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Storia dell'America del Nord

Le origini della storia americana

Ancora prima dell'indipendenza, gli storici iniziano a parlare di storia americana. In particolar modo, il fatto che gli Stati Uniti siano formati da una multiculturalità di popoli si incentra principalmente sulla nascita di questi stessi e il loro sviluppo. Abbiamo l'influenza di olandesi, tedeschi e ovviamente il ceppo anglosassone. Prima dell'indipendenza, quindi, questi popoli cercano di legittimare la loro presenza sul suolo americano costruendo la storia di se stessi. Non siamo però nella piena professionalità storica ma di un primo approccio.

Dopo l'indipendenza

In seguito all'indipendenza vi è l'idea che gli storici possano legittimare la nascita degli Stati Uniti in quanto nazione che rappresenta la sintesi della diversità, ovvero i vari popoli che ci vivono. Gli storici hanno quindi un ruolo politico ed ideologico in questo periodo. Ciò ci introduce al concetto di "eccezionalismo americano": gli Stati Uniti pensano di essere una nazione speciale, nata e sviluppata in antitesi all'Europa.

Eccezionalismo americano

Secondo questa visione nascono come opposti all'Europa perché non vivono i sistemi feudali e sociali storici occidentali. Sviluppano quindi un grande sentimento antieuropeista: nascono anche come repubblica, a differenza delle monarchie europee che saranno sempre considerate inferiori proprio perché tali. Gli Stati Uniti non vedono ad esempio la nascita dell'aristocrazia terriera, a differenza dell'Europa. Sono "eccezionali" proprio perché si afferma l'individualità, la libertà, l'autodeterminarsi. Inoltre, la grande disponibilità di risorse del suolo americano rappresenta ancora una marcia in più. Questo approccio nasce sin dalle origini statunitensi che vede la nazione come benedetta dalla provvidenza e destinata ad un'affermazione mondiale (missione universale).

Dopo la guerra civile

Dopo la guerra civile si istituzionalizza in modo più concreto la figura dello storico: dagli anni '80 dell'800 nascono le grandi università americane, soprattutto su modello tedesco perché vi sarà una grande tendenza degli americani di andare a studiare/lavorare in Europa (particolarmente in Germania che all'epoca era molto economica). Nel 1884 nasce la American Historical Association che è ancora oggi la più grande organizzazione di storici americani. Nel corso dell'800 si sviluppa la possibilità di viaggiare, anche oltreoceano.

Il ruolo degli storici istituzionalisti

La Germania attrarrà molto gli americani che importeranno diverse tipologie educative tedesche come l'approccio didattico del "seminario". In questa fase gli storici sono definiti "istituzionalisti" perché si interessano delle istituzioni politiche, seguendo le veci dello storico Leopold von Ranke che sottolineava come i documenti non dovessero essere interpretati ma solo analizzati cronologicamente per essere quanto più oggettivi possibili.

Gli storici istituzionalisti analizzano anche la continuità che vi è data dal passaggio dall'Europa agli Stati Uniti. In questo si può dire quindi che non sottolineano la separazione ma la continuità e sono quindi poco eccezionalisti. Credono nel progresso e nella capacità di avanzamento della conoscenza della storia e soprattutto che le istituzioni americane siano le migliori. Sosterranno anche le spedizioni americane e nel 1898 combatteranno la prima grande guerra contro la Spagna vincendo e questo rappresenterà il primo momento di proiezione nella sfera europea, affermandosi a livello mondiale. Gli storici crederanno che sia una guerra funzionale all'esportazione della eccezionalità americana.

Frederick J. Turner e l'eccezionalismo

Un altro storico fondamentale per la storia americana è Frederick J. Turner che scrive nel 1893 Il significato della frontiera nella storia americana. Turner rompe con gli storici istituzionalisti. È fautore dell'eccezionalismo americano. La sua tesi di fondo si riferisce alla conquista della frontiera e la vede come il momento di maggior formazione dello spirito statunitense. Egli spiega che gli Stati Uniti nascono dai movimenti degli europei che arrivano sul suolo americano e che si scontreranno con la natura selvaggia statunitense spogliandosi così del loro carattere europeo e creando lo spirito americano. La frontiera è vista come la costruzione dell'identità americana.

