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Mecacci – “Storia della psicologia del Novecento”

Cap. primo – Due stili di psicologia all’inizio del secolo: Wundt e Brentano

1. Wundt e Brentano

Dopo la fondazione del primo laboratorio di psicologia a Lipsia nel 1879, erano emerse due correnti

distinte (“psicologia empirica” di Brentano e la “psicologia sperimentale” di Wundt), due

orientamenti che comunque rimanevano all’interno di una psicologia empirica in senso lato, che si

era differenziata dalla passata psicologia razionale di tipo filosofico fondata su assunzioni

metafisiche. Brentano rifiutava senz’altro la psicologia razionale, ritenendo che la psicologia

dovesse basarsi su dati empirici (in questo senso era una “psicologia empirica”), ma affermava che

il dato empirico era ottenibile con metodologie diverse, dall’osservazione alla sperimentazione, ma

non esclusivamente con quest’ultima. Per Wundt il metodo sperimentale era essenziale per definire

la psicologia come scientifica: essa era scientifica in quanto sperimentale.

Alla fine dell’Ottocento, Wundt e Brentano avevano quindi proposto due modi diversi di concepire

la ricerca psicologica. Dal contrasto tra Wundt e Brentano (“Non c’è via di mezzo tra Brentano e

Wundt”) si può partire per definire alcuni aspetti principali della “nuova” psicologia agli inizi del

Novecento. Solo durante gli anni ’10 di questo secolo la “nuova” psicologia si sarebbe

definitivamente articolata in correnti e scuole differenti.

E’ una caratterizzazione estrema di queste due grandi personalità della psicologia tra Ottocento e

Novecento, che ci permette di comprendere come queste venivano “percepite” e differenziate nei

primi decenni del secolo. Oggi Wundt e Brentano appaiono come psicologi molto più complessi e

articolati sul piano teorico.

2. Il metodo sperimentale

Nel suo “Compendio di psicologia” Wundt aveva affermato che il metodo sperimentale e

l’osservazione erano i due metodi fondamentali della psicologia. Il metodo sperimentale si basava

sull’intervento “volontario” dell’osservatore che manipolava e controllava i processi psichici in

esame. L’osservazione era invece adeguata per lo studio dei “prodotti dello spirito” (lingua,

costumi) che non possono essere manipolati a volontà dal ricercatore. Questi prodotti rientravano

nella psicologia sociale, mentre i processi psichici affrontabili col metodo sperimentale (sensazione,

percezione, memoria) facevano parte della “psicologia individuale”. Nella sfera individuale non era

possibile applicare il metodo dell’osservazione perché “l’intenzione stessa dell’osservare altera

sostanzialmente il principio e il decorso del processo psichico”... Il metodo sperimentale avrebbe

invece conferito alla psicologia l’oggettività propria delle scienze naturali.

Nell’ambito della tradizione sperimentalista, il metodo sperimentale fu strettamente legato al

problema dell’impiego dell’introspezione. Solo nel secondo decennio l’introspezione fu

abbandonata e il riferimento ai dati soggettivi fu duramente respinto.

Wundt aveva ben chiari i limiti dell’introspezione, intesa come personale e libera auto-

osservazione. Gli stati psichici interni potevano essere analizzati solo se erano manipolati nel

quadro di un esperimento psicologico dove si potessero riprodurre le stesse condizioni e si potessero

controllare rigorosamente le variabili studiate. Negli esperimenti di psicofisica di Fechner si

variava l’intensità dello stimolo e si registravano le sensazioni del soggetto quali erano riferite

verbalmente dal soggetto stesso in base al suo processo di introspezione.

Così per Wundt l’analisi era limitata a fenomeni psichici, sensazioni e percezioni, che erano

replicabili. I resoconti dei soggetti erano limitati alla percezione, riguardavano le caratteristiche

fisiche degli stimoli (durata, intensità, grandezza: sostanzialmente dei resoconti quantitativi); inoltre

il soggetto doveva essere addestrato a compiere un lavoro introspettivo sistematico rigoroso e a

riferire i dati introspettivi con una precisa terminologia. 1

L’esposizione più accurata del metodo introspettivo, lo “schema dell’introspezione”, si trova negli

articoli scritti nel 1912 da Titchener, che era stato allievo di Wundt a Lipsia: da una parte si

estendeva allo studio qualitativo dei fenomeni psichici, esclusi dal metodo della percezione interna

di Wundt, dall’altra introduceva nuove caratteristiche dell’indagine. In primo luogo fu accettato

l’uso della “retrospezione”, la memoria dei fatti esperiti retrospettivamente, che era stato rifiutato

da Wundt a favore della percezione immediata e diretta. Inoltre i resoconti soggettivi divennero una

caratteristica costante e infine essenziale delle ricerche di laboratorio, mentre prima erano

considerati solo un’informazione aggiuntiva. I resoconti soggettivi, fondati su una introspezione

