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Storia della Psicologia - Appunti

Appunti di storia della psicologia sulla psicopatologia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Sava dell’università degli Studi del Salento - Unisalento, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia della psicologia docente Prof. G. Sava

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INTRODUZIONE APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA • A.A. 2016/2017

divisione del lavoro l’esito dell’indagine è il prodotto di un’interazione sociale

nell’ambito di un sistema di ruoli la cui struttura è intimamente connessa con il

modo in cui è stato definito il fenomeno da indagare. (Kurt Danziger; 1990)

Questa divisione del lavoro, tipica del laboratorio di psicologia wundtiano, diventa un canone della

ricerca psicologica.

All’inizio del secolo scorso, Titchener scriverà un dettagliato manuale dal titolo indicativo: Experi-

mental Psychology: A Manual of Laboratory Practice [1901-1905]. Queste regole sono sempre volte

a realizzare, in sostanza, due principi:

1. garanzia che lo sperimentatore non influenzi quanto osserva;

2. garanzia che il soggetto non venga influenzato dalla conoscenza di quello che si studia.

La divisione del lavoro, nel laboratorio di psicologia, viene sempre più raffinata, standardizzata e

codificata, grazie alla creazione di un lessico e di conoscenze e metodi specializzati. Lentamente ma

inesorabilmente, non solo l’introspezione, ma anche l’autosperimentazione finiranno così per scom-

parire.

Il modello della psicologia “da laboratorio” si estenderà progressivamente anche ad altre aree della

disciplina. Questa estensione si accompagna a nuovi paradigmi e modi di lavorare:

• si introducono delle macchine che “creano gli stimoli”;

• non soltanto gli uomini adulti “normali” possono fungere da soggetti sperimentali in labora-

torio; si inventano infatti apparecchiature per raccogliere risposte non consapevoli da parte

dei soggetti più diversi (bambini, animali, ecc.);

• lo sperimentatore viene in molti casi sostituito da sistemi di registrazione automatica delle

risposte rese possibili dall’uso dei computer.

5 Come è fatta questa storia della psicologia

Abbiamo delineato due ipotesi storiografiche da un lato ritenere che i nodi teorici della psicologia

siano già stati fondamentalmente formulati in sede filosofica e che lì vadano appunto rintracciati e,

dall’altro, considerare l’adozione del metodo sperimentale come il punto di partenza per l’autonomia

scientifica della disciplina e come il riscatto da ipoteche filosofiche e metafisiche.

Nel progettare questa storia della psicologia non si è cercato un compromesso tra queste due posi-

zioni, ma si è aggirato il dilemma scegliendo una terza via. È stato preso in considerazione il passato

filosofico, ma non si è vista in esso un’anticipazione di temi e teoria sviluppati poi in sede psicologica.

In quest’ottica la stessa adozione del metodo sperimentale perde il rilievo e l’importanza cruciale che

derivavano dal concepirla come un tanto atteso e ostacolato adeguamento della psicologia ai canoni

della scienza. Viene invece considerata in un’ottica meno astratta e più articolata: la sua graduale

accettazione si spiega con la confluenza di diverse discipline già mature – dalla fisiologia all’astro-

nomia – in una serie di nodi teorici che solo un approccio originale, quello appunto proposto dai primi

psicologi sperimentali, avrebbe risolto. Luccio mostra in modo convincente come la nascita della

psicologia scientifica sia il risultato di un processo lungo e faticoso e non la conseguenza di una

semplice decisione, quella di studiare il comportamento umano in laboratorio. Nel determinare l’esito

positivo di questo processo giocano un ruolo anche le posizioni di alcune correnti filosofiche – so-

prattutto gli ideologi e gli empiristi inglesi – che contribuiscono a creare un clima culturale adatto

rimuovendo pregiudizi e prevenzioni ideologiche del passato.

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CAPITOLO Le origini della psicologia

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1 Quando e come può nascere la psicologia

Il termine “psicologia” (la scienza dell’anima, secondo l’etimo greco) è di invenzione relativamente

recente, e ancor più recente è il significato che a questo termine viene oggi attribuito. È certo che il

termine, nato negli anni a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, ebbe vita stentata sino al Settecento,

quando fu ripreso da un filosofo razionalista allievo di Leibniz, Christian Wolff, che designò con esso

una delle quattro parti in cui andava suddivisa la metafisica, le altre tre essendo l’ontologia, la co-

smologia e la teologia. Wolf tra l’altro distingueva una psicologia empirica (che si occupava dei fatti

psichici fondati sull’esperienza) da una psicologia razionale (che si occupava dell’essenza dell’anima

e delle sue facoltà).

