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Storia delle dottrine politiche

L’obiettivo di questo corso è ricostruire il modo in cui la politica sia stata pensata da alcuni autori a partire dalla Grecia classica fino al Novecento. Di questi autori studieremo le opere politiche, dedicate alla politica. Storia delle dottrine politiche ovvero storia del modo in cui la politica è stata pensata in alcuni autori.

Cos'è la politica? L'arte del governare

Etimologicamente il termine politica deriva dal greco polis, che non indica solo la città-stato greca, ma anche il modello politico tipico in quel periodo in Grecia. La polis fu un modello di struttura tipicamente greca che prevedeva l'attiva partecipazione alla vita politica degli abitanti liberi, ovvero dei cittadini maschi di pieno diritto; venivano esclusi gli schiavi, gli stranieri, le donne.

Nella storia delle dottrine politiche spesso si utilizzano dei termini che usavano anche in Grecia, democrazia è uno di questi. Tuttavia, termini uguali nascondono dei concetti completamente diversi. Il concetto di democrazia che avevano i greci è radicalmente diverso dal concetto di democrazia che abbiamo noi oggi, anche se usiamo la stessa parola. Un altro classico concetto da usare con estrema cautela è quello di Stato. Per definizione, lo Stato è lo Stato moderno, il quale nasce nella metà del Seicento con il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes. Prima è praticamente impossibile parlare di Stato.

Quando si traduce la comunità politica, la civitas descritta da Aristotele come Stato si proietta su un’esperienza antica una categoria che è moderna. Questo provoca un effetto distorsivo rispetto alla comprensione di quella che è l’autentica natura del fenomeno che si vuole indicare.

La parola governo è piena di ambiguità, ambivalenze, è una parola polisemica, con tanti significati diversi e che vanno contestualizzati, va capito come cambi il significato di queste parole a seconda delle epoche storiche. Il governo presuppone che ci sia qualcuno che eserciti un potere su qualcun altro, che qualcuno comandi su qualcun altro sulla base fondamentalmente di una differenza naturale: il libero che governa sullo schiavo, il padre sui figli, il marito sulla moglie.

Con la parola governo si sono indicati per molti secoli fino alle soglie dell’età moderna i rapporti politici nelle esperienze prestatuali. Il classico detentore dell’arte di governo era per esempio il principe. L’arte di governo è una forma di conoscenza, di esperienza di un principe o di qualcuno titolato a esercitare il governo sulla base di conoscenze o esperienze particolari oppure sulla base di una superiorità naturale.

Il governo è la classica parola che viene usata nelle metafore organiche, organicistiche della politica. Quando si pensa alla politica, al corpo politico come una sorta di organismo, in cui ci sono delle parti che naturalmente governano le altre. In base alle qualità naturali degli individui ve ne sono alcuni che sono naturalmente portati a esercitare il comando, il governo sugli altri. Come la ragione governa sulle altre parti dell’anima così i filosofi re di Platone governano sugli altri.

La modernità e il concetto di uguaglianza

A metà del Seicento Hobbes per costruire il Leviatano, la forma dello Stato moderno, parte dall’idea che tutti gli individui siano uguali. L’uguaglianza radicale fra gli individui è il presupposto della statualità. Sulla base di questo presupposto, cioè sulla base del fatto che non esistano differenze naturali che possano giustificare rapporti di governo naturalmente dati, è impossibile ragionare in termini di governo o meglio il governo sarà semplicemente colui o quell'organo che verrà in qualche modo autorizzato a esercitare il potere ma autorizzato da tutti.

Il governo presuppone la differenza più o meno naturale tra chi governa e chi è governato; il concetto invece di potere così come di sovranità presuppone al contrario il fatto che tutti gli individui siano autori e ciascuno è, a pari titolo di tutti gli altri, fonte di legittimazione del potere. Quindi non ci sono rapporti, non ci sono differenze naturali, ma c'è un’uguaglianza naturale. Per cui parlare di arte di governo è giusto per un certo periodo, dopodiché è più corretto parlare di scienza politica o di filosofia politica.

