Introduzione
La psicologia: storia e metodi
Una storia non “faziosa” della psicologia deve essere, se non altro, una storia di teorie, procedure e pratiche diverse, spesso incommensurabili. Beninteso questo è vero per tutte le discipline scientifiche, ma per certe è più vero che per altre. Nelle scienze naturali, in generale, c’è un’ampia convergenza sul tipo di cose che bisogna andare a vedere e, soprattutto, c’è un’ampia omogeneità sulle procedure da adottare in laboratorio per effettuare la misurazione delle variabili cruciali. In psicologia, invece, a più di un secolo da quella che viene spesso considerata la data di nascita, si discute ancora su quali metodi privilegiare in funzione delle opzioni teoriche fatte proprie da un ricercatore o da uno psicologo applicato.
Questo diverso grado di compattezza della disciplina pone alcuni problemi per chi voglia ripercorrerne la storia. Si deve infatti cercare di descrivere il progressivo ampliarsi e modificarsi di “tutte” le conoscenze (e questo progresso non è detto che sia “lineare”, può avvenire “a salti”). Nel contempo si deve cercare di offrire un quadro di tutti i suoi modi di produzione. Bisogna rispondere a domande relative sia all’influenza della realtà sociale, credenze, pregiudizi sullo sviluppo della disciplina (“storia esterna”) che sui percorsi di sviluppo e di perfezionamento dei concetti e delle teorie di un ramo del sapere (“storia interna”). Avendo però a che fare con le vicissitudini storiche di tutto quello che, volta a volta, è stato designato come “psicologia”, questa distinzione, per quanto schematica, può avere una certa utilità. Nel senso che da essa si può ricavare la nozione di “dipendenza dall’esterno” di una scienza. Una scienza dipende tanto più dall’esterno quando più la sua storia interna è stata condizionata dal contesto storico e sociale.
Quasi tutto lo sviluppo della psicologia scientifica è stata caratterizzata da obiettivi e finalità che sono stati posti, direttamente o indirettamente, dall’esterno. Ne discende che i vari contesti culturali e sociali in cui tale disciplina è cresciuta l’hanno influenzata in modo profondo, determinando quel ventaglio di teorie e di pratiche cui si è alluso in apertura. In breve, la scienza dell’uomo nasce, per così dire, in due tappe: dapprima viene legittimata la possibilità di studiare l’uomo in quanto “macchina” – di qui un enorme impulso alle ricerche anatomiche e fisiologiche – e, solo in seguito, a più di un secolo di distanza, si potrà incominciare a prendere in considerazione l’uomo nella sua globalità, includendo nell’esame quella che Cartesio aveva chiamato res cogitans, cioè la mente.
L’approccio storico e quello sistematico
Le diverse scuole e correnti psicologiche hanno sempre oscillato tra due poli opposti coloro che considerano l’uomo come una macchina – il cui funzionamento è determinato dalle leggi della neurofisiologia e della biochimica – e coloro che lo considerano come una persona capace di scopi, aspettative e intenzioni. Da questa differenza di posizioni derivano scelte tendenzialmente opposte quando si tratta di decidere quali strumenti di raccolta dei dati vadano privilegiati al fine di costruire o controllare le teorie.
I “meccanicisti” tendono a privilegiare le classiche tecniche sperimentali, da usarsi in laboratorio. Coloro che invece concepiscono il comportamento umano come guidato da scopi privilegiano l’osservazione delle situazioni in contesti non artificiali e anche l’impiego di tecniche molto lontane dai canoni delle scienze naturali.
I metodi della psicologia
Distinguiamo da un lato coloro che considerano la psicologia al pari delle altre scienze della natura, cercando di trapiantarvi criteri e metodi collaudati nei rami del sapere più consolidati, come ad esempio la biologia; dall’altro coloro che ritengono che la psicologia non abbia modelli precostituiti di scientificità. Diviene così possibile rivendicare alla propria disciplina un’autonomia, legittimando l’impiego di tecniche di indagini originali, spesso inventate proprio per quello specifico campo di indagine.
