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L’ARTE TRA III E IV SECOLO

Nei primi decenni del III secolo si succedettero imperatori della dinastia africana dei

Severi. Dopo la morte dell’ultimo, Alessandro Severo, nel 235, e per tutto il IV secolo si

assiste ad una successione frenetica di imperatori, tra i quali emersero le personalità di

Diocleziano, Costantino e Teodosio. Per lungo tempo questo ultimo periodo dell’Impero è

stato visto come caratterizzato da una decadenza morale, politica e sociale, ma anche

artistica in una ‘crisi’ della concezione classica, rottura con la norma razionale e

naturalistica dell’arte greca. Agli inizi del Novecento Berenson scrisse ‘l’Arco di Costantino

o la decadenza della forma’, dove individua nell’INCAPACITA’ l’allontanamento dai canoni

classici.

A questo proposito si può tuttavia notare che tendenze ‘antigreche’ e antimimetiche,

chiamate da Kitzinger ‘linguaggio SUBANTICO', erano presenti già nel III secolo nelle

province dell’Impero, che lentamente aumentavano il loro potere come testimonia anche la

sequela di imperatori non italici.

Una revisione critica della produzione artistica di questo periodo fu condotta nel 1901 da

Riegl, funzionario del museo di Vienna della sezione di arti minori (Scuola di Vienna),

quando pubblicò ‘Arte tardo-romana’. Egli riteneva che ogni periodo storico avesse una

sua KUNSTWOLLEN (volontà d’arte), cioè che ogni fase storica espresse le proprie idee

attraverso il linguaggio artistico. Perciò ogni arte è degna di essere analizzata in quanto

espressione di precisi contenuti storici.

All’interno l’Impero cambiò completamente la sua fisionomia: Roma perse il suo carattere

di città centro del potere. Gli imperatori non appartenevano più alle grandi famiglie

romane: Traiano dalla Spagna, Costantino dalla Serbia, Diocleziano dalla Croazia. Inoltre

dalla Constitutio antoniniana, promulgata da Caracalla nel 212, furono dichiarati cittadini

romani tutti gli uomini liberi abitanti nell’Impero.

Ma l’elemento forse più caratterizzante del periodo è costituito dal quadro religioso: la

tendenza verso nuove forme di spiritualità in forme monoteiste dominò. Generalmente di

origine orientale, i culti onoravano Serapide, Mitra (religione elitaria, il Dio nasceva il 25

dic.), il Sole (Sole Bolide culto dei Severi). Tra i diversi culti ebbe il sopravvento quello

cristiano, prima diffuso tra le classi più povere per poi invadere anche i gruppi più elevati,

reso libero nel 313 da Costantino.

I sintomi di questa evoluzione storica risultano chiaramente dai ritratti imperiali, come

testimonia la TESTA DI COSTANTINO: una raffigurazione più idealizzata, con una forma

più plasticamente semplice (es. capelli e sopracciglia innaturali). Gli occhi intensi e

smisuratamente grandi come proveniente da una realtà ultraterrena, a dimostrare la

santità del potere imperiale. Con l’avvento del cristianesimo l’imperatore non fu più un dio,

ma emanazione, riflesso della divinità stessa.

L’ARCO DI COSTANTINO, 312-15, Roma, veniva eretto accanto al Colosseo,

commissionato dal Senato, per festeggiare il decennale dell’impero di Costantino e per

celebrare le sue vittorie a Verona e a ponte Milvio. Il monumento è a tre fornici con quattro

colonne per facciata sostenute da plinti ed è ornato da sculture appartenenti a periodi

diversi. Un’esecuzione di questo tipo riflette già quello che sarebbe stato in futuro

procedimento abituale: il riuso di pezzi antichi. Infatti il RIMPIEGO DEGLI SPOLIA verrà

utilizzato molto nel medioevo in tre modi:

-antiquario: sculture antiche sono esteticamente belle (antichità è valore aggiunto)

-ideologico: ripresa di un pezzo da far rivivere ideologicamente (es. fascismo)

-economico: risparmio di materiali costosi come il marmo (es. colonne e capitelli).

Vi sono infatti rilievi e statue traianee (98-117, statue sull’attico, rilievi sull’attico laterale e

rilievi fornice interno), rilievi aureliani (161-180, sull’attico), tondi adrianei ( 117-137,

fronte). In questo caso la scelta di questi rilievi è stata probabilmente ideologica: gli

imperatori citati erano quelli più amati e rispettati, e Costantino si proponeva come loro

erede diretto.

