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Storia delle dottrine politiche - approfondimento

Approfondimento di Storia delle dottrine politiche di autori non presenti nel testo di Chevalier (soprattutto del 900). Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: crisi dell'ordine politico moderno, la realtà nichilistica, Freud.

Esame di Storia delle dottrine politiche docente Prof. P. Scienze Sociali

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realtà umana ed è svalutato perché è una copia del mondo ideale, considerato mondo superiore) e ha preso

solo l’apollineo. Da qui è iniziato il nichilismo passivo.

Metafisica, Dio e Stato sono le 3 realtà che giungono a rivelarsi come “nulla”:

- metafisica deriva da un bisogno di sicurezza di fronte al conflitto tragico; è stata sostituita dal

pensiero dialettico

- religione anch’essa è espressione della paura di fronte al tragico conflitto dell’essere e della vita.

In particolare Nietzsche individua il Cristianesimo come religione del risentimento dei deboli verso i

forti. Tale risentimento si traduce nel tentativo di sottomettere i forti con una tavola di valori opposti

a quelli vitali; tale religione insegna all’uomo a dire di “no” alla vita, a comportarsi come un gregge:

ai valori vitali di forza ed eroismo sostituisce quelli della sottomissione, imponendo la c.d. morale

degli schiavi. Rovescia la tesi di Hegel ( la storia è storia dei servi): egli pone in evidenza, invece,

la morte di Dio

- Stato nasce da una violenza ipocrita, insicura di sé, che si deve mascherare col diritto e con

valori “alti” per dare forma alla sua immoralità organizzata.

Un ulteriore mascheramento della realtà viene dalle ideologie della sua epoca. IDEOLOGIE = falsità che

sottraggono l’uomo alla sua vita reale (sono, ad es, democrazia, anarchismo, nazionalismo, sciovinismo,

socialismo, ecc.). Esse coprono la realtà, cioè che POTERE = VIOLENZA il potere sovrano è violento

perché gli abbiamo dato tutto pensando si comportasse come fossimo noi. E invece.. ciccia =D !!

Le ideologie, per Nietzsche, sono i valori del mondo occidentale che stanno dimostrando la loro vera natura.

Secondo Nietzsche, però, ci troviamo in un nichilismo incompleto poiché è ancora dominato da un gran

bisogno di verità, tradotto nella credenza in nuove verità ideali che sostituiscono quelle tradizionali.

In particolare la democrazia è sinonimo di mediocrità, conformismo di massa, spirito di risentimento.

Democrazia = dominio delle forme di vita più basse, esito ultimo della distruzione di tutto. Date tali

caratteristiche della democrazia, per Nietzsche tutte le forme di governo della sua epoca sono egualmente

democratiche; ma anche le democrazie stesse sono costrette a sottomettersi al conformismo di massa, al

progressivo appiattimento dell’esperienza.

Nichilismo incompleto = emergere della crisi finale della ragione occidentale, dell’evidenza del suo essere

nulla. Tale evidenza può però essere vista anche come potenza, cioè come un disincantato “sì” alla radicale

assenza di senso della vita.

Il nichilismo può, dunque, essere indice di forza o di debolezza:

- di forza nichilismo passivo, cioè sinonimo di declino e regresso dello spirito perché si limita a

prendere atto del declino dei valori;

- di debolezza nichilismo attivo, segnale delle ricresciuta potenza dello spirito che si manifesta i

fatto nel promuovere e accelerare il processo di distruzione; esso liquida ogni credenza in verità

metafisiche.

È nell’attivo che si manifesta il riconoscimento della VOLONTÀ di POTENZA = intima essenza

dell’essere.

La realtà nichilistica può essere trovata solo dal GENEALOGISTA che scava in profondità senza fermarsi

all’apparenza. E sotto cmq non trova nulla.

L’origine è il nulla, non c’è nessun principio primo nella morale.

Tutto è stato costruito dall’uomo per i suoi interessi privati legati agli istinti più bassi, cioè i valori

borghesi di tranquillità, serenità, ecc.

Ciò che fa il genealogista è appunto tornare in basso, rifiutando i valori superiori di un mondo

soprasensibile.

Chi compie ciò è l’UOMO REATTIVO, cioè colui che ha avuto paura, l’uomo debole governato dal senso

di inadeguatezza, incapace di gesti eroici, che per sopravvivere a tutto ciò ha fondato un mondo

sull’ipocrisia perciò l’uomo ha dovuto portare il mondo al proprio livello di “merdosità”.

L’annuncio della morte di Dio da parte del folle uomo è l’ultimo atto del nichilismo passivo, operato

dall’uomo reattivo: il folle uomo dice che è l’uomo ad aver ucciso Dio. Quando Dio muore la luce nel

2

mondo è spenta (“È notte, sempre più notte”) ed è proprio questa la situazione in cui, secondo Nietzsche,

viviamo. 

Siamo noi, per Nietzsche, gli uomini reattivi, gli uomini peggiori, che uccidono Dio e ridacchiano

questa è la meschinità del nichilismo.

Perché l’ipotesi nichilistica si compia è necessario, però, pensare il nichilismo come esistenza senza senso e

senza scopo, ma inevitabilmente ritornante l’ETERNO RITORNO. Dunque la forma estrema del

nichilismo è il nulla (la “mancanza di senso”) eterno. Tale dottrina riprende la concezione arcaica del

tempo ciclico, in contrapposizione alla rappresentazione cristiana di uno sviluppo lineare del tempo, con un

inizio e una fine. Ma il significato prevalente della dottrina dell’eterno ritorno è legato alla sua dimensione

di scelta: decidere l’eterno ritorno significa che solo ciò che ha sufficiente potenza affermativa merita di

ripetersi. Con l’eterno ritorno Nietzsche indica il passaggio tra l’uomo che dice “no” alla vita e l’uomo che

ha imparato a dire “sì”, a volere che il tempo sia un presente che eternamente ritorna.

Morte di Dio esigenza di trovarne un sostituto; esso deve essere un individuo moderno, che si è

inventato il proprio mondo, i propri valori, ecc. L’individuo moderno è reale, massificato, gregge, incapace

di azione, incapace di gesti eroici, che si accontenta delle comodità, non vuole più fare fatica. Tale

uomo è capace solo di gesti nichilistici (come l’uccisone di Dio: gesto insensato perché spegnendo Dio

l’uomo spegne se stesso). Il Dio di Nietzsche è il principio superiore, non è il Dio cristiano.