L'età progressista

La fase successiva a quella di Turner è detta "età progressista" che va dagli inizi del 900 fino agli anni '20 del 900. È un'età in cui si passa in un grande cambiamento politico-sociale. Gli Stati Uniti hanno un fortissimo sviluppo economico che ha grande impatto sulle città: non si vive quasi più in condizioni rurali. Vi è forte immigrazione in quel periodo in America e si vengono a creare molti problemi nel contesto urbano che la classe politica vuole risolvere. L'età precedente a quella progressista, che era stata definita età dorata, aveva visto l'accrescersi di corruzione a livello cittadino. L'età progressista rappresenta un tentativo di superamento di tutto ciò. L'obiettivo di fondo è quindi quello di favorire il progresso.

Il ruolo degli storici progressisti

In questo contesto il ruolo degli storici progressisti è quello di riconoscere l'importanza di conoscere il passato per cambiare e migliorare il presente. Inoltre, ritengono si possa portare avanti un approccio che si basi su collaborazioni con politici e sociologi. Sottolineano come la democrazia in America si sia affermata quando il popolo riesce a limitare il potere delle classi "superiori". Tra gli storici progressisti è necessario ricordare Charles Beard che scrive nel 1913 An economic interpretation of the Constitution. Beard contesta apertamente il ruolo della costituzione americana che è stata uno strumento utilizzato da determinate persone, oligarchie americane, per sottometterne altre. È un approccio anti-eccezionalista.

La Labor History

Una sottodisciplina progressista è la Labor History, il cui principale esponente è John Commons. Ha un approccio abbastanza radicale e sottolinea come nella storia americana sindacati e operai abbiano avuto un ruolo fondamentale. Vuole dimostrare il ruolo fondamentale della working class nella costruzione della società.

Crisi della storiografia negli anni '20 e '30

Negli anni '20 e '30 la storiografia ha una crisi: non si crede più nell'importanza del progresso e nella progressività dell'approccio storico. L'America vive una fase critica: il presidente Woodrow Wilson nel 1917 fa entrare il paese in guerra e propone un approccio molto idealista e libertario per il dopoguerra. Nel 1920 però è sconfitto nelle successive elezioni e quindi il suo pensiero e programma non troverà riscontro.

Intanto in Europa nascono i totalitarismi e quindi gli storici americani cambiano idea riguardo il progresso, si inizia ad essere scettici.

La storiografia del consenso

Successivamente alla seconda guerra mondiale, si assiste alla guerra fredda tra americani e sovietici. In America si sviluppa la storiografia del consenso. È una storiografia liberale che si interessa della intellectual history. È totalmente asservita al potere politico: la società americana diventa fortemente conformista e anti-comunista. Ha quindi un approccio filo-americano e si inizia a dare maggiore importanza alla politica occidentale contro quella sovietica considerata inferiore.

L'eccezionalismo e Louis Hartz

In questo contesto è riproposto l'eccezionalismo. Si riscopre l'età coloniale come età fondamentale dell'identità del carattere americano. Uno degli storici fondamentali della storiografia del consenso è Louis Hartz con la sua opera The Liberal Tradition in America del 1955. Legittima i valori stessi dell'eccezionalismo.

La New Left e la storia dal basso

Gli anni '60 rappresentano una vera e propria svolta. Sono gli anni della protesta rispetto al conformismo americano e alla guerra del Vietnam. Si afferma la storiografia della New Left (nuova sinistra). Afferma l'importanza del passato per gestire meglio il futuro. Si parla anche di "history from the bottom up", ovvero si dà importanza a quei gruppi emarginati (afroamericani, donne…).

William Appleman Williams e l'imperialismo culturale

Si contestano apertamente alcuni atteggiamenti della politica estera americana come il suo ruolo nella guerra fredda. La storiografia della new left dà la colpa agli americani stessi dello scoppio della guerra fredda: sottolineano la capacità americana di imporre il proprio potere su altri paesi. Si parla di politica aggressiva. Importante ricordare William Appleman Williams in questo contesto ed anche il cosiddetto "imperialismo culturale". Questi storici accusano gli Stati Uniti di aver imposto al mondo una sorta di imperialismo culturale, cioè hanno imposto i propri valori culturali su altri popoli attraverso il loro potere economico, militare e politico.

