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Storia delle dottrine politiche

Concetti di libertà e stato

Essi innervano la riflessione dei maggiori filosofi politici moderni e contemporanei, insieme ai concetti di uguaglianza, potere, sindacato, partito. Libertà e stato permettono di organizzare il corso attraverso una tensione perché sono due concetti che pongono in continua tensione.

Libertà = proprietà di azione (di espressione, di religione ecc.) o proprietà di gruppi (di stampa, associazioni, di formare dei partiti o essere riconosciuto come popolo). Tutta la storia moderna si innerva per la lotta per la libertà, riconoscimento politico della libertà.

Stato = è un concetto d'ordine, è una forma politica della vita aggregata. Come oggetto di riflessione del pensiero politico moderno, lo stato è stato studiato nella sua legittimità (cosa uno stato può fare), come è nato, le sue forme statali diverse: assoluto, liberale, totalitario. Lo stato non è stato sempre un concetto positivo. Ci sono libertà che fanno a sopprimere le libertà altrui, rompono l'uguaglianza e affermano privilegio. Stato è uno grande strumento che permette di dare forma alla libertà a partire dal '500. Razionalizzare le libertà disordinate è stato lo scopo di chi ha studiato il concetto di stato.

Diritto = è la legge che la politica si dà per tutelare determinate azioni. La lotta per la libertà è una lotta politica e si esercita in molteplici realtà: attraverso la guerra civile o statale, elezioni, nell'opinione pubblica (nei giornali), referendum, manifestazioni, cortei, scioperi. C'è poi anche il confronto teorico: libertà che si combatte a livello delle dottrine, a partire dal 1500 ai giorni d'oggi.

Concetto di stato

È un fenomeno storico: ha avuto una data di nascita e avrà una conclusione. Le prime forme di stato si formano tra 1350-1400 in Europa. È un'esperienza storica, nasce una politica con gli stati. Nel 1651 inizia la grande riflessione sullo stato con Hobbes.

La realtà odierna è diversa: il concetto di stato sfugge a causa della presenza delle frontiere che sono sempre più labili: grandi flussi migratori e spostamento dei capitali tra stati diversi, più influenza dei mercati internazionali sugli stati nazionali. La vita politica è influenzata molto anche dai soggetti come mafia, terroristi che mettono in crisi la capacità di governo degli stati.

Le caratteristiche di uno stato:

  • Il territorio = dove si organizza lo stato. Non esiste stato senza controllo territoriale (lo stato infatti nasce dall’esigenza di alcuni sovrani di espandere e proteggere i propri confini). La conformazione di un territorio influisce sulla forma statale e la sua gestione. Lo stato è un'organizzazione del potere su un determinato territorio.
  • La popolazione = è l’organizzazione dello stato attraverso un gruppo di persone. La storia dello stato può essere anche studiata attraverso diverse modalità in cui il popolo si organizzò: dopo la rivoluzione francese le vicende nazionali i popoli lottano per essere riconosciuti come soggetti politici, come nazione. Hobbes “un populus è una forma organizzata” e contrapporrà la capacità dello stato di organizzare il popolo come “moltitudine”. Dove non c’è una convivenza pacifica della popolazione subentra la guerra civile, conflitti e lotte (religiose, economiche come guerra di classe, identitarie).
  • La popolazione può essere organizzata da parte dello stato in diversi modi: attraverso la legge che dà la razionalità alla popolazione (ciò che si può fare e non si può fare, ciò che è diritto e non); il welfare è un’altra forma dell’organizzazione della vita civile; le associazioni; l’ideologia. Attraverso queste forme lo stato tiene il consenso che gli permette di andare avanti: la disponibilità di chi è soggetto alla legge di obbedire. Senza il consenso non c’è l’ordine. Il consenso può essere più o meno volontario: forzato (non c’è la possibilità di ribellarsi) o scelto. Quando questa disponibilità di obbedire c’è si dice allora che lo stato ha la legittimità: può fare le leggi che saranno riconosciute come valide. Per essere legittimo lo stato deve garantire la pace più un certo grado di benessere: la sofferenza nella vita quotidiana deve essere sopportata (i consumi primari e secondari, imprese economiche, potere di realizzare le proprie aspirazioni di carriera ecc.). Kelsen dirà che lo stato “è un sistema di norme che legittima reciprocamente il rapporto tra i cittadini.
  • La centralizzazione del potere (sovranità) = controllo militare attraverso l’esercito, controllo del flusso del capitale (sovranità monetaria), centralità dell’amministrazione (ministri, tecnici che governano la vita civile). Lo stato europeo funziona a forma piramidale, la struttura è eredità dal Medioevo con gli ecclesiastici e monarchici.
  • Lo stato moderno esercita delle funzioni (cioè le 3 caratteristiche precedenti). In queste proprietà non c’è alcun carattere qualitativo o morale. Questo è grazie al processo di secolarizzazione. Deve solo ottenere i risultati lo stato moderno, dove c’è al primo posto la pace e il benessere.

