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Sul piano delle indagini strettamente psicologiche, il metodo fenomenologico permetterà di

conseguire i risultati più significativi nello studio dei fenomeni percettivi. Infine, il metodo

fenomenologico caratterizzerà la psichiatria fenomenologica.

4. La struttura dei processi psichici.

E’ opportuno riassumere i due tipi fondamentali di struttura dei processi psichici, formulati da

Wundt e Brentano.

La psicologia di Wundt era una psicologia dei contenuti dell’esperienza quali sono esperiti dal

soggetto. Le scienze naturali avrebbero invece studiato gli stessi contenuti prescindendo dal

soggetto stesso. Wundt distingueva chiaramente la psicologia dalle scienze naturali: il punto di vista

della scienza naturale può essere designato come quello dell’esperienza mediata, mentre il punto di

vista psicologico, può essere detto dell’esperienza immediata.

L’esperienza immediata è un complesso di fatti psichici, che attraverso l’indagine psicologica

possono essere scomposti in “elementi psichici”, che sono da una parte gli elementi della

sensazione o sensazioni (ad es. un suono) – versante oggettivo -, dall’altra gli elementi del

sentimento o sentimenti – versante soggettivo. Gli elementi di sensazione e sentimento si

compongono in formazioni psichiche dotate di proprietà diverse da quelle dei singoli elementi, di

proprietà nuove.

Le formazioni psichiche sono di 2 tipi: sul versante cognitivo vi è la rappresentazione data dai

composti di elementi di sensazione, su quello affettivo vi è il moto d’animo dato da elementi di

sentimento. Le formazioni psichiche si connettono infine tra loro dando origine alla vita psichica

nel suo complesso. Compito della ricerca psicologica è lo studio delle leggi di connessione tra gli

elementi e le formazioni.

La teoria di Wundt è stata denominata “elementismo” o “chimica mentale”, perché avrebbe ridotto

la vita psichica a “composti” di elementi separati (come atomi di una molecola). Ma in effetti

Wundt non parlava di “composto”; per Wundt l’analisi permetteva di trattare separatamente gli

elementi e di sottoporli ad un’analisi sperimentale in cui si manipolavano le proprietà di tali

elementi.

Il metodo sperimentale si confaceva allo studio analitico degli elementi psichici (sensazioni) ma

non allo studio delle formazioni psichiche complesse quali nei processi superiori, come il

linguaggio e la formazione dei concetti. Occorre senz’altro ridimensionare le critiche a Wundt di

avere semplificato la vita psichica, riducendola a combinazione di elementi semplici. Tuttavia è

indubbio che la dinamicità dei processi psichici era messa in maggior risalto nell’impostazione di

ricerca opposta a Wundt: la teoria di Brentano.

Per Brentano la psicologia era la scienza dei processi mentali in quanto tali, nel loro agire e

procedere. L’accento è posto sull’esperire stesso. Brentano affermò qual era l’oggetto della

psicologia nel momento in cui delineava ciò che effettivamente avrebbe contraddistinto il fenomeno

psichico rispetto a quello fisico. L’oggetto è sempre presente, è immanente nell’atto psichico, non è

distaccato come un qualcosa di esterno all’atto stesso. Ciò che è pensato è il pensare medesimo.

Sulla concezione dell’intenzionalità era confluita la tradizione filosofica classica (Aristotele,

studiato a fondo da Brentano, e Tommaso d’Aquino). Sulla base del concetto di intenzionalità

Brentano proponeva una classificazione di fenomeni psichici che aveva per fondamento il diverso

rapporto con l’oggetto immanente dell’attività psichica.

Rappresentarsi, giudicare, “sentire”, cioè amare e odiare, sono i modi fondamentali di essere della

vita psichica.

Cap. secondo – La prospettiva fenomenologica e la teoria della forma

Tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento, si consolida nella psicologia europea una

corrente di ricerca che possiamo qualificare come fenomenologica. La massima espressione di

questa corrente sarà la Gestaltheorie (teoria della forma) spesso detta brevemente Gestalt. 4

In questa prospettiva è stata fondamentale l’adozione del metodo fenomenologico rispetto al

metodo sperimentale.

- nel metodo fenomenologico è centrale l’esperienza che si verifica nel soggetto stesso

quando questi esamina un certo fenomeno. Questa impostazione comporta un riscontro

immediato del fenomeno stesso da parte di qualsiasi altro osservatore oltre allo psicologo. I

fenomeni di percezione visiva si prestano particolarmente a questo riscontro. Ogni soggetto

è un fenomenologo, perché può provare direttamente una determinata esperienza

psicologica. Il fenomeno si presenta di per sé immediatamente per quello che è: il fenomeno

c’è o non c’è. D’altra parte il soggetto deve essere addestrato a sistematizzare i dati della sua

esperienza psichica.

- Altra caratteristica è stata l’accentuazione dei fattori innati nei processi psichici rispetto al

ruolo dei fattori ambientali. Questa tradizione viene fatta risalire a Kant e alla sua

concezione delle forme a priori della sensibilità. Nella seconda metà dell’800 il maggior

rappresentante dell’impostazione fenomenologica fu E. Hering.

- Infine, la prospettiva fenomenologica si è distinta per una maggiore considerazione della

funzione psichica in quanto tale – l’atto psichico secondo Brentano – rispetto al contenuto

del processo stesso, privilegiato nella psicologia di tradizione wundtiana. I contributi di

questa impostazione sono stati accomunati come psicologia dell’atto.

Metodo fenomenologico, innatismo e atto psichico contrapposti a metodo sperimentale, empirismo

e contenuto psichico, sono i tre aspetti principali con cui si può caratterizzare l’orientamento

fenomenologico in psicologia. Ma si tratta di una contrapposizione che si può adattare solo in senso

generale.

La tradizione fenomenologica si amplia tra la fine dell’800 e il primo decennio del Novecento

attraverso il contributo degli allievi di Brentano.

I linea di derivazione da Brentano: Meinong, Christian von Ehrenfels, Witasek e Benussi (scuola

austriaca o scuola di Graz).

II linea: Carl Stumpf, Schumann e i principali esponenti della teoria della forma: Wertheimer,

Kohler, Kofkka e Kurt Lewin.

III linea: Husserl, fondatore della fenomenologia come teoria filosofica in senso stretto.

Dopo il 1912 la Gestalt si differenziò come orientamento specifico ed ebbe una autonoma

evoluzione concettuale e metodologica rispetto alle altre correnti di ispirazione fenomenologica.

2. La psicologia dell’atto

I contributi principali furono dati alla chiarificazione della specificità dell’oggetto della psicologia e

allo studio del rapporto tra sensazione e percezione ed il pensiero.

Atto psichico e funzione psichica.

Secondo Stumpf la fenomenologia studia i fenomeni (sensazioni) mentre la psicologia studia le

funzioni psichiche. La fenomenologia è una pre-scienza, perché si occupa dei fenomeni, che sono i

dati di partenza per la ricerca sia della fisica che della psicologia. La psicologia studia le funzioni

psichiche nella loro struttura e dinamica al di là degli specifici fenomeni cui esse “tendono”.

Le funzioni psichiche si dividono in funzioni intellettuali ed emozionali: tra quelle intellettuali

troviamo il notare, l’unire, la formazione dei concetti; tra quelle emozionali le emozioni passive ed

attive.

Gemelli contrapponeva “atti di coscienza” o funzioni psichiche e i “contenuti di coscienza” (oggetti

e materia delle nostre attività interiori: i dati dei sensi, sensazioni interiori, i pensieri. Gli atti di

coscienza sono i fenomeni psicologici propriamente detti: sono le forme proprie di attività del

soggetto.

La posizione di Stumpf, caratterizzare la psicologia come scienza degli atti o delle funzioni,

escludendo i fenomeni e i contenuti, non fu accettata da tutti gli psicologi che si richiamavano alle

teorie della psicologia dell’atto. 5

La psicologia dell’atto aveva inequivocabilmente richiamato l’attenzione sulla funzione psichica,

sulla tensione del soggetto verso l’oggetto e quando aveva incluso nelle sue indagini anche i

contenuti di coscienza, li aveva sempre sussunti all’interno di questa dinamicità della coscienza.

Fenomeni, elementi e qualità formali.

Per la chiarificazione del concetto di fenomeno era stata preziosa la formulazione data da Mach

nelle sue opere. Come le cose non sono che un complesso di sensazioni o elementi, così anche l’io

non è che la sostanzializzazione di un complesso di sensazioni, ricordi, immagini, affetti. I

fenomeni studiati dalla fisica (come luce e suono) e dalla psicologia (come l’io) sono complessi (di

elementi) fondati su sensazioni, quali si “porgono”, si danno all’esperienza (i dati immediati

dell’esperienza). La fisica e la psicologia riconducono questi complessi esperienziali ad elementi,

facendone l’oggetto delle proprie ricerche.

Mach fu studioso dei problemi della percezione. Pose chiaramente il problema dell’esistenza di

forme, spaziali o visive o sonore. Il problema era se la sensazione di una forma visiva o di una

melodia fosse data dalla sommazione delle sensazioni di singoli elementi oppure una percezione

nuova.

Il problema fu affrontato sistematicamente da Christian von Ehrenfels, che precisò che la forma è

un qualcosa di più rispetto alle singole parti, un qualcosa denominato “qualità formale”, ad es.

una melodia. Si possono combinare gli elementi, ma la qualità formale (la melodia) rimane la

stessa. Per Ehrenfels la qualità formale è indipendente dagli elementi, ma è data immediatamente

dall’esperienza allo stesso modo in cui sono dati immediatamente nell’esperienza gli elementi.

Nelle ricostruzioni storiche della Gestalt si è sempre considerato l’articolo di Ehrenfels come il suo

precursore. Gli storici attuali rendono più complesso il quadro dei dibattiti: da una parte riallacciano

la trattazione di Ehrenfels a tutta una serie di riflessioni da Mach in poi; dall’altra individuano varie

linee di ricerca che coesistettero alla teoria della forma e non sono affatto assimilabili ad essa.

Allo stesso tempo, va riconosciuto alla teoria della forma il merito di aver offerto una nuova

soluzione teorica a tutti i problemi emersi in quegli anni nello studio della genesi del percetto.

Oggetti, produzioni e rappresentazioni di origine asensoriale

.

Un tema di grande discussione fu l’interpretazione della genesi delle qualità formali. Per Ehrenfels

le qualità formali emergevano grazie all’opera dell’attività psichica. Meinong introdusse il concetto

di “oggetto”. L’oggetto è un contenuto mentale; può corrispondere ad una realtà esterna, ma può

essere puramente mentale. Vi sono due ordini di oggetti: i primi sono i contenuti sensoriali (suoni,

luci, odori); i secondi sono fondati sui primi (es. una melodia). I primi sono “contenuti fondanti”, i

secondi “contenuti fondati”.

Un punto nodale nella problematica affrontata dalla scuola di Graz riguardava l’intervento attivo

della mente che introduceva la forma nei dati sensoriali. Witesek “la percezione contiene anche un

attimo di credenza, di convinzione”... La percezione era ancorata più che al versante della

sensazione a quello del pensiero.

All’interno della scuola di Graz, un’ulteriore elaborazione del problema del rapporto tra dati

sensoriali e percezione fu data da Benussi. Il contributo di Benussi si caratterizzò sia per le

innovazioni concettuali, che per le profonde e sistematiche ricerche sperimentali, dallo studio delle

illusioni ottico-geometriche fino alle ricerche sulla percezione del tempo e del movimento. Benussi

osservò che in presenza di stimoli costanti si può avere una “plurivocità formale”, cioè una varietà

di percezione di forme. Particolarmente le illusioni ottico-geometriche mettevano in evidenza la

“plurivocità formale” della forma.

Le ricerche di Benussi avevano permesso di distinguere tra processi, responsabili della percezione

della forma, di carattere amodale, e processi di carattere sensoriale, legati alla specifica modalità

sensoriale stimolata.

Alla fine del primo decennio del Novecento il dibattito sul rapporto tra sensazione e percezione, tra

dati sensoriali e qualità formali si era sviluppato fino a far maturare una nuova impostazione

concettuale, che si sarebbe configurata come una nuova teoria, la Gestaltheorie o teoria della forma.

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Maturò tra gli psicologi dell’Istituto di Berlino e in effetti si parlò di una “scuola di Berlino”,

contrapposta alla “scuola di Graz”.

Le tematiche affrontate dalla teoria della forma a partire dal 1912 erano oggetto di indagine anche

nel laboratorio di Gottinga, diretto da Muller. Katz, assistente di Muller, si occupò della percezione

visiva. Criticò le ricerche sulla percezione del colore basate sulle proprietà fisiche dello stimolo

analizzate da recettori retinici. Dimostrò che la percezione di un colore era indipendente dai valori

delle proprietà fisiche assunti ad es. con il cambiamento dell’illuminazione ambientale, per cui il

colore “era percepito” come costante: si metteva in evidenza l’effetto del campo sulle proprietà

psicologiche dell’oggetto. Rubin: nelle figure reversibili una figura bianca su uno sfondo nero può

diventare lo sfondo bianco su cui si stacca una figura nera.

3. La teoria della forma

I motivi della fortuna della Gestalt erano connessi ad aspetti cruciali dell’impianto concettuale di

questa teoria. La teoria della forma fu un movimento di innovazione teorica radicale nel campo

della psicologia sperimentale degli inizi del secolo. La ricerca teorica fu il fondamento di concrete

indagini empiriche: gli psicologi della Gestalt si basarono su esperimenti compiuti in condizioni di

laboratorio “controllate con cura”.

- Un aspetto fondamentale della teoria della forma fu la ricerca di una corrispondenza tra il

dato fenomenologico e il processo neurofisiologico. Sebbene le specifiche concezioni

fisiologiche proposte dai gestaltisti furono sottoposte a critiche, rimaneva caratteristica di

questa teoria l’esigenza di una ricerca neurofisiologica sulle basi dei processi mentali.

- Altro aspetto importante è il fatto che ha descritto fenomeni psichici che restano

incontrovertibili, al di là delle spiegazioni costruite dai gestaltisti

- Altro aspetto la “semplicità della teoria stessa”, nel senso di elegante riduzione dei

fenomeni indagati a pochi, ma esaustivi principi concettuali.

- Infine la grande personalità dei 3 rappresentanti principali di questa scuola: Wertheimer,

Kohler e Kofkka.

Il concetto di Gestalt.

Sotto il nome di “scuola di Berlino” questo gruppo di psicologi che aveva studiato con Stumpf si

differenziò subito dalle altre scuole tedesche e austriache.

Le ricerche compiute da Max Wertheimer sulla percezione del movimento furono illustrate nel

1912 in un articolo in cui descriveva la percezione del movimento fenomenico: si tratta di un

movimento apparente o illusorio, dato da 2 stimoli a e b, posti nei punti A e B, che si illuminano in

modo alternato. Si varia l’intervallo temporale e si studiano gli effetti percettivi nell’osservatore. A

stimoli simili corrispondono percetti diversi fino al punto che la percezione non corrisponde

direttamente alla realtà fisica.

Il percetto non è dato dalla somma dei singoli elementi sensoriali, ma è qualcosa di diverso e di più

rispetto ad essi. Il movimento è un’organizzazione percettiva, una Gestalt, che non corrisponde alla

somma dei singoli elementi.

Il punto di vista classico della psicologia rispetto alla percezione viene capovolto. Si tratta di partire

da una concreta situazione percettiva globale per passare ad una analisi delle leggi della loro interna

struttura.

Una formulazione sistematica dei principi della nuova teoria fu data da Wertheimer nel 1922: la

critica all’elementismo e all’associazionismo ottocentesco, l’enunciazione del concetto di Gestalt

come una totalità data immediatamente e non aggiunta alle parti componenti, la necessità di

indagini concrete sulla nuova impostazione dall’alto verso il basso; l’estensione del principio di

Gestalt a tutti i processi psichici; la centralità della proprietà del significato nella Gestalt.

Le leggi della organizzazione delle forme percettive (le leggi della Gestalt) furono esposte nella

seconda parte dell’articolo di Wertheimer; i fattori (o leggi) sono: vicinanza, somiglianza, destino

comune, pregnanza, direzione, chiusura, esperienza passata. La forma è quindi un’organizzazione

strutturata di parti o elementi. 7

Un aspetto fondamentale della teoria della forma fu l’interpretazione dei fenomeni gestaltici in base

a processi fisiologici. Quando gli elementi si organizzano in una forma, ciò accade per un fenomeno

fisiologico. La stimolazione prodotta dai singoli elementi produce delle correnti nervose che danno

luogo ad una specie di “corto circuito”. Questo problema fu affrontato da Kohler... Per Kohler la

percezione era data da una distribuzione delle correnti elettriche non corrispondente alla somma

delle singole eccitazioni, ma generata dagli effetti dell’interazione tra una corrente e l’altra. Ogni

sistema fisico è concepibile come un campo totale dove interagiscono forme diverse.

Per questa centralità della nozione di campo, la teoria della forma è stata spesso chiamata “teoria

del campo”. Tra il mondo fenomenico e quello fisiologico vi è un isomorfismo, dato dalla identità

di leggi di strutturazione che regolano entrambi i mondi.

