Storia dell’arte greca e romana 26/02/2019 Lezione 1
Il senso dello spettacolo nel mondo greco: il teatro…
A partire dal VI secolo a.C. gli Ateniesi in occasione di feste religiose a Dioniso e in particolare delle Grandi
Dionisie e delle Lenee (dal quartiere del Leneo, ove sorgeva il più antico santuario ateniese di Dioniso)
organizzavano rappresentazioni sceniche in cui tre autori teatrali, scelti dall’arconte eponimo, gareggiavano
per conquistare la vittoria. Ognuno di essi doveva presentare una tetralogia composta da tre tragedie e un
dramma satiresco: ogni tetralogia veniva recitata nello stesso giorno a partire dal mattino fino al pomeriggio
inoltrato, così che le rappresentazioni tragiche duravano tre giorni, mentre il quarto giorno era dedicato alla
messa in scena di cinque commedie, che costituivano una competizione separata, riservata alle opere
→
comiche. Alla fine dei giorni di gara una giuria di 10 cittadini decretava il vincitore no importanza del
premio, ma la vittoria era importante a livello sociale. Anche attraverso questi momenti avveniva
l’educazione greca = momento collettivo della vita della città che si inseriva in una festa religiosa. Era un
momento civico importante della vita della polis.
Il teatro in Grecia, in sintesi, non era un’occasione di divertimento e un’evasione dalla quotidianità, ma aveva
un profondo senso civico, morale e religioso, rafforzava la coesione dei cittadini e insieme istruiva
(Aristofane nelle Rane sostiene che ai bambini insegna il maestro, ai giovani il poeta), era un rito collettivo
della polis.
La tragedia in età classica era uno spettacolo scenico costituito da recitazione, canto, musica e danza e
formato da più parti:
- un prologo recitato, che poteva avere anche forma dialogica e che serviva ad informare il pubblico
degli antefatti dell'azione drammatica;
- una parodo che consisteva in un canto d'ingresso eseguito dal coro;
- vari episodi (in genere fra i tre e i cinque), che erano costituiti da monologhi o da dialoghi tra due o
tre attori, ed erano in versi;
- vari stasimi = canti del coro che si inserivano fra gli episodi, in cui si commentava o si analizzava la
situazione che si stava sviluppando negli episodi;
- un esodo: canto conclusivo e di uscita dalla scena del coro.
Gli attori erano esclusivamente uomini anche nelle parti femminili e indossavano maschere in tessuto e
legno.
Il coro, costituito da coreuti, aveva una parte decisiva nella rappresentazione, ma la sua importanza si andò
indebolendo nel tempo e dopo Euripide (fine V a.C.) si ridusse a brevi intermezzi lirici.
A partire dal tempo di Clistene (508 a.C.) erano i cittadini privati a sostenere le spese per i cori previsti per le
rappresentazioni.
Secondo testimonianze pittoriche su vasi ceramici l'usanza di gareggiare con i carri era già presente nel
mondo miceneo, ma il primo riferimento noto letterariamente è l'episodio descritto da Omero nel XXIII libro
dell’Iliade durante i funerali di Patroclo: la corsa, che consisteva nell'andare fino al ceppo di un albero, girarvi
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attorno e ritornare, fu vinta da Diomede che ricevette in premio una schiava e un recipiente bronzeo.
A partire dal VII secolo corse di carri traina) da quattro o due cavalli si svolgevano nell’ambito dei Giochi
Olimpici istituiti a Olimpia dal 776 a.C. e dedicati a Zeus e degli altri Giochi Panellenici Pitici a Delfi dedicati
ad Apollo, Nemei a Nemea per Zeus, Istmici a Corinto per Poseidone). Le corse erano molto combattute ed
emozionanti e specie presso le curve ai due lati dell'ippodromo si verificavano incidenti anche mortali: si
trattava di competizioni più che di spettacoli.
→gran
Sport nel mondo greco importanza civica che dava un ruolo sociale molto importante.
In una società che vedeva nello sport un elemento fondamentale della vita pubblica, i Giochi Olimpici e
Panellenici svolsero un ruolo importante nel rafforzare il sentimento di appartenenza a una "patria comune”.
Le corse dei carri erano eventi particolarmente a tesi e davano ai vincitori grande gloria: una vittoria ai Giochi
era spesso un buon modo per farsi strada nel contesto sociale della propria città e per accumulare grandi
ricchezze, nonostante i premi ufficiali fossero per lo più di ridotto valore materiale.
