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Storia della tortura

Capitolo della mia tesi dedicato alla storia della tortura.
Ho iniziato descrivendo cosa si intende per tortura, proseguendo con una carrellata storica sulla tortura e sui vari metodi utilizzati nel tempo.Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Riverditi.

Esame di Diritto penale docente Prof. M. Riverditi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Investito di una responsabilità superiore alla sua esperienza, egli si sentì a disagio nell’insediarsi in quel

posto tanto importante. Il suo grande desiderio era sempre stato quello di esercitare la professione di medico

sui vittoriosi campi di battaglia del grande Reich, ma un grave vizio cardiaco gli aveva impedito di

realizzare il sogno di un’esaltante vita militare. Grawitz, a cui era abbastanza simpatico, l’aveva mandato

perché desse prova della sua abilità. Disgustato per l’atmosfera asfissiante e malsana che regnava nella

guarnigione del campo, cominciava a malapena ad abituarsi, quando era stato nominato primario. Tuttavia il

peso di tale responsabilità gli causò troppa preoccupazione, perché sapeva che il suo rispettabile

predecessore gli aveva lasciato una documentazione chiara, ben tenuta e perfettamente aggiornata.

La stessa sera al circolo ufficiali del campo vi fu una grande cena che vede riuniti lo stato maggiore militare

e quello medico in onore del nuovo Standartarzt.

I colleghi di Wirths rimasero stupiti dalla sua estrema giovinezza e dalla punta di timidezza che percepivano

in lui, tuttavia proprio queste caratteristiche fecero loro intravvedere i vantaggi di quella promozione.

Pensavano, rallegrandosene, che quel giovane non sarebbe stato invadente, ed avevano ragione. Il dottor

Wirths non avrebbe mai cercato di approfittare della sua posizione e non si sarebbe ingerito negli affari dei

suoi colleghi. Cosa, questa, che gli avrebbe attirato le loro simpatie.

Al contrario, fin dai primi giorni del suo nuovo incarico, Wirths ebbe degli scontri con l’ufficio politico del

campo, il cui capo, Grabner, aveva adottato un atteggiamento dispotico, esigendo che per “motivi di

sicurezza” venissero attuati continui stermini. Wirths, invece, doveva tener conto delle continue richieste di

manodopera. D’altra parte la sua posizione di preminenza ed il suo orgoglio gli impedivano di piegarsi

davanti ai “poliziotti” od ai “politici” del campo. Contrariamente agli altri medici SS, non si considerava

come un “becchino della morte di massa”. I suoi conflitti con Grabner divennero sempre più frequenti.

23 settembre 1942, tardo pomeriggio. Il sole ancora caldo lanciava gli ultimi raggi sulla pianura irta di

pilastri e di fili spinati, mentre l’ultima guardia diurna veniva sostituita. Auschwitz stava assumendo il suo

volto notturno. Una lunga fila di automobili governative, cariche di alti ufficiali SS, superò a velocità

sostenuta la porta principale del campo. A nessuno di costoro veniva in mente di sorridere nel passare sotto

l’immensa scritta che sovrastava l’ingresso. Il generale Pohl, collaboratore diretto di Himmler e maggiore

responsabile dei campi di concentramento del Terzo Reich, ispezionava la sua più gigantesca creatura:

Auschwitz.

Durante la sua rapida ispezione alle attrezzature del campo, Himmler preferì trattenersi davanti ai lavori

agricoli dei prigionieri, ripartendo poi la sera stessa.

Tutta la guarnigione si era preparata febbrilmente all’ispezione, aspettandosi degli incoraggiamenti, ma

l’apparente indifferenza del Reichsfuhrer aveva fatto sì che si instaurasse tra gli ufficiali SS di Auschwitz

un senso di persistente disagio.

La visita del generale Pohl e del suo stato maggiore era destinata a dissipare quell’atmosfera.

Grawitz che non aveva dimenticato i medici, era già in viaggio. Uno dei primi colloqui del Gruppenfuhrer

fu riservato al suo protetto, il dottor Wirths, di cui lo colpì favorevolmente l’entusiasmo. Molto fiero di sé

stesso, il giovane medico mostrò a Grawitz le cifre e le percentuali di mortalità ricavate nel periodo

precedente al suo arrivo al campo, facendo notare con gli occhi brillanti di soddisfazione che, dal momento

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in cui aveva assunto l’incarico, i decessi erano molto diminuiti, grazie alle misure igieniche ed alle

innovazioni instaurate. Grawitz si complimentò per il suo zelo professionale.

Quello stesso pomeriggio Grawitz fu ricevuto nell’ufficio del comandante Hoess per una conversazione

amichevole davanti ad una tazza di caffè. I due uomini fecero brevemente il punto della situazione sanitaria

del campo. Grawitz, che quella stessa mattina aveva compiuto un accurato giro di ispezione nell’ospedale e

nel campo, si dichiarò soddisfatto, sebbene gli fossero giunte all’orecchio alcune voci sulla negligenza e

sulla pigrizia di alcuni medici che durante la selezione si sarebbero fatti sostituire da guardiani del campo e

perfino da sorveglianti detenuti.

Quel compito di importanza essenziale doveva essere obbligatoriamente assolto da un medico, affinché

fosse esclusa ogni possibilità di decisioni arbitrarie.

Fine dicembre 1942: il campo di Auschwitz era sepolto sotto un pesante manto di neve. Qualche giorno

prima di Natale, il professor Clauberg decise di fare un’ultima ispezione prima di dare il via ai lavori. Per la

prima volta vedeva l’inverno di Auschwitz e ne fu atterrito: le squallide baracche semicadenti, le sinistre e

scheletriche sagome dei prigionieri di Birkenau, dove egli si trovava, prendevano un aspetto più tragico

sotto il cielo plumbeo di dicembre. Fu assalito da un improvviso senso di scoraggiamento e pensò che

lavorare in quel luogo sarebbe stato un incubo.

Wirths si dichiarò assolutamente d’accordo sul fatto che Birkenau non era per nulla accogliente ed affermò

che Auschwitz sarebbe stata molto più adatta. Condusse poi Clauberg nel blocco 30, gli mostrò il materiale

arrivato per lui. Il professore, soddisfatto, gli annunciò che avrebbe cominciato gli esperimenti nella prima

quindicina di gennaio.

Clauberg approfittò dello stato d’animo particolarmente favorevole di Hoess, per chiedergli di mettere a sua

disposizione i blocchi più moderni del campo, nei quali aveva intenzione di trasferire al più presto materiale

e donne.

Hoess, dopo aver riflettuto un momento in silenzio, propose il blocco 10 di Auschwitz. Senza perdere

tempo Clauberg si recò subito a visitarlo e trovatolo eccellente anche nell’attrezzatura, diede il suo

consenso.

Il blocco 10, di triste fama, era uno dei luoghi meglio sorvegliati di Auschwitz, ed anche uno dei più

misteriosi.

I nervi delle prigioniere erano sottoposti, però, ad altre prove quasi insostenibili.

Tale inquietudine era tanto maggiore in quanto le vittime ignoravano quale sarebbe stato il loro carnefice.

Infatti Claberg non era il solo ad avere depositato il proprio “materiale umano” nel blocco 10: anche

Schumann aveva seguito il suo esempio.

Wirths, approfittando a sua volta dell’occasione per avviare delle ricerche sul cancro del collo uterino,

operava a pieno ritmo, con l’aiuto di un vecchio chirurgo prigioniero: il dottor Samuels, ebreo, divenuto suo

devoto collaboratore.

Anche Mengele, sempre a caccia di nuovi esperimenti, andava spesso a gironzolare nel blocco 10,

assistendo con vivo interesse ai molteplici trattamenti in corso. La gamma di torture inflitte nel blocco 10,

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sotto il pretesto della medicina, era vasta e varia, tuttavia le sue ospiti confessavano di preferire le proprie

angosce e le proprie sofferenze alla certezza di morire, delle detenute di Birkenau.

Erano circa 200 le donne sottopose in permanenza al potere di Clauberg: l’amministrazione, nella sua

generosità, le aveva messe gratuitamente a disposizione del professore, che aveva carta bianca su di loro.

Quando la morte gli sottraeva qualche soggetto, Clauberg mandava semplicemente il dottor Wirths

all’arrivo dei treni, perché scegliesse le nuove vittime. Queste dovevano essere tra i 20 ed i 40 anni, spostate

e, preferibilmente, madri di numerosi figli.

Poiché le donne venivano scelte all’improvviso, nel convoglio del momento, se ne trovavano di tutte le

nazionalità: francesi, greche, olandesi, slovacche ed anche tedesche, quasi tutte ebree.

I giorni in cui Clauberg, con la grossa borsa sotto il braccio, entrava nel blocco 10, l’agitazione raggiungeva

il culmine. Dopo qualche minuto le infermiere facevano il giro delle stanze chiamando i numeri designati

per il trattamento. Ognuna sperava di essere risparmiata ancora una volta. Ma poi sopravvenivano gli urli di

quelle trascinate via, ceree e tremanti. “Un giorno in più”, dicevano intanto le altre.

Quelle chiamate venivano condotte in una vasta camera al pianterreno.

La ditta Schering – Kahlbaum era pronta a pagare molto bene un simile ritrovato, di cui si sentiva

urgentemente bisogno a causa della penuria di prodotti iodati. D’altra parte essa sarebbe stata bel lieta di

produrre su vasta scala il liquido sterilizzante che Clauberg stava cercando di mettere a punto. Clauberg,

avveduto uomo d’affari, non disdegnava i sussidi.

Quando la paziente aveva preso posto sul tavolo e la siringa era pronta, Clauberg procedeva all’iniezione

personalmente, aiutandosi con una canula che penetrava nel collo uterino. Il dottor Munch dell’istituto

Raisko, che aveva compiuto delle ricerche sul prodotto usato da Clauberg, afferma che si trattava di

formalina.

Di qualunque prodotto fossero, quelle iniezioni provocavano dolori terribili, una sensazione di bruciore e di

lacerazione al basso ventre.

L’esperimento, che veniva ripetuto più volte con l’intervallo di qualche settimana, provocava peritoniti,

infezioni e numerosissimi decessi. Alla fine del trattamento, quelle che non morivano, erano mandate a

Birkenau, ultima stazione del calvario. La maggior parte di loro sarebbe morta nelle camere a gas, portando

con sé nella morte il segreto di quei criminali esperimenti.

Instancabilmente, per lunghi mesi, Clauberg ripeté le stesse iniezioni: sul suo tavolo operatorio si

avvicendarono centinaia di donne, ma i risultati non soddisfacevano mai il professore.

Il 1943 fu l’anno in cui si consolidò il potere del dottor Samuels. Per un migliore procedimento delle

ricerche, il dottor Wirths non poteva fare a meno della sua collaborazione, e le relazioni fra i due divennero

quasi amichevoli. Il vecchio Samuels, la cui mano cominciava a tremare, era partecipe di tutti i segreti del

blocco 10 e spesso aiutava Schumann e Clauberg nei loro esperimenti. Gli interventi chirurgici da lui

eseguiti raramente erano coronati da successo, tuttavia la sua incompetenza passava inosservata in mezzo a

quella di tutti gli altri.

Sia che le incapacità di Samuels fossero dovute a vecchiaia od a rimbambimento, in ogni caso egli

diventava, col trascorrere delle settimane, sempre più invadente. Ignaro dell’instabilità della propria

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situazione, sicuro della propria posizione privilegiata, egli si riteneva indispensabile ed insostituibile.

Cominciò a bere, diventando ciarliero ed invadente. In breve: il dottor Samuels era diventato un fastidioso

testimone.

Un mattino, due SS andarono a prelevare, con tutta discrezione, il dottor Samuels che si trovava nella sua

confortevole camera al primo piano del blocco 10.

Un’automobile lo portò direttamente a Birkenau, senza sottoporlo ad alcun processo: un’ora dopo le ceneri

del vecchio professor Samuel erano mescolate, nel cortile del crematorio, a quelle delle sventurate donne

che egli aveva “scientificamente” torturato.

La scomparsa dello zelante collaboratore costrinse il dottor Wirths a rallentare il ritmo dei suoi esperimenti.

Anche l’avanzata russa calmò considerevolmente il suo ardore scientifico.

Il dottor Schumann era molto esigente circa la qualità dei suoi soggetti, che dovevano essere giovani ed in

buona salute. Il giorno in cui decise di cominciare i suoi esperimenti sulle donne, si recò personalmente

sulla banchina per assistere alla selezione. Era arrivato un treno di ebrei sefarditi di Salonicco, di origine

spagnola, ed egli scelse accuratamente ragazze tra i 16 ed i 18 anni. Le fanciulle erano belle, del tipo di

bellezza altera dei sefarditi, dorate dal sole dell’estate ed assolutamente ignare del triste destino che le

aspettava. Entrarono immediatamente nell’angosciosa atmosfera del blocco 10, conobbero l’apprensione,

durante la chiamata dei numeri udirono i lamenti delle operate lasciate prive di assistenza; videro le

sofferenze ingiuste ed inspiegabili; furono fianco a fianco con le ragazze di Clauberg e con quelle di Wirths.

Tutti i dolori della donna erano riuniti in quel luogo.

L’asportazione delle ovaie, indispensabile a Schumann per verificare il successo delle bruciature tramite

raggi X, veniva effettuata da un medico polacco, il dottor Dering, detenuto.

Dering, “chirurgo a nostra disposizione”, come lo chiamava Schumann, eseguiva, senza batter ciglio, gli

ordini del suo capo. In questo, non seguiva l’esempio degli altri medici detenuti che rifiutavano di lavorare

e quelle condizioni, senza, con tutto ciò, essere puniti. Al contrario, egli lavorava sodo, come è stato

provato, dopo la guerra, durante il suo processo.

Il 10 novembre 1943, si sentì particolarmente fiero per aver operato 10 ragazze in 2 ore ed un quarto.

Schumann riconobbe onestamente il fallimento dei suoi esperimenti, concludendo che la sterilizzazione

chirurgica era più semplice, più efficace e soprattutto meno costosa.

Malgrado ciò, i suoi superiori l’avrebbero mandato a Ravensbruck a proseguire le stesse ricerche con

tecniche perfezionate.

Dal 16 settembre al 15 dicembre 1943, il dottor Dering effettuò 89 castrazioni, tutte scrupolosamente nel

registro degli interventi del blocco 21.

Per più di un anno, dal dicembre 1942 al gennaio 1944, nel blocco 30 di Birkenau, il dottor Horst

Schumann eseguì per 3 giorni la settimana lo stesso tipo di intervento. Ogni volta passavano tra le sue mani

circa 30 detenuti, soprattutto ebrei polacchi, ma anche zingari, greci, francesi e russi. Furono 1.000, tutti tra

i 18 ed i 35 anni, coloro che persero in tal modo la capacità di procreare. Durante il processo ai medici

nazisti, l’episodio di un giovane ebreo polacco che durante la deposizione scoppiò in singhiozzi, fu uno dei

più strazianti. 62

Qual era il motivo di quelle castrazioni brutali, irreversibili? In effetti Himmler non desiderava niente del

genere: il suo vero scopo era quello di sterilizzare le razze inferiori, per la qual cosa non era affatto

necessaria la castrazione. Nessuno poteva ignorare questo, neppure Schumann.

L’ipotesi che il dottor Levy, un francese ex detenuto di Birkenau, avanzò al tribunale di Norimberga, è

probabilmente la più vicina alla realtà.

Anche nel caso del dottor Levy nessun avvocato della difesa chiese il controinterrogatorio.

Il 29 aprile 1944Blankenburg, ex assistente di Brack, subentrato al suo posto alla Cancelleria di Himmler,

scrisse ad Himmler per fargli un resoconto sugli esperimenti del dottor Schumann.

Poco tempo dopo, nel marzo 1944, il blocco 30 chiuse definitivamente i battenti. Il materiale fu

accuratamente imballato e portato via, mentre calava il sipario su uno degli atti più atroci della commedia

medica SS. Ormai il resto del dramma si sarebbe svolto a Ravensbruck, e le piccole zingare ne sarebbero

state le tragiche eroine.

Il laboratorio Raisko comprendeva anche un reparto agricolo, uno dei chiodi fissi del Reichsfuhrer.

In quello strano cortile rustico, i detenuti procedevano ad ogni tipo di ricerca. Dovevano di volta in volta

studiare le cause della morte degli animali che si trovavano nelle fattorie del circondario o presso le

abitazioni delle SS, eseguendo scrupolose autopsie di pulcini, oche, cavalli, mucche, puledri, galline,

conigli, anatre. Ricerche, a quanto pareva, fondamentali per le SS, ma certamente vitali per i detenuti che,

ricuciti discretamente i cadaveri dei loro soggetti, se ne cibavano per non morire di fame. Questo fu l’unico

caso in cui la scienza medica nazista trovò un’applicazione vantaggiosa per i detenuti del Terzo Reich.

Tuttavia, per una strana e macabra ironia della sorte, quegli uomini erano obbligati a redigere interminabili

rapporti sulla morte di una gallina, mentre migliaia di uomini, donne e bambini si trasformavano in cenere

nei forni di Birkenau. La logica SS non si preoccupava di simili paradossi: ad Auschwitz la follia era il pane

quotidiano.

Ogni giorno, nel luglio del 1944, vi furono decine di donne operate dallo Standartarzt dottor Wirths, e 6.000

prigionieri ebrei assassinati nelle camere a gas.

In quello stesso periodo, i detenuti del laboratorio ricevettero un giorno per posta un grosso involto, che

aprirono senza troppe precauzioni. Ne uscì il cadavere di un piccolo coniglietto, nato da qualche giorno, con

una lettera di accompagnamento del dottor Wirths che diceva di stabilire con precisione le “cause della

morte di questo povero animale”.

Settore privilegiato.

La squadra di lavoro dell’istituto Raisko costituiva il settore più ambito e meno pericoloso di Auschwitz. I

medici detenuti esercitavano la propria professione in un ambiente moderno e ben attrezzato. Indossavano il

camice bianco e lavoravano al caldo, in eccellenti condizioni igieniche e lontano dalle noie quotidiane. Le

miserie e le privazioni che ogni giorno minavano fisicamente e moralmente i loro compagni, erano

completamente risparmiati a loro.

L’istituto Raisko non era in realtà che l’eccezione che conferma la regola. A qualche chilometro di distanza,

nei laboratori di Auschwitz, uomini e donne continuavano a soffrire ed a morire a causa di esperimenti

inumani ed inutilmente crudeli. 63

Con una tenacia implacabile, i medici SS continueranno le loro criminali sperimentazioni sino alla fine

della guerra, cercando di verificare le ipotesi più assurde che il cervello umano abbia mai concepito. Le

dissezioni di cadaveri, le castrazioni, le sterilizzazioni, le ricerche mediche più insensate ed ignobili

continueranno fino alla sconfitta finale. Con questi apocalittici scienziati, il Terzo Reich sprofonderà nel

disonore e nella follia.

Le difficoltà di comunicazione erano immense. Pur essendo situato a soli 60 chilometri da Cracovia, il

campo di Auschwitz faceva parte dei territori incorporati dal Reich, mentre la città era sotto il governo

generale della Polonia. I tedeschi avevano tagliato quella breve distanza con una frontiera artificiale

sorvegliatissima, che contribuiva ad isolare il campo di concentramento, nascondendo al resto del mondo le

attività criminali che vi si svolgevano. La corrispondenza destinata a Cracovia poteva esservi inoltrata in tre

tappe.

Alla partenza di Auschwitz, i documenti venivano caricati sui battelli che navigavano sulla Vistola, adibiti

al trasporto del carbone tra il Reich ed il governo generale. Affidati ai battellieri partigiani i documenti

venivano così recapitati a Ryczow, ultima località prima della frontiera. La linea di demarcazione infatti

passava attraverso le fitte foreste che circondavano quella città. Un inviato di Cracovia, vestito da

taglialegna e munito di un falso lasciapassare, mescolandosi alla folla degli operai, penetrava nella foresta e

passava di nascosto la frontiera.

Costui, giunto a Chrzanow, affidava gli incartamenti ad un secondo inviato di Cracovia il quale,

sostituendosi con la complicità dei ferrovieri all’aiuto macchinista di una locomotiva, faceva pervenire i

documenti nel cuore della città del re di Polonia. Là, le informazioni venivano accuratamente decifrate e

studiate poi, secondo il loro contenuti, venivano trasmesse alla stampa clandestina, al governo in esilio

oppure al comitato di aiuto al campo. Quest’ultimo si incaricava di fornire ai detenuti la maggior quantità

possibile di medicinali e di indumenti, oltre a tutto ciò che poteva servire per realizzare le evasioni.

Nel corso dell’infuocata estate del 1944, l’Agenzia ebrea, la grande organizzazione degli ebrei palestinesi,

ricevette informazioni dettagliate sugli stermini avvenuti nei campi della morte. Atterriti dagli orrori che

non avevano mai osato immaginare, i responsabili dell’Agenzia sottoposero immediatamente agli Alleati un

piano per bombardare Auschwitz: distruggere i crematori e le ferrovie che servivano il campo avrebbe

permesso di rallentare considerevolmente il ritmo diabolico degli stermini e di aumentare in tal modo la

percentuale dei sopravvissuti al momento della liberazione.

Il 17 Novembre 1944, un’alba grigia e triste sorgeva su Auschwitz. Un sottufficiale SS entrò

precipitosamente nella camera di Nyiszli, annunciandogli in tono confidenziale che era appena arrivato da

Berlino un ordine urgente, in cui si comunicava che da quel momento era proibito uccidere, in qualsiasi

modo, chiunque si trovasse sul territorio in cui sorgeva il campo. Il messaggio, che era stato radiotrasmesso,

interruppe immediatamente le attività dei crematori.

Nyiszli accolse la notizia con diffidenza, sembrandogli incredibile ed insperata.

Nella tarda mattinata la notizia fu confermata. Nyiszli, appostato dietro la finestra del suo laboratorio,

sorvegliava la “rampa ebrea”: un treno di 5 vagoni si fermò stridendo davanti alle porte del crematorio n. 1

e 500 deportati deboli ed emaciati si riversarono inebetiti sul marciapiede. Sull’ordine di trasporto era

scritto chiaramene che la loro destinazione non era un “campo di riposo”, bensì la camera a gas.

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Invece, davanti al pesante portone del crematorio, il convoglio venne fermato dalle SS. L’ufficio politico del

campo aveva negato l’accesso al crematorio. I guardiani, che avevano scortato il convoglio e che erano

muniti di ordini ben precisi, cominciarono a discutere animatamente tra di loro, mentre i prigionieri, ignari

di quanto stava succedendo, si aggiravano sul marciapiede reclamando acqua. Le SS allora, radunatili

brutalmente, li incolonnarono dirigendoli verso le baracche di Birkenau.

Per la prima volta nella storia de campo, i malati dormivano, la sera del loro arrivo, sui pagliericci

pidocchiosi dei blocchi.

Poco meno di 1 ora dopo, il fischio lontano di una locomotiva annunciò l’arrivo di un altro treno.

Nyiszli si precipitò col cuore in gola: la scena si sarebbe davvero ripetuta? Fu invaso da una folle speranza.

Si trattava di uomini, donne, bambini, vecchi ed adolescenti, tutti ebrei tedeschi.

Discesero disordinatamente sul marciapiede, ciascuno tenendo stretto il misero bagaglio. Non fu ordinato di

allinearsi e neppure furono costretti dalle SS ad abbandonare il proprio viatico in un angolo. Nemmeno

l’ombra di un medico selezionatore.

Qualche minuto dopo vennero tutti condotti a destra, in direzione del settore C di Birkenau: le madri

spingevano tranquillamente le carrozzine dei figlioletti, i giovani sorreggendo i vecchi dal passo incerto.

Quel mattino le porte del crematorio erano rimaste decisamente chiuse davanti ai convogli della morte.

Il viso del decano era trasfigurato. Il silenzio sepolcrale era rotto soltanto dal rumore secco dei fiammiferi

accesi da coloro che si preparavano a fumare l’ultima sigaretta. Si aprirono i pesanti battenti e

l’Oberscharfhurer fece irruzione nella sala, accompagnato da due guardiani col mitra alla mano. “I medici

escano”, gridò con voce impaziente. Nyiszli si alzò, imitato dai suoi tre colleghi. Nel cortile le SS chiesero

di depennare personalmente il proprio numero dall’elenco del Sonderkommando. Dopo di che, fu loro

ordinato di ritornare nelle loro camere e di rimanervi consegnati.

Il mattino seguente, 5 autocarri coperti entrarono a tutta velocità nel cortile e vi scaricarono i mucchi di

cadaveri, insanguinati e semicarbonizzati, degli uomini del Sonderkommando. Dopo il gas, il rogo,

l’iniezione nel cuore, le pallottole alla nuca e la bomba al fosforo, era stato inaugurato un nuovo metodo di

massacro: quegli uomini, trasportati nottetempo nella vicina foresta, erano stati ammazzati con il

lanciafiamme.

Qualche giorno dopo, il 26 Novembre 1944, il dottor Mengele irruppe improvvisamente nella camera

dell’ungherese. Costui, angosciato, vagava incessantemente e senza uno scopo, tra le mura fredde e

silenziose. Il rumore dei passi risuonava stranamente nell’insolito silenzio degli edifici abbandonati.

Nyiszli annuì in silenzio. Passata qualche ora, avrebbe assistito ad una delle scene più apocalittiche della

storia di Auschwitz. Infatti quel giorno una squadra di ebrei fece saltare con la dinamite le installazioni che,

costruite da ebrei, avevano visto la morte di tanti loro fratelli. Uno dopo l’altro i muri di mattoni rossi si

sgretolarono con un rimbombo cupo, presagio del crollo del Terzo Reich. Mai i prigionieri avevano lavorato

con tanto ardore e speranza.

A partire da quel giorno, le SS si rifugiarono sempre più spesso nell’alcool. Una sera l’Obercharfuhrer

Mussfeld, reggendosi a malapena in piedi, si avvicinò con passo incerto al tavolo dove Nyiszli ed i suoi

colleghi stavano cenando. 65

Mentre ad Auschwitz le SS tentavano di far sparire le tracce ed i testimoni dei loro crimini, gli Alleati

inondavano la Germania di volantini e di richiami alla ragione. Le radio inglesi ed americane diffondevano

in continuazione notizie sempre più particolareggiate dell’inferno organizzato dal Terzo Reich.

Quattro giorni dopo, 18 gennaio 1945, il fragore dei mezzi pesanti russi, fece tremare i blocchi di Auschwitz

fin dalle fondamenta. Crepitio di mitragliatrici, rombo di cannoni, bagliori che squarciavano le tenebre. La

linea del fuoco era vicina. Durante la notte, le SS abbandonarono precipitosamente la zona dei crematori.