La storiografia negli anni '70

Negli anni '70 la storiografia si divide in due filoni. Il primo è relativo all'utilizzo sempre maggiore della statistica e dei computer per le ricerche alla cui base ci sono grandi quantità di dati. Il secondo fa riferimento alla storia sociale che ha una molteplicità di discipline (afroamerica, famiglia, società).

La storiografia contemporanea e la globalizzazione

Oggi la storiografia ha un problema di grande frammentazione di tutti questi approcci diversi, non si trova una sintesi e un punto comune. Negli ultimissimi decenni si è aperti all'incontro con altre discipline storiche e di altri paesi. Si è infatti sempre stati indirizzati alla storia nazionale, oggi si guarda quella globale. Oggi il concetto di eccezionalismo è stato fortemente ridimensionato. Alcuni storici in particolare hanno favorito questa evoluzione.

Due sono sicuramente:
Thomas Bender, Rethinking America in a Global Age (2002)
Thomas Bender, A Nation among Nations (2007)
Ian Tyrrell, Transnational Nation

Proprio i titoli dei loro scritti ci fanno comprendere come la loro visione sia di un'America inserita in un contesto globale e non più esclusivamente nazionale e centralizzato, pari dignità rispetto agli altri paesi.

Il concetto di globale nella storiografia

È importante comprendere il discorso di globale e globalizzazione vista la tendenza ormai degli storici della visione globale. A livello storico il concetto di globale può essere definito attraverso tre approcci:

  • Contesto religioso: globalità come espressione di fratellanza tra figli di Dio.
  • Concezione illuminista: razionalità come elemento globale perché appartenente a tutti.
  • Concezione del romanticismo: volontà di riscoperta delle origini dei vari popoli da ricercare nel medioevo che diviene espressione della globalità e unità dei popoli.

La crisi del modello occidentale

Questi tre momenti sfociano nella preminenza dell'Occidente che diviene espressione della libertà, globalità e modernità. Questo concetto entra però in crisi durante la prima guerra mondiale quando l'Occidente non è quasi più ritenuto così punto centrale del globo crisi del modello occidentale.

Oswald Spengler e il tramonto dell'Occidente

Successivamente alla prima guerra mondiale, un primo storico che cerca di decostruire il mito dell'Occidente è Oswald Spengler che scrive Il tramonto dell'Occidente (1922). Spengler teorizza l'evoluzione della storia attraverso l'evoluzione di varie civiltà, dagli egiziani fino al mondo occidentale. Teorizza civiltà che non entrano in contatto tra loro per testimoniare anche la loro importanza rispetto a quella occidentale.

Lucien Febvre e la storia dell'umanità

Il mito occidentale entra in crisi particolarmente dopo la seconda guerra mondiale con la decolonizzazione e i totalitarismi tra il 1945 e 1970, con forte critica all'eurocentrismo quindi. Lo storico francese Lucien Febvre è incaricato di scrivere la grande storia dell'umanità e lui decide di dare spazio in ugual modo a tutte le civiltà del mondo. Tuttavia non parla dei contatti tra le varie civiltà.

Joseph Needham e le civiltà interconnesse

Il primo che cerca di decostruire questo momento di distacco tra le varie civiltà è uno storico inglese, Joseph Needham. Teorizza come le varie civiltà abbiano interagito e sottolinea come la civiltà cinese abbia condizionato quella occidentale. Parla di invenzioni cinesi come bussola, cartografia e polvere da sparo come contatti con l'occidente.

Teoria della modernizzazione

Intanto in Occidente si ripropone il proprio modello attraverso la teoria della modernizzazione: ogni civiltà può progredire ma in fase differenti e gli europei propongono il modello occidentale come quello che si è sviluppato per primo.

William McNeill e la world history

Un'opera fondamentale per quanto riguarda il concetto di globalizzazione è quella scritta da uno storico canadese, William McNeill, nel 1963, ovvero The Rise of the West. È l'inventore della cosiddetta "world history". Sostiene che le civiltà siano completamente connesse e intersecate tra loro: commercianti e migranti principalmente hanno messo in contatto le civiltà. La storia mondiale è vista quindi come storia di connessioni e l'approccio eurocentrico è completamente ridimensionato.