Gli spettacoli teatrali e le corse con i carri in età arcaica erano connessi con il culto e le cerimonie religiose e
gestiti dai sacerdoti; in età repubblicana diventano veri e propri cicli di spettacoli finanziati e diretti da
magistrati appositamente incaricati. Le grandi spese necessarie ebbero col tempo sempre più bisogno di
contributi personali dei magistrati organizzatori, che così promuovevano la loro carriera politica (fenomeno
dell’evergetismo).
- Consualia celebrati in onore del dio Conso - identificato con Nettuno - il 21 agosto e il 15
dicembre: secondo Livio (I, 9) istituiti da Romolo (ratto Sabine);
- Equirria celebrati in onore di Marte il 27 febbraio e il 14 marzo;
- ludi Romani o Magni secondo la tradizione istituiti da Tarquinio Prisco in onore di Giove Ottimo
Massimo: si svolgevano in settembre (prima un giorno solo, poi una quindicina);
- ludi Plebei istituiti nel 220 a.C. (ma forse anche prima), in onore di Giove, avevano luogo fra il 4
e il 13 novembre;
- ludi Apollinares in onore di Apollo, istituiti secondo Livio nel 212 a.C.; inizialmente non avevano
una data fissa, ma poi si stabilizzano in luglio (8 giorni);
- ludi Megalenses in onore della Magna Mater, si svolgevano in aprile (7 giorni);
- ludi Ceriales in onore di Cerere, si svolgevano in aprile (7 giorni);
- ludi Florales, in onore di Flora (dal 28 aprile al 3 maggio: 6 giorni).
Silla nel’81 a.C. e Cesare nel 46 istituirono dei ludi victoriae che duravano rispettivamente 7 e 11 giorni, i quali
cominciarono ad acquisire il significato politico e celebrativo che i ludi ebbero in età imperiale, quando
innumerevoli divennero le occasioni per bandire spettacoli pubblici (trionfi, dediche, anniversari,
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compleanni, ascese imperiali), così che tali festività divennero veicolo di consenso popolare e strumenti
dell’assolutismo. Giovenale, Satira X, 78-81 (seconda metà I sec. d. C.)
… nam qui dabat olim / imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se / continet atque duas tantum
res anxius optat, / panem et circenses.
… Infatti [quel popolo] che una volta si preoccupava del potere, i fasci, le legioni, ogni cosa, oggi
è istupidito e spasima solo per due cose: la pancia piena e il circo.
M. Cornelio Frontone, Principia historiae, V, 11 (prima metà II sec. d.C.)
… populum romanum duabus praecipue rebus, annona et spectacula, teneri.
… Il popolo romano ormai si preoccupa soprattutto solo di due cose, l’approvvigionamento di
grano e gli spettacoli.
Quando l'imperatore appariva durante uno spettacolo la folla lo omaggiava.
Gli spettacoli rafforzavano il potere politico del principe, che quindi ne finanziava volentieri l’organizzazione.
Svetonio, Augustus, 43
Spectaculorum et assiduitate et varietate et magnificentia omnes antecessit. Fecisse se ludos ait
suo nomine … etiam vicatim ac pluribus scaenis per omnium linguarum histriones, munera non
in foro modo, nec in amphitheatro, sed et in circo…; athletas quoque exstructis in campo Martio
sedilibus ligneis; item navale proelium circa Tiberim cavato solo, in quo nunc Caesarum nemus
est.
Per numero, varietà e magnificenza di spettacoli superò tutti [i suoi predecessori]. Lo stesso
[Augusto] dice che, a suo nome … celebrò anche nei differenti quartieri, con numerose scene,
utilizzando attori parlanti tutte le lingue; diede spettacoli non solo nel foro e nell’anfiteatro, ma
anche nel circo … organizzò anche scontri fra atleti nel Campo Marzio, costruendo sedili di legno
e una battaglia navale per la quale fece scavare il terreno nei pressi del Tevere dove ora si trova
il bosco dei Cesari.
varie tipologie di edifici per varie tipologie di spettacoli
Ogni spettacolo nel mondo romano andava presentato in una sua struttura specifica. 3
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Le commedie nel mondo romai avvenivano nei teatri. Ne inventarono anche di coperti = theatra tecta i quali
erano riservati a degli spettacoli che richiedevano un determinato tipo di acustica come, per esempio, gli
spettacoli musicali.
Fonti letterarie sull’inizio del teatro Livio, 7, 2, 3-4
(si riferisce all’anno del consolato di Sulpicio Petico e Licinio Stolone = 364 a.C.)
… et cum vis morbi nec humanis consiliis nec ope divina levaretur, victis superstitione animis ludi
quoque scenici – nova res bellicoso populo, nam circi modo spectaculum fuerat – inter alia
caelestis irae placamina instituti dicuntur… Sine carmine ullo, sine imitandorum carminum actu
ludiones ex Etruria acciti, ad tibicinis modos saltantes, haud indecoros motus more Tusco dabant.