Un freddo glaciale attanagliava le membra scheletriche dei prigionieri stipati da varie ore nelle baracche. Le

SS non avevano più il tempo né i mezzi per liquidare quella folla ingombrante. I russi erano ormai alle

porte: bisognava evacuare immediatamente il campo. I prigionieri malati o troppo deboli per poter

camminare furono rinchiusi nelle baracche ove, abbandonati privi di cure, pochi sarebbero riusciti a

conservare un soffio di vita per vedere la fine del loro calvario. Gli altri prigionieri sarebbero stati gettati

sulle strade gremite per l’esodo in cui avrebbero incontrato una tragica sorte anche le popolazioni tedesche

dell’est. La temperatura era scesa a -20° ed i prigionieri, coperti di cenci, affamati e sfiniti, furono sottoposti

ad un’ultima selezione: il loro cammino fu cosparso di cadaveri, ultimi martiri dell’apocalisse.

La “rampa ebrea” abbandonata e le fosse dei roghi, nella foresta, si ricoprirono lentamente di neve. A poco

a poco le tracce del massacro scomparvero sotto la spessa coltre immacolata.

Il cielo plumbeo di Auschwitz era rischiarato dalle fiamme che avvolgevano gli edifici della Kommandatur,

bruciando e distruggendo gli archivi in cui la morte era stata accuratamente catalogata.

All’ingresso del campo una folla stremata ed intirizzita aspettava l’ordine di partenza. La colonna si mise in

marcia. Un vento glaciale spazzava i viali deserti facendo sbattere, contro le pareti grigie dei blocchi, le

porte malchiuse; i pagliericci abbandonati brulicavano ancora di pulci ed il luogo in cui l’interminabile

appello aveva quotidianamente scandito il trascorrere dei giorni in quell’inferno di orrori, per la prima volta

deserto, appariva immenso in quell’alba cupa.

I tesori accumulati nel “Canada” che si ergeva intatto, circondato dai fili spinati, erano ormai le uniche e

tragiche testimonianze dei milioni di esseri umani metodicamente assassinati in quella lugubre pianura.

L’ultimo medico SS, il dottor Thilo, si accinse ad abbandonare il campo.

Il dottor Thilo, chiusi accuratamente i pesanti battenti di ferro, abbassò con un gesto brusco l’interruttore

centrale dell’elettricità.

Il grande cimitero del giudaismo europeo piombò nel buio: gli occhi del dottor Thilo vagarono a lungo sui

fili spinati e sulle sagome confuse delle baracche che si stagliavano stranamente nella penombra.

Calò il sipario sulla tomba anonima di milioni di innocenti.

Tuttavia il martirio degli innocenti non era terminato. Mentre su Auschwitz calava il sipario, i prigionieri si

accingevano ad affrontare l’ultima tappa del calvario himmleriano: l’esodo attraverso le strade ingombre,

mitragliate, congestionate da una indescrivibile valanga umana.

L’esodo mortale riprese al calare della notte. Il riposo troppo breve non era bastato a ricostruire le già scarse

energie dei pellegrini della morte. Gli amici, per non soccombere al freddo ed al sonno, si stringevano in

gruppo appoggiandosi gli uni agli altri. In tal modo ciascuno riusciva a dormire, sorretto a turno dai

compagni, pur continuando a camminare. 66

Marc Klein, sorretto dagli amici, si abbandonò a sua volta ad un sonno profondo, presto interrotto da una

forte detonazione. Gli occorse qualche minuto per comprendere che nessuno del gruppo era stato abbattuto.

Bisognava camminare, camminare.

Ostacolato dal suo fardello, Wellers era stato distanziato dalla colonna. Si affrettò allora per raggiungere i

suoi amici, ma ad ogni passo si imbatteva in moribondi.

Wellers, al contrario di quanto attestarono Marc Klein e numerosi altri evacuati, non udì alcun colpo d’arma

da fuoco, almeno durante quella prima notte di marcia. Le sentinelle non si curavano di fucilare coloro che

rimanevano indietro: non ve n’era bisogno, perché il freddo e la neve trasformavano di colpo in cadaveri

ghiacciati quegli uomini stremati e seminudi. All’alba la colonna arrivò al villaggio di Nikolai, dove riposò

qualche ora in un granaio colmo di paglia.

Ripreso il cammino, attraversarono poi una regione più abitata; la visione delle case dalle quali si

sprigionava un sottile filo di fumo fece sorgere nel cuore degli uomini una folle speranza. Il dolce calore di

un camino, il conforto di una ciotola di minestra.

Via via che la morsa si richiudeva intorno al territorio tedesco, incoerenza e panico si impadronirono delle

autorità naziste. Himmler non aveva avuto il tempo di condurre in porto l’azione di sterminio di cui era

stato incaricato. La folla spettrale dei deportati, come un ingombrante fardello, veniva abbandonata sulle

strade, nella speranza che la morte ne falciasse il più gran numero possibile. Le ferrovie erano state

distrutte, le comunicazioni erano difficili, mentre gli interventi umanitari dei governi neutrali e della Croce

Rossa accrescevano il panico dei Comandanti dei campi. Ognuno, sperando di farla franca, cercava di

sbarazzarsi di quei testimoni ingombranti, gettandoli sulle strade ed abbandonandoli, orde affamate e

seminude, al loro destino. Senza meta né guida, le colonne dei deportati vagavano per interi giorni nel

freddo e nella neve. Lo spettacolo di quegli spettri ambulanti offrì alla popolazione tedesca l’ultima visione

dell’inferno creato dalle SS.

Interminabili convogli di deportati, su vagoni scoperti ed ad una temperatura di -30°, si avviarono verso

Buchenwald, Oranienburg, Mauthausen, Ravensbruck, Dachau, Bergen – Belsen.

Il numero di presenti in quei campi, già in precedenza eccessivo, divenne addirittura pazzesco. Le epidemie

vi fecero la loro ultima fantastica ecatombe: migliaia di morti ogni giorno a Belsen.

Successivamente, in seguito all’avanzata delle truppe angloamericane in territorio tedesco, quei campi

furono a loro volta evacuati. L’aprile del 1945 vide un incrociarsi continuo di colonne di moribondi, con

treni che trasportavano, senza alcuna meta, mucchi di quasi cadaveri. Le fosse comuni sparse lungo il

tragitto, sarebbero servite in seguito per ricostruire il cammino di quegli esseri esasperati che un’ultima

selezione aveva massivamente destinato alla morte.

Durante i mesi che precedettero la sua esecuzione, attendendo la morte nel segreto della cella, meditò sul

suo destino lasciandoci i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue confidenze con una rabbiosa sincerità.

Dall’infanzia fino all’ascesa nel partito nazista, nulla fu tralasciato; Hoess spiega e commenta tutti gli

episodi della sua vita, preciso come un memorialista e tuttavia accanito, in quell’ora suprema, nel tentativo

di liberarsi dall’alone di terrore e di morte che ormai faceva parte della sua leggenda.

Hoess continuava ad approvare senza riserve la “mistica del capo”, sulla quale Hitler aveva fondato il suo

potere. 67

Dopo 15 anni di tentativi disperati per cancellare i suoi delitti e costruirsi un’esistenza senza passato, il

dottor Schumann era infine tornato in Germania con le manette ai polsi. Qui ritrovò la moglie che, stanca

dell’esilio, viveva nella Germania federale dal novembre 1965, circondata dai figli ormai adulti.

Schumann fu condotto davanti alla Corte d’Assise di Francoforte, il cui presidente, il giudice Manfred

Schnitzerling, aveva raccolto 4 tonnellate di documenti, 80 testimoni e 34 deposizioni scritte.

Tutta quella valanga di prove fu però inutile, perché il dottor Schumann riconobbe senza difficoltà la sua

duplice colpevolezza. Nel marzo 1967, chiamato in giudizio al processo dei medici nazisti Endruweit,

Ullrich e Bunke, fece una descrizione particolareggiata del sistema adottato per gli stermini nei centri di

eutanasia. Era perfettamente al corrente, dato che lui stesso apriva i rubinetti del gas.

Nel carcere principale di Butzsbach, il dottor Schumann, cittadino del Ghana, attenderà per 4 anni il suo

processo. Infine, nel 1970, verrà condannato solo ad una pena detentiva. Si era tenuto conto del suo

pentimento e dei suoi sforzi per riscattarsi.

Il 25 ottobre 1946 si aprì a Norimberga il processo internazionale sui crimini di guerra nazisti, a carico dei

medici SS. Per la prima volta nella storia, la resa senza condizioni del vinto era accompagnata dal marchio

infamante di un processo celebrato da un’alta corte di giustizia. Come un ufficiale indegno cui si

strappavano le spalline dopo il verdetto di una corte marziale, la classe dirigente tedesca si vide strappare

ogni simbolo di onore ed incolpare di crimini contro l’umanità.

Il 18 ottobre 1947 il medesimo gruppo di lavoro espresse, in nome di tutta la classe medica tedesca, la

propria opinione, pubblicando un nuovo documento redatto in questi termini:

È con orrore che la classe medica tedesca ha preso coscienza, assieme a tutto il mondo, degli

avvenimenti che hanno dato il via al processo a carico dei medici tenutosi a Norimberga. La

totalità dei medici tedeschi si inchina, oggi, davanti alle vittime della dittatura, dolendosi che

alcuni di essi abbiano commesso quegli atti che hanno sollevato in tutto il mondo sentimenti

di orrore. La medicina tedesca vede i pericoli denunciati da queste mostruosità e da queste

aberrazioni, e si augura che tutti ne traggano le conseguenze, sia per il presente che per il

futuro. Il processo ha pure evidenziato l’influenza nefasta di alcune istituzioni e di alcune

gerarchie sull’attività medica. Alla base di tali istituzioni, infatti, non vi è infatti il normale

rapporto tra medico ed ammalato. L’esigenza fondamentale resta quella della responsabilità

personale del medico nel campo dell’aiuto attivo al prossimo: da parte sua, la società dovrà

fare di tutto per garantire al medico la sua indipendenza. Per quanto riguarda l’aiuto al

prossimo, il medico non deve ricercare istruzioni, direttive od ordini da nessuno. Egli deve

uniformarsi soltanto alle esigenze della scienza e dell’etica professionale. Il corpo medico

deve fare un esame critico della situazione nell’ambito dei nuovi contesti nazionali e sociali,

senza lasciarsi sfuggire i vecchi pericoli che essi nascondono, pericoli confermati dai fatti

accaduti sotto la dittatura nazista. Una simile revisione è indispensabile per la garanzia

della fondamentale libertà professionale. La realizzazione di questo esame, che il popolo

stesso può favorire, è l’unico modo per esprimere il nostro ringraziamento a coloro che sono

morti durante gli anni del terrore. Di questo molteplice debito tutti i medici tedeschi sono

coscienti.

Il momento più emozionante e burrascoso del processo a carico dei medici nazisti fu senza dubbio quello in

cui gli imputati ed i loro avvocati controinterrogarono direttamente gli esperti dell’accusa.

All’inizio del 1941 si stava provando il Messerschmitt 163, il primo aereo da combattimento a reazione

nella storia mondiale dell’aviazione. Il notevole prototipo dell’ingegner Lippitsch doveva raggiungere la

quota di 12.000 metri. 68

Erano in costruzione altri motori a reazione che avrebbero permesso di superare i 15.000 metri. Gli aerei

nemici, infatti, erano ora in grado di raggiungere nuove quote che bisognava eguagliare. Tutto ciò poneva

tuttavia grossi problemi alla medicina aeronautica: quello del salvataggio di un pilota che si lanciava in

paracadute da 12.000 metri era stato risolto, ma si trattava ora di determinare le condizioni necessarie per

un salvataggio a partire da quote nettamente superiori. Bisognava sperimentare in modo preciso l’influenza

dell’altitudine sull’organismo umano, al fine di stabilire il giusto equipaggiamento di un aviatore che si

dovesse lanciare col paracadute da nuove altezze.

Si cominciarono tali sperimentazioni all’Istituto di medicina aeronautica di Monaco, diretto dal professor

Weltz, ed al Centro di aeronautica sperimentale di Berlino, il cui settore medico era sotto la direzione del

dottor Ruff. Gli esperimenti erano sempre stati effettuati su animali o sugli stessi medici.

Nello stesso periodo si tenne a Monaco un corso di medicina aeronautica, cui il dottor Rascher ebbe ordine

di assistere. Fra le numerose conferenze vi fu quella del professor Kettenhof, dell’istituto di psicologia

dell’Università di Monaco, che trattò il problema della resistenza dei conigli e delle tartarughe all’altitudine.

Per determinare il comportamento dell’aviatore quando, ad alta quota, gli fosse mancato l’ossigeno, sarebbe

stato necessario, affermava Kettenhof, ripetere gli esperimenti su medici ed aviatori, come lui stesso aveva

già fatto.

Estate 1941. Nel grande salone della birreria Zum Goldenen Schwan di Monaco, affollatissimo data l’ora

tarda della note, regnava la solita atmosfera chiassosa e densa di fumo, in cui, di tanto in tanto, si udiva il

tintinnio dei boccali che si urtavano e l’incrociarsi dei Prosit!, urlati da un tavolo all’altro.

In fondo, in una sala più piccola, si trovava la Stammatisch, cioè tavola per gli ospiti, riservata sia ai clienti

abituali sia a quelli illustri.

Quella sera, intorno alla tavola erano radunati 15 uomini della VII regione aerea che discutevano

animatamente. Al centro dei convitati troneggiava il professor Hippke, generale medico dell’aviazione, ed

alla sua destra era seduto il professor Weltz.

Ben presto il dottor Kottenhof, seduto all’altro capo della tavola, si alzo dirigendosi verso i due uomini e

chiedendo poi a Weltz di lasciarlo sedere fra di loro. Dalla sua aria seria si poteva capire che non si era

spostato semplicemente per chiacchierare in allegra compagnia: infatti, senza perder tempo, intavolò con

Hippke il discorso che gli stava a cuore.

Nel dicembre del 1941, il professor Weltz, recatosi a Berlino per svolgere qualche affare, approfittò

dell’occasione per far visita al dottor Ruff, presso il Centro di aeronautica sperimentale.

Ruff era un giovane medico pieno di vita; il viso da bambino, gli occhi ridenti, i capelli biondi e la voce

limpida contrastavano singolarmente con l’aspetto serio e con i capelli ormai grigi del professor Weltz. 20

separavano i due uomini, la cui conversazione, però, si svolse su un piano di parità professionale, dal

momento che il più giovane dei due era riuscito ad accedere, grazie alla sua profonda preparazione,

all’importante posto di direttore della sezione medica del Centro.

Ruff aveva una grande stima per Weltz, un esperto in medicina aeronautica che aveva già condotto in porto,

con i medici del suo istituto a Monaco, una quantità di lavori i cui risultati erano stati pubblicati sulle riviste

mediche. Ruff aveva fiducia ed accettò la proposta dell’amico.

69

Il giorno dopo, il 29 dicembre 1941, Ruff si mise in contatto con Romberg, uno dei suoi migliori

collaboratori, e gli propose di effettuare una serie di esperimenti a Dachau. Romberg si dichiarò d’accordo.

Il 14 gennaio 1942, si recarono tutti e due a Monaco per regolare le ultime formalità alla Reichsfuhrung,

dove ritrovarono Weltz, che presentò loro Rascher. Anche se sfavorevolmente colpiti dall’aria arrogante del

giovane medico, essi non lo dimostrarono. Senza Rascher, appoggiato da Himmler, sarebbe stato

impossibile realizzare esperimenti. Ormai la decisione era presa: egli avrebbe lavorato, come rappresentante

di Weltz, al fianco di Romberg.

Lo stesso giorno i quattro uomini, accompagnati dall’aiutante Schnitzler del comando SS di Monaco, erano

in viaggio su una berlina nera. I primi esperimenti medici nazisti, decisi nella saletta appartata di una

birreria, stavano per divenire realtà. Nessuno ne sospettava ancora le conseguenze.

La macchina dei medici era appena passata dal piccolo villaggio di Dachau, a 18 km da Monaco, sulla

strada di Aichach.

Senza degnare di uno sguardo le tipiche case strette, l’aiutante ed i medici si inoltrarono in una via

secondaria. La campagna bavarese, dolce ed ondulata, si estendeva a perdita d’occhio. Alla fine della strada,

uno strano monumento sembrava servire da cartello indicatore. In cima ad un supporto di ferro erano posate

delle figurine di legno. Sulla sinistra, 3 soldati con in testa l’elmetto montavano la guardia davanti ad un

campo di addestramento SS. La notte invernale era già caduta.

Ben presto la vettura arrivò davanti ad una costruzione lunga e piatta, nella quale si apriva una grande porta.

Delle torrette, poste ad intervalli regolari, si stagliavano sopra alte linee di filo spinato. Si poteva scorgere

chiaramente l’inquietante profilo delle armi puntate sul campo, illuminate da potenti riflettori.

La vettura doveva ancora superare un fossato pieno d’acqua che scorreva all’interno del filo spinato

percorso dalla corrente elettrica. Si diresse poi verso il centro amministrativo.

Un ufficiale SS introdusse i dottori Ruff, Romberg, Weltz e Rascher nell’ufficio del comandante del campo,

l’Oberstumfuhrer Piokowsky, che, avvertito telefonicamente, il attendeva. Costui era completamente

all’oscuro delle decisioni prese a Berlino.

L’aiutante Schnitzier, in poche parole, lo mise al corrente degli ordini del Reichsfuhrer. Il comandante, un

uomo piccolo e grasso, si dimostrò molto volenteroso nel collaborare, dichiarandosi, naturalmente, a

completa disposizione dei medici. Il dottor Rascher espose immediatamente i problemi tecnici che

bisognava risolvere prima dell’inizio degli esperimenti.

Piorkowsky li condusse poi verso i blocchi in cui avrebbero potuto sistemarsi. Mentre attraversavano la

grande piazza centrale di Dachau, egli non rilevò la curiosità manifestata dai quattro medici.

L’ingresso all’ospedale contrastava singolarmente con la monotonia del campo: fitte siepi introducevano in

un viale tenuto accuratamente e fiancheggiato da aiuole ricche di fiori.

All’interno regnava un’ammirevole pulizia e vi era una completa apparecchiatura sanitaria. I medici erano

soddisfatti: il loro lavoro si sarebbe svolto in buone condizioni.

Prendendo di nuovo l’iniziativa, il dottor Rascher propose una soluzione per sfruttare i vari locali. In un

furgone, tra le due costruzioni, sarebbe stata montata la camera di decompressione. Da un lato sarebbero

70

stati sistemati i soggetti, dall’altro i medici ed il personale, che avrebbero avuto spazio sufficiente per

lavorare ed anche per riposare.

Risolti i dettagli tecnici, non restava altro che trovare i soggetti adatti.

Il primo contatto con Dachau si era svolto in un’eccellente atmosfera. I 4 uomini si rimisero in viaggio per

tornare a Monaco. I professori Weltz e Ruff ripartivano soddisfatti: i loro collaboratori avrebbero svolto, in

quel luogo, un ottimo lavoro.

17 febbraio 1942. Il vasto piazzale del campo era ricoperto di una fitta coltre di neve. All’entrata degli

edifici principali, alcuni detenuti con la divisa a righe spazzavano l’ingresso degli edifici amministrativi. I

loro gesti erano goffi, poiché le dita intirizzite facevano fatica a reggere la scopa. All’improvviso, udendo il

rombo di un motore, sollevarono la testa e videro un autocarro carico di carbone entrare nel campo.

Un guardiano li richiamò all’ordine, mentre l’autocarro passava oltre. Delusi, essi lo videro allontanarsi e

dirigersi verso l’ospedale.

Dal camion si stava anche per scaricare la camera di decompressione che doveva servire per gli

esperimenti. Spedita da Berlino dal dottor Ruff, percorrendo l’autostrada era giunta a Monaco dove, al fine

di mantenere il segreto, un autista del campo era andato a prelevarla facendole compiere gli ultimi

chilometri nascosta sotto uno strato di carbone. Tre giorni dopo, il dottor Romberg ed il dottor Rascher

entrarono in possesso del nuovo strumento per gli esperimenti.

Il comandante Piorkowsky aveva ragione: il suo appello non era rimasto inascoltato. Una sessantina di

candidati, recanti sulla divisa a righe il triangolo verde che contrassegnava i prigionieri comuni,

attendevano gli sperimentatori. Rascher si occupò della selezione, che durò 3 ore.

Dieci volontari furono trattenuti e condotti immediatamente sul luogo degli esperimenti. Rascher e

Romberg rispondevano a turno ai detenuti che esaminavano con curiosità gli strani macchinari che si

trovavano davanti a loro. Sapevano che gli esperimenti non sarebbero stati pericolosi, e d’altra parte

Romberg li rassicurava ricordando loro che egli stesso vi aveva partecipato moltissime volte. Tuttavia

l’enorme cilindro di metallo li impressionava, malgrado ascoltassero attentamente le varie spiegazioni.

Romberg si interruppe, constatando con soddisfazione l’interesse suscitato nei suoi ascoltatori.

I 10 uomini tacquero. Soltanto 2 o 3 annuirono in segno di comprensione. Tutti erano consapevoli di non

avere altra scelta ed erano pronti a fare tutto quello che fosse stato comandato, pur di sfuggire alla pena di

morte. Per il momento il cibo sarebbe stato abbondante e gli alloggi più confortevoli. Era un’occasione

insperata.

Il dottor Rascher si dedicò, fin da quel momento, con inaudito accanimento agli esperimenti, doppiamente

stimolato dalla sua ambizione universitaria e dal suo desiderio di guadagnarsi i favori del Reichsfuhrer.

In un pomeriggio di fine aprile, un nuovo soggetto era da poco stato collocato nella camera di

decompressione, nella quale avrebbe raggiunto i 15 km di quota.

Il dottor Romberg seguiva attentamente, sullo schermo, il tracciato dell’elettrocardiogramma. Il piccolo

schermo luminoso sussultava in maniera rapida ma regolare. Il ritmo era normale: l’ascensione aveva solo

accelerato il battito cardiaco. 71

Improvvisamente le oscillazioni rallentarono e Romberg, inquieto, sollevò lo sguardo. Rascher aveva

fermato la mano sulla leva di comando e non aveva ancora aumentato la pressione interna, per avviare la

discesa. Il soggetto si trovava sempre alla stessa quota.

Rascher sembrò non aver udito. Quando Romberg guardò di nuovo lo schermo dell’elettrocardiogramma, il

punto luminoso stava ormai descrivendo soltanto una linea retta. L’uomo era deceduto per embolia aerea.

Romberg era atterrito, perché era la priva volta che sopravveniva un decesso durante un esperimento

effettuato da lui personalmente.

Rascher, da parte sua, non sembrava altrettanto scosso.

Il giorno dopo Romberg si recò a Berlino, dal suo superiore, il dottor Ruff, per chiedergli un consiglio e per

renderlo partecipe delle sue inquietudini. Sebbene necessari, infatti, gli esperimenti di Rascher assumevano

un aspetto di giorno in giorno più delittuoso.

Il 19 maggio fu portata via da Dachau la camera di decompressione. Il giorno seguente, Hippke ricevette

dal maresciallo Milch, segretario di Stato dell’Aviazione, l’ordine di lasciare ancora per 2 mesi la camera a

disposizione del dottor Rascher. L’ordine, però, era giunto troppo tardi: gli intrighi di Rascher erano stati

vinti da una cospirazione riuscita. Nel corso di 3 mesi, ben 200 detenuti avevano servito da cavia per gli

esperimenti.

Cominciò dunque, per il dottor Rascher, una nuova fase di ricerche in un campo che l’ambizioso medico SS

stava per accaparrarsi: quello degli esperimenti sul freddo.

Uno specialista di questo problema, il dottor Becker – Freyseng, dell’ispettorato del servizio sanitario

dell’aviazione, avrebbe in seguito spiegato che le ragioni che avevano spinto Himmler ad incoraggiare

quelle ricerche andavano molto oltre la preoccupazione per i marinai e gli aviatori del mare del Nord. Esse

riguardavano soprattutto la Wermacht in Russia.

Alla fine di luglio del 1942, il dottor Rascher si recò dal professor Hippke. Dopo aver discusso dei problemi

posti dagli esperimenti sulle alte quote, i due medici affrontarono quello che più premeva alla marina.

Hippke rifletté un istante, sapendo di dover prendere subito una decisione. Da molto tempo era convinto

della necessità di esperimenti in questo campo ed ora gli si presentava l’occasione per attuarli.

Dachau, agosto 1942. Un uomo con la divisa di aviatore e la cintura di salvataggio alla vita, era in attesa

davanti ad una specie di piscina, una vasca di legno larga 2 metri e profonda altrettanto. Alla superficie

dell’acqua galleggiavano dei blocchi di ghiaccio. Si trattava del primo uomo che sarebbe stato sottoposto

agli esperimenti di raffreddamento. Il dottor Rascher, il dottor Holzloehner e Finke, il suo assistente,

verificavano un’ultima volta i numerosi strumenti di misurazione installati nella sala, detta “sala

d’aviazione”, situata nel blocco 5.

Il termometro, immerso nella vasca, indicava 6°. Tutto era pronto.

L’uomo era steso su una tavola. L’iniezione appena praticatagli da Finke cominciava ad agire. Egli infatti

non si accorse di nulla. Il corpo cominciò a galleggiare fra i blocchi di ghiaccio, mentre Holzloehner gli

sosteneva la nuca fuori dalla vasca. Seduti sul bordo, i tre medici osservavano le reazioni del soggetto. La

respirazione di fece subito più rapida e, dopo qualche minuto, il viso cominciò a corruggiarsi ed a

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deformarsi per la sofferenza. Le labbra diventarono blu e la temperatura corporea scese a 32°. L’uomo tentò

di dibattersi, emettendo qualche roco lamento, prima di perdere conoscenza.

Gli occhi erano aperti e le pupille, diventate enormi, guardavano fissemente in alto; il respiro si faceva

sempre più difficile mentre le narici si dilatavano.

Di tanto in tanto il dottor Rascher aggiungeva qualche blocco di ghiaccio per mantenere costante la

temperatura della vasca.

Il corpo era divenuto rigido e sembrava privo di vita, malgrado il leggero tremito che, di quando in quando,

lo scuoteva. Le braccia, convulsamente strette al petto, sembravano non potersi più aprire.

Dopo 40 minuti il sangue rifluì agli zigomi, su tutto il viso apparve un colore roseo ed i muscoli irrigiditi si

distesero poco alla volta.

Holzloehner mostrò il termometro con cui aveva appena misurato la temperatura in diverse parti del corpo:

il livello di mercurio era sceso a 29,5°, e l’uomo era rimasto 60 minuti nella vasca.

L’uomo fu riportato sul tavolo e, prima di procedere alla sua rianimazione, furono effettuati su di lui alcuni

esami. Per riscaldarlo i medici prima lo massaggiarono vigorosamente, poi lo immersero in un bagno caldo.

