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12 febbraio (lezione 1)

Gershwin nasce poverissimo; era un ebreo russo e nasce negli Stati Uniti nel 1898 e muore nel 1937. Diventerà un personaggio famosissimo. Muore giovanissimo a 39 anni a causa di un tumore fulminante. Il suo capolavoro è Porgy & Bess. Lui è autodidatta.

Schonberg è stato un personaggio centrale nella musica del Novecento: compositore, austriaco, anche lui ebraico. Lui scrive il metodo dodecafonico, che è una tecnica. Lui ha scritto un breve saggio critico su Gershwin in cui al contrario degli altri, afferma che Gershwin è un autore da prendere sul serio e sottolinea l'unità di stile.

Le tre grandi composizioni di Gershwin

Le tre grandi composizioni di Gershwin sono: Rapsodia in blu, che lo rende famoso, il Concerto in Fa e Un americano a Parigi, poema sinfonico, autobiografico ispirato al soggiorno di Gershwin a Parigi nel 1928.

Porgy & Bess si fa raramente per il fatto che è complicata, dura più di tre ore, e anche per volere di George Gershwin e di suo fratello maggiore, Israel, poiché se si mette in scena tutti i protagonisti devono essere neri e il coro, che ha un’importanza fondamentale, è difficile da interpretare. Porgy & Bess ha inoltre una storia molto complicata: viene messa in scena nel 1935. Gershwin si autofinanzia. È difficile in quegli anni trovare cantanti lirici neri. Questa opera va in scena a Boston e New York. In seguito Gershwin muore nel '39 e quest’opera viene riproposta ma viene riproposta in una forma molto diversa e allora gli eredi, come il fratello Ira, decide di trasformarlo in musical: ci sono tagli significativi, vengono eliminati tanti personaggi, alcune scene vengono ridotte in dialoghi. Questa è la forma con cui arriverà in Europa, dopo la guerra. Bisognerà attendere il 1976 quando Porgy & Bess andrà in scena per la prima volta come l’aveva pensata George, quindi come opera lirica. Dal '76 cambia completamente la percezione di Porgy & Bess grazie a Lorin Maazel. Solo negli ultimi decenni è stato riconosciuto il grande valore dell’opera.

L'epoca moderna in musica

L’epoca moderna in musica comincia con il Seicento: sono gli anni in cui nasce l’opera, il melodramma, in cui inizia ad affermarsi il sistema tonale.

Modulo A: La musica come bene culturale e come opera d’arte

Musicologia e storia della musica: problemi istituzionali e metodologici

Nel Novecento la musica ha assunto aspetti nuovi, innovativi.

Il concetto di opera d’arte musicale

Nel campo della musica: abbiamo un tipo di espressione artistica che sta nell’aria, che ha un inizio e una fine e che quindi finisce, inoltre ha un rapporto complicato con la scrittura. Nella cosiddetta musica d’arte, l’opera d’arte musicale è qualcosa che sta nella relazione tra la scrittura musicale, quindi il ritmo, le pause, ecc.. cioè quello che lo scrittore scrive sulla carta e poi la completa realizzazione sonora della composizione e quindi la realizzazione sonora della scrittura. C’è un rapporto molto preciso, prescrittivo tra la composizione e la realizzazione. A partire dal IX secolo d.C, quando inizia la scrittura musicale fino ad oggi, il compositore mette sulla carte un preciso progetto compositivo. Io, compositore, scrivo qualcosa e voglio che sia eseguita in una certa maniera. Tramite la notazione musicale, cioè la scrittura musicale che varia molto di epoca in epoca, cerco di dare le informazioni al musicista in modo che la esegua secondo le mie intenzioni. Nella musica colta, classica, la scrittura ci deve essere per forza ed è una scrittura di tipo prescrittivo mentre nella musica etnica e nella popular music la scrittura può anche non esserci e la scrittura è di tipo descrittivo.

13 febbraio (lezione 2)

La storia della musica moderna

La storia della musica moderna inizia nei primi anni del 600, in cui nasce l’opera, il melodramma e si afferma il sistema tonale.

