Il pensiero dialettico e la modernità
Accanto al versante razionalistico della modernità di Hobbes, Locke, Rousseau e Kant, che ha come centro la teoria del contratto e le logiche della rappresentanza, e accanto a quello empiristico scozzese di Hume e di Smith, sorge il pensiero dialettico, una delle forme di pensiero più importanti e caratteristiche del XIX secolo. Esso trae il proprio inizio dalle contraddizioni specifiche del pensiero razionalistico moderno: soprattutto dalla contraddizione fra libertà individuale e necessità dell’ordine politico, fra soggetto e Stato, fra particolare e universale.
Kant e le contraddizioni del razionalismo
In primo luogo, Kant rende evidente che non è possibile una piena conciliazione fra il soggetto, portatore dell’assoluta libertà morale, e l’ordine politico. In secondo luogo, il pensiero dialettico, pur accettando l’obiettivo del razionalismo moderno, ossia la trasformazione della politica in campo d’applicazione della ragione umana, critica il razionalismo e l’illuminismo per la loro astrattezza, causa primaria delle loro contraddizioni e dei loro fallimenti. La dialettica si propone quindi di superare e “rendere comprensibili” le contraddizioni, consentendo che vengano riconosciute come attività umana e come “gradini” verso la piena libertà.
Fichte e la storia
Fichte, invece di lavorare sul “come se”, sulla pratica che deve diventare teoria, si concentra sulla storia e comincia a pensare a come realizzare qui ed ora le condizioni di libertà sia politica che morale. Dunque il tema principale della riflessione di Fichte, che partì dall’evento della Rivoluzione Francese, è la storia, a differenza degli autori precedenti tutti incentrati sulla teoria o sulla differenza tra teoria e pratica. Per Fichte, la storia non è il progressivo rischiaramento delle menti, non è una marcia indefinita verso la libertà e la felicità come pensava l’Illuminismo, ma è il teatro di un progresso discontinuo e drammatico che può avere delle cadute.
I soggetti quindi non sono solamente i grandi uomini o gli individui come tali, come nell’Illuminismo, ma gli individui, gli stati e le nazioni che hanno tutti come obiettivo la realizzazione della libertà. Fichte vuole dimostrare che la libertà dell’individuo non è diversa da quella dello stato o della nazione. L’individuo fino ad adesso era stato concepito come composto da una parte privata e una pubblica, in Fichte invece, da un piano lineare si arriva a una geometria circolare: egli infatti presenta le diverse dimensioni dell’uomo in quattro sfere concentriche, tonde che insistono sullo stesso centro:
- La più esterna rappresenta la legge morale, che è come quella di Kant: essa costituisce la coscienza, la parte interiore dell’uomo isolato.
- Sfera del diritto naturale, come quello di Grozio: ossia una legge valida e antecedente a quella dello stato, che regola sulla base di valori comuni i rapporti tra gli uomini. È una specificazione fenomenica che mi racconta della loro dimensione associata.
- Sfera del contratto: rappresenta l’uomo dotato di volontà libera, di libero arbitrio.
- Sfera del contratto sociale (o statale): si tratta di un tipo particolare di contratto che dà vita alla comunità politica. È un’ulteriore specificazione, radicalizzazione di quello di Rousseau: è il contratto di tutti con uno e di uno con tutti.
Queste quattro sfere concentriche danno un’idea di politica contenuta dalla morale, assieme al diritto. Dunque la politica e il diritto hanno una fondazione morale e il cuore che regge tutta questa costruzione è il contratto sociale. Senza lo stato, l’individuo non esiste e nemmeno il diritto. Lo stato fichtiano è un normale stato rappresentativo che garantisce l’unione dei cittadini, del corpo politico, la sicurezza dei loro diritti esterni, la protezione e la proprietà come ogni stato liberale. Esso è anche lo strumento per l’educazione morale dell’uomo alla libertà.
Fichte e la concezione dello stato
Nei due scritti del 1793, “Rivendicazione della libertà di pensiero dai principi dell’Europa che l’hanno finora calpestata” e “Contributi per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione Francese”, Fichte sostiene una concezione contrattualistica e antidispotica dello Stato, mostrandosi così sensibile al tema della libertà di pensiero, che viene affrontato sulla base dei diritti alienabili al momento del patto sociale e inalienabili. Nel primo scritto, che ha come obiettivo polemico l’istituto della monarchia ereditaria di diritto divino, Fichte rielabora l’argomento kantiano che distingue tra felicità, che l’uomo si attende da Dio, e protezione dei diritti esterni, che il cittadino si aspetta dal sovrano.
Il secondo scritto invece è una sorta di confutazione del saggio di Rehberg “Ricerche sulla rivoluzione francese, con notizie critiche intorno agli scritti più notevoli usciti in Francia sull’argomento” (1793) che critica la politica rivoluzionaria francese, attaccandone i presupposti giusnaturalisti. Il suo scopo è quello di mostrare la legittimità della rivoluzione: essa deriva dalla possibilità che hanno gli uomini di modificare la propria volontà.
Lo stato e la missione del dotto secondo Fichte
Nell’opera del 1794 “Lezioni sulla missione del dotto”, lo Stato è concepito in funzione del suo annientamento dal momento che lo scopo di ogni governo è rendere superfluo il governo. Per raggiungerlo è necessaria la mobilitazione di coloro che possiedono la coscienza teorica più sviluppata: i “dotti”, che Fichte considera come dotati di responsabilità sociali, prima fra tutte quella di porsi come maestri ed educatori del genere umano. Tutta la sua opera politica è infatti pervasa dalla tensione fra esigenza di ordine ed esigenza di libertà, in altre parole, fra la necessità di uscire dalla politica, vista come coercizione, attraverso la morale e il riconoscimento di un ambito di supremazia della legge generale.
