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Concezione della geografia

La geografia è la formalizzazione di una concezione del mondo e, in quanto tale, necessita di un codice – in questo caso il linguaggio – che può essere scritto, orale o iconografico. Si parla di concezione in quanto espressione di una rappresentazione mentale (astratta, frutto di cultura, istruzione, contesto sociale), che quindi non ha corrispondenza concreta diretta. La disciplina ha creduto a lungo di essere una rappresentazione obiettiva, il che è però impossibile: nemmeno la storia può esserlo, in quanto esistono diverse opinioni su ciascun fatto. Non possono esistere, quindi, osservazioni del tutto neutrali, in quanto si assume sempre una posizione di base per osservare un fatto, qualsiasi essa sia. La realtà in sé è sempre esito di qualcosa che non si vede (politica, storia) e la geografia, ma anche le altre discipline, possono offrire una spiegazione soltanto parziale. Ma: è possibile conoscere la realtà nella sua interezza?

Rapporto tra uomo e terra

La geografia non è lo studio della Terra, ma del rapporto fra l’uomo e la Terra stessa. Questo è un rapporto storico-culturale, che nel corso del tempo è spesso cambiato (per esempio la concezione della Terra come tellus mater, che porta al rispetto per tutte le espressioni della natura). Oggi, ma da sempre i cosiddetti “bianchi”, pensavano invece che la Terra fosse un oggetto semplice da manipolare, e solo con la nascita dell’ecologismo le cose sono migliorate in tal senso. Il rapporto uomo-terra è frutto del modo che l’uomo stesso usa per interpretare la realtà (il fatto stesso di assegnare un determinato nome a oggetti, fenomeni); questo rapporto non può ovviamente esistere se non grazie all’uomo e, di conseguenza, la geografia stessa non esisterebbe se l’uomo non ci fosse e non l’avesse inventata.

Concezioni del mondo

Le concezioni del mondo (geografiche, filosofiche ecc.) se ne occupano genericamente, anche se ciascuna ha una propria idea, legata al proprio contesto storico, politico e sociale. Dietro ogni interpretazione della realtà ci sono sempre progetti e invenzioni, che possono essere impliciti o meno e nascere dall’ideologia di chi scrive, sia essa politica, religiosa o altro. La scienza non è né una né neutra, e la geografia è la disciplina meno neutra, pura e obiettiva che esista, ma la più utile e sfruttata da politica ed economia.

Obiettivo della geografia

L’obiettivo della geografia è rappresentare il mondo circostante e addirittura quello sconosciuto. Il primo scopo storico (lo fece Cesare, per esempio) fu quello di usarla per conquistare e dominare, premurandosi di conoscere la conformazione del territorio da attaccare, come fece poi anche Napoleone. Nell’800, poi, con la nascita della Royal Geographic Society, si studiò per conquistare Africa e India. L’utilizzo strategico si nota anche nell’ambito commerciale: prima di Marco Polo, per esempio, non si conoscevano le stagioni monsoniche. La disciplina è stata poi utile alla Chiesa per l’evangelizzazione: si pensi ai fraticelli partiti con Colombo, ma anche ai vari ecclesiastici nel mondo.

Evoluzione del discorso geografico

Il discorso sulla geografia non evolve isolatamente, ma in relazione ad altri: a livello sociale certe modalità discorsive (uso dei telefonini) lo modificano, e tali rapporti non sono mai esclusivi. Esiste un discorso generale e preliminare che permea quelli particolari e li uniforma; uno che classifica scienze, storia ecc., e anche la geografia risente di questa funzione riordinatrice, in base alla quale si è evoluta. I pensieri ordinatori, scientifici e filosofici, sono anch’essi guidati dalla storia.

Sviluppo della geografia

La geografia credeva – fino alla prima metà del Novecento – di essersi sviluppata dall’interno. Già dall’Ottocento ne esisteva una critica e riflessiva, capace di scegliere da sé strumenti e aree di interesse, e si può anzi dimostrare il coinvolgimento della geografia con filosofia, storia ecc. La geografia fu istituzionalizzata nella seconda metà dell’800, quando assunse valore giuridico e fu inserita negli ordinamenti scolastici e universitari.