La politica diventa qualche cosa che si costruisce razionalmente sulla base di determinati presupposti tra cui appunto l’uguaglianza radicale. Nessuno oggi chiede l'arte di governo a qualcuno, si può chiedere la competenza, la conoscenza delle materie che tratta. Non è autorizzato a esercitare il potere solo chi dimostra di avere l'arte di governo, le qualità naturali per esercitare il governo, è autorizzato a esercitare il potere chi lo esercita secondo una legittimazione giuridico formale.

Fino all’inizio del Seicento si ragiona in termini di arte di governo, dopo si ragiona in modo diverso. La politica non è più un’arte, ma diventa una scienza e una tecnica, quindi non è più in questione l’ammaestramento, la prudenza del principe, la sua saggezza, ma le regole e le procedure che determinano degli assetti di potere, le procedure che stanno alla base della formazione degli stati.

Oggi l’organo, differenziato dagli altri, che governa esercita una funzione e trova la sua legittimazione in ultima istanza nel mandato datogli da un’intera collettività, al cui interno non ci sono differenze fra i singoli che la compongono. Un’uguaglianza di fondo legittima una differenziazione delle funzioni. Il governo è una funzione subordinata a una delega, a un mandato rappresentativo che compete a tutti gli individui indifferentemente considerati. In questo senso è diverso dall'idea premoderna di governo e di arte del governare.

Il concetto di politica e potere

Il concetto di politica è legato a quello di potere. Esercitare un potere significa imporre una volontà a qualcuno, far fare qualcosa a qualcuno, influenzare l'agire altrui. Imporre la propria volontà a qualcuno è qualcosa che vale sostanzialmente in tutte le relazioni umane sociali. La capacità di imporre la volontà o di far reagire qualcuno come vogliamo è una cosa che può riguardare per esempio i poteri economici. Chi è più forte sul mercato condiziona e influenza l’agire degli altri.

La specificità del potere politico rispetto al potere generale

Weber distingue in modo molto chiaro potere e dominio, oppure si potrebbe anche tradurre potenza e potere. Weber usa il termine tedesco Macht (potenza pubblica), parola che poi utilizzerà anche Nietzsche, e la definisce come la possibilità di far valere la propria volontà anche contro una resistenza. Si tratta di una sorta di scontro di forze, un rapporto di forze, in cui fondamentalmente vince la forza maggiore.

Quando invece deve definire il dominio usa un’altra parola tedesca Herrschaft (con la radice della parola Herr che significa signore). Questo concetto più ristretto di dominio, che è quello fondamentalmente politico, lo definisce come la possibilità di trovare obbedienza a un comando. Quindi il dominio ha come struttura formale, come logica di funzionamento il rapporto comando-ubbidienza. Poi Weber aggiunge la disciplina (un’obbedienza automatica quasi cieca, abitudinaria, routinizzata) e quindi mette in successione dominio, obbedienza e disciplina. Dal potere al dominio alla disciplina c’è tutta una gradazione in cui quello che progressivamente sparisce è la resistenza.

Il potere può ancora incontrare una resistenza ed eventualmente vincerla se è abbastanza forte, il dominio non ha più resistenza perché trova obbedienza e in quanto tale è dominio, ovvero comando che viene obbedito e se non viene più obbedito non è più dominio. È l’effettività del comando che fonda la sua realtà, c’è dominio finché c’è comando effettivamente obbedito. La disciplina è l’abitudine a obbedire senza neanche più chiedersi il perché si obbedisca. Questa è una definizione molto pregnante di quello che è il passaggio da un potere sociale, generalmente inteso, cioè Macht che può valere in tutti gli ambiti, al dominio, un potere invece formalizzato nella struttura comando obbedienza, in cui non c’è più resistenza al potere, la resistenza viene sostituita dall’obbedienza. L’obbedienza è in qualche modo il riconoscimento della legittimità del comando. Quindi è come se nel dominio si capisca veramente che il potere sia una relazione.