Opera d’arte musicale: nella tradizione della musica classica colta, l’opera d’arte musicale è qualcosa che sta nella relazione tra ciò che l’autore scrive e l’esecuzione. È fondamentale il rapporto tra scrittura ed esecuzione. Il compositore mette su carta un preciso progetto compositivo (partitura: testo scritto musicale). Si danno tutte le indicazioni possibili affinché l’esecutore esegua la musica in linea con l’idea del compositore. È diversa dall’etnomusicologia (prevalentemente orale) e dalla popular music dove la scrittura può esserci ma può anche non esserci e, anche quando c’è, ha una valenza non prescrittiva, ma descrittiva (che viene dopo, c’è una descrizione di ciò che è avvenuto).

Definizioni e il problema della musica

Si fa una differenza tra musica classica e musica leggera: ‘Classico’ è un aggettivo che rimanda a un modello, a qualcosa di eterno nel tempo. ‘Leggera’ è qualcosa che passa, che non è un modello imperituro. Nel '900 si distingue tra: musica d’arte (musica classica/ colta/ forte e musica sperimentale novecentesca, creata con finalità artistiche senza condizionamenti di tipo economico o esterni al volere artistico) e musica di consumo (musica leggera/incolta, creata con delle finalità di mercificazione). Nel Novecento c’è una vastissima mole di musica che viene prodotto per il mercato commerciale, di consumo. Nel Novecento, con l’avvento della registrazione elettrica, si arriva a un livello di registrazione tale per cui si crea un prodotto realizzabile su vasta scala industriale. Questo aspetto c’era anche prima, ma nel Novecento, con i media, esplode. Queste categorie funzionano, ma bisogna usarle con condizione di causa, non come macrosistemi.

Anche la musica classica ha un mercato: da sempre i compositori hanno pensato in funzione del loro pubblico e da sempre i compositori di musica colta hanno pensato di venderle, di farle circolare. Ci sono tantissime musiche di consumo che sono state scritte, prodotte o realizzate anche con un occhio molto attento all’aspetto commerciale ma in cui la sostanza estetica, la qualità è talmente alta che il confine tra i due tipi di musica è poco netto. Queste schematizzazioni oggi non funzionano più per il livello estetico, la vendibilità, le intenzioni che stanno dietro al fatto musicali che sono misti: la musica oltre ad essere un fatto estetico è una questione sociologica, antropologica, molto spesso anche politica. La musica è un ambito in cui si intrecciano tutta una serie di istanze, di pulsioni.

In un certo momento, per la musica classica, si è iniziato ad usare l’etichetta di musica d’arte: questa etichetta viene utilizzata per la musica classica. Il problema è quello che resta fuori: cosa diventa? Musica non d’arte/ d’artigianato/ consumo? Quindi si è fatto riferimento a musica colta e musica popolare/ non colta (colta nel senso che si fa riferimento a un livello alto di cultura, di tradizioni) ma anche qua c’è un problema: nessuno ha dubbi che la musica classica sia musica colta ma l’altra è musica incolta? Perché il Jazz, il Rock è incolto?

Negli ultimi decenni ha preso piede tra i compositori di avanguardia, i compositori di musica classica contemporanea, la definizione di ‘musica forte’ (l’altra è debole?). La definizione ‘musica di scrittura’ che è una definizione neutra, perché non ha giudizi di tipo estetico ma parte da un dato oggettivo, cioè che la scrittura è un fattore determinante in un certo tipo di musica, forse può essere la definizione più accettabile poiché sound, voce non sono legate alla scrittura.

Perché la scrittura è così importante? Solo la scrittura ha permesso alla musica colta, d’arte occidentale, di raggiungere un livello di complessità nel corso della sua storia, nel corso dei secoli, così alto che non sarebbe stata immaginabile senza la scrittura. Questo non toglie che ci sono delle musiche popolari complesse.

Opera musicale

La musica, grazie al testo scritto, si qualifica come un arte performativa. Questo principio del testo scritto, che deve essere eseguito, che deve essere realizzato in suoni, è un elemento specifico della musica d’arte. Il concetto di opera d’arte musicale, quello che i tedeschi chiamano Werk cioè ‘opera’, è un’idea che poggia sull’idea di composizione musicale come una composizione autonoma, conchiusa, che si fonda su proprie leggi formali, di linguaggio e si fonda sul nesso di tre elementi costitutivi: testo, esecuzione, immaginazione.