(5 proprietà: territorio, popolazione, consenso, legittimità, monopolio)

Le fasi della politica premoderna

Le fasi della politica premoderna sono 3 (prima della nascita dello stato moderno):

  • Impero (quelli antichi: egizio, greco ecc.) a cui si contrappone il regno
  • Polis = città che nasce in Grecia

Il fattore in comune tra i due è la nascita che sancisce la possibilità di esercitare il potere, è la natura che decide: nella polis tutti i cittadini nati maschi e liberi, mentre nell’impero/regno è il sovrano. La politica è la riproduzione dello stato naturale, è la natura che decide come l’uomo deve vivere, è l’ordine naturale. Le donne non sono ammesse, né schiavi, né bambini. Dopo si assiste alla denaturalizzazione: non comanda chi nasce con questo diritto ma chi ne ha la capacità, chi è in grado di comandare.

  • Impero romano (medievale): impero romano permette di capire la transizione dal sistema della città all’impero: estensione delle leggi, amministrazione ecc.

Protagora, Platone, Aristotele e Tommaso D’Aquino sono 4 uomini che permettono di comprendere la politica antica.

Protagora “La politica è la più sublime delle tecniche umane, e tanto sublime che è un dono di Dio fatto agli uomini”. La politica è donata da Dio, appartiene per nascita e non muta!

Platone nel “Politico” definisce le caratteristiche dell’uomo politico che è “come un padrone di casa”: come l’uomo ateniese che possiede degli schiavi, la moglie e i bambini.

Aristotele nella “Politica” definisce l’uomo (maschio nato libero) come animale politico. La politica realizza pienamente la natura umana, è l’attività che serve per far sì che l’uomo tiri fuori e faccia agire la parte migliore della propria natura. Con Cicerone questa qualità passerà col nome della “virtù”.

D’Aquino dice che la “città di Dio viene costruita a somiglianza della città degli uomini”: l’organizzazione degli uomini è come l’anticipazione dell’organizzazione divina della natura e politica.

Differenze tra politica antica e moderna

La politica antica sorge dall’ordine, quella moderna sorge dal caos. La politica antica tende al bene, mentre quella moderna tende alla pace e convivenza tranquilla. La politica antica tende alla virtù, quella moderna alla gloria e capacità di condizionare l’agire degli altri, chi è più capace di acquisire più potere e condizionare gli altri, si tratta di un uomo capace. Politica antica è vicina al sacro, quella moderna ne è priva di qualsiasi riferimento morale. La politica moderna è volta a controllare il conflitto, cioè non c’è politica senza un conflitto. (Storia, conflitto e funzione = punti cardini per affrontare gli autori politici)