Ricerche sul pensiero e sulla memoria.

La percezione fu l’area privilegiata di indagine dei gestaltisti, ma altre importanti aree di ricerca

furono costituite dal pensiero e dalla memoria.

Kohler condusse una serie di esperimenti sulla “intelligenza” dei primati. Gli scimpanzé dovevano

trovare una soluzione per raggiungere uno scopo (es. afferrare una banana posta al di là delle sbarre

della gabbia servendosi di canne come strumenti). Kohler osservò che arrivavano improvvisamente

alla soluzione per un processo denominato Einsicht (vedere dentro) o secondo il termine inglese più

noto “insight”, intuizione, visione.

L’interpretazione di Kohler si opponeva a quella degli psicologi, che ritenevano che la soluzione di

un problema dipendesse dall’associazione di esperienze precedenti, da una catena di prove ed errori.

Sebbene questi fossero presenti, quello che Kohler voleva mettere in evidenza era la proprietà del

pensiero, per cui vi era una ristrutturazione di tutte le esperienze passate e delle condizioni presenti.

La Einsicht corrisponde ad una ristrutturazione del campo, dove le esperienze passate acquistano

una nuova relazione reciproca.

Le proprietà del pensiero umano furono studiate da Wertheimer. Notava che nel pensiero primitivo

il pensiero concreto precedeva quello astratto. I numeri non sono una proprietà astratta delle cose,

ma sono strettamente legati alle cose relative, sono delle “strutture” che esprimono

quantitativamente la cosa qual è. Inoltre queste strutture numeriche non sono estraibili dal contesto

concreto e reale.

Il pensiero concreto si realizza in strutture, in Gestalten, legate al contesto, e solo in seguito si forma

un pensiero astratto. Il pensiero è “produttivo” quando produce soluzioni non sulla base di semplici

associazioni, ma quando affronta il problema riconcependolo attraverso una ristrutturazione

completa di tutti gli elementi in gioco, o meglio in campo.

Un altro contributo fondamentale alla psicologia del pensiero nell’ottica gestaltista fu dato da K.

Duncker. Precisò che la soluzione del problema non doveva essere concepita come un processo

mentale immediato, spontaneo e intuitivo, ma come un sistema organizzato di soluzioni parziali.

Mentre Wertheimer era interessato alla fase finale della ristrutturazione in sé e per sé, Duncker

metteva in evidenza la rilevanza delle fasi intermedie, che sono vere e proprie soluzioni.

Anche negli studi sulla memoria si misero in risalto i fattori di natura gestaltistica che agiscono

secondo principi di strutturazione degli elementi (le tracce mnestiche) e non secondo una

concatenazione elemento per elemento. Una trattazione sistematica dei processi della memoria

nell’ottica gestaltista fu fornita da Kofkka. I soggetti, una volta compreso il “significato” di una

regola, apprendono più facilmente e possono trasferire questa regola ad altro materiale. Quindi si

sottolineava da una parte la validità del principio di ristrutturazione e dall’altra quella del campo o

contesto in cui si collocano gli elementi per spiegare i processi fondamentali della memoria, oltre a

quelli della percezione e del pensiero.

La psicologia topologica.

Nel contesto della teoria della forma si sviluppò la concezione sistematica dei processi psichici

elaborata da Kurt Lewin, denominata “teoria del campo” o “psicologia topologica”.

I principi della Gestalt cui Lewin si riferì erano quelli generali di totalità, campo, interazione, ma la

focalizzazione delle sue ricerche sugli aspetti psicodinamici e l’impiego della topologia per

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descrivere le azioni umane e la dinamica dei gruppi, hanno posto l’opera lewiniana in una posizione

autonoma rispetto alla scuola di Berlino.

Lewin affermò che i processi psichici si attuano in funzione di una dinamica interna alla psiche

stessa e non solamente in funzione di stimoli esterni.

L’attività psicologica è considerata una totalità di fatti coesistenti e interdipendenti, retta da principi

dinamici propri di un campo di energia. Il “campo” dello psicologo non è quello del fisico, ma è lo

“spazio di vita”, definito come “la totalità di fatti che determinano il comportamento (C) di un

individuo in un dato momento.

C= f (P;A) . Il comportamento è quindi funzione della interazione tra la persona e l’ambiente

psicologico. L’ambiente psicologico è quella parte di tale spazio di vita o spazio psicologico che

racchiude le persone, le attività, gli oggetti con cui un individuo interagisce. Si tratta di

un’interazione psicologica, non fisica.

Quando l’individuo passa ad un’altra attività, vi è una “locomozione” (una dislocazione nel suo

ambiente psicologico) da una regione all’altra. Anche la persona comprende un insieme di regioni:

le due principali sono la regione percettivo-motoria e la regione interna-personale, che può essere

divisa in sotto-regioni. Queste regioni sono separate, ma allo stesso tempo comunicanti (attraverso

un processo denominato “comunicazione”). Con la crescita e l’interazione con l’ambiente

psicologico, la persona si differenzia sempre più in sotto-regioni. Anche l’ambiente psicologico si

differenzia progressivamente in regioni.

L’altro grande settore di ricerca affrontato da Lewin nel periodo americano fu la psicologia sociale,

di cui è considerato uno dei maggiori teorici della prima metà del Novecento. Furono due le

branche principali avviate da Lewin: da una parte la dinamica di gruppo, e dall’altra la ricerca-

azione, detta anche ricerca attiva o partecipante.

Sebbene l’impianto teorico delle sue ricerche sia stato abbandonato abbastanza presto, il significato

storico delle sue ricerche rimane nel tentativo da una parte di studiare in modo integrato i processi

dinamici e cognitivi in situazioni concrete e non nell’ambiente innaturale del laboratorio; dall’altra

di collocare queste ricerche in un’ottica di intervento sui reali problemi psicologici e sociali degli

individui.

La concezione aristotelica e la concezione galileiana in psicologia.

Lewin opponeva due concezioni diverse della ricerca scientifica, quella aristotelica e quella

galileiana, e riteneva fondamentale il passaggio dalla prima alla seconda. La scienza aristotelica era

una scienza “classificatoria”, quella galileiana è invece una scienza genetico-condizionale, volta alla

formulazione delle leggi che regolano il verificarsi di un evento in funzione di variabili definite.

Per Lewin la psicologia era ancora allo stadio della scienza aristotelica. La nuova psicologia di

stampo galileiano doveva invece prefiggersi la ricerca di leggi generali che consentissero di

integrare mondi psichici in precedenza separati.

Diffusione della teoria della forma.

La teoria della forma suscitò fin dalle sue prime formulazioni concettuali e dai suoi primi risultati

sperimentali reazioni o eccessivamente entusiastiche o estremamente critiche. Si criticava la pretesa

di aver rivoluzionato lo scenario della psicologia dell’epoca, con l’introduzione di un concetto, una

chiave universale per disvelare tutti i problemi della psicologia: il concetto di Gestalt. La teoria

gestaltista penetrò comunque nella psicologia contemporanea europea ed americana, orientandone

le ricerche in una direzione che risentiva delle notevoli innovazioni introdotte da tali teorie.

La prospettiva gestaltista fu assimilata dagli psicologi americani senza continuare ad essere una

corrente teorica autonoma; divenne un riferimento teorico essenziale che minò alcuni presupposti

fondamentali del comportamentismo, fino al punto di favorirne la crisi nei primi anni ’60.

Con lo sviluppo del cognitivismo il ruolo giocato dalla teoria della forma in questo processo

divenne sempre più evidente. Dalla fine degli anni ’70 si è assistito ad una rinascita di studi sulla

teoria della forma sia dal punto di vista storico che da quello dell’impiego dei suoi principi nel

campo delle ricerche di psicologia cognitiva. Certamente il punto di maggiore attrito fu

nell’incontro fra la teoria della forma e il comportamentismo. 9

Attualità della teoria della forma.

Oggi molti concetti che gli psicologi della Gestalt proposero ai primi di questo secolo appaiono

integrati nelle moderne concezioni della percezione, dell’apprendimento e del pensiero.

Attualmente, molte ricerche continuano ad essere dedicate ai fenomeni psichici trattati dai

gestaltisti. Alcune linee-guida che conservano rilevanza per la ricerca contemporanea sono: il

metodo fenomenologico, l’antiatomismo, l’antiassociazionismo e l’antiempirismo, il concetto di

pregnanza, i concetti di isomorfismo e campo.

4. La prospettiva fenomenologica e le “nuove forze” della psicologia.

All’interno della prospettiva fenomenologica, si sviluppò un orientamento fin dagli inizi del secolo

che si richiamò in primo luogo alla fenomenologia di E. Husserl, accolse i nuovi contributi della

filosofia (Heidegger) e del recente esistenzialismo, e sfociò in una presa di posizione critica nei

confronti di quella psicologia galileiana auspicata dai gestaltisti e da Lewin.

Capitolo terzo – La prospettiva psicodinamica e la psicoanalisi

1. Introduzione

Alla fine dell’800 si diffuse l’uso dell’aggettivo “dinamico” in psichiatria per qualificare fenomeni

non riconducibili a malattie organiche del sistema nervoso, considerati disturbi nervosi funzionali e

momentanei o disturbi propriamente psichici. Questa fu la premessa storica della prospettiva

psicodinamica in psicologia.

La stessa psicoanalisi fu un tentativo di fondazione di una teoria psicologica che ponesse l’accento

più sugli aspetti dinamici che su quelli strutturali. Ciò che caratterizzò la psicoanalisi rispetto alle

altre teorie psicodinamiche fu da una parte il forte risalto dato alle forze inconsce nella dinamica

psichica, dall’altra l’imprescindibilità del rapporto interpersonale analista-paziente per la

fondazione e lo sviluppo della teoria stessa.

La prospettiva psicodinamica ha proposto una concezione dei processi psichici per la quale essi

sono causati e regolati da sistemi che la psicologia può soltanto indagare, non essendo riducibili a

meccanismi biologici e processi fisiologici. Fondamentale è la profonda evoluzione teorica che in

psicoanalisi si attuò col passaggio dal concetto biologico di istinto a quello psicologico di pulsione.

Altrettanto significativa fu la centralità che assunse il concetto di personalità come unità di analisi

che ingloba e trascende i processi cognitivi e dinamici di per sé: la personalità si pone come un

sistema integrato non riducibile.

La prima teoria sistematica della psicopatologia in una prospettiva psicodinamica fu quella di Pierre

Janet, che sintetizzò i tentativi analoghi di altri neurologi e psichiatri della seconda metà

dell’Ottocento. Con Janet fu realizzata una psicopatologia autonoma.

La psicoanalisi, fondata da Freud, si presentò come una nuova teoria psicologica e una nuova

tecnica terapeutica. E’ stata definita dal suo stesso fondatore “una psicologia del profondo”. La

psicoanalisi si articolò presto in un movimento psicoanalitico ortodosso e in una serie di secessioni,

tra cui acquisirono la maggior rilevanza teorica e clinica la “psicologia analitica” di Jung e la

“psicologia individuale” di Adler.

Una originale formulazione psicodinamica dei processi psichici umani normali e patologici (la

psicologia fenomenologica) fu quella di Jaspers e Binswanger.

Infine, nella varie teorie psicodinamiche della personalità elaborate nel primo Novecento ci fu il

tentativo di sviluppare una concezione dinamica del comportamento, non riconducibile a

psicoanalisi o comportamentismo. La prima teoria che ha tenuto conto degli aspetti del

comportamento sottovalutati da entrambi fu quella di Stern, nota come “personalismo”.

2. Dalla concezione organicistica alla concezione psicodinamica della malattia mentale.

Nella psichiatria tra ‘700 e ‘800 si era posto il problema della specificità della malattia mentale,

tentando di classificare i vari tipi di malattie mentali e di ricercare le cause per ciascuna di esse. La

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prima “psicologia dinamica” aveva concettualizzato la nozione di genesi psichica di una vasta

gamma di fenomeni psichici normali e patologici.

Nella seconda metà del secolo in Germania si sviluppò una nuova psichiatria , cd. “ufficiale”, che

divenne il riferimento teorico di tutta la letteratura e la pratica clinica dell’epoca in relazione alle

malattie mentali su due punti essenziali: la riduzione della malattia mentale a malattia organica; la

classificazione sistematica delle malattie mentali. Il principale esponente della psichiatria

organicistica fu Griesinger, autore della frase “le malattie mentali sono malattie cerebrali”.

Kraepelin riteneva che la malattia mentale fosse un fenomeno naturale da descrivere, classificare e

ricondurre alle sue origini organiche. Kraepelin aveva assimilato una psicologia interessata ai

processi sensoriali, ed escludeva l’indagine delle componenti affettive della vita psichica. Ma la

rigida concezione deterministica del sintomo psicologico non reggeva di fronte all’evidenza clinica

di sintomatologie simili ma con cause differenti e viceversa.

Alla fine dell’Ottocento vari psichiatri misero in risalto alcuni aspetti: non è possibile risalire dal

disturbo mentale alla causa; molti disturbi mentali sono connessi a cause puramente psicologiche;

infine vi era la costante attenzione per il paziente nella sua concretezza di essere umano.

Le due scuole più importanti di questa impostazione psicodinamica negli ultimi due decenni del

secolo furono la scuola di Nancy (Bernheim) e quella di Salpetrière a Parigi, fondata da Charcot.

Entrambe le scuole influenzarono Freud. Tuttavia, se in Charcot permaneva l’idea di una base

fisiologica dell’ipnosi, Bernheim aveva una concezione psicodinamica dei fenomeni ipnotici

all’interno della categoria della suggestione. Quindi, si profilava una prospettiva psicodinamica

basata sulla nozione di genesi psicologica di malattia mentale e sull’intervento psicoterapeutico. La

malattia mentale trovava la propria strada terapeutica in una relazione interpersonale perché proprio

un rapporto interpersonale “patogeno” era stato la causa della malattia stessa.

La prospettiva dinamica si legava alla psicoterapia, termine diffusosi in questo periodo per indicare

un insieme di procedure terapeutiche basate sul rapporto medico-paziente.

3. La teoria di Janet

Janet aveva proposto una teoria dei disturbi mentali che superava l’impostazione organicistica

classica, distinguendosi però dall’emergente impostazione psicoanalitica, trovandosi così tra due

fuochi. Alla fortuna dell’opera di Janet non giovarono né l’isolamento intellettuale voluto da lui

stesso, né in parte la farraginosità dei suoi volumi.

Egli cercò di delineare una teoria generale dei processi mentali, normali e patologici, basata sulle

ricerche sia della psicologia sperimentale che della psicopatologia (tentativo non perseguito dalla

psicoanalisi freudiana). Questa problematica fu comune a molti psicologi dell’epoca, come

Vygotskij.

Quindi, l’opera di Janet va considerata nell’ambito del contesto più ampio della psicologia dei primi

decenni del Novecento e non va appiattita nello sterile confronto con le teorie di Freud.

Janet, in una prima fase della sua indagine (fase dell’”analisi”) studiava i vari sintomi che

insorgevano a causa di “idee fisse subconsce”, a loro volta prodotte da eventi traumatici.

Successivamente (fase della “sintesi”), Janet studiava la dinamica e lo sviluppo della malattia. Il

momento dell’analisi metteva in evidenza la presenza di una scissione, cioè la mancanza di sintesi,

tra le funzioni psichiche nel paziente.

L’ipnosi permetteva sia di individuare le idee fisse, sia di risolverle. Janet denominò “analisi

psicologica” questo insieme di procedure di indagine e di interventi terapeutici e sostenne che da

essa Freud aveva derivato la sua “psicoanalisi”.

Janet arrivò ad una teoria generale dell’isteria e della nevrosi. Per Freud, la teoria di Janet riduceva

l’isteria ad una debolezza costituzionale che sfaldava la sintesi tra le funzioni psichiche, mentre per

la psicoanalisi era lo scontro intrapsichico la fonte della malattia.

In sostanza Janet avrebbe descritto la psiche come un mosaico (sintesi) composto di tanti pezzetti

tra di loro scindibili (analisi), ma non avrebbe efficacemente indicato le cause e i processi della

coesione e della dissociazione. 11

Successivamente (1930-1932) elaborò ulteriormente l’aspetto dinamico della propria teoria,

approfondendo i concetti di “forza psicologica” e “tensione psicologica”. Si tratta di due concetti

ortogonali: poiché la forza indica la quantità di energia psichica impiegata nelle attività

psicologiche e la tensione il livello di complessità di tali attività, si hanno tutte le possibili

combinazioni.

Anche se la concezione energetica dell’attività psichica fu alla base della teoria sulla condotta, gli

aspetti energetici divennero sempre più secondari rispetto a quelli sociogenetici. Il termine

“condotta” aveva per Janet un significato più ampio di quello di comportamento. La condotta è data

dalla dinamica delle tendenze, intese come disposizioni della psiche a compiere determinate azioni

secondo una complessità differenziata.