Solo nella seconda metà dell’Ottocento, però, il termine “psicologia” comincerà ad essere utilizzato

per designare una disciplina scientifica autonoma dalla filosofia e svincolata da ipoteche metafisiche,

con un’accezione più o meno analoga a quella odierna.

Il problema che occorre porsi, quindi, è quello dei motivi che fecero sì che la psicologia decollasse

così tardi come scienza, a oltre due secoli di distanza dalla nascita della scienza moderna.

Una certa storiografia delle scienze, di derivazione sostanzialmente positivistica, ci ha indotto a rite-

nere che il progresso umano sia avvenuto per accumulo graduale e continuo di conoscenze. In realtà

il progresso dell’umanità si è avuto attraverso una serie di discontinuità nell’accumulo delle cono-

scenze. Sostanzialmente, i veri avanzamenti non sono derivati dal sapere di più intorno a certi argo-

menti, ma dall’interpretare in modo diverso cose già note. Una volta operate queste risistemazioni

del sapere si è potuto riprendere ad accumulare sapere in termini quantitativi. Se ciò è vero in gene-

rale, lo è in modo particolare per quanto riguarda la psicologia. Vi sono stati dei periodi in cui si è

accumulata un’enorme quantità di dati su problemi che successivamente si sono considerati inessen-

ziali, o impostati su presupposti metodologici in seguito ritenuti erronei.

La scienza moderna, se si vuole, nasce anche nel momento in cui, per usare un’espressione di Koyré

[1957], si esce dal “mondo del pressappoco” e si entra nell’«universo della precisione».

Ciò che ci preme sottolineare è lo spostamento dei criteri di rilevanza che si verificano nel corso dello

sviluppo di una scienza, al mutare dei suoi paradigmi. La storia di una disciplina scientifica, in altri

termini, non è tanto una storia discontinua di cambiamenti, a volte drammatici.

2 Le condizioni

Perché possa esservi una scienza dell’uomo (di cui la psicologia è un caso specifico) occorre, come

prerequisito, che l’uomo possa essere oggetto di studio scientifico. Sembra una banalità, ma, come

vedremo, il primo motivo del ritardato sviluppo delle scienze dell’uomo rispetto alle altre scienze

naturali è dovuto proprio al fatto che per diversi secoli tale prerequisito è venuto a mancare. O meglio,

in altri termini per molti secoli il pensiero umano occidentale ha escluso che l’uomo potesse essere

oggetto di indagine scientifica.

Va innanzitutto detto che questa impossibilità affermata di studiare l’uomo è tipica del pensiero cri-

stiano medioevale, e che le conseguenze di questa impostazione si sono poi ripercosse sino almeno a

metà del XVIII secolo. 5

CAPITOLO 1 APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA • A.A. 2016/2017

2.1 La psicologia nel pensiero greco

Prima di tutto occorre ribadire che in quasi tutte le antiche civiltà non è assolutamente chiaro il rap-

porto tra sistema nervoso e attività psichica. Quasi sempre l’attività psichica, se le viene cercata una

sede “somatica”, è collocata nel cuore. Questo è vero per la scienza egiziana, per l’antica scienza

cinese – che pone nel cuore lo spirito vitale, ma attribuisce localizzazioni di altre componenti psico-

logiche nei vari visceri –, per il pensiero ebraico – che fa derivare dal cuore pensiero e azione.

Anche per il pensiero greco, con qualche eccezione, è soprattutto il cuore la fonte della vita psichica.

È però frequente che, accanto al cuore, anche al cervello venga dato un certo ruolo.

Tra i presocratici, l’unico che colloca le facoltà psichiche nel cervello è Alcmeone. Va peraltro detto

che Alcmeone è uno dei pochi filosofi (e nel suo caso propriamente naturalisti) greci che sfidando i

tabù relativi praticano la dissezione dei cadaveri.

Affianco del cuore, si affaccia però con Empedocle un’altra concezione: la possibilità che il principio

guida delle attività psichiche sia nel sangue, che irrora tutto il corpo.

Ippocrate di Cos è medico, e la sua scienza è finalizzata alla medicina. Ippocrate fonda una vera e

propria scienza dell’uomo in cui confluiscono osservazioni sociologiche, psicologiche e fisiologiche,

in uno sforzo continuo di sintesi e di sistematizzazione che non ha precedenti nella storia del pensiero

umano, e che rimarrà senza un seguito apprezzabile per ventidue secoli.