Nicolò Machiavelli

È fondamentale e si parte da lui parlando della storia delle dottrine politiche perché fu colui quale con grande forza nella seconda metà del 1400 si scaglia contro un’idea naturalistica della politica e contro l’idea provvidenzialistica della storia. La politica fu un dono di Dio agli uomini, quest’idea fu richiamata poi anche nel medioevo, la gerarchia fu definita per nascita (visione naturalistica, non modificabile da parte degli uomini). La politica deve garantire un ordine che c’è già. L’uomo secondo Aristotele era un animale politico e quindi la comunità umana era rispecchiata dalla politica. Con Machiavelli si rompe con questo modello, l’uomo non è portato a vivere naturalmente nella società, le relazioni sociali sono conflittuali, dopo un po’ nel vivere insieme si complicano le cose. Si hanno sempre guerre reciproche perché siamo ambiziosi, vogliamo ricchezze, potere, siamo portati a vivere in un modo non moralmente corretto. Descrive l’uomo con la figura del centauro: mezzo uomo e mezzo cavallo, animato dall’istinto animalesco. Per nulla animale politico, ma desideroso di conseguire beni immediati, senza mediazione per i beni comuni. La natura è disordinata e anche la società di conseguenza e la storia. Anche questo è un radicale cambiamento rispetto al modello antico: provvidenziale. Provvidenza = idea che il cammino storico è un cammino dotato di senso anche se l’uomo non lo capisce, anche con i dolori e guerre Dio pensa al destino dell’uomo e indirizza storia verso il bene. La storia procede del tutto casualmente secondo Machiavelli, non c’è nessun destino, è tutto prodotto dall’uomo ed è disordinato.

Machiavelli si domanda quali strumenti si deve dare la politica per governare questo andamento storico e quali sono le finalità che deve avere la politica per governare storia. Machiavelli da esule ragiona sui motivi della rovina dell’esperienza repubblicana più prova a rientra al potere = finalità dei suoi scritti e cerca credito presso la casa dei Medici. Opere “Il principe” e “I discorsi sulla decade di Tito Livio”. Nella prima opera si pone il problema su quali strumenti si deve dare un principe per governare la storia e la politica e nella seconda l’oggetto di riflessione era la repubblica di Roma, il governo di molti e non più di un individuo, sulle ragione della crescita e della decadenza facendo riferimento alla repubblica di Firenze.

Principe

Machiavelli definisce il rapporto tra gli uomini come rapporto caotico che origina un flusso storico caotico. Il termine che utilizza per descrivere questo andamento è fortuna: corso carico di conflitti, casualità, privo di senso. L’uomo politico (principe) deve essere in grado di governare questo corso, deve riuscire ad indirizzare l’andamento della fortuna a proprio vantaggio, “deve guardare alla realtà effettuale” = realtà degli effetti, deve prevedere l’andamento del flusso e del conflitto sociale ricostruendone la logica interna. La strategia si baserà sul breve periodo. La capacità di governare la fortuna si chiama secondo Machiavelli virtù. (Paragone con il fiume). Conoscere momenti, punti di forza, tecnica di governare = capacità di governare la fortuna. Per questo è importante conoscere storia. La virtù per Aristotele era il saper scegliere il giusto mezzo, niente eccessi, condurre vita evitando gli errori. La virtù è uno strumento politico, capacità dell’uomo politico di governare la politica, non c’è niente di morale e di moderato. Per costruire gli argini che governano la fortuna è lecito qualsiasi mezzo. Quindi non solo l’idea provvidenziale della storia ma anche separatistica tra virtù e morale.

L’uomo politico capace è in primo luogo uomo prudente = capace di cambiare posizione, adeguarsi all’andamento del fiume (storia), è un concetto strategico. Quando la fortuna (fiume) è forte ritirarsi, quando è calmo agire e operare. Altre componenti della virtù annunciate nel “Principe” hanno una motrice di carattere amorale, tra queste è il saper agire attraverso il segreto, questo è perché ci si trova in un mondo di “diavoli” quindi bisogna utilizzare strumenti non leciti. Se da una parte esalta il principe, dall’altro lo denuncia anche: non è valoroso, agisce segretamente. È un’opera ambigua così come lo è anche la politica.

Le altre due figure che usa Machiavelli per descrivere il principe è la volpe (furbo, deve saper dissimulare e fingere) e leone (forte e saper spaventare i lupi).

Discorsi sulla prima decade

Tema dei “Discorsi”: per governare la fortuna è necessario ricostruire la realtà effettuale composta dalle azioni umani che sono espressioni umane. L’attenzione di Machiavelli si concentra a comprendere la relazione tra composizione sociale composta da due forze sociali: grandi = nobili e il popolo = non nobili, la contrapposizione tra di loro che hanno finalità diverse. Il popolo è in preda di facili umori, facilmente condizionabile e può essere animato ai fini della rivolta. La capacità di farsi obbedire dal popolo ha dei rischi però. Per cui Machiavelli nel “Principe” individua il coinvolgimento militare come strumento per fondare il proprio consenso sul popolo.