Janet distinse tre livelli di tendenze (inferiore, medio e superiore) all’interno dei quali erano

individuabili nove tipi di tendenze, compresenti nella vita psichica, ed emergenti con forza diversa a

seconda delle circostanze. Vi è tuttavia una gerarchia per cui le tendenze inferiori sono controllate

da quelle superiori.

L’aspetto che distinse la “psicologia della condotta” di Janet dalle teorie basate su una concezione

evolutivo-gerarchica consiste nel fatto che per Janet la condotta umana era mediata da azioni di

origine sociale. Così la memoria e il linguaggio sono considerati processi che si sono sviluppati nel

corso della storia umana all’interno delle relazioni sociali. La memoria e il linguaggio sono delle

condotte in primo luogo sociali, dei sistemi di mediazione tra un individuo e gli altri. La memoria è

di tipo culturale o sociale, rappresentata da un insieme di informazioni e azioni rilevanti in un dato

contesto socio-culturale.

Anche il linguaggio si sviluppa nella comunicazione tra individui, e successivamente diviene uno

strumento alla base del pensiero interiore.

Janet affermava che le funzioni psichiche avevano una origine sociale (teoria sociogenetica) sia in

una dimensione storica, sia in una dimensione ontogenetica, lungo lo sviluppo psichico del

bambino. Si trattava di uno sviluppo storico-sociale che aveva consentito l’emergere di condotte

complesse.

Questa teoria sociogenetica fu ripresa da altri psicologi, in primo luogo da Vygotskij, ma si ritrova

anche in autori contemporanei, come Mead.

4. La psicoanalisi da Freud agli anni ’50.

Introduzione

Alla fine del secolo ha origine con Freud la psicoanalisi. Questa teoria costituì nel Novecento una

nuova visione della società e della cultura in genere. Per le sue caratteristiche di concezione globale

dell’uomo, rimase distaccata dalle altre grandi scuole di psicologia.

Il pensiero freudiano si formò nell’ambiente della “grande Vienna”, la capitale dell’Impero austro-

ungarico alle soglie della sua decadenza. La crisi di una cultura e la ricerca di nuove forme

espressive furono all’origine di una serie di movimenti intellettuali di avanguardia nella letteratura,

nella pittura, nell’architettura e nella musica. Soprattutto nella letteratura si manifestò l’interesse

per il mondo psichico e le nuove dimensioni dell’inconscio.

Freud riuscì a cogliere in modo originale i fermenti di questa cultura del dubbio, del “sospetto” e

della crisi, e propose una psicologia che rispecchiava una nuova concezione della vita psichica,

dove i confini tra il normale e il patologico non erano più definibili.

La teoria di Freud.

Freud ebbe una conoscenza diretta e precisa dei principi teorici e dei metodi propri della scienza

biologico-medica contemporanea. Nel libro “L’interpretazione delle afasie” sottopose ad una

serrata disamina critica le ricerche contemporanee sull’afasia, introducendo una concezione

dinamica dei processi cerebrali. Ancora nel 1895 è presente l’impostazione concettuale nel cercare

di fornire un modello neuronale dei processi psichici.

Dedicatosi dal 1886 alla professione privata come specialista in malattie nervose, Freud aveva

subito affrontato casi patologici in cui l’organico e lo psichico risultavano l’uno la continuazione

12

dell’altro. Nel periodo trascorso presso Charcot a Parigi (1885-86) aveva avuto modo di osservare

numerosi pazienti affetti da isteria e soprattutto di assimilare la nozione di una causalità psichica nel

processo psicopatologico. Un caso di isteria era già stato descritto a Freud da Josef Breuer: il

famoso caso Anna O. Breuer aveva scoperto che la malata poteva essere liberata dai propri

turbamenti della sua coscienza se e quando veniva indotta a dare espressione verbale alle fantasie

affettive che in quel momento la dominavano. Breuer trasse da questa scoperta un metodo

terapeutico.

La tecnica ipnotica era servita a Breuer per far riemergere dalla memoria le “situazioni” traumatiche

che erano la causa lontana dei sintomi isterici e farle rivivere durante la seduta.

Freud si distacco’ da Breuer sia nella spiegazione della fenomenologia isterica sia nella tecnica

terapeutica. La causa psicopatogena non fu più considerata un nucleo passivo, ma si trattava di un

processo dinamico per il quale il paziente “intenzionalmente rimuoveva dal suo pensiero cosciente

quelle cose che voleva dimenticare”. La stessa tecnica ipnotica, basata sull’idea di suggestione

secondo la scuola di Nancy, non permetteva di ovviare alle resistenze del paziente a non ricordare.

Freud abbandonò l’ipnosi e il metodo catartico e adottò il metodo delle associazioni libere.

Alla fine degli “Studi sull’isteria” sostenne che la lontana causa psicologica del disturbo isterico era

dovuta a traumi sessuali di varia natura verificatisi nell’infanzia del paziente, e principalmente a

tentativi di seduzione sessuale da parte di un adulto (successivamente negò che il fatto concreto

fosse realmente accaduto). Su questo punto nodale dell’evoluzione del pensiero di Freud,

sull’esistenza di una “realtà” di un trauma sessuale effettivamente avvenuto e rimasto inconscio, si è

riacceso recentemente il dibattito. Si pensi che per tutto il futuro percorso della psicoanalisi è stato

basilare il passaggio di Freud verso la concezione di una “realtà psichica”, un complesso di fantasie,

ricordi, ricostruzioni, che non corrisponde necessariamente a una “realtà effettiva”.

Quello che viene ricordato dalla psiche non sono i fatti in sé, ma i fatti in quanto sono stati ricordati

o ricostruiti, ma che possono anche non essere accaduti.

Freud compì una profonda trasformazione del suo pensiero attraverso una sistematica autoanalisi

basata, in particolare dopo il 1897, sull’interpretazione dei propri sogni. In questo processo di

autoanalisi fu centrale la scoperta del complesso di Edipo, ovvero l’esistenza di una complessa rete

di sentimenti d’odio per il genitore dello stesso sesso e di amore nei confronti del genitore del sesso

opposto: una complessa dinamica necessaria allo sviluppo psichico infantile.

Tutto l’insieme delle innovazioni teoriche trovò una prima formulazione sistematica nella

“Interpretazione dei sogni” (1900). Freud riassunse criticamente tutta la letteratura precedente sulla

natura dei sogni e la loro interpretazione. Nell’ultimo capitolo espose una nuova teoria dei processi

psichici in generale. Il sogno non è che l’espressione di un contenuto latente, nascosto. Il contenuto

latente si trasforma nel contenuto manifesto attraverso il lavoro onirico, dando luogo a un contenuto

apparentemente senza senso. Questa trasformazione-deformazione è imposta dalla funzione

psichica della “censura” che blocca l’accesso dei desideri; il sogno può essere definito come

“l’appagamento di un desiderio”, perché consente al desiderio di manifestarsi, seppure in forma

mascherata.

Tra la fine degli anni ’90 del secolo scorso e i primi anni ’20, Freud elaborò una teoria generale

della psiche e propose un modello di terapia dei disturbi psichici attraverso molteplici opere

dedicate ai fenomeni osservati nella vita psichica normale e patologica. Particolare rilievo in questo

periodo ebbero le opere dedicate alle dimenticanze, ai lapsus e agli atti mancati.

Nella voce “psicoanalisi” del Dizionario di sessuologia Freud rilevava che la psicoanalisi era sia

una teoria e un metodo di ricerca in psicologia, sia un metodo terapeutico. Sintetizzando il

passaggio dalla impostazione seguita da Breuer a quella tipicamente psicoanalitica, Freud

sottolineava da una parte il rifiuto dell’idea per la quale l’origine dei sintomi isterici era nel blocco

di un processo psichico e nella sua conversione in manifestazioni somatiche; dall’altra la necessità

di introdurre il concetto di “difesa”... Ad una teoria che supponeva un processo di trasformazione

energetica del contenuto psichico patologico in un processo somatico, subentrava una teoria più

complessa della dinamica interna alla psiche con sotto-sistemi interattivi. 13

Nella teoria elaborata fino al 1920 circa, Freud collocava la dinamica degli affetti all’interno di un

“apparato psichico” suddiviso in sistemi aventi funzioni diverse: inconscio, preconscio e conscio. Si

tratta delle prima “topica”... Dopo il 1920 propose un’altra teoria dell’apparato psichico, la seconda

topica, basata sulla differenziazione tra Es, Io e Super-Io.

Struttura dell’apparato psichico e principi metapsicologici.

Per delineare alcuni aspetti teorici fondamentali della teoria psicoanalitica ci si può riferire

all’ultima versione sistematica che Freud scrisse nel 1938 per il suo “Compendio di psicoanalisi”.

L’Es rappresenta per la psiche il patrimonio ereditario e la sede di origine delle pulsioni. Il rapporto

tra l’Es di un individuo e il mondo esterno è mediato dall’Io che, ai fini dell’autoconservazione

dell’individuo stesso, svolge la funzione di conoscere e valutare gli stimoli esterni e interni. Dall’Io

si sviluppa durante l’infanzia il Super-Io, nel quale si collocano le influenze dei genitori e delle

altre persone del proprio ambiente sociale.

I bisogni dell’organismo si esprimono e sono soddisfatti nella vita psichica sotto forma di pulsioni.

L’istinto è un comportamento innato, proprio di una determinata specie animale, generato per

annullare la tensione determinata dal bisogno. La pulsione è la rappresentazione psichica del

bisogno, arriva in virtù della sua forza (spinta) alla meta, cioè alla soppressione della tensione

prodotta dall’eccitazione somatica (fonte), seguendo una dinamica nettamente più mobile e

articolata di quella dell’istinto, dirigendosi non necessariamente su un oggetto specifico, ma su

oggetti che possono variare nel tempo.

Nell’ultima fase del suo pensiero Freud divise le pulsioni fondamentali in due grandi categorie, le

pulsioni di vita (la cui energia è denominata libido) e le pulsioni di morte. Queste pulsioni

interagiscono tra di loro nella dinamica psichica: da questa cooperazione e da questo contrasto delle

due pulsioni fondamentali traggono origine i molteplici e variopinti fenomeni dell’esistenza.

Il concetto di pulsione era stato elaborato da Freud soprattutto nella sfera della vita psichica

sessuale. Le “scoperte principali” della psicoanalisi erano state, per Freud, il fatto che la sessualità

si manifesta subito poco dopo la nascita; essa comprende una vasta gamma di attività non

esclusivamente genitali; il piacere sessuale può essere prodotto da zone del corpo non direttamente

legate al coito e alla procreazione. Lo sviluppo della sessualità infantile era stato cadenzato da

Freud in varie fasi, da quella orale a quella anale a quella fallica. Il processo evolutivo è la base per

la comprensione dei processi involutivi che possono insorgere nella vita psichica adulta, sotto forma

di perversioni sessuali o di disturbi psichici come le nevrosi.

I processi psichici si qualificano in base al grado di coscienzialità che possiedono per l’individuo.

Alcuni processi psichici inconsci divengono consci, ma nella maggior parte rimangono inconsci.

Nella vita psichica si realizza una “resistenza” al far divenire cosciente ciò che è inconscio e queste

resistenze divengono evidenti nel processo terapeutico. Vi è una relazione dinamica tra le qualità

psichiche (delineate nella prima topica) e i sistemi dell’apparato psichico (descritti nella seconda).

Le funzioni dell’Io e del Super-Io possono essere consce, e ancor più di frequente sono inconsce.

L’Es è invece caratterizzato dalla qualità dell’inconscio.

Le leggi che regolano i processi nell’inconscio o nell’Es rientrano nel “processo primario”, mentre

quelle che guidano i processi nel preconscio-conscio o nell’Io appartengono al “processo

secondario”... Questi due processi sono regolati rispettivamente dal principio di piacere e dal

principio di realtà.

La tecnica psicoanalitica.

Nel trattamento analitico, la “regola fondamentale” è quella per la quale il paziente è impegnato a

comunicare liberamente all’analista tutto quanto gli viene in mente. In questo processo di

svelamento del rimosso e dell’inconscio, si produce un fenomeno di grande rilevanza, già notato da

altri psicologi ma messo in evidenza da Freud: si tratta del fenomeno del transfert, “per il quale il

paziente ravvisa nell’analista un ritorno di una persona importante del suo passato, e trasferisce su

di lui sentimenti e reazioni che certamente erano destinati a quel modello”.

Il transfert è ambivalente, contiene atteggiamenti positivi nei confronti dell’analista, ma anche

negativi; il paziente si comporta con l’analista come si sarebbe comportato con i genitori. 14

In questa situazione si può innescare il “desiderio erotico”, un tempo diretto verso il genitore e ora

trasferito sull’analista. E’ un momento che inevitabilmente avviene, ma che deve assolutamente

essere bloccato proprio per consentire il proseguimento dell’analisi. Il transfert è un momento

necessario nel processo di quell’”ampliamento della conoscenza di sé” che comporta continuamente

un superamento delle resistenze che il paziente oppone alle interpretazioni che l’analista dà dei suoi

sogni e dei suoi atti mancati.

Una “visione del mondo”.

Nell’ultima lezione di “Introduzione alla psicoanalisi”, Freud si chiedeva se la psicoanalisi poteva

essere concepita come una nuova “visione del mondo”. Rispondeva che era solo una scienza

particolare, che nell’ambito del suo oggetto di indagine, la psiche, contribuiva alla visione

scientifica del mondo, una visione non esaustiva e totalizzante.

Tuttavia, nel primo Novecento, la psicoanalisi fu recepita di fatto come una nuova “visione del

mondo” e per questo motivo fu accolta entusiasticamente o respinta duramente. Le critiche

andarono da quelle di carattere più teorico, relativamente alla forte componente biologica della

concezione freudiana delle pulsioni, a quelle più moralistiche. La relazione tra la psicoanalisi e il

mondo accademico della psicologia fu difficile, e solo gradualmente i principi della psicodinamica

freudiana penetrarono nei sistemi di psicologia elaborati dalle altre scuole; d’altra parte la

psicoanalisi stessa non mostrò interessi maggiori per quanto veniva acquisito dalla psicologia

contemporanea.

Il movimento psicoanalitico dal 1902 al 1950.

La psicoanalisi divenne nel primo decennio del secolo un’istituzione scientifica autonoma che

organizzava i propri convegni. Quando – nel 1911 nel caso di Adler e nel 1913 di Jung – si

manifestarono i primi dissensi rispetto alle posizioni ufficiali di Freud, la condanna degli “eretici”

fu immediata. Freud da una parte rifiutò in blocco le elaborazioni teoriche proposte da Adler e Jung,

dall’altra suggerì la possibilità che queste nuove prese di posizioni fossero interpretabili in chiave

psicoanalitica, paragonando gli psicoanalisti a pazienti in trattamento analitico.

La scuola freudiana si caratterizzò presto rispetto alle altre scuole della psicologia della prima metà

del secolo non solo per la specificità della propria prospettiva teorica, ma anche per la rigida

struttura associativa dei propri membri, tra i quali uno era stato spesso l’analista di un altro.

Al di là della ricostruzione fatta da Freud delle secessioni di Adler, Jung ed altri, si trattò spesso di

sviluppi originali all’interno della teoria freudiana che non possono essere considerati pure e

semplici deviazioni dal pensiero freudiano verso un impoverimento teorico e terapeutico.

Nell’ambito del movimento psicoanalitico fino al 1950, i contributi più significativi furono dati da

Anna Freud, da Melanie Klein e da Heinz Hartmann. Le loro opere introdussero innovazioni e

ampliamenti concettuali di carattere generale nella teoria freudiana originaria.

Con le opere di Anna Freud e di Hartmann si costituì la “psicoanalisi dell’Io” o anche “psicologia

dell’Io” che, diffusasi soprattutto negli Stati Uniti, accentuò sempre di più le caratteristiche

adattative della psiche in una prospettiva naturalistico-biologica.

Sebbene Anna Freud avesse messo in evidenza l’importanza dell’indagine analitica nei bambini per

la fondazione di una teoria psicoanalitica generale della personalità, fu Melanie Klein a gettare le

basi per una psicoanalisi infantile che non ripercorresse la psicoanalisi tradizionale nata

dall’indagine sugli adulti. Attraverso l’introduzione di nuove tecniche, come quella rappresentata

dall’osservazione del gioco infantile, sarebbe stato possibile accedere alla dinamica della psiche

infantile.

La Klein richiamò l’attenzione sul mondo psichico (un “teatro interno”) della primissima infanzia,

costituito da fantasie o fantasmi inconsci pre-esistenti alle rappresentazioni psichiche che si

formeranno in seguito all’interazione con l’ambiente esterno. Le fantasie inconsce strutturano il

mondo psichico primitivo del bambino, organizzano la relazione del bambino con gli oggetti delle

pulsioni. 15

La diffusione della psicoanalisi può essere vista come una graduale penetrazione geografica delle

idee freudiane prima nei paesi vicini a Vienna, nell’area mitteleuropea, poi nei paesi anglosassoni e

quindi in quelli latini.

5. La teoria di Jung.

Spesso la teoria di Jung è stata caratterizzata come una ramificazione della teoria di Freud; allo

stesso modo, la personalità di Jung è stata contrapposta a quella di Freud. Eppure è ormai chiaro che

l’opera di Jung riflette un progetto teorico diverso da quello freudiano, anche se la psicoanalisi ne è

stata una componente fondamentale.