Sotto i tondi adrianei vi è invece il lungo fregio di Costantino, dove vi è la famosa

ADLOCUTIO, sul fronte nord, dove la figura dell’imperatore, oggi acefala, è più alta ed al

centro in posizione rigidamente frontale, come una divinità. La rappresentazione è

pertanto organizzata tenendo conto delle proporzioni gerarchiche, caratteristica tipica

dell’arte provinciale. Lo sfondo invece costituisce un’interessante testimonianza dei

monumenti del Foro (basilica Giulia, perduto monumento dei tetrarchi, l’arco di Settimio)

disposti sullo sfondo allineati e paralleli alla superficie del rilievo con la ‘prospettiva

ribaltata’, anche questa tipicamente provinciale. Il fregio mostra profondissimi mutamenti,

mostrando una vivacità e immediatezza di comunicazione. Allora infatti al potere erano i

coloni, i mercanti, i soldati delle province: sui monumenti ufficiali si affermò la loro arte.

Utile per capire le novità di questo stile è il confronto tra il tondo adrianeo (liberalitas) e la

scena della LIBERALITAS (imperatore elargisce doni). Infatti mentre nel tondo la figura di

Adriano è in primo piano insieme ad altre tre figure (riconoscibile solo dal nimbo), in

un’immagine molto mimetica, in Costantino la figura è smaccatamente più elevata e

centrale, occupando due registri. Le altre laterali perdono l’individuazione della visione

greca per essere rappresentate tutte uguali in masse (dall’arco di Settimio Severo nel

Foro). Il risultato è quello di far risaltare la figura di Costantino, comunicando il concetto.

Le interpretazioni per l’arco sono le tre già discusse per l’arte medievale in generale.

In accordo con la teoria di Riegl, un’altra che rappresenta il deliberato abbandono del

realismo classico, preferendo un linguaggio comunicativo è quello dei TETRARCHI, 300,

oggi rimpiegato a Venezia san Marco nell’angolo esterno della basilica. L’importanza e

ricchezza della committenza imperiale è garantita dall’uso del porfido (esclusivo di tale

committenza). Sull’impero governavano due augusti e due cesari, occorre pertanto unità e

collaborazione. Sono quattro figure identiche nella posa e abbigliamento molto attaccati tra

loro, si comunica uguaglianza e compattezza.

Stesso intento presente nella religione pagana di III e IV secolo come dimostra il GRUPPO

VOTIVO di Treviri, oggi al Landesmuseum (Zurigo).

LA PRIMA ARTE CRISTIANA

Nei sarcofagi a teste allineate del III e IV secolo notiamo l’utilizzo del linguaggio mimetico,

così come quello comunicativo per i cristiani. Nella romanizzazione del cristianesimo si

avverte anche il progressivo passaggio dalla condensazione di più episodi insieme ad un

unità di luogo, tempo e azione. Infatti dal SARCOFAGO DEL MUSEO LATERANO, IV

secolo, dove l’immagine del Cristo Puer è ripetuta tre volte in posizioni quasi identiche nei

vari episodi di miracoli dove le figure sono compresse e gli elementi naturalistici aboliti

(‘narrazione continua’ non come le colonne coclidi con scansione cronologica), si passa

successivamente al SARCOFAGO DI GIUNIO BASSO, 359, Museo del Tesoro di san

Pietro, dove l’impaginazione è molto diversa. Le scene del Vecchio e Nuovo Testamento

sono disposte su due ordini e ritmate da cornici formate da colonne e timpani o trabeazioni

(edicole). Le figure sono quasi a tutto tondo e c’è una gestualità molto realistica, una

mimesis delle diverse fisionomie.Nel sacrificio di Isacco c’è una grande attenzione alla

fisionomia, tutti con diverse espressioni e movimenti molto naturali. Il sarcofago è scolpito

rispettando i canoni classici, anche se Giunio Basso era un ex console cristiano.

Il SARCOFAGO DI COSTANZA, 350 ca., Musei Vaticani, è di porfido (committenza

imperiale). Vi sono raffigurati episodi di vendemmia, un episodio prima legato a Bacco,

rivisitato dal cristianesimo come simbolo del sangue di Cristo. Il linguaggio è ancora una

volta classico, un committente cristiano può scegliere lo stile.

Prima della liberalizzazione del culto nel 313, la diffusione del cristianesimo avveniva in

forma clandestina (per le persecuzioni). A Roma il messaggio evangelico si diffonde quasi

subito prima tra le classi più depresse (plebei e schiavi) tanto che San Paolo nel 61 è

accolto nella città da una comunità già organizzata. I più ricchi, che successivamente si

convertivano, mettevano a disposizione come luogo di riunione e culto le loro abitazioni, le

DOMUS ECCLESIAE, antichi tituli (parrocchie) che sono scomparsi con l’erezione delle

basiliche, che spesso avveniva su di queste. Per questo non sappiamo neanche se

fossero decorate, dovendo rimanere nell’anonimato perché illegali. Si conosce oggi

l’esistenza di una sola domus a DOURA EUROPOS, Siria, ante quem 256, anno del crollo

delle mura della città che avrebbero seppellito la casa, preservandola. All’interno l’edificio

presenta decorazioni con episodi del Vecchio e Nuovo testamento, come il ‘Trionfo di

Mardocheo’ o La guarigione del paralitico. All’esterno è completamente anonima, pertanto

era sicuramente una domus ecclesiae.