Il potere è una relazione non semplicemente un bene, una risorsa che si può detenere o accumulare come per esempio pensava Hobbes, un mezzo per conseguire i propri fini. Invece Weber afferma che il dominio per poter esistere abbia bisogno del riconoscimento, delle ragioni, della giustificazione dell’obbedienza. A differenza della resistenza in cui ci sia una forza che prevale sulle altre, nel dominio c’è un soggetto che ubbidisce, un processo di soggettivazione dell’obbedienza, se non ci fosse un soggetto che obbedisce la relazione di potere si sfascerebbe; mentre continuerebbe a esistere anche la potenza non riconosciuta. Quante volte subiamo potenze che non riconosciamo, che ci fanno fare quello che noi non vorremmo fare ma che dobbiamo fare, non perché le riconosciamo nelle loro legittimità, ma riconosciamo quei rapporti di forza. Qui si aprono le dimensioni del soggetto, della legittimazione, del riconoscimento e chiaramente la formalizzazione di questo rapporto. Il potere può essere sociale, oppure può essere più specificamente potere politico. Il potere politico ha fondamentalmente questa struttura, è un comando a obbedire. Nel rapporto di potere la resistenza è legata alla forza, nel rapporto di dominio la resistenza può essere legata alla disobbedienza consapevole, che produce generalmente o rivoluzioni o crolli di regime.

L'uso della violenza e legittimazione del potere politico

Il potere politico ha una faccia che consiste nell’uso della violenza e della forza fisica (un mezzo a disposizione, per Weber, solo dello Stato, pena la disgregazione di questo) e un’altra legata alla legittimazione, cioè alla giustificazione dell’obbedienza, che è accordata in cambio del rispetto, da parte del governante, di alcune garanzie contrattualistiche (in particolare la protezione dell’incolumità fisica dei governati). Storicamente, le associazioni politiche si sono evolute a partire da gruppi di guerrieri che, per la loro abilità militare e di accaparramento delle risorse tramite il saccheggio, hanno legittimato il proprio utilizzo della violenza, che diventa così monopolio dello Stato il quale, pertanto, risulta essere l’unico soggetto che può fare la guerra. Questa avviene con gli altri stati e diventa “giustificata” legalmente in quanto diritto esclusivo del “Leviatano” di Hobbes (il sovrano/i governanti) – una posizione, la sua, mutuata dall’aver assistito alle guerre di religione in Francia e alla guerra civile britannica (Cromwell, decapitazione di Carlo I) – fatto che, a suo parere, comportava il superamento della “guerra giusta”, condotta in nome di un principio.

Lo strumento politico-giuridico della guerra è di pertinenza esclusiva del sovrano, che decide senza addurre a delle giustificazioni ideali. In effetti, il modello hobbesiano prevedeva la pacificazione all’interno degli stati ma uno stato di conflitto tra i vari stati che, essendo tutti egualmente sovrani per definizione, si ritrovano in una condizione di perenne guerra potenziale, riproponendo lo stato di natura originario degli individui. Questa situazione è stata, a sua volta, superata nella contemporaneità, in cui si è assistito al ritorno alla giustificazione “extra-giuridica” della guerra. (Carlo I Stuart, fervente sostenitore del diritto divino dei re, proprio come il padre Giacomo I e la nonna paterna Maria Stuarda, fu impegnato nella prima fase del suo regno in una dura lotta di potere contro il Parlamento inglese, che si oppose risolutamente alle sue aspirazioni assolutistiche di sopprimere l'utilizzo della Magna Carta (1215), contrastando soprattutto la sua pretesa di riscuotere le tasse senza l'assenso parlamentare. Le tensioni politiche e religiose accumulate nel corso degli anni esplosero nella Guerra civile inglese: contro di lui si scontrarono le forze del Parlamento, che si opponevano ai suoi tentativi di accrescere il suo potere in senso assolutistico, e dei puritani, che erano ostili alle sue politiche religiose. La guerra si concluse con una disfatta per Carlo, che fu catturato, processato, condannato e giustiziato con l'accusa di alto tradimento. La monarchia fu abolita e fu fondata al suo posto una repubblica, che però, morto il principale leader della rivoluzione, Oliver Cromwell, entrò rapidamente in crisi, consentendo al figlio di Carlo, Carlo II, di restaurare la monarchia.)

Politica e amministrazione

Per quanto la politica comprenda anche una componente di amministrazione, spesso si registra un’eccedenza dell’elemento politico nei confronti di quello amministrativo, in quanto, mentre il funzionario applica la norma, il politico la crea e sceglie gli obiettivi da perseguire assumendosi la propria responsabilità (per quanto si possano ricercare soluzioni di governo “tecniche”). Non a caso, Schmitt attribuiva al politico il ruolo di decidere sullo “stato di eccezione”, vale a dire sull’eventuale sospensione o cambiamento dell’ordinamento, e configurava la distinzione tra amico e nemico come atto politico per eccellenza.