Una prima fase dell’attività di Jung può essere delimitata tra il 1895 e il 1900, periodo in cui era

studente di medicina a Basilea. Jung partiva dalla lettura che era stata fatta in chiave spiritistica dei

testi di Kant, per ampliare il concetto di “realtà psichica” a fenomeni ed esperienze esclusi dalla

psicologia scientifica (sonnambulismo, ipnosi, spiritismo, esperienze medianiche e

parapsicologiche). Nella tesi di laurea, Jung aveva illustrato questa nuova tematica avvalendosi

anche delle esperienze personali che aveva condotte in campo medianico.

Un secondo periodo comincia nel dicembre 1900, quando Jung si trasferì all’Ospedale psichiatrico

di Zurigo, ed arriva fino al febbraio 1907, ovvero all’incontro tra Jung e Freud. In questi anni Jung

sviluppò la tecnica delle associazioni verbali. Al soggetto in esame era presentata una lista di

termini e si registravano le parole che egli vi associava. In base al tipo di risposta e al tempo

impiegato per rispondere, si potevano far emergere i “complessi” da cui era affetto il soggetto. Jung

indicava con “complesso” quell’insieme di rappresentazioni, ricordi e immagini a forte contenuto

emotivo e affettivo che causava la reazione. Questo reattivo permetteva di affrontare in modo

oggettivo la dinamica psicopatologica.

Il test delle associazioni verbali corre lungo la storia della psicologia tra Ottocento e Novecento

come un filo rosso che lega la psicologia sperimentale, la psicopatologia e la psicologia

giudiziaria. Realizzato da Galton, il test fu usato da Wundt, da Kraepelin ed altri.

Inoltre, il test delle associazioni verbali fu sviluppato da Aleksander Lurija all’Istituto di psicologia

di Mosca nel “metodo motorio combinato”, che richiedeva al soggetto di rispondere alle parole-

test con la prima parola associata e contemporaneamente di premere un bulbo di gomma. In base

alla relazione concomitante o sfasata tra la risposta verbale e quella motoria, Lurija studiava i

“conflitti” retrostanti al comportamento dei soggetti, normali, affetti da disturbi mentali o

criminali.

L’approccio sperimentale fu abbandonato da Jung quando il suo confronto con la teoria e la tecnica

psicoanalitica divenne costante. Questo periodo, detto psicoanalitico, si chiude nel 1913 con la

“secessione” di Jung dal movimento psicoanalitico. Jung aveva già maturato un’insoddisfazione per

l’atteggiamento clinico distaccato, proprio dello psichiatra del tempo. Gli insegnanti di psichiatria si

interessavano non di quel che il paziente potesse avere da dire, ma piuttosto della diagnosi,

dell’analisi dei sintomi, di statistiche. Dal punto di vista clinico la personalità umana del paziente, la

sua individualità, non aveva alcuna importanza.

La psicoanalisi forniva invece un nuovo modo di rapportarsi alla malattia mentale, faceva divenire

centrale la dimensione psicologica e quella psicoterapeutica rispetto all’impostazione classificatoria

della psichiatria ufficiale. Nel 1909 Jung lasciò l’ospedale di Zurigo e si dedicò allo studio delle

malattie mentali in una prospettiva che teneva conto delle innovazioni teoriche della psicoanalisi,

ma allo stesso tempo introduceva elementi ad essa estranei.

L’opera più importante è Trasformazioni e simboli della libido; si basava sul caso della giovane

Frank Miller, una studentessa di ricca immaginazione autosuggestiva. Jung interpretò le fantasie

della Miller ricollegandole a miti religiosi antichissimi e a simboli universali che sarebbero emersi

dal suo inconscio. I simboli erano per Jung espressioni o trasformazioni di una energia psichica in

generale, chiamata “libido”, che non era più la libido intesa come energia o istinto sessuale. “Si

intende con libido un valore energetico suscettibile di comunicarsi a una sfera qualsiasi di attività:

potenza, fame, odio, sessualità, religione, ecc., senza essere un istinto specifico”. 16

La teoria sessuale dell’origine delle nevrosi veniva rifiutata in nome di una teoria psicologica basata

sul concetto di libido come energia psichica in generale (Jung preferirà negli anni seguenti

abbandonare il termine equivoco di libido e parlare direttamente di “energia psichica”).

La psiche umana si sviluppa quindi per le trasformazioni di questa energia, che può essere anche

energia psicosessuale, ma non si identifica con essa.

Nel 1913 Jung abbandonò il movimento psicoanalitico e sviluppò ulteriormente la propria teoria

psicologica. Tra il 1913 e il 1919 fu cruciale l’autoanalisi che Jung compì sistematicamente ogni

giorno annotando i propri sogni e le proprie fantasie, un viaggio nel profondo dell’inconscio simile

alla discesa di Ulisse agli Inferi.

Nel 1921 fu pubblicata l’altra opera fondamentale di Jung, “Tipi psicologici”. Vi era descritta la

struttura della psiche, articolata in quattro funzioni (pensiero, sentimento, sensazione e intuizione) e

in due atteggiamenti fondamentali (l’introversione e l’estroversione). Nei singoli individui domina

sia un atteggiamento sull’altro, sia una funzione sulle altre tre. Il tipo complementare non

dominante e le funzioni non dominanti rimangono comunque attive a un livello inconscio in ogni

individuo.

Con “Tipi psicologici” si era ormai delineata una completa teoria della psiche denominata da Jung

“psicologia analitica”, una concezione ben distinta dalla “psicoanalisi” freudiana.

Uno dei concetti cardine della teoria freudiana, quello di inconscio, fu rielaborato profondamente da

Jung attraverso la distinzione di inconscio personale e inconscio collettivo. Nell’inconscio personale

si trovano i “materiali” individuali, nel secondo quelli impersonali, collettivi. In “Tipi psicologici”

Jung scriveva: “L’inconscio personale comprende in sé tutte le acquisizioni dell’esperienza

personale, dunque cose dimenticate, rimosse, percepite, pensate e sentite al di sotto della soglia di

coscienza. Accanto a questi esistono altri contenuti che non provengono da acquisizioni personali,

ma dalla possibilità di funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale

ereditata. Queste sono le trame mitologiche, i motivi e le immagini che in ogni tempo e luogo

possono riformarsi: li denomino collettivamente inconsci”. L’espressione tipica dell’inconscio

collettivo sono le immagini primordiali o “archetipi”. Si tratta di immagini a carattere arcaico,

proprie di un’epoca o di tutta l’umanità, che si manifestano a livello individuale nei sogni,

nell’immaginazione provocata e nei disegni liberi e, a livello collettivo, si concretizzano nei miti,

nelle fiabe e nelle opere d’arte. Jung ha ribadito più volte che gli archetipi non sono contenuti o

rappresentazioni inconsce, ma sono delle “forme” che strutturano l’inconscio collettivo.

La psiche è composta, oltre che dall’inconscio personale e da quello collettivo, dall’Io che ne

rappresenta la parte cosciente. La dinamica tra componenti consce e inconsce della psiche è vista da

Jung come un percorso difficile (“individuazione”) che l’individuo affronta nella propria vita per

realizzare la propria personalità. L’Io (conscio) si scontra con organizzazioni archetipiche

(inconsce) della personalità: la Persona (in latino “maschera teatrale”), ovvero la personalità

pubblica; l’Ombra, cioè i comportamenti negativi, istintuali che l’individuo rifiuta e nasconde;

l’Anima e l’Animus, rispettivamente, la personificazione della natura femminile nell’uomo e della

natura maschile nella donna. Per Jung “l’uomo ha sempre portato in sé l’immagine della donna, di

un determinato tipo di donna. Questa immagine è un insieme ereditario inconscio d’origine molto

remota, un “archetipo”. Ciò vale anche per la donna: anch’essa ha un’immagine innata dell’uomo.

Siccome quest’immagine è inconscia, essa viene incosciamente proiettata sulla persona amata ed è

una delle cause principali dell’attrazione passionale e del suo contrario”.

Nella relazione dinamica tra l’Io e l’inconscio, si attua il processo di “individuazione”, di

differenziazione della personalità individuale, di realizzazione della propria personalità in una

compiuta totalità-unità, denominata Sé. Il Sé è l’archetipo fondamentale della psiche; è la meta, non

sempre raggiunta, cui aspira la psiche individuale.

Nel processo di individuazione è stato colto un elemento di ulteriore differenziazione del pensiero

di Jung dalla teoria freudiana. Il processo di individuazione mette in risalto l’idea di una crescita

psichica proiettata verso il futuro. Per Freud la vita psichica è predeterminata nei suoi stadi e nelle

sue manifestazioni, è schiacciata tra le forze dell’Es e quelle del Super-Io; per Jung la psiche è una

17

progettualità che ha spazi indeterminati. Anche l’assunzione di Freud che la sua teoria potesse

essere considerata un punto fermo per la psiche umana, corrispondeva per Jung ad una visione

deterministica della creatività di questa psiche. Una teoria psicologica dipende in primo luogo dalla

“psicologia personale” dell’autore; non si può assolutizzare il prodotto relativo di un singolo autore.

Una teoria non deterministica, come quella di Jung, relativizza il proprio teorizzare, rende

“indeterminato” il proprio oggetto di indagine. Concepisce lo scienziato come oggetto egli stesso di

un sistema più ampio in cui lui pure si modifica nel momento stesso in cui indaga.

Per quel che riguarda il rapporto terapeutico, Jung criticava la contrapposizione tra l’analista,

immutabile nel suo operare, fermo nelle sue competenze e tecniche ormai acquisite, e il paziente,

oggetto di potenziali mutazioni. Nel sistema terapeutico junghiano si prospettava invece una

continua modificazione reciproca tra analista e paziente.

L’influenza di Jung sulla psicologia del primo Novecento è stata forse minore rispetto a quella

avuta in altre aree di ricerca, quali l’antropologia, l’etnologia e gli studi di storia delle religioni. A

partire dagli anni ’60, le teorie di Jung sono state riproposte nel quadro della psicologia

contemporanea attraverso il riferimento a concetti fondamentali come quello di individuazione e di

Sé. La “psicologia analitica” è attualmente rappresentata da una crescente schiera di psicoterapeuti e

studiosi che si rifanno all’insegnamento di Jung.

6. La teoria di Adler.

L’altra grande “secessione” del movimento psicoanalitico, operata da Alfred Adler nel 1911, può

essere vista come un momento interno alla psicoanalisi freudiana, allo stesso modo in cui è stata

solitamente considerata la “secessione” junghiana. Quanto detto per Jung vale anche per Adler: la

“psicologia individuale” fondata da Adler ha risentito senz’altro dell’incontro con la teoria

freudiana, ma ha sempre conservato la sua autonomia concettuale che le deriva da un contesto

culturale e sociale diverso da quello in cui si sviluppò il pensiero freudiano.

In primo luogo, Adler collocò la propria teoria all’interno di una concezione sociale della vita

psichica estranea alla psicoanalisi freudiana. Si trattava di una concezione che si traduceva in una

maggior attenzione teorica non solo alle condizioni sociali dello sviluppo psichico, ma anche alle

condizioni concrete che potevano essere realizzate per favorire meglio tale sviluppo. L’impegno

costante di Adler per gli interventi di medicina sociale e del lavoro lo caratterizzano come uno

psicologo attivo negli anni ’20 della “Vienna rossa” rispetto allo psicologo della crisi della Vienna

fine secolo rappresentato da Freud.

Adler sviluppò in modo originale due concetti fondamentali della “psicologia individuale”:

l’”inferiorità organica”, per cui una deficienza organica condiziona la crescita psicologica

individuale (concetto che sarà ampliato psicologicamente in quello più generale di “complesso di

inferiorità”), e il “carattere”, ovvero l’organizzazione psicologica di origine ambientale che si rivela

nell’interazione tra l’individuo e il suo ambiente sociale. Questi concetti furono ripresi nel libro La

conoscenza dell’uomo, dove Adler parla di “organo psichico”, un sistema unitario al servizio

dell’organismo umano, per assicurarne la conservazione e favorirne lo sviluppo. L’organo psichico

è un insieme di forze di natura psichica finalizzate all’adattamento dell’individuo al suo ambiente.

“Non è possibile rappresentarsi una vita psichica senza quel fine verso cui si volge il movimento e

la dinamica contenuti nella vita dell’uomo”. Questo “movimento” della psiche è radicato in un

ambiente sociale. Infatti la natura della psiche umana è prioritariamente sociale, non ha come

presupposto delle forze biologiche, l’Es descritto da Freud. Il suo “essere sociale”, l’uomo lo vive

come un “sentimento” innato che struttura e organizza la sua vita psichica. La prima e fondamentale

relazione sociale è quella che il neonato vive con la propria madre. L’altro tessuto sociale entro cui

si sviluppa la vita psichica è quello costituito dalle relazioni con gli altri membri della famiglia, ciò

che Adler chiama “costellazione familiare”. In questo complesso allargato di relazioni

interpersonali, la figura paterna ha per Adler una importanza notevole, ma non quella esclusiva

assegnatale da Freud in relazione al complesso di Edipo (concetto rifiutato da Adler). 18

Quando il bambino nasce si trova in una naturale “inferiorità organica”: prima ha bisogno di

nutrizione e di cure per sopravvivere, poi interagisce con adulti che appaiono più forti e sicuri. Il

“sentimento di inferiorità” del bambino nasce anche da una inferiorità psicologica avvertita nella

relazione interpersonale con gli adulti e con i pari. La crescita psichica si realizza attraverso il

superamento del sentimento di inferiorità, grazie a modalità di compensazione che caratterizzano la

vita psichica di ogni singolo individuo e complessivamente sono indicate come il suo “stile di vita”.

La forza che spinge questa crescita psichica verso la realizzazione della propria personalità è

chiamata da Adler il “Sé creativo”. La psicoterapia è vista come un riorientamento del paziente

rispetto alle necessità della realtà presente e concreta piuttosto che come un processo di scavo nel

profondo di una psiche considerata scindibile da tale realtà... Il rapporto fiducioso tra analista e

paziente non passa attraverso il transfert. Il paziente, che sta seduto davanti al proprio analista,

faccia a faccia (e non, come vogliono i freudiani, sdraiato sul divano senza poter vedere l’analista,

seduto dietro di lui), deve vivere per Adler una situazione di incoraggiamento e compartecipazione

emotiva in questo recupero del proprio Sé, piuttosto che una condizione di disagio fisico e psichico.

7. Temi della psicoanalisi contemporanea.

Lo sviluppo della psicoanalisi freudiana dagli anni ’60 ad oggi è caratterizzato in primo luogo da un

confronto sempre più approfondito con la ricerca psicologica contemporanea, rispetto

all’isolamento teorico che il sistema freudiano si era costruito nei confronti delle altre grandi scuole

della psicologia del primo Novecento. Possiamo individuare tre aree tematiche principali della

psicoanalisi contemporanea: 1) la struttura della psiche; 2) la dimensione evolutiva; 3) la

dimensione sociale.

La struttura della psiche, quale era stata descritta nella prima e nella seconda topica freudiane, fu

rivista negli anni ’30 e ’40 alla luce delle nuove teorizzazioni sulle funzioni dell’Io avviate in

particolare da Heinz Hartmann. Con la sua opera, maturata nell’ambiente nord-americano, si

sviluppò una corrente denominata “psicologia dell’Io” centrata sia sull’idea di autonomia dell’Io

dall’Es e di centralità dell’Io nell’adattamento della psiche all’ambiente, sia sulla rilevanza

riconosciuta alle funzioni cognitive dell’Io nel processo di conoscenza della realtà esterna ai fini

adattativi. Questa impostazione permetteva un raccordo con la ricerca psicologica contemporanea.

Si riteneva che da questo ampliamento concettuale potesse derivare la fondazione di una teoria

completa sulla psiche, e la psicoanalisi sarebbe divenuta così la psicologia generale per eccellenza.

Un nuovo modello della struttura psichica, nel quale si teneva conto sia della psicologia dell’Io di

Hartmann che della psicologia contemporanea fu proposto da David Rapaport.

Il rapporto tra Es e Io è legato a un altro grande tema di discussione della psicoanalisi

contemporanea, quello delle relazioni oggettuali. Buona parte della ricerca psicoanalitica degli

ultimi venti anni è stata indirizzata al superamento della centralità delle pulsioni nella strutturazione

della psiche e al rilievo dato alle “relazioni oggettuali”, ovvero alle rappresentazioni psichiche,

interne all’Io, delle relazioni con “oggetti” (persone) costituitisi come fondamentali nella

primissima vita psichica individuale. In alcune versioni della teoria delle relazioni oggettuali si

opera un rovesciamento rispetto alla teoria tradizionale freudiana: le nuove teorie ritengono che le

pulsioni si organizzino in funzione delle relazioni oggettuali, che l’Io strutturi di fatto il mondo

delle pulsioni. Su questa problematica i contributi più importanti sono quelli di Fairbairn, Mahler e

Kohut. In alcuni autori, in particolare Kohut, la dinamica Es-Io è sostituita dalla dinamica del Sé.