Il brusco contatto con l’acqua calda fece emettere all’uomo, ancora privo di sensi, un urlo acuto. Egli

cominciò poi a respirare sempre più facilmente fino a riacquistare conoscenza.

Presto Rascher accelerò il ritmo degli esperimenti, prendendo un’infinità di appunti e di osservazioni, senza

concedersi un attimo di respiro. Si consacrò al suo compito con l’entusiasmo di un neofita, non

dimenticando che Himmler era impaziente di conoscere i primi risultati degli esperimenti.

Il Reichfuhrer non rinunciava tanto facilmente alle sue idee. Quella del “calore animale” era stata

un’intuizione di Himmler, ed il medico SS non poteva far altro che confermare le intuizioni del suo capo

supremo, anche se i primi risultati degli esperimenti non consigliavano tale soluzione. L’universo scientifici

di Himmler, infatti, era più magico, più intuitivo, che razionale.

L’8 ottobre 1942 l’ispettorato del servizio sanitario dell’aviazione annunciò ad Himmler la sua intenzione di

sciogliere il gruppo di ricercatori addetto agli esperimenti a Dachau. Gli scopi erano stati infatti raggiunti e

non aveva senso proseguire le ricerche.

I risultati sarebbero stati resi noti nel corso di una conferenza medica, tenuta a Norimberca nei giorni 26 e

27 ottobre, in occasione delle “Giornate del freddo”.

A questo scopo i dottori Holzloehner, Rascher e Finker redassero in collaborazione un lungo rapporto di 32

pagine.

La squadra iniziale di ricercatori, che si occupavano del problema del freddo, era ormai scompaginata.

Holzloehner era stato probabilmente uno degli sperimentatori meno crudeli e più preoccupati di risparmiare

ai soggetti inutili sofferenze. Nel frattempo il dottor Weltz continuava le sue ricerche sugli animali.

Weltz, che aveva partecipato ai “Giorni del freddo” a Norimberga, aveva constatato di aver ottenuto gli

stessi risultati di Holzloehner.

Effettivamente il rapporto conclusivo sugli esperimenti dimostrò che le ricerche di Holzloehner avevano

permesso di scoprire perché gli scampati ai naufragi morivano dopo essere stati portati sulla terraferma:

continuavano a congelare. Il solo metodo per riscaldarli era, pertanto, un bagno caldo, mentre alcool e

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medicine si rivelavano del tutto inutili. Gli sperimentatori di Dachau riuscirono pure ad inventare un nuovo

tipo di cintura di salvataggio che, mantenendo il naufrago in posizione verticale, impediva che nuca ed

occipite restassero a contatto con l’acqua, cosa che avrebbe inevitabilmente condotto alla morte.

Queste scoperte, di cui Himmler era stato il promotore ed i campi nazisti la cornice, sarebbero state sfruttate

dagli americani.

Il 20 ottobre Sigmund Rascher fu assalito da un dubbio: che ne sarebbe stato di coloro che sopravvivevano

agli esperimenti? Avrebbero usufruito dei promessi alleggerimenti di pena? Per sentirsi il cuore in pace,

spedì a Rudolf Brandt, il fedele segretario del Reichsfuhrer, un telegramma lampo.

Un camion carico di ghiaccio era fermo davanti all’ospedale di Dachau. Si avvicinò un detenuto che aveva

ricevuto l’ordine di scaricare i blocchi e di collocarli nella vasca colma d’acqua che si trovava nel blocco n.

5. Egli ignorava a cosa sarebbero serviti, né cercava di saperlo: si limitava a trasportare, senza provocare

troppi incidenti, le pesanti lastre scivolose. Quando ebbe gettato nell’acqua l’ultimo blocco, portando così a

termine il proprio compito, il dottor Rascher gli fece segno di avvicinarsi. La siringa era già pronta e

l’infermiere gli sollevò la manica con un gesto brusco. Il detenuto intuì che quel prelievi di sangue

preannunciava un’operazione più grave. Il suo presentimento fu confermato alle 9 di quella stessa sera,

quando fu chiamato nel blocco n. 5. Il Reichfuher era già lì. Acccarezzando distrattamente il cane

accucciato ai suoi piedi, egli osservò il detenuto che, dopo essersi spogliato, indossava la tuta e la cintura di

salvataggio che gli venivano tese.

Il 12 febbraio 1943 il Reichsfuhrer ricevette il rapporto di Rascher sul riscaldamento tramite calore animale.

Finalmente avrebbe potuto conoscere i risultati di quegli esperimenti che tanto avevano stuzzicato la sua

curiosità.

Il viso del Reichsfuhrer si rabbuiò: così il calore animale poteva utilizzato solo quando non potevano essere

utilizzati altri metti. Rascher, però, da astuto diplomatico qual era, non aveva voluto distruggere del tutto

l’ipotesi del suo capo. Il Reichsfuher poteva consolarsi: il calore animale aveva il valore di estremo rimedio.

20 febbraio 1943, poco dopo le 18: sul campo di Dachau era piombata, cupa, la notte, mentre un vento

gelido ed impetuoso soffiava tra le baracche. Davanti al blocco n. 5, 10 spettrali figure bianche si

stagliavano nelle tenebre.

Si trattava dei 10 detenuti che, stesi su barelle e ricoperti da lenzuola, si accingevano a passare là fuori la

notte, ad una temperatura che raggiungeva i 2 gradi sotto zero.

Trascorsa 1 ora, giunse un infermiere che gettò su ciascuno di loro un secchio d’acqua fredda. I detenuti,

che avevano già le membra intorpidite per il freddo, gemettero dolorosamente.

Le urla di dolore dei 10 uomini, ormai completamente nudi, squarciarono il silenzio che regnava nel campo.

Rascher, che fino a quel momento si era sempre rifiutato di praticare l’anestesia, si vide costretto a prendere

in considerazione l’idea di praticarla, poiché le grida dei soggetti rischiavano di mettere in allarme tutto il

campo.

Tuttavia egli preferì ricorrere ad un’altra soluzione: suggerì a Himmler che sarebbe stato più semplice, per

lui, recarsi ad Auschwitz assieme a Neff, e risolvere in quel luogo il problema della rianimazione delle

vittime del freddo secco. Auschwitz era infatti, sotto ogni punto di vista, molto più adatta di Dachau, per

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quel genere di esperimenti: vi faceva più freddo ed inoltre l’ampiezza stessa del terreno su cui sorgeva il

campo avrebbe permesso di attirare meno l’attenzione.

Il suggerimento del dottor Rascher non venne però accolto e gli esperimenti dovettero continuare a Dachau.

D’altra parte sarebbe stato inutile trasferirsi ad Auschwitz, dal momento che la temperatura si

preannunciava particolarmente gelida nella zona di Monaco. L’ideale, dunque, per gli esperimenti del

medico SS.

Fine febbraio 1943. Nel blocco n. 5 continuava ad esservi la fatale vasca. Quella volta stavano per esservi

condotti due ufficiali russi, scortati, su ordine del dottor Rascher, da un infermiere. Era stato vietato a tutti i

presenti di rivolgere loro la parola.

Quando furono nudi, il medico indicò loro, con la mano, la vasca colma d’acqua e di blocchi di ghiaccio. I

detenuti vi si immersero.

Mentre normalmente un soggetto, introdotto nudo in quell’acqua, perdeva coscienza in meno di 1 ora, i due

russi si mantennero lucidi per 2 ore e mezza. Le loro sofferenze erano terribili ed i due infermieri che

assistevano a quel supplizio proposero di fare un’anestesia. Rascher protestò vivamente. E riprese ad

attendere, impassibile.

Dopo 3 ore, uno dei due detenuti disse all’altro: “Compagno, dì a quell’ufficiale di finirci con un colpo di

pistola”.

Rascher chiese ad un giovane infermiere polacco di tradurgli il dialogo dei due. Quegli ubbidì, attenuando

tuttavia il commento del secondo.

Nella sala tornò il silenzio. Il supplizio dei due ufficiali russi diventava sempre più insopportabile, ma

Rascher continuava ad assistere, indifferente, limitandosi ad annotare il comportamento dei due soggetti. La

morte sopravvenne dopo 5 ore, preceduta da un’atroce agonia.

Dall’inizio degli esperimenti, avvenuto nell’ottobre del 1942, più di 80 soggetti erano deceduti durante le

ricerche sull’assideramento effettuate da Rascher. Walter Neff, che aveva assistito a numerosi esperimenti,

affermò che “moltissime persone erano state lasciate nell’acqua fino alla morte”.

Ma Rascher, cui piaceva variare, aveva iniziato segretamente una serie di ricerche di altro genere, condotte

nello stesso periodo degli ultimi esperimenti sul freddo.

Ogni giorno fabbricava da 60 a 80 compresse di cianuro, potente veleno, poi, condotti alcuni detenuti nel

recinto del crematorio, somministrava loro il suo preparato. Naturalmente nessuno di loro tornava indietro.

Tuttavia una nuova scoperta, alla quale si sarebbe interamente consacrato, avrebbe convinto Rascher ad

abbandonare tutte le sue precedenti ricerche.

Robert Feix, famoso chimico tedesco, era un esperto dei problemi dell’alimentazione e della coagulazione

del sangue. Pur essendo ebreo era riuscito a farsi dichiarare mezzo ebreo di primo grado. Immischiato in un

losco intrigo, fu processato per corruzione; pur essendo stato assolto, venne arrestato alla fine del processo,

per ordine di Bormann, a sua volta autorizzato da Himmler. Si trovò così internato a Dachau, da dove

Bormann avrebbe fatto tutto il possibile per impedirgli di uscire: un parente dei suoi domestici, infatti,

aveva approfittato dell’arresto di Feix per fare piazza pulita nel suo appartamento.

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Nel maggio del 1943, il chimico si trovò dunque a proseguire le sue ricerche nel laboratorio di Dachau. Alla

fine del mese fu di ritorno Rascher, che si era preso un periodo di vacanza. Durante la sua assenza, Feix

aveva messo a punto delle compresse coagulanti ed aveva cominciato a produrle sotto il nome di

“homitag”. Il nuovo preparato avrebbe dovuto permettere di attestare in maniera definitiva le emorragie.

Rascher ne fu entusiasta e pensò immediatamente al Reichsfuhrer, sempre alla ricerca di nuovi rimedi per i

soldati al fronte.

Non si sbagliava: Himmler dimostrò un enorme interesse alla prospettiva di poter fornire ai soldati una

pastiglietta capace di scongiurare il pericolo di emorragie in caso di ferite.

Pertanto il Reichsfuhrer esortò Rascher a sperimentare il nuovo farmaco sui malati che dovevano subire un

intervento chirurgico.

Le compresse furono immediatamente inviate al reparto odontoiatrico ed alla sala operatoria. Ma le cose

erano troppo semplici per il dottor Rascher, che, ancora una volta, diede libero corso alla sua

immaginazione, utilizzando l’homtag sotto un’altra forma: il polygal.

Rascher era entusiasta del polygal. Il 1° febbraio 1943 indirizzò un breve rapporto sui pregi del farmaco al

dottor Gaus, direttore dell’economia di guerra al Consiglio della Ricerca.

Il 6 agosto sulla collina si trovavano 1.400 uomini. Il dissodamento del terreno, nel quale si aggrovigliavano

radici e tronchi di alberi, era al culmine. Dopo che era stato abbattuto un grande rettangolo di foresta,

potevano cominciare i lavori di costruzione del nuovo campo, che avrebbe assunto il nome di Buchenwald.

Un solo albero fu risparmiato, esso avrebbe costituito il centro del campo. Le SS avevano voluto conservare

la “quercia di Goethe”, sotto i cui rami, come si narrava nella regione, il poeta aveva l’abitudine di andare a

meditare.

Autunno 1941. Il dottor Conti, segretario di Stato per i servizi sanitari al ministero dell’Interno del Reich,

era preoccupato. Un’epidemia di tifo proveniente dall’est rischiava di diffondersi in tutto il Reich, se non si

fossero prese rigorose misure per contenerla. La Polonia era già stata colpita, ed i prigionieri di guerra russi

trasportavano la terribile malattia in Germania.

In tutti i campi ed in tutte le prigioni del paese si erano già verificati alcuni casi di tifo; inoltre dal fronte

venivano cattive notizie: le condizioni in cui si attuava la campagna di Russia, iniziata in giugno, avevano

impedito al servizio sanitario di procedere alla disinfestazione delle truppe dai pidocchi. Erano in gioco

centinaia di migliaia di vite: bisognava agire, ed in fretta.

Ma quale vaccino scegliere? Il solo che fosse veramente efficace, il vaccino di Weigl, era molto caro. La

sua fabbricazione era lunga e difficile ed esso veniva prodotto in quantità appena sufficienti per gli ufficiali.

Gli altri vaccini non erano ancora stati sperimentati.

Il segretario di Stato Conti incaricò il capo del servizio sanitario delle SS, il dottor Grawitz, di prendere in

mano la questione: bisognava iniziare delle ricerche nel più breve tempo possibile.

2 gennaio 1942. Il campo di concentramento di Buchenwald fu scelto come terreno di sperimentazione dei

sieri antitifo. L’Hauptsturmfuhrer dottor Ding fu incaricato di procedere agli esperimenti.

76

Nel 1939 fu inviato come medico al campo di Buchenwald. Durante la sua difficile giovinezza, aveva

lavorato duramente. Divorato dall’ambizione, voleva assolutamente avere successo nella carriera di medico.

Come Rascher, desiderava farsi conoscere rapidamente per essere destinato ad un’università.

Ma un altro progetto lo rodeva ed il giovane sperava che il suo ingresso nelle SS avrebbe favorito questo

disegno: ottenere l’autorizzazione a portare il cognome di suo padre. Egli sapeva che Himmler sognava a

volte una “nobiltà di sangue e di terra”.

Riuscì ad avvicinare il Reichfuhrer e gli disse che la sua attività al campo non lo soddisfaceva pienamente.

Egli avrebbe voluto avere la possibilità di utilizzare maggiormente le sue capacità. Soprattutto egli confidò

al Reichsfuhrer il suo desiderio più caro: chiamarsi Erwin von Schuler. Himmler dimostrò molta

comprensione. Quel giovane gli piaceva: era ben educato, protestante, elegante. Himmler lo incoraggiò.

Il 5 febbraio 1942 fu effettuato un test preliminare che avrebbe dovuto permettere di stabilire quale fosse il

metodo più pratico e sicuro di infezione artificiale. Il numero dei malati di tifo naturale non era sufficiente:

bisognava creare il male.

Cinque soggetti ricevettero una dose di 1 centimetro cubo di un ceppo di rickettsia – prowazecki,

proveniente dall’Istituto Robert Koch. A partire da quella data, furono realizzati 24 cicli di esperimenti, al

fine di provare l’efficacia dei differenti vaccini. All’inizio ne furono sperimentati 4: il vaccino dei laboratori

Behring; il vaccino al tuorlo d’uovo preparato secondo il procedimento Cox; il vaccino Durand – Giroud,

preparato con polmoni di coniglio, presso l’istituto Pasteur di Parigi.

Qualche giorno dopo il test preliminare, furono scelti 150 detenuti ebrei. Per 8 settimane costoro furono

ingrassati finché il loro stato generale fu considerato soddisfacente.

Successivamente furono divisi in due gruppi: i 2/3 furono vaccinati, i rimanenti no. A tutti fu poi inoculato

il virus del tifo. Coloro che non erano stati preventivamente vaccinati dovevano servire come controllo: in

questo modo si poteva osservare l’evoluzione della malattia nei due gruppi. Durante questo primo grande

ciclo di esperimenti l’infezione avveniva, sul braccio dei soggetti, tramite bisturi. Questo procedimento però

si rivelò inefficace: il soggetto non si ammalava.

Il dottor Ding, intanto, non perdeva tempo ed approfittava della sua convalescenza per documentarsi sul

tifo. In particolare egli lesse la storia di un medico turco che, divenuto pazzo, aveva infettato numerose

persone col sangue di individui colpiti da tifo esantematico. Il giovane medico giunse alla conclusione che,

in fin dei conti, quel metodo era il più sicuro ed il meno costoso. Inoltre, poiché l’infezione sottocutanea si

era risolto in un fiasco totale, sarebbe stato meglio fare direttamente un’iniezione endovenosa.

Quando fu introdotto questo procedimento, i risultati superarono ogni speranza. Adesso si iniettavano, per

via endovenosa, 2 centimetri cubi di sangue fresco prelevato da un ammalato di tifo. Le conseguenze furono

catastrofiche: il tasso di mortalità superò il 50%. Coloro che non erano stati preventivamente vaccinati, e

che avrebbero dovuto servire da controllo, morirono quasi tutti. In seguito si ridusse la dose ad 1/20 di

centimetro cubo, ma l’effetto restò invariato. La virulenza dei ceppi si era acuita attraverso i passaggi.

Le colture di virus avvenivano da uomo a uomo: ogni mese, da 3 a 5 persone di passaggio servivano

unicamente allo scopo di trattenerle. Questi trasmettitori assicuravano la presenza costante di una certa

quantità di sangue infetto, sempre disponibile per le inoculazioni. Tuttavia, col passare dei mesi, la

virulenza si accrebbe, ed ormai ne bastava una minima dose per scatenare la malattia.

77

Il numero dei morti aumentava in continuazione; i malati, in pieno delirio, rifiutavano il cibo; coloro che

sopravvivevano, essendo costretti ad assistere alla lotta contro la morte dei loro compagni, rimanevano

moralmente distrutti.

Nel blocco regnava un’atmosfera difficilmente immaginabile. I sopravvissuti si chiedevano cosa sarebbe

stato di loro. Non sarebbe stato meglio che la malattia avesse ucciso anch’essi? Li avrebbero forse utilizzati

per altri esperimenti? O non li avrebbero semplicemente eliminati, in quanto testimoni degli orrori del

blocco 46?

Senza esitare, il professor Rose decise di rivolgersi direttamente al vero responsabile degli esperimenti di

Buchenwald: Conti. Il segretario di Stato accettò di concedergli un’udienza e lo ricevette cortesemente. Il

ministro era un uomo di buon senso e sapeva ascoltare ogni nuovo suggerimento.

Rose aveva fiducia in lui. Cominciò ad esporre, con calma, quanto aveva visto a Buchenwald; poi,

sforzandosi di trattenere l’indignazione, spiegò ciò che lo tormentava.

Conti non si mostrò insensibile alle obiezioni del professor Rose.

Rose ripartì deluso. Si era aspettato molto dal ministro, invece il tentativo era fallito. Ma egli non era uomo

da scoraggiarsi tanto facilmente, e rimase sempre un accanito avversario degli esperimenti sugli esseri

umani.

Nell’autunno del 1942, il dottor Ding assistette ad una riunione tenuta presso l’Accademia di medicina

militare di Berlino. Tema del convegno erano i sieri anticancrenosi: perché i soldati feriti morivano qualche

ora dopo aver ricevuto un’iniezione di tale siero? I partecipanti fecero mille congetture. Il professor

Mrugowsky, anch’egli presente, sospettava che la causa dei decessi fosse il fenolo contenuto nel siero.

Cinque prigionieri furono condotti, uno per volta, nella stanza. I loro corpi, consunti dalla vecchiaia e dalla

malattia, erano di una magrezza impressionante.

Senza una protesta, senza la minima traccia di emozione, i 5 vecchi si diressero verso le sede che venivano

loro indicate con la mao. Sedutisi presso la lampada, si misero ad aspettare, rassegnati e pronti ad affrontare

la morte.

3 dicembre 1942: era appena arrivato con la posta uno strano pacco.

Qualche giorno dopo, 15 detenuti erano seduti nudi e strettamente legati. Terrificati, aspettandosi il peggio,

contemplavano le piccole scatole allineate sulla tavola davanti a loro.

La porta si aprì ed apparve il kapò Dietsch, scortato dai suoi infermieri. Con un cenno del capo indicò loro

le scatole.

All’interno dei contenitori, i pidocchi del tifo aspettavano di gettarsi sulle loro prede. Le scatole furono

applicate ai polpacci ed alle cosce degli sventurati, ed assicurate con elastici. Per 20 minuti, i 15 uomini

dovettero subire gli assalti delle bestiole affamate.

Il dottor Hoven, davanti al tribunale, pretese di far credere che gli esperimenti fossero stati effettuati a sua

insaputa e che egli avesse tentato più volte di sabotarli.

13 aprile 1943. Il dottor Ding fremeva per l’impazienza: aveva ricevuto l’ordine di recarsi alla fabbrica

della IG Farben, dove doveva incontrarsi con i dottori Lautenschlager, Weber e Fussganger.

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Il giovane medico sentiva che stava per essergli affidato un importante incarico. Sempre desideroso di dar

prova delle proprie capacità, aspettava che i dirigenti della grande industria chimica gli esponessero lo

scopo del colloquio.

I 4 uomini erano sprofondati in grandi poltrone di velluto rosso cupo. Il salotto in cui si trovavano era

lussuosamente arredato.

24 aprile 1943. 39 detenuti in divisa a righe entrarono nel blocco 46. Mezz’ora prima stavano ancora

spazzando i viali. All’improvviso si era sentita una voce attraverso l’altoparlante del campo: “Adunata

davanti all’ospedale!”. Essi obbedirono, abbandonando i loro attrezzi. Un infermiere venne a prelevarli per

condurli al blocco.

Quel sistema, che veniva usato nei casi urgenti, si era rilevato il più rapido quando c’era bisogno immediato

di un certo numero di soggetti per gli esperimenti.

Presto i detenuti si trovarono di fronte al kapò Dietzsch. I 39 uomini furono divisi in 3 gruppi: il dottor Ding

somministrò a 15 di essi l’acridina, ad altri 15 del rutenol, ed ai rimanenti 9 nulla, perché avrebbero dovuto

servire come controllo.

A tutti i prigionieri fu poi inoculato il tifo ed essi caddero gravemente ammalati.

All’inizio di giugno si concluse una serie di esperimenti con i farmaci della IG Farben. Il dottor Weber si

recò personalmente al blocco 46, per constatare i risultati ottenuti.

Il dottor Ding ed il kapò Dietzsch gli mostrarono le cartelle cliniche dei malati ed i grafici della

temperatura. Weber appariva contrariato: la situazione non era affatto allegra.

Egli rilesse parecchie volte quel disastroso bilancio, come se non volesse credere ai propri occhi.

L’esperimento non sarebbe stato ripetuto, dati i risultati fin troppo evidenti. Essi però sarebbero stati

pubblicati l’anno successivo, con l’autorizzazione del Reichsarzt Grawitz, nella Rivista d’igiene e malattie

infettive. Naturalmente nell’articolo, redatto dal dottor Ding, il nome di Buchenwald non era menzionato e

neppure si specificava che i malati erano in realtà dei prigionieri ai quali era stava volutamente inoculata la

malattia.

In definitiva i farmaci della IG Farben avevano provocato la più grave ecatombe mai verificatasi nel corso

di tutti gli esperimenti del blocco 46.

Per giorni e giorni il dottor Ding non riuscì a superare il violento senso di collera ispiratogli dall’intervento

del dottor Rose. In realtà erano in continuo aumento le richieste di esperimenti che giungevano al blocco

46. Fortunatamente il ciclo di esperimenti sulla febbre gialla non avrebbe fatto vittime. Gli esperimenti non

si fermarono tuttavia a quel punto. Un’enorme quantità di altri vaccini contro differenti malattie da virus fu

inviata al blocco 46: vaiolo, difterite, paratifo, colera. Le ricerche del dottor Ding divennero, con il passare

del tempo, sempre più insensate. L’ambizioso medico, letteralmente ossessionato dalla smania di diventare

docente universitario, voleva indagare e sperimentare tutto senza esitare davanti ai metodi più assurdi.

Agosto 1943. Medici, batteriologi, sierologi e chimici si erano radunati nel nuovo e vasto laboratorio del

blocco 50 di Buchenwald. Il dottor Ding aveva riunito in quel luogo i migliori specialisti, detenuti del

campo. Tutti sapevano che terribili esperimenti venivano effettuati nel blocco 46, e si chiedevano

preoccupati che cosa ci si aspettasse da loro. 79

Il giovane medico, vestito come sempre con eleganza, gettò uno sguardo circolare sui presenti, tra i quali

c’era il professor Balachowky, capo laboratorio presso l’Istituto Pasteur di Parigi, il professor Waitz

dell’università di Strasburgo, il dottor Marian Ciepielowsky, di Karlsruhe, ed il segretario Eugen Kogon.

I medici detenuti rimasero in silenzio: erano tutti consapevoli dell’immensa responsabilità che avrebbe

pesato su di loro. Il vaccino che dovevano produrre sarebbe stato sperimentato sui loro compagni prima di

essere inviato alle Waffen SS.

Il lavoro ebbe inizio. Il blocco 50 prese il nome di “sezione per la produzione di vaccini antitifici”. Il dottor

Ciepielowsky fu scelto come capo della produzione. Il dottor Kogon si occupava invece delle pratiche e dei

rapporti.

Il vaccino, prodotto secondo il metodo del dottor Giroud, dell’Istituto Pasteur di Parigi, per i primi 4 mesi

fu sperimentato su degli animali.

Ma un nuovo venuto cominciò a collaborare alle ricerche: il dottor Ludwig Fleck, della facoltà di Lwow,

che Ding aveva fatto venire apposta da Auschwitz. Questi un giorno comunicò di proposito a Ding

un’osservazione da lui fatta.

Fin dall’inizio i detenuti del blocco 50 riuscirono a nascondere nel blocco stesso i loro compagni del campo

che si trovavano in pericolo di essere uccisi. Stranamente il dottor Ding, che era al corrente di queste

operazioni di sabotaggio, le approvava e persino le favoriva.

Con mosse astute e con ripetute richieste presso l’Ufficio centrale della sicurezza del Reich, il dottor

Kogon, con l’appoggio di Ding, riuscì ad evitare le retate improvvise ed i futuri trasporti in vista degli

stermini.

Il blocco 50 divenne, secondo l’espressione di Ding, l’ultimo rifugio degli ebrei. La squadra del blocco 50

era composta in totale da 65 uomini, di cui 12 russi. La produzione vera e propria del vaccino cominciò alla

fine del 1943. Battezzato “vaccino Weimar”, esso doveva essere prodotto ad un ritmo di 30 litri circa al

mese.

Ding, che aveva sempre fiducia negli esperti da lui messi al lavoro, era felicissimo quando riuscì a mandare

a Berlino la quantità di vaccino prevista. In questo modo ricevette i complimenti dei suoi superiori.

Egli tuttavia non si accorse mai che ciò che inviava per immunizzare le Waffen SS contro il tifo non aveva

alcun valore. Infatti i ricercatori del blocco 50 erano riusciti, usando astuzia ed al tempo stesso prudenza, a

sabotare la produzione. Essi fabbricavano 2 tipi di vaccino: un molto efficace in piccole quantità, che

conservavano per loro e per i loro compagni; l’altro, totalmente senza effetto, che era destinato al fronte.