Teoria dei paradigmi di Thomas Kuhn

Thomas Kuhn (1922-1996): istitutore della teoria dei paradigmi. Ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche afferma che per molto tempo si era pensato ci fosse stato un costante accumulo di conoscenze, sempre più globalizzate e precise. La scienza non è però coerente come si riteneva: il percorso della conoscenza, secondo Kuhn, si caratterizzava di tensioni periodiche, con alternanze di periodi tranquilli (accrescimento delle conoscenze) a altri meno sereni (sconvolgimenti nelle discipline che anticipavano cambiamenti). Si introduce qui il concetto di paradigma e, quindi, di mutamento paradigmatico. Paradigma = assunzione metafisica, esperimenti, filosofia, orientamenti teorici. Quando c’è il momento di crisi i fattori appena elencati cambiano e si passa a un paradigma diverso;

la comunità scientifica, quindi, lo modifica nel momento in cui la società non riesce più a utilizzarlo per risolvere i suoi problemi. Per fare queste modifiche si usa il metodo deduttivo. Si pensava inizialmente che esso potesse essere utilizzato in qualsiasi campo, tanto da definire “non scientifici” gli esiti ottenuti in ambito umanistico, seppure anch’essi giungano seguendo costrutti coerenti di interrogativi. Kuhn riteneva che la rivoluzione scientifica fosse necessaria nel momento in cui un paradigma smette di rispondere: occorre quindi ridefinire gli oggetti di studio delle discipline e gli strumenti utilizzati.

Padri della moderna geografia accademica

I padri della moderna geografia accademica si sono occupati anzitutto di due questioni: la differenziazione regionale e il rapporto uomo-realtà. Fra essi spiccano Alexander Von Humboldt (1769-1859) e Carl Ritter (1779-1859). Entrambi lavorarono isolatamente e non ebbero eredi diretti né risonanza fra i contemporanei; alla loro morte, poi, si aprì un periodo di stasi per la geografia. Humboldt non fu un geografo di professione, bensì un viaggiatore colto e acuto, che si occupò soprattutto della parte fisica. Importante fu il periodo di attività: si andavano specializzando le scienze, mentre fino ad allora il sapere era stato perlopiù enciclopedico (Diderot-Alembert): i due erano quindi emarginati. Ritter era invece un professore di geografia e avrebbe potuto avere dei discepoli o creare una scuola, ma lo spirito di entrambi era troppo anacronistico. Sul piano generale le ricerche specialistiche si contrapponevano poi alle loro opere.

Progrediva intanto la geografia fisica, con l’introduzione di pratiche di studio come l’olografia, la geologia, la geomorfologia ecc., mentre la geografia umana era trascuratissima fino a metà ‘700, quando furono pubblicate le opere di Montesquieu e Smith (etno-antropologia). Nel secolo successivo continuò invece l’opera di organizzazione di dati e informazioni.

Geografia regionale e determinismo

Nella seconda metà dell’800 si impostò il rapporto deterministico fra uomo e realtà, secondo il quale il primo subisce la seconda. Altra branca che si sviluppa è la geografia regionale: Buache definisce la regione sulla base dei bacini idrografici, usando quindi criteri fisico-naturalistici, ma esistono altri criteri sulla base dei quali si possono definire le regioni in modo del tutto diverso. Regione = complesso di elementi legati fra loro con criteri diversi; elementi uguali si mescolano diversamente in ogni caso.

Humboldt e Ritter coltivano idee diverse e personali, ma sul piano generale sono accomunati da una serie di riflessioni: entrambi sono convinti dell’esistenza di un’unica realtà, data dalle relazioni esistenti di rapporti reciproci e interdipendenti tra i vari elementi; essa è quindi inscindibile e per forza di cose studiabile soltanto nella sua interessa. Le leggi che regolano la realtà possono essere studiate usando il metodo scientifico: analisi globale, comparazione ecc., e da tante osservazioni derivano le loro opere estremamente voluminose.