Al di fuori di questi percorsi di ricerca, si collocano altre posizioni che hanno toccato le fondamenta

della struttura stessa della teoria psicoanalitica, ricorrendo spesso a concezioni e a discipline

estranee alla psicoanalisi tradizionale. Tra queste quella di Jacques Lacan, fondatore di una scuola

autonoma, la “scuola lacaniana”.

Lo studio della dimensione evolutiva della psiche è stato affrontato sia dalla psicoanalisi con le

indagini teoriche e cliniche sulla vita psichica infantile avviate da Anna Freud e Melanie Klein, sia

dalla psicologia dell’età evolutiva, sia dalla etologia. Uno dei primi psicoanalisti a tentare una

integrazione fra psicoanalisi e psicologia infantile fu Spitz. Basandosi sullo studio diretto dei

19

bambini con tecniche osservazionali e cliniche, Spitz delineò lo sviluppo psichico nei primi mesi di

vita e mise in risalto l’importanza della relazione madre-bambino per l’insorgere di gravi disturbi

psichici. Altre teorie importanti dello sviluppo psicodinamico, elaborate negli anni ’50 e ’60, sono

state quelle degli inglesi Winnicott e Bowlby. Le nozioni di “oggetto transizionale” e di

“attaccamento”, elaborate rispettivamente da Winnicott e Bowlby, sono entrate nel patrimonio

concettuale della psicologia dell’età evolutiva non necessariamente di indirizzo psicoanalitico. In

particolare il concetto di “attaccamento” ha permesso una vasta serie di ricerche comparate

sull’organizzazione innata, nei primati e nell’uomo di schemi comportamentali che strutturano il

rapporto madre-figlio e guidano il processo di socializzazione.

La dimensione sociale nello sviluppo psichico, già messa in evidenza da Adler, ha rappresentato un

tema di interesse centrale per molti psicoanalisti statunitensi intorno agli anni ’40 e ’50. Oggi è

evidente l’influenza di Adler in una visione retrospettiva. Queste teorie “neofreudiane” sono state

definite “psicologiche-sociali”, “culturalistiche” per aver sottolineato il ruolo dei fattori sociali nella

formazione della personalità e delle dinamiche interpersonali nei contesti sociali, pur all’interno di

un quadro teorico di riferimento rappresentato ancora dalla psicoanalisi. Gli esponenti più noti sono

Horney, Sullivan e Erich Fromm. La scuola neofreudiana permise un riavvicinamento decisivo tra

la psicoanalisi e i problemi della società del dopoguerra, ripropose i temi di uno sviluppo psichico

individuale libero e creativo all’interno di una società democratica, e favorì l’assimilazione delle

idee psicoanalitiche nel campo delle scienze sociali. Fatta eccezione per Fromm, negli anni ’60

questa scuola subì un forte declino.

Infine, un tema che ha suscitato grande interesse fin dagli anni ’50 riguarda il quesito se la

psicoanalisi sia una scienza. Il dibattito ha un riferimento storico principale nel simposio, tenutosi a

New York nel 1959 sul metodo scientifico in psicoanalisi. La posizione di alcuni noti psicologi

dell’area comportamentistica, tra cui Skinner e Eysenck, è stata spesso radicale, di completo rifiuto

della teoria psicoanalitica considerata come un insieme di concetti e pratiche non verificabili

secondo i criteri della scienza moderna. Con lo sviluppo del cognitivismo, l’interesse per la

psicoanalisi è aumentato attraverso l’indagine sui processi non consapevoli di elaborazione

dell’informazione, ponendosi così il problema delle differenze e somiglianze strutturali e funzionali

tra tale “inconscio cognitivo” e l’”inconscio dinamico”. Alle indagini di diretta verifica

sperimentale dei processi dinamici inconsci, è subentrata una sperimentazione che mira ad

individuare le leggi di elaborazione dell’informazione che possono essere alla base sia dei processi

cognitivi che di quelli dinamici.

Su un terreno più filosofico il dibattito è stato segnato dall’applicazione del criterio di falsificabilità

del filosofo Karl Popper. Per Popper una teoria è scientifica se è soggetta a mutamenti, se contiene

enunciati che possono essere non tanto verificati empiricamente all’infinito, quanto essere

disconfermati, confutati, falsificati. Per Popper la psicoanalisi è un insieme di enunciati non

falsificabili, non confutabili, è quindi una teoria impermeabile alle critiche e ai cambiamenti,

dunque una teoria non scientifica. In effetti altri filosofi hanno considerato la psicoanalisi non una

scienza, ma un esempio moderno di ermeneutica, una conoscenza filosofica basata

sull’interpretazione, quale si poteva rintracciare dall’opera di Freud “L’interpretazione dei sogni”.

8. La psichiatria fenomenologica.

La critica della psichiatria organicistica e il suo superamento in una prospettiva psicodinamica

possono essere visti come un processo maturato all’interno di quella stessa psichiatria. Il caso di

Freud è emblematico. L’idea di “energia psichica”, l’apparato psichico articolato in istanze, e la

finale versione di una lotta psico-cosmica tra vita e morte, riflettono una concezione della psiche

che intende liberarsi della psichiatria “somatologica”, ma ne conserva alcuni principi sostanziali di

marca biologica. In Freud riecheggia una concezione dell’uomo e della natura che ha alcuni

riferimenti di fondo nel positivismo ottocentesco deterministico e riduzionistico, sebbene sia chiaro

che fu la psicoanalisi a dare il colpo più potente perché crollasse l’edificio cristallizzato della

psichiatria ottocentesca. Tuttavia va notato che contro la psichiatria riduzionistica si pongono

20

all’inizio del secolo alcuni psichiatri che sviluppano la loro critica da un’ottica completamente

diversa, perché i riferimenti teorici sono in orientamenti (prima la fenomenologia e poi

l’esistenzialismo) che partono da un rovesciamento radicale della filosofia positivistica stessa.

La psichiatria fenomenologica viene inclusa all’interno della prospettiva psicodinamica perché

questa psichiatria non può essere accostata alle teorie (scuola di Graz o di Berlino) che impiegarono

comunque il metodo fenomenologico. La ps. Fenomenologica ha condiviso con le teorie

psicodinamiche l’interesse per l’organizzazione dinamica individuale, normale e patologica, della

vita psichica.

La prima e fondamentale illustrazione dell’impostazione fenomenologica in psichiatria fu opera di

Jaspers. I suoi studi filosofici costituiscono una delle principali espressioni teoriche

sull’esistenzialismo. Jaspers si rifaceva alla distinzione di Dilthey tra “spiegare” e “comprendere”, e

alla nozione di “esperienza vissuta”, per individuare il compito dello psicopatologo nella “empatia”,

una “comprensione per immedesimazione”. A tale scopo, allo psicopatologo è richiesta

un’impostazione di indagine non distaccata, partecipe verso l’altro, allo stesso tempo aperta verso

se stesso, verso le proprie potenzialità di comprendere l’altro nel momento in cui comprende se

stesso.

Alla comprensione dell’altro può esservi un limite quando il disturbo mentale raggiunge la gravità

maggiore, come nello schizofrenico, perché allora il vissuto di quest’uomo segue modalità che non

sono rivivibili dallo psicopatologo. Jaspers riteneva che in questo caso potesse essere adottata una

metodologia basata sullo spiegare, che inferisse dal comportamento esterno quel mondo psichico

inaccessibile. Successivamente, Jaspers oltrepassò la problematica spiegare-comprendere,

introducendo il concetto di “visione del mondo”, come modalità psichica di organizzare e orientare

il proprio essere nel mondo. Normale e patologico sono modalità diverse attraverso le quali gli

individui progettano la loro vita nel mondo.

I temi della critica alla psichiatria naturalistica, della fondazione fenomenologica della psichiatria e

della realizzazione di una psicologia dei modi umani di vivere la propria soggettività nel mondo

furono rielaborati e riorganizzati da Binswanger, collaboratore di Jung, amico di Freud, all’incrocio

quindi tra correnti psichiatriche e psicologiche in grande fermento nei primi decenni del secolo.

Binswanger criticò l’impostazione della psichiatria tradizionale consistente nella descrizione e

classificazione di “oggetti” esterni, i sintomi, staccati dal tutto integrato della persona che li vive, e

propose una psicopatologia basata su una conoscenza immediata, “intuitiva” dei vissuti soggettivi

(interni). La critica alla psicologia e alla psichiatria naturalistica coinvolgeva anche Freud che,

secondo Binswanger, aveva conservato un’impostazione positivistica. In effetti, la critica di

Binswanger non teneva adeguatamente conto delle profonde innovazioni teoriche che il pensiero di

Freud aveva portato all’interno di una prospettiva psicodinamica, sconvolgendo il quadro della

psichiatria ortodossa.

Alla fine degli anni ’20, il pensiero di Binswanger fu profondamente influenzato dalle opere del

filosofo tedesco Heidegger. Il metodo fenomenologico di Husserl veniva ad integrarsi con la teoria

di Heidegger per cui la peculiarità dell’esistenza umana non era nell’essere un soggetto astratto o un

oggetto naturale, ma un uomo concreto all’interno del mondo, entro il quale egli si orienta e

progetta la propria vita. L’essere-nel-mondo, concetto introdotto da Heidegger, permette di superare

la scissione tra soggetto (l’individuo) e oggetto (il mondo). Per Binswanger la psicologia è lo studio

della modalità di essere dell’uomo nel mondo, del modo in cui esprime la propria vita. Questa

“analisi dell’esserci”, nota in Italia come “antropoanalisi”, fu la nuova teoria psicologica e

psicopatologica proposta in modo compiuto da Binswanger. La malattia mentale era considerata

una modalità di essere nel mondo, un “progetto di mondo”. Lo scopo dell’antropoanalisi era

individuato nell’enucleazione del progetto di mondo che caratterizza l’esistenza del malato di

mente.

In definitiva, Binswanger manteneva comunque coesistenti due piani di indagine sul malato di

mente: da un lato quello clinico relativo alla “funzione di vita”, con cui si può studiare la mente

normale e patologica secondo l’impostazione clinica della psicologia naturalistica e della psichiatria

21

classica; dall’altro quello della “storia della vita interiore”, con cui l’antropoanalisi ridisegna il

senso della vita psichica di ciascun individuo, sana o malata che sia.

8. Teorie della personalità.

Tra gli anni ’20 e ’30 si sviluppa una corrente di studi che cerca di fondare una psicologia unitaria,

in una sorta di compromesso tra la dimensione biologica e la dimensione sociale, centrando la

propria analisi sul concetto di personalità. Non si trattò di una scuola unica, bensì di varie teorie che

fondavano il proprio statuto teorico e metodologico sul concetto di personalità.

La prima teoria a fondare la psicologia stessa sul concetto di personalità fu il “personalismo” di

Stern. La psicologia per Stern doveva essere indagine su come le funzioni psichiche si radicano in

una “persona” individuale, su come gli aspetti innati e acquisiti convergono (“principio della

convergenza”) in un’unità indivisa. Questa concezione di Stern si conciliava con i suoi studi

empirici sulle differenze individuali nei processi cognitivi e dinamici. Secondo Vygotskij, il

personalismo di Stern portava ad una concezione della persona come “monade”, come unità

racchiusa in sé, antecedente rispetto allo sviluppo delle funzioni psichiche, ad esempio il linguaggio

(da Stern studiato approfonditamente). Le funzioni psichiche erano considerate in definitiva un

derivato della personalità.

Nella posizione di Gordon Allport, la personalità è concepita in modo più psicodinamico. Nel libro

principale, caposaldo delle teorie della personalità del primo Novecento, Personality, Allport scrisse

che “la personalità è l’organizzazione dinamica all’interno dell’individuo, di quei sistemi psicofisici

che determinano il suo adattamento all’ambiente. La personalità è qualcosa e fa qualcosa. E’ ciò che

sta dietro atti specifici e dentro l’individuo”. In questa definizione si può rilevare la confluenza di

varie concezioni psicologiche: vi è un processo fondamentale di adattamento dell’individuo

all’ambiente (funzionalismo); questo adattamento biologico e psicologico passa attraverso un

sistema dinamico interno (teorie psicodinamiche) che produce in modo deterministico il

comportamento manifesto (comportamentismo). Allport distinse inoltre il concetto di personalità da

quello di temperamento e di carattere: il temperamento costituisce la componente ereditaria; il

carattere rappresenta la componente comportamentale, ossia come un individuo è giudicato dagli

altri in relazione al suo comportamento; la personalità è al centro di queste due dimensioni,

biologica e sociale, come processo psicodinamico.

Le varie teorie prodotte nel primo Novecento accentuarono ora l’aspetto biologico, ora quello

sociale, ora quello psicodinamico della personalità, oppure cercarono, come Allport di elaborare

una teoria che unificasse questi tre aspetti o componenti.

Nella storia delle teorie sulla personalità un posto a parte merita il problema relativo alla

metodologia e alle procedure di indagine. Allport aveva indicato nel metodo idiografico, basato

sullo studio qualitativo del singolo caso, un aspetto fondamentale dell’indagine sulla personalità.

Altri psicologi cercarono di elaborare strumenti che dessero una maggior garanzia di obiettività e

fossero basati su procedure quantitative di raccolta e analisi dei dati. Il test delle associazioni

verbali, ideato da Jung per lo studio dei “complessi”, fu rielaborato da Grace Kent e Aaron

Rosanoff in una lista di cento parole per le quali era nota la frequenza delle possibili associazioni

(quali erano fornite da un esteso campione di soggetti normali). Si potevano inferire le dinamiche

del soggetto in esame a seconda delle associazioni date alle cento parole e della loro frequenza

rispetto a quella del campione di controllo. Questionari sulla personalità furono elaborati fin dagli

anni ’20. Il più diffuso, il MMPI, comparve nel 1943 ad opera di Hathaway e McKinley. Sempre

negli anni ’40 fu elaborato da Eysenck un questionario sui tratti di introversione-estroversione.

Questi questionari originavano da una concezione fattoriale della personalità, per la quale vi sono

delle dimensioni fondamentali o fattori su cui si fonda la personalità e che sono estraibili mediante

il metodo statistico dell’analisi fattoriale applicata ai dati ottenuti dai questionari stessi. Le

principali teorie fattoriali della personalità sono state quelle di Cattell, e di Guilford. Per i critici di

queste teorie, l’approccio fattoriale è solo un modo quantitativo raffinato di descrivere i dati

ricavati dai questionari, ma non permette di spiegare la dinamica sottostante alla personalità. Già nel

22

1937 Allport contrapponeva all’approccio fattoriale il metodo clinico, sostenendo che quanto si

riusciva a conseguire era una “personalità media”. La dinamica della personalità non poteva essere

rilevata attraverso questionari in cui il soggetto consapevolmente forniva delle risposte su se stesso

e sul proprio comportamento.

Alla fine degli anni ’30 furono elaborati i “test proiettivi”, con lo scopo di far emergere dalle

risposte libere fornite dal soggetto in relazione a disegni, figure, ecc. la struttura fondamentale della

personalità e la sua dinamica inconscia. Il test delle macchie d’inchiostro di Rorschach fu uno dei

primi test proiettivi. Le tecniche proiettive rappresentano la mediazione quantitativa tra la

concezione psicoanalitica della personalità e l’esigenza della fondazione di una scienza accademica.

L’incontro fra impostazioni teoriche diverse fu tentato da Murray, che chiamò “personologia” la

sua concezione della personalità. Propose una elaborata teoria dei bisogni e insistette sull’esigenza

di uno studio limitato a casi individuali, in modo intensivo e mediante procedure quantitative.

Intorno agli anni ’60 le teorie della personalità fondate sui concetti di tratti o disposizioni stabili nel

tempo entrarono in crisi sotto la pressione critica di nuove impostazioni che mettevano in evidenza

le processualità della personalità in relazione ai fattori ambientali. Le teorie elaborate nel secondo

dopoguerra cominciarono ad accentuare sempre più il ruolo dell’ambiente o della “situazione”

ambientale. Queste teorie si svilupparono nell’ambito della prospettiva neo-comportamentistica e

cognitivistica.

Capitolo quarto – La prospettiva comportamentistica

1. Introduzione

Nel 1913, con la pubblicazione dell’articolo Psychology as the behaviourist views it, dello

psicologo Watson, nasceva il comportamentismo, la scuola che avrebbe dominato la ricerca

psicologica nord-americana nel campo sperimentale e applicativo fino agli anni ’60 circa. La

prospettiva comportamentistica coincide direttamente con il comportamentismo. Se si considera

come comportamentismo, in senso lato, ogni riflessione sulla mente e la personalità di un individuo

basata sull’osservazione e l’analisi di caratteristiche e tratti esteriori, ciò che è chiamato

comportamento “manifesto”, allora la psicologia comportamentistica include sia la psicologia

dell’uomo della strada, sia i primi tentativi di “psicologia comportamentale”, quale ad es. fu

abbozzata da Kant.