… e poiché la violenza della malattia non diminuiva né per i rimedi umani né per l’aiuto divino,
essendo gli animi in balia di ogni superstizione, fra gli altri mezzi tentati per placare l’ira divina
si dice che siano stati istituiti anche gli spettacoli teatrali, cosa nuova per quel popolo guerriero
(fino ad allora infatti vi erano stati
solo gli spettacoli del circo) … Senza alcun testo poetico, senza gesti che mimassero il testo,
danzatori fatti venire dall’Etruria danzavano al suono di un flauto con movimenti armoniosi,
secondo l’uso degli Etruschi. →
Influenza del mondo etrusco e laziale – campano pesa molto nelle prime rappresentazioni romane.
Fescennini (probabilmente dalla città falisca di Fescennium): tali spettacoli, costituiti da un dialogo mordace
e licenzioso, solitamente si svolgevano durante feste di carattere agreste. Spesso erano i contadini stessi
che si fronteggiavano lanciandosi battute feroci, senza copioni prestabiliti, ma recitando a braccio e
prendendo in giro anche gli spettatori. Orazio, Epistulae II, 1, 145-146
Fescennina per hunc inventa licentia morem / versibus alternis opprobria rustica fudit – La licenza
fescennina sorta attraverso questa usanza / improvvisò con versi alterni grossolane ingiurie.
Fabulae Atellanae (dalla città campana di Atella, fra Capua e Napoli). Genere di spettacolo giocoso e
licenzioso, per lo più di improvvisazione, ma con prime forme di schemi e canovacci e con personaggi fissi.
Influenza del mondo greco…
La tragedia ripresa dai modelli greci era definita dai Romani fabula cothurnata (dai cothurni = le particolari
calzature indossate dagli attori).
La tragedia di ambientazione romana era detta fabula praetexta in quanto gli attori vestivano appunto la
toga praetexta, orlata di porpora = abito distintivo dei magistrati. 4
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La commedia di ambientazione e argomento greci era detta fabula palliata (da pallium = mantello che
indossavano gli attori, che riproduceva l'analogo mantello greco).
La commedia di ambientazione e argomento latini era la fabula togata (da toga).
Continua però anche l’influenza italica: già in età tardorepubblicana commedia e tragedia persero importanza
e la preferenza venne accordata a mimi (spettacoli in gran parte improvvisati, spesso lascivi e osceni) e
spettacoli acquatici (talora lascivi, ove recitavano anche donne). Si trattava di composizioni di musica, canto,
gestualità, con soggetti spesso erotici e drammatici.
Grande produzione teatrale finisce ad un certo pubblico, per esempio Seneca scrive tragedie per la lettura e
non la rappresentazione. Forse erano troppo impegnative per una rappresentazione diretta al popolo. Si
trasformano in rappresentazioni più popolari. →
Gli attori a Roma non hanno un grande ruolo sociale ottengono il riconoscimento da parte dello stato fin
dal III sec. a.C. con la costituzione del collegium scribarum histrionumque, gli attori a Roma non godevano di
buona reputazione e la loro professione non era ritenuta degna degli uomini liberi. Essi erano riuniti in
compagnie (greges, factones), dirette da un capocomico (dominus gregis).
Per recitare indossavano delle maschere:
- Erano di legno e di stoffa con applicata la capigliatura;
- il loro uso facilitava il compito degli attori, permettendo di impersonare più ruoli, amplificando
la voce e rendendo visibili anche da lontano i lineamenti del personaggio;
- celavano l’identità dell’attore, per cui un uomo poteva recitare anche le parti femminili (le donne
non potevano recitare);
- nel mimo non erano previste;
(per notizie dettagliate cfr. l'Onomastikon di Giulio Polluce - II sec. d.C.)
La musica:
- era un elemento integrante dello spettacolo teatrale romano; i
- l flautista accompagnava gli a1ori nelle par6 declamate e dialogate (diverbia) o nei canti veri e
propri (cantica);
- l'accompagnamento veniva fatto con la tibia che poteva essere semplice o doppia (costituita,
cioè, da due tubi di lunghezza variabile);
- la musica del teatro romano è andata tutta perduta.
Il pubblico:
- l’ingresso in teatro sembra fosse gratuito per tutti i cittadini;
- si ritiene che le prime file della cavea e l’orchestra fossero riservate ai senatori e ai personaggi di
rango e che in summa cavea sedessero le donne, gli schiavi e i bambini: concezione di una società
divisa anche nei divertimenti e ben ordinata; l’assegnazione dei posti avveniva grazie a tessere
d’entrata (tesserae lusoriae) in metallo, coccio, osso, legno. 5
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Munera gladiatoria (combattimento tra gladiatori) e venationes (combattimenti con animali)→ negli
anfiteatri. Questa tipologia di edifici non esisteva nel mondo greco.