Dunque, colui che è in grado di dire “sì” alla vita è l’OLTRE-UOMO (Übermensch) = un nuovo tipo di

uomo che ha “superato” l’uomo tradizionale perché ne ha abbandonato gli atteggiamenti, le credenze e i

valori. È l’eccezione superiore che si oppone al “gregge” degli inferiori.

VOLONTÀ di POTENZA = volontà redentrice. Si identifica col modo di essere dell’oltre-uomo e con

l’essenza dell’eterno ritorno. Vita = volontà di potenza, perché è il continuo, necessario superamento di se

stessa.

La sua è un’analisi impolitica della politica: rifiuta il “valore” stesso della politica, così come rifiuta quello

della religione o della metafisica. Ma nonostante ciò, Nietzsche è di decisiva importanza per il pensiero

filosofico-politico del ‘900 grazie alle idee di: decisionismo, pensiero dell’impolitico, potenza e libertà,

critica della modernità e della ragione strumentale, critica dell’individualismo e delle masse, tensione ad

una nuova umanità. FREUD

(pg. 116 “Potere”)

Nel 1913 scrive “Totem e tabù” dove racconta da dove viene l’uomo.

La storia racconta del padre dell’orda selvaggia e originaria, il quale aveva per sé tutte le donne. I suoi figli,

spinti dalla pulsione libidica del desiderio d’“amore”, lo uccidono perché, appunto, volevano tutte le donne

per sé in ciò Freud rinviene molte caratteristiche del pot. pol. moderno: quando il padre viene ucciso, i

figli non hanno più un’autorità che li governi e perdono il loro fondamento, cioè l’origine. Tale uccisione

rappresenta la legittimità di ciò che i figli faranno in seguito. Il potere del sovrano non deriva da nulla: la

legittimità sta nell’assenza dell’origine. Tale c.d. PASTO TOTEMICO (dei figli verso il padre, visto che

se lo mangiano) segna l’inizio dell’organizzazione della società, della religione, ecc. Dimostra che il

potere è collegato alle pulsioni originarie: έρος e θάνατος.

Ambivalenza nel pot. pol. moderno:

- tendenza all’unione (i fratelli si coalizzano VS il padre) ma c’è il rischio che se non ci crediamo più,

tale unione fallisce;

- tendenza alla separazione (dopo l’uccisione del padre, con la quale perdono il fondamento).

I 2 tabù del totemismo sono: risparmio dell’animale totemico e divieto d’incesto il primo “unisce” i

fratelli, nel senso che essi si erano uniti per uccidere il padre ma erano poi anche tutti d’accordo nel

dichiarare proibita l’uccisione del sostituto paterno (totem); il secondo, invece, non unisce i fratelli, ma, in

quanto maschi, li divide, poiché ognuno si reputa rivale dell’altro rispetto alle donne. Tale divieto fu eretto

perché, non essendoci più alcuna autorità per i fratelli (padre), così tutti rinunciavano alle donne. 3

Potere moderno è aggressivo; allo stesso tempo introietta la scienza come senso di colpa, ma ormai i fratelli

non ci possono più far niente: liberandosi del padre che aveva tutte le donne tale “comando” viene talmente

introiettato che si trasforma in un tabù, quello dell’incesto.

Il pasto totemico fu forse la prima festa dell’umanità; sottolinea l’importanza delle celebrazioni, dei rituali,

per rinsaldare il legame col potere politico ruolo del totem: ricordare tutti i suoi comandi e costruire, di

conseguenza, i vari tabù il DIRITTO ha un forte legame con la MORALITÀ.

Tra il 1921 e il 1922 scrive “Disagio della civiltà”: dal potere dell’origine non ci si libera mai del tutto.

La genesi di quel potere non è razionale, ma deriva da un parricidio. Tutte le organizzazioni sociali, di

conseguenza, non hanno funzionamento razionale POTERE = fatto simbolico (v. totem = ricordo del

padre ucciso).

Violenza e senso di colpa = pulsioni che dominano la vita moderna. Ma è una situazione da cui non si esce

 .. BENJAMIN

È un tedesco ebreo che vive negli stessi anni di Freud. Appartiene alla Scuola di Francoforte.

Con l’avvento del nazismo sarà costretto all’esilio; prima va a Parigi poi gli arriva il visto per gli USA; tenta

di andare verso la Spagna ma ha la Gestapo che lo segue e, più che finire in un lager, si suicida.

Egli insiste sul tema dell’immediatezza della Redenzione = mobilitazione creativa e distruttiva in grado di

far saltare le gerarchie di potere tra vincitori e vinti.

La violenza ha il ruolo dominante non solo per istituire il potere, ma anche per stabilire/garantire il diritto

 origine del diritto è violenta, non un accordo pacifico. La violenza, presentandosi come diritto,

attribuisce ruoli e gerarchie a vincitori e vinti violenza = al diritto.

(pg. 120 “Potere”)

Il diritto, nonostante l’origine violenta, serve a pacificare in quanto conserva il ricordo della violenza

originaria.

POTERE = convertitore della violenza in diritto, è il principio di ogni diritto mitico. La prima cosa che

 

fa quando si costituisce è fissare i confini (dentro gli amici no violenza; fuori i nemici violenza).

La sua è una filosofia della storia della violenza. La violenza della storia è stata la rivolta umana VS la

originaria violenza divina: la creazione del mondo.

Contro questa violenza, il pensiero ebraico secolarizza al problema che Adamo si è staccato da Dio. C’è la

continua colpa che Dio non è ancora venuto a sanare ύβρις di Adamo.

Per Benjamin, per arrestare tale corso della filosofia della storia della violenza ci vuole un altro atto di

violenza divina una rivoluzione. La sua è l’utopia di una rivoluzione anarchica capace di distruggere il

presente e trovare un’immediatezza politica teologicamente fondata, capace di opporsi al decisionismo

“ingiusto” che Benjamin scorge all’origine della politica.

Il suo tentativo è di far emergere la tradizione dei vinti, dando Giustizia alle loro ragioni.

Lettura Benjamin ≠ Lettura Hegel:

- Hegel: storia = tribunale del mondo;

- Benjamin: non è la storia a giudicare il mondo ma uomini = giudici della storia.

Il problema di Benjamin è sovvertire la storia (attraverso una rivoluzione) secolarizzazione della venuta

del Messia.