Per Kant, una scienza naturale dell’anima non era possibile, in quanto il flusso della coscienza

sfugge all’auto-osservazione anch’essa in continua trasformazione, ma poteva essere individuata

una diversa scienza, la “scienza delle regole della condotta effettiva”. Ma Kant insisteva più sulle

azioni (esterne) che sui meccanismi interni, compresi quelli che potevano essere studiati dalle

scienze naturali dell’epoca. In effetti, una caratteristica della prospettiva comportamentistica è stata

proprio l’assenza di un riferimento ai processi biologici e fisiologici che sono il fondamento del

comportamento. Questo rifiuto dei processi interni, sia cerebrali che mentali, rende la psiche una

“scatola nera”, soggetta alle influenze dell’ambiente esterno (gli stimoli) e produttrice di reazioni

relative (le risposte). Il comportamento può essere studiato semplicemente attraverso la relazione tra

stimoli e risposte, senza far riferimento a quanto accade dentro la scatola.

Il comportamentismo si diffuse nel mondo scientifico, ma anche nell’opinione pubblica nord-

americana come un modo di fare psicologia concreto, attento più agli effetti che alle cause e quindi

consono ad una società tecnologica, pragmatista e efficiente. Anche lo sfondo filosofico rispetto a

cui si sviluppò era ben diverso da quello che aveva alimentato le prospettive fenomenologiche o

psicoanalitiche. La fonte filosofica più importante fu il pragmatismo, originatosi alla fine degli

anni ’70 dell’Ottocento e rappresentato dai filosofi statunitensi William James, Peirce e Dewey. Per

il pragmatismo le idee e i concetti hanno una validità, sono veri se permettono all’individuo di

operare sulla realtà. I processi mentali sono considerati come strumenti per rendere più efficace

l’adattamento dell’organismo-uomo al suo ambiente fisico e sociale. Il carattere strumentale della

conoscenza fu ribadito dall’altra fonte filosofica del comportamentismo, l’operazionismo, che si

23

diffuse alla fine degli anni ’20 (per cui i concetti scientifici corrispondono alle operazioni concrete

messe in atto per determinarli). Infine, la terza fonte filosofica fu l’empirismo (o posivitismo)

logico o neopositivismo, sviluppatosi nei primi anni ’20 a Vienna e diffusosi negli Stati Uniti negli

anni ’30. L’empirismo logico si propose di definire le caratteristiche del linguaggio scientifico come

un sistema di enunciati connessi da regole logiche precise e verificabili secondo procedure definite.

Per i comportamentisti doveva essere seguita l’impostazione della scienza moderna, in particolare

per quanto attineva al metodo di indagine. Per Clark Hull, uno dei maggiori esponenti del

comportamentismo, il metodo ipotetico-deduttivo era il metodo fondamentale. Nel futuro della

psicologia non vi era più spazio per le argomentazioni e le interpretazioni di tipo filosofico.

Il comportamentismo cominciò ad entrare in crisi dagli anni ’60 per l’effetto di vari fattori esterni

(nuove acquisizioni delle neuroscienze, sviluppo della teoria dell’informazione) ma anche interni

alle stesse teorie comportamentistiche. Il rigido formalismo dei modelli del comportamento risultò

sterile di fronte ai nuovi dati empirici e incapace di rinnovarsi.

2. La psicologia americana agli inizi del secolo: strutturalismo e funzionalismo.

Alla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti la psicologia si sviluppò sul piano istituzionale in modo

accelerato. Dopo il primo laboratorio fondato da Stanley Hall nel 1883, ne seguirono altri; nel 1900

erano circa 40. In quel periodo le due maggiori scuole, lo strutturalismo e il funzionalismo, erano

presenti in tre principali sedi: lo strutturalismo presso l’Università di Ithaca (New York), il

funzionalismo alle Università di Chicago e di New York.

Lo strutturalismo americano ebbe il suo caposcuola e forse l’unico importante rappresentante in

Titchener. Egli aveva paragonato la psicologia alla biologia moderna e alle sue branche principali

relative allo studio della struttura (morfologia), della funzione (fisiologia), della crescita e del

decadimento (ontogenesi). La psicologia strutturale corrispondeva alla morfologia e la psicologia

funzionale alla fisiologia.

La psicologia strutturale si poneva dunque il compito di studiare la mente umana attraverso la

scomposizione dei suoi elementi (le sensazioni, le immagini e i sentimenti) e la descrizione delle

leggi che governano la loro combinazione. Per Titchener lo studio delle funzioni psichiche,

perseguito dal funzionalismo, era prematuro Preliminare e fondamentale era invece l’analisi della

struttura della mente. Si trattava di una mente astratta, quale emergeva dallo studio di soggetti adulti

normali. Il metodo adottato da Titchener fu quello dell’introspezione, considerato il metodo per

eccellenza della psicologia scientifica. Rispetto alla teoria wundtiana, Titchener accentuò la

dimensione elementista ed escluse quegli aspetti che permettevano di collegare la psicologia

sensoriale ai processi superiori del pensiero, ai processi evolutivi e a quelli sociali.. In questo era

stato influenzato sia dall’associazionismo inglese che dal pensiero di Mach. L’empirismo e il

fenomenismo furono anche alla base del rifiuto di Titchener di distinguere la fisica dalla psicologia

secondo il criterio wundtiano della immediatezza o non immediatezza dell’esperienza. Per

Titchener sia la fisica che la psicologia partivano dall’esperienza immediata, con la differenza che

la fisica adottava il “punto di vista”, per cui l’esperienza veniva sganciata dall’individuo che la

esperiva, mentre la psicologia teneva conto di questo individuo che esperiva. Nell’introspezione si

doveva apprendere a riportare questo esperire sensoriale e non a segmentarlo in significati di origine

culturale, come nelle introspezioni non esperte.

Titchener sosteneva una psicologia che, nei termini europei, poteva essere chiamata psicologia del

contenuto. La controversia con il funzionalismo nasceva dalla contrapposizione con una psicologia

delle funzioni (in termini europei, psicologia dell’atto). La controversia si concretizzò

nell’interpretazione di dati sperimentali, in primo luogo quelli relativi alle differenze individuali nei

tempi di reazione (nel lavoro di Titchener erano stati studiati soggetti addestrati). L’addestramento

produceva un’abitudine: si creava una modificazione del comportamento in funzione del compito.

Il funzionalismo ebbe il suo riferimento principale nei Principles of psychology, pubblicati nel

1890 da William James. Quest’opera monumentale, il classico della psicologia statunitense dalle

sue origini ad oggi, esponeva in modo personale le opinioni di James su una serie di temi e

24

problemi della psicologia. James partiva dalla definizione di ciò che distingueva il “mentale”: la

mente era caratterizzata dall’adempimento di scopi futuri e dalla scelta di mezzi per conseguirli. I

processi mentali erano considerati in primo luogo nella loro tensione verso un fine, uno scopo, ai

fini dell’adattamento all’ambiente; e in secondo luogo nella loro dinamica continua, per cui il

pensiero, sempre in cambiamento, non è frantumabile in elementi separati, come per gli

strutturalisti. L’idea di “corrente di pensiero” fu la più importante nozione antistrutturalista diffusa

dai Principles. Lo psicologo Allport in un articolo su James mise in evidenza sei temi centrali che

avrebbero impegnato le riflessioni degli psicologi nei decenni successivi. Il primo “paradosso

produttivo” riguardava la selezione tra il corpo e la mente. James criticava la concezione per la

quale i processi psichici erano epifenomeni, che emergevano dai processi cerebrali e proponeva un

parallelismo tra gli stati della coscienza e gli stati cerebrali. Il secondo paradosso era relativo al

rapporto tra una impostazione positivistica ed una fenomenologica. James rifiutava le concezioni

metafisiche dei processi psichici e riteneva che la psicologia dovesse essere scienza di dati empirici.

Allo stesso tempo le sue analisi ricordavano una metodologia di tipo fenomenologico piuttosto che

quella di stampo associazionistico e strutturalistico.

Il terzo paradosso consisteva nel fatto che James negava entità psichiche metafisiche, ma accettava

la nozione di Sé che poteva essere empiricamente constatato. Il Sé empirico era costituito, per

James, dal “Sé materiale” (il corpo, i propri genitori, la propria casa, i propri oggetti): il “Sé

sociale” (come siamo “riconosciuti” dagli altri); il “Sé spirituale” (l’essere interno o soggettivo di

un uomo, le sue facoltà o disposizioni psichiche). La posizione di James sul Sé empirico sarà ripresa

da vari psicologi americani per tutto il corso del primo Novecento e ritornerà in modo sistematico

nella psicologia degli anni ’70. Il quarto paradosso riguardava il dilemma tra determinismo e libertà.

James cercò di conciliare la concezione deterministica degli atti motori con l’esistenza di un atto

libero e volontario che innesca tale sequenza prefissata, concependo la “volontà” come il fenomeno

preliminare. Al pari dell’attenzione sul versante sensoriale, la volontà è un processo di selezione sul

versante motorio. Il quinto paradosso era relativo alla disputa tra associazionismo e

antiassociazionismo. James non accettava la concezione elementistica, ma allo stesso tempo usava

la nozione di associazione quando spiegava la formazione di un’abitudine a livello nervoso. Infine

nel sesto paradosso si poneva il problema della reale possibilità di studiare scientificamente la

mente una volta assunto che ogni individuo è psicologicamente diverso da un altro.

Il manifesto del funzionalismo uscì nel 1907 a firma di James Angell dell’Università di Chicago.

Angell rifiutava l’idea di una mente astratta, staccata dal contesto ambientale, e di una psicologia

che non si collegasse con la visione biologica e darwiniana di un fondamento evolutivo delle

funzioni della mente. La concezione jamesiana di una mente attiva e dinamica era stata

completamente assimilata.

Nell’ambito funzionalista spiccavano alcuni temi di ricerca assenti o secondari in quello

strutturalista: l’apprendimento, la motivazione, le differenze individuali, la psicologia evolutiva e le

sue applicazioni nel campo dell’educazione, la psicologia animale. Questa varietà di interessi si

trova in Harvey Carr, successore di Angell a Chicago.

A Chicago insegnò anche Mead. La teoria di Mead, sviluppatasi tra il pragmatismo e il

funzionalismo di Chicago, poneva in primo piano il ruolo dei fattori sociali nello sviluppo dei

processi psichici, sicchè fu denominata “comportamentismo sociale”. In Mead è centrale la tematica

del Sé, di cui aveva già ampiamente trattato James nei Principles. Il Sé è spiegato nella sua genesi

dalle interazioni sociali, in quanto la mente presuppone sempre un contesto sociale per potersi

dispiegare.

Altro centro importante del funzionalismo fu la Columbia University di New York. Rispetto a

Chicago, l’ambiente della Columbia risultò ancora più aperto all’approfondimento di quei temi che

erano stati trascurati dagli strutturalisti. James McKeen Cattell studiò la questione delle differenze

individuali nei tempi di reazione e sviluppò i primi test mentali. Tra i suoi allievi vi furono Edward

Thorndike e Robert Woodworth. La loro psicologia non può essere considerata funzionalista in

senso stretto, ma ne accettò i presupposti principali. 25

Thorndike affrontò il problema dell’apprendimento attraverso esperimenti condotti su animali (es.

gatto, pag. 195)). Per Thorndike si trattava di impostare lo studio sul “processo di associazione nella

mente animale” ricorrendo ad esperimenti controllati e non all’osservazione o all’aneddotica come

negli studi precedenti di psicologia animale. L’apprendimento era regolato da due leggi: la “legge

dell’esercizio”, per cui l’apprendimento migliorava con l’esercizio e la ripetizione delle prove,

grazie alla impressione tra una situazione-stimolo e una risposta; e la “legge dell’effetto”, per cui

l’apprendimento si sviluppava in funzione degli effetti. Thorndike fu inoltre il primo a formulare

chiaramente una teoria “connessionistica” dell’apprendimento: apprendere è connettere e la mente è

un “sistema di connessioni” tra situazioni-stimolo e risposte. Queste connessioni vengono descritte

come processi che si verificano a livello sinaptico.

Sia Thorndike che Woodworth criticavano l’impostazione della cosiddetta “disciplina formale”

della psicologia pedagogica, convinta che vi fosse un effetto generalizzato dell’apprendimento su

tutte le discipline scolastiche. Essi misero in evidenza che questa sorta di “trasferimento” era

possibile solo per alcuni processi molto elementari, ma non poteva riguardare l’apprendimento delle

varie discipline nei loro contenuti scientifici.

Woodworth introdusse un’altra prospettiva di ricerca nella psicologia sperimentale americana degli

inizi del secolo: quella relativa alla motivazione. Perseguì la fondazione di una psicologia che

ponesse in rilievo le cause, gli impulsi, le spinte, i bisogni, i motivi del comportamento. La

psicologia avrebbe dovuto studiare la dinamica S-O-R: come il comportamento si produce (R) in

interazione con l’ambiente esterno (S) in funzione delle motivazioni dell’organismo (O).

3. Il comportamentismo da Watson agli anni ’50.

Il manifesto di Watson. Nel giro di tre-quattro anni dall’articolo di Angell del 1907, furono

pubblicati una serie di lavori che spostavano la psicologia americana dal funzionalismo al

comportamentismo, da una parte rinunciando all’ultima dichiarazione in favore dell’introspezione e

della coscienza (v. Angell); dall’altra definendo il comportamento (behavior) come l’unità di analisi

della psicologia scientifica. Su questa posizione convergevano sia le ricerche di psicologia

sperimentale condotte su animali, sia quelle relative a soggetti umani. Per il settore della psicologia

animale furono rilevanti i lavori di Jennings e di Yerkes.

Le ricerche di Thorndike, Jennings e Yerkes partivano dall’assunto che si dovessero studiare i

“movimenti”, gli habit e le reazioni degli animali senza spiegarli come entità ipotizzate ma non

verificabili. Il termine americano behavior (o l’inglese behaviour) – comportamento – era ormai

frequente per indicare il complesso di tali movimenti, habit e reazioni esterne dell’animale rispetto

all’ambiente.

Nel campo della psicologia umana, gli psicologi di orientamento funzionalista (James, Angell)

avevano riconosciuto l’importanza della coscienza e ammesso l’uso dell’introspezione per accedere

ad essa. Alcune riserve sulla validità teorica dei riferimenti alla coscienza e sull’attendibilità della

introspezione maturarono però tra questi stessi psicologi alla fine degli anni ’10. Ormai si

richiamava l’attenzione sul “comportamento”, sulle risposte osservabili e registrabili dall’esterno

(risposte motorie, vegetative, verbali), piuttosto che sulla coscienza, come dimensione interna della

mente non accessibile direttamente. Queste sono le posizioni di Max Meyer e di Knight Dunlap.

Anche questi psicologi che si erano dedicati allo studio dei soggetti umani (1) indicavano nel

“comportamento” la nuova categoria della psicologia, (2) ritenevano superfluo ricorrere a entità non

osservabili come la coscienza e (3) decretavano definitivamente come soggettivo e inadeguato per

la nuova psicologia oggettiva il metodo dell’introspezione.

Il manifesto del comportamentismo si inserì quindi in una prospettiva che era maturata nel primo

decennio del secolo tra gli psicologi statunitensi, in buona parte di orientamento funzionalista, ma di

questa prospettiva – che considerava la psicologia come lo studio del comportamento -, esso fu la

prima formulazione decisa e sistematica. Le tesi di Watson si erano delineate attraverso una serie di

esperienze e ricerche di rilievo. 26

Tutto il programma comportamentista è riassunto nelle righe iniziali dell’articolo di Watson. I punti

essenziali erano il rifiuto della coscienza, non tanto come funzione psichica, quanto come

riferimento esplicativo dei dati introspettivi; la delimitazione dell’indagine alla previsione e al

controllo del comportamento; la possibilità di unificare su queste basi il comportamento animale e

quello umano. Al limite, la coscienza e il pensiero potevano essere dedotti dalle risposte

comportamentali (oggettive), ma non vi si doveva accedere con i dati introspettivi (soggettivi).

Inoltre, era particolarmente importante il riferimento al “controllo del comportamento”, che poteva

essere manipolato e/o controllato assumendo che la somministrazione di certi stimoli avrebbe

senz’altro prodotto gli effetti attesi, le risposte previste.

Il “rifiuto” della coscienza nel manifesto del 1913 fu indubbiamente il punto centrale al quale ci si

sarebbe poi richiamati per bollare, in modo semplicistico, il comportamentismo come la scuola ps.

che negava l’esistenza della coscienza. Ma Watson non negò l’esistenza della coscienza in se stessa

bensì di quello stato psicologico interno, detto coscienza, che emergeva dai resoconti introspettivi.

Secondo Watson, su coscienza e introspezione erano scivolati sia lo strutturalismo che il

funzionalismo.

Sempre nel 1913 Watson pubblicò un altro articolo sulla vacuità dei concetti di “immagine” e di

“affetto”. Negli anni che seguirono fu affrontato il problema dell’unità di analisi della “psicologia

come scienza del comportamento”, individuata nel riflesso condizionato e nel condizionamento in

genere.