L’inganno fu scoperto solo nel marzo 1945, poco prima della liberazione del campo.

Gli sventurati del blocco 46, che avevano avuto la fortuna di sopravvivere agli esperimenti sul tifo, non

ebbero il tempo di godersi la convalescenza. Più o meno ristabiliti da quella dolorosa malattia, a volte

colpiti da un nuovo male, essi dovevano ora donare il loro sangue. I 250 o 300 cm cubi che venivano loro

prelevati per mandarli a Berlino rappresentavano qualche ora di vita in meno. Molti non riuscivano a

superare lo stato di grave debolezza provocato dal salasso. La vita abbandonava lentamente quei corpi

svuotati. 80

Mentre il dottor Ding sfruttava in questo modo i detenuti del blocco 46, un altro medico del campo, il dottor

Ellenbecj, aveva trovat un altro metodo per effettuare le trasfusioni, un metodo altrettanti inumano.

A quell’epoca una dura carestia regnava nel “piccolo campo” di Buchenwald. Le baracche, già appena

sufficienti a sfruttare ad ospitare 450 detenuti, ora erano occupate da 500. Una di queste era destinata in

modo particolare ad accogliere i vecchi ed i malati, per lo più francesi.

Ma questi supplementi non erano sufficienti a compensare la quantità di sangue donata. Questi uomini

supersfruttati caddero in uno stato di debolezza tale che soccombettero: i detenuti del piccolo campo

morivano in massa.

16 luglio 1944. Come tutti i giorni, il dottor Ding stava aprendo la posta in presenza del suo segretario.

Ding non aveva l’abitudine di ricevere lettere dal capo di stato maggiore del Reichsarzt Grawitz. Gli ordini

di solito gli venivano impartiti direttamente da Grawitz od attraverso il professor Mrugowsky.

Con gesto nervoso Ding aprì la busta. Scorse rapidamente la minuta ed agile scrittura che copriva il foglio.

La scoperta del medico danese aveva molto interessato Himmler. Un trattamento contro l’omosessualità.

Lui che aveva tentato con tutti i mezzi di ricondurre gli omosessuali ad un comportamento normale. Aveva

già organizzato già parecchie volte dei “corsi di guarigione”, dove essi venivano messi in stretto contatto

con delle donne, incaricate di sedurli. Ma tutto ciò si era rivelato inconcludente. Ed ecco che un medico

aveva forse trovato la cura – miracolo.

L’entusiasmo spingeva ancora più lontano il Reichsfuhrer SS Grawitz, che pensava che questa scoperta, che

poteva essere usata come cura contro l’impotenza, poteva essere venduta all’estero al mercato nero: ciò

avrebbe permesso al Reich di far entrare le valute che scarseggiavano. Si sarebbe anche potuto promettere a

degli agenti stranieri la guarigione in cambio di informazioni utili. Himmler era più ragionevole; era

convinto che prima si dovessero fare degli esperimenti e poi si sarebbe visto.

Qualche giorno dopo un uomo massiccio, dall’aspetto nordico, entrò nell’ufficio del dottor Ding, che lo

accolse piuttosto freddamente. E Ding incaricò il suo assistente di accompagnare il dottor Vernet.

Schiedlausky riunì in fretta alcuni omosessuali, tra i quali Vernet fece la sua scelta. Ma egli era senza

dubbio convinto che i 5 individui concessi da Himmler fossero insufficienti a sperimentare la sua

invenzione, e perciò procedette alla selezione di 15 uomini tra quelli che gli furono presentati.

Gli sventurati, tremanti, aspettavano. Il loro volto disfatto dimostrava la loro paura e gli scherzi di cui erano

oggetto non contribuivano certo a rassicurarli.

La preparazione ormonale veniva inoculata sotto la pelle dell’addome. L’effetto doveva durare 1 anno. Ma

7 mesi dopo il dottor Vernet concluse le sue visite al campo di Buchenwald: aveva dovuto constatare il

fallimento della sua invenzione. Su 15 cavie, 2 erano morte e le altre erano irrimediabilmente rimaste

omosessuali.

16 novembre 1944. Una preoccupazione sempre crescente si era impadronita del dottor Ding, o meglio del

dottor Schuler. Eugen Kogon non cercò di saperne di più. Sapeva che in ogni modo il medico non gli

nascondeva più nulla. Qualche ora dopo Ding lo chiamò nella sua stanza del blocco degli esperimenti. Steso

sul divano, fumava una sigaretta dopo l’altra. Il giovane medico sembrò essersi bruscamente ripreso. Si alzò

81

ed andò a liberarsi del nuovo compito che gli era stato imposto. Al momento il medico non diede altri

particolari e, di fronte a Kogon, bruciò sulla fiamma di una candela, la busta sigillata.

Nel corso di questi esperimenti il professor Mrugowsky per poco non morì.

Cinque prigionieri di guerra russi erano stesi su dei giacigli in una stanzetta vicina al crematorio di

Sachsenhausen. Davanti ad essi c’erano 3 medici: il professor Mrugowsky, il dottor Ding ed il dottor

Widmann, un chimico della polizia criminale, la Kripo. All’improvviso uno dei russi si alzà e si avventò

contro il professor Mrugowsky con in mano un coltello che era riuscito a nascondere nei pantaloni. Era

l’ultimo tentativo di rivolta di un uomo che sapeva di essere condannato. Egli fu immediatamente

immobilizzato dai tre medici e riportato al suo posto.

Si udirono poi 5 colpi di rivoltella: i 5 uomini erano stati colpiti alla coscia con delle pallottole avvelenate;

queste contenevano infatti del nitrato di aconitina. L’esperimento era stato effettuato dietro richiesta del

dottor Widmann. Due settimane prima un alto funzionario nazista era stato leggermente ferito da una

pallottola durante un attentato in Polonia. Qualche ora dopo era morto, e presentava tutti i sintomi di

avvelenamento. L’autore dell’attentato portava con sì delle pallottole vuote all’interno contenenti del veleno

cristallizzato, che l’analisi rivelò essere dell’aconitina. Le munizioni erano di origine russa. Bisognava

scoprire se quell’incidente aveva segnato l’inizio della guerra dei veleni contro la Germania e come porvi

riparo. Durante questo esperimento, il dottor Ding annotava le reazioni dei soggetti.

Il professor Mrugowsky invece redasse un resoconto per l’Istituto di criminologia della polizia di sicurezza.

Maggio 1942. Al Quartier Generale del Fuhrer nessuno osava più parlare ad alta voce e nei corridoi si

intravvedevano rare e furtive figure che sgusciavano veloci.

Le informazioni, accompagnate da commenti prudenti, venivano bisbigliate nell’atmosfera dei giorni

peggiori. Sembrava che Hitler non si sarebbe mai calmato: continuava ad impartire ordini in tutte le

direzioni ed il suo telefono era perennemente occupato. Himmler, convocato 1 ora prima, evitò gli ufficiali

di ordinanza e si recò direttamente dal Fuhrer col quale si rinchiuse in colloquio privato.

Il giovane Heydrich, capo supremo SS di tutti i servizi di spionaggio, di controspionaggio e di sicurezza, era

appena stato vittima di un attentato. Divenuto anche, da qualche mese, Protettore di Boemia – Moravia,

l’infernale arcangelo dell’Ordine nero non aveva ancora avuto il tempo di approfittare del suo nuovo potere.

Dopo essere stato trasportato all’ospedale principale di Praga, Heyderich fu operato dai più eminenti

specialisti della città e circondato dalla migliore assistenza sanitaria. L’operazione riuscì, ma le condizioni

del ferito continuavano a destare preoccupazioni: la pallottola aveva squarciato petto ed addome.

Nell’aereo che lo trasportava a Praga, il chirurgo SS Gebhardt era perfettamente conscio dell’importanza

della sua missione: Himmler, al telefono, non gli aveva nascosto che il Fuhrer considerava molto importante

la guarigione di Heynrich.

All’aeroporto, un’automobile prelevò il professore, trasportandolo a tutta velocità verso l’ospedale. Ivi

giunto, Gebhardt si precipitò ad informarsi sui risultati dell’operazione; dopo aver visitato Heynrich,

constatò che era stato tentato l’impossibile per salvare il favorito di Hitler.

82

La sera stessa telefonò a Himmler comunicandogli che per il paziente vi erano molte speranze di

guarigione. Disgraziatamente qualche giorno dopo si verificò una ricaduta che destò nuove preoccupazioni

nei medici.

La ferita non si cicatrizzava bene. Hitler e Himmler telefonavano ogni giorno. Alla fine il medico SS,

sapendo che era in gioco il proprio prestigio, fece capire che impreviste complicazioni avrebbero ritardato

la definitiva guarigione. Himmler, dal canto suo, temendo di incorrere nelle ire di Hitler, nel caso che

Gebhardt avesse fatto fiasco, pretese che si chiamasse al capezzale di Heydrich il chirurgo tedesco più

famoso del momento: il professor Sauerbruch.

Gebhardt però si dichiarò contrario, affermando che il problema non era di ordine chirurgico. In realtà il

ricorso a Sauerbruch equivaleva per lui ad un affronto.

Due giorni dopo, il 31 maggio, si manifestò la cancrena. Questa volta il chirurgo SS fu costretto ad

avvertire Berlino. Hitler, fuori di sé dall’ira, gli diede dell’incapace davanti a tutto il Quartier Generale e

convocò, per l’ora dopo, il dottor Morell, suo medico personale.

Il grasso medico del Kurkustendamm fu categorico: soltanto i sulfamidici, soprattutto quelli che fabbricava

personalmente nei suoi lavoratori, potevano salvare Heyderich. Propose di recarsi subito al capezzale

dell’illustre paziente, assicurando che il farmaco da lui adottato, l’ultraseptyl, avrebbe fatto meraviglie.

A causa della vecchia rivalità esistente tra lui e Morell, che egli trattava apertamente da ciarlatano, Gebhardt

rifiutò di nuovo, malgado l’insistenza di Hitler. Giustificò poi il suo atteggiamento spiegando che un

eccessivo numero di medici al capezzale del malato e la conseguente ridda di prescrizioni contraddittorie,

avrebbero messo in serio pericolo la vita stessa del paziente. Questa volta Himmler non esitò a sostenere

Gebhardt: neppure il Reichfuhrer, infatti, nutriva alcuna fiducia in Morell.

Hitler, davanti al coro di dissensi provocati dalla sua proposta, esitò ed alla fine, considerando che

conosceva Gebhardt da molto tempo, si arrese. Morell sarebbe rimasto a Berlino, dove avrebbe continuato a

dichiararsi vittima di una congiura.

A Praga tuttavia le condizioni di Heyderich peggioravano di giorno in giorno, poiché non si riusciva a

fermare la cancrena.

Il protettore di Moravia – Boemia morì il 4 giugno, solo pochi giorni dopo il suo ricovero nell’ospedale di

Praga.

La sanguinosa repressione e le atroci rappresaglie condotte dopo la sua morte, non servirono certo a

resuscitarlo.

Il giorno seguente il decesso del suo illustre paziente, Gebhardt, ricevuto l’ordine perentorio di ritornare a

Berlino, si rimise in aereo. La morte di Heynrich rappresentava per lui una vera catastrofe: Hitler non era

affatto abituato ad accettare l’inevitabile ed un eventuale colloquio con lui si preannunciava disastroso.

Appena sceso all’aeroporto di Tempelhof, il chirurgo apprese di essere atteso. Il Fuhrer voleva vederlo

urgentemente.

Gebhardt fu condotto alla cancelleria senza aver avuto prima il tempo di incontrarsi con Himmler. Tutto

faceva prevedere un incontro burrascoso, perché era noto non solo a Gebhardt, ma a tutti, il sentimento

quasi paterno che il cancelliere del Terzo Reich nutriva per Heydrich, astro in ascesa delle SS.

83

Profondamente abbattuto, Gebhardt si lasciò cadere in una poltrona dell’anticamera ed aspettò di essere

ricevuto. Il tempo passava, ma nessuno si degnava di venirlo a cercare.

Il tono era freddo imparziale. L’ordine, ufficiale. La disgrazia sembrava ormai definitiva.

Gebhardt, in preda al panico, si precipitò da Himmler, ma questi era assente. A Berlino tutti ignoravano, o

fingevano di ignorare, quali provvedimenti avrebbe preso il Fuhrer in seguito alla morte di Heydrich.

Grawitz non osò intervenire: i suoi poteri erano limitati ed inoltre non si trovava nelle grazie di Himmler,

del quale invece gli erano noti i legami di amicizia con Gebhardt.

Gebhardt non insistette. In realtà egli conosceva fin troppo bene i limiti di quegli esperimenti su esseri

umani, ma la morte di Heyderich era stato un colpo troppo duro per il suo prestigio. Perciò bisognava

tentare quegli esperimenti anche, e soprattutto, se i risultati fossero stati aleatori o negativi. E tanto meglio

se lo Stato prendeva su di sé l’intera responsabilità.

Il 12 luglio 1942 Gebhardt si incontrò di nuovo a Berlino con Himmler. Al colloquio, cui era presente

Glucls, mancava questa voltta Grawitz. Il Reichfuhrer insistette sul carattere di massima segretezza degli

esperimenti. La cosa stupì il chirurgo.

Ravensbruck: quel nome veniva bisbigliato in un orecchio, nei vagoni carichi di donne destinate al campo

privilegiato. Non si diceva forse che esso era stato creato, per spirito umanitario, al fine di ospitare le

detenute che non avessero sopportato le condizioni di vita degli altri campi? Quando le prigioniere giunsero

a destinazione era ancora notte.

Niente città, niente stazione: nient’altro che un semplice bosco di pini. Una SS, lanterna alla mano, fece

arrestare la locomotiva davanti ad una misera capanna costruita con tavole di legno, che gli serviva da

riparo nei giorni di pioggia. Accanto a quello strano capostazione – fantasma, si poteva scorgere un cartello

di legno sbiadito, sul quale era tracciato in lettere nere il nome del luogo: Ravensbruck.

La folla delle nuove arrivate attraversò il bosco, percorrendo una strada che sembrava condurre ad un

villaggio. Avvicinandosi, scorsero uno strano agglomerato di costruzioni basse, quasi sprofondate nel

terreno da cui entravano ed uscivano uomini in uniforme nera ed anche qualche donna, che gettarono loro

qualche sguardo indifferente. Il villaggio sperduto in fondo al bosco si rivelò allora per quello che

realmente era: gli alloggi occupati dalle SS che sorvegliavano il campo.

La strada continuava lungo un pendio che terminava davanti ad un immenso muro: il muro di cinta del

campo. La monumentale porta a due battenti, dopo essersi spalancata, si richiudeva subito, definitivamente.

Apparve allora un mondo allucinante, popolato da un’inverosimile quantità di nemici del regime nazista e

di veri e propri criminali. Himmler ed i suoi sbirri gettavano laggiù, alla rinfusa, comunisti, partigiani, ebrei,

zingari, delinquenti comuni, polacchi, russo.

Su due lati di un’area rettangolare si potevano scorgere delle tetre costruzioni dai camini fumanti: le cucine

e le docce. Solo gli anziani del campo sapevano che, poco più in là, esisteva anche un forno crematorio. Sul

terzo lato e su quello di fronte all’ingresso si allineavano invece le baracche in cui vivevano le detenute. La

popolazione era pari a quella di una piccola città: circa 25.000 persone, tutte ammassate nel campo. Erano

costrette a stare in 2 o 3 per letto; il numero dei lavandini e dei WC era irrisorio; l’acqua mancava spesso e,

per riempire il fondo di una gavetta, bisognava fare la fila.

84

L’accoglienza fece subito presagire il peggio. Infatti un ufficiale SS impartì alle nuove arrivate le istruzioni

cui dovevano attenersi.

La vita del campo era organizzata in questo modo: alle 3.30, sia d’estate che d’inverno, un urlo di sirene

squarciava la notte. Immediatamente i prigionieri uscivano dai loro blocchi, perché entro le 4 dovevano tutti

essere pronti all’appello. Le scarne figure si allineavano nell’ombra, mentre i sorveglianti, urlando in

continuazione, si spostavano velocemente da una all’altra. A volte l’attesa durava un’ora, anche d’inverno,

quando cadevano grossi fiocchi di gelida neve. Cominciava poi l’interminabile appello di oltre 20.000

donne. Se tutto andava bene, trascorreva un’altra monotona ora; se invece, come capitava spesso, i conti

non tornavano, l’attesa veniva prolungata a discrezione dei sorveglianti SS.

Alla fine, dopo il suono di un’altra sirena, i vari gruppi si disperdevano spingendosi fra di loro. Le

occupanti dei blocchi destinati alla quarantena rientravano nelle loro baracche; per quelle che invece

lavoravano, stava per cominciare una nuova cerimonia: l’appello del lavoro. Ricominciava l’attesa

all’aperto, mentre la luce del giorno, ormai spuntato, illuminava quei visi esangui e lividi per il freddo e la

fatica. Trascorreva così almeno un’altra ora prima che fossero costituite le squadre ed assegnati i duri

compiti. Le colonne si mettevano poi lentamente in moto verso una nuova giornata di lavori forzati, che

sarebbe durata 12 ore.

Lo spettacolo che offriva l’infermeria era desolante. Le detenute, allo stremo delle forze, potevano a

malapena reggersi in piedi; alcune portavano, intorno alle ferite piene di pus, delle bende che non erano

state cambiate da parecchi giorni.

I segni bluastri e tumefatti che costellavano i loro corpi scheletrici testimoniavano dei colpi generosamente

distribuiti dalle sorveglianti.

Schiedlausky, faceto e sorridente, scherzava con le infermiere, rivolgendo loro galanti complimenti. Il

medico, che si credeva un seduttore, degnava di uno sguardo indifferente le detenute, ritenendole delle

simulatrici che volevano solo evitare il lavoro.

Una prigioniera, infatti, non aveva il diritto di essere malata e, se lo era troppo gravemente, la cosa migliore

che potesse fare era quella di morire. La Germania nazista non sapeva che farsene di bocche inutili, ed i

campi di concentramento non erano degli ospedali. D’altra parte Goebbels era stato tassativo: il modo

migliore per eliminare le detenute politiche era quello di annientarle con il lavoro. Il cinismo, almeno, era

chiaro: quel genere di esecuzioni aveva il vantaggio di essere redditizio.

Quel mattino Schiedlausky era talmente di buon umore che decise, dopo un breve giro fra i letti, di

rimandare tutti al lavoro. La dottoressa insistette e cercò di difendere le sue malate con tutti gli argomenti,

ma Schiedlausky non l’ascoltava già più.

Dopo che il dottore se ne fu andato, l’infermeria venne evacuata. Le detenute che non potevano alzarsi

furono gettate ai piedi del letto, picchiate e trascinate fuori.

La selezione delle detenute era un’incombenza che non la disgustava affatto. Capitava che passasse in

rivista un intero blocco, ordinando alle prigioniere di presentarsi con il vestito sollevato fino alla vita.

Quelle che erano troppo vecchie, troppo stanche o troppo malate venivano mandate a Bergen – Belsen, cioè

verso la morte nelle camere a gas. La coscienza medica della dottoressa Oberheuser, però, non era turbata

85

per così poco. Quella donna astiosa, vendicativa ed acida assolveva il suo sinistro compito con ardore di un

proselite che non arretra davanti ai lavori peggiori.

Il 25 luglio 1942 l’automobile del professor Gebhardt e del suo assistente Fischer si fermò davanti al

portone del campo, che le sentinelle si affrettarono ad aprire. L’auto penetrò nel cortile dirigendosi poi verso

l’infermeria. Il comandante accolse le importanti SS in presenza dei dottori Schedlausky ed Oberheuser. Le

poche detenute che avevano assistito alla scena, senza comprendere, furono subito scacciate brutalmente da

una SS. L’arrivo dei 15 uomini di Sachsehausen era avvenuto, 2 giorni prima, di notte e nel più grande

segreto. Gebhardt si recò immediatamente al blocco chirurgico assieme a Fischer, che visitava per la prima

volta il campo di concentramento. Questi si guardava intorno un po’ stupito, astenendosi tuttavia da

qualsiasi commento.

Gebhardt, che sembrava avere una gran fretta, strapazzò il personale medico. Il dottor Schiedlausky assieme

a due SS si recò a prelevare 5 uomini di Sachsenhausen e li condusse, terrorizzati, dal professor Gebhardt.

Costui praticò immediatamente l’anestesia ed incise in profondità la gamba di ciascun detenuto. Nelle ferite

furono subito introdotti dei bacilli prelevati da colture necrotizzanti fornite dell’istituto d’igiene SS di

Berlino.

Prima di ripartire, Gebhardt consegnò al dottor Schiedlausky alcuni preparati a base di sulfamidici, come il

libazol ed il famoso ultraseptyl del dottor Morell. Indicatane poi succintamente la posologia, comunicò che

sarebbe ritornato il giorno dopo.

L’indomani, infatti, le cose si ripeterono nella stessa maniera: Gebhardt, imperturbabile, infettò altri 5

prigionieri. Consultò poi le cartelle cliniche di quelli il giorno precedente e, dopo aver assistito alla loro

medicazione, ripartì per Hoenlychen.

Qualche giorno dopo, quando ormai era giunto il turno degli ultimi 5 detenuti, si verificò un incidente: uno

di essi, un tedesco di circa 40 anni, rifiutò di farsi operare. Il dottor Schiedlausky cercò di convincerlo

ripetendogli la promessa di grazia, fatta a coloro che si sottoponevano agli esperimenti, ma il prigioniero

persistette nel suo rifiuto. Gebhardt, avvertito, si innervosì e dichiarò di non aver tempo da perdere con i

capricci di un condannato a morte: lo si sarebbe dovuto operare con la forza. Lo sciagurato fu trascinato

nell’infermeria, dove già erano stati operati i suoi compagni, anestetizzato e contaminato a sua volta.

Una settimana dopo Gebhardt ritornò a Ravensbruck. Egli si era tenuto quotidianamente al corrente delle

condizioni dei malati, venendo a sapere che in 13 di essi l’infezione aveva seguito il normale decorso, non

consentendo pertanto di capire come avessero esattamente agito i sulfamidici.

La loro ferita, poco profonda, non era particolarmente grave, anche se i malati, malgrado la morfina,

avvertivano forti dolori. Gli altri 2, invece, presentavano sintomi più allarmanti: la loro piaga, molto infetta,

provocava sofferenze atroci, e su di essi i sulfamidici sembravano avere poco effetto.

Alla fine i malati, dopo molte sofferenze, guarirono e furono ricondotti a Sachsenhausen. Gebhardt,

incontratosi con Himmler per riferirgli i primi risultati, si tenne sulle generali, affermando che era

impossibile giungere ad una conclusione dopo un numero così limitato di esperimenti. Contrariato,

Himmler lo autorizzò allora ad iniziare una nuova serie di esperimenti su vasta scala, chiedendoli anche di

quanti soggetti avesse esattamente bisogno. 86

Su ordine di Gebherdt, il dottor Fischer partì per Ravebsbruck, ove doveva operare su altri detenuti.

Ritornato la sera stessa ad Hohenlychen, si recò immediatamente a trovare il suo superiore.

Gebhardt non aveva previsto quel contrattempo. Anche se gli scrupoli di Fischer lo infastidivano, non osò

contraddirlo: se la cosa si fosse venuta a sapere, specialmente all’estero, i nemici del regime avrebbero

urlato allo scandalo e l’avrebbero definito un sadico carnefice. Gebhardt, invece, teneva molto alla sua

reputazione di chirurgo. Dopo aver riflettuto qualche istante, senza tuttavia trovare una soluzione, decise di

rimettersi alle autorità superiori. Il ricorso alla gerarchia era ancora il miglior mezzo di discolpa, in ogni

evenienza.

Fischer, sollevato, lasciò l’ufficio di Gebhardt, il quale, invece, non si faceva nessuna illusione sull’esito

della faccenda.

Se il trasporto dei detenuti comportava troppi problemi, Himmler non si sarebbe certo preoccupato di

qualche decina di prigioniere. Gli scrupoli morali che tormentavano il giovane Fischer non avevano mai

neppure sfiorato il capo supremo dell’Ordine nero.

Il 27 agosto 1942 nell’infermeria del campo regnava un’intensa attività. Il comandante Suhren aveva fornito

ai dottori Oberheuser e Schiedlausky una lista di detenuti che avrebbero potuto servire come soggetti degli

esperimenti. Erano tutte polacche provenienti, per la maggior parte, dalla regione di Lublino, ove la

Gestapo aveva compiuto gigantesche retate.

Schiedlausky, sempre elegante e sempre tanto interessato agli esperimenti, chiese alla dottoressa

Oberhauser di praticare essa stessa la selezione. Oberhauser accettò ed uscì dall’infermeria con una lista di

numeri di matricola. Le SS avevano trascinato di forza una trentina di prigioniere, tutte molto giovani, sulla

piccola piazza del campo, senza avvertirle di ciò che le attendeva. Una di esse, che parlava tedesco, si

lamentò di essere stata maltrattata e chiese al medico le ragioni di quell’appello. Per tutta risposta ricevette

uno schiaffo. La donna si mise a piangere, ma la dottoressa Oberhauser le intimò di smetterla, facendo al

tempo stesso allineare tutte le detenute lungo il muro. Cominciò l’appello: le prigioniere sfilavano, ad una

ad una, fermandosi davanti alla dottoressa che, esaminate rapidamente le loro gambe, dopo averle squadrate

un attimo, costituì due gruppi. Ne furono trattenute 12, mentre le altre vennero rimandate al proprio blocco.

Schiedlausky, uscito a sua volta dall’infermeria, gettò uno sguardo da intenditore di cavalli sulle donne

ferme in attesa sotto il sole, scortate da due SS.

Oberheuser, cui non andava a genio quell’SS da operetta, non lo degnò neppure di una risposta. D’altra

parte essa detestava tutti gli uomini, soprattutto quelli che si atteggiavano a seduttori, ma per Schiedlausky e

per le sue facezie galanti nutriva una particolare avversione. Egli, che ne era al corrente, non insistette.

Oberheuser accompagnò le detenute nella sala delle docce, dove le due SS che le scortavano le affidarono

alle infermiere. Quell’ansia di pulizia, in un campo dove la sporcizia era di rigore, non aveva nessun senso e

le detenute cominciarono a preoccuparsi. Le infermiere, urlando, le spingevano in malo modo, mentre la

dottoressa approfittava della nudità delle prigioniere per verificare le condizioni generali delle sventurate

cavie.

Quattro anni dopo, a Norimberga, Oberheuser tentò con ostinato accanimento di minimizzare l’importanza

della sua partecipazione ai fatti. Il procuratore sospettava che essa fosse perfettamente al corrente degli

esperimenti, quando procedeva agli esami. 87

La dottoressa, però, sostenne fino in fondo di ignorare ogni cosa: si limitava, affermò, a svolgere le sue

funzioni di medico del campo. La sua competenza si fermava lì.