Ippocrate è importante per la sua dottrina caratterologica, e per i suoi studi sugli effetti di danni

traumatici o malattie al sistema nervoso sul comportamento. Ippocrate ritiene che vi siano quattro

umori corrispondenti ai quattro elementi indicati da Empedocle: il sangue, corrispondente all’aria

calda e umida; la bile nera, corrispondente alla terra, fredda e secca; la bile gialla corrispondente al

fuoco, caldo e secco; il flegma, corrispondente all’acqua, freddo e umido. A seconda del prevalere di

uno di questi quattro umori sugli altri, a persona svilupperà un certo temperamento. Rispettivamente:

sanguigno, melancolico, collerico e flemmatico.

Vale la pena notare che la caratterologia ippocratica si è mantenuta sino ad oggi (ovviamente per quel

che riguarda la descrizione dei tipi temperamentali corrispondenti, e non per le basi umorali che Ip-

pocrate attribuiva a tali tipi). Essa è stata infatti ripresa da Pavlov e, più recentemente, da Eysenck,

che ha mostrato come il tipo labile estroverso corrisponda al collerico, il tipo labile e introverso cor-

risponda al melanconico, il tipo stabile ed estroverso al sanguigno, il tipo stabile e introverso al flem-

matico.

Ancora più importanti, forse, i suoi studi neurologici. Nel trattato Delle ferite del capo afferma che il

cervello è l’organo più potente del corpo, e che gli organi di senso agiscono in dipendenza della sua

capacità di discernimento. Va peraltro detto che altrove Ippocrate afferma che la sede dell’intelligenza

è il ventricolo sinistro del cuore.

Con queste affermazioni, Ippocrate pone in evidenza una concezione che si sta affermando nel pen-

siero greco, e che troverà la sua espressione più elevata in Aristotele: il fatto, cioè, che l’uomo è parte

della natura, e può essere studiato con i metodi delle scienze della natura. Di particolare interesse, per

di più, il tentativo di Aristotele di costruire, accanto ad una psicologia dell’uomo, anche una psicolo-

gia animale e una psicologia infantile.

Per Aristotele, peraltro, il cervello, pur avendo con il cuore il potere supremo di controllo della vita

corporea, ha sostanzialmente un potere di “raffreddamento” del cuore stesso, che svilupperebbe nella

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A.A. 2016/2017 • APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA CAPITOLO 1

sua attività un calore eccessivo. Il cervello, quindi, interviene solo indirettamente nelle funzioni men-

tali, neppure nelle percezioni, che avvengono nel cuore.

Un cenno va peraltro fatto ad Erofilo e Erasistrato, soprattutto a quest’ultimo, per le sorprendenti

descrizioni anatomiche del sistema nervoso che ci hanno fornito. Sembra peraltro che potessero ese-

guire vivisezioni di criminali.

Erasistrato distingueva un pneuma vitale, con sede nel cuore, da un pneuma psichico, con sede nel

cervello.

2.2 Dal Medioevo al Rinascimento

La filosofia greca aveva quindi posto tutte le premesse perché le scienze dell’uomo, e quindi la psi-

cologia, potessero adeguatamente progredire. Il pensiero romano non sviluppò però questi temi.

Plinio il Vecchio poneva la sede della mente nel cuore, ma la mente attraverso il pneuma, condotto

dalle arterie veniva portata sino al cervello. Più rilevante, semmai, il pensiero di Galeno che aggiunge

ai pneuma vitale e psichico di Erasistrato un terzo tipo di pneuma, derivato dai vapori del sangue e

regolatore delle funzioni corporee, il pneuma fisico. Si osservi che la teoria di Galeno fu sostanzial-

mente accettata sino al XVII secolo, sino cioè alle ricerche di Harvey sulla circolazione del sangue.

Il pensiero medioevale è del tutto alieno dallo studio dell’uomo di cui nega addirittura la possibilità.

Il mondo è concepito secondo una precisa struttura gerarchica, con alla testa Dio, e immediatamente

sotto l’uomo, che non viene però visto come facente parte della natura. Non si rifiuta lo studio della

natura, ma questo è puramente descrittivo, senza nessun tentativo di sistematizzazione delle cono-

scenze.

Esiste, ed è ovvio, tutto il mondo dell’alchimia e dei maghi, ma la ricerca, contrariamente a quanto

avverrà nel Rinascimento, è talmente impregnata di spirito magico, di “soprannaturale” e del metodo

di imbrigliare le sue forze, da non somigliare in alcun modo al concetto che oggi abbiamo di scienza.