La potenza rivoluzionaria può sprigionare dai vinti (massacrati da tale violenza) in ogni momento.

Concezione del tempo: discontinuità (per sovvertire la concezione della storia). Storia e politica sono

segnate dal dominio. 4

CANETTI

“Massa e Potere”: problemi del ‘900 legati ai totalitarismi + democrazie di massa.

POTERE = potere omicida, è qualcosa che stabilisce un nesso originario con la morte (v. Nietzsche:

l’uomo è diverso dagli animali perché sa che deve morire).

Tutti rispettano colui che detiene il potere perché appare come un sopravvissuto dalla strage fatta dalla

morte. Chi vince è colui che sopravvive.

Il potere, dunque, non è solo esercizio della forza ma ha un plusvalore simbolico, dimostrato nel rapporto

tra gatto e topo: il gatto prima “gioca” col topo, lo uccide dopo. Quando il gatto afferra il topo, il topo non

può più scappare. Questo è ciò che fa il potere con chi gli è sottoposto; poi alla fine glielo mette in culo! Il

plusvalore simbolico, dunque, è la possibilità che il potere ha di “giocare” con chi vi è soggetto, farlo

credere libero dal potere e concedere illusoriamente spazi di movimento.

Il potere ha bisogno di manifestazioni rituali, di esercitare violenza.

L’immagine che usa Canetti, come più propria del potere, è quella del carcere = invenzione dello Stato

moderno per costruire, organizzare e gestire le strutture detentive. La speranza del prigioniero è tornare

libero e il potere gioca su questo, è “cattivo” !! Siamo addomesticati al potere, ne abbiamo quasi

un’abitudine volontaria. A tale domesticazione del comando si è giunti attraverso una sorta di corruzione:

la domesticazione del comando, infatti, si vale di una promessa di nutrimento e in tal modo educa ad una

sorta di prigionia volontaria. Nonostante ciò, comunque, continua ad essere presente, nel comando, la

minaccia e le sanzioni per la disobbedienza.

Canetti crede che, tutto sommato, le masse abbiano le stesse caratteristiche di fondo del potere:

- tendono a crescere

- tendono a far di tutto per durare

- impulso, tipico de potere, alla distruzione.

Canetti è definito impolitico perché rifiuta la politica in quanto tale.

ELITISTI

TEORIA delle ÉLITE: vuole spiegare scientificamente il fatto che in tutte le organizzazioni sociali un

numero ristretto di persone finisce per concentrare nelle proprie mani la maggior parte delle risorse

potestative.

Inoltre essi, per primi, individuano il ruolo centrale che assume pian piano l’IDEOLOGIA = esigenza di

legittimazione per la politica.

I principali elitista sono Mosca, Pareto e Michels.

(pg. 94 “Potere”) MOSCA

Per lui la classe dei governanti domina la classe più numerosa (lavoratori) per mantenere se stessa. Ciò

accade, per lui, in tutti i regimi politici.

POTERE = espressione del volere e degli interessi di una minoranza omogenea organizzata che si impone

su una maggioranza frammentata. Secondo Mosca, tutti i governi consistono in una minoranza omogenea

e solidale che si impone su una maggioranza divisa e frammentata.

Per lui, dunque, la storia è storia di lotte fra classi politiche (“lotta” perché ci sarà sempre una classe

politica che vorrà sostituire quella vigente).

CLASSE POLITICA = gruppo dei governanti; gruppo di persone che in vari modi sono riuscite ad

accreditarsi presso la maggioranza come classe guida. 5

Per imporsi sulla maggioranza, la classe politica è capace di legittimare il proprio potere sulla base della

formula politica: il potere cerca sempre il consenso, che si fonda su principi astratti chiamati, da Mosca,

formula politica; noi le chiamiamo ideologie.

Mosca individua una regolarità storica storia politica dell’umanità come scontro tra 2 tendenze

opposte: 

- tendenza democratica quando prevale, la classe politica esistente viene rinnovata con individui

collocati originariamente ai gradi inferiori della piramide sociale;

- tendenza aristocratica quando prevale, si giunge inevitabilmente allo scontro tra classe al potere e

classe che ne è esclusa. A seconda dell’esito del conflitto, si può avere un rinnovamento nella classe

politica o rinnovamento della classe politica.

Tali due tendenze spiegano l’esistenza di una varietà di formule politiche.

Mosca individua 2 tipi di forme politiche:

1. la classe politica rinvia la legittimazione del potere e costruisce il consenso su un principio

sovrannaturale, cioè il potere del sovrano deriva da Dio;

2. si riferisce alla ragione; classicamente tale formula politica legittima le democrazie; sovranità

popolare è l’ideologia politica in questione.

L’élite che governa la democrazia è stata la più capace di imporsi sugli altri e ottenere il consenso.

Il riferimento alla ragione, però, può anche essere negativo in quanto ha dato vita anche a forme politiche

irrazionali (v. nazismo, che fonda il suo consenso su un’affermazione razziale).

(pg. 95 “Potere”)

Alternanza democratica = alternanza di élite al potere.

4 tipi ideali di organizzazione politica:

1) aristocratico-aristocratico si trasmette in modo aristocratico ed è esercitato in modo

aristocratico. La stabilità del potere sta nella gerarchizzazione che ha al culmine un’autorità;

2) aristocratico-liberale la stabilità del potere c’è, ma è unita ad una qualche forma di

partecipazione politica; 

3) autocratico-democratico (v. regime sovietico) il potere non è sempre nelle mani della stessa

classe politica ma c’è un rinnovamento; il potere è esercitato in maniera gerarchica;

4) liberale-democratico tutti possono aspirare a diventare classi politiche; ci sono forme effettive di

partecipazione politica. PARETO

Analizza le disuguaglianze presenti nella società, percepite da lui come “naturali”. Tali disuguaglianze

sono dovute alla diversa distribuzione delle risorse che è avvenuta tra i membri della società:

- i gradi alti della società sono occupati da coloro che massimizzano le risorse, che sono dotati di

capacità superiori “classe eletta”;

- i gradi bassi della gerarchia sono occupati dalla maggior parte della popolazione, che costituiscono

lo strato inferiore, non eletto governati.

