazioni militari e nelle concrete azioni di queste. Non si deve mai dimenticare che le considerazioni politiche restano sempre il contesto entro cui si muove la strategia. Al tempo stesso, è sempre opportuno tenere a mente che l’obiettivo politico e quello della strategia non coincidono. L’obiettivo strategico, infatti, viene conseguito tramite la forza, mentre l’obiettivo politico viene conseguito come conseguenza del successo dell’azione militare. Comunque, lo scopo strategico deve essere saldamente legato alle finalità politiche. Se così non fosse, sarebbe difficile usare la forza in modo vantaggioso, poiché il comandante non saprebbe quale risultato e quale effetto debba essere conseguito per favorire il conseguimento del fine politico generale.
Non esistono strategie perfette. Anzi, aspettarsi la perfezione significa dimenticare o non voler riconoscere che il nemico non è inerte, e ha una libera parte creativa nel conflitto. Di conseguenza, si dovrebbe cercare di elaborare una strategia che, in quelle determinate circostanze, si riveli migliore di quella del nemico.
Quindi, ricapitolando, la strategia è espressione sia dello scopo e dei suoi rapporti con le finalità complessive, sia del contesto del conflitto, nonché dei limiti all’agire che derivano dalle finalità politiche nello specifico caso. Essa delineerà il modello di eventi auspicato, assieme alle misure colte a tradurlo in pratica, e distribuirà forze e risorse. In aggiunta, secondo la strategia prescelta, si nomineranno i comandanti e si definiranno i loro obiettivi. La prova per vedere se una strategia è buona si ha quando questa raggiunge il suo obiettivo senza che sia necessaria una battaglia. Sun Tzu docet: «La suprema arte militare consiste nell’insediare le altrui strategie; a ciò seguono, nell’ordine, la rottura delle altrui alleanze e l’attacco diretto all’esercito».
- Tattico: l’attacco diretto all’esercito ci porta al livello tattico, in cui troviamo battaglie, scontri e combattimenti, eventi la cui scala va dall’azione individuale a quella collettiva. Una battaglia si compone di tutta una serie di combattimenti di vario genere (individuali, di divisione, di squadra…). Essenza di tutte le tattiche sono fuoco e movimento. Il dilemma tattico fondamentale sta nel trovare il giusto equilibrio tra attacco e difesa. Sotto questo punto di vista, la guerra tattica è molto simile all’arte della boxe.
Il risultato della tattica è semplice: uccidere o essere uccisi. Il tattico di successo deve essere più agile e deve muoversi più velocemente del suo antagonista, così da esercitare una pressione di fuoco in quantità efficace. A tal fine può usare con cura armi e ostacoli, naturali o artificiali, per ostacolare o inibire la capacità di movimento del nemico.
- Di teatro: è il livello che lega tattica e strategia, ovvero, il livello operativo. Questo livello è situato nel teatro delle operazioni, che consiste in un’area geografica che contiene al suo interno un obiettivo, il cui raggiungimento cambia la situazione strategica in modo vantaggioso da un punto di vista sia politico, sia militare. Ad esempio, lo sbarco in Normandia del D-Day (Operazione Overlord), nel 1944, fu un’operazione che da sola cambiò la realtà strategica: l’Europa occidentale poteva ora essere liberata e la Germania conquistata.
Quindi, un’operazione di teatro di guerra, non è semplicemente un insieme di scontri tattici, ma molto di più. Il Comandante di un teatro di operazioni militari deve elaborare il piano, la c.d. “campagna”, che delinea la strada verso l’obiettivo finale assegnatogli dal Comandante strategico, e deve orchestrare le attività delle truppe assegnate al suo comando al fine di raggiungere quegli obiettivi tattici che lo avvicinano alla meta prefissata.
La "guerra tra la gente"
Comunque, tornando alla “Guerra tra la gente”, questa è caratterizzata da sei principali tendenze:
- Gli scopi per cui si combatte stanno cambiando: si passa dagli obiettivi concreti e assoluti della guerra industriale, a quelli più flessibili di singole persone o società, che non sono Stati.
- Si combatte tra la gente: è un fatto tra l’altro amplificato dai media (anche con il c.d. “CNN effect”) si fa la guerra ovunque.
- I combattimenti tendono a diventare interminabili: si combatte fin al raggiungimento di una situazione che deve essere mantenuta fino al raggiungimento di un accordo, che potrebbe giungere dopo anni, o addirittura decenni.
- Si combatte cercando di minimizzare le perdite subite: invece che a qualsiasi costo pur di raggiungere l’obiettivo.
- In ogni occasione si trovano nuovi usi per vecchie armi: nuovi usi, perché spesso le armi usate nei conflitti industriali sono inutili in quelli odierni.
- Le parti in causa solitamente non sono Stati nazionali: i conflitti, infatti, si svolgono spesso tra formazioni multinazionali e una o più fazioni che non sono Stati.
Queste sei tendenze riflettono la realtà della guerra contemporanea, che non è più un singolo imponente evento militare che porta ad un risultato politico definitivo.
Risorse finanziarie e forze armate
Un aspetto assai importante, potremmo dire “trasversale alla storia”, è sempre stato quello delle risorse finanziarie per la formazione di una forza armata. Fin dall’inizio dei tempi, trovare il giusto equilibrio degli investimenti ha preoccupato re, principi, e Governi.
Ovviamente, il saldo degli investimenti rifletterà sempre la struttura di base di una società: un Paese senza sbocco sul mare normalmente non avrà una Marina; un Paese povero avrà meno armi di uno ricco; uno Stato popoloso avrà un esercito più grande di uno meno abitato. In genere, i bilanci sono sempre strutturati in modo da mantenere ristabilire la pace nel modo meno dispendioso. Risultato che si consegue includendo nella difesa solo quelle voci che sono assolutamente necessarie per l’esistenza dell’entità statale, lasciando che tutto il resto sia garantito da una combinazione di misure militari, diplomatiche ed economiche.
Ad esempio, tra la fine del Seicento e la Seconda Guerra Mondiale, l’Inghilterra difese il proprio territorio e il proprio commercio marittimo mantenendo una forte Marina.
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