La politica nell'antica Grecia

Nell’antica Grecia, dove nacque la politica in relazione alla vita della polis, la metafora-chiave per descrivere la concezione e l’origine del potere è quella del cerchio, in quanto tra il VII e il VI secolo a.C. si è passati da un potere aristocratico di tipo piramidale (in cui l’appartenenza a una determinata stirpe permette di godere di privilegi e della preminenza politica) a una situazione in cui il potere era al centro dello spazio pubblico della polis e i cittadini erano tutti equidistanti da esso, cioè avevano tutti gli stessi diritti politici.

Questa visione è illustrata dal termine isonomia (che significa “uguaglianza di fronte alla legge”) e descrive la polis come uno spazio pubblico a cui erano ammessi i liberi cittadini, ossia coloro che godevano dei diritti civili. Questo sistema comprendeva, tuttavia, una serie di esclusioni costitutive, in quanto lo status di libero cittadino non era accessibile a donne, stranieri e schiavi. Inoltre, importante era la concezione che gli antichi greci avevano della divisione sfera privata/sfera pubblica.

La dimensione privata detta “oikos” (casa) consisteva nella famiglia, intesa però non come entità fondata sugli affetti ma come unità produttiva che comprendeva padre, madre, figli e schiavi poiché era la sfera del lavoro, che i greci consideravano un’attività non libera (non a caso affidata agli schiavi) in quanto legata alla soddisfazione di necessità. Se il privato era una privazione della libertà, quest’ultima era presente nella sfera pubblica, la “agorà” (piazza) in cui i liberi cittadini si incontravano per discutere degli affari politici.

La cultura dell’antica Grecia, dunque, non comprendeva quel concetto di società civile che Hegel avrebbe per primo descritto come uno dei tre elementi che componevano l’eticità (assieme alla famiglia – la sfera degli affetti e dell’educazione – e allo stato – la dimensione pubblica a cui si partecipa come cittadini) e, in particolare, come lo spazio in cui lavorare (slegato, quindi, da un ambito familiare).

Isonomia e il discorso di Erodoto

Il termine isonomia ricorse inizialmente nelle opere di Erodoto, padre della storiografia, vissuto tra il V e il IV secolo a.C., ossia nell’età di Pericle, in cui la democratica città di Atene era al suo apice. In particolare, nel sesto libro delle sue “Storie” egli immaginò un “Discorso sulle tre forme di governo” (“Logos tripolitikos”), un dialogo alla corte di Persia tra tre personaggi, ciascuno portavoce di un sistema di governo differente (Dario per la monarchia, Megabizo per l’aristocrazia e Otane per l’isonomia). In esso, Otane criticava la monarchia in quanto troppo dipendente, nel suo funzionamento, dalle qualità e dalle capacità dell’individuo che governava da solo, e l’aristocrazia, il governo dei “pochi”, che egli considerava come il governo dei più ricchi che, non sarebbero mai stati “saggi quanto i tutti”, mentre esaltava il “governo dei molti” che si era realizzato nell’Atene periclea. In questo discorso, Erodoto aveva introdotto le tre categorie che più spesso ritorneranno nel pensiero politico successivo.

Platone (428-348 a.C.)

Platone fu uno dei più importanti filosofi greci. Il suo maestro e figura di riferimento fu Socrate, il filosofo che rappresentò al massimo lo spirito della filosofia greca, non lasciando una produzione scritta (che egli riteneva bloccasse la ricerca filosofica e ingabbiasse il pensiero) ma focalizzandosi sulla conduzione di un dialogo con la gente che egli incontrava (nella “Apologia” di Platone, Socrate si definisce come un “tafano” che “pizzica le persone affinché esse curino e interroghino sé stesse”), in primo luogo attraverso la tecnica dell’ironia socratica, che consisteva nel fingere di riconoscere e adulare la sapienza che l’interlocutore vantava su un certo tema per poi metterlo in crisi ponendogli domande sempre più pressanti con il fine di rivelare la sua debolezza e fargli rimettere in discussione le sue certezze. A questo punto, avendo compreso cosa non si sa, si può, nell’ottica...

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher defendente di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Valle d'Aosta o del prof Ferraresi Furio.
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