In base al modo in cui avviene il ricambio delle posizioni di potere tra l’una e l’altra classe, avremo una

società stabile o in declino. Tale ricambio è chiamato da Pareto “circolazione delle élite” e può avvenire in

2 modi:

- spostamenti orizzontali all’interno della classe eletta

- dimensione verticale che favorisce sia l’innalzamento degli individui meritevoli appartenenti alla

classe inferiore, sia il declassamento di quelli che non hanno energia o qualità per restare a far parte

dell’élite.

Per capire come sono composte le élite, Pareto si serve della teoria dei “residui”: residuo = parte costante

dell’azione sociale e politica che indica la manifestazione degli istinti e dei sentimenti e che rappresenta la

struttura più profonda ed espressiva dell’agire umano. 6

Individua 6 classi di residui, ma si concentra su 2 in particolare:

1. classe I: definita “istinto delle combinazioni”; indica la propensione al cambiamento; le élite

saranno aperte, tolleranti, progressiste;

2. classe II: definita “persistenza degli aggregati”; indica al tendenza alla conservazione; le élite

saranno chiuse, autoritarie, tradizionalistiche, di ispirazione patriottica o nazionalistica.

Per legittimare il proprio potere, la classe governante deve servirsi anche delle “derivazioni” = parte

dell’azione che serve per spiegare, giustificare, dimostrare. Servono ad attribuire al proprio agire

l’apparenza di un’oggettiva necessità sociale.

La classe eletta di governo e la circolazione delle élite possono essere ricondotte a 4 campi:

- politico

- economico

- intellettuale

- di governo.

In ciascuno si produce un’élite differenziabile in 2 sottogruppi, a seconda che prevalga l’istinto delle

combinazioni o la persistenza degli aggregati.

Egli distingue, infatti, 2 diversi tipi di società: 

1) a dominare sono gli individui di residui di classe I l’élite politica si ispira al

perseguimento di interessi materiali, fa ricorso all’astuzia e alla frode; economia di tipo

mercantile e imprenditoriale; cultura caratterizzata dal dubbio e dallo scetticismo;

2) a dominare sono gli individui di residui di classe II l’élite politica è formata da idealisti;

politiche basate sull’uso della forza; economia basata su rendita e risparmio; cultura

dogmatica e religiosa.

Il cambiamento politico dipende dal modo in cui avviene il passaggio dalla classe eletta non di governo alla

classe eletta di governo: quando una società riesce a garantire una regolare immissione di individui dagli

strati inferiori ai livelli superiori della classe eletta, l’equilibrio dinamico del sistema è assicurato; se tale

  

processo si interrompe equilibrio viene meno impossibilità di mutamenti controllati rottura radicale

dell’equilibrio sociale (valore principale per Pareto).

MICHELS

Dimostrazione dell’esistenza di un’élite di potere anche nelle organizzazioni umane a base volontaria e

fondate sull’uguaglianza formale degli associati (v. partiti di ispirazione socialista).

Per lui, ogni organizzazione richiede la presenza di un leader che gestisca il processo decisionale. La

tendenza elitaria viene attribuita alla necessità di competenze professionali per gestire i vari problemi che si

presentano di solito nelle attività cooperative.

L’organizzazione è all’origine del predominio degli eletti sugli elettori, dei delegati sui deleganti, ecc. Per

lui l’oligarchia è una conseguenza delle dinamiche organizzative stesse. In base a ciò egli formula la c.d.

“legge ferrea dell’oligarchia” = chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice

oligarchia; chi dice democrazia dice oligarchia.

Anche qui, come in Mosca, l’elitismo trova un compromesso con il pluralismo, visto che la democrazia

viene concepita come competizione tra oligarchie; essa, infatti, permette a partiti concorrenti di affrontarsi

nella competizione elettorale. 7

SVILUPPI dell’ELITISMO

Principali continuatori di tale “corrente” sono Ortega y Gasset, Lasswell, Burnham, Mannheim,

Schumpeter: 

- Ortega y Gasset (spagnolo) fonte del progresso sociale è l’azione creativa di élite intellettuali

che operano sulle masse interpretandone le esigenze per adeguarle alla gerarchia delle funzioni

sociali che è il requisito necessario all’esistenza delle società umane. La massa per lui esiste solo per

essere guidata, influenzata, rappresentata, organizzata. Ogni società consta di un sistema gerarchico

di funzioni da cui deriva una gerarchia di potere che divide la società in dominanti e dominati.

- Lasswell (americano) élite = insieme di persone che si trovano nelle posizioni più alte nella

gerarchia dei valori. I valori rappresentativi sono: sicurezza, reddito, deferenza. Coloro che

ottengono la maggior parte dei valori sono l’élite, gli altri fanno parte della massa. Per lui, a

differenza di Pareto, i membri dell’élite non hanno tutti lo stesso peso politico: egli avvia un

programma di ricerca su classificazione delle élite e su forme organizzative (democrazia o

dittatura, accentramento o decentramento, obbedienza o autonomia, concentrazione o divisione,

pregiudizio e oggettività) di cui le élite si servono per conquistare o conservare il predominio.

- Burnham (americano) identifica (come Mosca, Pareto e Michels) la politica col conflitto tra

gruppi organizzati in vista del potere. Novità che introduce: individuazione di una tendenza,

comune alla società del capitalismo americano e a quella del socialismo sovietico, verso una società

tecno-burocratica contraddistinta dall’affermazione dei manager come élite dominante; il loro

predominio si fonda sulla proprietà statale dei principali strumenti di produzione. L’imporsi di una

tecnocrazia che controlla lo Stato e l’economia, spodesta la sovranità del Parlamento e degli organi

rappresentativi. Tale sovranità verrà localizzata in enti, consigli, ecc. fino ad abolire la democrazia in

nuove forme di dittatura.

- Mannheim (tedesco) mentre Burnham si concentra sui dirigenti tecnici e amministrativi,

Mannheim si focalizza (all’interno della sua “sociologia della conoscenza”) sui leader morali,

religiosi e intellettuali, spostando l’attenzione, cioè, sulle élite intellettuali. Esse hanno, per lui, la

funzione di esaltare le energie psichiche che la società, nella lotta quotidiana per l’esistenza, non

esaurisce completamente; in più comprendono le minoranze che favoriscono la conoscenza, la

contemplazione e la riflessione.