Ricerche sul condizionamento. Vi si dedicarono due fisiologi russi: Pavlov e Bechterev. Nel

condizionamento pavloviano, le reazioni erano di natura neurovegetativa (es. la salivazione), mentre

secondo Bechterev le reazioni (riflessi di associazione) erano motorie. Fu solo nel 1916 che Watson

recepì l’importanza dei metodi di condizionamento introdotti dai fisiologi russi per lo studio

dell’apprendimento. In particolare, Watson risentì maggiormente del quadro concettuale offerto da

Bechterev, che si era occupato dei riflessi motori, rivelatisi più interessanti per lo studio del

comportamento umano rispetto a quelli neurovegetativi, anche se la terminologia da lui adottata fu

quella pavloviana. Watson individuò nel riflesso condizionato l’unità di analisi per lo studio

dell’abitudine (habit) o acquisizione di nuovi comportamenti.

Tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 fu introdotta un’importante distinzione tra due tipi di

condizionamento. In un primo tipo di condizionamento, era prodotta una risposta secondo la

classica procedura introdotta da Pavlov: ad es. la saliva (reazione incondizionata) è emessa dal cane

in risposta alla vista del cibo (stimolo incondizionato) ma può essere emessa (reazione

condizionata) anche dopo uno stimolo neutro (stimolo condizionato, es. un suono) presentato per un

certo n.ro di volte prima della somministrazione del cibo. In un secondo tipo di condizionamento,

una risposta (es. la flessione passiva di una zampa del cane) procura all’animale un rinforzo positivo

(una quantità di cibo) o negativo (scossa elettrica) cosicché l’animale apprende a flettere o a non

muovere la zampa in funzione del rinforzo che potrebbe arrivare dal suo movimento. Questi due tipi

di condizionamento, descritti da Miller e Konorski nel 1928, furono chiamati “condizionamento

classico”, quello descritto originariamente da Pavlov, e “condizionamento strumentale”. Nel 1935

Skinner usò una terminologia diversa: il primo tipo di condizionamento fu denominato Tipo S

(perché per produrlo era importante lo stimolo) o “condizionamento rispondente”; il secondo, Tipo

R (perché era importante la risposta) o “condizionamento operante”.

Sulla base del principio del condizionamento furono elaborati quattro modelli principali

dell’apprendimento, da parte di Guthrie, Skinner, Hull e Tolman, che rappresentarono il nucleo

forte del comportamentismo negli anni ’30 e ’40.

Secondo Guthrie, l’apprendimento è una modificazione del comportamento prodotta dalla

associazione o contiguità tra uno stimolo e una risposta. E’ una semplice contiguità temporale tra lo

stimolo e la risposta. E’ sufficiente che uno stimolo si associ anche una sola volta con una risposta

perché alla presentazione successiva dello stimolo segua la stessa risposta. Si ha quindi un

apprendimento con una sola associazione o prova. All’interno della sua teoria, peraltro abbastanza

27

semplice, dell’apprendimento, Guthrie introdusse una distinzione interessante tra movimenti e

atti..Ad es. il comportamento del gatto negli esperimenti di Thorndike è un insieme di atti che a

loro volta sono formati da movimenti distinti. Ciò che l’animale apprende è l’associazione tra un

singolo stimolo e un singolo movimento; successivamente si forma una costellazione o

combinazione di stimoli che evoca una combinazione di movimenti (o atto vero e proprio). Nello

studio sperimentale dell’apprendimento si devono creare delle situazioni semplici in cui si possono

mettere in evidenza stimoli e risposte (movimenti) distinti, perché lo studio degli atti non permette

di districare le associazioni significative nel mezzo di migliaia di combinazioni stimolo-risposta.

Nel modello di Skinner l’accento è posto sul condizionamento operante piuttosto che sul

condizionamento classico per caratterizzare le potenzialità dell’apprendimento. Nel

condizionamento classico la risposta è “elicitata” dallo stimolo; nel condizionamento operante la

risposta è”emessa” indipendentemente dalla presenza dello stimolo e se questa risposta è rinforzata

positivamente, sarà emessa di nuovo, se è rinforzata negativamente essa non sarà emessa. Esempi

notissimi di condizionamento operante sono quelli del topo posto in una gabbia (Skinner’s box).

Skinner introdusse una importante procedura di analisi del condizionamento operante attraverso

vari tipi di “programmi di rinforzo”: il rinforzo (il cibo) poteva essere fornito solo se tra una

pressione e l’altra della leva passava un periodo fisso di tempo, oppure solo dopo un intervallo

variabile di tempo, o ancora solo dopo un numero fisso di pressioni. Il comportamento dell’animale

si sarebbe modellato in funzione del programma di rinforzo scelto dallo sperimentatore. L’ambiente

quindi agirebbe da rinforzo delle risposte emesse dagli animali e dagli individui umani permettendo

l’apprendimento di nuove forme di comportamento. Inoltre l’ambiente, rappresentato ad es. da

società o dalla scuola, è provvisto di propri programmi di rinforzo che modellano il comportamento

dell’individuo fin dalla nascita.

Sia il modello di Guthrie che quello di Skinner spiegavano l’apprendimento secondo relazioni tra

stimoli e risposte indipendentemente dai processi biologici che consentivano, favorivano o

attivavano queste stesse relazioni. Sia gli stimoli che le risposte erano manifesti, osservabili e

registrabili oggettivamente e non vi era ragione di ricorrere a processi interni non accessibili.

Nel modello di Hull furono introdotti alcuni processi inferiti dal comportamento manifesto e che

erano indispensabili per spiegare la genesi e il decorso di questo stesso comportamento.

Fondamentale fu la nozione di pulsione (drive), che fa da sfondo all’acquisizione della risposta

operante. Ad es. la fame è una pulsione che provoca l’emissione di risposte per ottenere il cibo (il

rinforzo). Hull affermò che uno stimolo avrebbe evocato una risposta se la connessione tra questo

stimolo e questa risposta era associata alla diminuzione della pulsione. Il drive era una “tipica”

variabile interveniente tra lo stimolo e la risposta ed era incorporata nell’organismo (vedi

Woodworth con la relazione S-O-R). La tendenza di uno stimolo ad evocare una risposta ad esso

associata, ciò che i comportamentisti chiamavano habit, si rinforzava ulteriormente ad ogni

rinforzo; la forza dell’abitudine era funzione della somministrazione del rinforzo.

In questi esperimenti sul condizionamento, l’apprendimento era valutato in funzione delle risposte

emesse dall’animale. Nell’animale che forniva la risposta adeguata per ottenere il rinforzo positivo

o evitare quello negativo si era prodotto un condizionamento tra stimolo e risposta. Quindi la

prestazione era l’indice del condizionamento o apprendimento (prestazione=apprendimento).

Questa eguaglianza fu messa in crisi da Tolman, che illustrò un esperimento originale su ciò che fu

chiamato “apprendimento latente”. Fu confrontato l’apprendimento del percorso di un labirinto in

tre gruppi di ratti (1° rinforzato, 2° no, 3° rinforzato dopo il 12° giorno). 1° apprendevano il

percorso del labirinto dopo pochi giorni di prove, 2° non arrivavano mai a percorrere il labirinto, 3°

miglioravano immediatamente la prestazione come quelli rinforzati fin dal primo giorno.

Quest’ultimo risultato fu interpretato da Tolman come l’evidenza del fatto che gli animali avevano

appreso il percorso anche in assenza di rinforzo, e che questo apprendimento si manifestava in una

prestazione corretta una volta somministrato il rinforzo. Quindi, l’assenza di prestazione non

significa l’assenza dell’apprendimento: l’apprendimento non corrisponde sempre alla prestazione.

Vi può essere un apprendimento latente che si può manifestare nella prestazione. Secondo Tolman,

28

nell’apprendimento è acquisito un complesso di stimoli che fungono da segni, una struttura-segno.

Negli esperimenti sull’apprendimento latente, si sarebbero formate delle “mappe cognitive”, degli

schemi di percorso del labirinto, che l’animale utilizza prontamente nel momento in cui comincia ad

essere rinforzato. I processi interni che modulano il comportamento dell’animale sono delle

variabili intervenienti, poste tra stimoli e risposte, che sono il requisito fondamentale

dell’apprendimento (non lo è la semplice connessione stimolo-risposta).

Tolman fornì varie classificazioni delle variabili intervenienti: 1° distinzione tra “variabili di

necessità” e “variabili cognitive”; 2° distinzione tra “sistemi di bisogno” e “spazio di

comportamento” e “matrice credenze-valori”. I risultati di Tolman furono discussi negli anni ’30 e

’40; le variabili cognitive furono sottoposte a verifica sperimentale e la loro introduzione per

spiegare l’apprendimento fu nettamente criticata.

Nei primi anni ’50 si formò un nuovo orientamento negli studi sul condizionamento. Si profilava un

cambiamento nell’impostazione teorica di fondo che avrebbe portato ad una crisi del

comportamentismo nei primi anni ’60. Il decorso dell’apprendimento fu sottoposto ad un

trattamento quantitativo per determinare la migliore funzione matematica che lo descrivesse. Queste

funzioni matematiche diventavano dei modelli predittivi del comportamento, da verificare in

esperimenti con soggetti reali.

Il comportamentismo fino agli anni ’50. Il comportamentismo fu la psicologia dominante negli Stati

Uniti fino a tutti gli anni ’50. Si articolò in vari orientamenti teorici che distinguevano il contributo

dei diversi psicologi da Watson a Skinner. Generalmente si parla di “comportamentismo classico”

per l’evoluzione compresa tra il 1913 e il 1930 circa e di “neo-comportamentismo” per il periodo

1930-1950 circa.

Molto interessante fu lo sviluppo teorico dell’opera di Watson, considerato lo psicologo meno

sensibile alle innovazioni teoriche e metodologiche. Intorno al 1917 Watson cominciò a modificare

alcuni punti essenziali del suo programma comportamentista: rinunciò all’idea che la psicologia

dovesse studiare il comportamento sia degli animali che dell’uomo, benché in entrambi fossero

comuni i meccanismi principali dell’apprendimento, ed affermò che la psicologia umana si

distingueva dalla psicologia animale proprio perché nell’uomo erano appresi comportamenti

sostanzialmente diversi da quelli riscontrabili negli animali. Il comportamento istintuale, pervasivo

nel mondo animale, era solo parzialmente presente nell’uomo. Il comportamentismo di Watson si

caratterizzò come un netto “ambientalismo” che metteva in evidenza la possibilità di modificare il

comportamento umano. La svolta ambientalistica di Watson era stata sollecitata dall’esigenza di

applicare i contributi della psicologia nel campo dei problemi sociali, scolastici, lavorativi. Solo

attraverso l’apprendimento era possibile individuare il ruolo applicativo della psicologia

comportamentistica nella società americana dell’epoca. Proprio gli aspetti applicativi divennero

centrali nella produzione di Watson negli anni successivi al suo distacco dall’ambiente

universitario.

Il comportamentismo di Watson si diffuse sia negli ambienti scientifici che nell’opinione pubblica,

suscitando approvazione (speranza del c. di costruire una nuova umanità mediante le procedure di

condizionamento faceva intravedere un mondo utopistico) e rifiuto (le reazioni negative vennero

soprattutto dall’ambiente scientifico, dove si riteneva che l’abbandono dell’introspezione e dello

studio della coscienza avrebbe limitato fortemente la rilevanza della psicologia umana (es.

Titchener). Altra critica riguardava il forte determinismo del comportamentismo watsoniano.

Nei primi anni ’20 si arrivò ad una distinzione tra due forme di comportamentismo, una più rigida

ed una più flessibile: nella prima si negava l’esistenza della coscienza, nella seconda si accettava lo

studio della coscienza e non si escludevano i dati non strettamente comportamentali. Ma in sostanza

non vi è mai stato un comportamentismo radicale fino al punto di negare l’esistenza stessa della

coscienza. I comportamentisti radicali hanno sostenuto generalmente che il ricorso alla coscienza è

fuorviante, sul piano scientifico, per spiegare i fenomeni del comportamento. 29

Negli anni dal 1930 al 1950 il dibattito sulle pretese teoriche e applicative del programma

comportamentistico si spense, e l’interesse si spostò da una parte sugli aspetti più empirici e

metodologici relativi al condizionamento.

Un primo importante problema fu quello dell’impostazione molecolare o molare nello studio del

comportamento. Watson aveva proposto una concezione strettamente molecolare del

comportamento, che era ridotto in unità semplici, gli stimoli e le risposte. Il comportamento poteva

essere interpretato sulla base delle relazioni tra stimoli e risposte, che potevano essere ulteriormente

ridotte a puri processi fisiologici (muscolari e ghiandolari). La versione più originale

dell’impostazione molare fu quella di Tolman: per lui, il comportamento dipendeva da associazioni

tra insiemi di stimoli e complessi di risposte, da unità molari o gestaltiche. Le proprietà di queste

unità molari non erano riconducibili alle proprietà delle semplici associazioni stimolo-risposta.

L’influenza della teoria della forma su Tolman era stata notevole, dalla terminologia alla sostanza

teorica delle sue ricerche.

Anche il modello di Hull può essere considerato molare, in quanto fondato sulla concezione che il

comportamento si basava sull’interazione integrata tra variabili intervenienti nella regolazione delle

risposte comportamentali fornite alla stimolazione ambientale. Hull propose un modello

formalizzato del comportamento, nel quale era esplicitato un insieme di postulati, corollari e

teoremi. Secondo il metodo ipotetico-deduttivo, adottato da Hull, dalle ipotesi formulate sul

comportamento – con riferimento ai postulati del modello – si potevano dedurre delle conseguenze

da verificare con ricerche empiriche.

Un secondo tema importante su cui emersero varie posizioni tra i comportamentisti americani fu

quello del ruolo dello scopo (purpose) nel comportamento. Watson aveva rigettato ogni accenno

agli scopi, in quanto si sarebbe introdotta una dimensione interna – inaccessibile al pari della

coscienza – nello studio del comportamento. Holt, allievo di James, aveva proposto l’integrazione

tra i concetti della psicoanalisi e quelli del comportamentismo, soprattutto attraverso la nozione di

“desiderio”, “scopo” o “proposito” (wish) come un “corso dell’azione” (course of action) che

l’organismo è predisposto ad attuare per soddisfare i propri bisogni. Le risposte comportamentali

non erano per Holt delle semplici risposte molecolari, ma delle unità integrate, molari, finalizzate,

volte verso uno scopo specifico. Queste idee furono rielaborate sistematicamente da Tolman. Il

sistema di Tolman fu definito il “comportamentismo intenzionale”, grazie alla centralità del

concetto di scopo.

Altro tema di grande interesse fu quello relativo alla elaborazione di variabili, “intermedie” o

“intervenienti”, interposte tra lo stimolo e la risposta. Non solo Tolman e Hull inclusero il concetto

di “variabile interveniente” nel loro sistema, ma anche Skinner fece ricorso al concetto di “termine

medio ipotetico” per mettere in relazione gli stimoli con le risposte. “La variabile intermedia X

(incognita tra S e R) non è mai direttamente osservabile, me è un’inferenza basata sulle osservazioni

di qualcos’altro”. Hull dette una precisa definizione di variabile intermedia: “Dovunque si faccia un

tentativo di penetrare l’invisibile mondo della molecolarità, gli scienziati si servono di costrutti

logici, variabili intermedie, o simboli. Questi simboli rappresentano entità o processi che, se

esistono, potrebbero spiegare taluni eventi nel mondo molare osservabile. Es. di tali entità nelle

scienze fisiche sono gli elettroni, i protoni. Un concetto parallelo in campo di comportamento è

quello di abitudine, distinta dall’azione abituale”. Queste variabili intermedie sono dei “costrutti

logici” che pongono una relazione tra gli stimoli e le risposte, legano gli uni alle altre, ma non

spiegano la ragione per cui queste risposte seguono a tali stimoli. Si tratta di “relazioni” e non di

entità invisibili che sottostanno a queste stesse relazioni. Quando queste entità non sono solo delle

relazioni, ma dei processi o degli stati, di fatto “reali”, allora si parla di “variabili ipotetiche”.

Il riferimento alle variabili intervenienti si associa alla posizione dei comportamentisti nei confronti

del ruolo del sistema nervoso nei processi comportamentali e alla rilevanza delle ricerche

neurofisiologiche per la psicologia. Molti psicologi, influenzati da Pavlov, che aveva indicato la via

della ricerca fondamentale nella fisiologia del cervello, si rivolsero poi allo sviluppo di sistemi

concettuali da cui tutte le interpretazioni neurologiche vennero escluse. L’adozione dei metodi del

30

condizionamento e l’interpretazione dell’apprendimento come processo di condizionamento non

significarono dunque l’accettazione dell’impianto fisiologico descritto da Pavlov. D’altronde questa

posizione implicava solo la negazione che dallo studio delle funzioni nervose si potessero trarre

elementi conoscitivi adeguati per la comprensione del comportamento. Secondo Hull l’approccio

neurologico era molecolare, limitato a processi elementari distinti, mentre per lo studio del

comportamento era necessario un approccio molare che lo considerasse una “unità integrata”.