In queste condizioni una scienza dell’uomo è non solo impensabile, ma addirittura empia, sia sul

piano fisiologico, sia, a maggior ragione, su quello psicologico e sociale. Per molti secoli verranno

vietati gli studi anatomici, e i contravventori verranno puniti con la scomunica, se non con il rogo.

È solo alla fine del XIV secolo, e poi soprattutto nei due secoli successivi, con il Rinascimento, che

sarà possibile iniziare un nuovo rivolgimento del pensiero umano e cominceranno a ricostruirsi le

condizioni che rendono possibile una scienza dell’uomo.

In estrema sintesi, le caratteristiche del pensiero rinascimentale possono così essere riassunte. Vi è

un improvviso interesse per l’uomo in quanto tale e come membro della natura. L’uomo non è più

visto in un’ottica trascendente: semmai, la tendenza può essere quella di attribuire all’uomo stesso

alcune caratteristiche proprie della divinità. Siamo però ancora lontani dalla possibilità di poterne fare

un concreto oggetto di studio.

La concezione che si afferma è, tra mille contraddizioni e ambiguità, strettamente deterministica. Nel

mondo, nella natura, agiscono delle forze prodigiose che determinano tutto quanto avviene. Nulla si

muove nell’universo che non abbia una diretta conseguenza su tutte le altre parti dell’universo, anzi,

come afferma Pico della Mirandola, le leggi che regolano queste influenze reciproche sono leggi

matematiche.

Da qui l’enorme importanza dell’astrologia. I moti degli astri non possono non esercitare la loro

influenza sugli eventi del mondo se fanno parte di un universo animato da forze prodigiose, seppur

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CAPITOLO 1 APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA • A.A. 2016/2017

insite nella natura, in continua interazione reciproca. L’astrologo può quindi, attraverso lo studio degli

astri, prevedere gli eventi terreni, ma in modo assolutamente naturale.

2.3 La rivoluzione scientifica e il dualismo cartesiano

Sono Galileo, Keplero e Bacone gli autori della svolta che porta dalla magia naturale e dall’aristote-

lismo astratto alla scienza moderna, al legame, cioè, tra teoria ed esperienza empirica. Ancora una

volta, le scienze dell’uomo non possono nascere in forma compiuta, anche se il Seicento, in primo

luogo con Cartesio e successivamente con gli empiristi inglesi, prosegue nell’opera di abbattimento

delle barriere che il cristianesimo aveva posto nel medioevo attorno allo studio dell’uomo.

In estrema sintesi, sono due gli aspetti del pensiero cartesiano che qui ci interessano. Innanzitutto, la

distinzione che egli opera tra res cogitans e res extensa, cioè, anima pensante e corpo inteso come

macchina. In secondo luogo la sua dottrina delle idee innate.

Iniziamo dal dualismo. Cartesio distingue il corpo, la materia che ha un’estensione, dallo spirito che

pensa. La res cogitans è priva di estensione e interagisce con il corpo a livello della ghiandola pineale,

o epifisi. La curiosa scelta della ghiandola pineale è motivata dal fatto che si tratta di un organo posto

all’interno della scatola cranica, unico, e di cui non si conosce alcuna funzione. La cosa importante è

che il corpo può essere considerato come un meccanismo perfetto. Il modello che ha presente Carte-

sio, parlando del corpo, è quello di una macchina idraulica, come gli orologi, le fontane artificiali, i

mulini, allora giunti ad un altissimo livello di perfezione. Di fatto, se si esclude il pensiero, la res

extensa è del tutto in grado di funzionare autonomamente.

Il secondo aspetto per noi rilevante dell’opera di Cartesio è quello della dottrina delle idee innate.

Le idee, infatti, costituivano per Cartesio il contenuto della mente, ed egli distingueva fra tre tipi di

idee. Vi erano le idee derivanti dai sensi, dalla memoria o dall’immaginazione, costituenti un legame

tra mente e oggetti reali. Vi sono così idee costruite direttamente dalla mente, sia che si tratti di idee

relative ad oggetti del tutto immaginari, come avviene nel sogno o nel delirio, sia che si tratti della

consapevolezza delle emozioni che possiamo provare.

Ma l’originalità di Cartesio è nel postulare un terzo tipo di idee, quelle innate, che sorgono diretta-

mente dalla mente come principi assolutamente basilari. Ora il fatto che tali idee siano innate non

significa che si presentino chiare e distinte alla coscienza dell’uomo. Egli le deve piuttosto scoprire

in se stesso.