Dopo la doccia e dopo aver ricevuto una camicia pulita, le detenute furono di nuovo condotte

nell’infermeria. Là un’infermiera rasò loro le gambe e, misurata la temperatura di ciascuna di esse, ordinò

che si mettessero a letto e che vi restassero stese. Una crescente inquietudine si impossessò allora delle

prigioniere: l’infermeria godeva, nel campo, di una pessima reputazione. Due si misero ad urlare che non

erano malate, supplicando che le lascassero andar via. Fiato sprecato. Un’ora più tardi, una di loro cercò di

scappare dalla finestra, ma, riacciuffata, fu bastonata e ricondotta al suo letto al quale si minacciò di legarla.

D’altra parte ogni comunicazione con l’esterno era ormai stata tagliata, in quanto né infermiere né medici

detenuti potevano accedere alla sala in cui erano rinchiuse le future cavie di Gebhardt. Le infermiere SS

vigilavano rigorosamente: se una detenuta cercava di intrufolarsi, per sapere cosa stava succedendo, veniva

immediatamente rinchiusa nel carcere segreto.

Passato qualche giorno, le 12 cavie presentarono gravi sintomi di infezione. Oberhauser e Schiedlausky

somministravano i sulfamidici con estrema parsimonia, seguendo in tal modo l’ordine di Gebhardt. Le

malate soffrivano molto e le rare iniezioni di morfina servivano a mala pena ad alleviare le loro sofferenze.

Oberheuser non sembrava eccessivamente emozionata e Schiedlausky si limitava a registrare i risultati con

la serietà imperturbabile di uno sperimentatore coscienzioso, ed a tenere il diario di quella mostruosa

avventura scientifica. Malgrado la vigile sorveglianza SS, la notizia cominciò a diffondersi: nessuno sapeva

ancora che si trattava di un esperimento medico, ma tutti si ponevano domande. Le detenute polacche

cercavano di racimolare qualche informazione, pur sapendo di rischiare pesanti pene detentive. Nonostante

tutto, le notizie a poco a poco sarebbero filtrate ugualmente.

La settimana seguente arrivò Gebhardt stesso, accompagnato dall’immancabile Fischer che non sembrava

eccessivamente scosso dal miserevole spettacolo offerto dalle cavie. Queste era ormai fermamente convinto

di servire, attraverso Gerbhardt, lo stesso Stato.

In realtà i risultati parvero a Gerbhardt tanto evidenti che egli non sentì neppure la necessità di visitare le

malate. Oberhauser, pur essendosi accorta che i sulfamidici erano stati fatti somministrare dal professor in

dosi insufficienti, non fece obiezioni. D’altra parte nessuno fiatò, neppure Rosenthal e tanto meno

Schiedlausky, che stimava l’autorità di Gebhardt sufficiente a giustificare persino un’impostura scientifica.

Quel giorno furono condotte nell’infermeria altre 12 detenute, tutte polacche, nessuna delle quali,

naturalmente, si era offerta spontaneamente. La loro resistenza era stata vinta dalla brutalità delle

sorveglianti SS. Gerbhardt ne operò 7, Fischer 5. Un’ora dopo l’automobile del professore varcava le porte

del campo. Passati 4 giorni dall’operazione, una delle pazienti, Veronica Kraska, manifestò i sintomi del

tetano. Il dottor Schiedlausky, immediatamente avvisato dalla capo infermiera, rifiutò di spostarsi e

confermò il trattamento a base di sulfamidici.

L’infermiera, che non aveva il minimo sentimento di compassione, ma che tuttavia conosceva i principi

generali del suo mestiere, si stupì della cura.

Schiedlausky sorrise con aria distaccata, facendo un segno negligente con la mano.

88

L’infermiera arrossì per l’affronto: la crudele allusione del medico SS al suo passato ed alla sua mancanza

di competenza le tolse ogni velleità di proseguire la discussione. Essa infatti era soltanto un’ex inserviente

di corsia di una clinica della capitale.

La paziente morì e Schiedlausky poté confermare a Gebhardt che i sulfamidici non avevano alcun potere

contro il tetano. Il giorno precedente la morte di Veronica Kraska, la vicina di letto di quest’ultima aveva

supplicato Oberheuser di somministrare alla sua compagna un siero antitetanico, ma la dottoressa aveva

rifiutato, minacciando al tempo stesso la detenuta che aveva osato insistere. Oberheuser, d’altra parte, aveva

stranamente rallentato le cure e la sorveglianza medica: era chiaro che meno le malate presentavano sintomi

clinici interessanti per gli esperimenti di Gebhardt, più le cure diventavano sommarie. Perciò quando era

stato evidente che Veronica Kraska sarebbe morta di tetano e che i sulfamidici non avrebbero potuto

impedirlo, Oberheuser aveva cessato di interessarsi a lei.

Durante gli ultimi due giorni di vita della malata, le sue bende non erano mai state cambiate. Schiedlausky,

poi, non aveva mai messo piede in infermeria, luogo cui si degnava di recarsi unicamente nei giorni in cui

operavano Gebhardt e Fischer. Pensava infatti che la somministrazion di qualche sulfamidico non rendesse

indispensabile la propria presenza, mentre era invece molto fiero di assistere gli illustri chirurghi SS. Tale

suo atteggiamento era condiviso dalle infermiere, che trascuravano sempre di più le malate. A poco a poco, l

parte dell’infermeria in cui erano rinchiuse le cavie cessò di essere una fortezza; ci si poteva ormai

avvicinare senza tema di essere sorpresi, poiché la vigilanza delle SS si era molto allentata. La dottoressa

detenuta Sofia Mugska riuscì a recarsi al capezzale delle operate e la notizia si sparse in un lampo. In poco

tempo tutta la colonia polacca di Ravensbruck fu informata, ma le SS, avvertite dai propri delatori, non

sembrarono particolarmente preoccupati da quelle voci.

Dopo tutto, poco importava che la cosa si risapesse: il campo era completamente isolato all’esterno,

nessuno poteva evadere, nessuna lettera vi usciva. In quanto poi alle 3 detenute liberate ogni settimana, esse

pensavano ad una sola cosa: sparire e non far più parlare di sé.

Il 4 settembre Gebhardt indirizzò un primo rapporto a Grawitz ed a Stumpfegger, medico personale di

Himmler e da quest’ultimo incaricato del coordinamento degli esperimenti. Il rapporto fu giudicato

insufficiente e Grawitz invitò Strumpfegger ad accompagnarlo a Ravensbruck, affinché, insieme, potessero

rendersi conto sul posto di come andavano le cose. Il medico personale di Himmler accettò a malincuore,

ben deciso a non lasciarsi manovrare da Grawitz.

A Ravensbruck intanto le operate erano sempre più abbandonate a sé stesse. Poiché la dottoressa

Oberheuser aveva deciso di sospendere la morfina, le sofferenze delle detenute erano terribili. Le infermiere

non si preoccupavano neanche più di cambiare le bende. Schiedlausky diede ordine di evacuare l’infermeria

per far posto ad altre cavie e le detenute furono rimandate al lavoro con le ferite ancora in supurazione.

Alcune dovevano camminare con le grucce, ma neppure ad esse erano risparmiati tormenti e botte.

Naturalmente non veniva elargito loro alcun medicinale ed era assolutamente proibito farne richiesta. La

maggior parte di loro, d’altra parte, aveva solo un desiderio: non rivedere mai più, neppure da lontano,

l’infermeria. Costoro si nascondevano nel campo, con l’aiuto delle compagne, mentre le dottoresse detenute

cercavano, nei limiti delle loro possibilità, di curarle.

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Tuttavia, poiché Oberheuser ed i medici SS vigilavano affinché nessuno, tranne loro, disponesse di

medicinali, bisognava sottrarli all’infermeria, approfittando della disattenzione della capo infermiea, una

rozza e limitata che doveva scontare nel campo una pena di 10 anni. Due malate non sarebbero mai

ritornate al proprio blocco.

Le SS avevano deciso, infatti, che le due prigioniere non avrebbero potuto ritornare al lavoro. Il

comandante del campo aveva ordinato la loro esecuzione e le detenute erano state segretamente fucilate

dalle SS. Le altre prigioniere cominciarono a porsi delle domande sulla sorte delle due compagne e le SS

tendarono di far spargere la voce che esse erano state liberate ed inviate a Lublino. L’anno seguente, però,

una detenuta polacca, addetta all’ufficio che smistava il lavoro, avrebbe per caso scoperto un documento su

cui erano scritti i nomi delle due scomparse.

Poiché gli esperimenti sui sulfamidici non erano stati comunque molto soddisfacenti, il 10 settembre 1942

Gebhardt decise di ricominciarli. Per la nuova serie di operazioni furono utilizzate anche detenute che

avevano già sopportato un intervento durante il primo ciclo. Una di esse, Wladislaea Karleska, operata due

volte da Gerbhardt e da Fischer, avrebbe raccontato il suo calvario al processo di Norimberga.

Le cavie tuttavia diventavano sempre meno arrendevoli e ciò fece moltiplicare gli episodi di violenza. Il

dottor Rosenthal, che già aveva l’abitudine di picchiare le detenute, partecipò a dei veri e propri incontri di

pugilato. Oberheuser, da parte sua, doveva spesso chiedere l’assistenza di infermiere SS per trasportare le

prigioniere in camera operatoria. Le detenute ribelli venivano rinchiuse per giorni interi, senza cibo, in un

locale tremendamente angusto e buio. Quando se ne riapriva la porta, la maggior parte delle prigioniere

giacevano prive di conoscenza. Venivano usati tutti i mezzi per spezzare la resistenza delle detenute e per

costringerle a subire gli esperimenti. Questi ultimi si svolgevano ormai nel bunker, costruzione fino a quel

momento adibita a carcere. Gebhardt, consultato in proposito, non aveva trovato nulla da ridire. Il bunker

era un luogo particolarmente lurido dove non esisteva alcuna installazione sanitaria e tanto meno per

l’asepsi. Se era solo per questo, pazienza.

Gebhardt non esitò ad infettare le piaghe con pezzi di legno, terra e vetro polverizzato. I risultati non si

fecero attendere: qualche giorno dopo la sua partenza, le infezioni divennero gravissime. Le camere delle

malate erano un vero e proprio inferno. Una ragazza di 17 anni, da poco arrivata a Ravensbruck, morì 4

giorni dopo l’esperimento in mezzo ad orribili sofferenze. Rosenthal che, supplicando di effettuare

un’amputazione per salvare la ragazza dalla cancrena, aveva rifiutato di operarla, dopo la sua morte effettuò

su di essa una sommaria autopsia. Passati 2 giorni, 3 detenute incaricate di porre in una bara la morta,

scoprirono che era stata mutilata: la gamba era stata mandata a Hohenlychen per il completamento

dell’autopsia.

Un’altra prigioniera, infettata con edema maligno, fu lasciata senza cure. Una dottoressa polacca, detenuta,

che era riuscita ad accostarsi all’ammalata, aveva constatato che era possibile allacciarle i vasi od effettuare

un’amputazione. Nessun medico SS però fece il minimo tentativo per salvare la ragazza, che morì nel giro

di qualche giorno. Gebhardt, avvertito, non modificò il programma degli esperimenti.

Questi durarono fino al mese di agosto del 1943. La maggior parte delle cavie furono operate più volte,

malgrado il loro rifiuto. 90

Il tempo stringeva: nel giro di pochi istanti Fischer si trovò già su un’automobile che vilava verso

Ravensbruck. Quel mattino Schiedlausky, avvertito da Gebhardt, si era incaricato di trovare una polacca in

buona salute. Requisite due SS, aveva fatto portare nel bunker la sventurata ed aveva effettuato su di essa

l’anestesia: tutto era pronto per ricevere Fischer. Infatti costui arrivò con la sua borsa di strumenti

chirurgici. A Normberga, durante il processo, Fischer, rispondendo al procuratore, narrò l’intervento.

In realtà le cure del dottor Stumpfegger si limitarono ad un’iniezione mortale praticata da un medico del

campo sulla detenuta polacca.

Fischer eseguì l’intervento con i propri strumenti, poiché non aveva alcuna fiducia nel materiale del campo.

Si verificò un’emorragia, in seguito arrestata da Fischer, che affidò poi la paziente a Schiedlausky. La

scapola fu immediatamente introdotta in un contenitore mantenuto ad una temperatura costante di 38°.

Fischer ripatì per Hohelynchen, dove Gebhardt e Stumpfegger attendevano febbrilmente il suo arrivo. Il

malato, di nome Ladisch, era già pronto per l’intervento. Trattandosi di un suo paziente, fu Gebhardt stesso

ad operarlo, mentre Stumpfegger si limitò ad inserire la scapola.

A Norimberga Gebhardt avrebbe ricordato l’operazione come un successo chirurgico. Non sembrò

eccessivamente preoccupato per la detenuta polacca, donatrice della scapola.

Preoccupazione inutile, dal momento che la detenuta polacca non avrebbe più avuto occasione di servirsi

del proprio braccio.

Stumpfegger non abbandonò quella strada così allettante. Preso da un’improvvisa smania di

sperimentazione, decise di effettuare a sua volta, con l’approvazione di Gebhardt e la collaborazione del

prezioso Fischer, una serie di esperimenti su vasta scala. Himmler non l’aveva forse autorizzato, senza

alcuna restrizione, a servirsi delle detenute di Revenbruck? A partire dal gennaio 1943 Stumpfegger si recò

sempre più spesso al campo: stavolta il suo interesse si era spostato sulla rigenerazione delle ossa.

All’infermeria si successero numerose detenute, alcune delle quali già usate come cavie per i sulfamidici.

Stumpfegger decise di fare un test, per il quale furono scelte due polacche. Dopo aver rotto loro una tibia,

ad una di esse venne applicato un chiodo e fatta un’ingessatura, all’altra fu soltanto fatta l’ingessatura.

Stumpfegger raccontò poi ad Oberheuser di tenere le due pazienti nell’infermeria e di alimentarle

normalmente.

Dopo 3 settimane, in presenza di Stumpfegger, furono tolte le ingessature. Il chiururgo SS, dopo aver

confrontato le cicatrizzazioni ossee, estrasse il chiodo e lasciò le operate abbandonate a sé stesse, prive di

cure e senza neppure rifare loro l’ingessatura.

Una ragazza di 16 anni fu operata per 6 volte. La prima, Stumpfegger incise il lato esterno delle due tibie; la

seconda, dopo qualche settimana, prelevò dei frammenti di ossa per farli radiografare. E continuò di questo

passo, sebbene la detenuta fosse nel frattempo diventata completamente invalida. Presto l’infermeria offrì il

doloroso spettacolo di ragazze che si trascinavano sulle stampelle ed alle quali Oberheuser e Schiedlausky,

incaricati di sorvegliare le medicazioni, non lesinavano i colpi, allorché le urla ed i pianti delle sventurate

diventavano imbarazzanti.

Stumpfegger, da parte sua, continuava imperturbabile a raccogliere dati, che riteneva molto interessanti.

Un giorno, un medico polacco, uno dei pochi detenuti sfruttato secondo le proprie competenze, ricevette la

visita di Oberheuser che conduceva da lui una detenuta. Costei, che non riusciva neppure a reggersi in piedi,

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recava sulle gambe i segni di profonde incisioni. La radiografia rivelò che frammenti di 4 – 5 centimetri

erano stati prelevati da ciascun perone e che, mentre a destra sussisteva ancora il periostio, a sinistra esso

era stato asportato. Inorridito, il medico chiese ad Oberheuser come sperasse di poter ottenere la

rigenerazione delle ossa senza il periostio.

Strumpfegger, però, oltre agli esperimenti sulle ossa, aveva allargato il campo di investigazione ai trapianti

in generale, ed in particolare poi ai muscoli ed ai nevi. Himmler, evidentemente, gli aveva dato carta bianca.

E d’altra parte chi avrebbe potuto protestare? Un gruppo di detenute tentò, malgrado tutto, di intervenire,

indirizzando una lettera di protesta a Suhren, il comandante del campo. In essa le prigioniere si scagliavano

contro gli esperimenti, reclamando al tempo stesso l’applicazione delle norme della Croce Rossa

internazionale. La lettera, naturalmente, restò senza risposta e sparì nel cestino della carta straccia del

comandante.

Il 20 aprile 1943 Fischer arrivò a Ravensbruck in compagnia di Stumpfegger. Recatisi, come d’abitudine,

all’infermeria, chiesero al medico SS Rosenthal di scegliere loro una ragazza in buona salute. Egli si diresse

allora verso un gruppo di detenute ucraine e chiamò un numero. Nessuno rispose. Ripeté il numero,

minacciando di far intervenire le guardie coi loro cani, e stavolta una ragazza uscì dalla fila. Rosenthal le

ordinò di seguirlo all’infermeria. Siccome quello degli esperimenti era ormai diventato il segreto di

Pulcinella, la ragazza dichiarò che si rifiutava di servire da cavia. Il medico SS la picchiò, cercando di

trascinarla, ma la prigioniera si dibatteva e teneva duro. Rosenthal la pestò di santa ragione, ma la ragazza,

una robusta ucraina, non si arrese ed invocò aiuto. Un’infermiera, messa in allarme dalle urla della

sventurata e dalle bestemmie del medico, si precipitò ad aiutare Rosenthal a trascinare la detenuta

all’infermeria.

Rosenthal riuscì ad anestetizzare la prigioniera e, qualche istante dopo, iniziò l’intervento, eseguito da

Fischer sotto la sorveglianza di Stumpfegger. Alla detenuta fu amputata la gamba destra, che fu

immediatamente portata a Hohenlychen. Numerose detenute videro i due medici SS uscire dalla camera

operatoria con un pacco voluminoso.

La giovane ucraina mutilata fu immediatamente rinchiusa in una cameretta da un’infermiera SS, che montò

di guardia affinché nessuno la potesse avvicinare. La sera Oberheuser le praticò un’iniezione mortale di

petrolio e se ne andò dopo aver accuratamente chiuso a chiave la porta. Durante la notte, tuttavia,

un’infermiera detenuta, che era riuscita a sottrarre la chiave, constatò con orrore che il cadavere aveva una

gamba amputata al di sopra del ginocchio.

Il giorno seguente le infermiere tedesche rinchiusero il cadavere in una bara e vigilarono affinché nessuna

detenuta vi curiosasse attorno. Esse stesse trasportarono poi la bara al forno crematorio.

Quella non fu la sola amputazione eseguita per esperimento. Schiedlausky ed Oberheuser si trasformarono

un bel giorno in psichiatri ed andarono a caccia di alienati. I loro criteri di valutazione erano alquanto vaghi:

in realtà essi si limitavano a decretare che l’una o l’altra detenuta erano “ritardate mentali”. I pazienti non

mancavano certo. Una partigiana jugoslava, chiusa da 1 mese in una prigione sotterranea, fu subito definita

pazza incurabile e dovette subire tutta una serie di amputazioni. 15 giorni dopo, Oberheuser, che aveva

ormai acquistato una certa pratica con una siringa dell’anestesia, abbreviò le sue sofferenze.

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Una detenuta tedesca, nemica del regime in quanto seguace dei Testimoni di Jehova, e definita pazza perché

rifiutava di lavorare, subì la medesima sorte.

Proprio in quel periodo Stumpfegger decise di “controllare istologicamente i differenti stadi della ricerca

tissulare”. Gebhardt, consultato in proposito, trovò, in quanto chirurgo, interessante l’esperimento.

Via libera, dunque. Dalle gambe delle detenute furono prelevati dei pezzi di muscolo e quando la piaga si

era cicatrizzata, Stumpfegger ne asportava subito degli altri. Si fermava solo quando non restava altro che

pelle ed ossa. Naturalmente per avvicinarsi il più possibile alle condizioni del fronte, non veniva presa

alcuna precauzione igienica. Il 15 settembre 1943 una detenuta, già operata due volte da Gebhardt e 2 da

Stumpfegger, fu prelevata mentre ritornava al suo blocco. Condussero la sventurata, che a mala pena

riusciva a camminare, nel bunker dove Stumpfegger la sottopose ad un altro intervento. Il mattino seguente,

quando la detenuta aprì gli occhi, constatò che i suoi piedi non erano neppure stati lavati ed erano ancora

ricoperti di fango.

Alla fine del 1943, Stumpfegger, soddisfatto dei risultati, decise di sospendere gli esperimenti. Il numero

complessivo delle cavie utilizzate da lui e da Fischer ammontava a circa 75. Coloro che erano sopravvissute

presentavano delle infermità irreversibili.

Il 4 febbraio 1945 il capoblocco procedette all’appello delle detenute ed intimò loro di non uscire dal blocco

il giorno seguente. Le prigioniere furono invase dal panico, comprendendo che stavano per essere fucilate.

Le SS, non facendosi più alcuna illusioni sulle sorti della guerra, erano contrarie a lasciare dietro di sé

tracce tanto flagranti dei propri misfatti. Malgrado la sorveglianza, le informazioni erano ugualmente

filtrate ed il governo polacco in esilio, informato degli esperimenti, aveva condannato a morte in

contumacia Gebhardt e numerose SS. Sapendo ciò, esse fecero di tutto per far scomparire le prove.

Quella sera un allarme aereo seminò il panico nel campo. Sconvolte, le SS cercarono dapprima di reagire,

ma poi l’unica loro preoccupazione fu quella di mettersi in salvo: le fortezze volanti si stavano avvicinando

e già si poteva udire il rombo dei loro motori. Infine gli aerei si alzarono molto di quota e si diressero verso

sud. L’incursione aveva come meta i sobborghi di Berlino.

Tuttavia, quando le SS ripresero in mano la situazione, il blocco delle cavie era vuoto. Il comandante del

campo, fuori di sé dall’ira, ordinò di ritrovarle. Esse però risultarono irreperibili, nonostante le minacce ed i

vari tentativi di corruzione messi in atto dalle SS. D’altra parte queste ultime non svolgevano certo con

passione il proprio lavoro. Gli augizzini SS erano più preoccupati di trovare un mezzo per mettersi in salvo,

che di mettere le mani sulle cavie invalide.

A Ravensbruck le detenute furono finalmente liberate dall’incubo degli sperimentatori di Hohenlychen: la

vita, nel campo, era sempre terribile, ma ora si correva meno il rischio di passare dall’infermeria al forno

crematorio.

Schiedlausky scomparve nel dicembre del 1943 ed il dottore che subentrò al suo posto non si dimostrò

affatto migliore di lui. Perry Treite, il cui nome potrebbe far sorgere qualche dubbio, era invece un fanatico

nazista.

In effetti costui, figlio di madre inglese, aveva dei modi da ragazzo di buona famiglia, riservato, colto e di

animo alquanto sensibile. Tutto ciò in apparenza, perché in realtà quel giovane borghese depravato si rivelò,

nel momento stesso in cui entrò nel campo, come un individuo violento, bruto e sadico. Arrivato a

93

Ravensbruck un po’ prima che terminassero gli esperimenti, non si fece di sicuro pregare per parteciparvi.

Quell’intellettuale dai gesti lenti e misurati e di natura freddolosa, si specializzò nella tortura psicologica.

Anche Herta Oberheuser lasciò il campo: Gebhardt per ringraziarla della sua collaborazione, la condusse

con sé a Hohenlychen.

Le detenute invece dovettero attendere più di 1 anno per essere liberate. In realtà, verso la fine del 1944, le

SS, divenute sempre più inquiete per l’avanzata russa, riunirono in uno stesso blocco tutte le prigioniere

operate. Non fornirono alcuna spiegazione in merito, ma le sventurate furono assalite dai peggiori sospetti.

Le condizioni di vita erano terribili, poiché la popolazione del campo si era accresciuta, da quando era stata

evacuata Auschwitz. Il cibo, già pessimo, divenne addirittura schifoso; la minestra, poi, cominciò a

somigliare sempre di più all’acqua calda.

Nel frattempo le notizie delle offensive russe ed alleate cominciarono a circolare clandestinamente nel

campo: l’armata russa era solo a qualche decina di chilometri. Nel blocco delle cavie a poco a poco

rinacque la speranza. Le SS, intuendo che il loro regno stava pr crollare, si vendicavano inventando nuovi

soprusi. Il comandante del campo ordinò di sorvegliare particolarmente le detenute utiilizzate da Gebhardt e

Stumpfegger. Alcune di esse, essendo ancora malate, non potevano uscire dal proprio blocco e dovevano

rimanere per interminabili giorni nella puzza e nelle immondizie.

I servizi di informazione dell’esercito, Abweher, erano molto evasivi riguardo alle possibilità ed alle

intenzioni degli Alleati occidentali. I rapporti segreti che frequentemente pervenivano al Quartier Generale

non contenevano nulla che autorizzasse a pensare ad una guerra chimica imminente, tuttavia vi era un uomo

che da lungo tempo la temeva: Heinrich Himmler, il Reichfuhrer SS.

Questa era una delle idee del Reichsfuhrer che da anni non spetteva di ripetere che bisognava equipaggiarsi

in vista della guerra chimica. I generali di Hitler, gelosi delle proprie prerogative, non avevano dato

eccessiva importanza alle parole del capo SS che, per loro, non era un vero militare. La tacita rivalità

esistente fra lo stato maggiore dell’esercito e quello delle SS si era per questa ragione ulteriormente

inasprita.

Il Fuhrer stesso non sembrava meglio disposto e, pur continuando a promettere di mettere allo studio tale

progetto, non dava tuttavia alcuna direttiva precisa.

Due anni dopo, a Pasqua del 1942, Wolfram Sievers, amministratore generale dell’Istituto “Eredità degli

Avi”, incontrò Himmler al Quartier Generale del Fuhrer. In quel periodo non si parlava d’altro che della

guerra contro la Russia, rivelatasi quanto mai ardua. L’inverno era stato particolarmente rigido e la

Wehrmacht aveva pagato molto cara la strategia del Fuhrer. Le perdite infatti erano state ingenti: su 162

divisioni, 8 soltanto erano ancora in condizione di combattere; alle 16 divisioni blindate erano rimaste

unicamente 140 carri armati funzionanti, cioè un numero appena sufficiente a formare una sola di esse.

Tuttavia le notizie che giungevano dal fronte orientale non allarmavano particolarmente l’ottimista

Reichfuhrer ed il suo fedele Sievers. Quest’ultimo, sapendo quanto il capo SS fosse impuntato sui casi

asfissianti, approfittò dell’incontro per raccomandargli vivamente August Hirt, affermando che costui,

docente dell’Università di Strasburgo, era molto più esperto sull’isprite di Sonntag, che aveva collezionato

soltanto fallimenti. Himmler colse la palla al balzo. 94

Sievers scrisse immediatamente, su carta intestata dell’Ahnenerbe, a Hirt, che risiedeva a Strasburgo, a quel

tempo annessa al Reich come tutta l’Alsazia Lorena.