- Schumpeter (austriaco) concezione puramente procedurale della democrazia; a differenza

degli elitisti classici, non vuole demolire i “miti” della democrazia; la sua teoria è una teoria

realistica, cioè capace di descrivere i sistemi politici caratterizzati dalla concorrenza e dall’alternarsi

di gruppi di leadership al potere considerati ordinariamente come democrazie. Egli definisce la

democrazia nel seguente modo: “accorgimento istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel

quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto

popolare” la sua è una democrazia fondata sulla scelta (compiuta dalle differenti volontà

particolari) di una leadership il cui compito è quello di definire la forma complessiva dell’agire

politico di una collettività. WEBER

burocrazia

(razionalità amministrativa)

rivoluzione

RAPPORTO società democratica – carisma – macchina DEMOCRAZIA dei CAPI

(Führerdemokratie)

mobilitazione guida politica

≠ da rivoluzionaria (Führerprinzip)

mediazione (politischer

Verband) 8

Le nuove scoperte scientifiche del ‘900 fanno capo al suo concetto di AVALUTATIVITÀ = non

producono conoscenza sulla base di giudizi di valore, ma spiegano i fenomeni attraverso giudizi di fatto.

Da qui deriva l’obiettività del giudizio storico; per Weber la relazione al valore deve rimanere come

possibilità orientante della conoscenza oggettiva della storia.

CAPITALISMO = potenza sovversiva e nichilistica che pone le basi per il dilagare nelle campagne

dell’“odio di classe”. È anche una potenza oggettiva, destinata a dominare presente e futuro, e alla quale

non sarà possibile sottrarsi.

Allo stesso tempo acquisisce sempre più risalto la domanda di fondo sul soggetto, cioè sul “tipo umano”

che sta all’origine dello sviluppo capitalistico.

Oggettività della sua analisi è la peculiarità del processo di razionalizzazione giuridico-politica che la

modernità ha compiuto (tramite le tecniche scientifiche).

POTERE = rapporto formale di comando-obbedienza (è il processo di razionalizzazione).

“La scienza come professione” DISINCANTAMENTO del MONDO, prodotto dalla modernità e dalle

scienze; mentre il selvaggio conosceva bene gli utensili che usava, noi non sappiamo come funzionano gli

strumenti tecnici che usiamo ogni giorno; nonostante ciò, noi abbiamo la percezione di dominare il mondo.

La modernità ha abbassato la soglia di conoscenza. Il selvaggio, per i fenomeni che non riusciva a spiegarsi,

ricorreva a spiegazioni magiche, divine; viveva in un mondo incantato. L’uomo moderno vive in un mondo

disincantato perché ha la ragione (rivoluzione copernicana di Cartesio mettere al centro la ragione

umana). 

Coscienza o fede bastano alla ragione per volere/potere qualsiasi cosa basta volere per potere ( fede

moderna, disincantata). Liberarsi dall’incanto ha portato la libertà all’uomo moderno.

Come nasce il disincantamento? Dal calvinismo (“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, scritta in

polemica contro l’ortodossia marxista di Kautsky) che è la chiesa protestante che rifiuta ogni autorità

esterna.

Il calvinismo riconosce l’autorità solo scelta da sé, da ognuno per sé; pensa ad un mondo a totale

disposizione dell’uomo perché è completamente libero per cui è uno dei slavati da Dio.

La dottrina calvinista della predestinazione avrebbe originato il bisogno psicologico di trovare conferme

della propria elezione questo avrebbe poi provocato la condotta di vita metodica e razionale funzionale

all’affermarsi del tipo d’uomo capitalistico, cioè ha portato alla ricerca del profitto come manifestazione

del successo.

Si tratta della c.d. “ascesi intramondana”: il calvinismo, infatti, prevede una fuga ascetica dalla realtà, col

rifiuto di stare con coloro che non sono i giusti, cioè gli eletti, i salvati. Tale idea teologica viene

razionalizzata e porta alla necessità di vedere la relazione della comunità dei santi con Dio; se

secolarizziamo rimane il rapporto tra i salvati. Rifiuto del mondo relazione fra i salvati.

Da tale relazione iniziano i progetti di soggettivizzazione che daranno luogo all’individuo moderno

(pensato come naturalmente libero). La manifestazione della libertà del non essere più soggetti all’incanto

del mondo = pieno sviluppo delle capacità lavorative in quanto si è liberi di manifestare se stessi.

Quindi alle origini del capitalismo Weber pone la costituzione di una forma specifica di soggettività capace

di dare un senso ad una vita terrena che ormai non è più l’ambito in cui ci si merita la salvezza attraverso le

opere: diversamente dal cattolicesimo, il protestantesimo pone il baricentro dell’agire del credente

dall’oggettività delle opere e dei sacramenti alla soggettività della coscienza, nella quale opera la Grazia.

Tutto ciò è dunque inquadrato in uno schema che vede la storia dell’Occidente come processo di

razionalizzazione e disincantamento del mondo.

Ma la soggettività borghese presente all’inizio del processo di razionalizzazione viene progressivamente

inglobata e poi nullificata dal capitalismo, che si cristallizza in relazioni sociali coattive che si impongono al

soggetto con la forza della loro oggettività e lo imprigionano in una c.d. “gabbia d’acciaio”.

Origine dello Stato moderno: a-razionale; riscontrata nel gruppo politico (politischer Verband). Secondo

Weber l’origine dello Stato moderno sta nei comuni italiani (= nucleo della statualità moderna): essi

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rappresentarono il tentativo di un territorio di istituirsi e governarsi in autonomia. L’origine dello Stato

dunque sta in una manifestazione di forza.

STATO MODERNO = comunità politica che all’interno di un determinato territorio conquista il

monopolio dell’uso legittimo della forza fisica = MONOPOLIO della VIOLENZA LEGITTIMA.

POLITICA = esercizio di dominio e di forza; obbedienza ad un comando.

Weber rifiuta il nesso costitutivo fra soggetto che istituisce la forma Stato (contratto) e il manifestarsi dello

Stato attraverso le leggi (che sono un’oggettività giuridica).

Legittimità sovranità = deriva dal fatto che si manifesta attraverso forme giuridiche. Sta nella rivoluzione,

nel politischer Verband.

Il problema della politica moderna è se il potere sia legittimo o no: siccome il potere è legittimo quando è

legale LEGITTIMITÀ del POTERE è identificata con la sua LEGALITÀ.