Alexander Von Humboldt

Humboldt = formazione scientifica e poliedrica, con interesse per la realtà fisica e la botanica. L’uomo deve essere guidato dal lumos, in pieno stile razionale tipico dell’illuminismo settecentesco. Nei primi anni dell’800 lo studioso si reca in America centrale e meridionale, formalizzando le sue osservazioni ne Viaggio nelle regioni equinoziali. L’intenzione è procedere a uno studio sistematico della natura, secondo una scelta che partiva dall’idea che il sistema scientifico-culturale del ‘700 – basato sulla catalogazione – fosse insoddisfacente (sistema tassonomico). Questa concezione statica vede la natura immutabile, mentre per Humboldt è in continua evoluzione: il ricercatore dovrebbe quindi cercare le tracce del passato nel presente, tentando così di capire quale sarà il futuro.

Altra considerazione è la volontà di cercare relazioni che legano tra loro gli elementi caratterizzanti di una certa regione e della natura in generale. La scelta di regole costanti gli permise di trovare tipi e fisionomie ricorrenti, e quindi di definire un paesaggio tipico (concetto prima astratto e romantico e ora divenuto scientifico): osservando vari deserti ed evidenziandone gli elementi, si definì così il tipo desertico (per esempio). Humboldt non trascurò poi l’uomo, ma non lo mise al centro della propria riflessione; lo rapportò anzi alla natura nella sua dimensione puramente ecologica, trattando temi come lo sfruttamento agricolo. Fu anche cartografo, quindi organizzatore formale dei fenomeni territoriali.

L’opera definitiva fu Kosmos, in cinque volumi, opera di grande successo che proponeva una descrizione di terra e universo. Nelle sue previsione vi sarebbe dovuto essere almeno un altro volume, ma la morte gli impedì di concludere il lavoro: Kosmos mostra grande sensibilità verso l’uomo e influenze idealiste e romantiche. Si ha un’importante riflessione su filosofia e scienza, intendendo la prima non come ostacolo alla seconda, bensì un suo incentivo.

Carl Ritter

Ritter = geografo e primo professore universitario di geografia a Berlino. Lo scopo della sua analisi è studiare la relazione fra uomo (storia) e geografia, con attenzione a quello che è il lavoro dell’uomo, e si disinteressa della geografia fisica usandola come semplice palcoscenico. Il suo interesse per l’uomo nasce dalla formazione storica e filosofica. È fortemente improntato su spirito romantico, idealistica e, ancora, fu precettore e insegnante. Le prime preoccupazioni sono espresse in un’operetta nota come Erdkunde, per la quale si servì di fonti e documenti d’archivio raccolti da altri. Ritter riteneva che terra e uomini si influenzassero a vicenda (determinismo) e si concentrò sul rapporto tra uomo e coste, e quindi su fattori positivi. Lo scopo era determinare le possibilità di vita offerte da un certo territorio ai suoi abitanti.

Humboldt fu il precursore del primo problema della geografia, ossia la differenziazione regionale, mentre Ritter si occupò della relazione fra la geografia e l’uomo.

Istituzionalizzazione della geografia

L’istituzionalizzazione della geografia fece seguito a una fase decadente della disciplina. Le cause furono una perdita di contenuti, seguita alla specializzazione del sapere dell’800 e, fra le altre, l’espansionismo europeo, la presenza della materia nei programmi dei scuola primaria e secondaria e la colonizzazione. Si colloca in questo contesto la nascita della Royal Geographic Society. Nasce di conseguenza la necessità di formare i professori e, quindi, di definire l’oggetto di studio della disciplina, senza invadere i settori specifici delle altre materie.