Forse connessi con rituali funerari del mondo etrusco.
Gli spettacoli gladiatori (munera gladiatoria) ebbero a quanto pare origine etrusca ove erano connessi al
rituale funerario di illustri cittadini.
L'uso passò poi in Campania (pitture tombali di Paestum del III a.C.), dove assunse anche diverso carattere,
poiché le lotte si svolgevano talvolta durante feste private, a divertimento dei convitati, e quindi nel Lazio e
a Roma: stando a Valerio Massimo (storico di età augustea) la data dei primi giochi gladiatori a Roma sarebbe
fissata nel 264 a.C., quando furono celebrati da Marco e Decimo in onore del padre Bruto Pera. Da allora,
durante il III ed il II sec. a. C., gli spettacoli dati a scopo funerario e a titolo privato divennero sempre più
frequenti e sempre più grandiosi.
Gli spettacoli gladiatori da Roma rapidamente si diffusero in Italia e poi nelle province sia occidentali che
orientali, come dimostrano l'esistenza degli anfiteatri (in Oriente però se ne conoscono pochissimi: i munera
avevano luogo più sovente nei teatri riadattati all’uso) e i manufatti ad essi connessi (pitture, rilievi, iscrizioni,
bronzi, terrecotte, vetri ecc.): essi godettero di grandissima popolarità e suscitarono grandi passioni.
I gladiatori (dal termine gladio = piccola spada) in origine erano prigionieri di guerra e criminali e quindi per
lo più schiavi; col tempo divennero gladiatori anche i liberti e talvolta gli uomini liberi, che lo facevano, pur
perdendo i loro diritti, per acquistare grandi onori e grande successo fra il pubblico, anche femminile; per
meriti particolari un gladiatore schiavo poteva acquistare la libertà.
I gladiatori erano riuniti in familiae nelle mani di un proprietario (lanista) e venivano addestrati dai doctores
o magistri in apposite palestre (ludi), raggiungendo anche ragguardevoli posizioni sociali ed essendo molto
amati dal pubblico e dalle donne.
La più celebre di queste palestre è stata individuata a Roma nei pressi del Colosseo ed è nota con il nome di
Ludus Magnus (= l’unica parzialmente conservata delle 4 palestre costruite da Domiziano). Un’altra molto
celebre è a Pompei.
Il munus, iniziava con una processione solenne (pompa) degli atleti, che, fatto il giro dell’arena, di fermavano
davanti al palco imperiale e salutavano il pubblico. Dopo alcuni esercizi con armi inoffensive (arma lusoria) e
il saluto all'editor, aveva principio il vero e proprio combattimento con arma pugnatoria, passate
precedentemente al controllo (probatio armorum). Il segnale era dato dal suono di strumenti quali la tuba,
la tibia o il cornus, che accompagnavano poi la lotta. Il gladiatore sconfitto chiedeva la grazia (missio)
all'editor, mentre il vincitore attendeva la risposta; se era favorevole lo sconfitto veniva lasciato libero
(missus), se contraria porgeva coraggiosamente la gola alla spada (ferrum recipere). I risultati dei
combattimenti venivano quindi pubblicati, ponendo accanto al nome di ciascun personaggio le sigle: P(eriit);
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M(issus); V(icit). L'entusiasmo suscitato da questi personaggi è documentato dalle scritte acclamatorie ad es.
portate alla luce nella palestra di Pompei, ove essi vengono detti puellarum decus, suspirium ecc.
I gladiatori erano divisi in classi, caratterizzate dal tipo di armatura e dal genere di combattimento. Molto si
è scri0o su tali classi, ma ben poco è definibile con sicurezza. Inizialmente le armature dovettero essere
soggette a rapide trasformazioni, poi Augusto organizzò definitivamente le classi. Quindi parlando delle varie
categorie, per la cui identificazione si fa riferimento alle notizie che provengono da iscrizioni e manufatti
(quali mosaici, rilievi, pitture), ci si riferisce sempre al periodo successivo a tale codificazione. In
considerazione delle armature e dei loro vantaggi e svantaggi i combattimenti opponevano sempre delle
coppie di gladiatori di classi differenti, dosando appunto vantaggi e svantaggi.
Vi partecipavano i venatores (per lo più erano schiavi, poiché il rischio di venire uccisi era altissimo) e le più
varie bestiae feroci provenienti dalle lontane Africa e Asia. Come nei munera, lo spettacolo iniziava con una
pompa cui par
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