Storia transnazionale

Altri storici hanno preferito parlare di "storia transnazionale", ovvero alcuni processi culturali e storici che avvengono attraverso i confini. Analizza determinati fenomeni definiti al di là dei confini e attraverso essi.

Global history e world history

Bisogna fare differenza tra "global history" e "world history" visto che spesso sono intercambiati ma non hanno lo stesso significato. Il concetto di global history è stato definito come la storia di dinamiche planetarie e temi come ecologia, ambiente e comunicazione (temi generici planetari).

Decostruzione dello stato nazione

Ciò che è importante da capire è che la global history, la world history e la storia transnazionale tendono tutte a decostruire l'importanza dello stato nazione e di incentrarsi sulla visione invece globale. Un altro storico da ricordare al riguardo è Immanuel Wallerstein che scrive Sistema mondiale nell'economia moderna (1978). Egli sostiene che dal 500 in poi il sistema mondiale si è caratterizzato basandosi su un centro (repubbliche marinare, Olanda, Inghilterra, America) e una periferia. Quindi alcuni paesi avevano imposto la loro supremazia su paesi marginali.

Subaltern studies e decostruzione del mito della modernità

In questo contesto di relativizzazione della globalità occidentale vi sono i subaltern studies che si definiscono in India negli anni '80. Si incentrano sull'idea della decostruzione del mito della modernità: ciò che è moderno per gli europei può non esserlo per altri paesi.

Il termine globalizzazione

Per quanto riguarda invece il termine globalizzazione, è definita dal premio nobel Joseph Stiglitz come la possibilità di abbattere muri di comunicazione ed economia per essere aperti a tutti. È importante sottolineare la definizione di "villaggio globale" data dal sociologo Marshall McLuhan che parla del mondo come un villaggio che dagli anni '70 del 900 ha iniziato ad interagire a livello globale grazie alla presenza dei mass media.

Roland Robertson e la compressione del mondo

Ricordiamo anche un sociologo statunitense Roland Robertson che parla di "compressione" del mondo, ovvero intensificata coscienza di unitarietà del mondo dovuta sempre ai media.

Studi sulla cultura e l'economia

Nel corso del tempo gli storici hanno cercato di comprendere come la cultura dei popoli ne abbia influenzato l'economia, per cercare così di dare una definizione di storia della globalizzazione. Uno scienziato politico, Samuel Huntington, guarda alla contemporaneità cercando di definire alcuni blocchi culturali, ad esempio blocco occidentale, musulmano, cinese. Dopo la guerra fredda, secondo Huntington, il mondo occidentale entra in contrasto col mondo musulmano per differenze culturali, quindi concepisce il mondo frammentato per differenza di culture. Altri invece concepiscono la cultura come punto di incontro tra i popoli.

Origini della globalizzazione

Gli storici si sono interrogati anche sulle origini della globalizzazione. Alcuni credono sia un processo molto recente, altri no. La tendenza generale è quella di identificarla tra la fine dell'800 e inizio del 900 per poi svilupparsi maggiormente dopo la guerra fredda. Ricordiamo che l'800 è il secolo delle grandi migrazioni che contribuiscono alle connessioni tra popoli.

Jurgen Osterhammel e Niels Peterson

Un punto di vista interessante è quello di due storici tedeschi, Jurgen Osterhammel e Niels Peterson, che nel 2005 scrivono Storia della globalizzazione. Datano l'inizio della globalizzazione a partire dal 500 dando molta importanza all'economia, alle relazioni internazionali e alle migrazioni. Considerano una prima fase globale nel periodo che va dal 1500 al 1750. L'impero fu fondamentale per l'approccio alla globalizzazione, assieme alle religioni, il commercio (patata, pomodoro) e le migrazioni (europei e schiavi verso le Americhe). Sottolineano anche l'importanza dell'argento estratto dalle miniere ed utilizzato per comprare dall'impero cinese. La seconda fase va dal 1750 al 1880 con la rivoluzione francese per le idee liberali, la marina e la rivoluzione industriale a partire dall'Inghilterra. Siamo in una fase in cui i trasporti e il commercio di cose e persone è fondamentale. Ricordiamo anche l'importanza della posta e del telegrafo che sarà importantissimo.

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Scienze politiche e sociali SPS/05 Storia e istituzioni delle americhe

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marilu-98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'America del Nord e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Pretelli Matteo.
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