I fautori del cosiddetto “lassismo metodologico”, cioè di un atteggiamento permissivo nei confronti di metodologie diverse da quelle usate in laboratorio ritengono infatti che l’artificiosità determinata dal semplificare alcuni fenomeni, soprattutto quelli più complessi – allo scopo di poterli studiare in laboratorio – non sia sufficientemente compensata dal più agevole controllo delle variabili. Al contrario, la prospettiva storiografica classica sostiene più o meno apertamente che la disciplina è nata come scienza autonoma quando si è incominciato a portare i fenomeni in laboratorio così da poterli analizzare con le consuete procedure sperimentali. È appunto in base a questo criterio che si riconosce a Wilhelm Windt il merito di aver fondato la psicologia: ed è egli infatti il creatore del primo laboratorio di psicologia.
Da questa prospettiva tuttavia, qualora venga seguita alla lettera, discendono alcune conseguenze alquanto singolari. La storia della psicologia dovrebbe infatti frammentarsi nelle vicende particolari di settori di ricerca nati in momenti diversi, e cioè nei periodi in cui si è riusciti a semplificare o a trasformare i fenomeni di quel settore di ricerca così da applicarvi il metodo sperimentale. A rigore si dovrà dunque, in questa prospettiva, parlare non di nascita della psicologia, bensì di un certo settore di ricerca, considerando, in modo piuttosto riduttivo, lo sviluppo di questa disciplina come la progressiva applicazione, nel secolo scorso, del metodo sperimentale a tutti gli aspetti del comportamento.
Coloro che, invece, non pensano che l’introduzione di un metodo costituisce di per sé la garanzia di scientificità di una disciplina, non escludono dalla storia della scienza interi campi di indagine in quanto non ottemperano i tradizionali canoni di scientificità. Propongono invece il ricorso anche ad altre tecniche per raccogliere materiale su cui costruire teorie: la semplice osservazione del comportamento altrui nel corso della vita quotidiana e l’introspezione.
Sul modo ingenuo di osservare e descrivere la vita mentale si è basata la cosiddetta “psicologia del senso comune”: cioè tutto quell’insieme di conoscenze, credenze, aspettative sul comportamento altrui che guida il nostro agire e che ci permette nella realtà quotidiana di interagire con gli altri pur ignorando del tutto la “scienza psicologica”. Chi accetta i canoni delle scienze naturali tende a trascurare questo accumulo di conoscenze “volgari”, considerandolo addirittura fuorviante. Recentemente però alcuni studiosi sono inclini a rivalutare tali prospettive “ingenue”, ritenendo che la “psicologia scientifica” debba anche spiegare i modi in cui si formano le “psicologie ingenue”. Questa seconda posizione privilegia il momento di fondazione teorica di una data ipotesi rispetto al momento e alle modalità del suo controlli.
I laboratori e la storia della psicologia sperimentale
L’adozione del metodo sperimentale, e quindi l’istituzione di laboratori in cui condurre gli esperimenti, viene considerata da molti storici della psicologia come lo spartiacque tra due millenni di psicologia “filosofica” e centrotrent’anni di psicologia scientifica. Se si accetta la tradizione che va da Wundt a Titchener, il laboratorio è un luogo dove si misurano le prestazioni di un individuo connesse al funzionamento dei suoi organi di senso periferici o delle sue funzioni centrali (mente). In tal caso, a stretto rigore, abbiamo avuto dei laboratori prima che venissero istituzionalmente fondati dei centri diretti da psicologi e dedicati a questo tipo di studi.
Nel 1796, il famoso episodio del licenziamento di Kinnerbrook, assistente all’osservatorio di Greenwich, trae origine dalla misurazione di un fenomeno psicologico in condizioni controllate. Che cosa avviene nell’osservatorio? Il telescopio è una protesi dell’occhio umano, volta ad aumentare la potenza di un sensore: la vista. Ma l’uso del telescopio per rilevare la posizione dei corpi celesti implica una complessa operazione in cui interagiscono uomo e macchina. Il giudizio veniva infatti dato osservando dentro l’oculare la coincidenza delle posizioni di una stella con una sottile linea e registrando esattamente il momento del passaggio grazie ai battiti di una sorta di metronomo. Vi fu una controversa misurazione che condusse al licenziamento del povero Kinnerbrook, in quanto le sue rilevazioni presentavano uno scarto costante rispetto a quelle del suo superiore, il regio astronomo Lord Maskelyne.