Neppure Hirt nascose la sua soddisfazione. Per festeggiare il proprio successo, entrambi si recarono a

pranzo nel miglior ristorante della capitale.

In realtà Hirt e Sievers erano due vecchi compari e la loro intesa non risaliva alla Pasqua del 1942. Sievers,

lo strano amministratore generale dell’Ahnenerbe, era un personaggio ambiguo. Egli era al tempo stesso un

docile ed efficace strumento per realizzare le manie di sperimentazione di Himmler, nonché il suo

procacciatore di scienziati. Le SS infatti reclutavano tramite l’Ahnenerbe un elevato numero di esperti, di

cui l’Istituto si serviva per i più diversi tipi di ricerche.

Scopo dell’Ahnenerbe, organismo scientifico, era quello di ricercare la collaborazione, lo spirito ed i

caratteri della razza indo – germanica, e di divulgare i risultati di tali studi sotto una forma accessibile.

Sievers, che aveva grandi poteri su quell’organismo tipicamente nazista, in realtà faceva il doppio gioco.

Pur essendo al servizio di Himmler era anche, nell’ambito delle SS, il cavallo di Troia di un gruppo della

resistenza antinazista: il gruppo Hielscher. Grazie a Sievers numerosi nemici del regime erano riusciti a

sfuggire alle indagini della Gestapo e degli altri servizi di sicurezza.

Durante il pranzo, Sievers raccontò a Hirt gli esperimenti sulla resistenza ad alte quote compiuti da Rascher

e da Romberg. Egli aveva appena assistito ad uno di essi nel campo di concentramento di Dachau. Hirt, che

segretamente sognava di fare esperimenti su esseri umani, lo subissò di domande, cui Sievers rispose molto

volentieri. Egli infatti sapeva che da lungo tempo la cosa interessava vivamente il professore di Strasburgo,

che fin dal 1941 aveva mandato a Sievers un lungo rapporto.

In particolare vi si leggeva: “Dopo aver preso le fotografie, rivelato le misure ed altri dati della testa e dello

stesso cranio, le ricerche di anatomia comparata e quelle sulla razza, basate sui dati patologici della forma

del cranio, delle dimensioni del cervello e su molti altri indizi, potranno cominciare”.

Sievers e Hirt si salutarono sul marciapiede della stazione. Hirt rientrò a Strasburgo: l’incontro con Heinrich

Himmler gli aveva conferito un’aureola prestigiosa.

Il personaggio di Hirt era formato da un miscuglio di presunzioni scientifiche, di follia demoniache e di

eccezionale brutalità. Egli, fierissimo di indossare l’uniforme SS e convinto della supremazia della razza

germanica e delle idee nazionalsocialistiche, intraprese, di propria iniziativa, lo spionaggio sistematico sui

colleghi dell’università di Strasburgo.

Aveva un viso tondo, naso grosso e labbra tanto sottili da sembrare appena tratteggiate sotto i radi baffi. In

generale ispirava più paura che rispetto. Perfettamente conscio dell’opposizione che avrebbe potuto

incontrare la sua frenesia di esperimenti, specie da parte dei colleghi francesi, egli terrorizzava tutti coloro

che lavoravano con lui.

Appena rientrato a Strasburgo, Hirt si affrettò a redigere il rapporto richiesto da Himmler. Nel giro di 15

giorni, il rapporto era terminato, ed egli lo inviò immediatamente a Sievers, unendovi una lettera in cui gli

chiedeva di trasmetterlo al Reichfuhrer nel più breve tempo possibile. Hirt aveva moltissima fretta.

Da Berlino, il 2 giugno 1942, Sievers indirizzò subito il rapporto di Hirt a Rudolf Brand, insistendo sulla

necessità di accelerare le formalità amministrative. 95

Brandt che da mesi teneva a giacere circa 3.500 lettere sugli argomenti più vari, trasmise immediatamente il

rapporto di Hirt. Himmler, la cui scrivania era ugualmente ingombra di pratiche inevase, leggeva invece

attentamente quelle concernenti gli esperimenti da lui autorizzati. Quando Brandt gli aveva segnalato

l’arrivo del rapporto di Hirt, Himmler, che aveva una memoria prodigiosa, ricordò, in tutti i particolari, il

suo incontro col docente di Strasburgo.

A tanto voleva arrivare Himmler. Le SS non dovevano somigliare a quella banda di avventurieri, cioè alle

SA: a questo scopo aveva fondato degli istituti di ricerche, specificatamente SS e posti soltanto sotto il suo

controllo, dove i suoi esperti avrebbero dato il via ad una nuova scienza, ossia quella nazionalsocialista. Se

qualcuno riusciva a convincerlo dell’utilità delle proprie ricerche, Himmler si trasformava addirittura in

mecenate. Il rapporto di Hirt, abilmente redatto, lo colpì favorevolmente. Nel medico di Strasburgo

Himmler intuì una determinazione, pari alla sua, di preparare l’esercito tedesco a respingere un eventuale

attacco con gas asfissianti. L’ossessione personale del Reichfuhrer avrebbe dunque favorito

considerevolmente le ambizioni del docente.

Hirt infatti era stato una delle vittime della mobilitazione. Gli ordini del Fuhrer erano stati tassativi: quali

che fossero gli esperimenti o gli studi in corso, ogni tedesco in grado di tenere un’arma doveva raggiungere

la propria unità. Poi era venuta la breve campagna di Francia, terminata con la vittoria, e Hirt, nominato

docente all’università di Strasburgo, città finalmente riconquistata, aveva immediatamente ripreso le sue

ricerche, che non aveva tuttavia completamente abbandonato neppure durante le operazioni belliche.

Il 10 giugno Himmler, soddisfatto di aver finalmente scoperto un suo esperto sull’iprite, telefonò a Sievers.

Sievers si affrettò ad assicurare Himmler che tutto sarebbe stato perfettamente predisposto. Il Reichfuhrer,

d’altra parte, non era abituato a sopportare il minimo ritardo nell’applicazione delle sue direttive.

Il 16 giugno 1942, Sievers arrivò a Strasburgo, ove era atteso impazientemente da Hirt. Quel giorno fra i

due compari si svolse un sottile duello. L’amministratore dell’Ahnenerbe infatti non vedeva, in fondo, di

buon occhio che la sua organizzazione fosse responsabile del lato amministrativo degli esperimenti che Hirt

stava per intraprendere. Il loro carattere criminale, le sofferenze e le morti che essi avrebbero provocato,

non sfuggivano a Sievers. Senza scoprire il suo gioco, egli suggerì a Hirt di far patrocinare le sue ricerche

direttamente dalle SS. Così in caso di catastrofe, il prudente Sievers avrebbe potuto trincerarsi dietro le

responsabilità assunte da Grawitz.

Di fronte alla violenta reazione di Hirt, l’amministratore dell’Ahnenerbe non insistette. In fondo gli

esperimenti avrebbero potuto essere interessanti. Forse non vi sarebbe stata una catastrofe finale e neppure

gli esperimenti sarebbero mai stati resi noti.

Sievers, abbandonato il suo iniziale progetto, riferì gli ordini del Reichfuhrer.

Sievers approvò con la testa. Quelle considerazioni morali lo urtavano, ma egli cercò, per quanto poteva, di

nascondere la sua irritazione. Egli concluse mettendo al corrente il medico di Strasburgo su tutti i dettagli

amministrativi concernenti i suoi futuri esperimenti.

L’incontro fra i due terminò con un abbondante pranzo offerto dal riconoscente Hirt che, prima di salutare

l’amministratore dell’Ahnenerte, si dichiarò certo di poter mandare entro breve tempo al Reichfuhrer un

rapporto completo contenente risultati sicuramente sorprendenti.

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Appena partito Sievers, Hirt si mise in contatto col comandante del campo di Natzeiler – Struthof, di nome

Hutting, e col suo assistente Joseph Kramer, che gli assicurarono la loro più completa collaborazione: gli

esperimenti avrebbero potuto cominciare fin dall’autunno.

Natzweiler presentava la particolarità di essere il solo campo di sterminio collocato dai nazisti in territorio

francese. Situato sul versante destro della vallata della Bruche, esso cominciava circa 200 metri sopra

l’albergo dello Struthof. Prima della guerra gli abitanti di Strasburgo sceglievano quel luogo come meta di

passeggiate, durante l’estate, e per sciare durante l’inverno.

Alla fine del 1941, alcuni detenuti, provenienti da Sachsenhausen, avevano cominciato la costruzione delle

baracche. La pianta del campo era semplice: due file di 18 baracche, scaglionate lungo il pendio.

Come a Buchenwald, le SS avevano provato un piacere tutto particolare nel far arrampicare, al momento

della sua costruzione, i detenuti, pesantemente gravati, lungo le salite scoscese.

Addentrandosi nel campo, si scorgevano sei blocchi identici: uno serviva da cucina e gli altri 5 da

infermeria. Là il professor Hirt realizzò la maggior parte dei suoi esperimenti.

Per più di 1 ora i detenuti rimasero in attesa davanti all’infermeria, sottoposti alle brutalità delle SS. Infine,

alle 10 del mattino, i kapò, fattili entrare in una piccola stanza, li immersero in vasche piede di acqua satora

di creosolo. Tale soluzione che aveva la proprietà di eliminare qualsiasi tipo di parassita, causava anche

terribili bruciori sulle piaghe, per esempio quelle dovute alle morsicature infette di cani. Schiene e gambe

dei prigionieri ne erano appunto cosparse.

Gli uomini, che urlavano per il dolore e cercavano di scappare, venivano riafferrati, picchiati e rituffati di

forza nelle vasche.

Dalla sala di disinfezione i detenuti furono trasferiti all’infermeria dove, con loro grande stupore, li

aspettava un abbondante pasto su cui essi si tuffarono affamati. Alcuni che, malgrado tutto, erano

preoccupati da quello strano trattamento di favore, cercarono di ottenere qualche informazione dai kapò, i

quali però quel giorno si erano chiusi in un totale mutismo.

I detenuti non credevano alle proprie orecchie: cosa si nascondeva dietro tutte quelle gentilezze? Cominciò

l’attesa, un’attesa angosciosa e più terribile della peggior tortura.

I detenuti ascoltavano in silenzio le dichiarazioni subdolamente tranquillizzanti di Hirt. Nessuno di loro

nutriva la minima fiducia nelle assicurazioni del professore di Strasburgo. Seguì un nuovo silenzio. Hirt

attese qualche minuto, ma nessuno alzò la mano.

Le SS avevano naturalmente predisposto tutto per mantenere segreti gli esperimenti che conducevano nei

campi, tuttavia i frequenti trasferimenti di prigionieri da un campo all’altro fecero sì che presto

cominciassero a circolare fra i blocchi le notizie. Le infermità e le morti che spesso erano il risultato di tali

ricerche, seminavano dappertutto il terrore.

Date queste premesse, chi avrebbe potuto offrirsi volontario? I detenuti inoltre sapevano che le promesse

misure di clemenza erano soltanto un inganno.

Quel giorno Hirt, prima di lasciare il campo, diede a Kramer le ultime istruzioni sulla preparazione delle

future vittime. Kramer l’ascoltò prendendo appunti, ben deciso a collaborare validamente agli esperimenti.

97

Alle 4 del pomeriggio, Hirt ed il dottor Wimmer lasciarono il campo, mentre il comandante Kramer ritornò

all’infermeria per controllare i preparativi. Le SS avevano diviso i soggetti in due gruppi di 15, sistemandoli

in camere separate. Le condizioni in cui erano alloggiati erano decenti. Gli sventurati avevano a

disposizione, per la prima volta dal loro arrivo al campo, un minimo di spazio per dormire e riposare.

Il 23 ottobre, due settimane dopo, tutto era finalmente pronto per gli esperimenti. Hirt ed il suo inseparabile

Wimmer si recarono a Natzweiler. Kramer lo aveva sollecitamente informato per telefono sulle condizioni

delle cavie.

I detenuti dei due gruppi, ben nutriti da 15 giorni, erano stati quel mattino riuniti dagli infermieri aiutati da

alcune SS con i mitra in pugno. Fu dato loro ordine di spogliarsi completamente ed essi compresero,

dall’impazienza dei guardiani che gli esperimenti sarebbero stati effettuati proprio quel giorno.

Hirt aveva fatto sgomberare un vicino dormitorio, trasformandolo in quello che egli chiamava

pomposamente il suo laboratorio. Là i detenuti furono condotti, uno alla volta. Wimmer seduto ad un tavolo

prendeva accuratamente nota dei loro nomi.

Ferdinand Holl, infermiere a Natzweiler ed egli stesso detenuto politico, avrebbe testimoniato in seguito al

processo di Norimberga. Il suo lavoro, quel giorno, consisteva nel mantenere il braccio di ciascun soggetto,

mentre Hirt deponeva una goccia di iprite liquida qualche centimetro sopra l’avambraccio.

Gli uomini si dibatterono ed alcuni si misero ad urlare. Nel gruppo cominciò a serpeggiare l’angoscia, ma le

minacciose SS erano là, pronte a ridurli al silenzio con qualche colpo inferto con il calcio del mitra.

I 30 detenuti furono così contagiati, poi, sempre uno alla volta, furono ricondotti al loro dormitorio, ove

ricevettero l’ordine di rimanere sdraiati per 1 ora col braccio teso. Quelli che cercavano di abbassarlo o di

sedersi venivano brutalmente richiamati all’ordine.

Hirt e Wimmer, cui la seduta non aveva preso più di 1 ora, impartita qualche breve raccomandazione,

ripartirono dopo aver preannunciato il loro ritorno per la fine del pomeriggio.

I detenuti, cui era stato concesso di sdraiarsi sul letto, spiavano ansiosamente le reazioni del del proprio

organismo. Per qualche ora non successe niente ed i prigionieri cominciarono, a poco a poco, a sentirsi

sollevati: forse il professor Hirt non aveva mentito asserendo che l’esperimento sarebbe stato indolore; e

forse, grazie ad esso, sarebbero riusciti ad ottenere la libertà promessa. Continuarono a formulare tra sé le

ipotesi più ottimistiche. La sera ritornarono Hirt e Wimmer, accompagnati da un fotografo che da quel

momento avrebbe sempre presenziato ad ogni loro visita. Essi si trattennero molto poco: il medico SS si

limitò a prendere qualche annotazione sulle condizioni generali delle cavie. Circa 6 ore dopo l’inizio degli

esperimenti, cominciarono a manifestarsi i primi segni di ustione e Hirt, immediatamente avvertito, ritornò

a Natzweiler.

Il professore di Strasburgo camminava fra i letti, insensibile ai pianti ed ai lamenti, ordinando differenti

terapie. Queste ultime erano l’unica cosa che lo interessasse veramente.

Egli conosceva bene gli effetti dell’iprite liquida e gli premeva cercarne il rimedio: furono dunque applicate

sulle ustioni vari tipi di pomate e di altri medicinali. Alcuni soggetti furono lasciati privi di cure, poiché

dovevano servire come confronto. 98

Le sofferenze causate dall’iprite aumentarono rapidamente e la prima notte fu particolarmente dolorosa. In

realtà nei blocchi adiacenti all’infermeria nessuno riuscì a chiudere occhio, udendo gli urli strazianti dei

propri compagni.

Il giorno seguente, 24 ottobre, le ustioni si erano notevolmente aggravate, estendendosi in alcuni casi a tutto

il corpo. Hirt scattò fotografie su fotografie. Il professore, che diffidava anche dei suoi collaboratori, si fece

consegnare i rullini e li portò con sé.

Qualche giorno dopo, il 29 ottobre, le condizioni dei malati peggiorarono: le ustioni superficiali dei primi

giorni si erano trasformate in orribili piaghe che ricoprivano gli avambracci e le mani.

Le camere in cui erano ricoverate le cavie divennero l’inferno; le infermiere che dovevano rimanere di

giorno e di notte, sopportavano sempre meno lo spettacolo di quelle sofferenze deliberatamente inflitte.

Hirt, per nulla turbato, e preoccupato solo dei risultati, continuava le sue visite quotidiane, sempre

accompagnato da Wimmer e dal suo fotografo. Prendeva accuratamente nota delle differenti evoluzioni

della malattia, dovute ai diversi trattamenti da lui prescritti.

Il sesto giorno, il comandante Kramer, sconvolto, telefonò a Hirt per annunciargli la morte di uno dei suoi

soggetti. Il professore non ne fu sorpreso: fin dall’inizio degli esperimenti era stata prevista la morte di un

certo numero di cavie. Egli prese dunque atto della notizia e diede rigorose direttive: il comandante doveva

vigilare affinché nessuno toccasse, per qualsiasi ragione, il cadavere. Kramer ordinò a due infermiere di

vigilare il morto per tutta la notte.

Il mattino seguente, quasi all’alba, Hirt fece irruzione a Natzweiler e i precipitò all’infermeria, senza

neppure recarsi a salutare Kramer. Come al solito, era accompagnato da Wimmer e dal fotografo.

Hirt procedette ad una rapida autopsia. Il cadavere, dopo essere stato a lungo fotografato, fu trasportato,

sotto lo sguardo sconvolto dei detenuti, in un locale dell’albergo Struthof, riservato all’Ahnenerbe. Venne

assegnato a due polacchi il compito di portare la barella.

Il professor Hirt pensava infatti che la dissezione degli organi gli avrebbe permesso di scoprire il metodo

migliore per curare le ustioni da iprite. Tuttavia, non essendo chirurgo, chiese che il dottor Bogaert venisse

ad assisterlo in quell’operazione di capitale importanza per il successo dei suoi esperimenti. Hirt e Wimmer

entrarono nella piccola sala per autopsie, messa loro a disposizione da Kramer. Qualche minuto dopo

furono raggiunti dal chirurgo Bogaert, dall’infermiere e dal fotografo. Si diede subito inizio alla dissezione.

Holl tese bisturi e pinze al chirurgo. Hirt controllava ogni gesto, irritandosi ogniqualvolta il bisturi sfiorava

un organo. Egli fece così prelevare il cervello, il fegato, i reni, le ghiandole surrenali, il cuore, le appendici,

alcuni gangli, i testicoli e dei frammenti di pelle.

Ogni organo venne deposto con precauzione in un contenitore di vetro su cui fu posta un’etichetta prima di

essere avvolto in una carta nera.

Il giorno seguente la notizia dell’autopsia si sparse nel campo. Il comandante Kramer, fuori di sé, cercò di

scoprire il od i colpevoli che avevano tradito il segreto, ma invano. Così, malgrado le rigorose misure di

sicurezza imposte dalle SS, a Natzweiler si finì per sapere tutto.

Alla fine di dicembre, Hirt considerò terminata la prima serie di esperimenti. Ne diede subito notizia al

comandante Kramer. 99

Le SS decisero allora di trasferire le cavie in un altro campo. Appena i malati ebbero la forza di reggersi in

piedi, furono fatti scendere, insieme ad altri detenuti, fino alla stazione di Rothau, ove salirono su un

convoglio di cui era ignota la destinazione. Alla fine della guerra non risultò sopravvissuta nessuna cavia.

L’11 gennaio 1943, due SS di Natzweiler si presentarono all’università di Strasburgo e, recatesi nel reparto

di Hirt, gli consegnarono i contenitori in cui si trovavano gli organi prelevati durante le dissezioni.

Qualche giorno dopo, Hirt ordinò a Scmidt di eseguire un lavoro urgente. Hirt estrasse dall’armadio –

archivio uno dei suoi preziosi contenitori. Un po’ più tardi, Wimmer consegnò a Schmidt un rullino di foto

scattate al microscopio raccomandandogli di averne particolarmente cura.

Una sera in cui era solo, Charles Schmidt penetrato all’interno del laboratorio, riuscì a sottrarre l’etichetta di

uno dei contenitori che formavano la collezione. Desiderava conservarla come eventuale corpo di reato.

Avrebbe dovuto attendere 4 anni, prima di poterla presentare ai giudici di Norimberga.

Nel cortile interno di Natzweiler il comandante Kramer urlava i suoi ordini: era in uno dei suoi giorni neri. I

kapò e le SS cercavano intanto dei detenuti polacchi che si erano sottratti all’appello.

Tutti i prigionieri sapevano ora ciò che succedeva a coloro che avevano la sventura di cadere nelle mani del

dottor Hirt. La voce della morte di 8 cavie aveva fatto il giro del campo, voce che neppure la ancor più

brutale crudeltà delle SS era riuscita a soffocare.

Hirt utilizzò in tutto per le sue ricerche 4 gruppi di 30 detenuti ciascuno. Un prigioniero olandese, Broers,

raccontò a Norimberga come si svolse la seconda serie di esperimenti.

Per ogni serie di esperimenti, 1/3 dei soggetti moriva prima della fine del trattamento. Dei 120 tra polacchi

e russi che Hirt e Wimmer utilizzarono, si pensa che ne morirono una quarantina. L’autopsia era praticata da

un detenuto belga, il chirurgo Bgaert.

Per parecchie settimane il professore di Strasburgo ed il dottor Wimmer lavorarono instancabilmente alla

stesura del loro rapporto; poi lo inviarono, in triplice copia, al servizio centrale SS, alla Luftwaffe ed alla

Cancelleria del Reich. L’ambizioso Hirt teneva particolarmente a che il suo rapporto fosse pubblicizzato al

massimo. Questo rapporto, detto segretissimo ed anche “affare segreto del Reich”, fu così mandato a

Himmler, al medico generale Handloser ed a Lammers, tre delle più alte autorità del regime. Infatti il

rapporto di Hirt non era solo un resoconto scientifico di tutti gli esperimenti crudeli di Natweiler, ma era

anche un atto politico che avrebbe permesso al professor Hirt di conquistarsi il suo posto al sole tra le

maggiori autorità mediche del Terzo Reich.

In poco tempo Hirt divenne uno dei medici più famosi del Terzo Reich ed una personalità scientifica di

rilievo negli ambienti dirigenti nazisti. Il suo rapporto del resto rispondeva ad una sorda preoccupazione. Al

quartier generale di Hitler si temeva che il nemico scatenasse la guerra chimica. I servizi di spionaggio

tedeschi fornivano solo vaghe valutazioni sul potenziale e sulle intenzioni degli inglesi, dei russi e degli

americani in proposito.

Il 1° marzo 1944 il commissario alla Sanità Karl Brandt fu incaricato da Hitler di preparare la Germania ad

affrontare un’eventuale guerra chimica. Questa decisione era la conseguenza diretta di una vasta operazione

di propaganda condotta dai servizi segreti russi. Dall’inizio del febbraio 1944, la centrale di Mosca,

utilizzando intensamente i suoi agenti segreti introdotti tra le file dell’Abwehr e della Gestapo, aveva fatto

100

credere ai tedeschi che l’esercito russo era sul punto di scatenare un gigantesco attacco per mezzo dei gas

contro la Wrhrmacht e persino contro alcune città tedesche intensamente popolate.

Parecchi generali medici come Handloser ed il generale SS Juettner, ed alcuni gerarchi del regime come

Bormann e soprattutto Himmler rimasero vittime di questa campagna. Una vera e propria psicosi si

impadronì degli uni e degli altri.

Il 27 maggio un gruppo di 28 detenuti polacchi entrò nel campo di Schirmeck, dove fu rinchiuso in una

baracca. Joseph Kramer, comandante del campo di Schirmeck, che dipendeva da Natzweiler, ordinò di

pulire il dormitorio dei nuovi venuti con una soluzione di lysol, un disinfettante usato contro le mosche, le

pulci e le cimici: Haagen, per i suoi esperimenti, voleva dei locali puliti.

Qualche giorno dopo arrivarono Haagen ed il suo assistente Graefe, accompagnati da una laboratorista

tedesca. Essi fecero chiamare i capi dell’ufficio medico del campo, uno studente in medicina tedesco ed un

detenuto francese preposto all’infermeria.

Il comandante del campo, il suo aiutante, lo studente e l’infermiere, furono vaccinati con il normale vaccino

antitifico dell’Istituto Robert Koch. In seguito furono portati nell’infermeria i prigionieri polacchi, che

subirono un trattamento del tutto diverso. Fu iniettato loro un liquido sconosciuto, portato da Haagen, senza

che ne fosse specificata la natura. Nessuno fu sottoposto a visita medica preliminare e non fu presa nessuna

precauzione antisettica in vista della vaccinazione. Lo stesso ago, senza essere disinfettato, servì per i 28

detenuti, che furono poi rimandati al loro blocco.

Il terzo giorno morì un secondo detenuto. Haagen, per nulla sconvolto da quella notizia, spiegò

all’infermiere che quelle morti erano del tutto prevedibili.

La febbre sarebbe durata una settimana ed avrebbe lasciato gli uomini sfiniti ed indeboliti. Il medico non si

sarebbe più occupato di loro appena la febbre cominciato ad abbassarsi. Egli avrebbe poi preteso una

dichiarazione sotto giuramento firmata dall’infermiere del campo, in cui questi dichiarava di non rivelare

nulla di ciò che aveva visto o sentito.

Il 12 dicembre 1943 un gruppo di zingari di Auschwitz – Birkenau arrivò a Natzeiler. Le S sorvegliavano lo

sbarco di quegli stracci di uomini che da 3 gironi viaggiavano in carri bestiame senza cibo e senza acqua.

La neve ed il vento spazzavano i marciapiedi della stazione in cui le SS, imbacuccate nelle loro uniformi,

attendevano “le ultime merci”, come dicevano ridendo.

Le porte dei vagoni furono aperte. Figure sconvolte, intirizzite, perché coperte solo da un vestituccio a

righe, saltarono o caddero sul marciapiede.

Le SS aspettavano 100 detenuti, ma dopo averli contati, ne trovarono solo 82: 18 erano morti durante il

viaggio. I corpi giacevano nei vagoni: gli uomini validi li avevano semplicemente spinti negli angoli per

avere più posto a disposizione. Fu allora ordinato ai prigionieri più resistenti di portare i cadaveri fino al

campo.

Le percosse ed i morsi di cane riuscirono a far avanzare la miserabile colonna sui pendii che conducevano a

Natzweiler. Le SS cacciavano e minacciavano i curiosi od i contadini che guardavano passare il corteo.

Il mattino dopo prestissimo Haagen, felice, si precipitò a Natzweiler. Gli zingari erano ammucchiati in un

blocco provvisorio. 101

A Strasburgo Haagen si era amaramente lamentato con Hirt per la mancanza di riguardo dei servizi SS nei

suoi confronti. Hirt cercava di giustificare Berlino.

Sievers si affrettò a rimediare allo “spiacevole errore”. I servizi di ispezione dei campi di concentramento

furono debitamente incaricati di mandare a Natzweiler degli “zingari decenti”: dopo parecchie difficoltà, le

SS di Auschwitz riuscirono a raggruppare 90 “zingari decenti” ed a spedirli a Natweiler verso la fine di

gennaio del 1944. Osserviamo che gli zingari furono, come gli ebrei, i più “apprezzati” dai medici SS per i

loro esperimenti.