I compiti del principe:

  • Ordinare la milizia (capacità di costruire esercito popolare)
  • Costruire la comunità in armi (portare le armi in città)
  • Amministrare la guerra (sapere quando usare la milizia)

Istituzione repubblicane è l’altro tema dei “Discorsi”: storia di Roma e le sue istituzioni. Si domanda perché la grande repubblica fallisce. Studia la fase repubblicana per capire i motivi del fallimento della repubblica fiorentina. In questo scritto esce la natura repubblicana di Machiavelli e la sua simpatia per questa forma di governo. Capacità del popolo di autogovernarsi, decidere le forme di vita comune. “Discorsi” è uno scritto passionale e tragico, si domanda come mai anche il governo migliore fallisce e si trasforma in tirannia.

I motivi della grandezza della repubblica di Roma sono dovuti ai valori dei cittadini romani che hanno identificato se stessi con la comunità. Elabora l’idea di virtù diversa da quella in “Principe” = politica presso gli antichi era davvero luogo in cui gli uomini si realizzavano e davano il meglio di se stessi, si identificavano con la propria patria e la volevano difendere. Qui torna di nuovo l’idea dell’esercito popolare. Vivono politica come momento di propria realizzazione, hanno passione politica, vogliono governare se stessi e partecipare alle vicende storiche della propria repubblica. Qui però sta una contraddizione: Machiavelli ha un’idea di un autore che vive nella fase post rinascimentale dove gli antichi sono i modelli migliori, cioè i cittadini romani sono migliori di quelli fiorentini. Il valore cambia nel corso della storia. Machiavelli poi dice che i conflitti sono sempre esistiti: nel fare politica non erano sempre e tutti d’accordo, c’erano sempre gli interessi di parti, c’era il popolo volubile e patrizi previleggiati. Non era quindi una politica fatta dei santi, ma i latini hanno avuto la capacità di dotarsi di istituzioni in modo tale da trasformare il conflitto in profitto politico, cioè istituzioni capaci di trasformare la lotta per gli interessi da parte in elemento non dannoso per la collettività, ma che salvaguardava la libertà politica, riuscito a fondare equilibrio dal conflitto. Quest’istituzione è il Tribunato della plebe, repubblica fondata sulla capacità di valorizzare i conflitti e scontri, i tumulti. Controllo da parte dei plebei dell’attività dei patrizi. Il conflitto tra le due classi viene riconosciuto, viene data un’espressione politica che permette di difendere dagli interessi corrotti dei patrizi ed entrambi si identificano con il bene dello stato.

Istituzione è il luogo dove la libertà si plasma, si dà un’espressione controllata del conflitto (il fiume viene indirizzato).

Motivi della crisi della repubblica romana: ogni forma di potere ha necessariamente una vita breve perché l’incalzare delle cose è destinato a perire, ogni forma di governo prima o poi si declina, ha una forma di degenerazione: il principe quando è buono e ha successo tende a diventare tiranno, poi subirà la congiura dai grandi e sarà ribaltato dalle forme di governo oligarchico, che si presentano come più valorosi rispetto al tiranno-monarca, ma poi anche loro saranno portati a essere ribaltati dalla sommossa popolare che poi diventa tumulto, disordine e di nuovo sarà presa dalla capacità di uno solo ad evocare tutto il potere a se stessa. Si presenta una forma ciclica, ogni governo tende a cadere nel declino: così anche per la repubblica romana: dopo un po’ il popolo non sarà più il fautore degli interessi comuni.

Secondo Machiavelli anche la politica temporanea è caratterizzata da un popolo che non si concepisce più come una collettività, ma che è interessata all’affermazione degli interessi “particulari”, privati. La società dei moderni è la società dei privati. Machiavelli nota quest’elemento, punto di riflessione anche di Hobbes.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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