Individua 3 tipi di potere legittimo:

1. tradizionale fonda la sua legittimità sulla convinzione che chi lo esercita derivi la propria autorità

dal carattere sacro delle tradizioni valide da sempre; la massima espressione della legittimità, in

questo caso, è il monarca; chi obbedisce sono i sudditi;

2. razionale-legale la legittimità deriva dalla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti e di

procedure; chi obbedisce sono i cittadini;

3. carismatico legittimità consiste nel riconoscimento del carattere “straordinario” di un capo, che

può essere un profeta o un moderno capo-partito; il κάρισμα è qualcosa in più che uno ha rispetto

agli altri (nella tradizione teologica è l’impronta di Dio su qualcuno; è lo Spirito Santo). Nel

calvinismo il fatto di essere “trafitti” da Dio permette la distinzione tra salvati e non. Sussiste in virtù

di una dedizione al Signore. Lo sono gli eroi guerrieri, i grandi demagoghi, i profeti. Potere

carismatico = potere del capo (Führerprinzip); il carismatico viene obbedito finché ha queste

qualità, cioè finché ha il suo carisma; poi verrà sostituito da un altro.

(pg. 102 “Potere”)

Il potere può funzionare solo attraverso la legittimazione. Essa è connessa con la struttura sociologica

dell’apparato di potere; quindi, ci sono 3 corrispondenti diverse organizzazioni.

Il problema dello Stato tedesco, per Weber, è che è stato ridotto ad una macchina burocratica che

funziona solo per comando burocratico mentre, in realtà, ha perso la propria capacità politica, cioè ha

dimostrato un grave deficit di carisma tecnicizzazione assoluta della politica, cioè incapacità di azione

politica. La tecnica diventa una minacciosa struttura oggettiva.

Sia l’imprenditore, che l’uomo politico, che l’intellettuale si trovano, ora, ad operare in un contesto di

crescente burocratizzazione della ricerca e specializzazione delle discipline scientifiche che metteva a dura

prova la loro capacità di tenere sotto controllo il senso del suo sapere.

Valore politico decisivo per Weber è lo Stato nazionale, a cui l’economia deve essere subordinata.

L’affermazione del capitalismo nelle campagne apre il problema di un rinnovamento della classe dirigente

che deve guidare la Germania nello sviluppo capitalistico che costituisce la necessità di “un grande lavoro di

educazione politica” per porre la borghesia tedesca in condizione di uscire dalla sua storica condizione di

“minorità” e di candidarsi ad assumere la guida del paese.

Successivamente Weber concentrerà le sue attenzioni sui movimenti interni al proletariato tedesco,

compresa la socialdemocrazia, partito che le retoriche dominanti continuavano a confinare tra i nemici del

Reich.

La convinzione dell’unificazione sociale della nazione coincide per forza con la rimozione degli ostacoli

alla democratizzazione interna del paese e col coinvolgimento della socialdemocrazia in responsabilità

di governo.

Il problema che si pone è di individuare le forme costituzionali in cui è possibile il governo della

democratizzazione. 10

Weber si schiera a favore dell’attuazione di una riforma costituzionale che sancisca la dipendenza del

governo dal Parlamento centralità politica del Parlamento, la quale sta nel costituire l’arena in cui i

capi-partito si possono scontrare in una lotta per la conquista della leadership. Il Parlamento, però, nei

momenti di grave crisi non deve funzionare (se si dà il comando politico alla burocrazia, quando questo non

è il compito della burocrazia la macchina perfetta crolla).

Il PARLAMENTO è diventato un luogo notarile, il luogo della trasformazione di tante volontà

particolari in una sola. È il luogo del conflitto, è come una palestra, dove avviene la selezione dei capi

politici.

POLITEISMO dei VALORI = lotta fra diverse e irriducibili posizioni ideali, razionalmente non fondabili.

La forma politica necessaria è una democrazia dei capi, come FG che sappia mettere in rapporto gli

elementi che si costituiscono nella modernità. Tale democrazia si fonda sulle pulsioni della società

democratica (rivoluzioni), sul carisma (ricordo/manifestazione dell’originaria mobilitazione da cui

veniamo) che dà la guida politica (Führerprinzip) e sulla macchina (la burocrazia è la “cinghia di

trasmissione” del comando, non è il comando).

Ma il problema è che lo Stato tedesco non è democratico per cui implode!!

Weber è un ircocervo: tenta di conciliare il modello razionalistico dello Stato e il modello dialettico. Egli

pensa di potersi fondare sul carisma per fondare la democrazia, perché ha fiducia nella politica e nel ruolo

del politico.

La politica è diventata una professione ma chi fa politica ha 2 etiche:

1. etica della responsabilità capacità di tenere sempre presenti le conseguenze delle proprie scelte;

2. etica della convinzione dedizione alla causa.

Per porre un freno alla radicalizzazione socialista della rivoluzione Weber traduce in senso carismatico

l’elemento rivoluzionario della politica e propone una democrazia parlamentare in cui il PdR realizzi una

nuova “democrazia dei capi”.

Per descrivere il dirigente politico a cui pensa, Weber usa il termine di Beruf = vocazione per fare politica

 politica = duro e tenace percorso di superamento di dure difficoltà.

Weber esprime la speranza di superare la condizione di “gabbia d’acciaio”.

SCHMITT

È un pensatore politico, è un giurista del 3° Reich. Fa parte di coloro che furono processati e condannati al

processo di Norimberga. Si ritirerà a vita privata e morirà negli anni ‘80.

È critico nei confronti di:

- liberalismo (perché l’idea di fondo, qui, è che un ordine politico stabile ha origine dal singolo

individuo);

- pensiero giuridico (perché l’idea di fondo è che la politica sia riducibile al sistema delle norme

giuridiche poste dallo Stato).

Il suo pensiero è riassumibile in queste proposizioni:

- la politica va oltre l’individuo e la sua ragione: non è libertà ma destino;

- la politica va oltre il diritto e la sua normatività: non è legge ma decisione;

- l’ordine politico è necessario e va creato a partire dal disordine, con la decisione del singolo o

con la rivoluzione o con il potere costituente dal popolo;

- ordine politico può sussistere efficacemente solo se conserva al proprio interno il disordine, la

violenza, da cui ha avuto origine;

- il tentativo moderno di evitare l’origine non razionale della politica, di razionalizzarla, produce un

mondo “tecnico” non privo di conflitti, ma privo della capacità di comprenderli e affrontarli.