Sul colle celio affianco della basilica de Ss. Giovanni e Paolo c’è una via che conserva

ancora l’assetto romano. Sotto la chiesa hanno trovato una domus, che dal III secolo

sarebbe stata costruita da un ricco proprietario, con delle pitture. In una sala è presente

l’affresco di un orante (raffigurazione cripto cristiana): grande dibattito non ha portato a

certezze. Infatti all’interno compaiono anche menadi e satiri, potrebbe quindi essere un

discorso iconografico generale sulle filosofie.

LE CATACOMBE

La fede nella resurrezione comportò l’abbandono della cremazione in favore

dell’inumazione dei defunti i luoghi si sepoltura sotterranei.

Il termine catacomba, letteralmente ‘presso l’avvallamento’ ,per indicare il cimitero ipogeo,

nasce nel IX secolo per indicare quelle di San Sebastiano sull’Appia, l’unica non

abbandonata. Infatti questi cimiteri verrano gradualmente abbandonati nel V secolo e

rimangono fino al IX luogo dove venerare i corpi dei santi.

L’uso dell’inumazione sotterranea non nasce dalla necessità di difendersi dalle

persecuzioni ma anzi erano luoghi di sepoltura anche per pagani, come testimoniano gli

affreschi delle catacombe della Via Latina. Sicuramente il problema dello spazio incise

sulla scelta di una sepoltura sotterranea.

Nel III secolo la Chiesa divide Roma in sette regioni sovrintese da diaconi ad ognuna delle

quali corrispondeva una zona catacombale.

Talvolta prendono il nome del proprietario del terreno (es. Priscilla), talora quello dei martiri

ivi sepolti.

Gli irregolari tracciati sotterranei si adeguano alla struttura geologica. Le gallerie, dette

‘ambulacri’ (in antico criptae), sono scavate in piani sovrapposti. Ai lati di queste possono

aprirsi camere sepolcrali dette ‘cubicoli’ per i cristiani più facoltosi o in vista; queste tombe,

gli ‘arcosoli’, sono sormontate da un arco spesso affrescato. Invece i sepolcri sovrapposti

sono detti ‘loculi’ mentre la ‘pila’ è la sezione verticale.

Le catacombe di Priscilla (via Salaria) si sviluppano su tre piani: il primo si sviluppa in

maniera tentacolare con molti ambulacri.

Occorre ricordare tra gli oggetti legati al culto dei morti i vetri dipinti, cosiddetti fondi d’oro

perché ottenuti dall’applicazione di una lamina d’oro inciso con soggetti religiosi, infissi

nella calce all’interno dei loculi. Inoltre erano presenti avori e oggetti in metallo (gioielli,

cucchiai, lucerne dipinti con scene del Buon Pastore o Giona).

L’arte cristiana primitiva mira alla trasmissione dei nuovi contenuti del messaggio

evangelico, adottando un linguaggio che si ispira sia alla cultura pagana, sia a quella

orientale e giudaica.

L’origine ebraica delle prime preghiere cristiane per i morti testimonia il forte scambio tra le

due culture. L’origine del cristianesimo in aria orientale culturalmente ebraica giustifica la

rarità delle testimonianza figurative fino al III secolo, motivate dall’aniconismo che imbriglia

l’arte secondo i dettami del divieto biblico. In quest’ottica diventa necessario riprodurre

SIMBOLI che alludano alla divinità e che esprimano la tensione verso l’infinito. L’arte ha

pertanto in questo periodo un intento escatologico. Il simbolo rimanda sempre ad un

oggetto diverso da sé: l’agnello sacrificato (sacrificio di Cristo), il pesce (ictus-Cristo),

ancora (iconografia della croce-speranza).