Il punto fondamentale è che Cartesio può postulare una totale indipendenza tra le due sostanze, corpo

e mente. A quest’ultima, infatti, non è più necessario il corpo (compresi cervello e organi di senso)

ser esplicare la sua azione, perché in essa sono compresi, innati, i principi che le consentono di fun-

zionare.

Ma vi è un ultimo aspetto del pensiero cartesiano su cui sarebbe opportuno soffermarsi. Si tratta della

concezione secondo la quale il mondo in cui viviamo potrebbe essere un mondo di apparenze, co-

struito da un demone che ci voglia ingannare. Se è quindi indispensabile dubitare di tutto, è però

indubbio che vi sono delle idee che per le loro caratteristiche di chiarezza e distinzione sono indubi-

tabili, non in ragione di una necessaria corrispondenza con oggetti del mondo esterno, ma in quanto

siamo consapevoli della loro esistenza.

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A.A. 2016/2017 • APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA CAPITOLO 1

3 La fondazione delle scienze dell’uomo

Pur con le sue ambiguità, Cartesio rappresenta una pietra miliare nel processo che consente di deter-

minare le condizioni perché possa nascere una scienza dell’uomo. I passi successivi da compiere

sono:

a) il passaggio da un’indagine sull’essenza della mente a un’indagine sui suoi processi, indipen-

dentemente dalla sostanza che la compone;

b) il passaggio da una concezione del corpo come macchina a una sua concezione quale organi-

smo animale, in modo da poter ricostruire l’unità mente-corpo.

Alla fine del Settecento si ha già un’autentica fondazione della scienza dell’uomo. Non siamo però

ancora alla psicologia, nel senso in cui la intendiamo oggi. Sarà ancora necessario infatti oltre mezzo

secolo, e fondamentali saranno gli apporti di altre scienze – dall’astronomia alla fisiologia, alla bio-

logia – che innestandosi su questi contributi permetteranno alla psicologia di nascere come tale.

3.1 Dagli empiristi agli associazionisti

Andando per linee molto generali, il filone filosofico che prende origine da Cartesio è quello cosid-

detto “razionalista”. Ad esso si contrappone il movimento “empirista”, i cui principali rappresentanti

furono Locke, Berkeley e Hume. Con un eccesso di schematismo, si è soliti indicare nell’avversione

ad ogni forma di idee innate, e nell’affermazione della derivazione di ogni conoscenza dall’espe-

rienza, la distinzione fondamentale tra razionalisti e empiristi.

Locke è il primo che userà il termine “intelletto” nel suo famoso Saggio sull’intelletto umano [Locke

1690]. Parlando di intelletto, anziché di mente o di anima, Locke si riferiva ad una facoltà, e non più

a una sostanza. In tal modo ogni discussione metafisica veniva bandita, non perché si negasse la

liceità di discutere sull’essenza dell’anima, ma semplicemente perché si indicava la via per indagare

empiricamente sui processi e sugli effetti dell’anima, indipendentemente da quale fosse la sua es-

senza.

In altri termini, gli empiristi non negavano l’esistenza dell’anima, né negavano la liceità di un’inda-

gine metafisica sulla sua essenza. Semplicemente, si occupavano di altro. Distinguevano, cioè, tra

“prodotti” dell’anima, in termini di processi ed effetti, e sostanza che la compone. I primi potevano

essere studiati scientificamente, la seconda solo attraverso la metafisica. Se si vuole, è la stessa di-

stinzione fra psicologia empirica e psicologia razionale che abbiamo visto operata dal razionalista

Wolff.

La cosa che preme sottolineare è che senza tale distinzione non sarebbe mai potuta nascere una psi-

cologia scientifica, perché ogni discussione sull’anima avrebbe sempre avuto a che fare con il pro-

blema della sua essenza, e non sarebbe quindi mai riuscita a liberarsi dalle pastoie della metafisica.

In questo modo, inoltre, si aprivano due vie di indagine. La prima era quella dei processi che si svol-

gono nell’intelletto in quanto tale; la seconda era invece relativa allo studio dei rapporti tra mente e

corpo.

Chi imboccò più risolutamente la prima via fu David Hume, che individuò nelle associazioni i pro-

cessi fondamentali che regolano l’intelletto. Secondo Hume, tra le idee si stabiliscono dei “segreti

legami”, che fanno si che la mente le congiunga più frequentemente. Hume distingueva associazioni

per somiglianza, per contiguità e per causazione. 9

CAPITOLO 1 APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA • A.A. 2016/2017

Gli associazionisti svilupparono enormemente i principi dell’associazione, e aggiunsero numerose

altre leggi a queste tre originali. Vale la pena ricordare a questo proposito lo scozzese Thomas Brown

[1820], che introdusse forse per primo in psicologia il metodo dell’introspezione, e cioè dell’auto-os-

servazione sistematica da parte di una persona di quanto avviene nella sua stessa mente.