“provocata” e “sistematica” guidata dalla “interrogazione” dello sperimentatore divennero

fondamentali nelle ricerche condotte dalla scuola di Wűrzburg sul pensiero e sulla volontà, temi

scartati dalle indagini sperimentali wundtiane. In questo modo ci si orientava verso una raccolta

qualitativa di dati (resoconti) soggettivi piuttosto che sulla misurazione di dati quantitativi; lo

sperimentatore diveniva più attivo, partecipava con le sue domande al decorso dell’indagine

introspettiva.

L’altro aspetto problematico della metodologia era rappresentato dai soggetti impegnati

nell’indagine. I soggetti erano generalmente gli stessi psicologi che sperimentavano su loro stessi,

oppure erano gli allievi di questi professori di fisiologia, psicologia o filosofia.

L’introduzione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica fu realizzata con la fondazione di

specifici laboratori di psicologia in Europa e Nord-America tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del

Novecento. I progetti di ricerca richiedevano all’interno di una data area (sensazione, percezione,

attenzione, ecc.) di indicare gli stimoli e i loro parametri manipolabili (intensità dello stimolo, n.ro

sillabe da memorizzare, ecc.) per verificarne l’effetto sul processo indagato. Questo effetto poteva

essere studiato ricorrendo a misure oggettive, come i tempi di reazione, o a resoconti soggettivi

derivati dall’introspezione “controllata” dei soggetti.

Il tempo di reazione era divenuto il metodo paradigmatico della psicologia sperimentale. Il fisiologo

olandese Donders aveva condotto una serie di esperimenti che consentivano di distinguere tra

tempo di reazione “semplice” (tempo occorso per rispondere ad un solo stimolo) e “composto”

(tempo occorso per rispondere ad uno stimolo tra più stimoli). La differenza tra il tempo di reazione

semplice e quello composto (mediante una “procedura sottrattiva” o “metodo della sottrazione”)

avrebbe indicato il tempo aggiuntivo necessario per compiere un’operazione psichica come una

discriminazione tra due stimoli, un giudizio, cecc. La “cronometria mentale”, elaborata da Donders,

Wundt, avrebbe consentito di determinare i tempi necessari per le varie operazioni psichiche nelle

loro componenti sensoriali, in quelle propriamente psichiche e in quelle motorie. Le ricerche sui

tempi di reazione, da una parte, avevano messo in risalto una proprietà fondamentale dei processi

psichici, la loro dimensione temporale, ma dall’altra avevano favorito una concezione semplicistica

dei processi psichici stessi, che potevano essere addizionati e sottratti come se fossero blocchi

separati e distinti. Una critica del genere fu sollevata da vari psicologi della scuola di Wűrzburg.

Altro grande centro della psicologia sperimentale in Germania fu l’università di Gottinga dove

insegnò Georg Mǘller, che si dedicò in particolare allo studio della memoria. Le sue ricerche sono

un altro esempio dell’applicazione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica. Il materiale da

memorizzare era presentato al soggetto con un apparecchio che consentiva di regolare la durata di

esposizione e l’intervallo tra uno stimolo e l’altro.

Nel ventennio 1890-1910 si ebbe quindi una graduale trasformazione nell’ambito delle ricerche

psicologiche basate sul metodo sperimentale. All’inizio le ricerche erano condotte in laboratori

improvvisati, con strumenti prototipi, con psicologi che erano a turno i soggetti e gli sperimentatori.

Successivamente si delineò l’ambiente tipico del laboratorio di psicologia (stanze, sonorizzazione,

illuminazione, ecc.) con la disposizione degli strumenti e l’elenco delle procedure.