Dal rifiuto estremo di figure umane si iniziano poi ad utilizzare figure pagane in chiave

cristiana. Infatti la prima arte cristiana ha uno stretto legame anche con la tradizione

greco-romana, nell’iconografia mitologica e bucolica. La figura dell’eroe, come ad esempio

‘Ercole che conduce Alcesti da Admeto' (IV secolo,Catacomba di Via Latina), in cui Ercole

è rappresentato come ‘salvatore’. Un’altra importante influenza è sicuramente il forte

decorativismo (domus romane come catacombe). Oppure il concetto di ‘filantropia’

attraverso il Buon Pastore, quello di ‘pietas’ attraverso l’immagine-segno dell’orante

(es.Cimitero Maggiore o Catacomba dei Giordani), il filosofo tra i suoi discepoli

(Catacomba di Via Latina), l’agape come banchetto eucaristico (Catacomba di San

Callisto) con l’attribuzione di significati nuovi a immagini preesistenti.

Dal IV secolo iniziano a comparire le prime raffigurazioni del Cristo filosofo (testimone

della divinità), mistico-puer (stato ideale di giovinezza), storico (Passione e Resurrezione).

La ragione dell’acquisita libertà di rappresentazione è insita nella natura stessa del

Messia, divino e uomo insieme. L’immagine viene perciò abilitata come trasmissione del

messaggio evangelico. Inizia cosi un graduale processo di allontanamento dalle fonti

scritte per concentrarsi sulla comunicazione del messaggio. Compaiono le prime

rappresentazioni di Cristo accanto a Pietro e Paolo (falso storico).

Per quanto riguarda lo stile, naturalismo e decorativismo greco-romano spesso con un

tratto pittorico rapido e schizzato come nella Samaritana (III secolo, San Callisto) dove le

forme sono suggerite più che descritte in un’abbreviazione formale.La critica

novecentesca ha introdotto nella definizione stilistica dell’arte cristiana antica il termine

‘espressionismo’, in quanto si attribuisce maggior rilievo all’espressione del mondo

spirituale e trascendente. Tuttavia rappresentazioni più complesse e meno si alternano

durante tutto il periodo.

LA BASILICA

Con la liberalizzazione del culto cristiano, si avvertì la necessità di costruire edifici adatti

alla celebrazione della liturgia. A questo scopo i templi frequentati dai soli sacerdoti di cui

Roma era costellata non erano adatti (naos troppo piccolo). Inoltre i cristiani desideravano

qualcosa di riconoscibile, che li distinguesse dagli altri. Il termine chiesa deriva dal greco

‘ecclesia’ (assemblea): servivano pertanto spazi ampli. Il riferimento ad una costruzione

già in uso fu palesemente chiaro: l’antica basilica romana, un ‘foro coperto’ dove si

amministrava la giustizia (per questa funzione utilizzato un podio in un’abside), ci si

incontrava per affari o si tenevano banchi per il cambio valuta (es. basilica di Massenzio) e

che poteva avere anche funzioni religiose (Krautheimer, basilica cristiana assolve a una

delle tante funzioni delle precedenti). Struttura longitudinale, divisa in tre o cinque navate,

nelle cristiane con l’abside rivolto ad est, dove era posto il Paradiso, da dove Cristo

tornerà.

I cristiani apportano dei cambiamenti all’edificio antico: scelgono un luogo principale in

un’abside sul lato corto e un ingresso sul lato opposto, creando uno spazio che condiziona

nel momento in cui si entra in un percorso che porta visivamente verso il fulcro

(comunicazione). Poteva possedere un atrium, quadriportico, e anche un porticato

all’interno detto nartece.

Il testo ‘Costitutiones Apostolicae’, attribuito a Clemente I (I secolo), ci racconta la

disposizione divisa delle singole personalità: vescovi, uomini, donne, neocatecumeni (che

in alcuni edifici condusse alla creazione di spazi appositi).

I colonnati suddividevano le varie navate, la centrale più alta e coperta da un soffitto a

capriate, mentre soffitti più bassi coprivano le navate laterali, dando un aspetto particolare

alla facciata detto ‘a salienti’.

La navata e il presbiterio erano separati da porte, stoffe, tende che si alzavano solo in certi

momenti per creare pathos. C’era un uso intenso di profumi e aromi forti. L’illuminazione

era molto importante, assicurata dalle finestre sulla parte superiore della navata centrale e

spesso anche nell’abside (luce=carattere sacro). Le icone sacre erano chiuse in

tabernacoli e coperte da stoffe e non sempre mostrate. La liturgia medievale era ricca di

suspence e mistero.

Il LIBER PONTIFICALIS, una raccolta di biografie papali da Pietro a Martino V (1431)

scritte da diversi autori. La prima edizione risale alla metà del VI secolo, scritta dalla curia

romana. Fonte preziosissima per la committente storico-artistica.

COSTANTINO

Il primo committente cristiano di edifici chiesastici a Roma secondo le fonti dopo aver

liberalizzato il culto, probabilmente perché la madre Elena era cristiana e

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/01 Storia dell'arte medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sarloalessandro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Gianandrea Manuela.
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