Hegel 1770/1804: empirismo e universalità
Per H. la vera scienza deve ricondurre l’accertata finitezza delle situazioni reali dell’esistere all’assolutezza dell’essere. Infatti, la sua famosa frase “ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale” ha una portata circoscritta, cioè vuol dire che è razionale tutto ciò che è reale, purché il reale sia conosciuto come qualificato ad attingere la perfezione dell’essere che è il pensiero. Rispetto al potere sostanziale della Ragione, cui compete il governo del mondo, l’esistere pratico è in parte apparenza e solo in parte vera realtà suscettibile di contribuire all’unità dello spirito assoluto.
Per questo, H. accetta la conoscenza delle parti, ma a patto che poi queste si adeguino all’universalità del fine; H. si ribella dunque all’analisi di esperienze separate e all’illusione dell’empirismo di raccordare questi dati con legami esteriori: è tutto vano. Infatti, la filosofia deve accertare le finitezze, ma non fermandosi ad esse credendo che ognuna possa aspirare all’universale: l’analisi delle parti è solo il primo step del processo di unificazione che darà alle parti la consapevolezza di avere un valore dato da una verità sovrastante. H. vuole dunque assoggettare ogni realtà individuale a modelli uniformi e unificanti, perché ritiene che la natura etica e sociale dell’uomo sia animata da una tensione totalizzante che, se negata o ostacolata, cercando scampo nella singolarità, giunge fino alla pazzia.
Le false totalità
H. vede la totalità come un processo (di totalizzazione), non come un sistema chiuso e quindi ritiene che non si debbano scambiare ristrettezze logiche e morali per principi universali. Questa posizione lo mette in contrasto:
- Coi giusnaturalisti: H. critica l’attitudine di essi a stabilire connessioni aprioristiche tra principi e fenomeni sottratti ai movimenti della società e della storia. Ciò secondo lui produce una falsa forma di unificazione.
- Coi romantici: per quanto essi evidenzino profondità più ampie degli illuministi, il loro pensiero è povero di significati filosofici e rischia di non padroneggiare concettualmente le dimensioni di vita evocate. È una totalità tenuta insieme dall’emotività, non dalla conoscenza.
- Con l’universalismo di Kant: secondo H. esso regola la coesistenza degli arbitri individuali, non spiega la destinazione complessiva della vita umana e sociale. Il “bene per il bene” non ha assolutamente posto nella realtà. H. rifiuta la distinzione kantiana tra intelletto e ragione (premessa all’affermazione che l’intelletto deve accontentarsi di conoscere il mondo fenomenico e basta, perché quando tenta di diventare ragione entra in un campo non più padroneggiabile del sapere) e lo ribalta: l’intelletto ha la funzione di coordinare i dati esteriori e non aggiunge niente a ciò che si vede, la ragione invece è la vera sede della conoscenza perché solo essa arriva alla sintesi unificante delle presunte diversificazioni. La ragione è dunque il principio accomunante e la filosofia serve appunto a ribadire la fede nella ragione dominante del mondo.
Teologia e mondanità
Il problema di H. è che la totalità convogli tutte le energie della vita, penetri ovunque e non lasci fuori nessun settore.
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