“Fondamento del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza” (1796) è l’opera politica più importante di Fichte in cui si affronta il tema kantiano dell’autonomia morale dell’individuo. La libertà morale e razionale è presentata come la tesi mentre la dimensione giuridica della coesistenza di più libertà si configura come antitesi. L’ingresso nello Stato è un atto necessario e non dettato semplicemente dalla libera volontà dal momento che permette al “diritto naturale” di essere garantito attraverso il riconoscimento e la protezione reciproca.
La concezione strumentale dello stato secondo Fichte
Fichte ha quindi una concezione strumentale dello Stato: esso è rivestito di un compito morale ed è il mezzo necessario verso la libertà. Esso è però finalizzato al suo annientamento quando la “società perfetta” di esseri liberi e razionali renderà superflua ogni forma di coercizione. Tuttavia, questo obiettivo è raggiungibile solo se lo Stato:
- Ha carattere rappresentativo: infatti è solo nella rappresentanza politica che ciascuno può riconoscere come propria la volontà unica e razionale dello Stato. Da qui deriva la critica di Fichte alla “forza preponderante” della democrazia diretta, che costituisce per lui l’ordinamento più insicuro, in quanto tutti pretendono di esercitare il potere, che dovrebbe competere invece alla comunità nel suo insieme. Quindi, per impedire il dispotismo democratico, si istituisce un ordinamento rappresentativo, con il quale la comunità trasmette il proprio potere a un organo che, essendo stato autorizzato dall’intera comunità, può legittimamente esercitare il proprio potere su di essa.
- La novità in Fichte è rappresentata dal fatto che egli nega fortemente la separazione dei poteri: a differenza di Kant, egli pensa che il potere non possa essere limitato in quanto altrimenti non sarebbe libero, ma prevede che esso possa essere controllato e denunciato onde evitare che diventi dispotico. Invece di utilizzare il bilanciamento dei poteri, opta per l’affiancamento al potere positivo del governo, di un potere negativo: quello degli efori, magistratura elettiva appartenente alla grande tradizione del pensiero germanico, avente il “diritto di sorvegliare e giudicare come il potere venga amministrato”.
Questi ultimi però non hanno nulla a che vedere con gli efori di Althusius (erano magistrati inferiori, corpi intermedi che difendevano e rappresentavano comunità organizzate in strutture civili autonome) ma assomigliano piuttosto ai “tribuni della plebe” della Repubblica romana di Machiavelli, di cui Fichte fu un grande ammiratore. Gli efori infatti vengono eletti dal popolo a suffragio universale, sono dotati di un potere di veto, controllano che le decisioni del Senato non vadano contro i loro interessi e vigilano sull’azione di governo (essi non hanno alcun potere attivo ma solo di interdetto). Con l’interdetto, coloro che amministravano il potere esecutivo vengono dichiarati semplici privati e tutti i loro ordini privi di valore legale. Essi inoltre possono arrestare la capacità decisionale del governo, bloccando la legge ordinaria, ossia il funzionamento abituale dello Stato e convocando il popolo, che si rimpossessa della volontà generale e decide se ha ragione il governo o gli efori, sulla base di chi sta abusando realmente del potere.
Che la comunità debba riunirsi non significa che tutti gli uomini, da ogni parte dello Stato, si ritrovino in un posto ma soltanto che tutti si uniscano nell’indagine in questione e che ciascuno dia il suo voto. I membri della comunità mediteranno a lungo sulla questione poiché in base ad essa anche ognuno di loro verrà trattato. La parte sconfitta, considerata colpevole di alto tradimento, viene deposta e condannata all’esilio e quello che decide il popolo avrà valore di legge costituzionale in quanto esso non può mai sbagliare.
Fichte e l'infallibilità del popolo
L’infallibilità del popolo è il tratto democratico del pensiero di Fichte, il quale giunge a legittimare una rivoluzione se compiuta unitariamente dal collettivo in quanto il popolo è di fatto “il potere più alto, la fonte di tutti gli altri poteri”. Senza l’appello degli efori, però, il popolo non può convocarsi legalmente e non esiste come corpo sociale, vi sono soltanto i singoli individui a cui non spetta alcun diritto di resistenza. Inoltre, la comunità non ha alcuna volontà separata: nel caso in cui la volontà del singolo non si accorda con quella dei detentori del potere (che rappresentano sempre la volontà comune), essa è vista come una volontà che si ribella e deve essere subito punita.
Le conseguenze sono due: o i detentori del potere sono consapevoli della loro giusta amministrazione ed è quindi contro la volontà comune che si abbia un ritardo nel procedere del diritto; oppure sono consapevoli del loro torto e non rinunceranno facilmente al potere. La soluzione di ciò è che il popolo venga dichiarato in anticipo comunità dalla costituzione. Con questa legge costituzionale potrebbe essere prescritto che il popolo si riunisca regolarmente ed entro scadenze stabilite, organizzazione possibile solo nei piccoli Stati, in particolare in quelli repubblicani, in cui la popolazione non vive molto sparpagliata e riesce così a riunirsi facilmente senza perdita di tempo e in cui l’amministrazione dello Stato è facile da controllare. In uno Stato invece di dimensioni considerevoli, tale legge non sarebbe nemmeno realizzabile. Il principio è che la comunità non deve essere mai convocata senza necessità.
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