Il compito però di affrontare i legami tra mente e corpo fu in quest’ottica affrontato principalmente

da un medico, David Hartley, che, pur adottando una posizione dualistica (scriverà nel 1749 che

“l’uomo consiste di due parti, l’anima e il corpo”), si muoveva nella scia del programma enunciato

da Locke. A fondamento della sua dottrina vi è la teoria delle “vibraziuncole”, delle minime vibra-

zioni che gli oggetti esterni provocano attraverso gli organi di senso nel sistema nervoso. Il suo pro-

gramma consiste nel dimostrare che a tali vibraziuncole corrispondono le associazioni che si sono

dimostrate la base delle operazioni dell’intelletto.

Le leggi dell’associazione lasciavano abbastanza irrisolto il problema del pensiero complesso. Al di

là infatti di idee semplici e di semplici concatenazioni di idee, diventava difficile comprendere eventi

di pensiero più complessi nei quali il richiamo dell’evento sensoriale non fosse immediato.

Il primo tentativo di risolvere questo problema fu di James Mill. Nel 1829 egli formulò il principio

dell’«associazione sincrona». Secondo tale principio, un oggetto è per noi costituito da una somma

di sensazioni diverse. Tali sensazioni diverse vengono da noi associate simultaneamente e costitui-

scono così un “percetto”, da cui deriva un’«idea». Di fatto, ed è qui la debolezza di Mill, probabil-

mente ognuna delle idee semplici è in realtà un composto di idee più semplici ancora, il che rende già

a livelli abbastanza bassi poco maneggevole la teoria.

Fu il figlio di James Mill, Stuart, con la sua teoria della «chimica mentale», che superò l’impasse.

Secondo Stuart Mill [1843], infatti, se il concetto di associazione sincrona può spiegare abbastanza

bene la formazione per associazione delle idee semplici, nel momento in cui si passa alle idee com-

plesse il discorso necessita di una modifica. Egli allora sostenne che le idee semplici, nel costituire le

idee complesse, si comportano come gli elementi della chimica quando si uniscono tra loro per for-

mare un composto.

Un ultimo cenno merita questo punto Alexander Bain, da molti considerato il vero padre “filosofico”

della psicologia scientifica – anche se personalmente non condusse mai ricerche scientifiche. La po-

sizione di Bain è più complessa e articolata di quella degli altri associazionisti. Pur accettando una

teoria associazionista analoga a quella della “chimica mentale” di John Stuart Mill, ammetteva con-

temporaneamente l’esistenza anche di fattori innati di organizzazione del comportamento. Con Bain

l’affermazione della necessità di dare una base neurofisiologica ad ogni studio del comportamento

riceve in questa prospettiva la sua formulazione più completa. È sua l’affermazione secondo la quale

la “mente è completamente alla mercé delle condizioni corporee”. Secondo Bain nella soluzione di

un problema, l’individuo opera inizialmente con movimenti casuali; alcuni di questi saranno però

premiati dalle loro “conseguenze”, e precisamente quelli che ottengono risultati positivi; essi tende-

ranno allora a ripetersi, divenendo delle abitudini. Fu così Bain [1855] che utilizzò per primo l’espres-

sione “apprendimento per «trials and errors»”.

3.2 Gli ideologi

Semplificando al massimo, possiamo dire che il percorso lungo il quale si muove la cultura francese

è sostanzialmente questo. Condillac [1746;1754] inizia uno studio non della natura dell’uomo, bensì

delle sue operazioni intellettuali, lasciando così impregiudicato il problema metafisico dell’essenza

dell’uomo, ma aprendo la via ad uno studio scientifico dei suoi processi psicologici.

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A.A. 2016/2017 • APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA CAPITOLO 1

Di pari importanza, il contributo di Buffon [1749]. Con Buffon l’uomo rientra finalmente nel regno

animale, pur occupando una posizione di vertice. Chiaro che questo inserimento dell’uomo nella

serie animale non è stato operato per la prima volta da Buffon. In particolare, non si può dimenticare

da questo punto di vista il contributo di Linneo. Ma Buffon va oltre la semplice visione classificatoria

dello svedese, giungendo al concetto di “storia naturale” dell’uomo, che indicava, oltre ad una ne-

cessità di considerare l’uomo come parte integrante della natura, nelle sue somiglianze e differenze

dagli altri animali, anche la raggiunta maturità di una concezione che consentiva di studiare l’uomo

in toto, indipendentemente da pastoie metafisiche sulla sua essenza.