Il positivismo

A metà ‘800 la borghesia propone una propria visione del mondo, e si stringe attorno alla scienza usandola come giustificazione per il proprio agire. Già nel ‘500 aveva iniziato a imporsi come ceto dominante, il quale vedeva il mondo come un oggetto da conoscere, dominare e sottomettere: per farlo dovette legarsi all’artigianato, portando alla nascita di una visione utilitaristica. Tra ‘500 e ‘600 ci furono Francis Bacon e Galileo Galilei, secondo i quali la scienza era da usare per gestire e dominare il mondo. Questo concetto era fortemente voluto dalla borghesia, in contrasto con le autorità civili ed ecclesiastiche (Galilei e l’inquisizione), e si consolidò su base finanziaria (industria), editoriale (spedizioni scientifiche e genericamente culturali, si pensi al paradosso del cotone attaccato da Gandhi) e intellettuale. Apparentemente ciò funzionò e si ebbe una forte crescita demografica, la costruzione di opere pubbliche e l’istituzione di mezzi di trasporto: tutte conquiste del progresso, apparenti conseguenze del positivismo. In sostanza, il potere della politica borghese si basava su economia, attività e progresso, ma per espandersi e rafforzarsi ebbe bisogno di rinnovarsi progressivamente. A metà ‘800, per mascherare le proprie intenzioni di conquista e sottomissione, avvallò l’idea apolitica e astorica di un’unica realtà, ossia quella naturale: tutte le regole borghesi, quindi, erano naturali.

Determinismo e scienza

Positivismo = visione del mondo che si afferma nella seconda metà dell’800, avente come oggetto di studio elementi tangibili. Anticipazione fu il naturalismo, basato sul metodo deduttivo. Il termine positivismo era inizialmente usato come sinonimo di empirico, in un’ottica di laicizzazione del sapere, estraniato dai processi religiosi o non comprovati scientificamente. Il termine fu usato per la prima volta da Claude Henry Saint Simon (1760-1825), considerato precursore del positivismo sociale, in riferimento alla scienza che usa il metodo deduttivo. Auguste Comte (1798-1857) definì positivista la sua filosofia, più penetrante in Europa. Egli redasse un manifesto del positivismo, noto come Manifesto dello spirito scientifico. Qui affermò che la scienza è l’unico sapere possibile, e il metodo deduttivo l’unico valido: se non applicabile, riteneva che il contesto in analisi non potesse produrre conoscenza (il metodo induttivo veniva ritenuto puramente descrittivo). Il metodo scientifico poteva e doveva essere esteso a ogni campo, anche alla scienze umane, e l’esaltazione della scienza portò a credere che anche l’uomo e la società fossero sottoposti a regole (determinismo). Tutti i viventi e i fenomeni sottostanno a leggi fisse, e l’uomo subisce leggi storiche e sociali, individuabili con osservazione e comparazione, permettendo previsioni del futuro a partire da osservazioni del passato (Comte). Quest’ultima riflessione porta alla definizione della sociologia. Il positivismo, quindi, è una concezione del mondo monista (= una sola realtà, ossia quella naturale, comprensiva anche dell’uomo e negante qualsiasi metafisica).

Organicismo ed evoluzionismo

Organicismo ed evoluzionismo rafforzano il positivismo. Organicismo = teoria nata nell’800 secondo cui un organismo è un sistema di organi in un tutto vivo organizzato da rapporti di interdipendenze. Tale organismo sfrutta possibilità interne ed esterne per vivere. Terra e società vengono considerati organismi. Evoluzionismo = Lamarck ritiene che tutti gli individui si modifichino continuamente a causa delle condizioni di vita esterne, che avrebbero condizionato l’accrescersi o la sparizione di organi e abitudini. Darwin propone invece la teoria evoluzionista, fondata su alcuni principi: 1) le specie viventi non sono immutabili e discendono tutte da un’unica specie, differenziatasi nel tempo. L’evoluzionismo rafforza l’organicismo. Si fa riferimento alla teoria biologica dell’evoluzione dei viventi, basandosi sui concetti di selezione naturale e competitività. Incroci e meccaniche della natura portano a nuovi organismi, utili o meglio disposti alla sopravvivenza. La teoria di Darwin presentava poi la debolezza di non aver spiegato i meccanismi dell’ereditarietà, come poi fece Mendel, e per l’assenza di altre spiegazioni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

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