Questa volta Haagen era soddisfatto: i detenuti erano in buona salute ed egli cominciò la sua nuova serie di

esperimenti.

I prigionieri furono sistemati nel blocco 5 e furono prese particolari disposizioni. Il kapò incaricato di

sorvegliarli, un detenuto del Lussemburgo, avvertì il nuovo infermiere, un medico francese prigioniero,

Henrì Chretien.

I soggetti erano terrorizzati. Era proibito loro uscire e comunicare, in qualsiasi modo, con gli altri detenuti

del campo. Naturalmente essi non sapevano nulla della sorte che sarebbe toccata loro. Haagen aveva

ordinato che fossero divisi in due sale ed essi avevano a mala pena il diritto di parlare tra di loro.

Nei primi giorni di febbraio Haagen passò all’azione: fece sfilare davanti a sé i 40 occupanti della prima

sala e somministrò a ciascuno il vaccino antitifico. Il kapò, seduto ad una tavola, annotava i numeri di

matricola man mano che gli uomini passavano davanti a lui.

Qualche giorno dopo il medico francese fu convocato nel laboratorio, gli ordinarono di mettersi a torso

nudo e, senza fornirgli la minima spiegazione, lo vaccinarono.

A poco a poco le misure prese per isolare gli zingari dal resto della popolazione del campo divennero

draconiane. Ormai era formalmente vietato a chiunque di avvicinarsi al blocco 5, mentre gli infermieri

addetti al blocco non potevano più uscirne. Di nuovo voci preoccupanti si diffusero all’interno del campo.

Si diceva che erano in corso esperimenti di immunizzazione contro il tifo esantematico, il più virulento che

a quell’epoca si conoscesse. La collezione di cavie e di sorci del professor Haagen era nota a tutti ed era

considerata un vero e proprio serbatoio di virus.

Quando in seguito, a Norimberga, l’imputato Haagen fu interrogato circa la presenza di quegli animali nel

campo di Natzweiler, rispose con incredibile sfrontatezza.

Un mattino Haagen fece chiamare i due gruppi di zingari: quello che aveva già vaccinato e quello che non

lo era ancora.

Cominciò così il secondo tempo dell’esperimento. Tutti gli zingari uscirono dal laboratorio con una

graffiatura sul braccio. Gli infermieri compresero che Haagen aveva semplicemente inoculato loro un virus

del tifo esantematico.

Le misure di isolamento del blocco furono di nuovo rafforzate ed i dormitori furono chiusi a chiave giorno e

notte. I malati potevano recarsi ai gabinetti solo in gruppo ed accompagnati da un infermiere. I gabinetti

erano vicini ai dormitori ed erano stati costruiti appositamente. Coloro che nel campo sapevano che ne

erano stati costruiti solo 2 o 3 per tutti i detenuti, capirono chiaramente che l’isolamento dei futuri malati

doveva essere in relazione ad un terribile progetto. 102

I primi sintomi del tifo non si fecero attendere. Nel gruppo dei vaccinati, i detenuti presentavano delle

reazioni febbrili, ma non particolarmente gravi. Nel gruppo dei non vaccinati invece la malattia si sviluppò

con una rapidità folgorante. Haagen non tardò a registrare i primi morti. Verso la fine dell’esperimento si

poterono contare una trentina di morti, la grande maggioranza dei quali si trovava nel gruppo dei non

vaccinati. I cadaveri sparirono subito nel forno crematorio ed anche questa volta i decessi furono annotati

nel registro del campo senza specificare la causa della morte.

Ma il prigioniero olandese Broers, che aveva il compito di lavare i cadaveri prima che fossero cremati,

riuscì a ricopiare alcune pagine del registro particolare in cui erano segnati il numero di matricola delle

vittime di Haagen. Quando il campo fu evacuato, egli portò con sé il documento, che consegnò come prova

all’accusa al momento del processo di Norimberga.

I sopravvissuti servirono per altri esperimenti, quelli di Hirt ad esempio, oppure furono impiegati in lavori

così estenuanti che presto trovarono la morte. Haagen si affrettò a compilare un rapporto trionfalistico per il

Servizio centrale SS.

Contemporaneamente un’epidemia di tifo scoppiò a Natweiler. I detenuti furono colpiti in massa: si

contarono 1.200 casi.

Le deplorevoli condizioni igieniche ed il sovraffollamento favorirono l’estendersi dell’epidemia. Nessun

prigioniero era stato preventivamente vaccinato. Haagen più tardi spiegò che non aveva vaccinato in

quantità sufficiente. Le SS, dal canto loro, vedevano in questa epidemia solo un altro mezzo di sterminio.

I morti si moltiplicavano e Haagen ne approfittò per procedere a numerosi esami sierologici ed ai più

diversi esperimenti. Per lui, come per le SS, questo episodio era un’inaspettata fortuna.

All’epoca in cui Haagen scrisse la sua lettera, gli esperimenti non avevano più nessun avvenire ed egli lo

sapeva. La ritirata degli eserciti tedeschi costrinse le SS ad evacuare il campo di Natzweiler.

Nel novembre 1944 Haagen trasferì il suo laboratorio a Saalfeld, in Turingia, dove fu catturato nell’aprile

del 1945 dagli americani.

Durante l’estate del 1939, l’incaricato della facoltà di medicina di Heidelberg, il dottor Otto Bikenbach,

fece una scoperta casuale. Uno dei suoi malati, che soffriva di una grave affezione cardiaca, presentava tutti

i sintomi di edema polmonare. Bikenbach si recò al capezzale del malato, che aveva i giorni contati. Il

primario della clinica universitaria, presente al consulto, scose la testa.

Il primario, in un primo tempo scettico, si allineò poi sulle sue posizioni. Qualche giorno dopo, tra lo

sbalordimento dei due medici, le condizioni del malato migliorarono. La scoperta tuttavia rimase lettera

morta.

Il 29 agosto 1939 il dottor Bikenbach ricevette l’ordine di mobilitazione. Raggiunse il suo reparto e

dimenticò il redivivo. In quell’epoca l’esercito aveva cominciato a preoccuparsi del problema della guerra

chimica. I soldati e gli ufficiali, mal preparati e poco attrezzati, temevano questa guerra. Lo stato maggiore

decise di lanciare una campagna di informazione.

Bikenbach iniziò così una carriera di specialista in gas tossici, mentre nulla lo predestinava a ciò.

Nel 194 ottenne una cattedra di clinica medica all’università di Strasburgo, divenendo così il collega di Hirt

e di Haagen. Ma anche Hirt si interessava ai gas tossici, con le sue ricerche sull’iprite, e così le relazioni tra

103

i due uomini non erano certo cordiali. Hirt, gelosissimo delle sue prerogative, non accettava un concorrente

proprio nel suo campo. Egli aveva la mania di immischiarsi in ogni cosa, mentre Bikenbach, suscettibile ed

individualista, accettava mal volentieri la tutela di Hirt, tanto più che egli non era una SS.

Bikenbach decise allora di dedicarsi allo studio di un gas particolarmente pericoloso, il fosgene, che

provocava edemi polmonari spesso letali. Infatti il suo redivivo di Heidelberg gli era tornato in mente: forse

l’anticoagulante che aveva usato avrebbe potuto combattere gli effetti del fosgene. Egli utilizzò come

prodotto di prova l’esametileneteramina, più noto a quell’epoca col nome di urotropina.

Bikenbach cominciò una serie di esperimenti su cani e gatti ed i risultati gli parevano positivi. Avvertì

immediatamente i suoi ex capi militari. Sotto il Terzo Reich i legami tra le università ed i servizi sanitari

militari erano frequenti e continui. I professori universitari, anche quelli che come Bikenbahc erano stati

smobilitati, continuavano a partecipare allo sforzo bellico comunicando i risultati delle loro ricerche alla

Wehrmacht, alla Luftwaffe, alla Kriegsmarine e persino al Servizio centrale SS. Bikenbach non faceva

eccezione.

I capi militari di Bikenbach si mostrarono molto soddisfatti dei risultati che aveva ottenuto e li segnalarono

alle autorità superiori. Fu così convocata una conferenza per decidere circa la loro utilizzazione. Il 25

gennaio 1943 Bikenbach espose i risultati delle sue ricerche e scoprì con sorpresa che Hirt era presente.

L’11 settembre 1943 Hirt chiese a Bikenback di andarlo a trovare. Costui, sbalordito e reticente, accettò

tuttavia di incontrarsi con lui. Bickenback non apprezzò molto la sua proposta. L’improvviso interesse di

Himmler per il fosgene non gli diceva niente di buono tanto più che Hirt proseguì.

Bickenbach aveva una fiducia limitata nelle SS ed il desiderio di Himmler di procedere ad esperimenti su

esseri umani gli sembrava privo di interesse scientifico.

Bikenback lasciò Hirt piuttosto preoccupato per la propria sorte. Pensò allora di contestare la decisione di

Himmler presso i servizi sanitari civili. Non poteva neppure pensare di disobbedire senza una copertura;

sarebbe stato troppo pericoloso. Fu allora che egli scrisse a Karl Brandt una lunga lettera. Il delegato di

Hitler per le questioni sanitarie ed igieniche era il solo che potesse intervenire efficacemente. E, del resto, si

diceva che fosse contrario agli esperimenti sugli esseri umani.

Il 25 novembre 1943 Bikenbach li condusse, sotto buona scorta, a Struthof, la cui camera a gas sarebbe

stata utilizzata per gli esperimenti. Qui essi furono sottoposti ad un esame radiografico per scoprire

eventuali lesioni polmonari, che avrebbero falsato le statistiche.

In seguito un infermiere dell’Ahnenerbe prelevò loro il sangue, poi Bikenbach spiegò come si sarebbe

svolto l’esperimento. I detenuti, malgrado queste buone parole, erano evidentemente terrorizzati. La camera

a gas aveva una pessima fama, per cui non era affatto piacevole entrarvi, neppure a fini sperimentali.

Metà del gruppo inghiottì l’urotropina per via orale, all’altra metà fu praticata un’iniezione.

I detenuti entrarono a due a due nella camera a gas. Bikenbach, attraverso l’oblò, si assicurò che essi

spezzassero interamente le fiale al momento di entrare. Dalle fiale si sprigionò un liquido volatile che

diffuse un odore di mandorla amara: era il fosgene.

Appena sentirono l’odore del gas, la maggior parte dei prigionieri si precipitò verso la porta supplicando di

lasciarli uscire. Bikenbach rifiutò e l’esperimento proseguì. Alcuni cercarono disperatamente di aprire la

104

porta, ma la parete liscia non offriva alcun appiglio. Dopo 20 minuti i detenuti uscirono sconvolti. Alcuni

avevano difficoltà respiratorie.

La sera furono riportati in autocarro a Natzweiler, dove furono rinchiusi, al riparo da sguardi indiscreti, nel

blocco 5. Per ordine di Bikenbach, Wladimir, l’infermiere polacco, sorvegliava il loro stato di salute.

Ogni 2 ore, egli doveva misurarne la temperatura e controllarne la respirazione. Egli aveva a disposizione

una bombola di ossigeno per coloro che avessero sofferto di crisi di soffocamento.

Degli 8 detenuti sottoposti all’esperimento nel pomeriggio, 4 passarono una notte più o meno calma. Gli

altri 4 invece presentarono subito gravi sintomi di soffocamento. Si torcevano nel letto con la bava alla

bocca: la bombola ad ossigeno dava loro un misero sollievo.

Il mattino dopo, malgrado le cure di Wladimir, 3 detenuti morirono. I loro corpi furono subito trasferiti nella

camera dell’autopsia. Bikenbach, avvertito, vi si recò immediatamente. L’infermiere aspettava gli ordini e

chiese se dovesse avvertire il chirurgo.

Un quarto detenuto, più resistente, morì una settimana dopo.

Il giorno seguente la morte dei primi 3 soggetti, Hirt si recò a Netzweiler, dove incontrò Bikenbach che gli

comunicò i risultati. Hirt formulò subito delle critiche.

Le concentrazioni di gas erano state differentemente dosate secondo un ventaglio piuttosto largo, che

permettesse di ottenere il maggior numero di indicazioni possibile. Per alleviare le sofferenze delle vittime,

Bikenbachh introduceva nella camera più spesso del previsto basse concentrazioni, salvando così la vita ad

alcune di esse. I detenuti tossivano, sternutivano, si agitavano, graffiavano i muri, piangevano. A poco a

poco i sintomi di soffocamento si aggravavano ed alcuni svenivano.

Con l’occhio fisso sul vetro, Hirt ordinò di condurlo immediatamente nella sala dell’autopsia. Ma un’altra

prova aspettava gli sventurati stesi nella camera a gas.

Appena usciti dalla camera a gas, i detenuti dovettero dunque risalire a piedi il ripido pendio che conduceva

da Struthof a Natzweiler: 200 interminabili metri. Semiasfissiati, essi cadevano al minimo ostacolo. Le

percosse li costringevano a rialzarsi. Hirt ed i due medici li scortavano lungo questo nuovo calvario,

provvedendo ad annotare le loro più piccole reazioni con il rigore appassionato di un entomologo. Himmler

apprezzò quelle osservazioni precise e minuziose. Bikenbach, dal canto suo, si era eclissato con un pretesto

qualunque. Hirt aveva alzato le spalle e, vedendo che si allontanava, aveva gettato un’occhiata d’intesa alle

due SS. Arrivati al campo i detenuti, quasi morti dalla fatica, furono rinchiusi nel dormitorio contiguo al

forno crematorio riservato di solito ai condannati a morte.

Uno “sporco lavoro”.

Questa volta non si parlò neppure di sorveglianza medica o di bombola dell’ossigeno. I due medici SS

incaricati di occuparsi dello stato di salute delle cavie se ne andarono a pranzo con Hirt per conoscere i

piccoli ristoranti di Strasburgo. Il mattino seguente fu necessario portare via un nuovo cadavere.

La dissezione cominciò subito.

Il solito fotografo nel frattempo arrivò e scattò foto su foto. Hirt spiegò che gli interessava solo la reazione

dei diversi organi e soprattutto dei polmoni colpiti da edema al contatto col gas. Questi si erano talmente

gonfiati da ricoprire quasi interamente il cuore. 105

Dopo la dissezione, Hirt dettò rapidamente il verbale ed i cadaveri scomparvero verso il crematorio.

Dopo qualche giorno un detenuto, che pure era stato immunizzato da un’iniezione di urotropina, morì tra

orribili sofferenze. Hirt inviò un rapporto a questo proposito ai Servizi centrali SS ed al Consiglio della

ricerca del Reich: egli chiese la prosecuzione degli esperimenti, argomentando che i risultati non potevano

ancora essere considerati definitivi.

La tortura oggi.

1.7

Al giorno d’oggi rivediamo scene simili in Iraq, Siria, Stati Uniti. In 104 su 190 Paesi si tortura per

estorcere confessioni, punire criminali, imporre la disciplina e la lotta contro il terrorismo.

Il rapporto annuale pubblicato da Amnesty International fornisce un quadro agghiacciante delle violazioni

della dignità umana, ancora disinvoltamente praticate in gran parte del pianeta.

Le punizioni corporali, il regime carcerario durissimo e la tortura mietono vittime ancora oggi in più di 60

10

paesi del mondo , ma vengono ignorati dai mass media. Le torture vengono praticate sia negli arretrati

inferni dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia, sia nei cosiddetti “paradisi”. Dall’Albania alla Somalia,

dalla civilissima Danimarca al Bangladesh, vengono perpetrati gravi abusi, soprattutto all’interno delle

carceri, per motivi politici, religiosi ed ideologici.

Alcune realtà sono riuscite ad emergere e hanno suscitato molto clamore: si pensi ad esempio alle torture

inflitte da militari Usa ai danni dei detenuti delle carceri di Guantanamo ed Abu Ghaib. Si ricordino le

testimonianze degli scampati alle galere castriste od alle pulizie etniche del marxista Mugabe. La nuova,

inedita, frontiera della tortura, è far del male senza lasciare segni evidenti sul corpo.

E l’Italia, come se la cava? Purtroppo neanche il nostro paese, che ha dato i natali a Cesare Beccaria, riesce

a sottrarsi agli artigli dell’oscurantismo. Risulta che ben cinque aziende italiane commercializzano

11

strumenti di tortura all’estero . Manette per appendere i prigionieri al muro, blocca caviglie, serrapollici,

cinture e batterie che rilasciano dolorosissime scariche elettriche: sono alcuni degli strumenti di tortura che,

secondo un rapporto di Amnesty International e della Omega Foundation, vengono prodotti e venduti

all'estero dall'Italia e da altri paesi, fra cui la Germania e la Repubblica Ceca, malgrado la messa al bando di

questi strumenti da parte dell'Unione europea.

La Germania, che regolarmente informa l’Unione europea su questa situazione, ha dimostrato come le armi

citate dal rapporto finiscano in Cina, Pakistan, India ed altri paesi che non rispettano i diritti umani.

In Italia l’episodio più grave di tortura riguarda 59 poliziotti accusati di violenze contro i manifestanti di

Napoli, marzo 2001, e Genova, luglio 2001 in cui vi furono 100 feriti, di cui 3 in coma.

Ancora più preoccupanti le situazioni strutturali: le carceri ed i centri di permanenza temporanea ed

assistenza per immigrati. Nelle prigioni italiane, oltre ad episodi di maltrattamento da parte di agenti, il

sovraffollamento e l’assistenza sanitaria inadeguata sono equiparati a torture, tanto da aver causato diversi

10 SPAZIANO A., Breve storia della tortura nel mondo, www.ariannaeditrice.it, 30 marzo 2010.

11 IDEM 106

suicidi. E nei centri di permanenza temporanea ed assistenza, oltre ai casi di abuso, si segnalano

sovraffollamento, scarsa igiene ed assistenza sanitaria insufficiente, ed in alcuni casi l’uso illegale di

sedativi. I metodi di tortura.

1.8

Gli strumenti di tortura rimandano alla mente tenebrosi congegni di sofferenza con i quali gli aguzzini del

Medioevo strappavano le confessioni più inverosimili ai poveracci che avevano la sfortuna di cadere sotto

le loro grinfie.

Acqua, terra, fuoco e ferro, elettricità: nessuno degli elementi che madre natura ci ha messo a disposizione

si salva.

Raramente i torturatori più brutali si limitavano ad uno solo di questi metodi.

Fino a pochi anni fa, in Europa si uccideva per volontà dello Stato con strumenti che oggi sarebbero

giudicati retaggi di epoche barbariche. La ghigliottina in Francia, per esempio, o la garrota in Spagna. Negli

Stati Uniti è tutt’ora invalso l’uso della sedia elettrica o della camera a gas.

Il discrimine nell’uso e spesso nell’abuso di queste infami pratiche è rappresentato dall’opera di Cesare

Beccaria Dei delitti e delle pene, in cui si stigmatizza la pena di morte come espediente non solo inutile, ma

anche controproducente in menti fiaccate da lunghe sofferenze e che vedono nella prematura dipartito un

sollievo.

Beccaria attacca anche la crudele pratica della tortura, ingiusta usanza suscettibile di piegare l’animo del

debole innocente, che periva miseramente, e nel contempo di incidere scarsamente su robusto organismo di

un colpevole, che a causa della forte fibra la faceva franca.

Nel corso dei secoli, purtroppo fino ai giorni nostri, i torturatori della storia hanno utilizzato metodi brutali.

Gli archivi di Amnesty International sono zeppi di rapporti su questi casi.

In parecchi paesi europei, soprattutto in Francia, fu in vigore la tortura della ruota, una punizione terribile

che provocava inevitabilmente la morte della vittima. Questo strumento assomigliava ad una grossa ruota di

carro, di circa 2 metri di diametro, montato orizzontalmente su un sostegno. Il condannato veniva legato

con le braccia e le gambe divaricate ai raggi od al bordo; il carnefice prendeva quindi una mazza di ferro,

un martello da fabbro od un pesante randello, e spezzava in due gli arti del condannato. Dopodiché era

consuetudine assestare il colpo di grazia sul collo o sullo stomaco; ma non sempre la vittima era così

fortunata.

In Germania si potevano comminare fino a 40 frustate.

Non risulta che la tortura della ruota sia stata utilizzata in Inghilterra, mentre possediamo alcune

testimonianze del suo impiego in Scozia.

Una pena altrettanto brutale, anche se raramente mortale, era la mutilazione. Poiché la maggior parte dei

crimini, specie quelli concernenti furti si commette con le mani, era emblematico condannare il colpevole

all’amputazione di una o di entrambe le mani. Come per la marchiatura a fuoco, anche la mutilazione aveva

107

lo scopo di permettere a tutti di constatare, per il resto della vita della vittima, che quell’uomo era stato

giudicato colpevole di un reato.

Il dolore provocato dalle ustioni è forse il più acuto che ci sia, e nel corso dei secoli i torturatori hanno

escogitato tutta una serie di modi per sfruttare questa risorsa. Certi strumenti, come il toro di ame, la sedia

spagnola o gli stivali erano stati ideati apposta per infliggere questa tortura, ma in numerosissimi casi gli

spasmi provocati alla vittima dal fuoco e dal calore prolungati rappresentavano già di per sé una pena

sufficiente.

Per i reati minori la punizione non prevedeva la morte, ma la marchiatura a fuoco. In Inghilterra di solito, i

lestofanti venivano marchiati col ferro rovente sulla parte interna della mano destra. La marchiatura si

poteva estendere anche ad altre parti del corpo.

La marchiatura restò in vigore nei tribunali civili inglesi fino al 1829, mentre in quelli militari venne abolita

solo nel 1870.

Ma esistono metodi ancora più crudeli della marchiatura.

Una tortura più antica consisteva nel far arrostire viva la vittima su una graticola. Fu questo il martirio

toccato a San Lorenzo, condannato a morte dai Romani nel 258 a.C.

L’acqua rappresenta un elemento così semplice da reperire, e talmente facile da utilizzare, che per molti

secoli i carnefici l’hanno potuta sfruttare nei modi più svariati.

Il sistema più semplice consisteva nel costringere la vittima a bere: all’inizio, dopo le sofferenze patite in

precedenza, la cosa procura un grande sollievo, ma ben presto l’uomo si sazia, si sente gonfio ed in breve

avverte un intenso malessere.

Secondo un altro metodo, le vittime venivano legate con una cinghia, in modo da non potersi muovere, e si

faceva gocciolare lentamente acqua fredda su una piccola zona del corpo. Si scoprì così che era la fronte il

punto più sensibile a questo tipo di tortura: i prigionieri potevano vedere avvicinarsi ogni goccia, e col

passare del tempo venivano colti da una folle agitazione.

Un metodo alternativo consisteva nel versare dall’alto un flusso incessante d’acqua sulla fronte della

vittima. Simile a questo era poi il trattamento in vigore nelle prigioni americane nel corso dell’Ottocento: si

rinchiudeva un detenuto molesto in una cabina doccia, e gli si rovesciavano addosso getti d’acqua

ghiacciata; una punizione che poteva comportare anche conseguenze fatali.

Nel XX secolo, gli inquirenti si sono per lo più astenuti dall’impiegare torture tanto ingegnose, preferendo

un più semplice espediente, cioè l’immersione della vittima in una vasca piena d’acqua fredda.

Autodafé.

1.8.1

Una volta ottenuta la confessione, si decideva la pena. Nei casi meno gravi si ricorreva alla fustigazione, al

carcere, alle galee, al bando; per quelli più gravi, invece, era prevista la pena di morte, che veniva eseguita

col rogo o per strangolamento. Per quanto la semplice minaccia del supplizio facesse spesso confessare il

108

prigioniero, e dunque condannare alla pena capitale, ciò non necessariamente gli avrebbe risparmiato il

travaglio alla camera della tortura. La pena capitale infatti era considerata una pena aggiuntiva.

Ad un certo punto i condannati venivano condotti in processione nel luogo in cui sarebbero stati giustiziati.

La cerimonia era nota col nome di autodafé, atto di fede, o liberazione dal carcere. Questi autodafé non si

tenevano secondo scadenze regolari od annualmente, ma a discrezione del Santo Uffizio. Potevano avere

luogo ad intervalli di uno, due, tre o quattro anni. In occasione della cerimonia, che si svolgeva sempre di

domenica, si raccoglieva tutto il popolo. Le vittime erano bruciate o punite in vari modi, in pubblico.

Non appena si giungeva sul luogo dell’esecuzione, in cui era stata eretta una grande impalcatura, si pregava

e si teneva un sermone di lode all’Inquisizione e di dura condanna all’eresia. Se il prigioniero si fosse

dimostrato disposto a convertirsi ed a morire nella fede cattolica, avrebbe avuto il privilegio di essere

strangolato prima di essere bruciato. Se invece decideva di morire da protestante o da membro di un

qualsiasi altro credo eretico, veniva arso vivo.

Banco di fustigazione.

1.8.2

Il supplizio della fustigazione, cui spesso si aggiungeva il taglio delle orecchie, era riservato

prevalentemente ai mendicanti ed ai vagabondi, oppure ai venditori ambulanti che, provenienti da fuori

città, facevano concorrenza sleale a quelli del posto. In questi casi alla fustigazione si aggiungeva il marchio

di fuoco sulla fronte come segno di identificazione. Qualcosa di simile fu molto usato nei campi di

concentramento e nelle prigioni del Terzo Reich. Era una specie di cavalletto davanti al quale veniva fatto

inginocchiare il detenuto che doveva poi appoggiare il suo petto sulla superficie orizzontale e stendere le

braccia in avanti; all’altezza delle cosce una tavola serrata alla parete del cavalletto impediva alle gambe

ogni movimento. La posizione lo consegnava inerme al carnefice.

Braci o graticola

1.8.3

Le braci erano essenziali per arroventare gli strumenti, senza di esse si sarebbe perso gran parte dell’effetto.

Si è quindi ritenuto doveroso aprire con esse il paragrafo iniziale della parte dedicata al fuoco e, per non

farlo troppo striminzito, vogliamo qui ricordare la graticola, oggi componente gradito di una qualsiasi

scampagnata per godere di carni e salsicce cotte appunto alla brace. Sin quasi alla fine del Settecento ad

arrostire, invece, ci mettevano anche gli esseri umani, ancora viventi.

Candela stregata

1.8.4

La presunta strega veniva sdraiata supina su un tavolaccio ed era costretta a tenere tra i denti una grossa

candela accesa. Per aiutarla, l’ovale del viso le veniva circondato con una cinghia di cuoio messa in maniera

tale che le mascelle stringessero la candela e la mantenessero in posizione verticale, perpendicolare quindi

al viso. Mano a mano che la candela andava consumandosi, la cera colava sul viso provocando varie ustioni

finché il mozzicone raggiungeva le labbra bruciandole. La tortura avrebbe avuto fine se la donna,

terrorizzata dal lento avvicinarsi della fiamma, avesse confessato la sua comunanza con il demonio.