 

“Sovrano è chi decide sul caso di eccezione” sovranità = decisione (usata in senso

(pg. 135 “Potere”)

etimologico: dal latino ‘caedo’ = ‘tagliare’). 11

La decisione per eccellenza è quella politica; l’unico che può prenderla è il sovrano. È un atto creativo che

pone in essere un’organizzazione politica dal nulla (in quanto prima della decisione politica non c’è nulla).

POLITICA = eccezione il momento della politica è un momento eccezionale e richiede, in quanto tale,

una decisione eccezionale (= istituzione di un’organizzazione politica).

L’eccezione è quella che caratterizza l’età moderna, la quale ha realizzato la politica in assenza di

fondamenta; perciò, senza fondamenta, il fatto di costruire qualcosa risulta eccezionale.

Concetti teologici secolarizzati (nonostante sia un cattolico) modernità = tentativo, davanti alla

percezione del nulla, di costruire ugualmente un ordine, quello capace di neutralizzare razionalmente il

conflitto.

La razionalità della Chiesa cattolica riesce a far coesistere sotto la sua autorità aspetti del reale anche in

contraddizione fra loro; al contrario, la modernità cerca, fallendo, di costruire l’ordine politico attraverso la

rappresentanza di singoli dotati di diritti e interessi particolari che il dialogo razionale, in Parlamento,

dovrebbe rendere universali.

TECNICA = massima espressione di calcolo razionale umano; si corre, però, il rischio che tali macchine

arrivino a dominare l’uomo. Non sempre la tecnica produce miglioramenti per la vita umana: tale idea si fa

strada soprattutto dopo la Grande Guerra.

La tecnica, però, non produce alcuna forma: è il problema dell’epoca moderna perché le ideologie dell’800 e

del ‘900 si sono dimenticate che la realtà è il conflitto, facendo finta di nulla. L’hanno occultato facendo

pensare che gli uomini vivano in pace. Per le ideologie la politica funziona se si sa amministrare. Ma non è

quella la funzione del sovrano la politica funziona come se la propria origine non fosse conflittuale, ma

così non va.

Il POLITICO = (in tedesco Das Politisch) non è un soggetto ma la contrapposizione fra amico e nemico.

Tale conflitto è all’origine della politica. Ciò significa che l’origine della politica è polemica (πόλεμος =

guerra) il potere politico è l’unico capace di prendere una decisione su tale guerra e di discriminare

chi sono gli amici e chi i nemici. [ Da un punto di vista interno, tale contrapposizione si identifica con la guerra

].

civile

Parlando di amico/nemico non si intendono inimicizie private (inimicus) ma pubbliche, cioè il nemico dello

Stato (hostis).

Schmitt condivide l’idea weberiana secondo cui il Parlamento è un agone in cui si impara a confliggere; ma

dall’origine polemica deriva la decisione concreta, reale, un vero atto politico, orientata a neutralizzare

il conflitto. A quel punto si istituisce lo Stato.

Lo Stato è inadeguato a svolgere il compito che storicamente ha svolto, cioè garantire l’ordine. Ne nasce,

dunque, il concetto di “politico” come contrapposizione amico/nemico.

POLITICO ≠ POLITICA:

- politico = energia conflittuale;

- politica = architettura istituzionale.

La politica, dunque, è sempre polemica.

Sui rapporti internazionali: Schmitt riconosce che la guerra è una funzione della politica.

In politica interna: qui il concetto di ‘politico’ manifesta la propria portata destrutturante.

Tutto ciò significa che l’ordine viene creato dal e attraverso il conflitto e viene conservato attraverso una

vigilanza costante per escludere il nemico interno l’ordine politico si mantiene soltanto se non

neutralizza completamente il ‘politico’.

In tal modo, pace e guerra coesistono.

La decisione eccezionale che fonda la politica pone in essere la COSTITUZIONE (Verfassung) = unità

politica concreta di un popolo che nasce dalla decisione per l’ordine.

[Costituzione ≠ norme costituzionali].

Tale accezione di Cost. prevede che esista, prima delle norme, un soggetto politico dotato di volontà: nel

caso della democrazia, tale soggetto è il popolo. La politica liberale, invece, si fonda sulla libertà del singolo

12

contro lo Stato; sui diritti naturali; sulla separazione dei poteri dello Stato; sulla sostituzione del principio

della legalità con quello della legittimità; sulla rappresentanza.

Schmitt compie anche un’analisi sulla crisi di Weimar: per lui la Cost. di Weimar è il frutto di una vera

decisione politica del popolo tedesco per realizzare un compromesso tra rappresentanza liberale e presenza

democratica. Siccome tale decisione è polemica contro il collettivismo socialista instauratosi in URSS,

Schmitt afferma che la Cost. di Weimar è anti-sovietica. Essa è divisa in 2 parti, tra l’altro:

1. riguarda l’organizzazione dei poteri dello Stato tedesco; essa è di ispirazione politica liberale;

2. riguarda i diritti e i doveri fondamentali del popolo tedesco; è di ispirazione democratica.

Raccontando l’evoluzione storica della forma-Stato, Schmitt individua il passaggio tra 4 Stati:

1. STATO GOVERNATIVO (XVIII sec.) antico Stato per ceti, o Ancien Régime;

2. STATO LEGISLATIVO (XIX sec.) manifesta la propria sovranità attraverso la produzione

legislativa; la legge è sovrana; 

3. STATO AMMINISTRATIVO (Weimar) la Cost. di Weimar è l’esempio in questione perché è

stata protagonista di una forte novità: in Cost. vengono inseriti i diritti sociali. Weimar è un

fallimento perché è un compromesso fra le forme della rappresentanza liberale (Parlamento) e la

presenza democratica. Ecco perché viene definita STATO TOTALE per DEBOLEZZA.

Ma tale debolezza, per Schmitt, è superabile solo passando allo:

4. STATO TOTALE per ENERGIA Schmitt crede di ravvisarlo nel 3° Reich. È lo Stato che

recupera la vera capacità politica (≠ Weimar), che ha pretesa “totalitaria” di controllo su ogni

sfera della società e della terra, nonché sulla tecnica.