Vent’anni dopo, Bessel, incuriosito dalla vicenda, studia sistematicamente i dati raccolti nei vari osservatori e, confrontando le misure fornite da più astronomi, scopre le cosiddette “equazioni personali”. Egli appura definitivamente che le rilevazioni di prestazioni, in contesti come quello appena descritto, non permettono agli esseri umani di fornire misure “uguali”, come intersoggettive. Quando si effettuano misurazioni “ai limiti delle nostre prestazioni naturali” riscontriamo infatti delle differenze sistematiche tra individuo e individuo.
Negli osservatori astronomici dell’epoca si realizzavano così molte delle condizioni che poi ritroveremo nei veri e propri laboratori di psicologia sperimentale. Quello che mancava era il modo di lavorare tipico del laboratorio. Rispetto all’osservatorio di Greenwich, nel laboratorio di Wundt viene sistematicamente introdotta una divisione del lavoro che caratterizzerà tutta la successiva storia della psicologia, quella tra sperimentatore e soggetto. Le risposte date dal soggetto sperimentale, cui venivano presentati dallo sperimentatore degli stimoli, non venivano interpretare come effetti delle variazioni dell’input fisico, ma come indicazione dei modi in cui l’individuo elaborava tale input. La necessità di risposte “immediate” rendeva difficile sul piano organizzativo far coincidere soggetto e sperimentatore. Il compito di fornire le risposte in queste condizioni di immediatezza e di manipolare gli strumenti non poteva venire svolto dalla stessa persona, e ci si rivolgeva quindi ad amici o colleghi, o comunque personale addestrato.
Allora non ci si rese subito conto che il laboratorio di psicologia, così concepito e realizzato, si distaccava radicalmente dagli altri laboratori dedicati alle scienze naturali: Nelle scienze naturali, la divisione del lavoro nell’ambito di una ricerca di laboratorio non interferisce con la fondamentale relazione tra lo sperimentatore e il fenomeno indagato. Al contrario negli esperimenti di psicologia, una persona deve funzionare come ricettacolo del fenomeno indagato, o meglio come sorgente dei dati, mentre l’altro agisce da osservatore, nel modo tradizionale di tutte le scienze sperimentali. Questo significa che tutte le volte che viene adottata questa divisione del lavoro l’esito dell’indagine è il prodotto di un’interazione sociale nell’ambito di un sistema di ruoli la cui struttura è intimamente connessa con il modo in cui è stato definito il fenomeno da indagare. (Kurt Danziger; 1990)
Questa divisione del lavoro, tipica del laboratorio di psicologia wundtiano, diventa un canone della ricerca psicologica. All’inizio del secolo scorso, Titchener scriverà un dettagliato manuale dal titolo indicativo: Experimental Psychology: A Manual of Laboratory Practice [1901-1905]. Queste regole sono sempre volte a realizzare, in sostanza, due principi:
- Garanzia che lo sperimentatore non influenzi quanto osserva
- Garanzia che il soggetto non venga influenzato dalla conoscenza di quello che si studia
La divisione del lavoro, nel laboratorio di psicologia, viene sempre più raffinata, standardizzata e codificata, grazie alla creazione di un lessico e di conoscenze e metodi specializzati. Lentamente ma inesorabilmente, non solo l’introspezione, ma anche l’autosperimentazione finiranno così per scomparire. Il modello della psicologia “da laboratorio” si estenderà progressivamente anche ad altre aree della disciplina. Questa estensione si accompagna a nuovi paradigmi e modi di lavorare:
- Si introducono delle macchine che “creano gli stimoli”
- Non soltanto gli uomini adulti “normali” possono fungere da soggetti sperimentali in laboratorio; si inventano infatti apparecchiature per raccogliere risposte non consapevoli da parte dei soggetti più diversi (bambini, animali, ecc.)