Skinner introdusse l’important nozione di “sistema nervoso concettuale” per indicare quelle teorie

neurofisiologiche che non studiavano direttamente i processi nervosi implicati nel comportamento,

ma li deducevano sulla base dei processi comportamentali indagati.

La posizione comportamentistica sul sistema nervoso è esemplificata dall’analogia del cervello con

una “scatola nera” dentro la quale entrano gli stimoli ed escono le risposte, senza però che si possa

accedere ai meccanismi interni. Il comportamentista riteneva che la conoscenza di questi

meccanismi in termini molecolari non fosse sufficiente per spiegare il processo comportamentale

stimolo-risposta, allo stesso modo in cui si negava alla coscienza e all’introspezione un’analoga

funzione conoscitiva. Tuttavia ciò non significava negare la “realtà” del cervello come “supporto”

materiale del comportamento.

4. Skinner e l’utopia comportamentistica.

Nel quadro dello sviluppo del comportamentismo, un posto a sé merita l’opera di Skinner, sia

perché le sue opere sono state presenti nella psicologia contemporanea per oltre un sessantennio, sia

perché oltre a fornire una teoria generale del comportamento ha costituito un modo di concepire la

psicologia che era allo stesso tempo un modo di concepire la società umana. Questo intreccio tra

teoria e visione del momdo, quale si può riscontrare nella psicoanalisi di Freud, ha contraddistinto il

comportamentismo di Skinner rispetto a quello degli altri grandi esponenti di questa scuola.

Inizialmente Skinner non ebbe grande influenza sul comportamentismo degli anni ’30, impegnato

nell’adesione alla teoria di Hull e alla verifica sperimentale dei suoi postulati. Fu nel libro del 1953

Science and human behavior che Skinner espose alcuni principi che si sarebbero presto diffusi tra

molti psicologi nord-americani, mentre andava spegnendosi l’interesse per la teoria di Hull. Skinner

ribadiva che lo studio dei fatti interni, retrostanti alle variabili esterne, manifeste e osservabili del

comportamento non permetteva un’indagine rigorosa e quantitativa del comportamento stesso. Per

Skinner la psicologia doveva procedere allo stesso modo di una scienza naturale, studiando le

relazioni tra variabili indipendenti e variabili dipendenti. Sebbene non fosse negata la differenza tra

il comportamento animale e quello umano per i loro diversi livelli di complessità, la

sperimentazione su animali (S. aveva impiegato ratti e piccioni) permetteva di studiare in condizioni

di laboratorio estremamente controllate i meccanismi di base comuni.

A Skinner interessava non tanto il processo di apprendimento di per sé, quanto la possibilità di

modificare e controllare il comportamento attraverso le procedure di condizionamento. La prima

applicazione dei principi skinneriani fu l’istruzione programmata in campo educativo. Ogni

contenuto disciplinare era diviso in blocchi il cui apprendimento avveniva per tappe successive. A

ogni tappa lo studente doveva rispondere a una domanda di verifica su quanto appreso in

precedenza.

Per Skinner, la caratteristica principale dell’istruzione programmata stava nel fatto che lo studente

poteva seguire da solo il corso, basandosi su un testo organizzato secondo tali momenti di

autoverifica o su “macchine per insegnare” che fornivano il materiale da apprendere, verificavano le

risposte dello studente, ecc. L’istruzione programmata ebbe una grande diffusione negli anni ’60,

ma fu poi criticata per l’artificiosità e la ripetitività del processo educativo, e la negazione del

significato psicologico e sociale della concreta relazione insegnante-alunno. Già Chomsky nel 1959

criticò Skinner per non aver colto la complessità della struttura dei processi mentali umani (in

questo caso, il linguaggio). La critica di Chomsky fu uno dei primi segnali della dissoluzione

dell’egemonia del comportamentismo tra gli psicologi statunitensi. Nonostante queste prime

critiche, negli anni ’50 e ’60 il comportamentismo skinneriano trovò il massimo consenso nella

31

psicologia nord-americana. Fra l’altro, si era sviluppata in quegli stessi anni la terapia del

comportamento, l’applicazione in campo psicopatologico dei principi del comportamentismo.

La “scienza del comportamento” di Skinner fu accolta da molti psicologi perché costituiva il

modello più rigoroso di una psicologia come scienza naturale, valida in campo teorico, sperimentale

e applicativo nello stesso tempo. Ma proprio per questo suo carattere totalizzante fu rifiutata da

molti altri psicologi: la psicologia skinneriana prospettava uno sviluppo umano e una

organizzazione della società basate su un controllo rigido e pre-programmato del comportamento.

Si soffocava la libertà e la creatività dell’individuo a favore di gruppi minoritari di potere. In effetti

Skinner aveva ben chiare queste stesse preoccupazioni. Proprio perché gli individui vivono in una

società che li condiziona fortemente, occorreva sviluppare delle forme di controllo sociale che

garantissero loro una maggiore libertà e creatività. Skinner delineò una società utopistica basata sul

controllo del comportamento umano secondo i principi del condizionamento operante.

In un articolo del 1990, scritto la notte prima di morire, Skinner riaffermava energicamente che la

psicologia è una scienza solo a condizione che aderisca ai principi delle scienze naturali, principi

adottati nell’”analisi del comportamento” delineata dal comportamentismo e perfezionata da lui

stesso

5. L’operazionismo in psicologia.

Nel 1935 lo studioso di psicofisica Stevens iniziò con un articolo un lungo e importante dibattito

sull’operazionismo, la teoria elaborata in filosofia della scienza dal premio Nobel per la fisica

Bridgman; Bridgman aveva introdotto la nozione di “operazione”, per la quale un concetto

scientifico (es. temperatura) corrispondeva alle operazioni o atti teorici e sperimentali compiuti per

determinare questo stesso concetto.

Bridgman era professore ad Harvard e in questa stessa università si trovavano alla fine degli anni

’20 psicologi come Boring, il suo allievo Stevens e Skinner. Nel 1930 trascorse un soggiorno di

studio ad Harvard presso Bridgman il filosofo della scienza austriaco Feigl, che diffuse

l’operazionismo tra gli psicologi.

Boring riassunse così la posizione di Stevens sull’operazionismo in psicologia: ”L’operazionismo

significa la riduzione di tutte le affermazioni sui fenomeni (proposizioni empiriche) a quei termini

semplici su cui in generale vi è un accordo. Questo criterio è sociale. L’o. tratta solo eventi pubblici

o pubblicabili. E’ esclusa l’esperienza privata. Tratta solo con l’altro, la persona o l’organismo che

non è lo sperimentatore. Tratta solo con proposizioni la cui verità o falsità può essere verificata a

richiesta mediante l’uso di operazioni concrete. L’operazione di base risulta la discriminazione.

Ogni osservazione è discriminativa. Infine, l’operazionista mantiene chiaramente differenziate nel

suo pensiero le proposizioni formali e empiriche, evitando così delle confusioni infinite.”

L’operazionismo si configurò come una teoria filosofica della scienza che rispondeva a molte delle

esigenze teoriche del comportamentismo: il rifiuto di entità e concetti assoluti, l’esclusione dei fatti

privati, una rigorosa metodologia di indagine, definita nelle sue operazioni concrete. Ma già alla

fine degli anni ’40 l’o. non era più un riferimento obbligatorio per gli psicologi comportamentisti.

6. Personalità, psicopatologia e apprendimento sociale nella prospettiva comportamentistica.

Il comportamentismo è stato spesso identificato come teoria dell’apprendimento, sia perché dedicò

gran parte della ricerca teorica e sperimentale allo studio dell’apprendimento di per sé, sia perché

estese i risultati di queste indagini alla comprensione di altri processi psichici, come la personalità e

le dinamiche interpersonali e sociali. Nel libro di Hull Principles of behavior non si trova una

trattazione specifica di temi diversi da quelli del condizionamento e apprendimento. Ma proprio

dall’estensione dei lavori di Hull fu elaborata una serie di teorie comportamentistiche della

personalità, tra le quali la più nota e importante fu quella maturata in un gruppo di psicologi della

Yale University dove Hull insegnava. In questa università fu fondato nel 1929 l’Institute of Human

Relations, con lo scopo di integrare tutte le ricerche svolte nell’università sull’uomo (biologia,

medicina, psicologia, ecc.). Il prodotto più notevole del gruppo di Yale fu l’opera Frustration and

32

aggression del 1939, ad opera di Dollard, Dobb, Miller, Mowrer e Sears, in cui concetti di origine

psicoanalitica furono sottoposti ad una verifica sperimentale sulla base di dati comportamentali

Attraverso una serie di esperimenti sul condizionamento di evitamento nei ratti (l’animale

apprendeva a sfuggire a uno stimolo doloroso preceduto da un segnale acustico), Dollard e Miller

arrivarono alla conclusione che la personalità fosse un insieme di comportamenti (abitudini) apprese

nell’interazione tra l’individuo e l’ambiente. Anche i comportamenti patologici (come l’ansia e le

fobie) erano interpretati come risposte apprese nel corso di esperienze negative. Il gruppo di Yale

ebbe il merito di richiamare l’attenzione dei comportamentisti su una dinamica motivazionale che

interveniva tra gli stimoli e le risposte. Era stato proposto in sostanza un tentativo di integrazione tra

i principi del comportamentismo e quelli della psicoanalisi.

Nel campo della psicopatologia si è sviluppato fin dagli anni ’50 un orientamento teorico e

terapeutico di indirizzo comportamentistico, noto come “terapia del comportamento”, che ha fatto

riferimento alla teoria pavloviana che include di per sé un collegamento tra la psicologia normale e

la psicopatologia. I principali esponenti della terapia del comportamento sono stati: Wolpe, Eysenck

e lo stesso Skinner. Eysenck ha così riassunto l’idea guida della terapia del comportamento: il

modello comportamentistico del comportamento anormale “sostiene semplicemente che ogni

comportamento è appreso, e che il comportamento anormale è appreso secondo le stesse leggi del

comportamento normale. I principi dell’apprendimento e del condizionamento sono applicabili

ugualmente a entrambi i comportamenti, permettendoci di comprendere la genesi sia di quello

normale che di quello anormale. In base a questo modo di considerare il problema ne consegue che i

comportamenti, una volta appresi, possono essere disappresi, o “estinti”, come direbbe un seguace

di Pavlov.”. La terapia del comportamento si è proposta come un’alternativa netta alle psicoterapie

interpretative, come la psicoanalisi, mirando alla cura dei sintomi piuttosto che alla individuazione

di dinamiche profonde.

Lo psichiatra Eysenck ha inserito la sua concezione della genesi dei disturbi psichici in un quadro

teorico che accoglie dal comportamentismo il rilievo dato più ai sintomi che alle cause e allo stesso

tempo propone una teoria biologica della struttura della personalità. Alla base della personalità vi

sono tre fattori fondamentali indipendenti l’uno dall’altro (introversione-estroversione,

nevroticismo e psicoticismo), che hanno una base genetica e strutturano il comportamento

dell’individuo nell’interazione con l’ambiente. A seconda dei valori bassi o alti che l’individuo ha

in questi tre fattori si costituisce una particolare tipologia che rappresenta la struttura della

personalità.

Un altro esempio di associazione tra i principi del comportamentismo e un approccio fisiologico

alla psicopatologia è dato dalla tecnica del biofeedback, nata alla fine degli anni ’60 e molto diffusa

negli anni ’70. Si basa sull’apprendimento volontario del controllo delle funzioni organiche. Già

negli anni ’20 e ’30 si erano sviluppate tecniche analoghe per acquisire la capacità di rilassarsi in

casi di affaticamento, tensione e ansia. Il “rilassamento muscolare progressivo” fu proposto da

Jacobson e il “training autogeno” da Schultz. Il biofeedback si fonda sempre sulla concentrazione,

ma essa è controllata con procedure di condizionamento operante. Quando il soggetto si rilassa, si

verificano delle modificazioni delle sue attività fisiologiche (la tensione muscolare, il battito

cardiaco, i ritmi elettroencefalografici) di cui il soggetto viene informato attraverso stimoli visivi e

uditivi “esterni”. Sulla base di questa informazione “esterna”, il soggetto può apprendere a

controllare meglio le proprie risposte fisiologiche. Tuttavia già a partire dagli anni ’80 si è ritenuto

che la terapia potesse essere usata essenzialmente come supporto ad altre forme di terapia.

Nell’ambito della psicologia statunitense comportamentistica sono state sviluppate anche varie

teorie sul ruolo dei fattori sociali nella costruzione della personalità. Si tratta delle teorie

dell’”apprendimento sociale” maturate tra gli anni ’50 e ’60. Sebbene focalizzate sulla personalità,

queste teorie hanno avuto una influenza notevole anche sulla psicologia sociale. Il legame tra

personalità e ambiente sociale è stato visto sia come acquisizione di risposte sociali attraverso

meccanismi di rinforzo, sia come processo di imitazione del comportamento altrui che diviene un

“modello “ per la personalità in evoluzione. Le teorie dell’apprendimento sociale sono state la

33

premessa per lo sviluppo da una prospettiva comportamentistica ad una cognitivistica nella

concezione della personalità e dei processi sociali.

Capitolo quinto – La prospettiva cognitivistica.

1. Introduzione.

Il cognitivismo, che costituì una delle principali correnti di ricerca degli anni ’60 e ’70, non fu

presentato in un manifesto decisivo, come era avvenuto per la Gestalt ed il comportamentismo.

Quando uscì nel 1967 Cognitive psychology di Neisser le indagini di orientamento cognitivistico

erano in corso già da una decina di anni. Anzi, allora il cognitivismo era ormai al massimo delle

proprie potenzialità teoriche e sperimentali. I contributi più importanti per questa prospettiva erano

stati prodotti nella seconda metà degli anni ’50 e nei primi anni ’60; inoltre il cognitivismo si

impose, nella psicologia sperimentale, gradualmente e non come un movimento di completa e

immediata rottura: da una parte emergeva dall’ambito stesso delle indagini comportamentistiche di

laboratorio e, dall’altra, continuava una tradizione di ricerca che era rimasta apparentemente

nell’ombra nel primo Novecento, ma che ora riacquistava tutta la sua importanza teorica e

metodologica. Vi era comunque una tradizione di ricerca, una prospettiva che aveva una storia più

lontana e affondava le proprie radici nelle indagini dei laboratori europei dell’inizio del secolo.

La prospettiva cognitivistica comprende una varietà di indirizzi e ambiti di ricerca che possono

essere accomunati da una serie di principi fondamentali.

In primo luogo (principio delle basi biologiche dei processi psichici), la psicologia studia

essenzialmente le strutture e le funzioni del sistema nervoso, nella sua massima complessità, e i

processi psichici, che controllano l’adattamento dell’organismo all’ambiente. Inoltre, i processi

psichici si sviluppano in relazione alla maturazione del sistema nervoso (principio dello sviluppo).

Lungo questo sviluppo i processi psichici operano in modo attivo sull’ambiente, filtrando

l’informazione esterna e producendo risposte motorie in funzione dei propri schemi di conoscenza e

di azione (principio del costruttivismo). Parlando di mente, ci si riferisce in particolare

all’organizzazione tipica dei processi psichici, caratterizzati da modelli (“modelli mentali”), spesso

coscienti, che guidano il comportamento attraverso una rappresentazione interna del mondo esterno

(principio del mentalismo). La costruzione dei modelli mentali avviene attraverso l’elaborazione

dell’informazione esterna e interna compiuta da unità specializzate all’interno della mente

(principio della elaborazione dell’informazione). L’elaborazione dell’informazione può essere

simulata su macchine non organiche (calcolatori) perché sia la mente che il calcolatore operano

fondandosi su processi e regole simili (principio della simulazione).

Questi principi non sono stati condivisi nel loro complesso da tutti gli psicologi di orientamento

cognitivistico (ad eccezione per il cognitivismo degli anni ’60 e ’70). Per questa prospettiva,

l’influenza dei fattori sociali, storici e culturali sullo sviluppo cognitivo ha scarsa rilevanza; infatti

non si è mai pervenuti a ritenerli il presupposto fondamentale dello sviluppo dei processi cognitivi,

contrariamente a quanto sostiene la teoria storico-culturale. La metafora della mente come un

calcolatore considera la mente in modo astratto e universale, come una macchina che agisce al di

fuori di un contesto storico, sociale e culturale.

La scuola di Wurzburg mise in evidenza alcune caratteristiche dei processi di pensiero esclusi

dall’indagine della scuola wundtiana.

Le teorie dell’intelligenza (con il problema connesso dei test) contribuirono ad arricchire le

conoscenze sulla struttura multifattoriale della mente e a porre in evidenza la questione del rapporto

tra fattori ereditari e fattori ambientali nelle prestazioni cognitive.

La sintesi più importante e innovativa sui processi cognitivi nella loro dimensione evolutiva fu

elaborata da Jean Piaget. Le ricerche di Piaget sullo sviluppo cognitivo nel bambino furono alla

base di un progetto interdisciplinare sulle strutture della conoscenza umana (epistemologia

genetica) avviato negli anni ’50. La teoria di Piaget rimane tuttora un riferimento fondamentale

degli studi sullo sviluppo cognitivo infantile. 34


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Steila Daniela.

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