Volendo sintetizzare, ricordiamo che nel momento in cui attraverso il dualismo – un secolo prima –

Cartesio aveva distinto corpo e mente, le prospettive che si potevano aprire nell’immediato a chi

volesse fondare una scienza dell’uomo erano sostanzialmente due: o scegliere la via di Locke e in

certa misura di Condillac, la via cioè di mettere da parte i problemi dell’essenza della mente, e dedi-

carsi allo studio dei suoi processi e effetti; o sviluppare, in una prospettiva meccanicistica, lo studio

del comportamento indipendentemente dalla mente.

L’autore che ha svolto più coerentemente questo programma di riduzionismo meccanicista è La

Mettrie [1745; 1748a; 1748b]. di lui è rimasta famosa l’espressione: “il cervello ha i suoi muscoli

per pensare, come le gambe hanno i loro per camminare”. In altre parole, il La Mettrie la mente non

è che una proprietà della materia; ciò che però distingue la materia vivente da quella non vivente è

che la prima è organizzata, e tale organizzazione le fornisce un principio motore interno. Che cos’è

allora l’anima per La Mettrie? Null’altro che la “molla principale di tutta la macchina”. Se ciò vale

per l’uomo, e l’uomo non è altro che una macchina che trae il suo principio motore dal solo fatto di

essere composto di materia organizzata, ne segue che tra uomo e animale le uniche differenze non

possono che essere quantitative, nel senso che la maggiore semplicità dell’animale farà di esso una

macchina meno complessa.

La diga che il pensiero medioevale aveva creato intorno all’uomo per renderlo invulnerabile all’in-

dagine scientifica era quindi ormai infranta. I tempi ormai erano maturi perché la scienza dell’uomo

nascesse effettivamente – e non solo e non tanto la psicologia, ma anche l’etnologia e l’antropologia.

Fu soprattutto Cabanis, medico-filosofo, a compiere il passo decisivo. In Cabanis [1802] il pensiero

sta al cervello come il succo gastrico allo stomaco. Per Cabanis, come non vi è dipendenza del corpo

da un’anima ontologicamente distinta, così non vi è neppure semplice riduzione dell’anima ai mec-

canismi biologici. Egli sostiene infatti l’impossibilità, ad esempio, di interpretare gli essere viventi in

puri termini fisici. Fisico e morale sono per lui profondamente interconnessi, ma poli opposti di

un’unica dimensione. Nella sua concezione assume importanza preminente il ruolo che attribuisce al

sistema nervoso, che raggiunge ogni parte del corpo governandola e regolandola e che nello stesso

tempo, attraverso gli organi di senso, raccoglie le impressioni dal mondo in cui l’individuo si trova

ad agire. Il “morale” è funzione del sistema nervoso, in primo luogo del cervello, ed è principio re-

golatore del “fisico”; ma cervello e sistema nervoso, di cui il morale è funzione, fanno a loro volta

parte del fisico.

4 Il pensiero tedesco dopo Kant: Herbart e Fechner

Non fu quindi né in Francia né in Inghilterra che nacque la psicologia scientifica ma in Germania.

Solo ne XVIII secolo la Germania cominciò a colmare il ritardo culturale che aveva nei confronti

degli altri paesi. È con l’affermarsi di una classe borghese forte che ci si avvia verso il progresso

scientifico. Ora la Germania del Settecento era ancora un paese in larga misura feudale, e le sue

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CAPITOLO 1 APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA • A.A. 2016/2017

condizioni sociopolitiche erano indubbiamente più arretrate di quelle della Francia e dell’Inghilterra.

Tale ritardo viene colmato proprio in questo periodo. In parallelo si ha uno sviluppo scientifico e

culturale che porterà in breve tempo ad una decisa supremazia del pensiero tedesco nella cultura

occidentale.

4.1 Johan Friedrich Herbart

Johan Friedrich Herbart fu il successore di Kant alla cattedra di Königsberg, prima di trasferirsi a

Gottinga. La sua concezione della psicologia è in antitesi con quella che si era andata affermando con

l’Illuminismo. Se infatti per Herbart la psicologia è scienza, si tratta però di una scienza metafisica e

non sperimentale. E ciò in quanto la scienza sperimentale è necessariamente analitica, mentre la

mente per sua natura non può che essere unitaria.