- Lo sperimentatore viene in molti casi sostituito da sistemi di registrazione automatica delle risposte rese possibili dall’uso dei computer
Come è fatta questa storia della psicologia
Abbiamo delineato due ipotesi storiografiche: da un lato ritenere che i nodi teorici della psicologia siano già stati fondamentalmente formulati in sede filosofica e che lì vadano appunto rintracciati e, dall’altro, considerare l’adozione del metodo sperimentale come il punto di partenza per l’autonomia scientifica della disciplina e come il riscatto da ipoteche filosofiche e metafisiche. Nel progettare questa storia della psicologia non si è cercato un compromesso tra queste due posizioni, ma si è aggirato il dilemma scegliendo una terza via. È stato preso in considerazione il passato filosofico, ma non si è vista in esso un’anticipazione di temi e teoria sviluppati poi in sede psicologica.
In quest’ottica la stessa adozione del metodo sperimentale perde il rilievo e l’importanza cruciale che derivavano dal concepirla come un tanto atteso e ostacolato adeguamento della psicologia ai canoni della scienza. Viene invece considerata in un’ottica meno astratta e più articolata: la sua graduale accettazione si spiega con la confluenza di diverse discipline già mature – dalla fisiologia all’astronomia – in una serie di nodi teorici che solo un approccio originale, quello appunto proposto dai primi psicologi sperimentali, avrebbe risolto. Luccio mostra in modo convincente come la nascita della psicologia scientifica sia il risultato di un processo lungo e faticoso e non la conseguenza di una semplice decisione, quella di studiare il comportamento umano in laboratorio. Nel determinare l’esito positivo di questo processo giocano un ruolo anche le posizioni di alcune correnti filosofiche – soprattutto gli ideologi e gli empiristi inglesi – che contribuiscono a creare un clima culturale adatto rimuovendo pregiudizi e prevenzioni ideologiche del passato.
Capitolo: Le origini della psicologia
Quando e come può nascere la psicologia
Il termine “psicologia” (la scienza dell’anima, secondo l’etimo greco) è di invenzione relativamente recente, e ancor più recente è il significato che a questo termine viene oggi attribuito. È certo che il termine, nato negli anni a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, ebbe vita stentata sino al Settecento, quando fu ripreso da un filosofo razionalista allievo di Leibniz, Christian Wolff, che designò con esso una delle quattro parti in cui andava suddivisa la metafisica, le altre tre essendo l’ontologia, la cosmologia e la teologia. Wolf tra l’altro distingueva una psicologia empirica (che si occupava dei fatti psichici fondati sull’esperienza) da una psicologia razionale (che si occupava dell’essenza dell’anima e delle sue facoltà).
Solo nella seconda metà dell’Ottocento, però, il termine “psicologia” comincerà ad essere utilizzato per designare una disciplina scientifica autonoma dalla filosofia e svincolata da ipoteche metafisiche, con un’accezione più o meno analoga a quella odierna. Il problema che occorre porsi, quindi, è quello dei motivi che fecero sì che la psicologia decollasse così tardi come scienza, a oltre due secoli di distanza dalla nascita della scienza moderna. Una certa storiografia delle scienze, di derivazione sostanzialmente positivistica, ci ha indotto a ritenere che il progresso umano sia avvenuto per accumulo graduale e continuo di conoscenze. In realtà il progresso dell’umanità si è avuto attraverso una serie di discontinuità nell’accumulo delle conoscenze. Sostanzialmente, i veri avanzamenti non sono derivati dal sapere di più intorno a certi argomenti, ma dall’interpretare in modo diverso cose già note. Una volta operate queste risistemazioni del sapere si è potuto riprendere ad accumulare sapere in termini quantitativi.
Se ciò è vero in generale, lo è in modo particolare per quanto riguarda la psicologia. Vi sono stati dei periodi in cui si è accumulata un’enorme quantità di dati su problemi che successivamente si sono considerati inessenziali, o impostati su presupposti metodologici in seguito ritenuti erronei. La scienza moderna, se si vuole, nasce anche nel momento in cui, per usare un’espressione di Koyré [1957], si esce dal “mondo del pressappoco” e si entra nell’«universo della precisione».
Ciò che ci preme sottolineare è lo spostamento dei criteri di rilevanza che si verificano nel corso dello sviluppo di una scienza, al mutare dei suoi paradigmi. La storia di un
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