Abbiamo il testo, la partitura, quello che il compositore scrive, che è il momento in cui il compositore fissa sulla carta il suo progetto, la sua immaginazione, le sue idee. Queste idee resterebbero lettera morta senza esecuzione o interpretazione. In Italiano abbiamo due parole diverse (esecuzione e interpretazione) mentre nelle altre lingue c’è una parola sola. L’esecuzione è un termine neutro, secco: si ha un mandato e si esegue qualcosa. Interpretazione sottolinea il ruolo di mediatore dell’esecutore, il fatto che ci sia una sorta di patto tra il compositore e l’esecutore: il compositore scrive e l’esecutore, con tutti gli elementi possibili dati dal compositore in modo da realizzare le idee nel modo più fedele possibili, suona. Nel fare questo, l’esecutore non sarà mai l’esecutore più freddo e banale ma a seconda della sua esperienza, del suo modo di essere, della sua cultura, di dove ha studiato, delle idee che ha sulla musica, della sua personalità suonerà il pezzo in maniera diversa, secondo un’oscillazione di senso e di sfumature che può essere anche molto forte. Lascia la propria impronta sul pezzo. La notazione musicale dà ampi spazi all’interpretazione.

Esempio: Cfr. Polonaise Op. 44 di Chopin suonata da Rubinstein e da Pollini. Ci sono due modi diversi di suonare: c’è una scelta di suono diversa, in Pollini è un suono più pulito, un suono più nitido, ogni pausa è assolutamente calcolata mentre il Rubinstein è un suono più romantico, onirico.

L’interpretazione fa spesso cambiare, oscillare il significato. (se un compositore scrive un pezzo che deve essere allegro, cioè deve avere un andamento molto mosso, non dice però quanto allegro a meno che il compositore non scrivi anche indicazioni di metronomo). Il ruolo dell’interprete è un ruolo fondamentale e l’interpretazione, la fantasia ricreativa che ha l’esecutore, l’interprete è fondamentale. L’immaginazione è anche fondamentale da parte del pubblico: la musica si percepiamo in maniera diversa a seconda dei nostri gusti, del nostro stato d’animo.

L’opera d’arte musicale si basa su questa triangolazione tra testo, esecuzione e immaginazione. L’opera d’arte musicale non può essere solo il testo: il testo da solo non è l’opera d’arte musicale perché è una lettera morta se non viene suonato, è un pezzo di carta con delle note se non c’è nessuno che lo suona. Il testo ha un valore prescrittivo: l’annotazione grafica della partitura è la rappresentazione grafica, il progetto, di come il compositore immagina che la sua musica debba concretizzarsi in suono. Senza questa notazione descrittiva nella storia della musica occidentale non si sarebbe potuti arrivare a un livello alto di complessità. L’opera d’altro canto non è irriducibile nemmeno all’esecuzione in sé: l’esecuzione ha bisogno di un pezzo, non è improvvisazione come il jazz in cui la cosa importante non è che cosa si suona ma cosa si suona. Nella tradizione classica, la cosa più importante è che cosa si suona. L’opera non si esaurisce neanche con il momento della fruizione, della ricezione da parte del pubblico.

Che cosa sia l’opera d’arte musicale è ancora oggi oggetto di dibattito: ci sono alcuni pensatori che hanno paragonato l’opera d’arte musicale a delle entità astratte come i numeri (come i numeri sono dei tipi ideali così sarebbe per l’arte musicale: un’entità astratta che ha bisogno di realizzazioni sonore concrete). Uno dei contributi più significativi è il contributo di un filosofo polacco di scuola fenomenologica, Roman Ingarden, ha scritto ‘l’opera musicale e il problema della sua identità’, che è stato tradotto nel 1989, in cui afferma che l’identità dell’opera d’arte musicale è da cogliere nella relazione che c’è tra la partitura, quindi il testo scritto, quello che Ingarden chiama opera-schema, e tutto il complesso delle svariate possibilità della sua realizzazione sonora. L’identità dell’opera d’arte musicale è qualcosa che riguarda la partitura e la somma virtuale di tutte le possibili esecuzioni, ma esecuzioni che devono essere corrette nel rispetto degli aspetti che la partitura fissa in modo univoco, cioè in modo che non possa dare adito a equivoci o fraintendimenti, ma anche nel rispetto di tutti quegli aspetti che la scrittura musicale fissa ma lascia più generici anche nel rispetto di tutti quegli elementi che la scrittura musicale lascia indeterminati, cioè demanda alla sensibilità dell’esecutore.