Herbart negava ogni interesse per i nessi tra psicologia e fisiologia. E tuttavia Herbart [1924-1825] è

il primo ad affermare che la psicologia è scienza, e scienza autonoma, non subordinata né alla filosofia

né alla fisiologia. Ma non essendo scienza sperimentale, è scienza metafisica, che sulla metafisica,

come sull’esperienza e sulla matematica, va fondata.

L’aspetto matematico è preminente nelle preoccupazioni di Herbart che è anche il primo, quindi, ad

affermare la necessità di una misurazione dei fatti psichici. Egli sosteneva che le idee variano per il

tempo e per l’intensità; l’anima è però unitaria, e se due idee si presentano contemporaneamente, o

esse possono integrarsi in un’unità più complessa, o necessariamente tenderanno reciprocamente a

inibirsi. L’intensità minima che un’idea deve possedere perché rimanga a livello di coscienza viene

detta “soglia di coscienza”. Al di sotto della soglia di coscienza le idee entrano nel livello dell’in-

conscio.

Un ultimo punto merita di essere sottolineato. Herbart, affermando la necessità di una fondazione

matematica della scienza psicologica, compì due operazioni fondamentali per la nascita della nuova

scienza. Innanzitutto, tolse l’oggetto di studio della psicologia dal dominio del qualitativo, facendolo

entrare in quello del quantitativo, compiendo così un grosso passo in avanti per l’equiparazione della

psicologia alle altre scienze naturali – anche, tra l’altro, a livello di immagine nella comunità scienti-

fica dell’epoca. In secondo luogo, pose per la prima volta in luce l’esigenza di fondare una teoria

della misurazione dei fenomeni psichici.

4.2 Gustav Theodor Fechner

Gustav Theodor Fechner era un fisico di un certo valore, che aveva dovuto abbandonare la ricerca

per una grave infermità agli occhi in età ancora abbastanza giovanile, e aveva cominciato ad occuparsi

– da isolato, però, e al di fuori di qualsiasi tradizione accademica – di problemi filosofici, con una

curiosa venatura mistica impregnata tra l’altro di influssi orientali e nello stesso tempo contradditto-

riamente orientato a dare una risposta materialistica ai problemi scientifici.

Ricordiamo rapidamente che siamo nel periodo in cui in Germania è aperta la cosiddetta “questione

materialistica”, che vede posizioni contrapposte da un lato, a difesa del vitalismo, i grandi scienziati

accamici portavoce della scienza ufficiale; e dall’altro soprattutto alcuni giovani fisiologi che soster-

ranno la necessità di considerare anche gli essere viventi come soggetti alle stesse leggi valide per il

resto della natura.

12

A.A. 2016/2017 • APPUNTI DI STORIA DELLA PSICOLOGIA CAPITOLO 1

La posizione di Fechner nella controversia è abbastanza insolita. A ben guardare, il suo materialismo

è piuttosto radicale, anche se appare continuamente smentito dall’affermazione dell’esistenza

dell’anima. Ma l’anima, lo spirito, per Fechner è qualcosa di ben diverso da quello che è per i vitalisti.

Lo spirito infatti non è altro che una proprietà della materia, inerente alla sua organizzazione in atomi.

E ogni materia, in quanto composta di atomi, è dotata di anima. E tale anima è tanto più complessa,

quanto più complessa è la struttura della materia a cui inerisce.

Spirto e materia, infatti, a ben guardare, non sono altro che due facce della stessa medaglia, due aspetti

derivanti da modi di osservare distinti della stessa realtà, ontologicamente unitaria. L’anima e i suoi

prodotti, non sono che effetto di processi che avvengono nella materia che compone il nostro corpo,

il nostro sistema nervoso.

Abbiamo modi di rilevare cosa avviene nell’anima, ma ciò non ci consente di rilevare cosa avviene

nella materia; e di converso, abbiamo i modi di rilevare cosa avviene nella materia, ma il loro uso

non ci consente di rilevare cosa avviene nell’anima.

Il ponte che Fechner getta per unire corpo e anima, spirito e materia, è quello della psicofisica [1860].

Attraverso questa nuova scienza è possibile determinare in modo unitario e tramite una precisa rela-

zione matematica il rapporto che intercorre tra questi due aspetti di un’unica realtà.

Tale relazione psicofisica fondamentale venne chiamata da Fechner legge di Weber, ma è più nota

come legge di Weber-Fechner. Essa afferma che la sensazione è proporzionale al logaritmo dello

stimolo; in formula:


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AUTORE

omazzeo

PUBBLICATO

6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher omazzeo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Sava Gabriella.

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