Negli esperimenti di psicofisica si era posto il problema della quantificazione delle variabili

studiate. Tuttavia fu solo dopo il 1888 con un articolo dell’inglese Galton, che si diffuse in

psicologia l’uso di analisi statistiche. 2

Nella nuova psicologia sperimentale-statistica convergevano due tradizioni: da una parte le ricerche

di laboratorio dedicate allo studio dei processi psichici nella loro struttura e nel loro funzionamento

comuni a tutti gli individui umani; dall’altra le ricerche sulle differenze individuali nelle

prestazioni mentali. Le differenze individuali riscontrate nelle ricerche di laboratorio furono

ricondotte all’interno di una concezione statistica che configurava tali differenze come “errori di

misurazione”, dati che si disperdono rispetto ad un valore medio che misura la prestazione tipica

della mente umana. Il metodo sperimentale e la statistica si integravano per delineare le proprietà

fondamentali delle funzioni mentali. La “nuova psicologia”, al pari delle scienze naturali, avrebbe

assunto la mente come un prodotto di laboratorio, generalizzabile nella sua struttura e nelle sue

funzioni a tutti gli individui. Questa impostazione avrebbe incontrato più di una critica all’interno

dello stesso ambiente sperimentalista nord-americano per cui si sarebbe gradualmente rivalutata la

differenziazione individuale nel comportamento effettivo dei soggetti.

3. Il metodo fenomenologico

Il metodo usato nella tradizione brentaniana non fu illustrato in modo altrettanto sistematico e non

fu concepito sempre come un capitolo a sé, introduttivo alla scienza psicologica.

Si può partire da una famosa pagina del filosofo Edmund Husserl, allievo di Brentano, in cui si

descrive il modo in cui la coscienza dell’uomo si apre alla realtà: “Sono consapevole di un mondo

che si estende infinitamente nello spazio, e che è ed è stato soggetto a un infinito divenire nel

tempo. Esserne consapevole significa anzitutto che trovo il mondo immediatamente e visivamente

dinnanzi a me. Grazie alle diverse modalità della percezione sensibile, le cose corporee sono in una

certa ripartizione spaziale qui per me, mi sono alla mano, in senso letterale e figurato, sia che io

presti o non presti loro attenzione. Anche gli uomini sono qui per me; e, parlando con loro,

comprendo quali siano le loro rappresentazioni, i pensieri, quali sentimenti si muovano in loro, che

cosa desiderino e vogliano. Ma non è necessario che essi, e gli altri oggetti, si trovino nel mio

campo di percezione. La realtà la trovo in quanto, in un’esperienza omogenea e mai interrotta, la

trovo come esistente e la assumo esistente, così come essa mi si offre. Qualunque nostro dubbio sui

dati del mondo naturale non modifica affatto la tesi generale dell’atteggiamento naturale”.

Questo passo di Husserl sull’”atteggiamento naturale” della coscienza esemplifica due aspetti

importanti del metodo fenomenologico: da una parte il riferimento al mondo quale appare alla mia

coscienza, il mio mondo fenomenico; dall’altra – il programma della fenomenologia husserliana –

la necessità di descrivere questo mondo fenomenico, al di là dei pregiudizi e preconcetti delle

scienze naturali. Lo psicologo che impiegava il metodo fenomenologico usava uno stile di ricerca e

di illustrazione delle proprie indagini lontano da quello degli psicologi di laboratorio: lo stile del

fenomenologo era più personale.

Il metodo fenomenologico si collocava in una prospettiva più generale di studio dei processi

psichici, in cui si privilegiava la dimensione dell’esperienza psichica individuale. Bisogna riferirsi

ad una letteratura filosofica: testi importanti per delineare tale impostazione sono i saggi del filosofo

Dilthey, per cui “noi spieghiamo la natura, mentre comprendiamo la realtà psichica”. La realtà

esterna può essere studiata con i metodi delle scienze naturali, ma la realtà interna non è riducibile a

leggi generali e non è smembrabile in fenomeni distinti. Alla psicologia esplicativa ispirata alle

scienze naturali si contrappone la scienza descrittiva basata sul comprendere. Attraverso il

comprendere si coglie la dimensione interiore dell’individuo. Allo stesso tempo il comprendere me

stesso permette di comprendere l’altro da me nella sua stessa individualità; l’altro non è un oggetto

naturale ai fini di un’indagine deterministica, ma è al pari di me un altro io, è portatore di altre

significative esperienze vissute che devono essere disgelate.