Il passaggio allo “Stato totale per debolezza” è stato reso possibile dal fatto che la politica moderna ha

pensato di neutralizzare il conflitto, spoliticizzandolo. Per Schmitt la neutralizzazione deve essere fatta

con un orientamento in qualche direzione Schmitt vuole una TEORIA dell’ORDINE POLITICO

CONCRETO = unità politica è data da 3 elementi storici concreti:

1. POPOLO diverso dagli altri popoli perché questo ha base razziale; tutti quelli che non ne fanno

parte sono i “nemici”;

2. UN PARTITO (NSDAP) fornisce l’energia politica, mantiene vivo il conflitto;

3. STATO è il quadro formale.

Fuori dallo Stato così composto c’è lo stato di natura e, poiché Schmitt prende le mosse da Hobbes, tale

stato di natura corrisponderà ad una situazione guerresca.

Schmitt aderisce, in parte, al pensiero di Gentile, cioè: entrambi pensano di poter sfruttare le ideologie

(fascista e nazista) per ripensare uno Stato all’altezza dei tempi. Entrambi vivono la grande crisi del

liberalismo; ma né Hitler né Mussolini faranno ciò che i due pensatori propongono, anzi: Gentile verrà

ucciso dai partigiani e Schmitt sopravvivrà al processo di Norimberga ma si ritirerà a vita privata.

Così inizia la fase internazionalista di Schmitt, o FASE del NOMOS (dove “nomos” ha l’accezione di ius,

cioè “diritto”).

NOMOS (diritto) = unità di ordinamento e localizzazione.

Egli inizia contrapponendo:

- potenze terrestri: portatrici di consapevolezza spaziale; capaci di organizzare ordini chiusi e stabili;

- potenze marittime: non conoscono limiti e confini.

Gli ordinamenti, dunque, hanno origine da una specifica partizione della terra. Il variare delle

suddivisioni spaziali segna le epoche dell’umanità. La “scoperta” implica, poi, la definizione di nuove linee

di divisione della terra, cioè le “linee globali” con cui le potenze europee si spartiscono il Nuovo Mondo.

Usa il termine νόμος perché viene da τέμνω = “dividere” per lui il diritto certifica la suddivisione dei

diversi modi di organizzazione. 13

Tali suddivisioni sono anche connesse allo jus publicum europaeum = ordine giuridico internazionale che

costituisce la piena età moderna. È la forma di νόμος della modernità. È iniziato, per Schmitt, con la

suddivisione dell’America del Sud (v. raya). La fine dei conflitti si stabilisce attraverso trattati di pace (che

sono comunque manifestazioni di jus). Lo jus publicum europaeum stria il territorio disegnando gli Stati.

Tale jus impone anche, oltre ai confini, il reciproco riconoscimento fra gli Stati (la raya ne è un esempio).

Ne consegue lo stabilimento di un ordine fondato su tale riconoscimento reciproco, il quale ha permesso

l’esistenza di una GUERRA LIMITATA = c’è meno violenza, anche più formalità nel trattare gli

ambasciatori e tutto il resto; ma appena si è fuori dai confini dello Stato non si riconosce, in quello che si ha

davanti, un nemico, ma uno che è da sterminare, si perde ogni legittimità politica (res nullìus: “terra di

nessuno”, dove gli abitanti di tali terre sono “nessuno” politicamente). È così che si comportano gli Stati

europei, terreni, che manifestano la loro potenza conquistando altre terre.

Tutto questo processo termina quando si affaccia una nuova potenza e quando l’elemento dominante non

è più la terra, ma l’aria e l’acqua, che sono indivisibili, non vi si possono tracciare confini. La grande

potenza marittima del tempo è l’UK. 

La potenza marittima non è limitabile il prevalere di una spazialità marittima fa nascere la

criminalizzazione della guerra d’aggressione.

L’ordine mondiale è stabile perché è fondato su tali differenze e disuguaglianze; crolla quando le

potenze extraeuropee (soprattutto gli USA) iniziano a pretendere che il diritto internazionale sia

universalistico, cioè fondato sul principio che tutti i popoli (anche quelli non civilizzati) possono avere uno

Stato e che tutti gli Stati sono uguali fra loro e davanti alla legge internazionale. 

Nella 2° GM, per es, salta lo jus publicum europaeum, poiché saltano i confini, gli Stati si creano 2

nuove potenze, UK e USA, che non sono più Stati, ma sono diversi costituzionalmente perché non si

fondano sulla sovranità perciò l’esito della 2° GM è l’unità del mondo, non la sua suddivisione per

questo, per Schmitt, il mondo perde orientamento (= perché perde lo jus, che invece aveva compito di

orientare). Si compie il “trionfo del mare”, delle potenze marittime che operano per la tecnica. 

Nel 1951 Schmitt afferma che la nostra epoca vedrà sempre e solo atti di polizia internazionale la

politica diventa amministrazione, a causa della unificazione internazionale morte del ‘politico’.

Più nessuno verrà dichiarato ‘nemico’; d’ora in poi al nemico si sostituisce il criminale, per il quale basta un

‘semplice’ atto di polizia non è più il tempo dello Stato, della politica.

L’ultima figura che Schmitt introduce, dicendo che il ‘politico’ non può morire poiché è connaturato

nell’esistenza dell’umanità, è quella del PARTIGIANO = contesta il nuovo sistema di organizzazione

internazionale; si nasconde nei boschi, è una figura irregolare e portatrice di ostilità contro l’uniformità a

cui la tecnica, anche giuridica, ci ha ridotto. Il partigiano contesta il sistema in quanto tale; vuole

distruggere lo Stato lo “Stato totale per energia” non potrà più esistere.

KELSEN

(pg. 138 “Potere”)

L’affermazione di Schmitt secondo cui “l’ordinamento giuridico posa sempre su una decisione, non su una

norma”, è per contrastare Kelsen.

Lo scontro tra i 2 si basa fondamentalmente sulla legittimità dell’ordine politico:

- Schmitt legittimità non è solo legalità, ma si fonda su una decisione fondamentale (sul caso di

eccezione) che è sempre di tipo conflittuale. La legittimità sta nella decisione politica. Il diritto

viene dopo;

- Kelsen la legittimità consiste nella legalità e risiede nella norma fondamentale dell’ordinamento,

cioè la costituzione. Non esiste una decisione politica precedente. Kelsen vuol far coincidere Stato e

ordinamento giuridico.

Scrive l’opera “Dottrina pura del diritto” dove critica la centralità che nel pensiero moderno ha lo Stato

perché secondo lui questo significa porre attenzione al fatto che esso è superiore, che è sovrano ciò porta,

per Kelsen, alla legittimazione dello Stato-potenza che in quegli anni stava avanzando. 14


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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