Cavallo di legno o caprone

1.8.5

Era costituito da assi di legno inchiodate insieme in modo da formare un angolo acuto oppure da un blocco

di legno sagomato a V rovesciata con la costa tagliente, sollevato da terra da quattro gambe fissate su un

109

supporto quanto bastava per permettere che il condannato, meglio dire la condannata visto che era riservato

prevalentemente alle accusate di stregoneria, potesse starci a cavalcioni. Per aumentare la sofferenza

potevano essere legati dei pesi ai piedi per aumentare la trazione verso il basso.

Ceppi di Skeffington

1.8.6

Un congegno che sembra fosse diffuso ed impiegato nella sola Inghilterra divenne noto con il nome di

“ceppi di Skeffington”, o talora “figlia dello spazzino”. Ne è stata attribuita l’invenzione a sir Leonard

Skeffington, Luogotenente della Torre di Londra sotto il regno di Enrico VIII.

Lo strumento consisteva in un grande anello metallico che una cerniera centrale divideva in due metà. Le

vittime, con le mani legate dietro le spalle, venivano fatte inginocchiare sulla metà inferiore. Poi il

carnefice, mettendosi a cavalcioni sulla loro schiena, le faceva abbassare e chiudeva l’altra metà con una

vite. Via via che questa si stringeva, una parte del corpo si appiattiva sempre di più contro l’altra.

Gradualmente si verificava la lussazione della spina dorsale, con la frattura delle costole e dello sterno.

Ceppo della pubblica gogna

1.8.7

La vittima, con le mani ed i piedi serrati nelle apposite aperture, ed in questa maniera esposta in piazza alla

folla, veniva, nella migliore delle ipotesi, stuzzicata, schiaffeggiata ed imbrattata di sterco e di orina,

sostanze queste, prelevate dai vasi da notte e dai pozzi neri, che le venivano spalmate in bocca, nelle

orecchie, nel naso, nei capelli; ma veniva anche picchiata, lapidata, ustionata, lacerata, spesso severamente

mutilata. Anche il solletico forzato ed incessante, ai fianchi o sulla pianta dei piedi, presto si trasformava in

una tortura insopportabile. Soltanto i trasgressori più innoqui potevano sperare di cavarsela con qualche

livido e bernoccolo. Le illustrazioni in libri da ragazzi, il cinema, la televisione in genere ritraggono la

gogna con colori umoristici, con al centro una vittima brontolona che viene beffata dai suoi pari e vicini con

burbera grettezza, ma sempre in vena benevola. La verità era però ben diversa.

Cicogna

1.8.8

Era una struttura a forma di A, usata dall’Inquisizione in Spagna ed in Italia. Il nome italiano si rifaceva alla

postura forzatamente assunta dal prigioniero, simile a quella fetale. Il collo veniva infatti racchiuso in un

collare al vertice della A ed i polsi in due cappi presenti a metà di ciascun montante; le ginocchia inserite

raccolte all’interno dei montanti; le caviglie erano fermate in due staffe incernierate alla barra trasversale.

La posizione causava crampi dolorosi all’addome ed al retto ed impediva qualsiasi movimento.

Cintura di castità

1.8.9

Un’imperitura mitologia popolare, ma echeggiata anche in ambienti ed in libri accademici, mistifica questi

arnesi. La favola vuole che essi servissero per assicurare la fedeltà delle mogli durante le lunghe assenze dei

mariti, ed in particolare, non si sa bene perché, dal momento che non si ha conoscenza di alcuna

documentazione che suffragherebbe un’ipotesi simile, delle mogli dei cavalieri crociati che stavano per

recarsi in terra santa. Può anche darsi che a volte, ma non come usanza normale, la “fedeltà” venisse

assicurata in qualche modo per brevi periodi, per qualche ora o per un paio di giorni, ma mai per termini più

lunghi. Un momento di riflessione metterà in evidenza l’assurdità di un tale scenario: una donna così

abbigliata sarebbe ben presto preda della morte per setticemia, cagionata dagli irremovibili residui tossici,

110

per non parlare delle abrasioni e delle lacerazioni provocate dal solo attrito con il ferro, a prescindere anche,

infine, dalla non scarsa probabilità che la donna al momento della partenza del marito possa essere incinta.

L’uso prevalente della cintura era ben diverso: quello di far da barriera contro lo stupro, una barriera fragile

ma all’uopo ed in determinate circostanze sufficiente: in tempi di acquartieramento di soldati in paese,

durante i pernottamenti in locande, in viaggio in genere (specie via mare, si immagini la situazione di una

donna, anche se accompagnata dall’uomo amato, a bordo di un’imbarcazione equipaggiata con uomini

provenienti, come lo erano nove decimi delle ciurme del passato, dagli strati più abbietti della società). Si sa

da numerose testimonianze che le donne si serravano nelle cinture di iniziativa propria, fatto questo che sarà

forse ricordato da alcune anziane siciliane e spagnole tuttora viventi. Quindi sorge la domanda: la cintura o

non è uno strumento di tortura? E la risposta è un inequivocabile sì, perché questa umiliazione è imposta dal

terrore di dover subire senza volere le violenze di un uomo.

Colata di zolfo o di piombo

1.8.10

Non occorre dilungarci troppo: come già narrato per l’episodio della santa martire Fotina, si trattava di

farne colare piccole quantità, fuse, sul corpo del prigioniero, nelle narici, nelle orecchie, in bocca, con

l’aiuto di piccoli strumenti quali un cucchiaio. Non è proprio un particolare di poco conto ricordare che,

mentre il punto di fusione dello zolfo si attesta sui 115,21 °C, quello del piombo è raggiunto a 327,46 °C.

Entrambi gli elementi così utilizzati risultavano per la vittima ben più che devastanti.

Collane per fannulloni e renitenti

1.8.11

Strumento di pubblico ludibrio, quello “di fannullone” era riservato in alcuna città per esporre in piazza i

giocatori ed i fumatori, con le sole conseguenze, al minimo dolorose ma anche spesso gravi e persino

mortali. Collane simili consistenti in pesanti bottiglie di legno o di pietra, in “pesi da bilancia” od in grosse

“monete” di ferro venivano appese ai colli di ubriaconi e di mercanti disonesti. Ai bracconieri si legavano

catene con attaccati i cadaveri degli animali presi di frodo, fino alla putrefazione ed al distacco delle

membra di essi, punizione questa particolarmente efficace in estate. La collana “da renitente” venivs inflitta

nei casi più leggeri di renitenza alla messa domenicale, una specie di paterno ammonimento prima

dell’arresto per apostasia e della tortura. Questi congegni cagionavano, dopo qualche giorno e notte di

inflizione, tormenti non indifferenti.

Collare punitivo e letale

1.8.12

Munito di aculei su tutti i lati, questo strumento, che pesa più di 5 chilogrammi, viene serrato al collo della

vittima, la quale, il più delle volte, è già incatenata al muro del carcere dove languisce in condizioni

inimmaginabili: emaciata ed assetata, fra morenti e cadaveri in putrefazione, imbrattata dagli escrementi

suoi ed altrui. Il collare, in queste circostanze, diventa uno strumento di esecuzione: l’erosione fino alle ossa

della poca carne del collo, della mascella e delle spalle, la cancrena dilagante, la setticemia febbrile,

l’erosione poi delle ossa e specie delle vertebre denudate, portano al collasso letale in poco tempo. In quei

casi in cui la vittima non è ancora sistemata bensì in uno stato fisico e mentale relativamente sano all’inizio

dell’istruttoria, della punizione o della conversione alla vera fede, l’inflizione del collare ben presto

conduce al collasso morale, alla confessione, all’implicazione di qualunque persona. Come per altro la

cintura spinata e molti altri metodi simili, il collare ha il pregio di essere economico in quanto la sua

111

funzione passiva e statica, e non esige né la fatica né la spesa di un carnefice; lavora da sé, giorno e notte,

senza creare problemi o richiedere manutenzione, e perciò è ancora d’uso poliziesco e punitivo in

numerosissimi parti del mondo in versioni poco variate dai prototipi medievali. L’esempio presente nel

museo di Volterra è alquanto insolito perché fatto di ferro, ed in più con arte e cura, da un maestro artefice.

La maggior parte dei suoi simili è realizzata in bronzo a mezzo di fusione a cera persa.

Croce

1.8.13

Alla crocifissione spetta il merito di essere uno dei metodi più antichi, storicamente accertati, in grado di

unire il supplizio alla pena di morte. In uso già presso i persiani ed i cartaginesi, era molto in auge tra i

romani, che la utilizzavano per schiavi, disertori, banditi e ribelli. Si trattava di uno strumento di legno

piuttosto primitivo che consisteva in un palo di legno unito orizzontalmente ad uno verticale più lungo

conficcato a terra. Normalmente il criminale, dopo essere stato fustigato, veniva obbligato a portarsi il palo

orizzontale sino al luogo dell’esecuzione. Il racconto che la tradizione fa della crocifissione di Gesù, che si

sarebbe portato sulle spalle l’intera croce, non si accorda con i metodi in uso all’epoca. In ambito romano,

raggiunto il luogo dell’esecuzione la vittima veniva denudata e costretta a stendersi a terra, di schiena con la

testa appoggiata all’asta orizzontale, sulla quale venivano fatte allungare le braccia. A volte venivano legate

con una corda, in altri casi l’unico fissaggio era per mezzo di lunghi chiodi conficcati nel palmo di ciascuna

mano. L’asta orizzontale, con il corpo così sistemato, veniva poi issata sul palo verticale. Affinché l’intero

peso dell’uomo non gravasse sulle mani, con il rischio che la carne cedesse, il corpo veniva sostenuto da un

grosso paletto fissato su quello verticale. I piedi, che stavano ad una certa distanza da terra, venivano

inchiodati al palo e poteva succedere che, per maggior sicurezza, venissero inchiodate anche le gambe. Il

chiodo, che era grosso e lungo, veniva fatto passare attraverso il collo e la pianta del piede. La morte era

lenta, dopo un’agonia indescrivibile, ed i Vangeli ce ne possono dare un’idea. Si trattava di una tortura che

durava alcuni giorni e che, qualche volta, veniva prolungata con la somministrazione di cibo ed acqua alla

vittima. Si poteva aumentare la sofferenza in cento modi, ad esempio con qualche colpetto di frusta o con la

punta di una lancia sul costato.

Dadi.

1.8.14

In questa tortura, che era una di quelle considerate più lievi dall’Inquisizione, il prigioniero veniva fatto

stendere a terra, dove veniva legato o tenuto fermo. Due pezzi di ferro o di un altro metallo, dalla forma di

dado, ma con un lato concavo, venivano sistemati sul calcagno del piede destro ed a cui venivano legati

stretti da una corda. Per mezzo di una vite si faceva poi pressione fino a far entrare il metallo nella carne.

Diritto di bara

1.8.15

“Quale migliore accusatore se non la vittima stessa?” questo si deve essere chiesto chi ha introdotto

l’ordalia del “diritto di bara”, un processo sommario in cui era la vittima a smascherare il proprio assassino.

Il diritto di bara era regolato da norme rituali che imponevano all’indiziato di compiere determinati atti:

l’accusato, in presenza del cadavere, doveva toccare la bocca, l’ombelico e le ferite della salma e talvolta

doveva pure afferrargli l’alluce e tenerlo stretto per tutto il tempo necessario alla recitazione di salmi ed

orazioni varie. Alla fine di questo cerimoniale, se non era accaduto niente di anormale, l’indiziato veniva

rimesso in libertà e ritenuto innocente dalle accuse mosse verso di lui. Se invece il cadavere gettava sangue

112

dalle ferite o schiumava dalla bocca, la colpevolezza veniva proclamata pubblicamente e l’esecuzione del

reo immediata (spesso era la stessa folla che linciava il colpevole. Solo la medicina moderna ci ha spiegato

come questi fenomeni accolti all’epoca come incontestabili prove d’accusa, fossero dettati da ragioni

esclusivamente tecniche e dalla naturale decomposizione del cadavere.

Figlia di Scavenger.

1.8.16

Questo diabolico apparecchio veniva adoperato, a volte in combinazione con il cavalletto, oppure in una sua

alternativa, nella Torre di Londra per estorcere confessione. La “figlia di Scavenger” consisteva in una serie

di anelli di ferro, formati da due semicerchi bloccati con una cerniera. Si faceva inginocchiare il prigioniero

e lo si obbligava a raggomitolarsi il più possibile. Dopo avergli passato gli anelli di ferro sotto le gambe, il

carnefice gli si sedeva sulle spalle, spingendolo verso il basso per arrivare ad agganciare i due semicerchi

sul fondo della schiena. La vittima doveva patire dei dolori insopportabili e non c’era da meravigliarsi se in

molti casi confessava prima del tempo previsto. Si dice che molto prima il sangue cominciasse a sgorgare

dalle narici, dalla bocca, dall’ano ed a volte persino dalle mani e dai piedi. Secondo un’annotazione nel

diario di Rishton, datata 10 dicembre 1580, due sacerdoti, Tomas Cottam e Luke Kirbye, furono torturati

mediante la “figlia di Scavenger” per più di 1 ora. Si legge che Cottam “sanguinò in abbondanza dal naso”.

Fucilazione

1.8.17

Non esistono modelli speciali ma vanno benissimo quelli d’ordinanza nelle forze militari a cui appartiene il

plotone di esecuzione. Perché si possa giustificare tale apparente banalità, si ricordi la spada del boia o

spadone di giustizia che, da una base comune ad altre armi da taglio, nel tempo ha assunto la forma

migliore dettata dall’esperienza. La stessa cosa non avviene con le armi da fuoco anche perché il risultato

non è affidato ad un singolo carnefice o tiratore. Per ovviare a possibili problemi morali o tecnici, si ricorre

ad un plotone dove il numero dei componenti garantisce che almeno un colpo vada a segno. Tradizione

vuole, specialmente in ambito militare, che il lavoro sia terminato con il colpo di grazia, tirato da

brevissima distanza con una pistola dietro all’orecchio sinistro ed affidato questa volta ad un singolo. I

rischi sono però trascurabili perché il compito è affidato ad ufficiali o graduati che in teoria obbediscono ad

un codice del dovere diverso da quello del soldato semplice e che, ormai giunti a quel punto, sanno che il

loro può assumere i connotati di un gesto misericordioso teso ad alleviare le ultime sofferenze di un essere

umano, dato che i casi di ferite non mortali dopo una scarica di fucileria sparata da pochi metri non è che

statisticamente siano così abbondanti. Il condannato può essere posto di fronte al plotone in posizione

seduta od eretta, di schiena o con il viso rivolto alle bocche dei fucili, senza alcun sostegno od appoggiato

ad un muro oppure legato ad apposite strutture. Le varianti possono essere infinite: nella prima metà

dell’Ottocento l’esercito austriaco era uso fucilare i ribelli facendoli inginocchiare di fronte al plotone.

Gabbia

1.8.18

Altro monito per chi avesse voluto smarrire la via della rettitudine era la condanna ad essere rinchiusi in una

gabbia sospesa all’esterno di uno dei palazzi del potere o della giustizia oppure alle mura cittadine. Non

sempre si trattava di una pena capitale e la punizione consisteva nell’essere esposti per un certo periodo alle

intemperie ed alla pubblica esecrazione. Nei casi più gravi i condannati venivano lasciati morire di fame, di

sete e per l’esposizione prolungata all’aperto. Sostanzialmente le gabbie, costruite in ferro od in legno,

113

rispondevano a due tipologie, entrambe di misure contenute. La prima è detta gabbia bipede perché nella

metà inferiore si biforca per contenere le gambe della vittima, con l’evidente intento di impedirle di sedersi

o comunque di assumere posizioni che possano in qualche modo temperare dolori e disagi. Talvolta

all’altezza del collo la struttura si restringe per poi allargarsi seguendo la forma della testa. Di solito si

trattava di un “abito su misura” e praticamente annullava qualsiasi possibilità di muoversi. La seconda

tipologia era “più umana” e gli esemplari che se ne conoscono sono a forma di parallelepipedo allungato

sull’asse verticale oppure cilindrica. Qualche movimento era possibile e negli esemplari più grandi ci si

poteva persino accovacciare. I riquadri che formavano le griglie potevano essere di diversa grandezza ma

non avrebbero mai consentito al condannato, per quanto potesse contorcersi, di evadere. Ancora oggi se ne

può ammirare una appesa in pieno centro storico a Mantova, anche se probabilmente non viene più usata.

Garrota

1.8.19

È la macchina che più ripugna per i suoi effetti e per il suo inaccettabile impiego sino a tempi recentissimi.

Se la ghigliottina era stata pensata per dare una morte quanto più possibile indolore, la garrota era stata

escogitata ben prima con scopi diametralmente opposti. L’ultima volta che è entrata in funzione in Spagna

correva l’anno 1975 ed è stata usata per uccidere un giovane oppositore del regime franchista. Solo la morte

nello stesso anno di Francisco Franco ha consentito di far archiviare questo attrezzo nei musei. La struttura

dell’apparecchio era assai semplice, trattandosi di una base ad un lato della quale veniva fissata una tavola

verticale. A questa era fissato un sedile. Verso la cima si trovava un collare la cui funzione distingueva la

garrota spagnola da quella catalana. Nella prima vite stringeva il collare con progressiva lentezza finché

sopraggiungeva la morte per asfissia del condannato. Nella seconda il collare aveva soltanto la funzione di

tenere bloccato il collo della vittima; il lavoro veniva svolto da una vite che attraversava la tavola tramite un

foro filettato e che terminava nella parte posteriore con un manubrio, in quella anteriore con una placca ed

un aculeo di ferro. Quando il boia azionava la vite, la testa spingeva in avanti il collo forzando la trachea

contro il collare, causando l’asfissia, mentre l’aculeo schiacciava le vertebre cervicali e lesionava

immediatamente il midollo spinale.

Ghigliottina

1.8.20

Malgrado il suo nome non fu affatto inventata dal dottor Joseph – Ignace Guillotin e se il medico francese è

passato alla storia è stato per aver presentato nel 1789 all’Assemblea Nazionale, come deputato, un progetto

di legge con il quale, tra le altre cose, si prevedeva che in caso di pena di morte la sentenza sarebbe stata

eseguita per mezzo di una macchina che avrebbe decapitato in maniera indolore. Non era una novità

assoluta perché meccanismi simili, seppure non diffusi, erano conosciuti sin dal 1300. Il progetto fu

presentato nel 1791 al Ministro della Giustizia da Antoine Louis, segretario perpetuo dell’Accademia di

Medicina, tanto è vero che all’inizio la macchina era conosciuta come la louisette o lalouison. Dopo qualche

mese di positiva sperimentazione su montoni e cadaveri umani, la ghigliottina entrò per la prima volta in

funzione su esseri umani vivi il 25 aprile 1792 e fu usata per l’ultima volta il 10 settembre 1977 nel carcere

di Marsiglia. Tra le prime vittime altolocate ci furono Luigi XVI e Maria Antonietta ed a giustiziare la reale

coppia toccò a Charles Henry Sanson, che intanto aveva ereditato il mestiere dal padre. La ghigliottina era

formata da una base sulla quale erano fissati due montanti scanalati verticali di discreta lunghezza uniti in

alto da una traversa sulla quale era montata una puleggia. Tra i due montanti scorreva una lama di acciaio di

114

forma trapezoidale con il lato obliquo, dove si trovava il filo, rivolto verso il basso. La lama era sormontata

da un peso metallico e veniva sollevata tramite una corda passante per la puleggia; un meccanismo di

blocco era montato sul montante sinistro e la lama veniva liberata da una leva azionata dal boia. Al resto

pensava la forza di gravità. Tra i montanti erano inserite verticalmente due tavole in legno, quella inferiore

fissata alla base e la superficie scorrevole, quella inferiore fissata alla base e la superiore scorrevole, con al

centro due semilunette combacianti che insieme formavano un foro perfettamente circolare deputato ad

accogliere ed ad immobilizzare il collo del condannato, steso orizzontalmente su una tavola a faccia in giù.

Un’accortezza mantenuta sino alle ultime esecuzioni era la dotazione di un paio di cesoie da parrucchiere,

utilissime a rasare il morituro in modo da evitare che i capelli offrissero resistenza alla lama. La testa recisa

cadeva in una cesta mentre il corpo veniva fatto scivolare in una cassa posta alla base della macchina.

Durante la Rivoluzione il boia raccoglieva la testa e la presentava al pubblico, ma una volta cessati gli

entusiasmi la disdicevole abitudine fu abbandonata.

Imbuto

1.8.21

Ancora molto gettonato grazie all’uso semplicissimo e molto economico. Si sdraia sul dorso il condannato,

meglio se con la testa più bassa dei piedi, si infila lo strumento in bocca e si comincia a versare acqua senza

riguardo alla quantità. Quando il ventre è adeguatamente dilatato, vi si possono esercitare robuste pressioni

per complicare quel poco di vita che rimane al condannato. Se il carnefice ritiene di non avere abbastanza

forza, con due dita tappa le narici della sua vittima e le impedisce di respirare con il naso. Poiché la

dilatazione del ventre comprime il diaframma ostacolando il lavoro dei polmoni, occludere le vie

respiratorie nasali significa moltiplicare in maniera insopportabile lo sforzo di respirare sino a giungere al

soffocamento, senza contare la possibile rottura dei vasi sanguigni.

Impalamento

1.8.22

Molto in voga nell’impero Ottomano, non fu disdegnato neppure nell’Europa orientale e settentrionale.

Cambiavano però gli stili. Presso i Turchi il sistema più in uso era quello di infilzare i malcapitati da sotto

in su; presso gli europei, soprattutto tra quelli di lingua tedesca, il palo abitualmente veniva conficcato

all’altezza dell’ombelico per spuntare nella schiena dalla parte opposta, o viceversa. Oltre alla solita fiera

lungo le strade principali, durante gli assedi gli impalati venivano esposti a lungo, anche dopo la morte, per

intimorire il nemico. Lo strumento era costituito da un palo acuminato, dritto ed abbastanza sottile. La

bravura del boia, in special modo per l’impalamento che chiameremmo “in verticale”, consisteva

nell’attraversare il corpo evitando di ledere organi vitali; ulteriore dimostrazione di come, in tempi in cui

l’anatomia muoveva incerti passi, l’esperienza supplica egregiamente all’assenza della scienza. In Europa il

sistema conobbe ulteriori sviluppi: poiché la sezione del corpo umano attraversata dal palo era più breve

rispetto all’uso dei Turchi, il medesimo palo fu talvolta utilizzato più per suppliziati, messi uno sopra l’altro

in modo da risparmiare tempo e, appunto, pali.

Impiccagione

1.8.23

Con l’impiccagione si resta dalle parti della morte per asfissia e dei sistemi usati ininterrottamente

dall’antichità ad oggi, anche perché i nodi scorsoi figurano tra quelli che l’uomo conosce sin dai tempi più

remoti, usati come trappole per la cattura di animali. Si fissa l’estremità di una corda ad un punto di

115

sostegno elevato dal suolo e si annoda l’altra estremità così da formare un cappio, stretto poi intorno al

collo del condannato che si trova in una posizione elevata rispetto al pavimento e poggia con i piedi sopra

un supporto od una botola; tolto improvvisamente il supporto, il corpo si abbandona nel vuoto e la caduta

provoca lo scorrimento ed il serramento del cappio. La morte per impiccagione si riconduce a più fattori:

asfittico, circolatorio, nervoso, traumatico. Il laccio, scorrendo in alto ed arrestandosi energicamente al

margine inferiore della mandibola, occlude le vie respiratorie, comprime energicamente i vasi carotidi e le

giugulari e chiude le arterie vertebrali, agisce sulle strutture nervose ed in primis sul nervo vago, provoca

lesioni al rachide cervicale.

Lancio da una torre o da altro luogo elevato.

1.8.24

Non c’è dubbio che questo tipo di esecuzione fosse comune tra molti popoli selvaggi e primitivi, che

avevano a disposizione precipizi o rocce adatti allo scopo. Era anche uno dei metodi preferiti per suicidarsi.

Questo tipo di esecuzione era previsto anche dalle leggi dell’antica Roma. Manlio Capitolino andò incontro

a questo destino: condannato come ribelle, fu gettato dalla rupe Tarpea. Fra altri personaggi noti giustiziati

nello stesso modo ricordiamo il matematico Putuanio e l’imperatore Zenone. Il famoso scrittore Esopo,

accusato di aver rubato uno dei tesori del tempio di Apollo, conobbe il medesimo destino nel 561 a.C.

Perillo, il diabolico inventore di quell’ingegnoso strumento di tortura che era il toro di bronzo, dopo essere

stato quasi arrostito vivo nella sua stessa creazione, fu scaraventato giù da una roccia per ordine di Falaride.

Non si hanno tracce in una sua inclusione nel codice penale in epoca più tarda, anche se è stato detto che

nelle persecuzioni del XVI secolo in Piemonte molte vittime andarono incontro a questa morte. Un metodo

in qualche modo analogo, in voga durante il regno di Francesco I, era l’estrapade, ossia si faceva precipitare

il criminale, i piedi legati con una fune, da una certa altezza, in modo che si fratturasse gli arti.

La tortura che spesso si associava a questo tipo di esecuzione consisteva nelle sofferenze che si dovevano

sopportare prima di morire. La vittima giaceva impotente, con gli arti fracassati, fino a quando moriva

letteralmente di fame. È stato detto che molte di queste vittime “arrivavano a divorarsi la carne delle braccia

in preda alla fame ed alla disperazione”. Nel 1655 Pietro Simond di Angrogno, scaraventato giù da un

precipizio, col collo legato ai calcagni, rimase impigliato in un albero, dove restò fino a che morì di stenti.

Lapidazione

1.8.25

L’esecuzione di una condanna tramite lapidazione sembrerebbe un metodo così semplice da rendere inutile

qualsiasi spiegazione. Così non è. L’uso di uno strumento litico per fare dei danni al nostro prossimo risale

agli albori dell’umanità. A parte la trasposizione cinematografica di Kubrick, l’archeologia con i suoi

ritrovamenti ha ampiamente appurato che strumenti litici sono presenti ad ogni latitudine e l’età della pietra

è una delle nozioni che ci accompagnano sin da bambini. Se dalla felce acuminata prese il via l’infinita

storia delle armi, con un estemporaneo volo pindarico si può immaginare un primitivo capo che giustizia un

componente della tribù spaccandogli la testa con una bella pietra. È un metodo per riparare ai torti semplice,

sicuro ed economico, quasi connaturato al nostro DNA: chi nell’innocente età infantile non ha mai tirato un

sasso contro il prepotente, scagli la prima pietra. La lapidazione non solo è pratica antichissima, ricordata

dalla Bibbia, praticata in epoca romana, citata nel Corano, è anche assai longeva visto che gode tuttora di

buona salute. Per una buona esecuzione occorrono pochi ma fondamentali ingredienti. Prima di tutto

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca ghione di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Riverditi Maurizio.

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