La comprensione è allo stesso tempo interpretazione. Occorre un’opera continua di tessitura e

attribuzione di senso delle esperienze vissute; diviene allora centrale il metodo dell’interpretazione

secondo Dilthey. 3

Sul piano delle indagini strettamente psicologiche, il metodo fenomenologico permetterà di

conseguire i risultati più significativi nello studio dei fenomeni percettivi. Infine, il metodo

fenomenologico caratterizzerà la psichiatria fenomenologica.

4. La struttura dei processi psichici.

E’ opportuno riassumere i due tipi fondamentali di struttura dei processi psichici, formulati da

Wundt e Brentano.

La psicologia di Wundt era una psicologia dei contenuti dell’esperienza quali sono esperiti dal

soggetto. Le scienze naturali avrebbero invece studiato gli stessi contenuti prescindendo dal

soggetto stesso. Wundt distingueva chiaramente la psicologia dalle scienze naturali: il punto di vista

della scienza naturale può essere designato come quello dell’esperienza mediata, mentre il punto di

vista psicologico, può essere detto dell’esperienza immediata.

L’esperienza immediata è un complesso di fatti psichici, che attraverso l’indagine psicologica

possono essere scomposti in “elementi psichici”, che sono da una parte gli elementi della

sensazione o sensazioni (ad es. un suono) – versante oggettivo -, dall’altra gli elementi del

sentimento o sentimenti – versante soggettivo. Gli elementi di sensazione e sentimento si

compongono in formazioni psichiche dotate di proprietà diverse da quelle dei singoli elementi, di

proprietà nuove.

Le formazioni psichiche sono di 2 tipi: sul versante cognitivo vi è la rappresentazione data dai

composti di elementi di sensazione, su quello affettivo vi è il moto d’animo dato da elementi di

sentimento. Le formazioni psichiche si connettono infine tra loro dando origine alla vita psichica

nel suo complesso. Compito della ricerca psicologica è lo studio delle leggi di connessione tra gli

elementi e le formazioni.

La teoria di Wundt è stata denominata “elementismo” o “chimica mentale”, perché avrebbe ridotto

la vita psichica a “composti” di elementi separati (come atomi di una molecola). Ma in effetti

Wundt non parlava di “composto”; per Wundt l’analisi permetteva di trattare separatamente gli

elementi e di sottoporli ad un’analisi sperimentale in cui si manipolavano le proprietà di tali

elementi.

Il metodo sperimentale si confaceva allo studio analitico degli elementi psichici (sensazioni) ma

non allo studio delle formazioni psichiche complesse quali nei processi superiori, come il

linguaggio e la formazione dei concetti. Occorre senz’altro ridimensionare le critiche a Wundt di

avere semplificato la vita psichica, riducendola a combinazione di elementi semplici. Tuttavia è

indubbio che la dinamicità dei processi psichici era messa in maggior risalto nell’impostazione di

ricerca opposta a Wundt: la teoria di Brentano.

Per Brentano la psicologia era la scienza dei processi mentali in quanto tali, nel loro agire e

procedere. L’accento è posto sull’esperire stesso. Brentano affermò qual era l’oggetto della

psicologia nel momento in cui delineava ciò che effettivamente avrebbe contraddistinto il fenomeno

psichico rispetto a quello fisico. L’oggetto è sempre presente, è immanente nell’atto psichico, non è

distaccato come un qualcosa di esterno all’atto stesso. Ciò che è pensato è il pensare medesimo.

Sulla concezione dell’intenzionalità era confluita la tradizione filosofica classica (Aristotele,

studiato a fondo da Brentano, e Tommaso d’Aquino). Sulla base del concetto di intenzionalità

Brentano proponeva una classificazione di fenomeni psichici che aveva per fondamento il diverso

rapporto con l’oggetto immanente dell’attività psichica.

Rappresentarsi, giudicare, “sentire”, cioè amare e odiare, sono i modi fondamentali di essere della

vita psichica.

Cap. secondo – La prospettiva fenomenologica e la teoria della forma

Tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento, si consolida nella psicologia europea una

corrente di ricerca che possiamo qualificare come fenomenologica. La massima espressione di

questa corrente sarà la Gestaltheorie (teoria della forma) spesso detta brevemente Gestalt. 4

In questa prospettiva è stata fondamentale l’adozione del metodo fenomenologico rispetto al

metodo sperimentale.

- nel metodo fenomenologico è centrale l’esperienza che si verifica nel soggetto

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Steila Daniela.
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