Notazione musicale

La scrittura musicale è un sistema che si evolve enormemente nel corso della storia della musica: i primi esempi di notazione musicale, esclusa l’antichità, sono nel IX secolo. Una delle caratteristiche principali della notazione musicale è il pentagramma, il cosiddetto rigo musicale. Il rigo musicale è il prodotto storico di un’evoluzione: all’inizio, nel IX secolo, si parte da una riga sola e la musica si comincia a scrivere intorno a questa riga che, in sostanza, è una nota di riferimento. Poi si aggiunge una terza riga, a lungo rimangono quattro righe e poi, alla fine, si aggiunge la quinta. La notazione ‘moderna’ incomincia proprio da ‘600. La notazione comporta il fatto che vengano fissati sulla carta diversi elementi, diversi aspetti, diversi parametri del linguaggio musicale. Il primo aspetto fondamentale riguarda l’altezza dei suoni: l’altezza è il fatto che io scriva una nota piuttosto che un’altra. Le chiavi sono simboli che vengono messi all’inizio del rigo musicale e hanno la funzione di indicare in registro si scrive la musica. La Chiave di Violino perché la musica che scrivo con questa chiave corrisponde, grossomodo, all’estensione di un violino. L’estensione sono i suoni che il violino può produrre. Questo è un di quegli aspetti che Ingarden dice che la scrittura musicale fissa in maniera univoca. Un altro degli aspetti che si fissa in maniera univoca sono le durate dei suoni. Le durate è il ritmo cioè quanto una nota deve durare nel tempo.

14 febbraio (lezione 3)

Melodia e armonia

L’unione delle altezze delle note e la loro durata crea ciò che noi chiamiamo melodia: la melodia è la successione di alcune note, alcune altezze nel tempo secondo un certo ritmo, secondo una certa durata. La micromelodia è l’inizio di una melodia. La melodia in sostanza è quella che potremmo chiamare la dimensione orizzontale della musica: la melodia è una linea melodica. Questa dimensione orizzontale della musica si integra con una dimensione verticale, che è quella che si chiama armonia, quindi non la successione nel tempo di singole note ma la compresenza simultanea di più note sovrapposte l’una all’altra.

L’armonia in sostanza è quella parte della musica che riguarda soprattutto gli accordi. Gli accordi sono una sovrapposizione simultanea di più suoni, suoni che sono sovrapposti simultaneamente (se si sovrappone simultaneamente il DO-MI-SOL è un accordo e gli accordi di questo tipo che hanno un nome tecnico, cioè triade, sono la base dell’armonia). Sono suoni messi uno sopra l’altro in una maniera particolare.

Il rigo musicale è una sorta di spazio in cui si scrive la musica, una sorta di grafico: se sul rigo musicale si inseriscono le sette note, si forma la scala. Se a queste note si inserisce una durata, si potrebbe dire di aver fatto una melodia.

Ci sono altri parametri molto importanti ed essenziali per la scrittura musicale, anche se si tratta di quei parametri che secondo Ingarden il compositore fissa non in maniera univoca ma in maniera indeterminata, cioè lasciando degli spazi di indeterminatezza. Gli elementi che il compositore fissa in questa maniera, cioè dando delle indicazioni più o meno precise ma comunque indicative, riguardano innanzitutto la dinamica della musica. La dinamica sono quelle indicazioni che il compositore dà perché la sua musica sia cantata, suonata, eseguita in generale secondo una certa intensità sonora. Le dinamiche sono quei segni che il compositore fa per indicare se la sua musica dovrà essere suonata forte oppure piano. Queste indicazioni sono molto sfumate, molto variegate, sono indicazioni di massima.

Nel rigo musicale per pianoforte ci sono due righi perché il pianoforte si suona con due mani: il rigo superiore sarà suonato dalla mano destra e quello inferiore dalla mano sinistra. Il rigo superiore, quello che tendenzialmente ospita della musica che è nel registro della chiave di Violino.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/07 Musicologia e storia della musica

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